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CIRCOLARE NAZIONALE SETTEMBRE 2021

Scrivo queste righe prima di tutto per me, per mettere ordine ai pensieri, su un tema che mi interroga da tempo; ma spero che questa piccola riflessione possa essere utile anche ad altri.

Lo faccio, sulla spinta di due eventi: la lettura di un libro (“Quello che non ti dicono”, di Mario Calabresi) ed una chiacchierata con Pier Pertino, sui fatti del G8 di Genova: con Simona lo abbiamo, infatti, pregato di narrare ai nostri figli gli episodi a cui ha assistito.

Calabresi racconta la vicenda di Carlo Saronio, rampollo di una ricchissima famiglia milanese e ricercatore presso l’Istituto Mario Negri, entrato a far parte di Potere Operaio, rapito per ottenere un riscatto ed accidentalmente ucciso, dai suoi stessi compagni. Il libro è anche un’occasione per ri-costruire “dall’interno” il contesto che ha dato origine al terrorismo di sinistra.

Mentre leggo, non posso fare a meno di pensare che si tratta, per forza di cose, un racconto di parte. Come è noto, Antonio Calabresi è figlio di Luigi, Commissario dell’Ufficio Politico della Questura di Milano, ucciso il 17 maggio 1972, (almeno a quanto ha stabilito il processo) da una cellula di Lotta Continua. E non posso fare a meno di pensare all’anarchico Giuseppe Pinelli, volato fuori dalla sua stanza della Questura di Milano, nella notte tra il 15 ed il 16 dicembre 1969. Un suicidio, secondo la versione ufficiale, anche se non risulta che avesse motivi per togliersi la vita ed era trattenuto illegalmente in Questura, scaduto ampiamente il termine di quarantotto ore, allora previsto per il fermo di polizia.

Mi disturba, quindi, vedere la Polizia assiomaticamente collocata tra buoni: ne conosco bene i metodi di oggi e di ieri (Scuola Diaz, Bolzaneto) e non faccio fatica ad immaginare quelli dell’altro ieri.

Ciò malgrado, Calabresi offre un interessate spaccato di quegli anni e di quegli eventi. Eventi a cui non ho partecipato (ero un bambino) e che conosco solo per la vulgata ufficiale e per qualche racconto di chi c’era. Del resto, non c’ero nemmeno nel luglio 2001: mentre i manifestanti venivano massacrati e Carlo Giuliani era ucciso a Piazza Alimonda, io e Simona, sposati da poco, stavamo iniziando ad organizzare il nostro primo viaggio in Sud America, in visita ai suoi parenti uruguaiani, che avremmo fatto l’inverno successivo

Ma anche questo mi collega al libro, perché le tecniche di lotta armata utilizzate dai sequestratori erano mutuate da quelle di guerriglia urbana dei Tupamaros, che si opponevano alla dittatura fascista allora al potere proprio in Uruguay. Dittatura che i parenti di Simona (notai e piccoli proprietari terrieri) definivano, nei loro racconti, “non particolarmente sanguinaria”. Ero, come dire, dalla parte sbagliata anche quella volta.

Ma i collegamenti non finiscono qui: una delle principali fonti del libro, certamente la più citata, è Gianni Tognoni, allora amico intimo di Carlo Saronio, poi fondatore del Tribunale Permanente per i Diritti dei Popoli ed interlocutore delle Rete per moltissimi anni.

Insomma, la Rete nasce nel brodo di coltura descritto nel libro. Non solo: in quel contesto, chi aderisce alla Rete fa, per quello che posso capire, una scelta profondamente controcorrente: non la lotta armata, non lo scontro tra rigidi schieramenti ideologici, ma un lavoro di analisi che va alle radici del sistema, un’opera di controinformazione che privilegia la testimonianza diretta dal sud del mondo, l’opzione definitiva per piccoli progetti a favore di chi non ha voce.

Credo sia per questo che un’organizzazione che nasce da ideali tipicamente novecenteschi, si sia insinuata così profondamente nel nuovo millennio

Ora, chi si illudeva di cambiare il mondo con la scorciatoia della violenza, ha certamente fallito. E noi?

Abbiamo attraversato il vento della Storia, ma la nostra incidenza su di essa è stata assolutamente marginale. Non abbiamo neppure intaccato il Sistema che, anzi, si è consolidato ed evoluto in direzione opposta alle nostre speranze. Quello che tentavamo di contrastare nel sud del mondo, ora lo abbiamo alle porte. Il cappio si stringe anche attorno al collo delle nostre nuove generazioni.

Certamente, siamo stati parte di moltissime storie e ne portiamo la memoria, i legami, i doni e le ferite.

Oggi, però, mi (ci?) assale una sensazione di impotenza e di inadeguatezza. I numeri calano, le forze diminuiscono, è forte la sensazione che nessuno ci ascolti o, forse, ci capisca. Il nostro sistema di valori, così chiaro nel mondo di cinquant’anni fa, basato su contrapposizioni nette, sembra perdersi nell’orizzonte liquido di oggi. Forse, non abbiamo l’età, gli strumenti e neppure la voglia di con-frontarci con i nuovi mezzi di comunicazione. Ma – diciamocelo una volta per tutte – è davvero possibile fare un’analisi profonda della realtà su Whatsapp o raccontare un nostro viaggio di cono-scenza su Istagram? Forse le nostre circolari, che sanno di ciclostile ed affrancature postali, sono ancora lo strumento più adatto per un messaggio che non sia superficiale ed imprigionato in ottanta battute.

Anche i nostri strumenti abituali mal si adattano alla realtà: è ancora possibile, ad esempio, proporre l’autotassazione a chi non ha un lavoro stabile o invitare ad un coordinamento chi non ha orari e lavora anche il sabato e la domenica? Eppure, siamo ancora qui ad operare e ad interrogarci sul senso e sui modi della solidarietà oggi. Eppure, il nostro esserci ancora è un sassolino nell’ingranaggio del Sistema. Non dobbiamo avere la presunzione di essere i soli, ma neppure perdere di vista il senso ed il peso della nostra testimonianza.

Chi ci ha preceduto, ha mostrato, anche in momenti difficili e di fronte alle peggiori sconfitte, una fede ed una forza che ancora mi (ci?) interrogano: saremo capaci di fare altrettanto?

E allora, che fare?

Io non ho ricette. Dico solo che, ancora una volta come più di cinquant’anni fa, la scelta giusta sarà quella che ci porterà controcorrente, fuori dagli schemi piatti e banali della nostra epoca stanca. Ag-giungo che, di nuovo, dovremo essere creativi, pensare a qualcosa che non è stato ancora pensato. E mi pare che la nostra attuale Segreteria condivisa si stia muovendo proprio in questa direzione.

Se poi, tra cent’anni, la Rete dovesse finire, non dovremo addolorarci: tutte le cose umane sono a termine e gli infiniti semi che avremo gettato nel tempo, germoglieranno, anche se in modo diverso da come ci saremmo attesi.

Marco Rete di Varese

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