CIRCOLARE NAZIONALE GIUGNO 2017 – RETE di CASALE MONF.TO.

Il 20 maggio ci siamo incontrati come reti del nord/ovest per confrontarci sul tema proposto e discusso negli ultimi coordinamenti nazionali. Abbiamo avuto una giornata di sole dopo un periodo con clima incerto e l’accoglienza gradevole nell’ambiente collinare della casa di Beppe e Cristiana a Quarti di Pontestura ha favorito sicuramente la disponibilità all’incontro e alla condivisione.

In questo percorso siamo stati aiutati da Anna Zumbo, che ha messo a disposizione la sua esperienza di facilitatrice dei lavori di gruppo. Il suo contributo è stato prezioso per metterci in sintonia e per attivare le nostre capacità di ascolto.

Iniziando con un gioco di conoscenza tra i partecipanti si è passati ad un lavoro singolare sulla propria cronistoria nella rete riscoprendo le tappe più significative. Si sono alternati momenti assembleari e momenti di confronto tra gruppi più ristretti in modo di dare a tutti la possibilità di esprimersi e di raccontare il perché la rete è conforme rispondendo alle aspettative ed alle storie di ognuno.

Queste storie si riflettono anche nei legami che si hanno con i referenti delle nostre operazioni diventando così un filo che lega i sentimenti e i cuori. Difatti la rete è fondata sulla relazione e la condivisione da attuare anche accanto al tuo compagno di cammino.

Anna ci ha invitato a riflettere a partire da alcuni “giochi” che da una parte hanno consentito a tutti di esprimere le loro idee chiave, dall’altra hanno offerto l’opportunità di fare una sintesi che facesse emergere le parole chiave rispettando le opinioni di ciascun partecipante.

In queste tecniche di approfondimento dei problemi ho ritrovato l’insegnamento di Paolo Freire che avevo conosciuto nelle parole e nell’esperienza vissuta di don Gino Piccio (1920-2014), vissuto negli ultimi 40 anni della sua vita in solitudine in una cascina nelle vicinanze di Ottiglio Monferrato, animatore di una singolare esperienza di condivisione fraterna e di ascolto che ha arricchito la storia personale delle persone che lo hanno incontrato e che ancora si ritrovano nella sua memoria.

Alcuni partecipanti hanno manifestato perplessità sul metodo di articolazione della giornata. Altri invece hanno valorizzato l’opportunità nuova di espressione delle idee, anche al fuori di documenti complessi e la possibilità di ascolto reciproco, con maggiore “leggerezza” rispetto alle discussioni, a volte faticose, dei coordinamenti.

Potrebbe nascere qui una riflessione sul nostro modo di affrontare i problemi come Rete: abbiamo ereditato modalità di espressione e di ascolto che sono ancorate ad una generazione di grandi dibattiti e di pensieri articolati, ma non sempre risultano efficaci in una società in cui tutti parlano e pochi ascoltano e spesso di questo ascolto percepiscono messaggi molto brevi, al limite dello slogan.

L’ascolto è veramente una delle vittime della nostra società mediatica. Il modello televisivo a cui siamo quotidianamente sottoposti è quello di persone che parlano molto e non ascoltano mai. Questo atteggiamento si trasferisce dalla scena della comunicazione pubblica all’ambito delle relazioni quotidiane fra gli individui. Non sappiamo e non vogliamo ascoltare gli altri: non rispondiamo alle domande, interrompiamo solo per prendere la parola e per tenerla il più possibile. Si direbbe che ci limitiamo ad ascoltare noi stessi mentre stiamo parlando, ma non accade neppure questo, perché se davvero ci ascoltassimo, avremmo di tanto in tanto qualche dubbio.

Spiegare una simile paradossale situazione non è così difficile se consideriamo il desiderio prevalente di esercitare con le nostre parole quel potere che oggi è la merce più ricercata e che diventa abitualmente una forma di prepotenza e di prevaricazione. La TV costruisce la sua apparente neutralità offrendoci il riferimento degli “indici di ascolto”.

Ma quale ascolto? Sulla scena televisiva delle molteplici trasmissioni sui migranti (su cui è stato costruito un nuovo soggetto politico!) nessuno sta davvero “ascoltando”: tutti i partecipanti si limitano a parlarsi addosso. Se già loro non si ascoltano, quello che fa il teleutente potremmo definirlo in tanti modi, ma non ha nulla a che vedere con un ascolto vero.

Essenziale è invece capire, restando alla pratica quotidiana di ciascuno di noi, che cosa implica un ascolto, quali trasformazioni di noi stessi richiede. Il campo di prova è il rapporto con l’altro. Questo “altro” può essere chiunque, quello che incontriamo fuori di casa nelle normali relazioni di vita o per caso, o solo chi sentiamo al telefono: può essere un amico, qualcuno che vive accanto a noi, una presenza costante, ma anche uno che non conosciamo affatto, uno sconosciuto in cui ci imbattiamo. Comunque lui non è noi, non diventa mai un alter ego, risulta sempre diverso, è un diverso, ha qualcosa di estraneo. Ascoltare non significa togliere di mezzo questa estraneità, al contrario c’è ascolto solo quando partiamo da essa e ne teniamo conto, solo se riusciamo a far nostra in qualche modo la sua estraneità, il suo essere “straniero”. Solo se attiviamo in noi stessi una zona di estraneità, per così dire parallela e congruente con la sua.

Non c’è neppure bisogno della parola perché una sintonia si realizzi, è sufficiente un atteggiamento di apertura, e spesso il silenzio è più adatto di tante parole a produrlo, come sa bene per esempio chi esercita il mestiere dell’insegnante. Ciò accade del resto in tutte le pratiche in cui l’incontro con gli altri è la posta in gioco della riuscita o dell’insuccesso.

Perché si realizzi un ascolto, occorre dunque mettere in atto una pratica di sé che è molto poco abituale nella società di oggi: bisogna riuscire a scavare una specie di vuoto dentro di noi, procurarsi uno spazio mentale (e anche fisico) attraverso il quale la cosiddetta “ospitalità” diventi la possibilità concreta dell’ascolto dell’altro.

(NDR. alcune di queste ultime frasi sono state riprese da un articolo di Pier Aldo Rovatti, modificando però alcune parti del testo. Spero che l’autore non se ne abbia a male!)

VUOTARE LA PROPRIA TAZZA

Un filosofo si recò un giorno da un maestro zen e gli dichiarò:

Sono venuto a informarmi sullo Zen, su quali siano i suoi principi ed i suoi scopi“.

Posso offrirti una tazza di tè?” gli domandò il maestro.
E incominciò a versare il tè da una teiera.

Quando la tazza fu colma, il maestro continuò a versare il liquido, che traboccò.

Ma che cosa fai?” sbottò il filosofo. “Non vedi che la tazza é piena?

Come questa tazza” disse il maestro “anche la tua mente è troppo piena di opinioni e di congetture perché le si possa versare dentro qualcos’altro ..

Come posso spiegarti lo Zen, se prima non vuoti la tua tazza ? ”

Beppe, Claudio e Roberto

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Quarrata – Marzo/Aprile 2017

Carissima, carissimo, oggi urge creare sempre di più relazioni profonde e durature basate sul dialogo e l’incontro con l’altro, unico antidoto che ci spinge ad emanciparsi da qualsiasi dogmatismo, da qualsiasi forma di dipendenza e di contrapposizione; ciò sprona ad abbattere ogni tipo di barriere e ad aprirsi. Ciò porta ad aprirsi al mondo, alla laicità, alla scienza, al corpo, ad altri credi religiosi, a filosofie difformi dalle nostre e a ideologie diverse. Acquisire questa libertà è faticoso, è fatica saper discernere, essere sempre attivi, non lasciarsi guidare dalle mode e acquisire la disponibilità ad imparare dai nostri errori. Chi è che non ne commette? La perfezione a mio parere è un puro concetto astratto, dobbiamo prenderci la libertà di agire per quello che crediamo, a costo di sbagliare, è così che potremmo migliorare e guardare alla società e a noi stessi con la serenità dell’essersi messi in gioco. Dobbiamo abituarci a non considerare come punto di riferimento noi stessi, ma allargare il nostro orizzonte verso gli emarginati, gli esclusi, i poveri, i senza voce, gli scartati. Oggi sappiamo che uno sparuto gruppetto di persone controllano le risorse di mezzo mondo, non possiamo permetterlo! Non possono persone e popoli interi aver diritto a raccogliere e vivere di solo “briciole”. Nessuno può sentirsi tranquillo e dispensato non solo dagli imperativi morali, ma principalmente dalla sofferenza che miliardi di persone che vivono quotidianamente nella propria vita questa brutale sofferenza, dalla corresponsabilità della gestione del pianeta, una corresponsabilità più volte ribadita dalla comunità politica internazionale ai massimi livelli. Fare giustizia deve essere il nuovo imperativo, basta perpetuare logiche di sfruttamento di persone e territori, che rispondono al più cinico uso del mercato, per incrementare il benessere di pochi. E’ a causa di questi meccanismi che milioni di persone fuggono dalle loro terre, dalle loro case, che sommatiti a quelli che fuggono dalle guerre costituiscono un popolo in cammino, spesso senza meno, se non dal fuggire dalla loro situazione di sofferenza e di fame, create da chi determina il mondo. Accogliere, proteggere, promuovere e integrare sono i quattro verbi che ognuno di noi deve coniugare in prima persona singolare e in prima persona plurale, per una comune risposta al fenomeno delle migrazioni. Accogliere, anzitutto, che non equivale ad aspettare, attendere i migranti, ma fare pressione sui governi e la comunità internazionale, per favorire canali umanitari accessibili e sicuri e preparare le nostre comunità a un’accoglienza diffusa, istituzionale, personale e familiare. Proteggere, tutelare i migranti dallo sfruttamento, dall’abuso, dalla violenza, attuando una vera lotta contro i trafficanti di esseri umani, ma anche rafforzando e non indebolendo gli strumenti politici di tutela dei migranti, no a nuovi CIE, no al disegno di legge Minniti-Orlando! Promuovere, lavorando per lo sviluppo, la giustizia, la pace e la salvaguardia del creato, perchè le migrazioni forzate di oggi nascono dall’impossibilità delle persone di vivere nella loro terra, causa lo sfruttamento continuo e costante delle multinazionali, costrette a vivere nelle guerre volute da interessi stranieri per accaparrarsi le loro risorse, disastri ambientali causati da chi tratta queste terre come cortile di case dove si può tutto. Integrare, un processo di mutuo riconoscimento, che nasca dal basso, evitando ghettizzazioni, facilitazioni del ricongiungimento familiare. Quattro verbi che attendono di essere messi in pratica per superare le ingiustizie causate da una non equa distribuzione dei beni. Penso alla Siria, ad Aleppo, caduta dopo oltre quattro anni di assedio, che adesso prova a rialzare la testa. Non si tratta solo di riedificare la città, i suoi servizi ecc., ma di rimettere insieme anche i pezzi della società colpita con violenza anche nella sua millenaria tradizione di convivenza e di tolleranza. Una sfida difficile che vede la comunità in prima fila per vincerla con le armi pacifiche dell’amicizia e della solidarietà concreta tra diversi. La speranza della popolazione civile è che la tregua regga, come regga l’unità sociale. La riconciliazione nazionale, forse è proprio questa la sfida che attende la Siria e Aleppo, anche se la guerra non è del tutto completamente finita. Ma è forte la voglia di rinascere. Penso al Sud Sudan, lo stato più giovane del mondo, dove è in atto un grande esodo di massa causato da i continui assalti dei ribelli alle popolazioni civili, costrette a rifugiarsi nei campi profughi in Uganda. Un popolo disperato in marcia, spesso senza acqua e cibo, verso una insicura possibilità di vita, perché cosciente che la vita vince sempre sulla morte. Penso: sono gli abitanti di Aleppo della Siria, gli uomini e le donne impoverite del Sud Sudan, colpevoli della loro situazione, o sono gli ennesimi segni di una disumanità enorme e noi dobbiamo chiederci quanto queste violenze siano frutto di un clima di egoismo, indifferenza e ostilità verso le persone più deboli o diverse. Persone fragili esposte all’indifferenza ma anche alla violenza verbale. Leggo parole di odio ogni giorno anche sui social network. Oggi di fronte a tutto ciò abbiamo bisogno di parole autentiche, ferme e inequivocabili. Capaci di mordere le coscienze ed esprimere dolore, compassione e di speranza. Viviamo anni di solitudine, è una delle povertà più gravi, a fianco di quella materiale, culturale e relazionale. Una solitudine che si dilata e diventa ansia, paura. Su questo dobbiamo lavorare. C’è chi si autoesclude, perciò servono politiche di inclusione e di sostegno e non nuove discariche di esseri umani. Urge uscire dalle incertezze e dagli egoismi facendosi viandanti di speranza per le persone escluse, emarginate e umiliate. Ci sarà un motivo per cui piace così tanto Papa Francesco? Me lo chiedevo giusto ieri pomeriggio davanti alla tv, ascoltando e vedendo il bagno di folla milanese di Bergoglio. Un milione di persone sono tante per la presenza di un Papa qualunque. Ma Francesco di qualunque non ha niente. È un papa speciale. Unico. Nessuno può ormai più gridare al bluff. Le sue non solo parole. Il santo padre agisce incoraggia ama. Ama soprattutto gli ultimi, i diseredati. All’ odio xenofobo di quattro scalmanati sparsi per il mondo risponde ad esempio con una frase forte che scalda i cuori. La rivoluzione della tenerezza. Amore bontà ottimismo coraggio. Lotta dura contro le ingiustizie, contro le angherie dei padroni del mondo. Si dia voce alla giustizia sociale, alla uguaglianza, sembra dire, e in fondo dice, Francesco. Se non fossero i concetti sposati da un pontefice si potrebbe pensare al discorso di un capo di stato iperprogressista. Di quella fraternità migliore, quello che vuole una società più giusta e solidale. In fondo, se ci pensate bene, sono gli stessi concetti di Nostro Signore. Ricordate i mercanti del tempio? Ecco. Tra un attacco ai bulli di tutto il mondo e una carezza ai fratelli carcerati di san Vittore che hanno sbagliato ma possono ancora redimersi, Francesco non fa mistero di avercela con le multinazionali e il mondo della finanza con banchieri senza cuore e imprenditori avidi. Sono loro ad avere ucciso la gioia. Cioè quegli speculatori senza scrupoli, come li chiama Francesco, che hanno tolto la speranza ad intere famiglie privandole del lavoro e della giustizia sociale per meri e squallidi interessi economici. Sono loro ad aver trasformato il sogno della globalizzazione che abbatte barriere e fa cooperare i popoli, in un incubo in cui si innalzano muri e si sfruttano migranti schiavi per osceni calcoli di potere. L’1% di sprezzanti ricchi del mondo che dopo aver depredato i territori del terzo mondo ora vuole alimentare una guerra tra poveri abbassando i salari per una irrefrenabile, folle ed incomprensibile sete di accumulo di altra ricchezza. Fa capire tutto questo ed altro ancora papa Francesco, nella splendida giornata di sole milanese. Ed ecco perché un milione di persone ha risposto all’ appello del santo Padre, affollando lo spazio di Monza e lo stadio San Siro. Mai così pieno da tanti anni a questa parte. Quelle persone lo hanno fatto perché credono in lui. Credono in questo papa ‘comunista’ che al momento è l’unico capo di stato davvero autorevole al mondo. L’unico capace di parlare diretto al cuore della gente. Gente che sta senza se e senza ma dalla sua parte. Un papa, senza ombra di dubbio il più grande papa della storia moderna, che ai muri Anti immigrati preferisce i ponti per accogliere il prossimo. Per abbattere i muri ideali e quelli concreti tra nazioni che per secoli si sono fatte la guerra. Sì, a papa Francesco sono sicuro che i costruttori di ponti piacciono tantissimo. E’ in questa prospettiva che dobbiamo vivere -per chi è cristiano- una Pasqua che cambi realmente le nostre relazioni.

Antonio

Febbraio 2017

Cari amici,
… un augurio per l’anno che è iniziato …d a un’omelia di don Angelo Casati:
I numeri riguardano un’indagine apparsa in questi giorni sui quotidiani – si potrà anche spostare di qualche decimale i numeri – però l’indagine veniva a dirci che l’1% dei più ricchi del mondo possiede quanto il 99% della popolazione mondiale e, per venire a noi più vicino, che in Italia, nel nostro Paese, l’1% dei cittadini più ricchi possiede il 25% della ricchezza nazionale. E i quotidiani a parlare di “un mondo dove crescono impetuosamente le disuguaglianze, dove si fa sempre più ampia la faglia tra i pochi che hanno e i tantissimi depredati. Il mondo del turbocapitalismo non è solo un mondo sempre più ingiusto, squilibrato. E’ anche un mondo sempre più ingovernabile. Cresce il divario tra ricchi e poveri”.
I numeri. E poi le immagini di uomini, donne, bambini, sepolti da neve e terremoto e i soccorritori che varcano quelli che ormai sono nonluoghi, varcano il silenzio. E rimangono domande, domande senza risposte. O forse la risposta sono loro? Me lo chiedo.
L’omelia si sposta al commento sulla moltiplicazione dei 5 pani e dei 2 pesci, sull’equa distribuzione dei beni: chiamati in causa sono gli uomini, le donne, il senso della giustizia e … dell’immaginazione, la capacità di trovare soluzioni. La cena della condivisione dei pani genera l’immagine del giardino: fateli sedere, a gruppi di 50 a forma di aiuole. E’ come leggere la bellezza del giardino, quella dell’Eden. Di fronte alla moltitudine la risposta sarebbe: congeda la folla, ci pensino loro. Invece: voi stessi date loro da mangiare. Come a dire: cosa succede se li mandiamo via? Allora: da dove cominciare? Si mette in gioco un ragazzino con i suoi 5 pani e 2 pesci. Senza fare troppi calcoli. Se no non parti più. L’immagine del ragazzino. Delle mani dei soccorritori che scavano nella neve con la trepidazione e la cura di chi ama. Anche della resurrezione! E’ l’augurio per l’anno che è iniziato.

RACCCOLTA RETE II SEMESTRE 2016
LUGLIO
€ 278
AGOSTO
€ 258
SETTEMBRE
€ 258
OTTOBRE
€ 258
NOVEMBRE
€ 267
DICEMBRE
€ 634
Mercatini di Natale
€ 375
TOTALE
€ 2.328

USCITE II SEMESTRE
Alla Rete nazionale: € 2.250
Spese conto corrente postale: € 78
Le operazioni sostenute dalla Rete di Lecco sono: Scuola materna di El Bonete – Nicaragua, Supporto al Centro di salute e ai contadini di Haiti. Gaza-Palestina.
ANNO 2016
1° SEMESTRE € 1.450
2° SEMESTRE (+ compleanno) € 2.250
TOTALE 2016 € 3,700
Inviati alla Rete Nazionale nel 2016: € 3.700

Un grazie a tutti e a coloro che hanno voluto scambiare doni di Natale con solidarietà.
Per vendita limoncello € 160, dal mercatino € 190, consegnato al gruppo di Silvia e Giulia € 350 per il Tribunale Permanente dei Popoli.
Per il progetto Donne Straniere del nostro territorio, gestito da Maria Andreotti, abbiamo raccolto € 80.
In occasione del centenario della nascita di Padre David Turoldo, dalla vendita delle litografie donate da Alfredo Chiappori abbiamo raccolto per il progetto “I nessuno delle carceri di Lecco” (referente don Mario Proserpio) e per il progetto “Farsi voce dei diritti negati” (referente Gianni Tognooni) al 31 gennaio 2017 abbiamo ricavato € 1.850 per ciascuno. Le litografie sono ancora disponibili presso Poster House, via Bonaiti 2, Lecco/Rancio e da Mariuccia. E’ disponibile anche l’opera originale (rivolgersi a Lorenza Pozzi, 0341 496114)
“La luce del nero” (Tempere e sabbie su cartone Schoeller)
Con angoscia ti fuggo,
o Luce ma sulla stessa
via sempre t’incontro.
(D. Turoldo, O sensi miei)
Segnaliamo
Mostra fotografica itinerante a cura della Fondazione Don Lorenzo Milani con il contributo artistico di Gianni Bolis, Luigi Erba e Dolores Previtali. Lecco, Palazzo delle Paure, dal 5 febbraio al 30 aprile. Segnaliamo in particolare la conferenza del 9 marzo, ore 21, “Il pensiero di don Milani e la sua persistenza nel tempo, l’esperienza della Casa sul Pozzo e della Casa Don Guanella” Relatori: don Angelo Cupini e don Agostino Frasson. Per informazioni 0341 286729.
Luisa Morgantini, ex presidente della Commissione Europea, scrive:
Mie care e cari, all’uscita aeroporto Ben Gurion mi hanno fermata e comunicato con lettera che potrò tornare in Palestina e Israele solo se il Ministro degli Interni israeliano “concederà ” il permesso.
Dovrò quindi fare richiesta formale di visto al Ministero degli Interni ed avere assenso, in caso contrario se mi presento alla frontiera verrò rimandata in Italia .
Che dire, hanno il potere .
Penso solo che se io sento tanto dolore all’idea di non poter tornare in Palestina e di abbracciare amiche e amici , compresi gli amici e le amiche israeliane, posso solo immaginare il dolore di chi è palestinese e si vede negare il ritorno .
Non resterò’ in silenzio e non mi fermerò. Continuerò a lottare per Il diritto del popolo palestinese alla libertà alla giustizia e alla pace con la fine dell’occupazione militare e la colonizzazione israeliana . Ed ovviamente tenterò ogni strada per tornare in Palestina. Sto cercando per ora di seguire vie “diplomatiche” . Per cui non metterò nulla sui social network e su fb fino a quando non avrò delle risposte.
Ma sinceramente ho tanta voglia di piangere. Un abbraccio.
Luisa Morgantini – 13/1/17

DALLA CIRCOLARE DELLA RETE ROMANA – GENNAIO 2017
Nel giugno del 1967, durante la cosiddetta guerra dei 6 giorni, io ero là tra Amman e Gerusalemme. Le due sponde del Giordano, ad est la Cisgiordania e ad ovest la Giordania, furono unite sotto il nome di Regno Hascemita di Giordania. Israele, sostenuta dagli Stati Uniti e appoggiata da gran parte dell’Europa, conquistò – insieme al Golan in Siria e al Sinai in Egitto – la Cisgiordania e Gaza facendo sua l’intera Palestina. Da allora, la popolazione palestinese viene sottoposta a vessazioni continue, impedita nella sua libertà di movimento, non rispettata nei suoi diritti fondamentali di persone con pari dignità col popolo occupante. Ben presto i coloni ebrei, provenienti dai vari paesi arabi e da tutto l’Occidente, invasero le proprietà dei palestinesi, costringendo spesso questi ultimi ad abbandonare le proprie case quando non s’intimava loro di distruggerle, dietro mandato militare con pretesti di irregolarità. In molti casi furono gli stessi palestinesi chiamati a ricostruirle per i coloni in cambio di un misero salario. Ho visto palestinesi lavorare alla costruzione del muro di separazione e alla mia domanda sul perché accettassero di far così del male a se stessi, risposero: “ho moglie e figli da sfamare”.
I Palestinesi, cacciati da Gerusalemme e da tutta la Cisgiordania, affluirono in massa ad Amman, dopo giorni e giorni di cammino attraverso il deserto, incalzati dall’esercito israeliano con i fucili spianati. Alcuni arrivarono feriti, altri persero dei loro cari lungo il viaggio, specie bambini e anziani, per disidratazione e sfinimento. Grazie alla mia cittadinanza giordana mi fu possibile, insieme ai miei colleghi dell’università di Amman che frequentavo come uditrice, fare del volontariato a Wadi Dilayli, uno dei campi allestiti dalle autorità giordane per accogliere i profughi della Cisgiordania. Per quattro mesi, ogni giorno, partivamo la mattina presto per rientrare a sera inoltrata. Alcuni di noi si occupavano di far scuola ai bambini, altri dell’assistenza sanitaria o della distribuzione di acqua e pane. A me, la più grande per età, affidarono la responsabilità di fare la cucina per 16.000 persone, affiancandomi alcuni giovani dell’esercito e un gruppo di scout. Pensai subito di coinvolgere anche alcuni rifugiati e insieme organizzammo il lavoro di preparazione e distribuzione del cibo. La nostra fu come una grande famiglia dove si respirava angoscia e dolore, ma insieme cercammo di dare una mano a tutti. Tornando a casa la sera, molti degli oggetti di cui ci si serve abitualmente: piatti, bicchieri, posate, contenitori vari, sedie ecc. ecc. mi sembrarono superflui dal momento che nel campo bastava un barattolo vuoto per attingere l’acqua da un bidone e dissetarci tutti. Quel campo profughi fu per me una grande scuola di solidarietà e di umanità condivisa!
50 anni non sono bastati a ristabilire il diritto internazionale in terra di Palestina! Il dramma continua, tra alti e bassi, tra ribellione e resistenza nonviolenta. Ci sarebbe tanto da dire sulle umiliazioni cui è sottoposto il popolo palestinese: le atrocità commesse da militari israeliani e dagli stessi testimoniate, le carcerazioni amministrative di tanti giovani palestinesi e persino di adolescenti e di bambini, le scorribande dei coloni ad Hebron contro i beduini e il loro bestiame, il pestaggio dei palestinesi mentre raccolgono le proprie olive, le barche dei pescatori di Gaza speronate e sequestrate dalla Marina militare israeliana pur trovandosi entro le miglia fissate da Israele e tanto altro: dalla giudeizzazione di Gerusalemme Est alle reazioni scomposte di Netanyahu per le decisioni dell’Unesco sui diritti dei palestinesi, … , le stesse rivolte interne ad Israele per più giustizia … Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU contro la colonizzazione israeliana della Palestina. … votata …dal governo inglese di destra, col primo ministro Theresa May … i governi di Spagna, Russia e Cina,…
Un segno di speranza ci viene dalla commovente marcia che nell’ottobre scorso ha visto migliaia di donne ebre, cristiane e musulmane unirsi in un cammino di pace verso Gerusalemme. La loro canzone è frutto di un’alleanza tra artiste folk israeliane e palestinesi. Essa celebra l’ultima iniziativa del movimento delle “donne per la pace”, WomenWage Peace, nato in Israele nel 2014, promotore di unamarcialunga 200 chilometri. Israeliane, palestinesi e africane, vestite di bianco, tra canti, abbracci e invocazioni di pace, hanno ribadito: “Non ci fermeremo finché non sarà raggiunto un accordo politico che porterà a noi, ai nostri figli e ai nostri nipoti un futuro sicuro”.
… la prossima conferenza multilaterale di pace … a Parigi il 15 Gennaio 2017.
Agnese-Anissa Manca
Valutazione del progetto delle “Donne di El Bonete – Nicaragua”
A nome della Rete nazionale, Liviana ha chiesto alle donne di El Bonete coinvolte nei vari progetti una valutazione in vista del rinnovo triennale del finanziamento. Riportiamo la loro risposta.
PER LIVIANA y AMIGAS DELLA RETE RADIE RESCH.
PREMESSA: Queste valutazioni sono delle socie e soci ADECAB che voi chiamate “Collettivo Donne”. Sono le nostre, tradotte in italiano per voi. Ci scusiamo per la nostra semplicità di analisi e parole.
Vi chiediamo scusa, ma prima di rispondere alle domande inserite nella mail della responsabile RRR di Milano Liviana, vogliamo chiarire che ogni valutazione deve avere presente la comunità di El Bonete con tutte le sue difficoltà climatiche, territoriali, di energia, trasporto che sono fattori di instabilità. Inoltre vogliamo dirvi che il Nicaragua è tra i 10 paesi al mondo più a rischio di disastri ambientali come: terremoti, siccità, inondazioni, uragani, eruzioni. Questi fattori si ripetono ogni anno e ci obbligano a periodi di isolamento, di perdita di produzione e lavoro, di malattie.
Altro elemento, il Nicaragua è, dopo Haiti il secondo paese più povero della America Latina.
Tutto questo per far capire che la vita, il lavoro, il riposo, le relazioni sono soggette a fenomeni indipendenti dalle nostre volontà e a cui dobbiamo far fronte.
PROGETTO RISPETTO AL CONTESTO: prima del vostro sostegno e quello della Ass. La Comune (gruppo di Carugate), la nostra comunità era per molti giorni all’anno isolata, senza trasporto, con problemi che rendevano la vita una pena, poiché ci sentivamo come abbandonati. Pochi andavano a scuola, molti adulti erano analfabeti, non esisteva la Materna ma solo un ranchito con pochi bambini. Pochi potevano finire le elementari e alcuni, per fare la scuola secondaria, dovevano camminare 20 km al giorno, con il sole a picco o sotto la pioggia, spesso senza aver mangiato. Il nostro lavoro era molto precario, un pezzo di terra per avere un po’ di fagioli e mais, il riso veniva da fuori, ma non sempre. L’acqua era di qualche pozzo ma con acqua contaminata e in estate era poca. Il progetto, prima di tutto, ci ha portato la solidarietà di gente lontana che sentiamo come sorelle e fratelli, poi piano piano abbiamo cominciato ad avere miglioramenti nella vita quotidiana, nel lavoro, scuola, salute, trasporto. Anche gli effetti climatici abbiamo imparato ad affrontarli con maggiori risorse e volontà, perché con il progetto ci sentivamo accompagnati.
PROSPETTIVE FUTURE E BILANCIO SOSTEGNO RETE: Come donne della Adecab (quelle che chiamate “Collettivo”) più degli uomini eravamo soggette alla tristezza e mancanza di prospettive, con un carico familiare più pesante di quello dei compagni maschi. Abbiamo avuto maggiore autonomia e sicurezza con il lavoro della ceramica e il vostro sostegno, l’aiuto economico annuale è da sempre fondamentale come base per avere materia prima, per il materiale e gli attrezzi del lavoro, per la legna del forno e poi per pagare l’energia del forno elettrico, per coprire eventuali tempi morti dovuti a eventi naturali dannosi o malattie di qualche donna. Abbiamo frequentato corsi di economia di base, di manualità, di difesa da eventi naturali; tutto questo ci ha dato più sicurezza e una visione più certa del futuro. Quando il cambio climatico ha reso difficile la fornitura di materia prima per la ceramica (barro) e sono stati messi in commercio filtròn di plastica (che non filtrano ma non si rompono e costano meno), ci siamo convertite nella raccolta/ lavorazione del frutto di jicaro, usando sopratutto i semi e la scorza. I semi, una volta lavati e puliti sono per il mercato di Chinandega e altri luoghi, una parte viene polverizzata per fare bevande (Horchata, Poliserial Integral).
Con la scorza siamo riusciti a dimostrare che depura acqua contaminata. E’ stato un processo lungo e costoso, adesso noi non possiamo andare oltre a piccole produzioni perché una seconda fase dovrebbe essere di tipo industriale e richiede investimenti che non sono nelle nostre possibilità. Continuiamo a fare ceramica, filtròn e lavorare jicaro e questo, rispetto a prima è un avanzamento.
La Rete in questo processo è stata importante per sostenere i vari processi di cambiamento e lavorazione. Vi diciamo anche che operando noi con l’jicaro abbiamo aiutato tutta la comunità poiché questo prodotto è stato maggiormente valorizzato.
IL CAMBIAMENTO: Le nostre case non sono come prima, grazie a voi abbiamo migliorato le abitazioni, perché il lavoro ha dato più frutti. I nostri figli vanno tutti a scuola, 14 nostri giovani sono già laureati in varie carriere, abbiamo più salute con il miglior funzionamento del Centro Salute. Mangiamo un po’ meglio e quindi la dieta è più ampia anche se il nostro piatto più comune è sempre il “gallopinto”. Abbiamo migliore acqua e noi possiamo fare a meno dei filtri, che per altre comunità sono indispensabili.
Voi, care amiche e amici dite se il sostegno vostro ha portato a qualcosa, ma certo, non solo come donne e lavoro, ma come famiglia, comunità, figli, alimentazione e salute.
SIAMO IN GRADO DI CONTINUARE SENZA AIUTI DELLA RETE?
Amigas y amigos, nosotras y nosotros somos pobres, pero vivimos tiempo donde valiamos meno de los animales, nos fortalecimos buscando fuerza en nuestra dignidad. Ustedes y la Comune, para nosotros son y seran en nuestro corazòn por su solidaridad y amor para nosotras y nosotros. A pesar de eso se ustedes deciden de borrar una parte de la ayuda y se mantiene la de el preescolar, por nuestra dignidad tenemos que ir adelante, tal vez con màs fuerza de nosotras y nosotros mismo.
Ustedes deben decidir que hacer, nosotras y nosotros debemos vivir y buscar màs unidad y fuerza.
Dios los bendiga a todos y todas ustedes. (in spagnolo nica per volere della comunità).
(Amici e amiche, noi siamo poveri e viviamo un tempo in cui valiamo meno degli animali, ma noi ci fortifichiamo e troviamo forza nella nostra dignità. Voi con l’associazione “La comune” verso di noi siete la nostra forza per la vostra solidarietà e il vostro amore. Se voi ritenete di limitare i fondi riservati al nostro progetto, l’importante è che teniate vivo il rapporto dell’asilo nido; per il resto cercheremo di continuare. Per conto nostro sappiamo di dover essere sempre più uniti tra noi per unire sempre più le forze. Dio vi benedica tutti)
CRITICITA’: Prima di tutto dobbiamo essere critici con noi stessi, manchiamo un po’ nella unità tra noi, a volte qualcuno manca all’appello nelle cose da fare, anche se siamo sempre disponibili a ore di volontariato comunitario.
Se è possibile, vogliamo essere critici anche con il nostro comune di Villanueva, perché per fare i 437 metri di pavimentato abbiamo dovuto andare a prenderlo e portarlo nella comunità per farci ascoltare. Siccome il comune di Villanueva è di circa 38 mila abitanti, solo 8.600 vivono nel casco urbano (centro del paese), gli altri vivono in 53 comunità rurali dove del bilancio si vede solo una parte minore di investimenti per migliorare le condizioni generali.
Per concludere, vi ringraziamo, raccomandandovi che la solidarietà e la pace sono strumenti necessari al cambiamento, noi confidiamo in qualsiasi decisione vostra e vi ringraziamo per quanto fatto e per qualsiasi decisione possiate prendere. Pensavamo nelle nostre idee e programmi di base di avere una possibilità con voi per altri tre anni dopo il 2017, però se fosse diverso vi ringraziamo comunque, sperando che la Materna possa andare avanti.
Gracias y un saludo a todas y todos ustedes: Olivia-Euda-Clelia-Susana-Veronica-Dory- Antolina- Teresa- Rubya- Eliseyda- Nhoemy-Blanca- Isabel-Mariana- Juana.Jacinta- Ricarda- Maria Auxiliadora- Ceylin-Natalia- Damaris-Isidra- Rubey-Rramon- Carlos- Chilo-Kener- Manuel- Walter- Ulises-Hernan y Natividad Rios, Presidente.
[La Rete Nazionale per la Scuola Materna versa 3.500 € l’anno e per il Collettivo Donne 3.100 €]
Relazione sulle attività della Rete di Lecco con i richiedenti asilo e i migranti (richiesta dalla Rete nazionale)
Alcuni amici della Rete di Lecco, assieme ad altre associazioni locali, stanno portando avanti iniziative con e per i migranti. In particolare alcuni collaborano con il Coordinamento “Noi tutti migranti”, di cui sono parte le confederazioni sindacali e associazioni di impegno sociale (dall’Arci a quelle degli stranieri stessi). Tre sono gli ambiti di impegno:
1 Presenza nel quartiere di Lecco/Olate, dove è situato per i 3 mesi invernali il rifugio notturno gestito dalla Caritas per 30 persone senza fissa dimora, di cui 10 italiani. Ci chiediamo, grossa domanda: e dopo marzo? Il gruppo ospitato usufruisce di un sacchetto-cena da parte dell’Istituto Don Guanella. Noi provvediamo a offrire una cena più sostanziosa la domenica. L’obiettivo fondamentale è quello di coinvolgere il quartiere all’accoglienza e all’incontro con gli ospiti attraverso questo gesto concreto.
2 Le donne con le donne: insegnamento della lingua italiana e attività di accompagnamento per ragazze e donne richiedenti asilo, presenti negli appartamenti gestiti da cooperative, a Lecco e comuni limitrofi, all’interno del progetto dell’accoglienza diffusa. Tali attività sono condotte con la collaborazione di altre associazioni con l’obiettivo, molto difficile da raggiungere, di spingere istituzioni e cooperative a realizzare servizi attenti ai bisogni, alla dignità e all’autonomia personale.
3 Il Coordinamento “Noi tutti migranti”, sorto anni fa con l’arrivo degli stranieri nel territorio lecchese, si è trovato a confrontarsi con difficoltà e impegno alterno, con gli avvenimenti sempre più complessi e tragici degli ultimi tempi. Vengono realizzate sul territorio iniziative, in concomitanza con giornate nazionali di mobilitazione, tentando di interfacciarsi maggiormente con Enti e Istituzioni e altre forze per affrontare e trovare una soluzione ai problemi dei richiedenti asilo e dei migranti.