Home2016

Rete di Quarrata – Lettera Dicembre – Natale 2016

Carissima, carissimo,
cos’è il Natale? Una coppia di Nazareth, Maria e Giuseppe, vanno a Betlemme. Là sono respinti e convocati per il censimento dell’Impero Romano. Ci sono varie ipotesi circa il motivo per cui furono respinti. La mia è che lo furono perchè Maria era gravida e non erano sposati ufficialmente. Quindi, occuparono una terra che non era loro, privata. Io in genere scherzo, e mi piace teatralizzare ciò che ha fatto Gesù, perciò dico che il giorno seguente il “Quotidiano di Gerusalemme” deve aver titolato in prima pagina: “Famiglia di senza terra e tetto (due delle tre T su cui papa Francesco ha convocato a Roma i rappresentanti dei Movimenti Popolari di tutto il mondo dal 2 al 5 novembre scorso, la terza T era trabalho-lavoro) occupa una proprietà rurale” Gesù è nato in una stalla. Ciò è molto simbolico. All’epoca di Gesù, chi aveva a che fare con gli animali, come il macellaio, era socialmente emarginato. C’è chiaramente nella Bibbia. Ma molti non hanno occhi per vedere e voce per parlare.
Nonostante questo scenario il nostro Natale si è trasformato in una festa di scambio di regali. Il Natale di Gesù ha un significato religioso molto forte ed è molto seducente dal punto di vista del suo simbolismo. Il Mercato è stato elevato a nuovo Dio, sta sempre più oscurando la dimensione liberatrice di Gesù di Nazareth e imporre il Babbo Natale. C’è una “babbonatalizzazione” che trasforma il Natale in una festa di consumo.
Oggi di fronte agli avvenimenti che si susseguono dobbiamo riscattare la spiritualità e il sentimento religioso della festa. Altrimenti, entreremo nel grande paradigma della post-modernità, che è il mercato e non la solidarietà e la complementarietà.
Oggi il mercato vuole imporsi sulla post-modernità con la mercantilizzazione di tutte le dimensioni della vita. Ciò si vede in modo chiaro nelle due grandi feste cristiane, il Natale e la settimana Santa: la Pasqua. Entrambi sono diventati periodi di breve o lunga vacanza. Pochi si ricordano che sono la celebrazione della nascita, della morte e la risurrezione di Gesù.
L’elezione di papa Francesco ha sconvolto lo scenario mondiale, un latino-americano che ha molta sensibilità per la questione sociale, per l’incontro, per la misericordia, per l’accoglienza e la relazione. Quell’accoglienza che era stata negata a Maria e Giuseppe. Ha abbandonato una serie di simboli che erano segno di nobiltà, come la tiara, le scarpe rosse (di Prada) e la croce d’oro. Ha abbandonato titoli che derivavano dall’Impero Romano e non dalla tradizione cristiana, come “sommo pontefice”. E’ interessante il fatto che preferisca abitare alla Casa di Santa Marta, che è una casa che fa ospitalità, con un refettorio usato da persone che lavorano in Vaticano, lasciando la residenza pontificia.
Ha nominato una commissione di otto cardinali, di cinque continenti, per studiare e realizzare la riforma della Curia romana, vorrebbe riformare o addirittura abolire la Banca vaticana, arrivando a dire con forza: ”il denaro è lo sterco del diavolo e Gesù non aveva una Banca!” “De-naturalizzare la miseria, de-burocratizzare la fame.” “I Migranti non sono un pepricolo, ma sono in pericolo!”
Ha messo con forza al centro del suo annuncio, dando segni concreti profondi alla Chiesa: l’importanza dell’opzione per i Poveri, i prediletti di Dio! Denunciandone le forti e inaccettabili disuguaglianze sociali! Ha aperto strade per una nuova teologia, soprattutto rispetto alla morale sessuale, tema congelato all’interno della Chiesa dal 16° secolo. Altre sfide ha aperto, dalla questione dell’ordinazione delle donne alla morale sessuale, dalla questione finanziaria alla corruzione. E ancora: il celibato e il ritorno al ministero dei sacerdoti sposati. La sua teologia è liberatoria, lontana dai fondamentalismi reazionari, una teologia che considera tutti noi cristiani discepoli di un prigioniero politico. Gesù non è morto di epatite nel suo letto, nè perchè investito da un cammello mentre attraversava la strada a Gerusalemme. Gesù è stato arrestato, torturato e giudicato insieme a due ladroni. Condannato a morte dal potere politico, economico e religioso del tempo.
Che tipo di fede in Gesù abbiamo noi cristiani, se non mettiamo in discussione questo disordine stabilito? La fede che Gesù aveva lo ha portato ad essere considerato sovversivo, dunque una minaccia, per questo è stato eliminato. Non è questione di politicizzare la storia, è rileggere il passato come è stato realmente.
Dobbiamo, come ci insegna papa Francesco, vivere la generosità, la solidarietà e la condivisione della vita perchè il nostro desiderio che il mondo cammini verso il meglio diventi veramente efficace.
Accogliere Gesù che nasce e il nuovo anno che arriva come un tempo di cambiamento, di più luce per cogliere i semi di bontà sparsi nella terra durante l’anno passato e garantire che siano seminati nuovi germogli di giustizia e di pace.
Accogliere il nuovo anno come un tempo di profondo rinnovamento della vita. che necessariamente si deve ripercuote nella persone intorno a noi e in tutto l’universo. Dove la diversità non debba più essere avversità, cessando di etichettare le persone senza conoscerle, senza conoscere la loro storia le loro sofferenze, le loro gioie. Perchè le loro sono storie non derive irreversibili. Spesso viviamo accanto alle persone ma non siamo loro vicine. Dobbiamo fare strada ai poveri senza farsi strada, attaccati ai volti e alle storie, perchè quando i poveri diventano solo cifre, statistiche, burocratizziamo il loro dolore. Quando la miseria cessa di avere un volto, possiamo cadere nella tentazione di iniziare a parlare e a discutere  fame. di alimentazione, di violenza, lasciando da parte il soggetto concreto, reale, che oggi bussa alla nostre porte, che sia un vicino od un lontano.
E’ a questo punto che dobbiamo scegliere, fidarsi e affidarsi, un percorso da vivere insieme per dare corpo al “noi” tanto proclamato ma poco attualizzato.
Dobbiamo impegnarci profondamente ad essere sempre di più persone di dialogo con gli altri, anche con coloro che pensano e agiscono a partire da valori che non sono i nostri e con i quali abbiamo difficoltà a dialogare. Il dialogo più fecondo è infatti con coloro che non la pensano come noi.
Termino ricordando ad ognuno di noi, in questo tempo di violenza, di odio, che l’amore e la relazione devono essere riportate al centro della nostra esistenza, perchè il contrario dell’amore non è l’odio, ma l’indifferenza.
Perchè come afferma Frei Betto, domenicano brasiliano, incarcerato e torturato durante la dittatura brasiliana: “l’odio fa male a chi odia, non all’odiato!”
Il mio augurio è che ognuno di noi, crei la condizione di fare spazio all’uomo e all’umanità, al creato e alla natura, per ascoltare con attenzione ciò che papa Francesco nella sua enciclica Laudato si, chiama: ecologia integrale. Cioè ascoltare senza dividerlo: il grido della terra e il grido dei poveri.
Ad ognuno la propria responsabilità: Cainooo? Dov’è tuo fratello!
Buon Natale e buon inizio, Antonio

CIRCOLARE NAZIONALE DICEMBRE 2016 – RETE DEL TRENTINO

UTOPIA E RESPONSABILITÀ

Bisogna coltivare ogni giorno l’utopia e ispirarsi all’utopia in ogni azione quotidiana. Ma ci sono alcuni momenti nella vita in cui su tutto, anche sull’utopia, dovrebbe prevalere il principio di responsabilità.

Non è la massima di qualche filosofo, è una regola personale che mi sono costruito un po’ alla volta, riflettendo sull’impegno sociale e politico che anima anche noi della Rete, e che vorrei condividere con voi, anche se probabilmente non tutti saranno d’accordo con me. Ma è sempre utile confrontarsi. Approfitto della richiesta che mi è stata fatta, un po’ in extremis, di scrivere la circolare di dicembre, per esprimere alcune mie riflessioni personali anziché riferire su cose concrete come quelle raccontate dagli amici di Castelfranco Veneto nella bellissima circolare di novembre.

Anche noi come Rete trentina stiamo portando avanti iniziative concrete, con grande impegno e fatica, per dare il nostro contributo ai progetti di accoglienza dei tanti profughi e richiedenti asilo che arrivano ogni giorno. In questi anni di lavoro, in cui abbiamo incontrato tante difficoltà, burocrazia, ostilità, indifferenza e delusioni, se non fossimo stati mossi dall’utopia probabilmente ci saremmo arresi. E questo vale in generale per tutta la Rete, che da oltre 50 anni continua ostinatamente nella sua utopia nonostante sconfitte, fallimenti, senso di impotenza.

Perché nella mia riflessione iniziale contrappongo l’utopia al principio di responsabilità? Perché l’esperienza dimostra che ci sono momenti in cui si tratta di scegliere tra mali minori e mali peggiori. Il principio di responsabilità, cardine del pensiero del filosofo Hans Jonas, tedesco di origine ebraica, naturalizzato americano, riguarda soprattutto il rapporto tra l’uomo e l’ambiente naturale e si può sintetizzare nella massima: “Agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la sopravvivenza di un’autentica vita umana sulla terra”.

Ma questo principio si adatta a tutte le attività umane e in particolare alla politica. Negli ultimi tempi abbiamo assistito a comportamenti elettorali (Trump, Brexit …) in cui si intuisce che l’elemento determinante per la scelta degli elettori è stata la rabbia, un’emozione negativa che sta sostituendo motivazioni che in passato orientavano il voto, come l’idealismo, l’ideologia, il bene comune, o anche semplicemente motivi più terra terra, come l’interesse privato o il tornaconto personale. La democrazia sta attraversando una fase di stanchezza pericolosa: molte persone ritengono che andare a votare non sia poi così importante, che tanto le cose non cambiano mai, che votare l’uno o l’altro sia la stessa cosa. E’ proprio in questa apatia che si inseriscono gli avventurieri e i demagoghi. Si presentano come il pifferaio magico della fiaba, che promette mari e monti ma che alla fine porta tutti alla rovina. La storia è ricca di derive simili: basti pensare all’ascesa al potere di Hitler in Germania e di Mussolini in Italia. Spesso ci chiediamo come sia stato possibile e ci illudiamo che non possa più capitare. La delusione, il rancore, il risentimento si innestano sulla crisi economica, sull’ aumento delle disuguaglianze, sulle frustrazioni personali e sociali. La rabbia è un’emozione che oscura la razionalità. Quanto più il pifferaio urla, tanto più trova seguito in chi è arrabbiato. Tanto più esagerate sono le sue promesse, tanto più gli si crede. Per Grillo le elezioni americane sono state “un vaffa… generale”, un modo divertente per mandare tutto a catafascio. “Dare un calcio al sistema – scriveva tempo fa Ezio Mauro su Repubblica – risponde a un istinto di sovversione e di antagonismo più che a una domanda di politica e tantomeno di governo … Il voto è un rifugio di disagio,di rancore, di pretese più che di diritti, uno sfogo piuttosto che una scelta. Intanto diamo un calcio al tavolo del comando. Cosa ci sarà dopo il calcio? Nessuno se lo chiede. Le proposte del pifferaio non sono mantenibili, la rabbia fatica a trasformarsi in governo. Ma intanto rovesciamo il tavolo e godiamoci lo spettacolo, poi si vedrà”.

Dopo la Brexit e le elezioni americane, in Europa e in Italia tutti i movimenti populisti, razzisti e xenofobi si stanno preparando al loro momento di gloria: hanno capito che spararle molto grosse fa vincere le elezioni. Non importa se poi a pagare le conseguenze saranno proprio i più poveri e i più deboli, che sono anche i più arrabbiati. Domenica 4 dicembre le elezioni presidenziali in Austria sembrerebbero aver invertito questa tendenza, bocciando il candidato razzista e xenofobo. Ma le previsioni per le elezioni politiche austriache della prossima primavera non sono rosee. E’ proprio in vista di questi appuntamenti elettorali che il principio di responsabilità potrebbe fare la differenza. Ad esempio nelle ultime elezioni regionali in Francia, un accordo tra socialisti e centrodestra ha evitato la vittoria di Marine Le Pen e in Spagna il “sacrificio” dei socialisti che hanno accettato di astenersi sul nuovo governo, ha evitato un terzo pericoloso ricorso alle urne. In quest’ultimo caso si è assistito ad un classico esempio di contrapposizione tra utopia e responsabilità: la componente del partito socialista spagnolo che voleva “resistere” sui propri princìpi, insisteva per non offrire un aiuto al partito popolare, avversario storico, mentre la componente che ha optato per il senso di responsabilità ha preferito guardare all’interesse della nazione. Anche in Italia abbiamo avuto vari esempi di questa contrapposizione, ma il più emblematico penso sia stata la sfiducia al governo Prodi del 1998, caduto per un voto di Rifondazione Comunista, che ha aperto la strada ai governi Berlusconi. Sulle vere motivazioni di quel voto, e soprattutto sui registi occulti, molti sono ancora i misteri, ma i dilemmi di coscienza dei senatori del Prc furono reali: sostenere un governo non all’altezza delle aspettative della sinistra o farlo cadere e lasciare via libera alla destra peggiore?

Naturalmente chi sostiene che l’utopia deve sempre prevalere, contesterà questi ragionamenti. Ad esempio dirà che fra Trump e Clinton non c’era poi così grande differenza e che anche Obama non è stato propriamente un pacifista. Con questi ragionamenti, anche Mussolini andò al potere: i contrasti tra socialisti, popolari e liberali favorirono la sua ascesa e all’inizio quasi tutti si illusero che forse non sarebbe stato poi così male … La storia si incaricò di dimostrare il contrario.

Va da sé che il principio di responsabilità dovrebbe valere soprattutto pensando al bene comune e in particolare ai più deboli. Ad esempio, gli ultimi governi italiani a guida Pd non avranno fatto cose meravigliose in materia di immigrazione, anzi, ma di certo possiamo immaginare che cosa farebbero governi a guida leghista.

È evidente che non è sempre facile individuare quando una scelta politica può avere conseguenze talmente negative da richiedere di sacrificare l’utopia al realismo. Le difficoltà sono aumentate in Italia da quando non c’è più il sistema proporzionale, col quale si poteva votare scegliendo il partito o il candidato che ci sembravano migliori. Era un voto di testimonianza. Da quando c’è il sistema maggioritario si deve spesso scegliere tra chi ci sembra meno peggio. E non è proprio una scelta esaltante. Ma ricordo che anche quando vigeva il proporzionale, c’era una quota di maggioritario al Senato (almeno nelle regioni a statuto speciale): e succedeva sempre che i vari partiti a sinistra del Pci, piuttosto che votare il candidato comunista o socialista che aveva chance di riuscita (da notare che i socialisti a quell’epoca non erano ancora craxiani), preferiva disperdere il voto su candidati di bandiera, che regolarmente perdevano, col risultato di regalare tutti i senatori alla Dc.

Questa tendenza a far prevalere l’ideologia e la frammentazione sull’unità è una costante della sinistra e spesso anche dei vari movimenti che coltivano l’utopia. Ma a volte in vista del bene comune sarebbe più saggio cedere su qualche aspetto e cercare punti di incontro. Se l’utopia serve per continuare a camminare, come diceva Eduardo Galeano, e se è solo l’utopia (il miraggio) a mettere in moto le carovane, qualche volta il senso di responsabilità può far sì che le carovane non si perdano nel deserto.

Fulvio Gardumi

COORDINAMENTO PESCIA 27-28 NOVEMBRE 2016

SABATO 26 NOVEMBRE

Ore 15.00 . Inizio lavori con saluti e sintesi del precedente coordinamento.

Come concordato a Crea, si effettuerà la registrazione audio per permettere:

  • L’ascolto integrale della discussione a coloro che non possono esser presenti

  • La raccolta completa degli interventi per l’archivio storico della Rete

Prossimi coordinamenti:

  • ROMA : 28-29 Gennaio 2017

  • TRENTO : 25-26 Marzo

  • SALERNO: 17-18 Giugno

  • Da settembre in poi da stabilire

Prossime circolari nazionali :

  • Macerata: GENNAIO 2017

  • Varese : FEBBRAIO 2017

  • Celle – Varazze : MARZO 2017

  • Verona: APRILE 2017

Hanno partecipato al coordinamento :

VARESE: Marco Lacchin; PISA-VIAREGGIO: Angela Vannucchi, Claudio Sodini, Rosita Croci, Enrica Martinutti, Francarosa Bianchi, Giorgio Gallo; MILANO: Ercole ed Anna Ongaro; PADOVA: Ramin Fabiano; TRENTO: Carla Grandi, Luigi Moser, Fulvio Gardumi ; QUARRATA: Sergio Lomi, Mariella Borelli, Antonio Vermigli; LANCENIGO-MASERADA-SPRESIANO: Fernanda Bredaiol, Franca Gaspa; MOGLIANO VENETO: Beniamino Favaro; VERONA: Maria Picotti, Gianni Pettenella, Silvana Valpiana, Dino Poli; TREVISO: Olga Turchetto; ROMA: Giacinta Carnevale, Angelo Ciprari; BRESCIA: Gabriella Giometti, Piergiorgio Todeschini; CASALE MONFERRATO: Giuseppe Ghilardi; ALESSANDRIA: Maria Teresa Gavazza, Gigi Bolognini; TORINO: Monica Armetta, Marco Zamberlan; CELLE-VARAZZE: Simona Mozzati, Pierpaolo Pertino; GENOVA: Sergio Ferrera; PESARO: Agnese e Silvestro Profico; POZZUOLI-NAPOLI: Teresa De Simone; NOTO: Maria Rita Vella; CASTELFRANCO VENETO: Marta Bergamin.

DISCUSSIONE PUNTI all’OdG

  1. COMUNICAZIONE

Marco Zamberlan (rete di Torino) e Gigi Bolognini (rete di Alessandria) aggiornano sulla situazione del sito e propongono la creazione di un forum da inserire all’interno del sito. Tale forum è uno spazio dedicato alle discussioni interne alla rete a cui possono accedere solamente i membri della rete che posseggono la password. E’ un contenitore “privato” della Rete all’interno del quale possono svolgersi discussioni, riflessioni, commenti in relazione a progetti o ad argomenti vari. Dovrebbe sostituire il giro di mail all’interno della Rete che, come sottolineato più volte, può risultare eccessivo e quindi poco efficace e confondersi con le varie altre mail che ciascuno riceve nella propria posta elettronica.

Il sito rimarrebbe uno spazio “pubblico”, in cui sono presenti tutte le informazioni relative ai vari progetti della Rete, suddivisi in grandi aree – Italia, America Latina, Africa, Palestina – alle varie iniziative proposte dalle reti locali, agli atti dei convegni, al bilancio, ecc . Questo spazio è visibile da tutti coloro che entrano nel sito della Rete mentre l’inserimento di informazioni, dati, ecc. viene realizzato da chi gestisce il sito stesso (Gigi, Alessandro,..). Viene propugnata la necessità di link o collegamenti con alcuni articoli particolarmente significativi del “Notiziario” oltre che una parte dedicata all’attività nelle scuole .All’interno del sito saranno segnalati i link relativi ai siti delle varie reti locali all’interno dei quali si possono trovare informazioni sulle iniziative dei vari nodi. Sempre nel sito si possono inserire “aree protette” in cui trovare informazioni interne alla Rete, es. verbali coordinamenti, ecc, a cui possono accedere i membri della Rete attraverso una password. Durante la discussione avvenuta successivamente nel corso del coordinamento, c’è stata anche la proposta di creare all’interno del sito, uno spazio dedicato alla “rivista della Rete: Il dialogo” versione on-line nel quale poter inserire notizie e aggiornamenti in tempo reale in relazione ai vari progetti, iniziative proposte anche da altre realtà impegnate nel campo sociale in sintonia con la Rete, ecc.

Nell’attesa di poter utilizzare questi nuovi strumenti, viene ribadito l’invito a usare le mail con parsimonia e a rispondere personalmente qualora non sia necessario coinvolgere tutti nella discussione. Elvio ( rete di Padova ) sottolinea che la mailing list gli ha permesso, in questo momento suo così particolare, di sentire la vicinanza della Rete e non vorrebbe che gli aspetti “tecnici” della comunicazione andassero a discapito degli aspetti umani e affettivi di relazione. Al momento esistono 2 mailing list:

a) Una generale ( rrr.listelilliput ) con circa 220 indirizzi raccolti tra aderenti e simpatizzanti alla Rete dove dovrebbero circolare le questioni più generali

b) Una riservata ai referenti della Rete con 89 indirizzi raccolti dove dovrebbero circolare le notizie interne alla Rete un po’ più riservate.

Angelo ( della segreteria ) sta aggiornando le 2 liste (nomi e indirizzi tra le 2 liste non corrispondono).

ORE 18. Ripresa lavori dopo breve pausa caffè e merenda .

2) BILANCIO

Relaziona Marta, tesoriera nazionale. Senza video proiettore ci si arrangia come si può.

Il bilancio presentato non è annuale ma riguarda le entrate/uscite fino al 24/11/2016.

Il vero bilancio annuale verrà stilato il 31/12/2016. Questa proiezione è utile al fine di dare una idea delle disponibilità della cassa nazionale per i rinnovi/attivazione delle operazioni in discussione all’OdG.

Nel Bilancio compaiono anche i progetti autonomi gestiti dalla Reti locali. Ancora 2 operazioni da discutere ( Pannichella & Eduposan ) che dovranno essere inserite nel bilancio 2017. In sospeso anche il versamento per il libro Mapuche di Mauro Millan.
Il coordinamento approva una contribuzione di 4.000 € ( 2.000 dei quali già versati ).

SCHEMA RIASSUNTIVO BILANCIO RRR al 24/XI72016

Saldo al 24/XI/2016

25.571 €

USCITE

114.000 €

Per Pagamento progetti

10. 000 € (+ IVA)

Progetto Palestina

Ancora da saldare

8.200 €

Progetto Spresiano

16.100 €

Per Spese totali di cui

9.400 € (per il Convegno)

6.700 € (Per Coordinamenti)

ENTRATE al
24/XI/2016

27.500 €

Di cui 5.000 €
come contributi straordinari delle Reti locali

I 27.500 € colmano il disavanzo del 2015 (tot. versamenti ammontava a 19.500 €)

In estrema sintesi comunque il bilancio risulta essere positivo.

Piergiorgio ( Rete di Brescia ) solleva la questione del versamento di 1.000 € per una cena a favore del progetto Mapuche e ricorda che il problema si porrà nel versamento del ricavato dalla vendita delle magliette. I soldi dal suo conto personale transiteranno a quelli della cassa nazionale per il progetto. Va chiarito se siano contributi straordinari o facenti parti del progetto stesso.

Marta ricorda che:

  • Per poter fare un bilancio corretto è necessario che le autotassazioni giungano in cassa entro il 31 Dicembre, pertanto l’accorato appello è che le Reti Locali effettuino i bonifici entro Natale.

  • la normativa della raccolta fondi per cene o feste è molto stringente quindi nella causale dei versamenti è bene evitare indicazioni troppo rigide

  • è bene che ogni Rete locale stili il suo bilancio a fine anno e che questo andrebbe raccordato con il bilancio della Rete Nazionale.

3) VARIE ED EVENTUALI (PRIMA PARTE)

La segreteria ricorda che è, al più presto, necessario stabilire:

  • Temi, date e modalità di svolgimento dei Seminari 2016.
    Al momento le aree tematiche individuate sono:

  • Migranti

  • Giovani

  • Quale solidarietà ?

  • Profico (rete di Pescara) propone il titolo:Democrazia, populismi, politica ”

  • Luoghi e date dei coordinamenti seguenti l’appuntamento di giugno 2017 a Salerno.

4) RINNOVO E ATTIVAZIONE NUOVI PROGETTI

Mesa Campesina ( Argentina ).


Generale aumento delle difficoltà con sempre minori possibilità di ottenere altre terre. Il rinnovo di tale progetto è previsto per il prossimo anno ma viene citato perché collegato ad esso c’è la richiesta di attivazione di una nuova operazione :

Eduposan, nel Nord dell’Argentina.


Tale richiesta è in attesa di risposta da più di un anno. In estrema sintesi il progetto darebbe visibilità alle popolazioni indigene che abitano ancora all’interno della foresta con una azione di coscientizzazione e formazione agricola dei Pilogà. Costo Totale : 15.000 .

Il costo annuo per 2 anni sarebbe così suddiviso: 2.500 per gli adulti e 5.000 per i giovani.

Siccome sono già state fatte presenti le difficoltà economiche della Rete, la Mesa si è offerta di diminuire la propria contribuzione per girarla a Eduposan. Per le difficoltà che l’Argentina sta attraversando ( da più parti ribadita ) pare importante sostenere entrambi i progetti ( Mesa Campesinia e Eduposan) perché hanno un forte valor simbolico e politico. In quest’ultimo caso, poi c’è il valore aggiunto del sostegno alle popolazione indigene.

Il coordinamento approva la cifra di 2.500 € /annui per fare partire il progetto. L’importo poi verrà valutato in divenire. La sua destinazione andrà valutata dai referenti locali.

Aquadoce di Waldemar Boff – Brasile ( 26.000 euro )


Questo progetto è sempre stato sostenuto da più realtà ( ad es. Libera ) e autonomamente dalle Reti locali di Quarrata, Nembro e Saronno. Saronno ha sospeso il suo apporto finanziario e l’asilo da loro sostenuto è stato chiuso. Angelo (segreteria ) riporta che Alessandra (di Saronno) per telefono dice che la Rete locale è in crisi e sta discutendo se aderire ancora alla Rete Radiè Resch. Nembro al momento non ha ancora versato nulla. Waldemar, in visita in Italia, ha descritto la situazione politico – economica del Brasile.

Anche in questo caso si denuncia un peggioramento della situazione generale con una regressione dei progetti che tornano ad occuparsi di mera sopravvivenza. Secondo alcuni questo progetto non dovrebbe essere discusso per un eventuale rinnovo perché è una gestione economica autonoma della rete di Quarrata che deciderà quindi il da farsi.

Si articola una discussione in cui ci si interroga quanto i progetti autonomi (non solo quelli di Quarrata ma ad esempio anche Padova , Castelfranco, Verona) rientrino veramente nei progetti della Rete Nazionale. L’autonomia economica risponde dal punto di vista valoriale ai criteri della Rete Nazionale ? Esiste una definizione di equilibrio tra la richiesta di autonomia delle Reti locali ed i criteri generali ?

C’è molta confusione al riguardo e andrebbe fatta una volta per tutta chiarezza.

E’ corretto versare le autotassazioni destinandole direttamente alla propria operazione ? La cassa nazionale comune dovrebbe svolgere proprio la funzione di redistributore dei versamenti tra reti piccole e reti grandi, permettendo a tutti di coprire le necessità delle operazioni singole, qualsiasi siano le loro esigenze.

Tale confronto è da recuperare ed inserire nel percorso “Quale Solidarietà ?

ORE 19.30. interruzione per la Cena. ORE 21.30 Ripresa lavori


Vitalizio a Fernando De Brito. ( 5.000 € erogati nel 2016 )

Ercole puntualizza che la Rete non aveva deciso un vero e proprio vitalizio ma si parlava di uno stipendio per l’MST. Comunque Fernando ha certamente problemi economici e di salute ma il punto è se qualcuno se ne prenda cura o meno. Ad es. i confratelli domenicani.

Il coordinamento rimanda la decisione dando incarico ad Antonio (Quarrata) di contattare Fernando ed approfondire la situazione per poter decidere sulla base di informazioni più certe.

5) “LA NARRAZIONE”

Ercole Ongaro (rete di Lodi ), autore dei principali libri sulla storia della Rete Radiè Resch, ripercorre la memoria del nostro passato” non per una celebrazione di cimeli ma come una custodia di semi, che valgono per il presente e per il futuro, di frutti che giungono a maturazione”. Rimandiamo alla lettura diretta del testo integrale fatto circolare in mailing.

Ecco invece il contenuto di alcuni commenti alla narrazione di Ercole.

Giorgio ( rete di Pisa-Viareggio ) sottolinea che le reti lombarde ( propugnatrici di una metodologia più strettamente scientifica) seguivano progetti della UE dalla stessa finanziati, perciò volevano adattare modalità ed esigenze a tale modello. La Rete e Masina, a suo tempo, rifiutarono quel metodo pragmatico ribadendo l’impossibilità di misurare la relazione. Si è evitata la logica del “progettificio”. Anche dal punto di vista scientifico non esiste una metodologia unica per effettuar ricerca. Marco (rete di Varese) afferma che una impostazione di questo tipo sarebbe stata un fallimento in quanto voleva tenere tutto all’altezza delle aspettative.

ORE 23.00. Chiusura lavori del Sabato

DOMENICA 27 NOVEMBRE

ORE 9.20. Ripresa lavori della Domenica (seconda giornata)

Si continua la discussione su rinnovo e attivazione dei progetti

Appoggio alle donne capofamiglia in Bolivia: relaziona Olga della rete di Treviso.

Daniela ( una consulente familiare volontario legata alla Diocesi di Treviso ) segue e gestisce i lavori. La situazione è peggiorata. Arrivano di continuo molte migranti, ci sono molte disoccupate, ragazze madri con necessità di un sostegno psicologico e legale.

Si sta tentando di far allevare animali domestici, galline ( e anche animali più grandi) per poter mangiare, uova, carne. Tale operazione si doveva chiudere nel 2015 ma per errore è stato finanziato un anno in più. La richiesta è quella di continuare per altri 3 anni con 7.400 € di preventivo. La Rete di Treviso è favorevole perché la relazione è molto profonda ed il bisogno, in quella zona, è enorme.

Il coordinamento decide per un proseguimento dell’operazione con una cifra orientativa intorno ai 6.000 €. Andranno valutate, in divenire, le disponibilità di bilancio e il criterio di dare spazio a nuovi progetti ( questo è un vecchio progetto)

Migranti Trento : relaziona Fulvio della rete di Trento.

Trento segue i richiedenti asili da circa 2 anni. Inizialmente era stato stabilito un contributo straordinario di 12.000 € per l’affitto di case a 7 profughi. Oltre all’alloggio queste persone sono state seguite, formati per la ricerca di un lavoro. Per 2 è andata bene mentre gli altri stanno ancora cercando. Nel 2° anno sono stati chiesti 4.500 € , erogati direttamente dalla Rete locale. Tale contributo doveva coprire le spese di un ragazzo in servizio civile volontario che funzionasse da coordinatore. Il compenso è stato invece elargito da una Cooperativa Sociale con cui lo stesso ha collaborato. I 4.500 € sono stati pertanto usati per altri lavori ( patenti , commercialista, ecc.) e sono sufficienti per altri 5 mesi di attività, a seguire. Fulvio sottolinea che il progetto è della Rete nazionale benché il finanziamento sia locale. Per il momento non vengono chiesti ulteriori contributi alla Rete Nazionale.

La nuova segreteria ( Monica, Angelo e Pier ) consegna alla vecchia segreteria ( Maria, Maria Rita e Gigi) tre libri regalo in riconoscenza del lavoro svolto e come segno di continuità.

6) MIGRANTI E RICHIEDENTI ASILO

Aggiornamenti sullo studio di una proposta di legge per migranti fatto da Astrid Pannullo in occasione del Convegno di Trevi 2016. Astrid sta lavorando alla bozza con :

  • Nunzia Ceravolo, ex magistrato antimafia di Milano, membro commissione del tribunale che ha giudicato i crimini di guerra in Kosovo à per gli aspetti penali

  • Paola Accardo, giudice rappresentante italiano alla corte europea dei diritti dell’uomo à per gli aspetti civili.

Carla Grandi ( rete di Trento ) ha fatto circolare in mailing list una lettera – appello da indirizzare alla UE affinché non vengano usati i fondi europei per i governi del Sud del mondo ( motivo della migrazione di molte persone ) ma piuttosto per progetti popolari.

Viene chiesto un cambio di logica che presuppone un cambio culturale e di approccio nei rapporti tra Europa e Paesi del Sud del Mondo. Carla legge il documento stilato e sottolinea che tale richiesta deve esser fatta da cittadini europei, a cui quei fondi europei appartengono, e che hanno il diritto – dovere di chiedere alle proprie istituzioni un cambiamento nell’utilizzo dei propri soldi ( per rispondere alla mail di Caterina – Rete di Quiliano – che sostiene che un documento di questo tipo debba esser presentato dai migranti stessi). Certo il documento andrà confrontato con i migranti e le associazioni che con loro lavorano. coinvolgendoli . In tal senso va anche l’appello di Mussie Zerai. Si articola la discussione.

La visione di Carla è efficace ma non facile da realizzare. Sogni e visioni certo ma con i piedi per terra !! All’interno delle Istituzioni Europee chi può prendere in considerazione un appello di questo tipo ? Forse il target dovrebbe esser più mediatico che politico in senso stretto. Un’azione che dovrebbe amplificare voci differenti rispetto a quelle che mediamente circolano sui mezzi di informazione. Andare quindi in controtendenza rispetto a quello che si legge del tipo “ Aiutiamoli a casa loro ”.

Non ci sono solo i populisti ma c’è una coscienza civile che muove diversamente sul tema migrazioni. Viene ancora ribadito che l’appello debba esser firmato da cittadini europei cercando la collaborazione di Caritas, Arci, Associazioni di migranti in Italia, ecc.A Verona Combonifem può essere un’ottima alleanza

Pare fondamentale spostare l’attenzione della UE dalla logica dei respingimenti (diretti come Turchia, Ungheria o per il tramite di finanziamenti a paesi extracomunitari consenzienti come la Libia). I nostri soldi finanziano i governi che attuano quella roba lì.

Al Convegno di Trevi la riflessione sui migranti è stata profonda ed interessante ma deve avere un seguito pratico e politico per non rischiare rischia di esser chiusa e non avere un seguito.

Maria Rita ( Rete di Noto ) richiama l’appello di Padre Zerai che ci ha direttamente chiamati in causa per la sua diffusione. L’on. Kienge è stata identificata come la latrice più indicata per consegnare tale messaggio alla UE, in quanto rappresentante formale della commissione Africa, Caraibi, Latinoamerica.

Per l’urgenza e il contenuto dell’appello di Padre Zerai, il coordinamento stabilisce che Maria Rita curi i rapporti con Zerai e che il suo appello venga direttamente consegnato a mano alla Kienge da Antonio ( rete di Quarrata ).

I due documenti parlano della stessa cosa, anche se le modalità operative hanno tempi e realizzazioni differenti. Sarebbe opportuno stilare un dossier preciso e mirato su tali temi coinvolgendo in questo lavoro geopolitici ed esperti ( Lodovisi ad esempio ).

Ciò potrebbe voler dire investire oltre che energie anche qualche risorsa economica.

Il tema migrazione sarà quello che caratterizzerà i nostri prossimi anni come lo fu quello dei prigionieri politici nei primi anni settanta.

Per i migranti dobbiamo darci tempo per elaborare confronti ed una profonda discussione

come si è fatto con la Finanza Criminale. Magari usando strumenti un po’ più moderni come i social, ad es. Skype.

Un altro tema convergente con quello dei migranti è quello della vendita delle armi che alimentano le cause di migrazione nei luoghi di origine.

Per capire come funzionano le cose, anche all’interno delle istituzioni della Comunità Europea, e per non apparire ingenui siamo tutti invitati a prender visione del servizio messo in onda su RAI 3 nel corso della trasmissione REPORT dal titolo “ Caviar Democracy ” sul Nagorno karabakh e Azerbaijan.

Il coordinamento decide di creare una apposita commissione che curi e studi gli aspetti teorici e realizzativi sopra citati. Gianni Pettenella (Rete di Verona) si dà (da Gennaio) disponibile per esser il referente di tale commissione. Sono inoltre coinvolti: Carla Grandi e Fulvio Gardumi ( Rete di Trento ), Marco ( Rete di Varese ), Dino ( Rete di Verona), Sergio ( Rete di Genova ) e quanti si vorranno nel frattempo unire.

7) NOTIZIARIO “IL DIALOGO” DELLA RETE RADIE’ RESCH

A suo tempo a Pescara, i punti sottolineati per il Notiziario sono i seguenti:

  • Diventare voce della Rete tutta (non solo del Brasile e del Sud America )

  • Avere una Redazione che crei una precisa linea redazionale

  • Cambiare eventualmente il nome della rivista.

Antonio ( rete di Quarrata) sostiene che il nome “ In Dialogo, notiziario della RRR ” (autorizzato dal Tribunale) sia adeguato.

Al momento ne vengono spedite 1.470 copie, quasi 1500.
Da un paio di anni gli abbonamenti stabili sono circa 650 (la maggioranza non è della Rete). Escono 4 numeri all’anno del Notiziario con 11 rubriche fisse.
Ci sono dei costi (postali) per l’invio quindi occorrono abbonamenti pagati.
Allo stato attuale i costi sono coperti e non ci sono disavanzi.
La Redazione al momento è costituta da : Serena Romagnoli, Claudia De Fanti ma è pronta per essere ampliata e integrata.

Agnese ( rete di Pescara ) usa il Notiziario nelle scuole.
Cambierebbe la definizione di Notiziario con quella di Rivista in quanto non vengono date solo notizie interne alla Rete ma informazioni più generali lette all’esterno della Rete stessa. Accanto agli articoli di approfondimento vanno messe notizie flash dei progetti in quanto c’è interesse per le operazioni concrete e l’azione locale delle Reti ( magari presentate come BUONE NOTIZIE ).
Antonio ribadisce che quelle notizie suscitavano poco interesse e si sono chiuse.

Maria ( rete di Verona ) sottolinea l’importanza di una Redazione allargata che dia la linea della rivista e fissi i temi da trattare. Giorgio ( rete di Pisa – Viareggio) sostiene sia necessario individuare ogni volta un tema particolarmente interessante che diventi l’argomento centrale di quel numero, indirizzando gli articoli più importanti su quell’argomento e raccogliendo anche interventi esterni.

Per la redazione allargata si dà disponibile Sergio ( rete di Genova ) e si fanno i nomi di : Marco (rete di Varese), Toni (rete di Udine), Ercole (rete di Lodi), Piergiorgio (rete di Brescia ), Fulvio (rete di Trento).

Fulvio ( Rete di Trento) dà alcune definizioni tecnico – giornalistiche.

  • Comitato di Redazione: è in realtà l’organo sindacale pertanto per ciò che intendiamo noi và usato il termine REDAZIONE.

  • COLLABORATORI: possono esser tutti ( i presenti dovrebbero essere i primi ).

  • La STAMPA produce soprattutto cronaca mentre la RIVISTA produce soprattutto approfondimenti, aggiornamenti su settori e temi specifici.

E’ necessario pensare ad una diffusione del Notiziario on line. La carta costa ed è poco ecocompatibile. Nella costruzione del sito questo và previsto. Con una dinamica interattiva.

Antonio sollecita l’invio di articoli, sull’acqua, sulle armi, su altri argomenti di nostro interesse. Il problema comunque non è riempire il Notiziario ma semmai equilibrare articoli e notizie ( oltre ai costi ). Si sottolinea che questa rivista contiene articoli particolari che non si trovano da altre parti e che talora altre riviste chiedono di poter utilizzare.

In sintesi il coordinamento stabilisce di:

  • Chiamare mutare la definizione di Notiziario in Rivista

  • Tale rivista deve essere a servizio della Rete tutta.

  • Creare una Redazione valutando la disponibilità delle persone operativa da Roma.

Ore 11.40. Beniamino ( Rete Mogliano) fa gli auguri e saluta perché ha il treno.

La segreteria propone di anticipare l’apertura dei lavori del coordinamento di Roma alle ore 13 oppure di proseguire i lavori nel dopo pranzo della Domenica. Nel diniego generale si stabilisce che si inizierà alle 15 puntuali con chi c’è. Gli altri si aggiungeranno strada facendo

8) VARIE ED EVENTUALI

  • Silvestro Profico (rete di Pescara) riferisce dell’incontro alla Sapienza di Roma, su Fausto Vicarelli, grande economista, esperto di politica economica, impegnato anche in parrocchia che gli ha dedicato una sala.

La città di Tolentino è stata interessata dal terremoto e la sorella di Luigi Rocchi ha dovuto abbandonare la casa. Anche la chiesa è stata lesionata.

  • Maria Rita (rete di Noto) riferisce dell’incontro tra Papa Francesco ed i Movimenti Popolari, svoltosi il 5 novembre a Roma. Popoli riuniti in movimenti popolari, per rifondare la speranza, come sostiene Vandana Shiva. Noi non siamo movimento popolare ma li accompagniamo. Il Papa ne ha parlato, ne ha riassunto le finalità. E’ stato uno dei pochi veri contrasti al Dio denaro.

  • Giorgio (rete di Pisa – Viareggio) consiglia la lettura di un bel libretto di Varoufakis L’economia spiegata a mia figlia. Semplice ma non banale. Una lettura reale di come l’economia si sia sviluppata e di come invece dovrebbe essere.

  • Angelo (Segreteria e rete di Roma) riferisce della partecipazione alla Cerimonia di insediamento dei nuovi Cardinali a Roma, occasione in cui ha consegnato al neo Cardinale della Repubblica Centrafricana ciò che gli aveva preparato la Rete di Quiliano. Grande partecipazione 330 persone. Non solo cattolici ma anche protestanti e musulmani.

  • Elvio (rete di Padova) riferisce che a Isola Vicentina è ancora presente la mostra di 50 anni di manifesti dei Convegni. Andrebbe presa in considerazione e fatta circolare perché illustra bene la nostra storia. Saluta e fa gli auguri a tutti. Sottolinea che l’idea del buffet, come luogo per parlare, è da riproporre in Seminari, Convegni e anche nei prossimi Coordinamenti.

Saluti Finali di Monsignor Filippini, amico di Giorgio Gallo che ha fondato con lui un movimento per la pace. Nello specifico a Pescia ci ha ospitato una Comunità di Mondo X fondata da Padre Eligio, cappellano del Milan ( e di Rivera ). Dono del suo libro a tutti i presenti.

Ore 12.40. Chiusura lavori e pranzo

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Verona – Novembre 2016

Cari amici della solidarietà della Rete Radié Resch di Verona, la circolare nazionale degli amici di Castelfranco ci propone un racconto molto interessante sulla solidarietà concreta, vissuto dai congolesi e da Fabio e Marta, veneti, con tutti i problemi legati a costruire una nuova forma di sostegno, un vero progetto per costruire un centro di salute e di aggregazione sociale in una zona dell’Africa molto difficile per un mucchio di ragioni, ma soprattutto perché è una zona da sempre depredata di tutte le ricchezze che ci sono e ci sono state. Siamo ancora tutti colpiti dall’elezione del nuovo presidente USA, Donald Trump, che non sembra davvero orientato ad una condotta solidale nel mondo, anzi. Ricordiamo che nella storia solo i presidenti democratici hanno permesso dei miglioramenti nei paesi più poveri, soprattutto dell’America Latina. Col Messico c’è già ora un alto muro per impedire lo sconfinamento incontrollato di chi fugge da povertà e miseria, vedremo ora cosa sorgerà e succederà. Ma ne parleremo più diffusamente nel 2017, vediamo intanto anche cosa succede in Europa e in Italia, se quel populismo, quel rifiuto di accordi e di accoglienza, continuerà anche nelle prossime votazioni. E intanto a New York sfilano cortei contro Trump, che non è il presidente di tutti, e, dicono alcuni, i cortei sfileranno per 4 anni, il tempo della presidenza negli USA. Le mie considerazioni di questo mese sono orientate al discorso di papa Francesco rivolto ai movimenti popolari, il cui testo è girato anche nella lista postale della rete a inizio novembre, che richiede comunque una grande riflessione per la pregnanza dei contenuti. Che sembrano banali e semplici, ma sono centrali per la vita, e per la vita di tutti gli uomini. Ecco una breve sintesi di quel discorso, fatto a Roma il 5 novembre 2016; erano presenti anche alcuni rappresentanti dei gruppi locali della Rete Radié Resch. Mettere l’economia al servizio dei popoli, costruire la pace e la giustizia, difendere la Madre Terra: sono la base di qualsiasi discorso di solidarietà: senza un’economia che non sia di rapina e di discriminazione, senza una giustizia che assicuri il rispetto dei diritti di tutti, e senza un’attenzione alle risorse naturali, di cui tutti devono poter usufruire, non può esserci solidarietà. Il papa distingue nella sua analisi 3 punti fondamentali, intorno ai quali sviluppare la riflessione solidale, pregni di molti significati, e cioè 1. il terrore e i muri, 2. l’amore e i ponti, e infine 3. bancarotta e salvataggio. Nel 1° punto parla della enorme forza del denaro, che governa tutto il mondo col terrore, con la frusta della paura, della disuguaglianza, della violenza, economica, sociale, culturale e militare. E’ una vera dittatura economica globale, che si sostiene col terrore, con massacri, saccheggi, oppressione e ingiustizia, e con la guerra e con i muri. Occorre coraggio e misericordia per opporsi a tutto questo, perché tutti i muri sono destinati a cadere, cadranno: il 9 novembre 1989 cadde il muro di Berlino! Quando cadrà il muro di Gerusalemme? Il 2° punto si focalizza sull’Amore, sulla forza dell’amore, che giudica anche tutte le religioni, i sistemi ingiusti, e ipocriti. Cita il racconto del vangelo e l’esempio di Gesù (è il papa!), con la sua critica ai farisei ipocriti che si opponevano alle guarigioni in nome delle regole, in nome della legge. Il vero sviluppo dell’uomo non è la crescita economica, poter comperare le ultime novità tecnologiche, buttando le precedenti, che vanno scartate. Il vero sviluppo rispetta l’uomo nella sua interezza e rispetta il creato, la casa comune. Nel 3° punto parla del dramma dei migranti, dei rifugiati, degli sfollati, lui che ha incontrato personalmente i rifugiati a Lampedusa e a Lesbo, quelli che soffrono 3 drammi, lo sradicamento della loro patria, i rischi del viaggio (quanti morti!) e il rifiuto dell’accoglienza. La paura impedisce di vedere quelle tragedie, quei volti, quel sangue, è la bancarotta dell’umanità, che non vuole spartire niente, non vuole salvare l’altro, sporcarsi, perdere le proprie ricchezze. E queste riflessioni portano alla crisi della politica, al rapporto offuscato fra popolo e democrazia, che occorre sia rinfrescato e rinnovato. E sta parlando ai movimenti popolari, che costruiscono ogni giorno una politica vera e concreta, dalla parte di cose piccole e spesso degli esclusi, quindi movimenti che rinnovano la politica, rifondano le democrazie. Perché il futuro dell’umanità non è nelle mani dei grandi leader, delle élites, ma nelle mani dei popoli. Il rischio di chi si impegna in politica è di farsi incasellare in ideologie e dimenticare le persone, o di lasciarsi corrompere; e la corruzione si trova certo nella politica, ma anche nelle organizzazioni sociali e popolari, dimenticando il vincolo dell’onestà e la scelta dell’austerità. L’esempio di una vita austera al servizio del prossimo, scrive papa Francesco, è il modo migliore di promuovere il bene comune. Anche sbagliando, ma perseverando, presto o tardi vedremo i frutti di questa azione. Contro il terrore il miglior rimedio è l’amore, l’amore guarisce tutto. E il papa ha citato il pastore Martin Luther King: “se rispondi ad un colpo con un altro colpo, si continua all’infinito e non si finisce mai. La persona forte è quella che è capace di spezzare questa catena dell’odio”. Vi ricordo il nostro prossimo appuntamento del 29 novembre, l’incontro a Sezano con un palestinese particolare, di Gaza, il dottor Deeb Albulahisi, medico che lavora a Verona da molti anni. Ci parlerà di casa sua a Gaza, dove abita ancora la mamma, era andato a trovarla perché malata e non ha ottenuto per molto tempo il permesso di tornare. Per questo l’appuntamento avviene ora, volevamo incontrarlo l’anno scorso, ma il veto di Israele l’ha fermato. Così la nostra attenzione sarà ancora focalizzata sulla Palestina. Alle 20.45 al Monastero di Sezano, in Valpantena, vicino a Santa Maria in Stelle.

Un caro saluto a tutti, a presto

Dino con Silvana

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Roma – Novembre 2016

Carissimi amici e amiche, Mauro mi ha chiesto di parlarvi del Brasile oggi e io naturalmente non posso che parlare di Brasile e Movimento Sem Terra, anzi di Movimento Sem Terra nell’attuale congiuntura brasiliana e internazionale.

Il Movimento Senza Terra tra repressione e progetti di articolazioni nazionali e internazionali dei movimenti popolari

Il Brasile sta vivendo 4 gravi crisi, ha detto spesso Joao Pedro Stedile nei discorsi degli ultimi mesi. Una crisi economica, che è alla base di tutte le altre, una crisi sociale perché i problemi della popolazione non vengono risolti, una crisi ambientale perché c’è un’aggressione crescente del capitale nei confronti dei beni della natura senza misurarne le conseguenze. Esempio di quest’ultima crisi è il “crimine” di Mariana, la rottura delle dighe del deposito di rifiuti tossici dell’impresa Vale, nelle località di Fundão e Santarem, nel comune di Mariana, che ha prodotto – proprio un anno fa – il maggior disastro ambientale della storia del Brasile. E infine c’è una crisi politica, che è il risultato del fatto che i capitalisti si sono appropriati della democrazia rappresentativa e – attraverso il finanziamento privato delle campagne – eleggono chi vogliono. Il Parlamento quindi è completamente dissociato dalla volontà della popolazione ed è questo Parlamento che ha portato a compimento, alla fine dello scorso agosto, un vero e proprio golpe istituzionale.

Il golpe

L’impeachment di Dilma Roussef – che non ha motivazioni solide dal punto di vista giuridico – e il fango gettato sul PT (presentato dai media come l’unico partito corrotto del paese) sono frutto di un patto tra borghesia, parti della settore giudiziario e mezzi di comunicazione nelle mani delle elite. Le elite non hanno accettato la rielezione di Dilma nel 2014. Avevano fatto di tutto per mettere in crisi la sua leadership. Ma i 40 milioni di brasiliani sottratti alla miseria hanno pesato più dei forti limiti del suo governo (che non ha fatto, come i precedenti governi Lula, riforme strutturali) e della volontà della borghesia che, di fronte alla crisi, voleva riassumere il potere in prima persona, per rilanciare il progetto neoliberista e recuperare i propri margini di profitto, impadronendosi di tutte le risorse del paese, a cominciare dal giacimento del petrolio del pre-sal. Anche agli USA non piaceva un Brasile autonomo, che con i BRICS (Brasile, Russia,India, Cina, Sudafrica) metteva in discussione i suoi interessi geostrategici e lavorava all’integrazione latinoamericana.

Le scelte del governo golpista

Il governo golpista di Temer sta portando avanti il progetto neoliberista tagliando le spese sociali e privatizzando. Una riforma costituzionale – la PEC 241 – metterà un tetto, per 20 anni, alle spese del governo per i servizi pubblici, con effetti drammatici su sanità e educazione. Lo stesso ministero che si occupava di Riforma Agraria è stato abolito e tutti i progetti che sostenevano i piccoli contadini e gli insediati sono stati fortemente ridimensionati o a rischio di totale chiusura.

La repressione dei movimenti sociali

E da qualche mese – già da prima della concreta realizzazione del golpe – è ripresa in modo violento la repressione nei confronti dei movimenti sociali.

Il MST si è speso molto nel tentativo di organizzare la resistenza di fronte al golpe, in particolare con il Frente Brasil Popular. Il Frente, mettendo insieme forze diverse del campo e della città, vuole stimolare la discussione di massa di un nuovo progetto che faccia uscire il paese dalle crisi dal punto di vista della classe lavoratrice, è impegnato nella formazione militante, e nel tentativo di organizzare mobilitazioni di massa.

Il Movimento sta subendo, per questo suo forte impegno, una vera persecuzione: arresti e lunghe detenzioni ingiustificati, tentativi di inquadrarlo nella legge relativa alle organizzazioni criminali, militanti uccisi in aree calde in cui le terre occupate fanno gola a grandi imprese come la Araupel, presente nella zona di Quedas in Paranà, quella della ex-fazenda Giacometti (vi ricordate la foto di Salgado con la catena del cancello spezzata?). Aziende che si erano impadronite delle terre illegalmente. Le avevano grilade, come si dice in Brasile.

L’aggressione alla ENFF (Scuola Nazionale Florestan Fernandes, quella che la Rete appoggia da diversi anni)

E’ di venerdì 4 novembre l’intervento di 10 macchine della polizia alla Scuola Nazionale Florestan Ferandes alla ricerca di militanti del Parana, accusati dei più vari misfatti, come quello di appartenere a una “organizzazione criminale”. I poliziotti sono entrati sparando ad altezza d’uomo contro la vetrata della segreteria della scuola. Il bibliotecario, un signore di 65 anni con il Parkinson è stato spinto a terra e si è rotto una costola.

Mentre in Brasile, a Guararema, vicino a San Paolo, succedeva questo, Joao Pedro Stedile stava partecipando a Roma al 3° Incontro dei Movimenti Popolari in dialogo con Francesco, di cui dalle origini, nel 2013, è stato uno dei principali organizzatori.

Il MST – che ha visto il giorno 5 convenire alla Florestan Fernandes 1000 persone di 36 paesi (e tra questi Lula) per portare la loro solidarietà – continua a lottare, organizzare, articolare a livello brasiliano e internazionale.

Organizzare reti mondiali e offrire ai giovani la possibilità di diventare protagonisti del cambiamento

Stedile, che ho accompagnato, dopo l’incontro con il Papa, a Mondeggi, a Napoli con Zanotelli, a Rosarno parla della necessità di organizzare reti mondiali dei movimenti popolari, che vadano al di là delle “riflessioni” portate avanti con il papa. Un grande incontro dei movimenti popolari di tutto il mondo (non di ong e dei “turisti politici”) dovrebbe realizzarsi a Caracas nell’ottobre del 2017, come sintesi di incontri continentali che ci saranno in America Latina, Africa, Medio Oriente e Asia nei prossimi mesi.

Durante l’iniziativa organizzata da SOS Rosarno, nel comune di Cinquefrondi, il dirigente del MST ha incontrato un gruppo di ragazze siciliane – arrivate qui per conoscerlo – di Contadinazioni nato simbolicamente nel ghetto dei lavoratori stagionali di Campobello di Mazara (TP). Parlando con loro e vedendo il loro impegno e entusiasmo ha proposto a una delle tre ragazze presenti – Franca, che ha il padre americano – di partecipare nei prossimi giorni alla ENFF alla parte conclusiva del corso per formatori di militanti in lingua inglese, perché si renda conto di come si fa formazione alla Scuola (a Mondeggi aveva proposto a giovani laureati in agronomia di andare a lavorare per un anno a sostegno di progetti in Venezuela e Haiti, dopo un periodo di formazione alla ENFF).

Quando Franca tornerà potrà – spera Stedile – con altri, farsi promotrice di un corso di formazione per militanti in Sicilia, con il supporto pedagogico del Movimento Senza Terra.

(per la rete di Roma, Serena Romagnoli)

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Quarrata – Novembre 2016

Carissima, Carissimo, non avendo potuto partecipare ai lavori del convegno dei Movimenti popolari in Vaticano prima -troverete una profonda riflessione di Claudia Fanti, redattrice di Adista- sul numero di dicembre della nostra rivista In Dialogo, oltre al discorso conclusivo di papa Francesco- e poi a seguire gli incontri organizzati con Joao Pedro Stedile, perchè impegnato in giro per l’Italia con Waldemar Boff, nostro referente del progetto Agua Doce, Serena Romagnoli, che ha seguito e coordinato ha scritto una breve riflessione sull’attuale situazione del Brasile e del Movimento Sem Terra nell’attuale congiuntura brasiliana e internazionale. Antonio

Il Movimento Senza Terra tra repressione e progetti di articolazioni nazionali e internazionali dei movimenti popolari

Il Brasile sta vivendo 4 gravi crisi, ha detto spesso Joao Pedro Stedile nei discorsi degli ultimi mesi. Una crisi economica, che è alla base di tutte le altre, una crisi sociale perché i problemi della popolazione non vengono risolti, una crisi ambientale perché c’è un’aggressione crescente del capitale nei confronti dei beni della natura senza misurarne le conseguenze. Esempio di quest’ultima crisi è il “crimine” di Mariana, la rottura delle dighe del deposito di rifiuti tossici dell’impresa Vale, nelle località di Fundão e Santarem, nel comune di Mariana, che ha prodotto – proprio un anno fa – il maggior disastro ambientale della storia del Brasile. E infine c’è una crisi politica, che è il risultato del fatto che i capitalisti si sono appropriati della democrazia rappresentativa e – attraverso il finanziamento privato delle campagne – eleggono chi vogliono. Il Parlamento quindi è completamente dissociato dalla volontà della popolazione ed è questo Parlamento che ha portato a compimento, alla fine dello scorso agosto, un vero e proprio golpe istituzionale.

Il golpe

L’impeachment di Dilma Roussef -che non ha motivazioni solide dal punto di vista giuridico- e il fango gettato sul PT (presentato dai media come l’unico partito corrotto del paese) sono frutto di un patto tra borghesia, parti della settore giudiziario e mezzi di comunicazione nelle mani delle elite. Le elite non hanno accettato la rielezione di Dilma nel 2014. Avevano fatto di tutto per mettere in crisi la sua leadership. Ma i 40 milioni di brasiliani sottratti alla miseria hanno pesato più dei forti limiti del suo governo (che non ha fatto, come i precedenti governi Lula, riforme strutturali) e della volontà della borghesia che, di fronte alla crisi, voleva riassumere il potere in prima persona, per rilanciare il progetto neoliberista e recuperare i propri margini di profitto, impadronendosi di tutte le risorse del paese, a cominciare dal giacimento del petrolio del pre-sal. Anche agli USA non piaceva un Brasile autonomo, che con i BRICS (Brasile, Russia,India, Cina, Sudafrica) metteva in discussione i suoi interessi geostrategici e lavorava all’integrazione latinoamericana.

Le scelte del governo golpista

Il governo golpista di Temer sta portando avanti il progetto neoliberista tagliando le spese sociali e privatizzando. Una riforma costituzionale -la PEC 241- metterà un tetto, per 20 anni, alle spese del governo per i servizi pubblici, con effetti drammatici su sanità e educazione. Lo stesso ministero che si occupava di Riforma Agraria è stato abolito e tutti i progetti che sostenevano i piccoli contadini e gli insediati sono stati fortemente ridimensionati o a rischio di totale chiusura. La repressione dei -già da prima della concreta realizzazione del golpe- è ripresa in modo violento la repressione nei confronti dei movimenti sociali. Il MST si è speso molto nel tentativo di organizzare la resistenza di fronte al golpe, in particolare con il Frente Brasil Popular. Il Frente, mettendo insieme forze diverse del campo e della città, vuole stimolare la discussione di massa di un nuovo progetto che faccia uscire il paese dalle crisi dal punto di vista della classe lavoratrice, è impegnato nella formazione militante, e nel tentativo di organizzare mobilitazioni di massa. Il Movimento sta subendo, per questo suo forte impegno, una vera persecuzione: arresti e lunghe detenzioni ingiustificati, tentativi di inquadrarlo nella legge relativa alle organizzazioni criminali, militanti uccisi in aree calde in cui le terre occupate fanno gola a grandi imprese come la Araupel, presente nella zona di Quedas in Paranà, quella della ex-fazenda Giacometti (vi ricordate la foto di Salgado con la catena del cancello spezzata?). Aziende che si erano impadronite delle terre illegalmente. Le avevano grilade, come si dice in Brasile.

L’aggressione alla ENFF (Scuola Nazionale Florestan Fernandes, quella che la Rete appoggia da diversi anni)

E’ di venerdì 4 novembre l’intervento di 10 macchine della polizia alla Scuola Nazionale Florestan Ferandes alla ricerca di militanti del Parana, accusati dei più vari misfatti, come quello di appartenere a una “organizzazione criminale”. I poliziotti sono entrati sparando ad altezza d’uomo contro la vetrata della segreteria della scuola. Il bibliotecario, un signore di 65 anni con il Parkinson è stato spinto a terra e si è rotto una costola. Mentre in Brasile, a Guararema, vicino a San Paolo, succedeva questo, Joao Pedro Stedile stava partecipando a Roma al 3° Incontro dei Movimenti Popolari in dialogo con Francesco, di cui dalle origini, nel 2013, è stato uno dei principali organizzatori. Il MST – che ha visto il giorno 5 convenire alla Florestan Fernandes 1000 persone di 36 paesi (e tra questi Lula) per portare la loro solidarietà – continua a lottare, organizzare, articolare a livello brasiliano e internazionale.

Organizzare reti mondiali e offrire ai giovani la possibilità di diventare protagonisti del cambiamento

Stedile, che ho accompagnato, dopo l’incontro con il Papa, a Mondeggi (Firenze), a Napoli con Zanotelli, a Rosarno parla della necessità di organizzare reti mondiali dei movimenti popolari, che vadano al di là delle “riflessioni” portate avanti con il papa. Un grande incontro dei movimenti popolari di tutto il mondo (non di ong e dei “turisti politici”) dovrebbe realizzarsi a Caracas nell’ottobre del 2017, come sintesi di incontri continentali che ci saranno in America Latina, Africa, Medio Oriente e Asia nei prossimi mesi. Durante l’iniziativa organizzata da SOS Rosarno, nel comune di Cinquefrondi, il dirigente del MST ha incontrato un gruppo di ragazze siciliane -arrivate qui per conoscerlo- di “Contadinazioni” nato simbolicamente nel ghetto dei lavoratori stagionali di Campobello di Mazara (TP). Parlando con loro e vedendo il loro impegno e entusiasmo ha proposto a una delle tre ragazze presenti -Franca, che ha il padre americano- di partecipare nei prossimi giorni alla ENFF alla parte conclusiva del corso per formatori di militanti in lingua inglese, perché si renda conto di come si fa formazione alla Scuola (a Mondeggi aveva proposto a giovani laureati in agronomia di andare a lavorare per un anno a sostegno di progetti in Venezuela e Haiti, dopo un periodo di formazione alla ENFF). Quando Franca tornerà potrà – spera Stedile – con altri, farsi promotrice di un corso di formazione per militanti in Sicilia, con il supporto pedagogico del Movimento Senza Terra.

Serena Romagnoli

“Se voi però avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni sono la mia Patria, gli altri i miei stranieri” don Lorenzo Milani, “L’obbedienza non è più una virtù”

CIRCOLARE NAZIONALE NOVEMBRE 2016 – RETE di CASTELFRANCO V.
COME ESSERE SOLIDALI?

Infinite volte ci siamo chiesti quale debba essere la nostra collocazione nelle realtà dove si sviluppano i progetti in cui siamo coinvolti, come rapportarci con le popolazioni del luogo, sino a che punto contaminare e lasciarci contaminare. Certo dipende molto dalle condizioni specifiche del posto, dalle capacità e possibilità del referente e soprattutto dalle difficoltà legate alla situazione politica e organizzativa locali, dal milieu come si dice in francese. La nostra esperienza si sviluppa in un contesto africano estremamente complicato per la totale mancanza di strutture di qualsiasi genere a supporto della popolazione che si trova letteralmente abbandonata e isolata, priva delle condizioni minime di sopravvivenza.
Non è semplice mettersi in sintonia con queste realtà, capire sino a che punto intervenire, decidere, accogliere, astenersi, stoppare il nostro pensiero per dare spazio alle loro idee. Ma per tentare di essere compresi sino in fondo possiamo esporre di seguito alcune situazioni concrete, tratte anche dal recente viaggio.
– A proposito del metodo della partecipazione collettiva: in una situazione di disarmante povertà, siamo sicuri che sia opportuno chiedere lavoro volontario da parte della popolazione per alcune attività nei progetti? Certo non possono aspettarsi tutto dall’esterno, “devono crescere e responsabilizzarsi” si dice, ed è giusto e ovvio, ma in che modo e con che tempi? Con quali sacrifici? E’ più giusto pensare di alleviare il loro carico attraverso un sistema di parziale retribuzione introducendo progressivamente segmenti di partecipazione al bene comune oppure, come sostiene il nostro referente, è giusto richiedere fin da subito un contributo totalmente gratuito come contropartita del nostro impegno? Si è reso necessario avviare il confronto :
– con gli insegnanti presenti nei villaggi per discutere l’argomento ascoltando il loro parere, insistendo sull’importanza del loro ruolo per promuovere, tra studenti e genitori, la presa di coscienza dei problemi che li affliggono, la ricerca di soluzioni comunitarie e la partecipazione collettiva a partire dalle risorse disponibili. Di qui la necessità di sostenere come RRR un percorso di formazione per una categoria tanto importante.
– con il Comitato di sviluppo di Mwamwayi per parlare del significato e del valore dell’Ospedale come Bene Comune e della strategia da adottare per motivare ancora la popolazione alla partecipazione ai lavori di cantiere e successivamente alla gestione del Centro di Sanità;
– con i capi-villaggio invitandoli a superare le storiche distanze tribali, trovare i motivi di aggregazione tra i villaggi per creare una mobilitazione comunitaria attorno al Centro di Sanità. Abbiamo avuto la soddisfazione di sentire che da molti anni non si assisteva ad un confronto tra tutti gli chef dei villaggi del circondario.
É stato difficile estromettere dal cantiere persone provenienti da altri villaggi che chiedevano di far parte della squadra impegnata a realizzare il pozzo, quando questa era già formata e collaudata, perché i pochi giorni a disposizione non ci permettevano rallentamenti. La soluzione è stata quella di chiamare tutti i capi-villaggio e capi-mandamento della zona per spiegare la necessità di contare su una squadra ristretta e consolidata e la proposta di formare piuttosto dei gruppi che potessero assistere ai lavori e ascoltare le istruzioni date dal nostro geologo. Ciò significa organizzare la permanenza (compresi vitto e alloggio) per diversi giorni di parecchie persone provenienti da  zone lontane, anche da due giorni di cammino.
– A proposito della retribuzione degli operai impegnati nella costruzione del pozzo: insistere affinché ciascuno abbia una giusta retribuzione oppure meglio accettare il sistema dell’offerta come vigente in loco: chi affida il lavoro decide quanto pagare e la gestione delle singole retribuzioni viene decisa dal capo? Sembra ovvia la risposta, ma è rischioso compromettere gli attuali equilibri. La soluzione è stata di insistere per incontrare tutti i lavoratori e discutere assieme, come mai prima s’era fatto, per dimostrare la necessità del dialogo per accordarsi e operare in trasparenza.
– A proposito della distribuzione della valigia di farmaci. L’attuale dispensario non è dotato né di attrezzature sanitarie né di medicinali. Con l’aiuto di una Onlus italiana che nella totale gratuità e trasparenza, si occupa della raccolta di farmaci inutilizzati per distribuirli stiamo verificando la possibilità di inviarne a Mwamwayi con una certa regolarità. Una prima fornitura ci è pervenuta alla vigilia della partenza. Arrivati sul posto abbiamo dovuto affrontare il problema delle modalità di distribuzione: nella nostra visione i farmaci, soprattutto salvavita come antibiotici e antimalarici, dovrebbero essere distribuiti dal dispensario gratuitamente ai pazienti, considerata l’estrema povertà in cui vive la gente. “Bravi, così domani mattina ci ritroviamo con decine di migliaia di ammalati provenienti da tutti i villaggi limitrofi che vengono qui a richiedere medicine …..”, è stata la risposta degli amici di Mwamwayi, che avevano invece  stilato un tariffario di poco inferiore al costo ufficiale dei medicamenti, anche per ricavare un minimo di entrate da utilizzare per il fabbisogno del dispensario. Inutile evidenziare il nostro disorientamento e allora ….. il necessario confronto, a più riprese, con il personale del dispensario e con i rappresentanti di Badibam (ong locale con presidente il ns. referente) per cercare una soluzione condivisa: un prezzo ridotto a metà o a un terzo rispetto al prezzo standard e poi affrontare la questione di coloro che non possono pagare nulla, e come? Ipotizzando un lavoro collettivo per creare un’esperienza di mutuo aiuto. Vedremo…..
– A proposito della formazione di leaders. Nel villaggio si respira una cappa d’isolamento paralizzante che avvolge tutto e tutti; nonostante qualcuno abbia frequentato scuole e università, l’assenza di qualsiasi mezzo e opportunità scoraggia ogni novità e regna uno sconforto generale. Allora bisogna cercare di facilitare l’incontro con formatori provenienti da altre realtà, discutere con loro per individuare chi avviare alla formazione per diventare un leader positivo del villaggio con capacità organizzative in grado di farsi portavoce presso i responsabili e le autorità (ad es. quelle sanitarie purtroppo disperate da noi incontrate in due occasioni), o presso la direzione della nuova provincia amministrativa. Supportiamoli, incoraggiamoli, facendo vedere che non sono soli nel confronto con il governatore della provincia, con il vescovo della diocesi, con il responsabile della zona di sanità!
Per tre volte negli ultimi anni abbiamo raggiunto Mwamwayi, immergendoci nella vita del villaggio per cercare di condividere, per comprendere, per conoscere, per insieme decidere e crescere. Un tassello in più guadagnato in ogni missione, in ogni incontro con i numerosi amici africani che la rete di Castelfranco V. ha anche ospitato in Italia nel corso di questi anni. Un cammino ricco di incontri con singole persone e organizzazioni di volontariato impegnati a sostenere  i popoli impoveriti del continente nero, ci ha fatto scoprire con  crescente stupore di non essere soli e di poter contare sul consiglio e l’aiuto di  molti : persone semplici, geometri,  medici del Cuamm, e così via…. E che dire di David, il geologo scozzese che ha accettato di venire nel villaggio per dirigere i lavori della costruzione del pozzo, dandoci una lezione di totale dedizione alla causa e insegnandoci una profondità di lettura degli avvenimenti.
In questi anni di intensi rapporti con l’Africa si è radicata in noi la convinzione che è indispensabile fornire alla popolazione un supporto, un aiuto, per quel poco che possiamo fare, perché da sola non riesce ad innescare nessun movimento di liberazione. Ma per sostenere correttamente il loro tentativo di crescita, ci siamo resi conto che è necessario decidere insieme con loro e per fare questo è d’obbligo un cammino di condivisione e crescita comune, discutendo, lavorando, vivendo insieme, spogliandoci molte volte delle nostre troppe convinzioni. Questo è quello che abbiamo pian piano capito sinora, sperando di procedere con la necessaria determinazione, lucidità e soprattutto umiltà nell’accogliere sempre l’altro ponendoci sullo stesso piano. È un lavoro lungo che richiede costanza, tenacia e molta prudenza nelle scelte e nelle prese di posizione. È un percorso possibile solo in Rete, supportandoci e motivandoci a vicenda, sempre in ricerca insieme di quale solidarietà sia possibile, di come essere solidali.

CIRCOLARE NAZIONALE OTTOBRE 2016 – RETE di SARONNO

CANCELLAZIONE E CONVERSIONE DEL DEBITO:
PERCHÉ SONO PRATICHE GIUSTE E NON ATTI DI “
BUONISMO

BREVE STORIA DELLA CONVERSIONE DEL DEBITO ESTERO

Tra il 2015 ed il 2016 ho vissuto nove mesi a Lima, la capitale del Perù, al fine di scrivere la tesi di Laurea Magistrale in Relazioni Internazionali sulla valutazione ed il monitoraggio dei progetti finanziati dal Fondo Italo Peruviano (FIP). Obiettivo della ricerca era verificare se il FIP utilizzasse in maniera conscia o inconscia l’Approccio delle Capacità del filosofo ed economista indiano Amartya Sen, ideatore dell’Indice di Sviluppo Umano. Ma non è di questo che vorrei parlarvi in queste righe. Le riflessioni che vorrei condividere con voi, e che la mia esperienza in Perù mi ha spronato ad approfondire, sono riferite al debito dei Paesi economicamente più poveri. Ma procediamo un passo per volta. Immagino che molti di voi si staranno chiedendo: “Che cos’è il Fondo Italo Peruviano?”, ed iniziamo dunque con una breve risposta a questa più che giustificata domanda.

Che cos’è Il Fondo Italo Peruviano?

Il Fondo Italo Peruviano è uno dei numerosi Fondi di Conversione del Debito esistenti al mondo. Nel 2001 i Governi Italiano e Peruviano firmarono il Primo Accordo di Conversione del Debito, con il quale si decideva che i 116 milioni di dollari che il Perù doveva all’Italia come debito estero, venissero convertiti in progetti di sviluppo sostenibile sul territorio italiano, sotto il controllo di alcuni lavoratori dell’Agenzia Italiana della Cooperazione allo Sviluppo (DGCS), appartenente al Ministero degli Affari Esteri. Il Fondo Italo Peruviano ha così lavorato per 17 anni (a fine 2016 il Fondo dovrebbe chiudere in quando sono stati convertiti tutti i soldi), finanziando 300 progetti in 21 delle 25 regioni del Paese, riconvertendo quasi 200 milioni di dollari (fu infatti firmato un Secondo Accordo di Conversione del Debito del valore di 75 milioni di dollari)

Ma perché il Perù è indebitato con l’Italia? O, per allargare il punto di vista, perché molti paesi Africani, Asiatici, Medio Orientali e Sudamericani si sono indebitati?

Per rispondere a questa domanda, è necessario fare un salto nel passato, precisamente nel 1971, quando gli Stati Uniti, sotto la guida di Richard Nixon, dichiararono unilateralmente l’inconvertibilità del dollaro, a causa delle ingenti spese che avevano avuto durante la Guerra in Vietnam. La convertibilità del dollaro in oro era stata accordata nel 1944 a Bretton Woods, per garantire stabilità all’economia mondiale. Le conseguenze della decisione di Nixon furono pesanti e si ripercossero, come prevedibile, in tutto il mondo, con un peggioramento delle condizioni economiche dei paesi più poveri.
È difficile non entrare in termini economici specifici quando si parla di questi temi, ma per farla più semplice possibile possiamo dire che l’inconvertibilità del dollaro generò una svalutazione (ovvero una perdita di valore) del dollaro, avviando un periodo di intensa instabilità dei mercati finanziari e un sensibile rialzo dei prezzi delle materie prime, tra le quali rientra ovviamente il petrolio.

La domanda di petrolio nel mondo era piuttosto stabile, dunque, alzandosi i prezzi del petrolio, i paesi produttori di petrolio ricevettero un’ingente quantità di dollari, che venivano chiamati “petrodollari”. Trovandosi dunque i paesi produttori di petrolio con una grandissima quantità di “petrodollari” nelle loro banche, decisero di prestarli con un tasso di interesse molto basso ai Paesi più bisognosi di prestiti, che si trovavano soprattutto in Africa ed in America Latina. A questi paesi, in quel momento storico, le condizioni dell’indebitamento sembravano più che favorevoli, dato che i tassi di interesse (ovvero la somma da pagare ai creditori per il prestito che stavano concedendo) erano molto bassi e le materie prime che loro producevano venivano vendute a un prezzo moto alto, a causa dell’inflazione internazionale. Perché, dunque, non indebitarsi?

Indebitarsi pareva infatti al tempo una scelta saggia e razionale, ma arrivarono presto i problemi. Nel 1973 si verificò un primo shock petrolifero, e nel 1979 un secondo, ancora più pesante, durante il quale i prezzi del greggio aumentarono di oltre venti volte rispetto al valore originario del 1973. La reazione di Gran Bretagna e Stati Uniti fu di aumentare … i tassi di interesse.

Come possiamo immaginare, per i paesi indebitati esplose il costo del servizio del debito, e allo stesso tempo, a causa della crisi petrolifera, si trovavano a pagare un prezzo altissimo per le importazioni di prodotti esteri; la vendita delle loro materie prime non era assolutamente sufficiente per pagare le spese per l’acquisto di questi prodotti. Per darvi un’idea della pesantezza di questa situazione, basti dire che tra il 1973 (prima crisi petrolifera) ed il 1982 (tra poche righe scopriremo quale evento segna questa data), il debito dei paesi indebitati non produttori di petrolio aumentò di circa 500 miliardi di dollari. Come se questo non bastasse, con il passare degli anni il dollaro riacquistò valore: il debito dei paesi indebitati continuò dunque ad aumentare in forma esponenziale, dato che… era stato contratto proprio in dollari.

Che fare?

Di fronte ad una situazione di questo tipo, occorreva qualcosa di nuovo, qualcosa che consentisse ai debitori di onorare i debiti contratti ed ai creditori di essere pagati. La risposta dei paesi creditori fu, invece …. la concessione di ulteriori prestiti. Il debito dei paesi più poveri stava cominciando a diventare verosimilmente impagabile.

Effetto domino

Il primo paese a “cadere” fu il Messico nel 1982, il quale dichiarò l’impossibilitò di pagare il servizio del debito. A ruota gli altri debitori, in un inatteso effetto domino diffuso soprattutto in America Latina, si dichiararono insolventi (ovvero l’impossibilità di ripagare il debito) e scoppiò la crisi del debito internazionale.

La risposta dei paesi creditori

I governi del Nord del Mondo e le istituzioni finanziarie internazionali (Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale), intervennero per dare indicazioni “super partes” ai paesi debitori e creditori.

Vennero così definiti gli accordi di riscadenzamento del debito: nuovi prestiti, nuove scadenze e, soprattutto, provvedimenti di politica economica di ispirazione liberista che il governo del paese debitore si impegnava a mettere in atto. In cosa consistevano questi provvedimenti? Liberalizzazione completa del mercato interno ed eliminazione di tutte le eventuali forme di protezione, liberalizzazione del tasso di cambio e riduzione ai minimi termini della spesa pubblica.

L’ inizio della restituzione del debito

Dal 1982 i prestiti ai paesi debitori si contrassero bruscamente ed iniziò la lunga fase di trasferimento massiccio di risorse finanziarie dai paesi debitori ai creditori. Tra il 1982 ed il 1990 i paesi poveri indebitati hanno ricevuto 927 miliardi di dollari; nello stesso periodo, hanno pagato ai paesi creditori 1345 miliardi di dollari solo per il servizio del debito (e non dunque per il debito in sé!).

Come sappiamo, oggi il debito continua a pesare in modo grave su questi paesi.

Perché è giusto cancellare il debito? Quattro motivazioni.

Una questione di giustizia

Sinora abbiamo cercato di fornire una descrizione delle dinamiche che hanno favorito la creazione e l’aumento del debito dei paesi più poveri. Abbiamo visto che ciò che si verificò fu un fenomeno, provocato dalle scelte politiche dei creditori, che penalizzò i paesi debitori e avvantaggiò i creditori. E’ interessante vedere che, se si ricalcolano le somme dovute e le somme restituite utilizzando come unità di misura non il dollaro, ma un paniere di monete che tenga conto delle variazioni di valore di tutte le monete, comprese quelle locali, si ottiene che per quasi tutti i paesi il debito è già stato restituito completamente, e in qualche caso anche più volte, dunque nulla è più dovuto.

Una ragione storica

Nel periodo del colonialismo, Asia, Africa e America Latina sono state defraudate delle proprie ricchezze naturali: minerarie, agricole e, soprattutto, umane. Nel celebre libro “Le vene aperte dell’America Latina”, Eduardo Galeano ci ricorda che la stima di morti delle popolazioni indigene sudamericane (ovvero degli abitanti che vivevano in America Latina prima – e solo parzialmente dopo – l’arrivo degli Spagnoli e dei Portoghesi) tra il 1492 (anno di sbarco di Cristoforo Colombo a San Salvador) e il 1650 è stimato tra i 60 e i 90 milioni di morti. Le popolazioni del “Nord” del mondo sono debitrici a quelle del “Sud” di valori letteralmente non restituibili.

Una ragione di convenienza

I Paesi indebitati partecipano in forma scarsissima al commercio internazionale. Solo per fare un esempio, oggi l’Africa, nonostante la sua popolazione superi i 700 milioni di abitanti, partecipa solo per il 4% al commercio mondiale. Liberare i paesi dal peso del debito consentirebbe loro di destinare a investimenti produttivi le risorse oggi usate per la restituzione de capitale e il pagamento degli interessi.

Rinunciando al pagamento degli interessi e del debito, i paesi creditori otterrebbero in cambio la possibilità di avere nuovi clienti per i loro prodotti, quindi maggiori entrate.

Una ragione di solidarietà

Le condizioni di povertà in cui versano molti paesi indebitati è scandalosa. I creditori ricchi non possono rimanere indifferenti vedendo il tipo di vita condotta dai debitori e continuare a ricevere da questi il pagamento degli interessi sul debito, il quale supera in media quattro volte la spesa sanitaria annuale.

Il debito odioso

È doveroso accennare infine al cosiddetto “debito odioso”, ovvero il debito accumulato da governi non democratici che è stato utilizzato per salvaguardare, contro la popolazione, la stabilità del governo e che oggi, mutate le situazioni politiche, continua a gravare sulla finanza pubblica e cioè… sui cittadini, i quali hanno subito la violenza ed i soprusi di quelle dittature.

Alla luce di tutte queste ragioni, a partire dalla fine degli anni Ottanta vennero proposte, da parte dei paesi creditori, iniziative ed accordi internazionali che puntavano alla riduzione parziale o cancellazione del debito, alcune delle quali diedero vita ai diversi Fondi di Conversione del Debito.

Cancellare il debito o convertirlo è giusto, non è un atto di buonismo filantropico.

Giulia Rete di Saronno

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale
Radiè Resch di Padova Ottobre 2016
www.reterr.it

Chi lotta e soffre su una zolla di terra
lotta e soffre per tutta la terra.
Siro Politi, prete operaio

Care amiche, cari amici,
questa nostra lettera ci porta purtroppo notizie molto preoccupanti da Haiti. Cominciamo con le parole di Dadoue Printemps nel suo intervento al Convegno nazionale della Rete Radié Resch del 2008; riferendosi alla situazione socio politica del suo paese, colpito periodicamente da uragani devastanti, così diceva: “Malgrado tutte queste peripezie nella storia del nostro paese, noi siamo determinati e decisi più che mai ad andare avanti insieme, lavorando per costruire una società fondata sui diritti e la giustizia”. Più volte ci ha scritto della desolazione delle campagne inondate, le case scoperchiate, le persone senza riparo… Poi c’è stato il terremoto del 2010: “Il grande terremoto che ci ha sconvolto… – scriveva il 6 aprile del 2010 – noi che eravamo già talmente poveri: questo disastro ha moltiplicato la grandezza della nostra miseria”.E’ l’eterno ricominciare di Haiti: le ferite del terremoto sono ancora aperte, la situazione politica estremamente instabile, quella economica in crisi crescente ed ecco l’uragano Mathieu a mettere in ginocchio un paese che lotta ogni giorno per la sua sopravvivenza.
Poche le notizie sui nostri media su questa ennesima catastrofe: di Haiti si parla solo quando l’uragano minaccia gli Stati Uniti.Noi però siamo stati raggiunti tempestivamente dai messaggi di Martine e Jean. Il 4 ottobre Martine ha scritto: “E’ tutto un disastro, a Cabaret pioggia e vento ma niente in confronto a quanto accade al sud del paese. Siamo preoccupati per la gente del Nord Ovest che presto dovrà affrontare questo uragano devastatore. Per ora cerchiamo di restare in contatto con le persone di FDDPA”.
Due giorni dopo Jean è riuscito a raccogliere informazioni più precise inviandoci i primi dati che descrivono un panorama desolante: l’uragano Mathieu ha colpito soprattutto il Sud del paese, molte località sono isolate e difficilmente raggiungibili, il numero delle vittime continua a salire. Per quanto riguarda le zone dove FDDPA è presente, quella più colpita è il Nord Ovest dove la scuola, che da poco era stata ristrutturata, ha subito gravi danni, molti contadini hanno le case scoperchiate e le coltivazioni distrutte. Anche a Katyen l’uragano ha fatto volare i tetti, compreso quello della scuola dell’infanzia; perdite di coltivazioni e capi di bestiame si registrano anche a Dofiné e a Fondol dove alcune casupole sono state distrutte dall’uragano. “Ma siamo fortunati – aggiunge Jean – perché nessuno ha perso la vita”.
Ma quello che ora più preoccupa i nostri amici, è la ripresa del colera in questa situazione critica. Stanno cercando di contattare chi possa a livello sanitario dare un sostegno per prevenire la diffusione della malattia.
Abbiamo ricevuto notizie anche da Alessia Maso che da anni sostiene in Haiti un’esperienza di scuola per bambini disabili. Ecco cosa scrive:
“Molti di voi avranno forse visto le terribili immagini di questi due ultimi giorni ad Haiti. L’uragano Matthew ha causato tantissimi danni, molti alberi sono caduti, intere aree inondate, e purtroppo ancora non sappiamo che effetti avrà sul problema del colera, ma si presume che ci sarà un aumento importante dei casi. Il costo dell’acqua potabile è già aumentato, molti non potranno permettersela.
Molte famiglie sono rimaste senza casa (…) la scuola stessa ha il tetto danneggiato, banchi e sedie sono andati perduti. Le strade sono impraticabili. Il ministero ha stabilito la chiusura di tutte le scuole del paese fino al 10 ottobre. Poi non è chiaro che cosa succederà. …
Condivido queste informazioni con voi che ci aiutate a supportare i progetti, perché mi sento così impotente che mi sembra che l’unica cosa che possiamo fare è quella di non lasciar soli i nostri amici haitiani.
Continuiamo il nostro supporto, continuiamo a credere in loro e nelle loro capacità di risollevarsi in tutte le situazioni e speriamo che il peggio sia passato. La pioggia ormai è debole, il vento non soffia più e l’uragano, che ha perso la sua forza, se n’è andato.
Ora tocca ricostruire!! E ricominciare da dove si è interrotto… “.Anche noi crediamo che in questo difficile momento sia necessario essere a fianco dei nostri amici haitiani e sostenere FDDPA. I nostri amici non ci hanno chiesto niente, ma crediamo sia importante che le varie attività (scuole, centri di salute, casse popolari, cooperative delle donne, banca sementi…) non subiscano interruzioni ma possano andare avanti.
Per questo cercheremo di inviare un contributo straordinario.
Chi vuole partecipare può versare il suo contributo su:
– C.C. postale 15405350 intestato a “Associazione Rete Radiè Resch” c/o Beraldin Elvio, Via Spalato 9, Padova
oppure
– Conto Corrente presso Banca popolare Etica, Coordinate IBAN:  IT 26 U050 1812 1010 0000 0134 828 intestato a: Associazione Rete Radiè Resch gruppo Padova
Causale: Uragano HaitiAlleghiamo anche un articolo apparso su Avvenire dell’8 ottobre, scritto da Lucia Capuzzi che da anni segue le vicende haitiane.

Uragano a Haiti, i camilliani: «Non c’è più niente»
Lucia Capuzzi – Avvenire, 8 ottobre 2016“È un momento difficile. Molto difficile. Il sudovest, già poverissimo, è in ginocchio. Vorrei andare a vedere con i miei occhi ma non posso. La strada è interrotta e noi siamo bloccati a Port-au-Prince, con poche notizie. Tutte catastrofiche. Non riusciamo a contattare padre Massimo: i telefoni non vanno. È isolato, siamo molto preoccupati”. La voce di padre Robert Daudier è carica di tensione, è costretto a seguire dalla capitale le devastazioni prodotte da Matthew.
Crolli e alluvioni hanno isolato la porzione più occidentale dell’isola, flagellata dall’uragano. “Oggi, però, riproverò a rimettermi in viaggio. Andrò con un’ambulanza. Spero di riuscire a raggiungere Jérémie”. La città è stata devastata dal diluvio e dai venti, che si sono abbattuti sull’isola con una velocità intorno ai 230 chilometri orari. Là, oltre l’80% delle case è stata distrutta. Perfino il tetto della Cattedrale è stato strappato dalla furia della tempesta.” (…)
“Acqua dappertutto. Case, giardini, tutto è stato allagato. La gente, già in miseria, ha perso quel poco che aveva. Dovranno ricominciare da capo, senza nulla. Che dolore… “, afferma fra Jeun Jeune Lozama, piccolo fratello di Santa Teresa, residente a Beausejour, minuscolo villaggio sulle montagne intorno a Léogàne, epicentro del tremendo terremoto del 2010. Anche là – a sud-est – ci sono state frane, inondazioni e tantissimi danni. In realtà, non solo la parte meridionale è stata colpita. “Anche dal nord-ovest, in particolare la regione di Port-de-Paix, abbiamo notizie di gravi devastazioni”, dice ad Avvenire Marta Da Costa, operatrice di Caritas Italiana nell’isola. Il principale problema è la strage di animali da allevamento e la razzia dei raccolti compiuta dall’uragano più potente degli ultimi nove anni. “Si tratta della principale fonte di sussistenza della popolazione. In un contesto di povertà generalizzata, rappresenta un danno incalcolabile per il presente e il futuro del Paese», prosegue Da Costa. Gli esperti, inoltre, temono una recrudescenza dell’epidemia di colera che quest’anno ha già colpito oltre 21.000 persone. Già prima di Matthews la gente era costretta a camminare per chilometri per raggiungere una fonte d’acqua. Ora l’uragano le ha distrutte. Mi hanno riferito già di alcuni morti per il colera”.
Non a caso, fra Jean-Hervé François, direttore di Caritas Haiti ha definito la situazione “catastrofica”. Eppure, finora, le autorità non hanno dichiarato lo stato di emergenza, rallentando l’invio di aiuti dall’estero. Un sostegno vitale, in questo momento, per l’isola.

RETE RADIE’ RESCH

Associazione di solidarietà internazionale

circolare della rete di Roma – settembre 2016

Roma, 5 settembre 2016

Carissimi amiche e amici,

questa estate ai consueti sconvolgimenti mondiali si è aggiunto il disastro del terremoto nell’Italia centrale a rendere più tristi le nostre giornate. Con determinazione reagiamo alle sventure con la fede nell’uomo che abbiamo sempre avuto, avvalendoci da un lato delle esortazioni di papa Francesco, dall’altro delle parole contenute nei bellissimi e direi commoventi resoconti dei coniugi Corletto di Castelfranco Veneto in Africa e di Giorgio Gallo e Toni Peratoner in America Latina, scritti corredati dai lodativi commenti di vari amici.

Richiamiamo le parole di Bergoglio nel viaggio in Polonia di fine luglio: “Quando io parlo di guerra, parlo di guerra sul serio, non di guerra di religione, no. C’è guerra di interessi, c’è guerra per i soldi, c’è guerra per le risorse della natura, c’è guerra per il dominio dei popoli: questa è la guerra. Qualcuno può pensare: “Sta parlando di guerra di religione”. No. Tutte le religioni vogliono la pace. La guerra la vogliono gli altri. Capito?”. Ancora più dolente quanto disse sulla Siria all’Angelus del 7 agosto: “Purtroppo dalla Siria continuano ad arrivare notizie di vittime civili della guerra, in particolare da Aleppo. E’ inaccettabile che tante persone inermi, anche tanti bambini, debbano pagare il prezzo della chiusura del cuore e della mancanza di volontà di pace dei potenti”. Sono espressioni semplici, convinte, sulle quali non tutti purtroppo riflettono, degne del Giubileo della Misericordia che stiamo percorrendo con attenzione insufficiente, cristiani e agnostici, perché anch’essi dovrebbero porgervi ascolto.

La pace, questo inestimabile bene che preme alla stragrande maggioranza dell’umanità, ma che in una infinità di luoghi viene meno – per lo spirito malvagio di minoranze o singoli individui che conosciamo bene – producendo lutti, rovine e il fenomeno, mai così disperato, delle migrazioni di massa.

Non da oggi ormai si è sviluppato il fenomeno dello stragismo mediante l’impiego dei kamikaze, al quale sempre si attribuisce una finalità religiosa (“morte agli infedeli” è il pazzo scopo proclamato dagli stessi assassini-suicidi). Ci si è appropriati di un termine che all’origine ebbe un altro significato: come si sa, i kamikaze (“vento divino”) erano i piloti suicidi nipponici destinati a colpire le navi nemiche nell’ultima fase della guerra del Pacifico (per Tokyo già perduta), dirigendo i loro aerei carichi di esplosivo sull’obiettivo col sacrificio della propria vita. Si dubita assai che il loro suicidio fosse spontaneo e mosso da amor di patria, anche se qualche esaltato non manca mai; gli ordini dei pazzi criminali militari non si discutevano, pena la morte. Tuttavia, sapendo quanto la mentalità orientale differisca dalla nostra, è notevole apprendere senza stupirsene che i kamikaze che per diversi motivi non poterono compiere il loro gesto suicida furono nel dopoguerra malvisti dalla popolazione, tanto era prevalsa la mentalità guerresca diffusa (inoculata) dal militarismo e dall’imperatore. (Ho potuto servirmi per i particolari esposti di una fonte giapponese attendibile di Tokyo)

Gli attuali cosiddetti “kamikaze” non hanno nulla a che vedere con i giapponesi del 1945. Il loro movente è solo l’odio per lo straniero e i suoi fedeli alleati, quasi sempre ammantato da ragioni religiose, di solito inesistenti o distorte dai loro mandanti. Qui ci soccorrono alcune frasi del famoso regista inglese Ken Loach per andare alla radice della questione. Interrogato sul terrorismo, parla di rabbia estrema. “Se analizziamo a fondo la Storia, ci mettiamo un secondo a ricordare che quanto noi oggi chiamiamo Medio Oriente era parte di un impero europeo, un territorio suddiviso fra il dominio francese e quello britannico e successivamente americano. L’Occidente ha sfruttato, ha imposto decisioni, ha governato quei territori per secoli. La rabbia che hanno maturato ora si esprime in molte forme. Nessuno vuole giustificare gli atti terroristici…, ma per sconfiggerli è necessario andare all’origine, e lì troviamo la responsabilità della nostra Storia…(dal Fatto del 12 agosto). Non è l’uovo di Colombo, ma per quanti?

Si approssima la “Perugia – Assisi”, voluta molti anni fa da Aldo Capitini proprio un anno prima che scoppiasse la crisi di Cuba del ‘62, che rischiò di portare il mondo alla guerra nucleare. Da allora si ripete con varie pause, ma sempre con motivazioni indubbiamente valide; e si può dire che oggi manifestare per la pace è oltremodo necessario. Mi piace ricordare qui il pensiero sulla pace di Margherita Hack, una donna che ha significato molto nella vita italiana: “Cerchiamo di vivere in pace, qualunque sia la nostra origine, la nostra fede, il colore della nostra pelle, la nostra lingua e le nostre tradizioni. Impariamo a tollerare e ad apprezzare le differenze. Rigettiamo con forza ogni forma di violenza, di sopraffazione, la peggiore delle quali è la guerra”.

Si è parlato anche fra noi di una certa crisi in cui versa la marcia della pace, o meglio la Tavola della Pace che la organizza, di persone interessate a monopolizzarla o altro. E’ stato chiesto ad Alex Zanotelli se l’universo pacifista è in crisi e lui l’ha confermato, perché è passato il messaggio della guerra “venduta”, come normale fatto politico; e poi perché “siamo spezzati tra mille rivoli, per motivi ideologici e altro. Dovremmo metterli tutti da parte. L’occasione può essere la Marcia della Pace del prossimo 9 ottobre. Che sia un momento unitario”.

Che sia ascoltato l’auspicio di Alex. La nostra Rete, con le sue limitate possibilità, è pienamente d’accordo e farà quanto le è possibile per contribuire alla distensione degli animi.

(per la rete di Roma, Mauro Gentilini)