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Nel gruppo di Torino della Rete Radiè Resh da tempo l’interesse ruota intorno al disagio che sentiamo di fronte ai pregiudizi che riguardano il mondo dei migranti. Sul bus, nella sala d’attesa del medico, al mercato, al lavoro, spesso anche tra parenti e amici ci è capitato di frequente di sentire un grande risentimento nei confronti dei migranti, vissuti come persone che vengono a toglierci qualcosa: il lavoro, le case, i soldi che altrimenti dovrebbero andare ai poveri italiani che faticano a sbarcare il lunario, la sicurezza in strada, il nostro modo di concepire e di organizzare la vita dal punto di vista sociale e religioso. Ancora più forte percepiamo la nostra difficoltà e impreparazione a rispondere a tali affermazioni con argomenti esposti con sicurezza e determinazione. Pensando a un modo per ribattere a difesa di queste persone che arrivano con un bagaglio di sofferenza incredibile, con vissuti di esistenze in pericolo e che certo faticano a sentirsi un pericolo per gli altri, siamo approdati alla mostra dei Saveriani, ( missionari laici che si ispirano alla spiritualità di San Guido Conforti), “Le mille e una rotta, popoli in movimento” che è stata esposta anche nell’ultimo convegno nazionale. Questa ha una parte iniziale nella quale si parla delle “male lingue” e cioè dei diversi pregiudizi rispetto ai migranti (es. ci rubano il lavoro, portano malattie…) che agiscono come delle spade che feriscono e allontanano. Contemporaneamente questi pregiudizi vengono smontati con dei dati oggettivi e così, avendo la mente più libera da pensieri ostili, si può passare alla parte delle storie personali. Qui avviene l’incontro con la narrazione di storie di singole persone che riportano la loro esperienza. E qui che i migranti diventano ”umani”, con un nome, una vita, dei sentimenti con i quali ci si può anche immedesimare empaticamente. La mostra prevede anche uno spazio dove vengono presentati dati sulla presenza dei migranti nei vari paesi del mondo ed in particolare in Europa, una puntualizzazione sulle varie parole che vengono usate per definirli e una riflessione sui motivi che spingono a intraprendere il viaggio (si parte per sogno o per bisogno?). Un altro spazio prevede l’esposizione di una barca (come simbolo della traversata del Mediterraneo) dove sono esposti gli oggetti personali ritrovati dalla Questura di Salerno proprio sui barconi. Si tratta, insieme alla narrazione delle storie, della parte più emotiva e forte della mostra. Abbiamo scelto di coinvolgere in questo lavoro la scuola (la Rete di scuole del Canavese) formando dei ragazzi delle superiori e di terza media che faranno da guide presentando la mostra. Essa sarà aperta sia alle scolaresche, a partire dalla quarta elementare, che alla cittadinanza. Nell’organizzazione abbiamo coinvolto tutta una serie di associazioni ed enti del territorio (alcune fondate e gestite da migranti e dai loro figli) creando il Tavolo MigrAzione. Questo ha permesso di conoscere e mettere in contatto le varie realtà del territorio del Canavese (una zona in provincia di Torino che si estende fino a Ivrea, ai confini con la Valle D’Aosta) che con progetti diversi già si stavano occupando si questo tema. Ora queste diverse realtà collaboreranno per questa mostra mettendo ciascuna del tempo, delle persone che si occuperanno di fare le guide (oltre agli studenti o affiancandoli) e di sorvegliare la struttura, dei soldi per finanziare tre eventi collaterali (due spettacoli serali più un intervento del senegalese Mohamed Ba nelle scuole). A questo si aggiunge la collaborazione del Comune di Rivarolo Canavese che ha messo a disposizione Villa Vallero, un ampio spazio dove collocare la mostra e l’oratorio di San Michele che offre gratuitamente il teatro parrocchiale per gli spettacoli. Questo naturalmente potrebbe essere l’inizio di una collaborazione costante nel tempo e ci impegneremo affinchè le conoscenze avviate vengano mantenute per l’avvio di altri progetti in comune. L’obiettivo che ci poniamo con la realizzazione di questa mostra, oltrechè una autoformazione del nostro gruppo, è di provare a smontare i pregiudizi e avvicinare le persone all’ascolto dell’altro. Questo ci sembra importante per “avvicinare” le persone alla tematica dell’immigrazione creando possibilmente un clima più accogliente e meno giudicante. La mostra si terrà a Rivarolo Canavese presso Villa Vallero, dal 21 al 29 ottobre 2017. Se qualcuno di voi volesse visitare la mostra, non esitate a contattarci!

Prima di concludere vogliamo ricordare con affetto e gratitudine Agnese Anissa Manca. Docente di lingua araba ha insegnato e vissuto in diverse parti del mondo attuando diversi progetti di solidarietà. Negli ultimi anni ha svolto un lavoro di volontariato nei campi profughi palestinesi in favore dei bambini feriti di Gaza e della popolazione carceraria. Il suo impegno lavorativo e di volontariato ha sempre mirato alla condivisione di ideali e culture a favore di un mondo amico e solidale. Per tutti è stata un esempio di praticità: ha vissuto cercando di realizzare i suoi ideali in modo concreto, nella vita di tutti i giorni. Grazie Anissa per il tuo impegno e per il tuo amore per la vita.
Il gruppo Rete Radiè Resh di Torino

Questa lettera è stata scritta presumibilmente il 16 o 17 settembre e i riferimenti temporali interni vanno collocati in quel periodo:i processi del tribunale di Temuco, di cui si rende conto, sono due: quello per l’uccisione della coppia LuchsingerMackay (bruciati con la loro abitazione), con quattro imputati compresa la machi Linconao e quello per l’incendio di una chiesa con altri quattro imputati.

Il processo è stato un problema che ci fa molto preoccupare, soprattutto per il risultato finale, soprattutto a causa della pressione esercitata dai media, dagli agricoltori e dal governo, quest’ultimo per volere dare un segnale di giustizia nei confronti dell’opinione pubblica. Questa situazione può condurre alla condanna senza avere prove convincenti.
Siamo consapevoli che stiamo affrontando un processo politico e non un processo giudiziario, in cui
si mira a criminalizzare la causa mapuche e portarla sulla strada della violenza e del terrorismo, per giustificare la repressione, la persecuzione poliziesca e giudiziaria e mantenere la militarizzazione del territorio mapuche.

Nel trascorso sviluppo del processo, nella città di Temuco, ogni giorno comunità mapuche si riuniscono davanti al tribunale per dare sostegno ai nostri fratelli, poiché l’ingresso in aula è molto limitato, riservato solo ai parenti più diretti, quindi tutti gli altri restano fuori. Dobbiamo sottolineare la solidarietà degli studenti universitari e delle scuole superiori che accompagnano sempre il processo. Alle comunità mapuche non hanno permesso di essere presenti. A questo va aggiunta la mobilitazione nelle loro comunità, come l’occupazione del territorio di coloni e di imprese forestali, sbarramento di strade, occupazione di enti pubblici come CONADI (Istituto nazionale per lo sviluppo indigeno, ndr) a Temuco e Santiago.
A questo si aggiunge uno sciopero della fame che quattro mapuche stanno effettuando nel carcere di Temuco, da più di 100 giorni. La loro richiesta riguarda la non applicazione della legge antiterrorismo nei loro confronti. Essi sono accusati di bruciare chiese nei territori di comunità mapuche. La situazione sanitaria è molto grave, sono molto deboli.

A questo proposito si sono espresse molte organizzazioni mapuche e non mapuche. Due settimane fa fu occupata la cattedrale di Temuco. Gli occupanti furono sfrattati e messi a disposizione del tribunale. Per più di una settimana giovani studenti e comunità mapuche si sono stabiliti di fronte alla prigione di Temuco, per sostenere lo sciopero della fame. Lì ci siamo fermati giorno e notte a suonare strumenti musicali tradizionali per dare forza ai nostri fratelli imprigionati.
Dobbiamo sottolineare che i nostri fratelli imprigionati sono molto forti e decisi, convinti che prevarrà la loro forza e la loro convinzione a mostrare che non han preso parte ad un evento così grave. Durante il processo nella sua dichiarazione
la machi Francisca Linconao ha detto ai giudici che conosceva la famiglia Luchsinger Mackay da molto tempo, che sua sorella lavorava nella casa padronale e che ebbero sempre un buon rapporto di vicinato. Anche quando è stata consacrata come machi, essi han partecipato alla sua cerimonia. Ha anche detto al tribunale che dio la incaricò di fare il bene e guarire la gente e non ucciderla. Parole della machi.

Oggi si è conclusa la presentazione delle prove dell’accusa. La verità è che non ha dimostrato nulla di concreto. Mercoledì 20 settembre inizia la presentazione di prove da parte della difesa, c’è molta convinzione che ora si cominci a mostrare la verità di questo terribile crimine che si pretende scaricare sul popolo mapuche.
Abbiamo quattro persone Mapuche che sono accusate di aver bruciato una chiesa nella città di Padre Las Casas. Hanno passato più di 110 giorni in sciopero della fame e sicuramente andranno avanti.
Stanno chiedendo al governo che non si applichi la legge anti-terrorismo. A tutt’oggi il governo mantiene la misura, che non viene ritirata. È per questo motivo che Benito Trangol ha deciso di iniziare lo sciopero della fame totale, che certamente complica molto la sua salute. Dobbiamo segnalare che a lui oggi si sono aggiunte allo sciopero della fame altre quattro persone accusate di aver ucciso Luchsinger Mackay. In totale abbiamo 13 persone che sono in sciopero della fame, tutte detenute nelle prigioni delle città di Lebu, Temuco, Valdivia.

Denunciamo la persecuzione della polizia nei confronti di leader mapuche che sono stati arrestati in questo fine settimana. Otto persone sono state brutalmente picchiate e arrestate con l’accusa di aver bruciato più di un centinaio di camion. Si è fatto anche irruzione in molte comunità, sono entrati nelle case delle famiglie mapuche, hanno minacciato di morte coloro che sostengono gli scioperanti; agenti in borghese stanno entrando camuffati, presentandosi come funzionari del governo. Siccome i loro veicoli sono senza targa di identificazione, tutto ciò mette molta paura su come comportarsi con gli agenti di polizia in borghese. Le comunità mapuche stanno vivendo una repressione molto crudele. Questo momento può essere paragonato solo con ciò che si è vissuto durante la dittatura militare.
Alla fine della settimana scorsa, varie volte si sono avvicinati alla nostra casa sconosciuti che chiedevano di cose inesistenti e, dopo un dialogo con loro, ci siamo resi conto che erano della polizia e al vedersi scoperti se la sono rapidamente filata. Questo lo fanno per instillare la paura e il terrore nella nostra famiglia.

Solo un paio di mesi fa la presidente Bachelet aveva chiesto perdono al popolo mapuche per le atrocità commesse dallo Stato cileno verso il nostro popolo. Sembra un’ironia della sorte, perché ora in pratica ci stanno invadendo di nuovo con la polizia, armata fino ai denti, con procuratori e giudici che pretendono criminalizzarci per poter continuare a imprigionare molti leader. Sicuramente nei prossimi giorni ci saranno ulteriori arresti.
Nei prossimi giorni marceremo di nuovo nella città di Temuco, insieme con le famiglie dei prigionieri politici mapuche, esigendo dalle autorità che stabiliscano un dialogo con le famiglie dei detenuti e con i leader mapuche, per dare un esito politico e non giudiziario, esigendo
che la Presidente della Repubblica si assuma le sue responsabilità e non lasci nelle mani della polizia e dei giudici una questione politica storica che colpisce il nostro popolo da oltre 130 anni, da quando lo stato si è installato nel territorio mapuche.

Ci dispiace molto scrivere questo un po’ tardi, ma chiediamo la vostra comprensione, perché abbiamo avuto un sacco di lavoro per sostenere il processo, gli scioperanti e ora i leader che sono stati arrestati questo fine settimana. Qui le cose non stanno andando bene nelle nostre comunità, c’è un sacco di paura a uscire in strada, a sostenere le marce, perché ci sono molti interventi della polizia. Ci hanno appena avvisato che domani si avvia il processo contro i quattro mapuche che sono accusati, secondo la legge anti-terrorismo, dell’incendio di una chiesa. Questo implica che non è stata abbandonata l’applicazione della legge antiterrorista, quindi continuerà lo sciopero della fame. Ciò è molto spiacevole per il futuro e per la salute dei nostri fratelli che sono disposti a morire per questa ingiustizia.
Speriamo di continuare a scrivere in condizioni di libertà, ma sappiamo di essere ad un passo dal cadere nelle mani della polizia come tanti i nostri fratelli e di finir accusati di terrorismo e di altro, ma anche in questa situazione continueremo ancora a lavorare per la giustizia sociale del nostro popolo mapuche.

Un altro argomento da sottolineare è che i media hanno istituito un sistema di comunicazione che supporta i sindacati dei camionisti, appoggiati dalle imprese forestali per far pressione sul governo per ottenere sostegno all’estensione della repressione.

Non tutto ciò che abbiamo scritto è quello che accade oggi, ci sono molti altri problemi che stiamo vivendo.

Molti saluti a tutti i fratelli della Rete Radié Resch, specialmente ai fratelli di Brescia e attraverso loro a tutti gli amici e le amiche di tutta Italia.

Margot, José, Associazione Regionale Mapuche Folilko.

Carissima, carissimo, oggi il Brasile, vive una crisi generalizzata gravissima, si fa sentire come un barcone alla deriva, abbandonato alla mercé dei venti e delle onde. Il timoniere, il presidente Temer, è accusato di crimini, circondato da marinai-pirati, in maggioranza (con nobili eccezioni) ugualmente corrotti o accusati di altri crimini. E’ incredibile che un presidente detestato dal 96% della popolazione, senza nessuna credibilità, senza carisma, voglia stare al timone di una nave mal governata. Non so se per ostinazione o vanità, elevata a potenza in grado stratosferico. Ma, impavido, continua a stare là nel Palazzo, comprando voti, distribuendo benefici, corrompendo per evitare che risponda allo STF (supremo tribunale federale) a pesanti accuse di cui è imputato. E’ praticamente prigioniero di se stesso. In qualsiasi posto appaia in pubblico, sente subito il grido: “Via, Temer”. E’ una vergogna internazionale essere arrivati a questo punto, dopo aver conosciuto l’ammirazione di tanti altri paesi per e politiche coraggiose fatte a favore delle grandi maggioranze impoverite, grazie ai governi progressisti Lula e Dilma. Può la diffamazione degli oppositori, di tutti i mass media appoggiati da gruppi legati allo establishment internazionale che vuole mettere tutti in linea con le sue strategie, tentare di demonizzare la figura di Lula e smontare il merito dei benefici che lui aveva offerto ai diseredati della terra? Non riescono ad arrivare al cuore della gente. Il popolo sa e testimonia, nonostante errori ed equivoci, è innegabile che Lula ha sempre amato i poveri e stava al nostro fianco. Più che pane, luce, casa, accesso all’educazione tecnica o superiore, ha restituito dignità; sono persone umane e non sono più condannati all’invisibilità sociale. Vogliono distruggere Lula come leader politico e come persona. Non ci riusciranno, perché la menzogna, la distorsione, la volontà rabbiosa e persecutoria di un giudice giustiziere che giudica più con la lotta politica che attraverso il diritto, mai potranno cancellare l’immagine di uno che si è trasformato in un simbolo e in archetipo in Brasile e nel mondo. Lula si è trasformato in un simbolo per la sua vita e per il bene che ha fatto agli altri, diventando indistruttibile agli occhi dei poveri. È diventato il simbolo di un potere politico che per la prima volta ha dato segnali chiari di inclusione ai poveri, agli esclusi, a uomini e donne segnati da profonde ferite. Il simbolo penetra il profondo delle persone. Rende superflue le parole. Parla per se stesso. Il simbolo possiede un carattere misterioso che attrae l’attenzione di chi ascolta, persino degli scettici. Il carisma è l’irradiazione più potente che conosciamo. Lula possiede questo carisma che si traduce in tenerezza per gli umili e per il vigore con cui porta avanti la causa per la liberazione. Questi, a cui l’attuale presidente sta togliendo tutti i diritti guadagnati con le amministrazioni Lula e Dilma, messi a tacere, adesso si sentono nuovamente rappresentati da lui. Oltre che simbolo, Lula è diventato un archetipo del leader che ha cura e che serve. E’ un leader che serve una causa che è superiore a lui stesso, la causa dei senza nome e senza voce, dei senza diritti. Essi sostengono che questo tipo di leader fa cose che sembrano impossibili. Questo l’ho ascoltato e percepito in queste settimane passate in Brasile nelle parole di molti che dicono: “Scegliendo lui, noi stiamo votando per noi stessi. Fino ad oggi eravamo obbligati a votare qualcuno tra i nostri oppressori, adesso votiamo uno dei nostri che può rinforzare la nostra liberazione”. L’azione politica di Lula possiede una rilevanza di magnitudo storica. Lui ha la coscienza di questa sfida è basata sul sapere se il Brasile avrà un futuro come Nazione che conta nella costruzione di un nuovo Brasile e una nuova umanità, oppure se prevarranno ancora una volta chi ha tenuto soggiogato e sottomesso il suo popolo per secoli. Il popolo sta soffrendo molto nel costatare che l’attuale governo è unicamente impegnato a cancellare e interrompere il processo di partecipazione e di dignità per tutti, ha cancellato l’80% del programma sociale, violando la democrazia e la Costituzione, con riforme e privatizzazioni, perfino con la vendita di terre nazionali a stranieri. E’ iniziata una nuova colonizzazione per essere meri esportatori di “commodities” invece di creare le condizioni per trasformarle direttamente nello stesso Brasile, questo fa si che l’attuale presidente e il suo governo siano dei venditori ambulanti delle ricchezze del loro paese, cinicamente indifferenti alla sorte di milioni di brasiliani che dalla povertà dignitosa stanno cadendo sempre più nella miseria e dalla miseria nell’indigenza. Gli attuali “gestori” della politica non solo stanno tradendo le aspettative della gente, ma rappresentano soprattutto interessi personali e corporativi, in particolar modo di coloro che gli hanno finanziato la campagna elettorale. Incontrando i referenti dei nostri progetti, ho taccato con mano la trasformazione in atto nel Paese. Sono decuplicate le persone che vivono in strada, i centri sociali e le associazioni sono continuamente visitate da persone che hanno perso il lavoro e che chiedono un pasto ecc… Domanda: perché oggi in generale nella nostra società neoliberista e in particolare nella Chiesa è quasi impossibile parlare dei poveri e dei meccanismi che li creano? Papa Francesco incita continuamente ad essere pastori in mezzo al gregge e non capi del gregge, proprio per sentire “l’odore delle pecore”. Don Tonino Bello, grande vescovo, morto prematuramente, richiamava la Chiesa per esigenze evangeliche, a far proprio il potere dei segni e non adottare e praticare i segni del potere: la “Chiesa del grembiule”. Perché non fosse una “povera Chiesa” ma una “Chiesa povera”. Oggi molti rappresentanti della gerarchia della Chiesa e varie associazioni laiche a lei legate sono contrarie alla linea di papa Francesco. Vari sono gli atteggiamenti che li contraddistinguono, dalle manifeste denunzie, al mormorazioni contrarie o silenzi premeditati in merito alla sua predicazione, sostenendo una tradizione unicamente preconciliare e antievangelica. Come può ancora sussistere questo tipo di Chiesa di fronte a fatti inaccettabili, come la denuncia fatta all’inizio dell’anno dall’associazione inglese Oxfam nel suo rapporto sulla povertà, dove si afferma che otto miliardari hanno un reddito pari alla metà della popolazione mondiale, 3,6 miliardi. Come si può parlare di esclusione sociale, di lotta al terrorismo, di pace tra i popoli se una notizia come questa è finita nel nulla. Chi ne parla, la politica? Ecco i nominativi degli otto miliardari: Bill Gates, Amancio Ortega, Warren Buffett, Carlos Slim Helu, Jeff Bezos, Mark Zuckerberg, Larry Ellison e Michael Bloomberg. A riprova che l’attuale sistema economico finanziario mondiale continua peccaminosamente a favorire l’accumulazione di risorse nelle mani di pochi nababbi ai danni dei più poveri, in maggioranza donne. Ciò evidenzia come le multinazionali e i potenti continuano ad alimentare l’esclusione sociale, facendo ricorso all’evasione fiscale, massimizzando i profitti comprimendo verso il basso i salari e usando il loro potere per influenzare la politica e finanziare l’economia. Il sistema è incentrato su investimenti di denaro che generano denaro e poi ancora denaro a non finire. Con il risultato che l’economia reale, quella della ricchezza prodotta dal lavoro, è di fatto soppiantata da quella finanziaria. Basta pensare che l’import-export di beni e servizi, a livello mondiale, è stimato intorno ai 17 mila miliardi di dollari all’anno, mentre il mercato valutario ha superato abbondantemente i 5.000 miliardi al giorno. Ecco che allora, alla prova dei fatti, nel mondo circola più denaro in quattro giorni sui circuiti finanziari che in un anno nell’economia produttiva reale. Credo che sia urgente, utile e necessario iniziare a disaffezionarsi da tutto ciò che è personale e scoprire giorno dopo giorno l’aspetto collettivo, la contiguità e l’interazione, solo così possiamo dare un contributo a questa nostra società incancrenita dall’egoismo e dell’egocentrismo, e accettare la sfida del “NOI”. Chiudo questa lettera manifestando solidarietà all’amico don Massimo Biancalani parroco di Vicofaro (Pistoia) per le gravi minacce ricevute anche in questi giorni, in virtù della sua scelta di aver ospitato migranti e senza casa italiani nelle sue due parrocchie. Sono quattro i verbi che papa Francesco ha richiamato nel suo discorso del febbraio scorso all’incontro “Migrazioni e pace”: accogliere, proteggere, promuovere e integrare.
L’accoglienza è la base del Vangelo, chi ha fatto l’esperienza di essere ignorato, rifiutato, abbandonato sa quanto è importante sentirsi accolto. Il Vangelo dà la parola a persone che si aprono, che fanno spazio, per essere riempiti. Accogliere è apertura, accogliere non è solo ospitare ma ricevere, accogliere è sovversivo, rompe la fede dei muri. L’accoglienza di don Massimo è una risposta al mare che vide un giorno partire le caravelle dei conquistatori e oggi vede arrivare i figli dei conquistati, che chiedono giustizia e riparazione anche a costo della propria vita.
Antonio

2 interviste ai giovani della brigata senza terra

  1. Non possiamo restare neutrali
  2. Semi di lotta contadina

NON POSSIAMO RESTARE NEUTRALI

Tre giovani nordestini del Movimento Senza Terra (in Italia con la Brigata Antonio Candido) ci spiegano il loro rapporto con la politica partitica, Lula e i governi a guida PT e raccontano anche come il MST stia producendo nuovi e più preparati dirigenti anche nella loro regione.

Andreza da Silva Alves 22 anni, Alagoas

Jeanderson De Sousa Santos, 30 anni, Bahia

Antonio Cidivan Veras de Sousa, 33 anni Ceará

Domanda: Di recente giovani brasiliani come voi – del PSOL (Partito socialismo e libertà) – vi hanno preso in giro in un incontro internazionale a Otranto, identificandovi con il PT, il partito di Lula? Vi sentite “Petisti”?

CIDIVAN – Molti confondono le cose, ci descrivono come un movimento legato organicamente al PT. Questo non è vero, il MST è un movimento sociale che lotta per la riforma agraria, ha appoggi dentro il partito dei lavoratori, ma siamo un’organizzazione senza vincoli con i partiti.

JEANDERSON – Occuparsi di politica è una necessità strutturale del movimento, non possiamo restare estranei alla lotta politica. Il PT ha appoggiato molte delle nostre rivendicazioni e per questo lo abbiamo sostenuto in diverse occasioni. E’ vero che i governi a guida PT non hanno fatto la riforma agraria, ma se compariamo questi governi con quelli precedenti, i governi di Lula e Dilma hanno contribuito a strutturare in modo migliore gli insediamenti, sulla linea della riforma agraria. Le nostre strutture sono migliorate molto in questi anni, rispetto alla situazione dei giovani, delle donne. Ci sono progetti a favore dell’agroecologia…cose che nei governi precedenti non esistevano. Noi non siamo partitici, ma non possiamo neanche restare neutrali, dobbiamo lottare per i progetti politici che condividiamo, come quelli del PT.

Domanda: quindi appoggerete Lula se sarà candidato?

CIDIVAN. Quando ci si riferisce alla figura di Lula come rappresentante politico della classe lavoratrice in Brasile, non posso non pensare a tutto quello che Lula ha fatto durante i suoi mandati rispetto all’inclusione sociale, alle cose positive che ha fatto, in particolare per la nostra regione del Nordest.

Domanda: Come era il nordest dei vostri genitori e nonni?

CIDIVAN. Raccontare la storia del nordest nel periodo dei nostri bisnonni, nonni e genitori suscita nei nostri familiari ricordi drammatici. Il paese era governato dall’élite brasiliana e le necessità della popolazione rispetto al cibo erano enormi. Si racconta nelle famiglie (per esempio me lo ha raccontato mia nonna) come si andava a cercare vari tipi di semi nella boscaglia per trovare qualcosa da mangiare. In questi periodi di estrema povertà, negli anni 60/70, la popolazione nordestina, la gente del nordest era costretta a bloccare camion e a saccheggiarli, non in modo violento, ma era l’unico modo per sopravvivere, o si faceva così o si moriva di fame. Venivano bloccate le strade e si prendevano dai camion gli alimenti. Era un periodo di fame terribile da noi. Ce ne sono ancora dei segni che fanno impressione. In luoghi dove ora sorgono nostri insediamenti, troviamo, magari in un punto più elevato, dei piccoli recinti di legno con all’interno delle piccole croci. Erano i luoghi dove si seppellivano, soprattutto i bambini, che morivano di fame, perché i genitori non avevano niente da dar loro da mangiare e non c’erano soldi per portarli nei cimiteri ufficiali. Questa storia del nordest è molto forte.

Domanda: Che cosa che è cambiato nelle vite dei nordestini dal 2002, Avete sempre votato Lula e Dilma perché vi hanno dato il programma “Borsafamiglia”?

JEANDERSON – Borsafamiglia è solo uno dei progetti sociali che sono stati avviati da Lula. Non è che solo i nordestini ne sono stati beneficiati. A San Paolo per esempio ci sono 5 milioni di famiglie che lo ricevono. Nel nordest ha una importanza particolare perché da noi le condizioni di sopravvivenza sono particolarmente difficili. Per esempio, in una regione in cui non piove per 5 anni e le famiglie devono pagare 150 reais al mese per una autobotte di acqua, la Borsa permette di comprare l’acqua e qualcosa da mangiare. Prima, nelle famiglie nordestine 2/3 persone dovevano andare via, emigrare, per esempio a San Paolo, per poter mandare i soldi agli altri della famiglia per comprare acqua e cibo. Oggi i nordestini non accettano più di essere schiavizzati, e riescono a ottenere condizioni migliori di vita restando nel nordest. Non sono costretti a emigrare per fame.

ANDREZA – Non abbiamo votato per Lula solo per la Borsa Famiglia, ma i governi a guida Pt hanno lanciato vari programmi importanti come per esempio “Luce per tutti”. Tantissime famiglie prima vivevano solo con delle lampade a kerosene, non avevano accesso all’energia elettrica, soprattutto nei posti più isolati..Mia madre per esempio non aveva il frigorifero, la carne mia nonna la seccava con il sale appendendola sul fuoco di legna.

JEANDERSON – il programma “Luce per tutti” ha portato una qualità di vita migliore per le nostre famiglie. Noi ragazzini, dovevamo fare i compiti a casa la sera (di giorno andavamo a scuola e lavoravamo nel campo) con queste lampade a kerosene che facevano molto fumo e irritavano gli occhi. Era difficile leggere e molti bambini erano costretti a mettere gli occhiali per i danni che subivano i loro occhi. Quel programma ha favorito lo studio e anche la possibilità di restare a vivere in campagna. Nei lotti del mio insediamento “PRADO”, nel sud dello stato di Bahia, l’elettricità è arrivata nel 2006. Qualcuno se l’era procurata prima pagandola da solo, la mensilità era molto alta (100/150 reais per famiglia). Oggi ne paghiamo 20 e abbiamo un ottimo livello di elettricità senza interruzioni. Quando è arrivata la luce nei nostri lotti, i bambini e tutti i giovani hanno fatto una grande festa fino alle 3 di notte, tutti per le strade scherzando, conversando, amoreggiando. Non erano abituati e con la luce in tutte le strade… beh avevano voglia di stare in giro tutti insieme.

ANDREZA- Un altro programma molto importante è stato “Acqua per tutti”. Varie famiglie che non erano in condizioni di costruirsi un deposito di acqua, sono state aiutate dal governo. Ci sono famiglie che hanno fino a tre cisterne di 16.000 o 32.000 litri e anche con la siccità possono collegarsi a un fiume vicino e riempire le cisterne. Prima era difficilissimo anche cucinare o farsi una doccia. Questo dava molto lavoro soprattutto alle donne che per lavare un piatto e dei vestiti dovevano uscire con un recipiente pieno di piatti per esempio e andare fino al fiume, era durissimo per le donne.

CIDIVAN – Soprattutto per noi del nordest, questo programma è stato fondamentale in aree rurali in cui la scarsità d’acqua è molto forte. E come diceva Andreza, chi soffre di più per la siccità e per dover andare a cercare l’acqua sono le donne che devono fare 2/3 chilometri e portarsi recipienti pesanti sulla testa. Questo programma ha portato un vero salto nella qualità della vita soprattutto per i più poveri. Anche l’ONU ha riconosciuto il grande valore di questo progetto.

JEANDERSON – Un altro programma è stato “Cammino per la scuola”. L’accesso alla scuola è molto difficile per le comunità rurali. La maggioranza delle comunità rurali hanno al loro interno i primi 4 anni di scuola (fundamental 1), ma dopo bisogna andare nelle città e spesso le condizioni sia delle strade che dei trasporti sono pessime. I ragazzini venivano trasportati con un camion, il pau de arara, si sedevano su delle panche, il camion era aperto. Io per esempio nel 2002 sono dovuto andare a stare un anno in città a casa di una zia, perché il governo municipale non aveva soldi per pagare il trasporto per andare a scuola. Per il governo municipale mandare a scuola i figli dei contadini non era una priorità. I governi a guida PT hanno dato vita a varie politiche pubbliche perché le comunità rurali avessero la possibilità di avere accesso all’educazione, compreso “Il cammino per la scuola” che garantisce il trasporto in buone condizioni, in piccoli autobus.

Poi c’è stato il Penai, per l’alimentazione scolastica, che ha permesso ai ragazzi di alimentarsi con i prodotti del lavoro dei loro genitori. I municipi, con una gara pubblica, comprano alimenti dalle comunità rurali della loro zona. Così i ragazzi hanno accesso a un’alimentazione sana e di buona qualità e non come prima quando alle gare erano ammessi i maggiori supermercati della città, gli stessi che finanziavano i candidati alle elezioni. Questo programma ha aiutato molto gli insediati, superando le difficoltà di commercializzazione.

Un altro programma importante è stato il Pronera, programma nazionale di educazione nella riforma agraria, per il quale i figli degli agricoltori insediati e anche i quilombolas e gli indigeni possono avere accesso all’Università. Il governo paga la struttura, i materiali di studio, i professori, i trasporti degli studenti, e si usa la metodologia dell’alternanza. Gli studenti passano tre mesi all’università e tre mesi nelle comunità, realizzando ciò che hanno imparato all’università.

Io sono uno di quelli che hanno utilizzato questo programma, ho fatto il corso di agronomia con il Pronera. Abbiamo fatto un esame di ammissione nel 2008 (vestibular) . C’erano 120 partecipanti. 50 studenti sono stati ammessi a frequentare il corso. Nei quattro anni di università ho potuto sperimentare l’importanza del Pronera per le comunità rurali, in genere escluse dalla società.

ANDREZA- Se una persona vuole studiare e non è inserito nel Pronera deve andar via dall’insediamento. Non in tutte le città ci sono università e anche lì dove ci sono è difficilissimo accedere a quelle pubbliche e, comunque, si devono pagare i trasporti, i materiali e molti delle comunità rurali non hanno le condizioni economiche per fare questo.

JEANDERSON – Oggi, per esempio, nella mia famiglia (siamo 8 fratelli e nostro padre è morto nel 2002), io ho fatto agronomia, un mio fratello sta facendo medicina in Venezuela, per un accordo tra i governi del PT e il governo del Venezuela. Nel mio insediamento ci sono altre 4 persone che frequentano corsi universitari, ma purtroppo oggi – dopo il golpe – sono già stati bloccati 42 corsi del Pronera in tutto il paese, perché ovviamente il governo di destra non riconosce l’importanza delle politiche di inclusione sociale.

E non abbiamo parlato di “Casa mia, vita mia”, il programma per favorire la costruzione di alloggi per i più poveri o della “Rinegoziazione dei debiti degli insediati”. Per esempio nel mio insediamento di Prado i debiti degli insediati sono stati ridotti dai governi petisti del 90/95%. E la piccola percentuale rimasta la dobbiamo pagare all’INCRA (istituto per la riforma agraria) e non più alle banche.

CIDIVAN – Dopo l’impeachment vari programmi di inclusione sociale sono stati eliminati, come il Prouni per esempio, a più di un milione di giovani sono state tolte le borse per l’università. Il programma delle Farmacie Popolari è stato bloccato. Erano farmacie in cui le medicine costavano la metà, per la popolazione più povera. E tanti altri programmi. La metà dei medici del programma “Più medici” (che aveva portato migliaia di medici, soprattutto cubani, nelle zone più sperdute del paese) è già rientrata a Cuba e in dicembre probabilmente il progetto verrà bloccato. il Pronera è senza risorse, il progetto delle merende scolastiche, che favoriva la vendita dei prodotti degli insediati, è stato dimezzato e a fine anno non ci saranno più risorse per questo…

Il programma di inclusione sociale costruito dal PT nei suoi 12 anni di governo, in un anno di governo della destra golpista è stato già eliminato o lo sarà a breve.

Domanda: ci sono alcune voci a sinistra che sostengono sia inutile occuparsi della politica a livello di partiti e elezioni e ritengono che i cambiamenti verranno solo dai gruppi di base, che ne pensate?

JEANDERSON – Il sistema politico in un paese purtroppo non può fare cambiamenti sostanziali. Ma siamo dentro questo sistema e sappiamo che, perché la parte più povera della società abbia accesso all’inclusione sociale, bisogna lavorare dentro questo sistema. I governi del PT sono stati gli unici che hanno guardato alla classe povera della società, sempre esclusa fino ad allora. Certo, il sistema politico attuale non è quello che ci salverà. Basta guardare al tema della riforma agraria. Lula, da candidato, diceva che avrebbe fatto la riforma agraria con un semplice tratto di penna. Ma poi lui ha dovuto allearsi con altri partiti. Lula non ha governato da solo, ci sono state molte interferenze di altri partiti, anche di destra, come quello che poi è stato protagonista del golpe. La destra non vuole l’inclusione della classe povera nel sistema politico, quindi, in questo sistema politico, una vera trasformazione della società non è possibile, ma il livello di vita della popolazione brasiliana negli anni dei governi a guida PT è migliorato molto, la qualità di vita è migliorata molto anche se non sono state fatte riforme risolutive. Senza questi governi non avremmo avuto accesso a queste politiche pubbliche, avremmo potuto organizzarci a livello di insediamento ma senza avere accesso alle politiche pubbliche, quindi non possiamo metterci in una posizione di neutralità, dobbiamo discutere di politica nei nostri insediamenti, chiarendo queste cose. La formazione politica è importante, spiegare le cose che ho detto sopra è fondamentale perché altrimenti prevale la sfiducia e se ne giovano personaggi pericolosi come per esempio un Bolsonaro. E invece di avere governi che potenziano l’agricoltura familiare avremo governi che la reprimono. Sì è importante l’organizzazione dal basso, ma riguarda comunque gruppi minoritari rispetto alla grande massa della popolazione.

Domanda: Siete tre giovani militanti/dirigenti nordestini. E’ finito il tempo in cui il MST mandava nel Nordest dirigenti del sud del paese?

CIDIVAN – Nel Ceará, il Movimento ha investito molto nel processo di formazione della militanza. Nel periodo in cui il Movimento si stava diffondendo in tutto il Brasile, sono venute molte persone dal sud e ci hanno dato un grande contributo. Oggi il movimento fa formazione a livello locale, non arrivano più compagni da altre regioni perché riusciamo a formare militanti che possono lavorare nelle loro realtà che già conoscono bene.

JEANDERSON – Anche a Bahia la gente del Sud ha avuto un ruolo fondamentale, per esempio nel 1987 quando hanno portato nella nostra regione la proposta di creare insediamenti. Ma, dopo alcuni anni, non c’è stata più la necessità di far arrivare militanti dal sud. Anche da noi funziona molto bene la formazione di nuovi quadri che è stata molto intensificata. Oggi non passa un mese senza che cominci un nuovo corso di formazione in una regione del nostro stato. Ogni giorno vengono formati militanti. Una grande capacità del movimento è proprio questa di riuscire a formare nuovi militanti in tutti gli stati. Per esempio, oggi, anche rispetto alla creazione di cooperative (una caratteristica del sud) ci sono processi di formazione nei vari stati. Grande autonomia in ogni stato.

ANDREZA – anche da noi c’è grande impegno nella formazione dei giovani, anche da noi ogni mese parte un corso, lavoriamo sempre sull’analisi politica. Oggi sono pochi i giovani che si interessano di politica e hanno una formazione. Noi stiamo lavorando molto con le persone delle città, con i giovani delle città. E da noi il ruolo delle donne è importante, ci sono più dirigenti donne che uomini in Alagoas.

CIDIVAN – Oggi, essendo cresciuto il numero dei militanti con questo grande lavoro sulla formazione, sono sempre meno i dirigenti ALGAROBA (è un albero grande e vecchio sotto il quale non cresce niente) con i quali si identificava in passato il MST di un certo stato, ora le direzioni sono molto più collettive. In Ceará c’è il corso prolungato di 3 mesi, per quelli che si avvicinano al movimento, seguito dal corso di base di due mesi, che è al livello di tutta la regione nordestina, poi c’è il corso per dirigenti, più intenso, di 3 mesi, nella scuola nazionale. Chi davvero possiede la mistica, lo spirito, la volontà di lottare per la riforma agraria e per il socialismo resta, altri magari si allontanano. Da noi si fa un corso prolungato tutti gli anni, ora per esempio a ottobre cominciamo un corso prolungato con 20 giovani di tutto il nostro stato per tre mesi di formazione, per conoscere a fondo il movimento.

ANDREZA – Una cosa importante dei nostri corsi è che quello che impariamo non lo teniamo per noi. Quando si torna nell’insediamento si condivide.

CIDIVAN – Durante il corso prolungato noi parliamo con i nostri giovani: siete disponibili a spostarvi, ad andare in un’altra regione? Se sono disponibili li mandiamo in un’altra regione, quindi non è più necessario che arrivi gente dal sud. Andiamo noi nelle zone del nostro stato in cui c’è mancanza di militanti o anche negli stati vicini come per esempio il Piaui che ha molto bisogno di militanti.

JEANDERSON- I giovani si coinvolgono perché creiamo continuamente nuovi accampamenti. Le occupazioni sono molto importanti per stimolare alla lotta. Sempre nuove famiglie si inseriscono nelle attività..

CIDIVAN – Credo che più del 90% dei militanti del movimento sono entrati attraverso le occupazioni, a partire da me stesso. I miei genitori hanno occupato la terra e io ero con loro e da quel momento in poi ho militato nel movimento. E la più grande concentrazione delle occupazioni avviene oggi nel nordest. I nostri accampamenti devono prepararsi a resistere per molto tempo. La riforma agraria popolare si fa nella resistenza e, anche se le baracche di plastica nera sono uno dei nostri simboli, è meglio fare, nelle nostre regioni, baracche di carnauba (una palma originaria del nordest del Brasile), per prepararci a resistere a lungo

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SEMI di LOTTA CONTADINA (Comune. Info 14 luglio) Interviata a Mauricio Boni

di Claudia Fanti

È davvero con grande interesse che la realtà contadina italiana guarda al Movimento dei Senza Terra, il più rappresentativo, autorevole e prestigioso movimento popolare del Brasile (se non dell’intera America Latina). E non poteva essere altrimenti, essendo la fama di cui gode il MST edificata sulla base di una lotta indomita e ininterrotta, fatta di epiche occupazioni di terra e di marce interminabili, di un’ostinata resistenza a persecuzioni, massacri e campagne di discredito, come pure alle durissime condizioni di vita negli accampamenti, dove si è costretti anche per diversi anni a sopportare sole, vento, pioggia, fame, intimidazioni sotto i teloni di plastica neri che ancora oggi costituiscono il noto paesaggio degli accampamenti del MST.

Non stupisce allora che, in occasione dell’arrivo in Italia di una brigata di nove militanti del Movimento dei Senza Terra, interessati a conoscere la realtà agricola, sociale e culturale del nostro Paese, siano stati in tanti – tra piccole aziende, famiglie contadine, comuni e consorzi, dal Trentino alla Sicilia – a rispondere all’appello, organizzando l’ospitalità dei senza terra e costruendo intorno a questa svariate iniziative sul territorio. Ed ecco allora che i nove militanti del MST provenienti da diversi Stati brasiliani, dal Ceará al Rio Grande do Sul, ciascuno con la sua storia e la sua formazione, ma tutti accomunati dall’impegno a favore della produzione agroecologica, hanno potuto realizzare, sotto il coordinamento dell’Associazione Amig@s Mst-Italia (l’associazione che sostiene il movimento da vent’anni; www.comitatomst.it), uno scambio fecondo con alcune delle più interessanti esperienze dell’agricoltura contadina italiana: ARI, l’Associazione Rurale Italiana che fa parte del Coordinamento Europeo della Via Campesina; la Campagna per l’agricoltura contadina, promossa da un’ampia rete di associazioni impegnate per il riconoscimento dell’agricoltura di piccola scala, a zero impatto ambientale, basata sul lavoro contadino e sull’economia familiare e orientata all’autoconsumo e alla vendita diretta (affinché siano rimossi quegli impedimenti burocratici e quei pesi fiscali che ostacolano e minacciano l’esistenza stessa di tale agricoltura); la Rete Nazionale Fuori Mercato, interessata a uno sviluppo «progettato dal basso in base ai bisogni reali di comunità solidali e coese, nel rispetto della terra, degli esseri umani e dei viventi» (ne fanno parte, tra gli altri, la RiMaflow, fabbrica di Trezzano sul Naviglio recuperata e autogestita; Mondeggi Bene Comune–La Fattoria senza padroni; Sos Rosarno, un’associazione che riunisce piccoli contadini, pastori e produttori agrocaseari, braccianti migranti, disoccupati e attivisti, oltre che piccoli artigiani e operatori di turismo responsabile, per dare vita a un’economia locale solidale integrata nel segno della decrescita); Genuino Clandestino, un insieme di reti territoriali di contadini, artigiani, studenti, lavoratori delle comunità rurali e delle città, persone e famiglie in lotta per l’audeterminazione e la sovranità alimentare, contro quell’insieme di norme ingiuste che, equiparando i cibi contadini trasformati a quelli delle grandi industrie alimentari, li ha di fatto resi fuorilegge; WWOOF (World-Wide Opportunities on Organic Farms), movimento nato nel Regno Unito negli anni ’ 70 per mettere in contatto le fattorie biologiche con chi voglia, viaggiando, offrire il proprio aiuto in cambio di vitto e alloggio, allo scopo di sostenere, divulgare e condividere la quotidianità in campagna secondo i principi dell’agricoltura biologica.

Realtà, tutte queste, che, attraverso la “Brigata Antonio Candido”, hanno avuto modo di conoscere da vicino il MST, con la sua metodologia di lotta, la sua apertura ad alleanze sempre più ampie (con movimenti contadini nazionali e internazionali, con movimenti urbani, con i movimenti sociali del mondo intero) nel rifiuto di ogni forma di autoreferenzialità; la sua insistenza su una formazione politica permanente; il suo originale mix di chiarezza ideologica, rigore analitico e cura della dimensione simbolica; il suo rifiuto del leaderismo a favore di un processo decisionale realmente democratico; la sua difesa della propria autonomia senza però mai rinunciare al dialogo con le istituzioni.

Ed è approfittando di questa presenza che abbiamo voluto conversare con un rappresentante della brigata, Mauricio Boni, trent’anni, agronomo del Rio Grande del Sud, di origine italiana, il quale, dopo la laurea ottenuta nel 2010 in agronomia, ha deciso di entrare nel MST, partecipando per due anni a una brigata di solidarietà in Venezuela, ed è attualmente impegnato nell’assistenza tecnica agli insediamenti del movimento e all’interno della Bionatur (organizzazione del MST che si occupa della produzione di semi). Di seguito l’intervista.

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Con quali obiettivi è nata la Brigata Antonio Candido?

La brigata è nata dalla relazione che il Movimento dei Senza Terra ha stretto con i suoi amici in Italia. Il suo obiettivo è quello di portare nel vostro Paese la nostra esperienza organizzativa, la nostra metodologia, la nostra lotta – offrendo anche un quadro della realtà agraria brasiliana, del contesto in cui sta operando attualmente il MST – e di cercare di capire come la nostra più che trentennale esperienza possa risultare utile ai movimenti e alle organizzazioni contadine presenti in Italia, nel nome di quell’internazionalismo che rappresenta un principio fondamentale del MST fin dalla sua nascita. Si tratta di un elemento importante della nostra metodologia: diffondere in altri luoghi la lotta per la terra e lo stile di vita contadino e operare uno scambio reale, dando e ricevendo conoscenze, tanto dal punto di vista organizzativo quanto da quello più tecnico (rispetto, per esempio, a metodi e pratiche dell’agricoltura biologica), raccontando cosa avviene in Brasile e riportando in Brasile il modo di operare dei contadini italiani.

Come è stato scelto il nome della brigata?

Antonio Candido è stato uno dei principali intellettuali del Brasile, scomparso il 12 maggio scorso: poeta, saggista e critico letterario, sociologo e militante, sostenitore del Movimento dei Senza Terra. Fedeli alla consuetudine del MST di dare alle brigate internazionaliste e ai gruppi di studenti delle nostre scuole nomi di compagni che ci hanno lasciato, per rendere loro omaggio, abbiamo deciso di intitolare a lui la nostra brigata, volendo in questo modo ricordare il suo impegno, a partire dall’ambito accademico, in difesa dei movimenti sociali e del popolo brasiliano.

In base a quali criteri è stato formato il gruppo?

Il primo criterio è stato quello della scelta di militanti impegnati in qualche modo nel settore dell’agroecologia. Il secondo è stato quello della rappresentanza geografica, per fare in modo che partecipassero persone di Stati diversi del Paese. La nostra brigata è costituita da nove militanti di otto diversi Stati del Brasile, tutti dirigenti del MST all’interno dei singoli Stati o tecnici che lavorano con i contadini nell’agricoltura biologica.

In quali altri Paesi del mondo sono presenti brigate del Movimento?

In questo momento sono attive le brigate in Venezuela, a Cuba, in America Centrale, con sede in Guatemala, in Paraguay, in Cina, in Sudafrica, in Palestina. In Europa, solo la nostra qui in Italia. Perché qui possiamo contare su un comitato che ha venti anni di vita, dunque su una lunga e consolidata relazione. Inoltre, poiché qui ha già operato una brigata nel 2014/15 (la Brigata Egidio Brunetto/Antonio Gramsci, formata da nove militanti del MST, in Italia dal 30 ottobre 2014 al 27 settembre 2015), con buoni risultati, il MST ha ritenuto giusto inviarne una seconda. E questa seconda può preparare la strada per una brigata futura.

La vostra presenza ha attivato molte energie sul territorio, da nord a sud del Paese. Come ti è apparsa la realtà dei movimenti italiani?

In tutte le attività che stiamo portando avanti – incontri, conferenze, seminari – la risposta dei presenti è stata sempre molto positiva. Si sono mostrati tutti molto interessati a conoscere il MST e tutti hanno apprezzato la nostra metodologia. Lo scambio di conoscenze che si è registrato in queste attività è stato ottimo. Quello che noi vogliamo far passare come messaggio principale delle nostre attività è l’importanza dell’unione tra le diverse associazioni e organizzazioni contadine dell’Italia, perché la realtà che ci troviamo di fronte è quella di un gran numero di organizzazioni che tuttavia non riescono a unire le proprie forze per perseguire insieme obiettivi più grandi. Perché le organizzazioni tendono a dare più importanza a ciò che le separa che a ciò che le unisce, a quegli obiettivi comuni che potrebbero portarle a confluire in un movimento più ampio in grado di rivendicare con maggiore efficacia i diritti dei contadini e delle contadine. Il nostro invito è dunque quello a mettere un po’ da parte le differenze politiche e ideologiche per ottenere maggiori conquiste per tutto il movimento contadino.

L’intera storia del movimento è indubbiamente una grande fonte di ispirazione per i movimenti italiani. Ma c’è qualcosa della nostra realtà che ritieni possa tornare utile alla vostra lotta?

Vi sono due aspetti che mi sembrano importanti. Il primo è dato dall’ottimo rapporto che le organizzazioni contadine riescono a stabilire con i cittadini consumatori, dalle varie forme di acquisto solidale alla creazione di mercati in cui si pratica la vendita diretta. Anche in Brasile, negli ultimi anni, abbiamo lavorato in questa direzione, quella cioè di un consolidamento del rapporto con i consumatori, ma è ancora un processo in corso, un processo che intendiamo sviluppare. L’altro aspetto è quello legato all’esperienza, che per esempio ho visto realizzata a Capodarco, dell’agricoltura sociale. È un concetto che esiste anche in Brasile ma che qui è molto più presente. Si tratta di portare l’agroecologia in altri spazi, in spazi dove si promuove l’inclusione sociale attraverso la pratica dell’agricoltura e la convivenza nei campi. È una proposta molto buona, grazie a cui possiamo ampliare la nostra lotta coinvolgendo nuovi settori della società.

Quali sono invece i limiti più gravi che hai colto nella realtà dei movimenti italiani?

Il primo limite è quello della frammentazione esistente nel movimento contadino. Chi, per esempio, esprime un’ideologia tendenzialmente anarchica non accetta di convivere con gruppi di altre tendenze, chi ha seguito la strada della certificazione biologica non ha nulla a che vedere con chi, come Genuino Clandestino, porta avanti metodi di autocertificazione alternativi a quella ufficiale, basati sulla partecipazione attiva dei consumatori, considerati come co-produttori. E così via… Un altro limite riguarda la legislazione italiana, che nega all’agricoltura contadina diritti che sono invece garantiti in Brasile, conquiste che facilitano l’esistenza della piccola agricoltura biologica. Pensiamo alla certificazione partecipativa (realizzata dagli stessi contadini e distinta da quella gestita da terzi), che in Brasile è riconosciuta dalla legge, o alla possibilità, ottenuta in seguito a molte rivendicazioni e a molte lotte, di produrre e commercializzare semi locali. Abbiamo conosciuto un agricoltore in Veneto che produce semi tipici della regione, ma che può utilizzarli solo per uso personale, perché è vietato commercializzarli. Tutti gli anni riceve visite di controllo: se gli ispettori trovano una quantità di semi maggiore a quella prevista per l’uso personale, gli vengono sequestrati perché illegali. Un altro diritto garantito in Brasile e non qui in Italia ai piccoli agricoltori è quello all’assistenza tecnica, senza la quale è difficile avanzare su alcuni versanti, tanto più che la figura del tecnico serve anche come elemento di collegamento tra gli agricoltori. L’assenza di questi diritti limita notevolmente le possibilità della piccola agricoltura contadina, non solo biologica.

Quanto spazio occupa l’agricoltura biologica nella pratica del Movimento dei Senza Terra?

È un processo in corso: l’agricoltura biologica non è ancora maggioritaria all’interno del movimento, ma le cooperative del MST che producono biologico sono quelle più sviluppate. La maggior parte dei nostri contadini non usa veleni agricoli, ma non tutti sono completamente “biologici” secondo quanto prescrive la legge. Il settore agroecologico del MST è, tuttavia, molto forte in ogni Stato: esiste un dibattito all’interno di ogni insediamento e l’obiettivo della direzione nazionale è quello di ottenere un’adesione generalizzata al modello dell’agroecologia. Non a caso le cooperative del MST che riportano i maggiori successi sono quelle che producono biologico: riescono a vendere tutto quello che producono. In questa fase, poi, stiamo promuovendo lo sviluppo di mercati municipali di prodotti biologici, per mostrare alla società e anche alle nostre basi quanto il biologico rappresenti una strada praticabile. Purtroppo, soprattutto nel sud del Brasile, esiste una pressione molto forte del settore transgenico in aree di riforma agraria, al fine di indurre i nostri agricoltori a dedicarsi, per esempio, alla produzione di soia transgenica. Vi sono agricoltori che vivono condizioni molto difficili perché, circondati da aziende che coltivano ogm e fanno ricorso a un uso massiccio di veleni, anche irrorati da elicotteri, si trovano di fatto nell’impossibilità di praticare l’agricoltura biologica. Sono in trappola e non esistono leggi che li tutelino.

In Italia si registra una sensibilità crescente rispetto alla necessità di un’alimentazione sana e libera da veleni. È lo stesso anche in Brasile?

Sì, anno dopo anno, la popolazione sta diventando sempre più cosciente dell’importanza degli alimenti biologici. Solo per fare un esempio, a Porto Alegre, qualche anno fa, esistevano appena sette/otto mercati di prodotti biologici: oggi, all’interno del Comune, i mercati e i punti vendita sono diventati cinquantasei. Grazie alle pressioni dei consumatori, in pochi anni la situazione è molto cambiata. Il Brasile è il maggiore consumatore mondiale di veleni agricoli e le conseguenze sono molto evidenti, a cominciare dal livello di contaminazione dell’acqua. Nei municipi che fanno ampio ricorso ai pesticidi, gli studi hanno mostrato tracce di veleni nel latte materno e queste ricerche sono note ai cittadini. L’Anvisa (Agenzia nazionale di vigilanza sanitaria) cura tutti gli anni un rapporto sugli indici di contaminazione dei prodotti di base che si consumano nel Paese e il livello risulta molto alto. La coscienza della necessità del biologico è dunque in crescita e l’obiettivo del MST è quello di ottenere un prezzo accessibile per i prodotti biologici, i quali devono essere destinati a tutta la popolazione e non solo a chi si può permettere di acquistarli.

Cosa significa per te passare questi mesi in Italia mentre il Brasile attraversa una delle peggiori crisi della sua storia?

È importante essere qui a parlare della situazione del Brasile perché molte delle informazioni che circolano in Europa non sono corrette. Abbiamo quindi la possibilità di far conoscere quello che sta vivendo realmente il popolo brasiliano. E quello che pensano i movimenti sociali di questa crisi e dei modi per uscirne. In Brasile si è consumato un colpo di Stato e, quindi, tutte le misure che sta adottando attualmente il governo sono illegittime. Questo governo non è stato eletto: si è insediato per decisione del Parlamento in seguito a un impeachment senza fondamento legale. E può contare appena sull’8 per cento di consenso da parte della popolazione. Per di più l’attuale presidente è stato ora formalmente accusato di corruzione da parte del Procuratore generale del Paese Rodrigo Janot. Viviamo una condizione di illegittimità e di corruzione dilagante, di attacchi frontali a tutti i diritti conquistati in anni di lotta per la democratizzazione del Brasile, dalla legislazione del lavoro a quella della previdenza, fino alla proposta, contro cui il MST si è sempre opposto, di assegnare titoli individuali di proprietà agli insediati, al posto della concessione d’uso attualmente in vigore, rendendo così possibile la commercializzazione di quelle terre. Quello che noi chiediamo è la rinuncia di Temer e il ricorso a elezioni dirette anticipate (rispetto alla data prevista del 2018), in maniera da restituire al popolo il diritto di scegliere da chi farsi governare.

La candidatura di Lula – su cui a sinistra si punta ancora, maggioritariamente, malgrado i limiti evidenziati dalla sua amministrazione – appare molto più incerta dopo la sua condanna in primo grado a nove anni e sei mesi (e all’interdizione dai pubblici uffici per diciannove anni) per corruzione in uno dei processi dell’inchiesta Lava Jato. Al di là dell’evidente accanimento del potere giudiziario nei suoi confronti (in molti parlano di un golpe della magistratura) e in attesa della sentenza d’appello, cos’è che può indurre i movimenti a pensare che un suo eventuale nuovo governo sarebbe maggiormente spostato a sinistra?

Il governo Lula aveva suscitato all’inizio grandi speranze nel nostro movimento. Con Lula sono stati realizzati molti passi avanti rispetto, per esempio, alle condizioni degli insediamenti, in direzione di un miglioramento della produzione, della commercializzazione, della cooperazione. Del resto, Lula ha combattuto con successo la fame in Brasile e questo è già un grandissimo risultato. Tuttavia, per essere eletto, Lula ha dovuto allearsi con diversi partiti e settori della società, compresi settori della destra e dell’agribusiness, i cui rappresentanti hanno trovato posto sia nei governi di Lula che in quelli di Dilma. È chiaro che, in questa situazione, la riforma agraria proposta dal MST non poteva essere realizzata. La nostra speranza è che, se Lula dovesse riconquistare il governo, tanto lui quanto il PT si ricordino bene di cosa ha voluto dire governare con la destra e delle conseguenze che ne sono derivate, a cominciare dal colpo di Stato. Basti pensare come il partito di Temer, il PMDB, sia stato il grande alleato del PT durante tutti i suoi governi. È per questo che noi speriamo che nasca un governo più a sinistra, più popolare. D’altro canto, noi, come militanti del MST (molti dei quali appoggiano Lula), abbiamo sempre mantenuto la nostra autonomia.

Un governo non potrà mai realizzare quella profonda trasformazione sociale che è al centro della nostra lotta, perché questa potrà venire solo dalla base, dal popolo brasiliano. Non è un capo del governo che farà la rivoluzione: questa avverrà solo nel lungo periodo e come frutto di molte lotte.

Care e cari,
alla ripresa autunnale, anche la nostra associazione ricomincia la sua attività. Come forse saprete, otto di noi sono in partenza per il Ghana. L’amica Olivia ha organizzato una visita nella sua terra e un incontro con le ragazze della scuola di Adjumako e le loro famiglie. E’ il villaggio dove Olivia è cresciuta. Per queste ragazze Olivia ha chiesto alla Rete di Verona di sostenere un progetto contro l’abbandono scolastico e per la promozione sociale delle famiglie. Ci fermeremo in Ghana una dozzina di giorni dove avremo modo di conoscere anche altre realtà del paese, oltre che di visitare alcuni luoghi di importanza storica e naturalistica. Sarà bello, in ottobre, ritrovarci e confrontarci su questo nostro progetto solidale, nato e sviluppato a Verona, dove rientreremo il 6 ottobre. SABATO 7 OTTOBRE c’è un importante appuntamento nazionale della nostra associazione: a Brescia, in occasione del coordinamento, tutta la giornata di sabato sarà dedicata al SEMINARIO NAZIONALE per un confronto su quanto è emerso nei vari seminari macro regionali, dove avevamo lavorato sul tema: Che cosa significa oggi solidarietà ? Come si concretizza? Come accennato in precedenti circolari, non abbiamo la pretesa di risolvere i problemi planetari, ma, a 55 anni dalla nostra fondazione, molte situazioni sono radicalmente cambiate e sono emersi nuovi problemi che richiedono nuove risposte. Il fatto più evidente è la presenza tra noi degli immigrati, persone che fuggono da guerre e carestie, o che semplicemente sperano in un miglioramento delle loro condizioni economiche. Al riguardo, l’ipocrisia dell’Europa e del governo italiano è, a dir poco, scandalosa. Pensiamo in particolare alle recenti disposizioni messe in atto dal ministro Minniti, precedute e accompagnate dal tentativo di criminalizzare alcune ONG e perfino padre Zerai, nostro ospite al convegno nazionale del 2016. Per questo vi rimandiamo al comunicato dello stesso p. Zerai e all’appello della sua associazione (Habeshia) alla società civile dell’Europa (li trovate in internet cliccando: comunicato padre Zerai). Mentre si fanno accordi con governi fantoccio in regioni come la Libia, che le nostre bombe hanno contribuito a destabilizzare, giunge in questi giorni l’ennesimo comunicato di Medici senza frontiere che denuncia come, proprio in Libia, sia insostenibile la situazione dei campi di raccolta dove sono bloccati o, meglio dire, detenuti i migranti, sottoposti quotidianamente a stupri, torture e violenze di ogni genere. Ma ciò che importa è tenere queste persone lontane dalle nostre coste e poter dire che gli sbarchi sono diminuiti, inseguendo gli slogan più beceri della destra e contribuendo così a sgretolare l’dea di una società aperta e solidale. Che cosa può fare una piccola associazione come la Rete Radié Resch? Come non tenere conto che i nostri modi di renderci visibili e di fare politica difficilmente coinvolgono chi ha 30 o 40 anni meno di noi? Di questo e altro parleremo al SEMINARIO NAZIONALE RETE RADIE’ RESCH SABATO 7 OTTOBRE 2017: L’incontro si svolgerà a BRESCIA, presso il Centro parrocchiale di s. Maria in Silva, via Sardegna 24, indicativamente dalle 9.30 alle 18.30 (ci accoglie il parroco don Fabio Corazzina). Il pranzo è al sacco, all’insegna della sobrietà. Per chi potrà fermarsi a dormire, la successiva domenica mattina sarà dedicata al coordinamento nazionale e alla prima bozza di programma per il convegno della primavera del 2018. Vogliamo concludere parlando di Palestina, che rimane sempre al centro dei nostri pensieri. I recenti tentativi di Fatah e Hamas di riprendere una collaborazione, certamente interessanti, sembrano abbastanza marginali rispetto all’aggressività dell’espansione coloniale promossa dall’attuale governo israeliano. Forte del sostegno americano, rinforzato dalla presidenza Trump, Benjamin Netanyahu sta incrementando fortemente gli insediamenti in Gerusalemme Est e nei Territori Occupati. Per fortuna la campagna internazionale BDS (boicottaggio, disinvestimento e sanzioni) contro le politiche di apartheid del suo governo ottiene risultati positivi e si diffonde. La preoccupazione del governo israeliano è tale che sta varando leggi per criminalizzare questa forma di lotta assolutamente non violenta. Noi, da sempre sostenitori del BDS, siamo molto contenti dell’attenzione al problema palestinese che abbiamo contribuito a richiamare in questo ultimo anno e mezzo. Insieme al Monastero del Bene Comune di Sezano abbiamo organizzato in 18 mesi una decina di incontri molto partecipati (una media di un centinaio di persone per volta). Sono stati invitati palestinesi, ebrei impegnati per la pace e i diritti umani, rappresentanti del BDS in Italia, volontari dell’associazione Colomba. Pensiamo senz’altro di continuare anche nel prossimo anno con incontri periodici di aggiornamento, molto necessari per capire come evolve la situazione. Terminiamo proponendovi questa frase, citata dalla teologa Cristina Simonelli nel suo ultimo libro “Dio-Patrie-Famiglie. Le traiettorie plurali dell’amore” ed. PIEMME 2016):
“CHI E’ UNO STRANIERO? E’ COLUI CHE TI FA CREDERE DI ESSERE A CASA TUA”
(E. Jabes, poeta ebreo francese, nato al Cairo).
da Maria e Gianni

Care amiche e cari amici, questa lettera si differenzia dalle solite circolari. Voglio qui rievocare in breve la mia frequentazione, durata più di 50 anni, col nostro fondatore Ettore Masina, scomparso il 28 giugno scorso, al fine di porre in evidenza quanto ha significato per me conoscerlo e lavorare con lui per scopi nobili e umanitari che hanno segnato la mia vita. Spero che il carattere così personale del mio scritto venga accettato da tutti, anche perché è probabile che le idee e l’operato di Ettore come hanno influito su di me possano aver influenzato molti di voi. Premetto che in precedenza altre due persone avevano contribuito sensibilmente alla mia maturazione in età giovanile. La prima fu Laura Ingrao, mia insegnante di lettere all’Istituto magistrale; una donna straordinaria per intelligenza, cultura e disponibilità verso gli altri (dopo il diploma frequentai la sua casa per piccoli cenacoli letterari, rimasi in contatto con lei, che alcune volte venne alle iniziative della rete romana versando piccoli contributi). La seconda persona fu un prete romagnolo, don Antonio Penazzi, di cui non tesserò le lodi bastandomi dirvi che lo considero ancora oggi il mio vero maestro di vita (morì purtroppo a soli 59 anni, di cancro; era maggiore di me di appena dieci anni, come la mia sorella maggiore). Fu proprio don Penazzi a far conoscere Ettore a me e a tutti gli amici del circolo “A.F. Ozanam” che io avevo presieduto al suo nascere nel 1956. Don Antonio, sempre attento a fatti e persone interessanti, lo invitò da noi una sera dell’autunno del ’66 perché ci parlasse della Rete di solidarietà che aveva costituito l’anno prima di ritorno dal viaggio in Terra Santa di Paolo VI, da lui seguito come vaticanista. Convinti dalle sapienti parole di Masina e stimolati dall’entusiasta amico prete, aderimmo in moltissimi alla Rete impegnandoci per i versamenti mensili. Maria Paola era presente anche lei quella sera e, persuasa quanto me della bontà e della novità (per quei tempi) dell’iniziativa, mi sostenne per lunghi anni perché dessi il meglio di me alla Rete, incoraggiandomi nei momenti di difficoltà; questo fino a quando la malattia la condusse lentamente alla morte. Nei primi anni l’adesione di noi romani alla Rete si concretizzò soltanto con i versamenti sul c.c.p. di Ettore e nel ricevere le sue circolari. Dopo due tentativi falliti di creare una rete romana riuscii infine nell’intento nel 1978. Da allora e per trent’anni fui il coordinatore del gruppo, ebbi un mio c.c.p. per i versamenti, convocai gli incontri, tenni assidui contatti con Ettore (che invitavo alle riunioni), diffondendo la sua circolare a Roma e ai gruppi locali. Il testo andavo a prenderlo da lui e lavorando con la Olivetti, il ciclostile, la fotocopiatrice e la posta riuscivo in pochi giorni a diramare la sua circolare a tutti gli aderenti. Poi cominciai a scrivere una mia lettera ai romani, che spedivo ai destinatari insieme a quella nazionale. Dopo l’istituzione del coordinamento nazionale organizzai le sue riunioni, che Ettore volle quasi sempre a Roma (mi aiutò Loris Nobili, per qualche tempo anche tesoriere nazionale, a seguito della costituzione della Rete in associazione riconosciuta davanti al notaio), provvedendo io stesso al verbale che diramavo a tutti i gruppi. Tutto ciò significava che i contatti personali tra lui e me erano frequenti, con scambi di vedute che mi erano utili per capire sempre meglio il suo pensiero, la profondità dei suoi concetti e le caratteristiche del suo lavoro giornalistico, di scrittore e quindi di parlamentare. Come pure potei vedere quanto gli fosse di sostegno Clotilde e la sollecitudine dei genitori verso i loro tre figli che vidi crescere. Voglio dire insomma che, pur facendo io prevalentemente “il portatore d’acqua”, come si dice in gergo ciclistico, la nostra amicizia si rafforzò via via, mentre aumentava la mia stima per lui vedendolo impegnato come pochi a favore dei popoli del Terzo Mondo (era il termine in uso allora), incurante della mole di lavoro che doveva svolgere, veramente molto considerevole, accanto agli impegni professionali peraltro mai trascurati. Ci fu tra noi qualche piccola incomprensione, non lo nego, in tanti anni di assidua frequentazione; ma di scarsa entità, risolta subito. E ci fu anche qualche elogio per il mio lavoro, sia per quello svolto in ambito Rete sia per quanto di buono riuscii a combinare, di culturale, nel mio lavoro “ministeriale”. Ettore era per natura un uomo che sapeva riconoscere i meriti delle persone a lui vicine, come pure scorgere gli errori che esse potevano commettere. Grazie a Ettore affinai la mia sensibilità per i numerosi e diversi problemi del Terzo Mondo, conobbi tante persone di valore e l’importanza delle questioni che ci sottoponevano, strinsi con molte di loro vincoli amichevoli che durarono nel tempo (Dario Canale, già vittima dei torturatori brasiliani, divenne un amico carissimo, un’amicizia interrotta solo dalla sua tragica fine parecchi anni dopo). Quando Ettore iniziò a cimentarsi con le opere di narrativa – dopo aver pubblicato libri d’altra natura noti a tutti voi – mi permisi, forte della mia lunga esperienza di recensore, di muovergli dei rilievi che lui accettò di buon grado. Fui contento invece di poter lodare “Il Vincere”, finalista del Premio Strega, a mio parere il più riuscito dei suoi romanzi. Ma in genere tutta la sua produzione di scrittore dimostrò la profondità del suo pensiero. Cercai sempre di andare alle presentazioni dei suoi libri e talvolta intervenni nella discussione. Mi resi conto che in tutti i suoi scritti egli trasfondeva con passione le sue convinzioni profonde a beneficio dei lettori. Delle trasmissioni culturali che curò, una volta lasciata l’informazione religiosa, mi fu cara in particolare “Gulliver”, che riscosse infatti grande successo. Mentre dell’intensa attività parlamentare, durata nove anni, ho sempre ricordato la battaglia che condusse, con argomenti più che validi, contro il rinnovamento del Concordato con la Santa Sede voluto da Craxi. “Nord Sud, un solo futuro”, da lui ideato, mi parve una grande intuizione, e lo era. Non andò a buon fine, malgrado il suo impegno, perché i tempi non erano maturi: forze politiche e mondo culturale non erano preparati, a mio parere, a una simile rivoluzione “copernicana”, troppo attaccati alle proprie vedute intrecciate spesso a meschini interessi di parte. Oltre a ciò vi giocò, sempre secondo il mio modesto parere, l’eccessiva irruenza di Ettore nel tentare di convincere personalità importanti sui suoi propositi innovatori. Ma quell’esperienza dimostrò tuttavia a me e a tanti amici che Ettore possedeva una visione del mondo e del futuro non riscontrabile facilmente in tanti intellettuali anche di fama. Sono fermamente convinto che conoscere Ettore e aver lavorato per la Rete Radiè Resch, da lui creata (col sostegno di Clotilde e l’ispirazione avutane da Paul Gauthier), essere stato suo amico e collaboratore abbiano segnato profondamente la mia vita. Non avrei compreso così a fondo i problemi del pianeta e l’importanza, l’obbligo morale, di spendermi, insieme a tante altre persone di buona volontà, a favore degli “ultimi”, delle vittime di tirannidi, di carestie, di odii di religione. A proposito di religione ammirai la costante sua ispirazione cristiana, presente in tutto il suo operato, insieme al rispetto per ogni credo e per chi si diceva ateo. Parlò anzi di “fede nell’uomo” da parte di coloro che, pur certi del nulla dopo la vita terrena, si adoperavano con zelo e sacrificio per recare sollievo alle pene materiali e spirituali dei dannati della Terra. Una opinione alquanto singolare, da porre accanto al concetto di “fratellanza universale”, da me spesso citata. In conclusione: per me, destinato a condurre una vita professionale lontana dalle mie aspirazioni (diversamente da tanti amici più fortunati e capaci), conoscere, frequentare Ettore, avere la sua amicizia e fare la mia parte nella Rete è stato un grande dono del Cielo. Eterna riconoscenza a lui (e un grazie affettuoso a voi per la pazienza dedicatami).
Mauro Gentilini (della rete di Roma)

Gianfranco Rigoli, membro della nostra Rete, è già stato ospite ad Adjumako due anni fa, ed ora un piccolo gruppo della rete di Verona si accinge a partire con lui e Olivia per un viaggio di conoscenza e di amicizia. Per due settimane, dal 22 settembre al 6 ottobre, vedremo, conosceremo, incontreremo, ascolteremo, parteciperemo. Ecco il nostro programma:

Venerdì 22 settembre: partenza da Venezia alle 11.35 con scalo ad Amsterdam ed arrivo ad Accra intorno alle 20.

Sabato 23: visita della diga del Volta ad Akosombo. Fin dalla prima giornata incontreremo Emma e potremo chiederle tutte le informazioni che desideriamo sia sulla nostra operazione sia sulla situazione socio-sanitaria locale e nazionale.

Domenica 24: visita di Accra con una puntata, se riusciamo, alla tristemente nota discarica di Agbogbloshie.

Lunedì 25: visita del giardino botanico di Aburi.

Martedì 26: trasferimento a Takoradi (circa 4 ore). Lungo il tragitto visita di Cape Coast Castle ed Elmina Castle, luoghi significativi nella storia della deportazione degli schiavi. Ad Elmina visione verso sera della partenza delle barche per la pesca.

Mercoledì 27: visita del villaggio di Adjumako ed incontro con i responsabili della scuola.

Giovedì 28: visita delle località di Butre e Discove.

Venerdì 29: visita di Cape Three Points ed Axim Castle.

Sabato 30: incontro con i responsabili di un progetto sanitario nel territorio di Adjumako.

Domenica 1 ottobre: partecipazione alla messa nel villaggio di Egyam. Nel pomeriggio incontro con le ragazze della scuola di Adjumako e le loro famiglie, gli anziani ed il re del villaggio.

Lunedì 2: al mattino incontro con Gifty Kwofie, membro del parlamento nazionale, alla presenza del re del villaggio di Adjumako. Nel primo pomeriggio partenza per Kumasi.

Martedì 3: visita di Kumasi.

Mercoledì 4: rientro ad Accra. Incontro con Emma e saluti.

Giovedì 5: preparativi per la partenza alle 22 da Accra.

Venerdì 6: in tarda mattinata rientro all’aeroporto di Venezia.

Naturalmente al nostro ritorno vi racconteremo…

Carissimi,
finora non ho avuto la forza di ringraziare tutti voi che mi siete stati così vicino in questa momento tanto difficile per me e la mia famiglia, ma lo faccio oggi raccontandovi alcuni episodi che hanno accompagnato gli ultimi tempi della vita di Ettore.
Stamattina leggendo nel Vangelo di Luca (5,9) lo stupore che aveva invaso Pietro e tutti quelli che erano con lui di fronte all’abbondanza della loro pesca, mi sono detta che anch’io dovevo comunicarvi il mio stupore di fronte alle tante circostanze straordinarie, che si sono verificate nei suoi ultimi mesi e che nel loro ricordo mi hanno aiutato a dimenticare le fatiche e le asperità caratteriali di Ettore e a recuperare il vero Ettore che voi avete conosciuto.
Il primo fatto riguarda l’aiuto domestico. Come sapete Ettore aveva il Parkinson e un mieloma multiplo. Fino al mese di gennaio ho avuto una domestica ad ore straordinaria, Larissa, una romena. Lei continuava a dirmi che non potevo andare avanti soltanto con le sue poche ore perché Ettore andava cambiato e soprattutto la sera era molto faticoso per me farlo da sola; ma io ero affezionata a Larissa e non volevo mandarla via e sostituirla con una persona sconosciuta. Però a metà gennaio Larissa non è più venuta perché doveva assistere una sorella ammalata gravemente di un tumore al pancreas. Per qualche giorno sono andata avanti con una sostituta a ore, ma un sabato sera alla fine di gennaio ho detto al Signore, aiutami perché non ho più le forze per cambiare Ettore. Una mia cara vicina che mi porta sempre il giornale la domenica mattina, che era consapevole della mia situazione, mi ha detto alle dieci che io avrei dovuto prendere un filippino. A mezzogiorno sono venuti tanto Emilio che Lucia, che non vengono mai la domenica mattina. Lucia ha telefonato alla mamma filippina di un ex compagno di scuola di sua figlia Francesca; alla una durante il rito della chiesa evangelica di via del Babbuino è stata comunicata la mia richiesta.
Alle cinque si è presentato Francesco con la valigia. Dopo qualche mese mi ha detto che era venuto già con la valigia perché il Signore glielo aveva detto. Francesco, un uomo di cinquant’anni è molto religioso ed è stato straordinario con Ettore, senza di lui non avrei potuto assisterlo e tenerlo in casa fino alla fine. Francesco non ha voluto lasciarmi anche dopo la scomparsa di Ettore. La mattina fa un altro lavoro, sta con me il pomeriggio e la notte, inoltre guida l’automobile,e per me che ho sempre dovuto guidate la macchina mi pare che questo sia un dono straordinario.
Il secondo fatto che mi ha stupito è stato l’aiuto ricevuto dall’Antea, un hospice di eccellenza di Roma che ha assistito Ettore negli ultimi venti giorni . L’équipe dei medici e degli infermieri dell’Antea si reca a domicilio gratis tutti i giorni. Si può contattare l’équipe dalle otto di mattina fino alle otto di sera e la notte c’è una guardia notturna. Io che sono stata, purtroppo, con Ettore in tanti ospedali romani,sono stata strabiliata non solo dalla personale capacità di ogni membro, ma soprattutto dalla efficienza del loro coordinamento. L’unico difetto, riguardo all’Antea è che non è facile avere l’assistenza proprio quando se ne ha bisogno e in questo caso il mio stupore è nato anche dal fatto che Emilio cinque mesi prima che Ettore morisse mi ha detto di attivarmi per cercare un hospice che potesse fornire a casa la morfina in caso di bisogno. Sapevamo che in alcuni casi il mieloma multiplo dà terribili dolori ossei. Feci subito allora tutte le domande richiestemi dall’Antea di cui conoscevo l’esistenza perché ci lavorava un’amica.
Il medico venuto a vedere Ettore alla mia prima richiesta, la considerò fuori luogo, alzò le spalle come per dire “perché mi ha disturbato, il paziente non è terminale”. E invece qualche mese dopo quella richiesta fu provvidenziale, se non fossi stata già in lista non avrei avuto l’équipe. Con la loro esperienza nelle cure palliative tolgono al malato ogni sofferenza finale, non solo l’asfissia che temevo tanto per Ettore che aveva un enfisema cronico, ma persino il rantolo che fa molta impressione. Mi sono accorta che Ettore stava morendo quando ho osservato che aveva cambiato colore, era ocra come il Cristo del Mantegna, ma ciò mi ha dato il tempo di chiamare figli e nipoti che hanno assistito attorno al suo letto, in camera sua, al sottile affievolirsi del suo respiro mentre stava dormendo. Le due nipoti presenti, Francesca e Carlotta (figlia di Emilio) prima che si irrigidisse hanno voluto vestirlo. E in questa occasione abbiamo persino riso perché stavano mettendogli un vestito di Pietro che avevo messo nell’armadio di Ettore e e alle nove di sera non era distinguibile dagli altri vestiti. Pietro aveva dovuto ritornare a Cambridge a prendere Cecilia e le piccole gemelle di tre anni Elena e Greta, che dovevano traslocare dall’Inghilterra il 29 e mi aveva lasciato il suo vestito scuro sapendo che Ettore aveva pochi giorni di vita. Pietro è molto più grasso di di quello che era diventato Ettore alla fine e non avrebbe avuto un vestito per il funerale. Francesca con molto spirito ha detto “vestiamolo di celeste così, così non ci confondiamo” e ha scelto una cravatta di Ferragamo con gli angeli.
Come hanno visto Giorgio Gallo, Monica, Angelo e Pier che sono venuti dopo il coordinamento a salutare Ettore, (Monica e Pier hanno viaggiato tutta notte per questo), le mie nipoti grandi ( Marta, Carlotta, Francesca e Sofia dai 23 ai 18)sono state negli ultimi tempi della vita del nonno straordinarie. Ettore fino a due giorni prima della morte dopo la flebo mattutina, aveva nel pomeriggio qualche ora di lucidità. Lo portavamo in giardino, le mie nipotine lo accarezzavano e gli leggevano qualcosa.
A quelle piccole il nonno manca molto, Elena mi chiede sempre del nonno,”perché oggi non è qui con te?” , le abbiamo detto che è diventato una stella che ci manda la luce e una notte che le nuvole offuscavano le stelle ha detto “allora stasera il nonno non ci manda la luce”.Il fatto della luce le convince parzialmente, lo vorrebbero presente. L’assistenza delle nipoti ha molto rallegrato i suoi ultimi giorni ma lo ha anche rallegrato il poter salutare tanti divoi al telefono in quei momenti pomeridiani in cui era ancora lucido. Oltre alla vostre telefonate hanno scaldato il mio e il suo cuore le telefonate di monsignor Nogaro, di don Ciotti, di Alex Zannotelli, di Ferrò caporedattore di Jesus, di Giuseppe De Rita.
Vi racconto ora un altro fatto che mi ha riempito di stupore. Mio genero Stefano, marito di Lucia, è un architetto, che studia come sono orientate le chiese e le moschee del nostro paese, verso quale luogo sacro lontano. La sera del 27 giugno proprio mentre Ettore stava morendo ha fotografato insieme a Francesca il grande angelo con le ali spiegate posto sulla cupola di San Pietro e Paolo all’Eur che sta come prendendo il volo verso la Palestina. Solo una coincidenza ?
Non vi dico cosa hanno fatto Stefano ed Emilio per refrigerare la stanza dove avevamo messo Ettore perché Pietro potesse vederlo prima che fosse chiusa la bara. Hanno trasportato un enorme apparecchio che proprio perché troppo ingombrante veniva tenuto in cantina.
Come potete immaginare scrivere queste cose mi è costato ma so che avete voluto bene a Ettore e penso che possa farvi piacere sapere che la sua fine è stata un momento doloroso ma anche di commozione unitiva per tutta la sua grande famiglia, compresa la rete.
Un abbraccio Clotilde

Seminario nazionale e Coordinamento

Brescia 7 e 8 ottobre 2017

I due eventi si svolgeranno in momenti e luoghi diversi.

SABATO 7: Seminario nazionale

L’incontro si svolgerà presso il Centro parrocchiale di s. Maria in Silva, via Sardegna 24, indicativamente dalle 9.30 alle 18.30 (ci accoglie il parroco don Fabio Corazzina). Il pranzo è al sacco, all’insegna della sobrietà.

Domenica 8: Coordinamento

Finito il Seminario, ci si trasferirà al Centro Pastorale Paolo VI, Via Gezio Calini 30, dove saremo ospitati dalla cena di sabato al pranzo di domenica, s’intende con pernottamento. Il Coordinamento si svolgerà dalle 9 alle 13.

Sono urgenti le prenotazioni poiché è tassativo dare conferma al Centro Paolo VI con un mese di anticipo del numero delle camere da occupare ed effettuare il versamento della relativa caparra.

Chi intende partecipare invii perciò entro e non oltre il 5 settembre la prenotazione a Gabriella e Piergiorgio:

Telefono: 030 2090539

Cellulare: 339 8154551

e-mail: pgtode@gmail.com

Indicare possibilmente con che mezzo si intende raggiungere Brescia e quando.

Seguiranno da parte nostra, dopo questo secondo avviso, tutte le indicazioni di dettaglio e in particolare sulle modalità di raggiungimento dei luoghi.

Un caro saluto

Gabriella e Piergiorgio Todeschini

Rete Radié Resch – Brescia

Via Valotti, 8

25133 Brescia