Home2017aprile

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

Radiè Resch di Padova – Aprile 2017

“Immaginate allora di vedere gli stranieri derelitti,

coi bambini in spalla, e i poveri bagagli

arrancare verso i porti e le coste in cerca di trasporto,

e che voi vi asseggiate come re dei vostri desideri

-l’autorità messa a tacere dal vostro vociare alterato-

e ve ne possiate stare tutti tronfi nella gorgiera della vostra presunzione.

Che avrete ottenuto? Ve lo dico io: avete insegnato a tutti

che a prevalere devono essere l’insolenza e la mano pesante.”

(William Shakespeare 1564-1616)

Ciao a tutte e a tutti, auguri di una gioiosa e serena Pasqua. oltre alla ricorrenza del 25 aprile che celebra la liberazione dalla dittatura fascista, questo mese è pieno di ricordi che non possiamo dimenticare: 4 aprile 1945 viene impiccato dalle SS Dietrich Bonhòffer; 5 aprile 1968 a Menphis viene assassinato Martin Luther King; 25 aprile 1992 muore tragicamente padre Ernesto Balducci; dopo una lunga e dolorosa malattia il 20 aprile 1993 moriva il vescovo Tonino Bello e, il 24 aprile 2010 viene uccisa in Haiti Dadoue. Tante date e tante persone, alcune a noi vicine, che vogliamo ricordare nel prossimo incontro di Rete Venerdì 21 aprile alle ore 21 a casa di Gianna e Elvio a Padova. Vi aspettiamo numerosi e puntuali. Durante la serata dopo un breve aggiornamento sull’ultimo coordinamento, in vista del prossimo seminario interregionale rifletteremo insieme sul significato oggi della solidarietà alla luce dell’eredità che ci hanno lasciato Dadoue e Gianna. Di seguito alcuni spunti di riflessione emersi durante l’ultimo coordinamento, un articolo sulla situazione haitiana e la circolare nazionale a cura della Rete di Verona.

Percorso “Quale Solidarietà?”

“Ridefinire il Noi per meglio continuare a dare voce agli ultimi”

Si tratta di un percorso che toccherà l’identità della Rete, e che occuperà tutto il mandato della segreteria passando dal confronto nei seminari macro-regionali e nazionale fino al Convegno Nazionale del 2018.

In estrema sintesi tale cammino dovrebbe raccogliere:

–          le riflessioni personali dei singoli aderenti alla Rete confrontate

–          nella Rete locale da qui portate

–          nei lavori dei Seminari Macroregionali per convergere nel

–          Seminario Nazionale del 7-8 Ottobre 2017 al Centro Paolo VI di Brescia infine il

–          Convegno Nazionale della Rete 2018 che dovrebbe raccogliere “lo sguardo esterno” di coloro che la Rete l’hanno vissuta (forse subita) da esterni. Ad esempio figli/figlie, sorelle/fratelli, compagni/compagne ed i referenti locali delle nostre operazioni.

Per favorire una discussione tra noi, riportiamo stralci delle riflessioni avute nell’ultimo coordinamento.

–        Confrontiamoci con i nostri referenti e le comunità con cui facciamo solidarietà.

–        La Rete è partita con l’intuizione della necessità di restituzione per tutte le “rapine” perpetrate verso i paesi poveri. Questo ci impone di dare alla solidarietà una maggiore connotazione di tipo politico.

–        Il seminario deve fare un lavoro di approfondimento all’interno oppure ragionare sui temi della solidarietà all’esterno?

–        Dare una risposta alla mancanza di adesioni. Il futuro sono i giovani ed è loro che dobbiamo interrogare per capire dove andare.

–        Il presente ed il futuro si possono capire solo alla luce dell’analisi del passato.

–        La Rete resta artigiana della solidarietà.

–        Non si può usare l’approccio del passato. Dobbiamo metabolizzare il cambiamento

–        Occorre fermarsi e ascoltare noi stessi ed il tempo che abitiamo. Dobbiamo essere in grado di guardare il cielo sopra i tetti. Gli aderenti alla Rete della nostra generazione non vede successori. La nostra responsabilità è chiederci a chi consegniamo il testimone.

–        Fare attenzione che la solidarietà non sostituisca il welfare. In questa prospettiva, l’analisi politica deve essere al primo posto.

–        Riguardo al futuro, sembra che noi lo dobbiamo cogliere il segno dei tempi.

–        Ciò che cambia è il contesto storico. Quello narrato dai “vecchi della Rete” è molto lontano da quello che oggi viviamo. La questione è come poter parlare alle generazioni future, così lontane dalla realtà che ha visto nascere la Rete. Quando si parla di confronto con gli esterni, non è solo con i nostri figli, ma anche con i testimoni. Dobbiamo decidere se abbracciare questo schema di percorso: partire dal passato, analizzare il presente e decidere che eredità dobbiamo lasciare a generazioni povere di stimoli e di umanità.

–        Una delle caratteristiche della Rete è l’etica della cura, prendersi cura del mondo.

–        I valori fondanti sono rimasti invariati. I giovani oggi vivono in un ambiente interculturale. In realtà i giovani sanno adattarsi. Se noi non riusciamo a capire che c’è anche una pancia, lasceremo che a gestire la politica siano i Salvini di turno.

–        Non dobbiamo continuare ad interrogarci guardando il passato. Non dobbiamo avere paura perché le cose ci vengono incontro. Il testimone si può passare in tanti modi. Si semina ma non è detto che si debba anche raccogliere. Non è detto che i figli o i giovani debbano fare le stesse cose che facciamo noi.

AYIBOBO ! La partenza della Minustah da Haiti è imminente !

Marcel Duret – AlterPresse, 21 marzo 2017

«Dopo 13 anni la Minustah se ne va il prossimo ottobre» dichiara un rappresentante dell’Onu. Dovrei essere felice per questa buona e meravigliosa notizia. Dovrei dirmi che finalmente un periodo di vergogna e umiliazione del mio paese è alla fine del tunnel. Il popolo haitiano dovrebbe forse rallegrarsi! Ma un’angoscia profonda, un dolore insopportabile invadono il mio cuore e la mia anima. Perché questa ansietà mi insegue ogni minuto, ogni secondo della mia vita? Innanzi tutto avrei desiderato che fossimo stati noi Haitiani a chiedere questa partenza. Perché il Senato della Repubblica ha scelto di votare urgentemente la risoluzione relativa a Guy Philippe e quella contro la diffamazione invece di prendere una decisione che potrebbe ridarci un po’ della nostra fierezza collettiva di fronte all’ignominia di essere stati occupati così a lungo? Perché l’epidemia di prostituzione provocata dalla presenza della Minustah non è stata considerata urgente dai nostri parlamentari? Quante ragazze sono state iniziate alla vendita del loro corpo e della loro anima per dare da mangiare alla loro famiglia! Quante madri di famiglia hanno vilmente chiuso gli occhi sul lavoro immorale delle loro figlie, o addirittura le hanno incoraggiate? Quante ragazze o ragazzi sono state violentate? Quante persone sono morte di colera? Quante hanno contratto questa malattia e ne hanno sofferto terribilmente? La Minustah, forza militare e poliziesca di occupazione, ha contribuito a una certa stabilità nella vita politica e sociale del paese anche con la creazione e formazione del nostro nuovo corpo di polizia: non avremmo potuto riuscirci da soli? La grande domanda è: cosa facciamo oggi per preparare questa prossima partenza? Cosa pianifichiamo per evitare una ripetizione di questa occupazione del nostro territorio in un prossimo futuro? Quando, come popolo, prenderemo il nostro destino in mano? Quando questo NOI collettivo rinascerà? Leggendo l’enunciato di politica generale del nuovo Primo Ministro, guardando la guerricciola tra i parlamentari su delle quisquiglie, e il mutismo del potere giudiziario, queste considerazioni non sembrano preoccupare i nostri dirigenti. Sarà l’ultimo dei loro pensieri? Quale piano nazionale di salvaguardia della nostra società è stato elaborato dai nostri futuri dirigenti per imbarcare tutto il popolo in una crociata di rilancio della nostra sovranità e dignità dei popolo? Come stimolare la partecipazione di tutte le forze vive della nazione all’elaborazione di questa visione comune? Sì, mi fa male il corpo e il cuore per il senso d’impotenza davanti alla dimensione del disastro che ci siamo inflitti. Quel che è fatto è fatto! Non possiamo tornare indietro. Dobbiamo invece prevedere e costruire il nostro futuro. Non possiamo più affidare la nostra sorte agli stranieri o ad altri paesi. Allora, in tutta coscienza, mi permetto di fare i seguenti suggerimenti al Presidente Jovenel Moise: I) Promuovere al più presto la creazione di un gran Consiglio di stato formato da ex Primi Ministri, un gruppo di personalità di alta moralità della società civile, tecnici di alto livello e alcuni presidenti di commissione delle due camere. Questo Consiglio di stato accompagnerebbe il Presidente durante tutto il suo mandato. Il Primo Ministro e i Ministri sono esecutori di vari programmi concepiti e elaborati dal Presidente e dal Consiglio di stato. Ciò dovrà suscitare la partecipazione di tutti e in particolare dell’ambiente rurale all’elaborazione dei vari programmi. Il Presidente della Repubblica dovrebbe astenersi dal prendere decisioni unilateralmente senza l’approvazione di questo Consiglio. L’errore commesso da quasi tutti i nostri capi di stato è stato di pensare che potevano risolvere da soli tutti i problemi del paese; II) Si deve iniziare una campagna sulla partenza della Minustah il più presto possibile per mettere in rilievo i lati buoni e cattivi di questa occupazione e soprattutto sulla nostra determinazione di evitare che questa occupazione non si rinnovi mai più in futuro. Quest’azione prenderebbe la forma di una campagna nazionale sul civismo; III) Pensare all’utilizzazione delle infrastrutture della Minustah nel quadro di un programma di Servizio Civico Obbligatorio sotto la responsabilità interministeriale dei Ministeri della Difesa, della Gioventù e sport e del Servizio Civico, con la collaborazione del Ministero dell’Educazione e Formazione Professionale. Era ora che la Minustah liberasse il territorio nazionale! Ma è indispensabile che noi Haitiani individualmente e collettivamente prendiamo in mano il nostro destino affinché i nostri figli e nipoti possano godere di un paese prospero dove è bello vivere. Che tutti gli dei della terra ci benedicano e benedicano Haiti! AYIBOBO! La partenza della Minustah avverrà ben presto!

Carissima, carissimo,
oggi urge creare sempre di più relazioni profonde e durature basate sul dialogo e l’incontro con l’altro, unico antidoto che ci spinge ad emanciparsi da qualsiasi dogmatismo, da qualsiasi forma di dipendenza e di contrapposizione; ciò sprona ad abbattere ogni tipo di barriere e ad aprirsi. Ciò porta ad aprirsi al mondo, alla laicità, alla scienza, al corpo, ad altri credi religiosi, a filosofie difformi dalle nostre e a ideologie diverse.
Acquisire questa libertà è faticoso, è fatica saper discernere, essere sempre attivi, non lasciarsi guidare dalle mode e acquisire la disponibilità ad imparare dai nostri errori. Chi è che non ne commette? La perfezione a mio parere è un puro concetto astratto, dobbiamo prenderci la libertà di agire per quello che crediamo, a costo di sbagliare, è così che potremmo migliorare e guardare alla società e a noi stessi con la serenità dell’essersi messi in gioco. Dobbiamo abituarci a non considerare come punto di riferimento noi stessi, ma allargare il nostro orizzonte verso gli emarginati, gli esclusi, i poveri, i senza voce, gli scartati.
Oggi sappiamo che uno sparuto gruppetto di persone controllano le risorse di mezzo mondo, non possiamo permetterlo! Non possono persone e popoli interi aver diritto a raccogliere e vivere di solo “briciole”. Nessuno può sentirsi tranquillo e dispensato non solo dagli imperativi morali, ma principalmente dalla sofferenza che miliardi di persone che vivono quotidianamente nella propria vita questa brutale sofferenza, dalla corresponsabilità della gestione del pianeta, una corresponsabilità più volte ribadita dalla comunità politica internazionale ai massimi livelli.
Fare giustizia deve essere il nuovo imperativo, basta perpetuare logiche di sfruttamento di persone e territori, che rispondono al più cinico uso del mercato, per incrementare il benessere di pochi.
E’ a causa di questi meccanismi che milioni di persone fuggono dalle loro terre, dalle loro case, che sommatiti a quelli che fuggono dalle guerre costituiscono un popolo in cammino, spesso senza meno, se non dal fuggire dalla loro situazione di sofferenza e di fame, create da chi determina il mondo.
Accogliere, proteggere, promuovere e integrare sono i quattro verbi che ognuno di noi deve coniugare in prima persona singolare e in prima persona plurale, per una comune risposta al fenomeno delle migrazioni.
Accogliere, anzitutto, che non equivale ad aspettare, attendere i migranti, ma fare pressione sui governi e la comunità internazionale, per favorire canali umanitari accessibili e sicuri e preparare le nostre comunità a un’accoglienza diffusa, istituzionale, personale e familiare.
Proteggere, tutelare i migranti dallo sfruttamento, dall’abuso, dalla violenza, attuando una vera lotta contro i trafficanti di esseri umani, ma anche rafforzando e non indebolendo gli strumenti politici di tutela dei migranti, no a nuovi CIE, no al disegno di legge Minniti-Orlando!
Promuovere, lavorando per lo sviluppo, la giustizia, la pace e la salvaguardia del creato, perchè le migrazioni forzate di oggi nascono dall’impossibilità delle persone di vivere nella loro terra, causa lo sfruttamento continuo e costante delle multinazionali, costrette a vivere nelle guerre volute da interessi stranieri per accaparrarsi le loro risorse, disastri ambientali causati da chi tratta queste terre come cortile di case dove si può tutto.
Integrare, un processo di mutuo riconoscimento, che nasca dal basso, evitando ghettizzazioni, facilitazioni del ricongiungimento familiare.
Quattro verbi che attendono di essere messi in pratica per superare le ingiustizie causate da una non equa distribuzione dei beni.
Penso alla Siria, ad Aleppo, caduta dopo oltre quattro anni di assedio, che adesso prova a rialzare la testa. Non si tratta solo di riedificare la città, i suoi servizi ecc., ma di rimettere insieme anche i pezzi della società colpita con violenza anche nella sua millenaria tradizione di convivenza e di tolleranza. Una sfida difficile che vede la comunità in prima fila per vincerla con le armi pacifiche dell’amicizia e della solidarietà concreta tra diversi.
La speranza della popolazione civile é che la tregua regga, come regga l’unità sociale. La riconciliazione nazionale, forse è proprio questa la sfida che che attende la Siria e Aleppo, anche se la guerra non è del tutto completamente finita. Ma è forte la voglia di rinascere.
Penso al Sud Sudan, lo stato più giovane del mondo, dove è in atto un grande esodo di massa causato da i continui assalti dei ribelli alle popolazioni civili, costrette a rifugiarsi nei campi profughi in Uganda. Un popolo disperato in marcia, spesso senza acqua e cibo, verso una insicura possibilità di vita, perchè cosciente che la vita vince sempre sulla morte.
Penso: sono gli abitanti di Aleppo della Siria, gli uomini e le donne impoverite del Sud Sudan, colpevoli della loro situazione, o sono gli ennesimi segni di una disumanità enorme e noi dobbiamo chiederci quanto queste violenze siano frutto di un clima di egoismo, indifferenza e ostilità verso le persone più deboli o diverse. Persone fragili esposte all’indifferenza ma anche alla violenza verbale.
Leggo parole di odio ogni giorno anche sui social network. Oggi di fronte a tutto ciò abbiamo bisogno di parole autentiche, ferme e inequivocabili. Capaci di mordere le coscienze ed esprimere dolore, compassione e di speranza.
Viviamo anni di solitudine, è una delle povertà più gravi, a fianco di quella materiale, culturale e relazionale. Una solitudine che si dilata e diventa ansia, paura. Su questo dobbiamo lavorare. C’é chi si autoesclude, perciò servono politiche di inclusione e di sostegno e non nuove discariche di esseri umani.
Urge uscire dalle incertezze e dagli egoismi facendosi viandanti di speranza per le persone escluse, emarginate e umiliate.
Ci sarà un motivo per cui piace cosi tanto Papa Francesco? Me lo chiedevo giusto ieri pomeriggio davanti alla tv, ascoltando e vedendo il bagno di folla milanese di Bergoglio. Un milione di persone sono tante per la presenza di un Papa qualunque. Ma Francesco di qualunque non ha niente. È un papa speciale. Unico. Nessuno può ormai più gridare al bluff. Le sue non solo parole. Il santo padre agisce incoraggia ama. Ama soprattutto gli ultimi, i diseredati. All’ odio xenofobo di quattro scalmanati sparsi per il mondo risponde ad esempio con una frase forte che scalda i cuori. La rivoluzione della tenerezza. Amore bontà ottimismo coraggio. Lotta dura contro le ingiustizie, contro le angherie dei padroni del mondo. Si dia voce alla giustizia sociale, alla uguaglianza, sembra dire, e in fondo dice, Francesco. Se non fossero i concetti sposati da un pontefice si potrebbe pensare al discorso di un capo di stato iperprogressista. Di quella fraternità migliore, quello che vuole una società più giusta e solidale. In fondo, se ci pensate bene, sono gli stessi concetti di Nostro Signore. Ricordate i mercanti del tempio? Ecco. Tra un attacco ai bulli di tutto il mondo e una carezza ai fratelli carcerati di san Vittore che hanno sbagliato ma possono ancora redimersi, Francesco non fa mistero di avercela con le multinazionali e il mondo della finanza con banchieri senza cuore e imprenditori avidi. Sono loro ad avere ucciso la gioia. Cioè quegli speculatori senza scrupoli, come li chiama Francesco, che hanno tolto la speranza ad intere famiglie privandole del lavoro e della giustizia sociale per meri e squallidi interessi economici. Sono loro ad aver trasformato il sogno della globalizzazione che abbatte barriere e fa cooperare i popoli, in un incubo in cui si innalzano muri e si sfruttano migranti schiavi per osceni calcoli di potere. L’1% di sprezzanti ricchi del mondo che dopo aver depredato i territori del terzo mondo ora vuole alimentare una guerra tra poveri abbassando i salari per una irrefrenabile, folle ed incomprensibile sete di accumulo di altra ricchezza. Fa capire tutto questo ed altro ancora papa Francesco, nella splendida giornata di sole milanese. Ed ecco perché un milione di persone ha risposto all’ appello del santo Padre, affollando lo spazio di Monza e lo stadio San Siro. Mai così pieno da tanti anni a questa parte. Quelle persone lo hanno fatto perché credono in lui. Credono in questo papa ‘comunista’ che al momento è l’unico capo di stato davvero autorevole al mondo. L’unico capace di parlare diretto al cuore della gente. Gente che sta senza se e senza ma dalla sua parte. Un papa, senza ombra di dubbio il più grande papa della storia moderna, che ai muri Anti immigrati preferisce i ponti per accogliere il prossimo. Per abbattere i muri ideali e quelli concreti tra nazioni che per secoli si sono fatte la guerra.
Sì, a papa Francesco sono sicuro che i costruttori di ponti piacciono tantissimo.
E’ in questa prospettiva che dobbiamo vivere -per chi è cristiano- una Pasqua che cambi realmente le nostre relazioni.

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Quarrata – Marzo/Aprile 2017

Carissima, carissimo, oggi urge creare sempre di più relazioni profonde e durature basate sul dialogo e l’incontro con l’altro, unico antidoto che ci spinge ad emanciparsi da qualsiasi dogmatismo, da qualsiasi forma di dipendenza e di contrapposizione; ciò sprona ad abbattere ogni tipo di barriere e ad aprirsi. Ciò porta ad aprirsi al mondo, alla laicità, alla scienza, al corpo, ad altri credi religiosi, a filosofie difformi dalle nostre e a ideologie diverse. Acquisire questa libertà è faticoso, è fatica saper discernere, essere sempre attivi, non lasciarsi guidare dalle mode e acquisire la disponibilità ad imparare dai nostri errori. Chi è che non ne commette? La perfezione a mio parere è un puro concetto astratto, dobbiamo prenderci la libertà di agire per quello che crediamo, a costo di sbagliare, è così che potremmo migliorare e guardare alla società e a noi stessi con la serenità dell’essersi messi in gioco. Dobbiamo abituarci a non considerare come punto di riferimento noi stessi, ma allargare il nostro orizzonte verso gli emarginati, gli esclusi, i poveri, i senza voce, gli scartati. Oggi sappiamo che uno sparuto gruppetto di persone controllano le risorse di mezzo mondo, non possiamo permetterlo! Non possono persone e popoli interi aver diritto a raccogliere e vivere di solo “briciole”. Nessuno può sentirsi tranquillo e dispensato non solo dagli imperativi morali, ma principalmente dalla sofferenza che miliardi di persone che vivono quotidianamente nella propria vita questa brutale sofferenza, dalla corresponsabilità della gestione del pianeta, una corresponsabilità più volte ribadita dalla comunità politica internazionale ai massimi livelli. Fare giustizia deve essere il nuovo imperativo, basta perpetuare logiche di sfruttamento di persone e territori, che rispondono al più cinico uso del mercato, per incrementare il benessere di pochi. E’ a causa di questi meccanismi che milioni di persone fuggono dalle loro terre, dalle loro case, che sommatiti a quelli che fuggono dalle guerre costituiscono un popolo in cammino, spesso senza meno, se non dal fuggire dalla loro situazione di sofferenza e di fame, create da chi determina il mondo. Accogliere, proteggere, promuovere e integrare sono i quattro verbi che ognuno di noi deve coniugare in prima persona singolare e in prima persona plurale, per una comune risposta al fenomeno delle migrazioni. Accogliere, anzitutto, che non equivale ad aspettare, attendere i migranti, ma fare pressione sui governi e la comunità internazionale, per favorire canali umanitari accessibili e sicuri e preparare le nostre comunità a un’accoglienza diffusa, istituzionale, personale e familiare. Proteggere, tutelare i migranti dallo sfruttamento, dall’abuso, dalla violenza, attuando una vera lotta contro i trafficanti di esseri umani, ma anche rafforzando e non indebolendo gli strumenti politici di tutela dei migranti, no a nuovi CIE, no al disegno di legge Minniti-Orlando! Promuovere, lavorando per lo sviluppo, la giustizia, la pace e la salvaguardia del creato, perchè le migrazioni forzate di oggi nascono dall’impossibilità delle persone di vivere nella loro terra, causa lo sfruttamento continuo e costante delle multinazionali, costrette a vivere nelle guerre volute da interessi stranieri per accaparrarsi le loro risorse, disastri ambientali causati da chi tratta queste terre come cortile di case dove si può tutto. Integrare, un processo di mutuo riconoscimento, che nasca dal basso, evitando ghettizzazioni, facilitazioni del ricongiungimento familiare. Quattro verbi che attendono di essere messi in pratica per superare le ingiustizie causate da una non equa distribuzione dei beni. Penso alla Siria, ad Aleppo, caduta dopo oltre quattro anni di assedio, che adesso prova a rialzare la testa. Non si tratta solo di riedificare la città, i suoi servizi ecc., ma di rimettere insieme anche i pezzi della società colpita con violenza anche nella sua millenaria tradizione di convivenza e di tolleranza. Una sfida difficile che vede la comunità in prima fila per vincerla con le armi pacifiche dell’amicizia e della solidarietà concreta tra diversi. La speranza della popolazione civile è che la tregua regga, come regga l’unità sociale. La riconciliazione nazionale, forse è proprio questa la sfida che attende la Siria e Aleppo, anche se la guerra non è del tutto completamente finita. Ma è forte la voglia di rinascere. Penso al Sud Sudan, lo stato più giovane del mondo, dove è in atto un grande esodo di massa causato da i continui assalti dei ribelli alle popolazioni civili, costrette a rifugiarsi nei campi profughi in Uganda. Un popolo disperato in marcia, spesso senza acqua e cibo, verso una insicura possibilità di vita, perché cosciente che la vita vince sempre sulla morte. Penso: sono gli abitanti di Aleppo della Siria, gli uomini e le donne impoverite del Sud Sudan, colpevoli della loro situazione, o sono gli ennesimi segni di una disumanità enorme e noi dobbiamo chiederci quanto queste violenze siano frutto di un clima di egoismo, indifferenza e ostilità verso le persone più deboli o diverse. Persone fragili esposte all’indifferenza ma anche alla violenza verbale. Leggo parole di odio ogni giorno anche sui social network. Oggi di fronte a tutto ciò abbiamo bisogno di parole autentiche, ferme e inequivocabili. Capaci di mordere le coscienze ed esprimere dolore, compassione e di speranza. Viviamo anni di solitudine, è una delle povertà più gravi, a fianco di quella materiale, culturale e relazionale. Una solitudine che si dilata e diventa ansia, paura. Su questo dobbiamo lavorare. C’è chi si autoesclude, perciò servono politiche di inclusione e di sostegno e non nuove discariche di esseri umani. Urge uscire dalle incertezze e dagli egoismi facendosi viandanti di speranza per le persone escluse, emarginate e umiliate. Ci sarà un motivo per cui piace così tanto Papa Francesco? Me lo chiedevo giusto ieri pomeriggio davanti alla tv, ascoltando e vedendo il bagno di folla milanese di Bergoglio. Un milione di persone sono tante per la presenza di un Papa qualunque. Ma Francesco di qualunque non ha niente. È un papa speciale. Unico. Nessuno può ormai più gridare al bluff. Le sue non solo parole. Il santo padre agisce incoraggia ama. Ama soprattutto gli ultimi, i diseredati. All’ odio xenofobo di quattro scalmanati sparsi per il mondo risponde ad esempio con una frase forte che scalda i cuori. La rivoluzione della tenerezza. Amore bontà ottimismo coraggio. Lotta dura contro le ingiustizie, contro le angherie dei padroni del mondo. Si dia voce alla giustizia sociale, alla uguaglianza, sembra dire, e in fondo dice, Francesco. Se non fossero i concetti sposati da un pontefice si potrebbe pensare al discorso di un capo di stato iperprogressista. Di quella fraternità migliore, quello che vuole una società più giusta e solidale. In fondo, se ci pensate bene, sono gli stessi concetti di Nostro Signore. Ricordate i mercanti del tempio? Ecco. Tra un attacco ai bulli di tutto il mondo e una carezza ai fratelli carcerati di san Vittore che hanno sbagliato ma possono ancora redimersi, Francesco non fa mistero di avercela con le multinazionali e il mondo della finanza con banchieri senza cuore e imprenditori avidi. Sono loro ad avere ucciso la gioia. Cioè quegli speculatori senza scrupoli, come li chiama Francesco, che hanno tolto la speranza ad intere famiglie privandole del lavoro e della giustizia sociale per meri e squallidi interessi economici. Sono loro ad aver trasformato il sogno della globalizzazione che abbatte barriere e fa cooperare i popoli, in un incubo in cui si innalzano muri e si sfruttano migranti schiavi per osceni calcoli di potere. L’1% di sprezzanti ricchi del mondo che dopo aver depredato i territori del terzo mondo ora vuole alimentare una guerra tra poveri abbassando i salari per una irrefrenabile, folle ed incomprensibile sete di accumulo di altra ricchezza. Fa capire tutto questo ed altro ancora papa Francesco, nella splendida giornata di sole milanese. Ed ecco perché un milione di persone ha risposto all’ appello del santo Padre, affollando lo spazio di Monza e lo stadio San Siro. Mai così pieno da tanti anni a questa parte. Quelle persone lo hanno fatto perché credono in lui. Credono in questo papa ‘comunista’ che al momento è l’unico capo di stato davvero autorevole al mondo. L’unico capace di parlare diretto al cuore della gente. Gente che sta senza se e senza ma dalla sua parte. Un papa, senza ombra di dubbio il più grande papa della storia moderna, che ai muri Anti immigrati preferisce i ponti per accogliere il prossimo. Per abbattere i muri ideali e quelli concreti tra nazioni che per secoli si sono fatte la guerra. Sì, a papa Francesco sono sicuro che i costruttori di ponti piacciono tantissimo. E’ in questa prospettiva che dobbiamo vivere -per chi è cristiano- una Pasqua che cambi realmente le nostre relazioni.

Antonio

di Emilio Drudi

Respingimenti più rapidi e facili nei confronti dei migranti, grazie alla cancellazione di un grado di giudizio nelle “cause” sui ricorsi per le richieste di asilo negate e le espulsioni; quadruplicazione del numero dei Cie, portati da 4/5 a 18, uno per regione, per un totale di 1.800 posti; più fondi per attuare i rimpatri forzati. Con il via libera arrivato dalla Camera, dopo quello del Senato, il decreto Minniti è operativo: ci si avvia velocemente a quella moltiplicazione degli allontanamenti coatti dei cosiddetti “stranieri irregolari” annunciata quattro mesi fa, forti anche degli accordi raggiunti con una serie di Paesi disponibili a “riprenderli” in Africa, anche a prescindere dalla loro nazionalità.
E’ un ulteriore passo verso l’attuazione completa del Processo di Khartoum, l’accordo fortemente voluto dall’Italia e firmato a Roma il 28 novembre 2014 tra l’Unione Europea e dieci Governi del versante orientale dell’Africa, con l’obiettivo – rafforzato dai successivi trattati di Malta (novembre 2015), che prevedono anche i rimpatri forzati dalla Ue – di esternalizzare il più a sud possibile i confini della Fortezza Europa, dandone in gestione la sorveglianza agli Stati africani contraenti, in cambio di milioni di euro, mascherati da “contributi allo sviluppo”. Un ulteriore passo in avanti, cioè, verso la realizzazione di quella barriera dove saranno altri a fare il lavoro sporco di bloccare i profughi e i migranti al posto dell’Italia e dell’Europa, ignorandone la volontà, la libertà, i diritti, la sorte stessa che li aspetta. E senza preoccuparsi dei metodi usati per tenerli al di là di quel muro.
Già, i metodi e il rispetto dei diritti. Un primo esempio concreto degli effetti del Processo di Khartoum sulla sorte dei profughi è arrivato dal Sudan, uno degli Stati cardine dell’accordo, dove negli ultimi mesi almeno 1.500 eritrei sono stati bloccati e buttati in galera, in attesa di essere rimpatriati: riconsegnati, cioè, alla dittatura dalla quale sono fuggiti, senza considerare che ad Asmara li aspetta una galera ancora più dura, per espatrio clandestino o, peggio, come disertori, essendo quasi tutti in età di leva, in base al servizio militare a vita instaurato dal regime. Ed è solo l’inizio. Una dimostrazione più ampia di quello che accadrà quando il programma funzionerà “a pieno regime”, la dà, giorno per giorno, il Processo di Rabat, l’accordo raggiunto dall’Unione Europea con 28 Stati del versante occidentale dell’Africa e di cui il Processo di Khartoum è per molti versi una “filiazione”. Firmato nel 2006, dopo un periodo di “rodaggio”, il piano Rabat è ormai diventato una barriera efficacissima, come dimostra il numero di migranti che riescono a sbarcare in Spagna dal Marocco: l’anno scorso appena 9.000 contro i 181.400 arrivati in Italia e i quasi 182 mila della Grecia. Peccato che questo blocco – come denunciano da tempo numerose Ong – sia “costruito” sulla pelle e sui diritti di profughi e migranti, in una spirale di violenza, soprusi, torture, dove la polizia e le milizie incaricate di vigilare sui confini sembrano avere in pratica mano libera, senza che nessuno ne chieda conto.
L’ultimo dossier è stato pubblicato in questi giorni, proprio mentre il decreto Minniti veniva approvato. Ne è autore Alarm Phone e si basa, in sostanza, sul monitoraggio di episodi accaduti in Marocco e in Algeria dal mese di dicembre 2016 alla fine di marzo 2017. A scorrerne le pagine, ne emerge una escalation di repressione, retate, arresti, deportazioni di massa. E non mancano le vittime: vite spezzate di giovani colpevoli di aver inseguito un sogno di libertà.
Deportazioni di massa. I raid della polizia e le deportazioni si sono moltiplicati in particolare tra la fine di novembre 2016 e il mese di febbraio 2017. Solo a Ziralda, nella provincia di Algeri, sono stati arrestati più di 1.500 migranti. Numerosi altri arresti sono segnalati in Marocco. Chi incappa nelle retate non ha scampo: tra le persone che operatori di Alarm Phone sono riusciti a contattare dopo l’espulsione forzata dall’Algeria, ad esempio, alcuni avevano un regolare permesso di soggiorno. Parecchi sono minorenni e due di questi, anzi, erano ospiti di un centro di protezione. Ma non c’è stato nulla da fare: per tutti i fermati è scattata l’espulsione. Una evidente espulsione di massa, decisa ed effettuata a prescindere dai diritti dei profughi e dalle convenzioni internazionali, simile a quelle per cui alcuni paesi europei, Italia inclusa, sono stati sanzionati in passato. Ma in questo caso, appunto, formalmente l’Europa non c’entra: il “lavoro” sono stati altri a svolgerlo.
In Marocco un’ondata massiccia di arresti si è avuta tra il 19 e il 21 febbraio, dopo due tentativi di superare in gruppo le barriere di filo spinato che blindano la linea di confine dell’enclave spagnola di Ceuta. Secondo notizie giunte alla Ong da collaboratori di Tangeri, più di cento fermati, inclusi alcuni feriti, in meno di 48 ore, ma potrebbero essere anche di più. In ogni caso, i cento e passa segnalati da Tangeri si trovano ancora in carcere: processati per direttissima, sono stati condannati a pene variabili tra i 3 e i 6 mesi e trasferiti nella prigione di Tetouan. “Ma nel processo – contesta Alarm Phone nel suo dossier – non sono state garantite le procedure legali. Gli accusati non hanno avuto alcuna possibilità di difendersi. Alcuni non hanno potuto leggere né i verbali di arresto della polizia né altri documenti. Non si è provveduto a tradurre le carte dall’arabo nella lingua degli imputati. E’ inaccettabile il modo in cui si è arrivati alla condanna. Per di più i prigionieri hanno denunciato condizioni di detenzione discriminatorie, senza la possibilità di ricevere visite e di incontrare le organizzazioni umanitarie…”.
Luoghi e metodi di deportazione. Le deportazioni – contesta Alarm Phone – vengono effettuate “in condizioni disumane”, con violenze e soprusi. Molti migranti hanno anche lamentato che al momento del fermo si sono visti sequestrare dalla polizia tutti gli effetti personali (cellulari, denaro, bagagli), che nessuno, nella maggior parte dei casi, ha poi restituito. Non solo: una volta al di là del confine, tanti sono stati abbandonati senza che avessero “nemmeno il minimo necessario per sopravvivere, a cominciare dall’acqua e dal cibo”, poiché pure le piccole riserve alimentari che avevano sono state sequestrate al momento del fermo o della distruzione dei campi improvvisati nei quali, per lo più, i profughi sono stati sorpresi. Quanto ai luoghi di destinazione dei trasferimenti forzati, dall’Algeria “i migranti vengono deportati verso sud, nel Sahara, al confine con il Niger e il Mali”. E’ qui che sarebbero finiti quasi tutti i 1.500 arrestati a Ziralda. “In Marocco, invece – prosegue il rapporto – le deportazioni sono indirizzate verso il confine con l’Algeria, nella regione di Oujda (all’estremità orientale: ndr) oppure verso il Sud del Paese”. Molti di quelli fermati mentre tentavano di entrare nel territorio spagnolo di Ceuta, dopo essere stati provvisoriamente condotti a Tangeri o a Castellejo dalle milizie ausiliarie marocchine, sono stati trasferiti verso i centri di detenzione di Fes, Tiznit e Kenitra, nel centro o nel sud del paese, in attesa dell’espulsione. Sempre con metodi a dir poco bruschi. “Alcune persone contattate dopo le retate hanno raccontato le violenze che hanno dovuto subire. Violenze confermate dalle organizzazioni algerine per i diritti umani che si sono occupate del caso”, rileva Alarm Phone, che poi aggiunge: “Più di venti organizzazioni umanitarie nazionali e internazionali hanno denunciato pubblicamente questo tipo di operazioni”.
Alarm Phone ha seguito in particolare la vicenda di due gruppi di subsahariani: il primo di 47 e il secondo di 5 persone, raccogliendone le testimonianze. Entrambi i gruppi, condotti di forza al di là della frontiera del Marocco, hanno raccontato di essere rimasti abbandonati a se stessi, nella “terra di nessuno” tra il posto di confine algerino e quello marocchino, per una decina di giorni, senz’acqua e senza cibo. Sarebbero sopravvissuti, a quanto pare, soltanto grazie all’aiuto di alcuni volontari. Il loro racconto, specifica la Ong, è stato confermato da una serie di video e fotografie. Un trattamento inumano che non è stato risparmiato neppure a una donna disabile. Sono tante, del resto, le testimonianze drammatiche raccolte. Mouhamadou, 24 anni, originario della Costa d’Avorio, ha denunciato di essere stato picchiato e addirittura frustato, tanto da aver perso, per le violenze subite, l’uso parziale della mano sinistra. Esseline, una ragazza ventiseienne del Camerun, scacciata dalle guardie di frontiera algerine nonostante fosse in avanzato stato di gravidanza, dice di aver perso il bambino a causa delle sofferenze e delle fatiche patite. Cedric, appena sedicenne, anche lui proveniente dal Camerun, è stato costretto a rimanere prigioniero in una baracca militare per tre giorni, dopo che gli erano stati confiscati il bagaglio e tutti gli effetti personali.
Almeno 3 morti. Nel dossier vengono segnalati, infine, almeno tre morti, vittime della ormai totale militarizzazione del confine tra Marocco e Algeria. Lungo la linea di frontiera le autorità algerine hanno scavato una trincea larga 3 metri e profonda dai 3 ai 4 metri. Sul lato opposto il Marocco ha costruito un alto muro di recinzione, senza alcun varco. E’ qui – denuncia Alarm Phone – che tra il dicembre 2016 e il febbraio 2017 ci sono stati tre morti, oltre a diversi feriti, generalmente per fratture agli arti: persone precipitate in fondo a questa trincea anti-migranti. Più volte le guardie di frontiera sparano in aria per spaventare i profughi e costringerli ad allontanarsi dalla linea di confine. E’ presumibile, secondo la ricostruzione della Ong, che sia accaduto proprio questo: nella concitazione della fuga alcuni devono essere caduti nel grosso fossato mentre tentavano di saltarlo, rimanendo uccisi o feriti.
Al momento della firma del Processo di Khartoum, così come dei trattati di Malta o, appena due mesi fa, in occasione del memorandum con la Libia, il Governo italiano e l’Unione Europea si sono affrettati a dichiarare che gli Stati ai quali è affidata la vigilanza sui confini “esternalizzati” della Fortezza Europa, sono e saranno chiamati a garantire la sicurezza, trattamenti umani, condizioni di vita dignitose, il rispetto dei diritti dei migranti bloccati e respinti. “E’ un impegno assoluto, improrogabile”, hanno assicurato. Lo avevano detto anche al momento della firma del Processo di Rabat.

Tratto da: Diritti e Frontiere

Rubrica Giovani Oggi

Ciao Giulio

Ciao Giulio, noi non ci conosciamo, non ci siamo mai conosciuti, forse non lo avremmo fatto mai. Eppure, tuo malgrado, è ormai un anno che vediamo la tua faccia, è ormai un anno che la tua storia è entrata nelle case di tutti, che la tua vita ci è stata raccontata per filo e per segno. Conosciamo tutti bene la tua vita eppure sappiamo ancora troppo poco sulla tua morte. È un anno che non ci sei più, Giulio, è un anno che sei scomparso, è un anno che il tuo corpo è stato ritrovato martoriato sul ciglio di una strada. È un anno che solo tu sai quello che hai passato in quei giorni, è un anno che il solo provare a immaginarlo ci mette i brividi. È da un anno che voglio scrivere, provare a buttare fuori tutto quello che il tuo nome mi provoca dentro, un misto di rabbia, di stima, quasi di orgoglio, di impotenza, di tristezza. Avremmo dovuto conoscerti Giulio, saresti dovuto essere sulla bocca di tutti prima di quel maledetto 25 gennaio, perché non è da tutti avere 28 anni, essere dottorando presso l’Università di Cambridge e star facendo ricerche sul campo, direttamente in Egitto. Se avere un sogno può essere facile, trovare il coraggio e la determinazione di portarlo avanti è molto difficile. Quando poi il sogno è cambiare il mondo, aiutare le persone, migliorare le vite, realizzarlo dovrebbe essere impegno di tutti. Ecco perché avremmo dovuto conoscerti prima, Giulio. In questo paese dove non esiste la meritocrazia, dove se vuoi studiare per davvero, se vuoi conoscere il mondo per poter provare a incidere almeno un po’, a fare la tua parte, devi andartene, avremmo dovuto conoscerti. Col tuo lavoro, saresti dovuto essere esempio e stimolo, sprono per tanti che i propri sogni, le proprie aspirazioni, li lasciano chiusi in un cassetto, spaventati da quanta fatica occorre per tirarli fuori. Saresti dovuto essere l’orgoglio di una nazione per quello che stavi facendo e non la nostra vergogna per quello che in un anno non siamo riusciti a fare, per la verità che non siamo riusciti a conquistare e non ti abbiamo potuto restituire. Quando sentivo i nostri giovani rappresentanti in Parlamento riempirsi la bocca col tuo nome, per poi farne uscire retorica, nella migliore delle ipotesi, e becero populismo, la stragrande maggioranza delle volte, mi saliva una rabbia incredibile. Perché se c’era qualcuno che meritava di rappresentare la nostra generazione quello eri tu, un italiano con un grande cervello e un grande cuore. Perché se è vero che i confini non sono che linee e convenzioni, se è vero che siamo e dobbiamo essere cittadini del mondo, è qui che siamo nati e cresciuti, è qui che ci siamo formati, è questa Italia che ci dovrebbe premiare e difendere. Ero appena arrivata in Portogallo per il mio Erasmus quando ho letto su internet la notizia della tua scomparsa e, poi, quella del tuo ritrovamento. Avevo ancora fresco nelle vene tutto l’entusiasmo che salire su un aereo ti può dare quando sai di star realizzando un sogno, di star costruendo un futuro a tua immagine e somiglianza. Il mio piccolo sogno di una formazione internazionale era realtà e non riuscivo a non pensare a quante volte più grande potesse essere l’entusiasmo per il tuo immensamente più grande sogno, quel sogno che ti aveva portato prima in Inghilterra e poi a Il Cairo. Non riuscivo a togliermi dalla testa l’immagine del tuo sorriso straripante, non smettevo, e non smetto, di immaginare la gioia e la passione dei tuoi giorni egiziani. Non ti abbiamo conosciuto in tempo, Giulio, non abbiamo potuto apprezzarti e ringraziarti di persona, ma non possiamo non farlo comunque. Quell’entusiasmo enorme, quella passione, non possiamo lasciarli imprigionati in quell’inferno in cui ti hanno portato, Giulio. Abbiamo il dovere di recuperarli, di non perderli, di non sprecarli. Scoprire tutta la verità sembra così assurdamente difficile che non possiamo permetterci di abbassare la guardia, non possiamo smettere di chiederla a gran voce. Ancora di più però dobbiamo imparare da te la forza e il coraggio di afferrare la nostra vita e i nostri sogni, di lottare per loro fino allo stremo. Ancora di più dobbiamo convincerci che questo mondo è nelle nostre mani e sta a noi impegnarci a cambiarlo per tutte le cose che ancora non vanno. Dobbiamo farlo per noi stessi e dobbiamo farlo per te, che sei stato disposto a pagare il prezzo più caro. Dobbiamo sommare alla nostra passione la tua passione, al nostro coraggio il tuo coraggio. Scommetto che solo questo oggi ti farebbe davvero piacere. Ciao Giulio e grazie, grazie davvero.

CIRCOLARE NAZIONALE, APRILE 2017

dalla Rete di Verona

Ripensavo a 2 grandi anniversari che ci hanno coinvolti in questo periodo, il centenario della Prima Guerra Mondiale, la Grande Guerra, che ha segnato profondamente l’Italia e l’Europa, le famiglie dei nostri nonni e padri, che hanno condizionato la nostra educazione e il nostro ieri, quindi anche tutta la nostra mentalità in formazione. Quale speranza si aspettava, dopo Caporetto 17, dopo tanti morti, invalidi, disastri, devastazioni ? Quale ricostruzione era possibile ? Quale solidarietà, verso popoli vicini che erano stati ed erano i nostri nemici ? Un termine che sembra lontanissimo, ma che è ancora usato verso certe persone, che non la pensano come noi, o che sono presentati così.

Il secondo anniversario è più vicino, e si riferisce ai 60 anni dai trattati di Roma, con la nascita dell’Europa unita, prima solo come Comunità economica, poi con l’Unione europea, che traballa fortemente, ma che comunque ci ha portato una pace insperata per decenni, dopo una guerra peggiore della prima, dopo i milioni di morti dei combattimenti, delle deportazioni e della Shoah, Unione che ha abbattuto le frontiere e ha permesso una nuova civiltà in Europa.

La nostra vita è cambiata dopo quelle ricorrenze, ed è stato più facile costruirsi una vita più solida e solidale, che cercasse una giustizia più vera e solida, col riconoscimento dei diritti di tutti, vicini e lontani, con leggi che tutelassero le nostre famiglie e i nostri figli. E quando Ettore Masina ci ha proposto di associarsi in questa piccola associazione (la Rete) a molti di noi è sembrato che fosse possbile realizzare quegli ideali di giustizia e di umanità anche con quelle piccole azioni che Paul Gauthier, e Ettore Masina con lui, proponevano, per essere concreti e non solo teorici, non solo con ragionamenti e ideologie, ma con azioni reali di sostegno, perché chi cercava più diritti per sé e più giustizia per i propri figli non ricevesse belle parole, ma un aiuto concreto di sostegno, e un’azione politica diretta anche nel nostro paese, non sui governi dei paesi lontani, su cui possiamo agire ben poco, in modo da favorire l’azione politica di chi nel suo paese cercava più libertà e diritti.

Quella ricerca di giustizia è passata, e passa ancora, attraverso relazioni e conoscenze, attraverso persone, attraverso discussioni e ascolti, tutti sempre fecondi e istruttivi, che hanno aiutato a costruire la nostra umanità e la nostra vita, non tanto a costruire un fondamento teorico e ideologico alle nostra idee politiche, ma piuttosto ad agire in modo da favorire le possibilità di tutti, non in nome di chi ha ragione, che non interessa, ma di chi possa vivere di più e meglio.

Vorrei indicare tre categorie di persone con le quali è stato possibile, e lo è ancora, anzi è necessario, discutere e confrontarsi, in 3 ambiti diversi e importantissimi. Il primo confronto è con gli amici, con cui ci siamo associati ed abbiamo fondato o aderito a questa associazione di solidarietà, con cui assistiamo a dibattiti, a prese di posizione, a proposte. Ed ogni volta che ci incontriamo con essi, con questi amici, siano del gruppo locale o siano del gruppo più ampio, a dimensione nazionale, come nei Convegni o nei Seminari, o nei Coordinamenti, vediamo negli altri il nostro stesso impegno per una società più giusta, per una famiglia aperta e alla ricerca di una giustizia più grande e profonda, e possiamo confrontarci più o meno alla pari, per capire dove sono arrivati gli altri, quali sono i loro interessi e il loro impegno, con le collette e i progetti di solidarietà, che non sono veri progetti, perché non ci sono obiettivi e controlli di efficienza dell’uso dei soldi.

La seconda categoria di persone con cui abbiamo imparato a confrontarci, sia pure con molti limiti e con pochi aspetti di confronto, è quella che si riferisce ai nostri referenti lontani, a chi ha proposto e gestisce queste piccole iniziative di sostegno in paesi poveri e lontani, a cominciare dalla Palestina, la regione in cui abbiamo iniziato il nostro impegno, per contrastare le enormi ingiustizie e le persecuzioni che hanno sopportato e continuano a sopportare, senza apparente speranza, con questo muro che divide con vergogna, con questi insediamenti che tolgono la terra e la dignità, e le possibilità di autonomia e resistenza. E abbiamo così conosciuto gente dappertutto, o quasi, nel Brasile dei perseguitati politici, nel Cile che cercava una nuova speranza politica, repressa ben presto nel sangue, nell’Argentina dei desaparecidos e di tante altre categorie di poveracci, nel Guatemala degli indios perseguitati e umiliati, nella Haiti della disperazione che una ragazza riesce a illuminare, dando nuove speranze di istruzione e di indipendenza, anche nei disastri del terremoto e della natura, e in tanti altri paesi dell’America Latina, nella Siria dei cristiani isolati e perseguitati, nel Congo, nella Repubblica Centrafricana, nel Ghana ora, e così via in tanti paesi e in tanti luoghi lontani dove qualcuno si è fatto carico di un progetto di nuova umanità che abbiamo sostenuto.

E ognuna di quelle persone che abbiamo conosciuto ci ha mostrato le sue difficoltà, ci ha insegnato la sua geografia, la sua storia, con cosa deve lottare per cercare nuove possibilità di vita e di autonomia, di giustizia, nel suo paese. E ognuno di noi della Rete ha così conosciuto delle persone che faticosamente danno un nuovo senso alla loro vita e al loro paese, con noi che col nostro piccolo aiuto ci mettiamo accanto a loro, per aiutare con la nostra piccola colletta di restituzione quel loro progetto, che faticosamente procede e dà nuove opportunità di umanità e di indipendenza. Sono conoscenze molto importanti, ci hanno segnato la vita, abbiamo aperto le nostre famiglie a nuove logiche e a nuove dimensioni, abbiamo imparato cosa significano certi nomi di luoghi lontani, che abbiamo anche visitato o che abbiamo ascoltato descritti da quei nuovi amici che ci sono venuti a conoscere e ad interpellare.

La terza categoria di persone con cui ci confrontiamo e ci siamo confrontati sono le nuove generazioni, sono i figli e i nipoti, che hanno un’altra mentalità e un’altra umanità, che probabilmente non proseguiranno il nostro impegno nella rete, ma che comunque proseguiranno bene o male il nostro impegno per una società più giusta, per avere loro un lavoro più dignitoso e sicuro, per creare una nuova società, che sarà certamente diversa, come loro saranno diversi.

Ecco perché sono partito dal centenario della grande guerra, per passare dai trattati di Roma e all’Europa degli ideali, dell’utopia, della profezia, come l’hanno proposto i nuovi segretari, Monica, Pier e Angelo, ideali che si sono meglio definiti nel confronto con gli amici e con i rappresentanti di tanti paesi lontani, che potrei descrivere con centinaia di nomi e di persone che ci hanno incontrato nella nostra piccola associazione, tutti con la loro gentilezza, la loro timidezza, e insieme la loro grande dignità e preparazione politica, costruita sulla loro pelle e con grande fatica, perché pochi hanno fatto scuole alte. E tutti ci hanno dato tanto, come esempio.

Vi propongo un paio di ricordi personali particolari, da vecchio della rete: viene a parlarci alla R di Verona un vecchio prete brasiliano, anni 75, bravissimo, della teologia della liberazione, di Sao Paulo, serio e concreto, e quando lo accompagno al mattino al treno, mi chiede a me veronese com’è l’Opera in Arena, e devo cantargli sottovoce il “Va’ pensiero”. Commovente ! O la Rigoberta Menchù, che dorme a casa nostra, non ancora Premio Nobel (90?), e la sera (alle 24) guarda alla nostra televisione un servizio su come la sua azione di denuncia in Guatemala aveva avuto una grande eco, importante, e per questo era stata imprigionata all’aeroporto: era stanchissima, ma si è subito rianimata, ha guardato tutto interessata e sorridendo, e ha chiesto un caffé.

Due piccoli esempi, ma tutti gli amici della Rete che hanno ospitato ospiti lontani hanno goduto questo rapporto previlegiato e fecondo, e possono raccontare episodi pregni e simpatici.

Ora il rapporto nuovo e importante è con le nuove generazioni, con la nuova società, con figli e nipoti, per costruire nel confronto la nuova umanità, una nuova giustizia, per eliminare il male e imparare il bene, come dice papa Francesco, il nostro nuovo profeta, non solo religioso (anche lui viene dalla fine del mondo), e sa insegnarci cose nuove, in questo nuovo mondo che attraversa crisi enormi, il clima e l’ambiente cambiano, cambia la tecnologia che sconvolge tutti e tutto, è globale, la finanza criminale si arricchisce sempre più a scapito dei poveri, che scappano e migrano, per fuggire dalla guerra e cercare una nuova vita. E vengono qui, e chiedono aiuto, aprendo nuovi problemi e scandali.

Un saluto affettuoso e un abbraccio solidale


Dino, R di Verona

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Padova – Marzo 2017

“Vi è un solo mezzo al mondo per rendere bella una persona o una cosa: quello di amarla.”

(Robert Musil)

Ciao a tutti/e, iniziamo questa lettera mensile lasciando spazio alla circolare della Segreteria. E’ uno scritto che ci porta dentro alla storia della Rete. Subito dopo troverete un breve riassunto, messo assieme da Marianita, che fa il punto sui lavori di riparazione delle scuole danneggiate dall’uragano. Allegato alla prossima circolare mensile ci sarà anche il resoconto economico 2016. La sensibilità di tante persone, alle volte anche anonime, di associazioni, di gruppi e di piccole attività hanno permesso, con la loro disponibilità, non solo di garantire la continuità del progetto don Milani, ma anche di far fronte al drammatico momento dei disastri causati dall’uragano. Al “normale” impegno dei progetti che da tanti anni seguiamo, ora si è aggiunto anche il sostegno economico alla scuola professionale di Marrouge intitolato a Gianna, con un costo annuo di 2.000 €. Di questo nuovo progetto abbiamo dato notizia nella precedente lettera di Febbraio.

Un grande grazie a tutti.