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RIFLESSIONI SULLA PANDEMIA

Che lezione trarre da questi giorni segnati dal dramma del contagio? In quanto uomini dobbiamo sforzarci di leggere gli accadimenti con intelligenza per coglierne un senso possibile, per trarne una lezione di vita che possiamo fare nostra.

Rivolgiamo lo sguardo alla storia. Quanti milioni di innocenti, soprattutto donne e bambini, sono stati uccisi e avevano pieno diritto di vivere! Quante guerre negli ultimi cento anni, quanta violenza, quanta sopraffazione si è esercitata su milioni di persone, anche in nome di ideologie che professavano la liberazione dell’uomo! Quanti morti di malattia, in questi stessi giorni! Eppure Dio, l’ente compassionevole e eterno di cui ci ha parlato Gesù di Nazareth, pur invocato ogni singolo istante dalle preghiere dei credenti di tutte le religioni non interviene. Dio tace.

È sordo? è cieco? insensibile? O è il chiaro segno che lascia a noi la responsabilità delle cose del mondo? Nostra, infatti, solo nostra è la responsabilità di quanto accade su questa terra. E se Dio tace, se non interviene nelle nostre vicende è solo per il rispetto del bene che ha dato all’uomo con l’intelligenza e la capacità di amare: la libertà. Anche di fare il male.

Perciò non se la prendano col Padre Eterno quelli che credono in lui, invocandone l’intervento e imprecandolo perché non scende a salvarci. Egli non vuole, non può intervenire perché ha il più alto rispetto della nostra responsabilità, della nostra capacità di discernere, di fare giustizia. Non carità, giustizia!

Vedo e apprezzo quanto fanno la Caritas, i suoi responsabili e i suoi seguaci per aiutare chi soffre. Però vedo anche che non urlano mai, non denunciano mai ad alta voce il potere, anche quello da noi eletto, per l’iniqua spartizione dei beni della terra. Anzi spesso vi si alleano per interessi di parte.

Apriamo gli occhi su questo modo di dare aiuto: è pericoloso. Ci dice che da una parte ci sono i “buoni”, che suppliscono ai bisogni e ai diritti dei più deboli e dei più poveri. Ma mentre diamo da mangiare all’affamato ci asteniamo dal combattere politicamente, non ci schieriamo, mentre dobbiamo sparire come benefattori e inchiodare politicamente i responsabili locali e nazionali – e larga parte di quelli europei e mondiali – di questo sfascio, colpevoli di essersi totalmente disinteressati di chi nella vita è meno fortunato e privo della cultura, delle capacità di rivendicare i propri diritti.

Invece un nuovo virus si affianca al primo nell’ammorbare questi giorni: il trasformismo politico dei politici che imperversano nei talk show televisivi, riversando fiumi di bolsa retorica sull’eroismo dei medici e degli infermieri sbattuti in prima linea a combattere un nemico spietato. In molti casi sono gli stessi che negli anni scorsi avviavano la distruzione della sanità pubblica sproloquiando di “spending review”, di “razionalizzazione”, di “maggiore efficienza”: in sostanza di tagli di spesa a man bassa.

Nel 1980 il nostro Paese contava mezzo milione di posti letto, nel 2017 ce n’erano 230mila. Negli ultimi dieci anni se ne sono persi 70mila. Alla sanità pubblica sono stati tolti 37 miliardi di euro e il sistema sanitario è stato smembrato in venti regioni secondo un criterio aziendalistico. Siamo tutti per l’efficienza, naturalmente. Ma oggi molti piccoli centri, soprattutto nel Meridione e nelle isole, sono privi di strutture ospedaliere. Tutto questo a vantaggio della sanità privata e dei potentati politici locali.

Come stupirci allora se nei reparti di terapia intensiva oggi mancano respiratori, se medici e infermieri sono costretti a operare nei reparti senza protezioni sufficienti, se sono privi di camici o mascherine adeguate? A chi andrà addebitato il sacrificio della vita di decine di loro, costretti a combattere un nemico spietato e invisibile con armi spuntate? Chi sarà chiamato a rispondere dei troppi pazienti che muoiono perché gli ospedali non hanno abbastanza dispositivi medici per curarli? Chi risarcirà la sofferenza indicibile dei loro cari, cui è negato anche il conforto di partecipare ai funerali?

Ecco allora che spunta la carità pelosa dei “grandi” imprenditori del capitalismo “illuminato”, dei “grandi” marchi multinazionali che si sono fatti d’oro sul precariato e la miseria dei lavoratori e oggi tentano di ripulirsi l’immagine versando chi centomila, chi un milione, chi cinque milioni di euro a questo o quell’ospedale. Briciole. Pagliuzze. Inezie. Quanti miliardi di euro di tasse hanno evaso o eluso quei “grandi” in tutti questi anni? Quanto avrebbero dovuto dare alla collettività e non le hanno dato? Quanta solidarietà hanno negato?

E allora bisogna squarciare il velo e indicare qual è, insieme al virus, l’autentico responsabile del dramma che stiamo vivendo: è l’antico conflitto tra Stato e mercanti, è la lotta che oppone l’equa redistribuzione al profitto smodato di pochi.

Servizi come la sanità, l’istruzione, la ricerca, il welfare hanno un costo che si paga con le tasse, ma nel finanziarli uno Stato che agisca davvero da Stato anziché da banca privata non ragiona in termini di profitto o di lucro. A differenza delle aziende private lo Stato non mira a incassare un surplus, a distribuire utili: attua una semplice redistribuzione di quanto preleva con le tasse. E non ha paura di indebitarsi ogni volta che è necessario per la salute dei suoi cittadini, non guarda al pareggio di bilancio come a un moloch cui occorre sacrificare le loro vite.

Ma le accuse di inefficienza e le insinuazioni sulla corruzione dei poteri pubblici, ripetute fino allo sfinimento in questi anni, pur se in molti casi giustificate servivano soprattutto a convincere i cittadini che è meglio farsi erogare questi servizi dai privati: che per quei servizi si fanno pagare, naturalmente, incassando un profitto.

Ecco allora perché i mercanti mirano allo Stato minimo, meglio ancora a uno Stato ridotto a zero: perché per ogni euro che questo eroga per la sanità, l’istruzione, la ricerca, il welfare, le carceri, c’è un euro di fatturato in meno per loro. C’è un euro di fatturato in meno su cui possono lucrare. Tutto può essere sacrificato al profitto.

Ma se per molti è chiaro che occorre scacciare i mercanti dal Tempio, nessuno sembra provvisto di idee, di visione, di progetti – e aggiungerei di coraggio – con cui rimediare a questa situazione. Una sinistra che, dimentica delle sue radici, non si fosse passivamente schiacciata sui dogmi neoliberisti e sulla lode alla globalizzazione capitalista e all’economia di mercato avrebbe indicato per tempo come veri nemici il libero movimento dei capitali e l’imprenditoria di rapina, che sposta i suoi soldi nei paesi più miseri per produrre sempre di più a costo minore; avrebbe imposto un limite alle dinamiche della finanza speculativa, mossa solo dalla volontà di predare guadagno, incurante di ridurre sul lastrico intere nazioni; avrebbe messo il morso all’avidità delle banche, anziché salvarle con fiumi di soldi a scapito delle famiglie.

Una politica che fosse davvero sociale perseguirebbe con mano ferma e regole d’acciaio gli evasori che spostano i loro capitali nei paradisi fiscali – molti annidati nel cuore stesso dell’Unione Europea – e quanti ogni anno frodano alla comunità centinaia di miliardi. E con l’enorme bottino recuperato rilancerebbe la spesa pubblica, mostrando che ogni grande evasore assicurato alla giustizia significa un ospedale in più, una scuola in più, un asilo in più, e ogni corruttore o corrotto un nuovo respiratore, un nuovo posto letto, una maestra in più per i bimbi. E abbasserebbe subito le tasse ai più deboli per aumentarle ai più ricchi, secondo il principio della tassazione progressiva sancito dalla nostra Costituzione che umanisticamente mira a costruire un mondo solidale dove le diseguaglianze siano ridotte, non esacerbate.

Invece costruiamo un mondo di criminale ingiustizia. Secondo il rapporto dell’ong Oxfam, a metà del 2019 l’1% più ricco del mondo deteneva più del doppio della ricchezza netta posseduta da 6,9 miliardi di persone, mentre il 50% più povero aveva meno dell’1%. Il patrimonio delle ventidue persone più facoltose del pianeta superava la ricchezza di tutte le donne del continente africano.

E nel nostro Paese? A metà 2019 il 20% più ricco deteneva quasi il 70% della ricchezza nazionale, mentre al 60% più povero non restava che il 13,3%. L’anno prima, il 5% più ricco deteneva da solo la stessa quota di ricchezza detenuta dal 90% più povero degli italiani. Innegabile dunque una tendenza alla concentrazione della ricchezza inarrestabile, pericolosa.

Sembra che siamo irresistibilmente attratti e guidati non dal Dio trino, dio di amore, fratellanza e giustizia, ma dal dio quattrino, il dio che protegge l’arricchimento egoistico, lo sfruttamento rapace della natura, la concezione dell’uomo non come fine ma come mezzo di cui disporre a piacimento, calpestandone bisogni e diritti. Eppure proclamiamo che tutti gli esseri umani, al di là delle diverse appartenenze politiche o religiose, del differente colore della pelle, hanno gli stessi bisogni e lo stesso diritto a una vita dignitosa e in salute, a un lavoro equamente retribuito, a una quantità di acqua e di cibo bastevole e costante.

Ecco allora che se il lavoro della Caritas e di ogni altra organizzazione caritatevole è privo di questo impegno politico è pericoloso. Consolida questo status quo ingiusto, ritarda l’avvento di quella fraternità/sororità tra esseri umani proclamata e vissuta da Gesù di Nazareth. Rispetto a lui siamo in ritardo non di duecento, ma di duemila anni.

Auspichiamo dunque che gli eventi di questi giorni vengano per farci riflettere davvero sul modo in cui viviamo, su quale giustizia vogliamo per l’uomo.

Pregare? Per cosa, per la fine di un virus? No, forse semplicemente perché apriamo gli occhi. Come le dieci vergini del Vangelo, siamo immersi in un sonno profondo.

 

Il regno dei cieli è simile a dieci vergini che, prese le loro lampade, uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le lampade, ma non presero con sé olio; le sagge invece, insieme alle lampade, presero anche dell’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e dormirono. A mezzanotte si levò un grido: Ecco lo sposo, andategli incontro! Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade.

E le stolte dissero alle sagge: Dateci del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono. Ma le sagge risposero: No, che non abbia a mancare per noi e per voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene.

Ora, mentre quelle andavano per comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: Signore, signore, aprici! Ma egli rispose: In verità vi dico: non vi conosco.

Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora.

(Mt 25,1-13)

 

Amici che abitano in luoghi assediati dal traffico raccontano che in questi giorni tornano a udire il canto felice degli uccelli. Strade deserte, negozi chiusi; il silenzio incoraggia gli animali selvatici ad avvicinarsi. Si avvistano lepri nei parchi di Milano, cigni che nuotano nei rii di Venezia ridiventati cristallini, cinghiali che vagano indisturbati per le strade di Roma, di Sassari.

Gli animali, altri nostri fratelli vilipesi, sono sempre vicini a noi. E anche se non li guardiamo, loro ci osservano a distanza. Guardinghi, timorosi della nostra invadenza, della nostra violenza. E non appena ci ritiriamo, riprendono i loro spazi.

Il mondo è anche loro, soprattutto loro. Ricordiamoci anche di questo, quando tutto sarà passato.

Oltre 25.000 le persone morte nel mondo a causa del coronavirus, la maggior parte in Europa. I casi globali di Covid-19 sono 553.244 in 176 Paesi e regioni. In Africa c’è un’evoluzione drammatica del numero dei Paesi e anche del numero dei contagiati è l’allarme lanciato dalla direttrice regionale dell’Oms per l’Africa, Matshidiso Rebecca Moeti.

Si sa, la percezione del rischio è inversamente proporzionale alla distanza dal rischio stesso. Un bambino che muore sotto casa suscita più emozione degli appelli dell’Unicef per la mortalità infantile nel mondo. Ci siamo preoccupati del coronavirus quanto più dalla Cina si avvicinava all’Europa ed entrava nel salotto di casa. Logico che ancora non ci si preoccupi e nemmeno si rifletta sull’eventualità che l’epidemia raggiunga l’Africa. Eppure le conseguenze, come è facile immaginare, potrebbero essere catastrofiche, non solo per l’Africa stessa. Attualmente, i contagiati (in una quarantina di Stati) sono poche centinaia con punta massima in Egitto (327 contagiati) e la stima è dello 0,11 per cento della popolazione mondiale. Si potrebbe concludere che il destino (o il buon Dio) stia risparmiando un Continente già afflitto da tremende epidemie, carestie e conflitti. Basti menzionare i 400 Mila morti all’anno per malaria, i milioni di sieropositivi da HIV, la recente invasione di locuste che ha devastato intere regioni dell’Africa orientale.

Oppure si potrebbero azzardare ipotesi, peraltro non suffragate da riscontri scientifici. La prima è che le temperature africane siano più alte e non favoriscano la diffusione del virus. La seconda è che la popolazione africana è molto giovane, mentre si sa che il virus è più aggressivo e mortale per la popolazione anziana. In apparenza, il Cov19 non conosce confini, fasce di età, classi sociali e gruppi etnici, ma è un fatto che – per ragioni tutte da approfondire scientificamente – abbia colpito con maggiore virulenza aree fortemente urbanizzate, territori pesantemente inquinati come la Lombardia e – per quanto riguarda l’Italia – la popolazione più anziana e autoctona. La terza ipotesi è che la popolazione africana, in particolare l’Africa sub sahariana, abbia sviluppato maggiori anticorpi.

Al di là di riscontri scientifici, queste sarebbero ipotesi confortanti per l’Africa, anche perché, in caso contrario, la solidarietà internazionale sarebbe comunque condizionata (e probabilmente ridotta) dalla mole gigantesca di risorse destinate alla ripresa dei Paesi più sviluppati: ricchi si, ma messi in ginocchio dall’epidemia.

Ci sono purtroppo ipotesi più allarmanti. La prima è che il virus possa diffondersi nel medio periodo e che oggi sia soltanto rallentato dalla riduzione dei viaggi e dalla chiusura delle frontiere. La presenza e il pendolarismo di funzionari e lavoratori cinesi – la nuova colonizzazione del Continente – sono oggi fortemente ridotti. La seconda è che il virus sia già in circolazione ma non sia “contabilizzato”, sia perché molti africani potrebbero essere asintomatici, sia perchè le infrastrutture sanitarie di quasi tutti i Paesi africani non consentirebbero efficaci controlli.

E’ un dato di fatto che il 70 per cento del miliardo e duecento milioni di africani vivono in giganteschi agglomerati urbani con densità e condizioni di vita che escluderebbero forme di contenimento in caso di esplosione dell’epidemia.

Le condizioni sanitarie, il numero di posti letto, di unità specialistiche e di medici, variano da Paese a Paese, ma non raggiungono in nessun caso standard europei. Basta riflettere sulle attuali pesanti difficoltà dell’Italia, un Paese che conta un numero di medici ogni diecimila abitanti venti volte superiore alla Nigeria. Nella gerarchie dei Paesi più vulnerabili, gli ultimi 22 posti nel mondo spettano a Paesi africani.

Non possiamo sapere oggi quale delle ipotesi sia più realistica. Di sicuro, le conseguenze economiche dell’epidemia nei Paesi più sviluppati si sono già fatte sentire sul Continente africano. Crollo del prezzo del petrolio, calo degli investimenti cinesi e contrazione dell’interscambio hanno già fatto dimezzare per l’anno in corso le stime di crescita. Per l’Africa – scrive il Sole24ore – il Fondo Monetario ha stanziato un pacchetto di aiuti da 50 miliardi di dollari. Briciole, se si considerano i “bazooka” di centinaia di miliardi di euro che stanno per piovere sui Paesi europei.

Da Remocontro.it

Martedì, 31 Marzo 2020

Nello Yemen, martoriato da cinque anni di guerra sanguinosa, preoccupa una “possibile diffusione del coronavirus” che avrebbe “un effetto devastante” sul Paese e sulla popolazione civile. Lo sottolinea ad AsiaNews mons. Paul Hinder, vicario apostolico dell’Arabia meridionale (Emirati Arabi Uniti, Oman e Yemen), il quale sottolinea che nell’area “mancano le strutture sanitarie per affrontare un’emergenza come quella provocata dalla pandemia di Covid-19”. In un contesto, peraltro, “in cui non sono si vedono ancora prospettive di pace”.

Per quanto riguarda l’emergenza coronavirus, sottolinea mons. Hinder che già ne sperimenta gli effetti negli Emirati e in Oman, “è pur vero che la popolazione nello Yemen è relativamente giovane e potrebbe correre qualche rischio in meno rispetto all’Europa, che ha un’età media più elevata”. Il problema “è che non ci sono strutture in grado di contrastare gli effetti del virus”. La speranza, afferma il prelato, “è che l’epidemia possa dare maggiore flessibilità nei confronti della guerra. È difficile avere notizie affidabili e verificabili dal Paese e al momento non si vedono soluzioni di pace all’orizzonte”. In questo contesto l’epidemia “potrebbe creare una situazione nuova, offrire alle diverse parti una scusa per ritirarsi e avviare un percorso di collaborazione”.

La nazione araba, da tempo la più povera di tutta la penisola araba, è sprofondata in un conflitto sanguinoso dopo che i ribelli Houthi, sostenuti dall’Iran, hanno conquistato la capitale Sana’a nel 2014. Lo scontro fra governativi filo-sauditi e ribelli è degenerato nel marzo 2015 con l’intervento della coalizione araba guidata da Riyadh. Il conflitto ha fatto registrare oltre 90mila vittime, fra civili e combattenti. Le divisioni a livello locale si sono poi trasformate in una guerra per procura, che ha causato milione di sfollati e innescato “la peggiore crisi umanitaria al mondo”, con circa 24 milioni di yemeniti (l’80% della popolazione) che necessitano di assistenza umanitaria.

Oltre all’emergenza coronavirus, a preoccupare è anche la salute della popolazione, in particolare dei più giovani colpiti anche a livello psicologico dal conflitto. Come emerge da uno studio pubblicato oggi da Save the Children, cinque anni di guerra hanno avuto un “impatto devastante” sulla salute mentale della popolazione e molti minori si trovano sulla soglia della depressione. Oltre la metà dei 1250 giovani fra i 13 e i 17 anni hanno dichiarato di sentirsi “molto tristi e depressi” e più di uno su 10 afferma che questo sentimento è “permanente”.

Nell’indagine, che ha riguardato le province meridionali di Aden, Lahi e Taëz, circa un giovane su cinque ha dichiarato di avvertire sempre “paura e tristezza”. Nel complesso, il 52% degli interpellati dicono di non sentirsi al sicuro se si separano dai loro genitori e il 56% quando camminano da soli all’esterno. I bambini sono poi “terrorizzati” e “hanno paura a giocare all’aperto”. A questo, avvertono gli esperti, si somma il pericolo “devastante, almeno a livello potenziale” di una epidemia di nuovo coronavirus nel Paese arabo e per questo sarebbe essenziale “mettere fine al conflitto”.

Le difficoltà del sistema sanitario sono confermate anche dagli attivisti di Medici senza frontiere (Msf), che denunciano fra il 2018 e il 2020 almeno 40 attacchi o episodi di violenza contro l’ospedale di Al-Thawra a Taiz. “La nostra opera umanitaria – sottolinea Corinne Benazech, responsabile delle operazioni Msf nel Paese – è minacciato da ripetute violazioni commesse dalle diverse parti in lotta”. “Ogni giorno – conclude – gli operatori sanitari prendono decisioni coraggiose nel continuare a fornire cure mediche a dispetto dei rischi, a beneficio dei pazienti”.

Da: Asianews.it

VERONA marzo 2020

Cari e care,

per l’epidemia da coronavirus stiamo vivendo giorni particolari e inaspettati. Siamo tutti e tutte un po’ disorientati e smarriti, di fronte alla nostra fragilità.

Noi, della generazione nata nel dopo guerra, ci troviamo per la prima volta a fare i conti con un’emergenza globale così grave.

E’ un tempo sospeso, come dicono tanti, in cui si cerca con fatica di dare un senso alle giornate trascorse forzatamente in casa. Per non parlare della preoccupazione di chi ha genitori anziani o parenti o amici per varie ragioni più esposti di altri al contagio.

A questo si aggiunge l’incertezza per il futuro che ci aspetta con una nuova crisi economica. Si fa fatica a immaginare come sarà la ripresa…

E allora cosa significa per noi essere Rete in questo momento?

Come sapete, purtroppo è stato cancellato anche il Convegno biennale, che è sempre stato tra i momenti forti nel nostro percorso. Per organizzarlo ci eravamo impegnati in una lunga preparazione, durante i coordinamenti, per trovare i contenuti e le forme migliori, per rinnovarne alcuni aspetti, per capire quali testimoni invitare…

Pensando a tutto questo, ci è venuto alla mente quello che la Rete ci ha insegnato in tanti anni: guardare “con gli occhi del sud”. Avevamo intitolato così anche il Convegno dei nostri quarant’anni.

Che cosa significa allora per noi, oggi, vedere le cose con gli occhi del sud?

Siamo rimasti colpiti dai tanti messaggi di affetto e di solidarietà che ci sono arrivati dai referenti dei nostri progetti: da Viviana (era tra i testimoni che dovevano partecipare al Convegno) della Mesa Campesina argentina, che addirittura ci invita a non mandare i soldi perché potrebbero servici qui; dai Sem Terra, dai Mapuche, da Haiti, dal Ghana, con Emma che ci chiede della nostra salute e ci assicura che prega per noi… Eppure il virus si sta diffondendo anche nei loro paesi, dove sono certamente meno attrezzati di noi, per difendersi dalla malattia.

Cerchiamo, quindi, di accogliere l’invito che ci viene dai tanti amici e amiche di “là”: conservare, nonostante tutto, lo sguardo prezioso della speranza, la capacità di interessarci anche degli altri e non solo di noi stessi.

I loro sguardi e le loro voci sono la denuncia delle politiche neoliberiste che stanno creando diseguaglianze sempre più grandi, tra i pochi che diventano sempre più ricchi e i moltissimi che diventano sempre più poveri.

I loro sguardi e le loro voci ci impegnano a restare solidali, anche se restiamo a casa.

Il Convegno ci avrebbe invitato a riflettere proprio su questo. I nostri testimoni, infatti, ci avrebbero parlato della loro partecipazione ai movimenti popolari di resistenza a questa economia, che uccide più dei virus. Ci avrebbero parlato delle loro realtà locali e del loro sforzo per cercare di costruire società più giuste e umane. Ed è proprio questa la resistenza che la Rete ci insegna. Infatti, i nostri piccoli progetti hanno lo scopo di stare a fianco e sostenere chi vuole ristabilire giustizia e umanità nelle realtà in cui vive.

 

 

Marzo è anche un mese in cui cade l’anniversario della morte di alcune persone che non vogliamo dimenticare.

Ci piace ricordarle insieme a voi.

Marianela Garcia Villas, membro dell’Associazione Cattolica Universitaria Salvadoregna (ACUS – Asociación Católica Universitaria Salvadoreña), fondò la Commissione per i diritti umani del Salvador e fu collaboratrice di monsignor Óscar Romero. Fu catturata dai militari, il mattino del 12 marzo 1983, in un’area di conflitto dove si era recata per documentare l’uso di armi chimiche, da parte dell’esercito. Dopo 48 ore di torture feroci, morì all’alba del 14 marzo 1983.

Rachel Corrie, ragazza statunitense di 24 anni, membro dell’International Solidarity Movement (ISM). Aveva deciso di andare a Rafah, nella striscia di Gaza, durante la seconda Intifada, ad aiutare le famiglie palestinesi. Insieme ad altri internazionali, cercava di fermare le demolizioni e le distruzioni dell’esercito israeliano di case e coltivazioni dei palestinesi.

Il 16 marzo 2003 fu travolta e schiacciata a morte, mentre protestava nel tentativo di impedire ad un bulldozer corazzato dell’esercito di distruggere alcune case palestinesi.

Ma, in quei giorni, gli occhi del mondo erano puntati su Bush e Saddam, accusato di sviluppare chissà quali armi chimiche. La seconda guerra del Golfo, scoppiata dopo poche ore, fece sparire completamente dall’attenzione internazionale il gesto eroico e la morte di Rachel Corrie.

E non possiamo infine non ricordare, insieme a molti altri della Rete RR, mons. Oscar Arnulfo Romero, arcivescovo di San Salvador, assassinato mentre celebrava l’Eucarestia, il 24 marzo 1980. Di lui più volte abbiamo parlato nella nostra associazione e, nel 40° anniversario del suo martirio, il Convegno l’avrebbe giustamente ricordato. Ne facciamo invece una memoria privata, ma non meno importante e significativa.

Forse vale la pena di dare un’occhiata su Google, per rivedere i volti di queste persone e riviverne la storia.

A noi pare importante ricordare che sono state persone capaci di dare la loro vita, per essere state coerenti fino in fondo con le loro scelte, anche se non erano nate per fare i “supereroi”.

Che ci siano di esempio, nel nostro quotidiano, tanto più in questi giorni faticosi.

Infine, vorremmo accompagnare i nostri auguri di Buona Pasqua con alcuni versi tratti dalla poesia di Mariangela Gualtieri Nove marzo duemilaventi

….Guardare bene una faccia. Cantare

piano piano perché un bambino dorma.

Per la prima volta

stringere con la mano un’altra mano,

sentire forte l’intesa. Che siamo insieme.

Un organismo solo. Tutta la specie

la portiamo in noi. Dentro noi la salviamo.

A quella stretta

di un palmo col palmo di qualcuno

a quel semplice atto che ci è interdetto ora –

noi torneremo con una comprensione dilatata.

Saremo qui, più attenti credo. Più delicata

la nostra mano starà dentro il fare della vita.

Adesso lo sappiamo quanto è triste

stare lontani un metro.
Un abbraccio forte. Maria e Gianni

Lettera di Pasqua 2020

Carissima, carissimo,
tutti siamo ormai immersi in ciò che sta cambiando nella nostra vita con il Coronavirus. Da un momento all’altro cambia il modo di vedere le cose e il modo di vivere. Sono stato abituato a pensare che il tempo era una cosa che si misurava: in ore, minuti, secondi. Quindi, come tutti e tanti, lo rincorrevo, sfruttavo, massimizzavo. Ho imparato ad organizzarlo e a dividerlo fossi chissà quale dio. Ma è così, non è vero? Abbiamo sviluppato una specie di rapporto-padrone schiavo con il tempo. Vogliamo ingabbiarlo controllarlo come se fosse un semplice bene di consumo.
Questa vicenda ci richiama alla fragilità costitutiva di ogni sistema vivente, di ogni essere vivente, e quindi di ogni essere umano. Dal riconoscimento della nostra fragilità costitutiva discende il primo valore morale e civile: il dovere della comune solidarietà, il compito di prendersi cura di chi ha bisogno di aiuto. Riconoscere il diritto di ogni essere umano alla vita, alla dignità, alla solidarietà. Con il Coronavirus il tempo non appare più solo divisione, misura, o susseguirsi di momenti o eventi. Il tempo si arricchisce lentamente di colori, di suoni e di sapori, ne sono esempio le varie creatività manifestate in ogni angolo d’Italia in questo momento di smarrimento. In questi momenti si comincia a intuire e a capire che il presente è qualcosa di sconvolgente, che il presente ha tutto in sé, che non esiste un momento che sia fuori di adesso. Un tempo sentito dentro le viscere é tutt’altra cosa di quello imprigionato nelle nostre menti e nei nostri orologi. Il primo invita al profondo, alla contemplazione, al silenzio, a ritrovare noi stessi, il secondo crea angoscia e frenesia.

Sono convinto che con un nuovo significato del tempo, pieno di tutto, sia possibile imparare dalla storia umana le cose vitali: no alla violenza, all’odio, alle armi per risolvere i conflitti, all’avidità, all’intolleranza e alla sopraffazione. Perché sappiamo benissimo che l’uomo e la donna sono capaci di grandi slanci di generosità, di gratuità, di umiltà e di amore. Quando ci fa fermare il tempo diventa poesia; ci invita ad aprire il portone di casa, ad avventurarci al seguito del pifferaio, a farci ubriacare da un profumo; cose che non facevamo per mancanza di tempo! Quando finirà questo momento, sarebbe bello riuscire a portare questa emozione con noi, come compagna di viaggio per affrontare gli scogli del destino, ma anche le spiagge della nostra vita.
Circa 20 anni fa, su uno numero della rivista Internazionale, ricordo di avere letto uno studio-approfondimento sul tempo. Mi colpì molto una riflessione fatta sul quotidiano tedesco Bild Zeitung, da un sociologo di cui non ricordo il nome, il quale affermava che eravamo ormai una società schiava del tempo, il nostro “manovratore” era l’orologio, mentre con mio stupore lessi che il tempo apparteneva ai poveri perché si ritrovavano a “viverlo” attraverso relazioni, solidarietà e la semplicità della loro vita.

Mons. Oscar Arnulfo Romero, arcivescovo di San Salvador, il 24 marzo 1980, fu assassinato da un sicario inviato dal colonnello D’Aubisson mentre celebrava l’Eucarestia. La Pasqua del Signore. Sono passati 40 anni ma la sua morte è senza fine perché ha risvegliato la coscienza del suo popolo. Nell’ottobre del 2018 papa Francesco lo eleva a Santo insieme a Paolo VI. Fu l’uccisione da parte dei militari di padre Rutilio Grande, suo grande amico e di due contadini che svegliò l’anima di Romero creandogli numerosi interrogativi. Decise che nel giorno dei funerali ci fosse una Messa unica. Da quel momento inizia a comprendere le grandi sofferenze alle quali è sottoposto il popolo. Ne condivide le sofferenze e inizia a denunciarne l’oppressione. Il Paese è in mano all’oligarchia agraria sostenuta dai militari. Il suo martirio insieme a quello di Marianela Garcia Villas, dei sei gesuiti tra i quali Inacio Ellacuria, della cuoca e della figlia Celina e di tanti altri sacerdoti e militanti delle Comunità di Base e le altre migliaia di uomini e donne insieme a loro, ci fanno comprendere che solo chi è pronto a dare la propria vita può amarla e goderla liberamente in ogni istante. Le autorità della Chiesa furono addolorate ma caute, tanto che papa Woytila nel ricordarlo lo chiamò solo: zelante Pastore.

Questi martiri ci fanno comprendere che per vivere bene, come uomini e come cristiani non bisogna permettere a nessuno di farci paura e che, se qualcuno o qualcosa incute timore bisogna denunciarlo. Solo fin quando ci sarà qualcuno capace di dare questo schiaffo, l’umanità potrà avere speranza. Occorre ricordare chi lo sostituì nella carica di arcivescovo, non il suo ausiliare Rivera y Damas ma, mons. Fernando Saenz Lacalle, ordinario militare con la carica di generale, che giurò nelle mani del ministro dell’Esercito promettendo di “assolvere a questo compito nel miglior modo possibile”. Tutti sappiamo chi ha ucciso Romero i Gesuiti, Marianela Garcia e le altre migliaia di martiri: l’esercito salvadoregno!

La Pasqua è il contenuto stesso della vita cristiana, è il cuore della vita delle Comunità, perché ci dice chi è Dio, chi è Gesù, chi siamo noi. E’ la manifestazione di un Dio amante della vita, che ama la vita e non la morte. Che è venuto a portare la vita, la Vita in abbondanza. La Pasqua fa scoprire chi sono l’uomo, la donna e il Creato. La Pasqua è il perno attorno a cui gira tutto il piano di Dio per fare esplodere un’eterna primavera. Tocca a noi.
Pasqua è una pietra. Pietra scartata eppure la più preziosa, su cui edificare la nuova architettura del mondo. Credere è mettere il proprio piede sulla pietra. Vivere è seguire la Parola incisa sulla pietra. Pasqua è togliere la pietra dal sepolcro e farne mattoni di vita.

Chi ha fame chiede dignità, non elemosina. Oggi si parla molto di diritti, dimenticando spesso i doveri, forse ci siamo preoccupati troppo poco di quanti soffrono la fame. Oggi l’ONU attesta che il popolo che soffre la fame ammonta a 850 milioni, mentre 2 miliardi sono malnutriti. Mentre il costo annuo dello spreco, sommando i costi economici, quelli ambientali e sociali della dissipazione di alimenti ammonta a quasi 2.000 miliardi. L’umanità ha ancora fame ma si spreca il 30% del cibo. Per invertire questa tendenza abbiamo bisogno di cambiare il paradigma delle politiche di aiuto e di sviluppo, modificare le regole internazionali, cambiare il sistema di produzione e di consumo che escludono la maggior parte della popolazione mondiale anche dalle briciole che cadono dalle mense dei ricchi.

E’ arrivato il tempo di pensare e decidere partendo da ogni persona e comunità e non dall’andamento dei mercati. Questa sofferenza, questa povertà ha origine dall’ingiustizia, urge lottare e combattere questa miseria, urge promuovere il miglioramento della loro condizione di vita, il progresso umano e spirituale di tutti, e dunque il bene comune dell’umanità. Per questo siamo chiamati a far si che le idee e i progetti di giustizia non si devono far marcire nell’attesa.
“Nessuno può servire a due padroni: o, infatti, odierà l’uno o amerà l’altro, o si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire a Dio e a Mammona.” Mt. 6, 24
Buona Pasqua, Antonio

Lettera Marzo – Aprile 2020
Carissima, carissimo,
il tema che abbiamo scelto per il nostro 28° convegno nazionale “Movimenti popolari di resistenza al neoliberismo per società più giuste ed umane” che dovrebbe svolgersi (coronavirus permettendo dal 17 al 19 aprile prossimi a Rimini mia fa pensare ai grandi movimenti -spesso non raccontati dai media, escluso quelli dei migranti che fuggono verso di noi e di cui abbiamo timore- che sono in atto, penso ai 70 milioni di profughi climatici le cui previsioni ce li danno in continuo aumento.
Penso al progetto Agua Doce nella Baixada Fluminense, grande periferia di Rio de Janeiro; periferie umane dove ci si organizza socialmente per un ambiente più vivibile nonostante le poche risorse, visitare queste realtà, confrontarsi, dialogare come nella mia ultima visita, significa uscire da sé, dal proprio ambiente e riconnettersi con mondi vitali, anche se esclusi, laddove si sente meglio sia l’impatto della solidarietà umana che della globalizzazione. Partire dal basso per arrivare a tutti questa deve essere la nuova vera pratica. Quando ci si mette in relazione con la parte più periferica ed esclusa dell’umanità, si registra meglio ogni cambiamento, ogni alterazione del vivere insieme.

Da noi lo spirito bellicistico ha invaso la mentalità corrente, il termine guerra è usato in ogni occasione. L’opzione militare ci viene presentata è diventata espressività generalizzata di fronte a qualsiasi tipo di difficoltà o contezioso. Nel silenzio totale solo papa Francesco ha avuto il coraggio di denunciare con forza che stiamo vivendo “una guerra mondiale a pezzi”. E la politica? I nostri politici? I media? Si utilizzano sistematicamente bugie e falsificazioni -vedi guerra del Golfo- si fabbricano nemici e capri espiatori per far leva sull’opinione pubblica, eppure ipocritamente nessun leader ammette di scegliere la guerra. E’ così che la guerra e il disprezzo si fanno cultura e da cultura divengono una politica, deformando l’anima e la testa di interi popoli.
Mentre tutto continua nell’indifferenza dei più leggiamo che nel 2019 i miliardari della Lista Forbes (solo 2.153 individui) possedevano più ricchezza di 4,6 miliardi di persone, vale a dire circa il 60% della popolazione mondiale. Lo rileva puntualmente ogni anno Oxfam alla vigilia del meeting annuale del World Economic Forum a Davos dove si sono incontrati gli uomini più ricchi o più potenti del pianeta.
Cresce la fame nel mondo: 850 milioni di persone soffrono di malnutrizione, l’11% della popolazione mondiale.
Solo papa Francesco ha il coraggio di ripetere spesso che “questa economia predatoria uccide”, nessun politico mette in discussione l’attuale economia basata sulla massificazione dei profitti che spesso riduce a scarti, a non contabilizzati gli esseri umani e lo stesso pianeta.

Ricordo quando nacque il governo Lula -gennaio 2003- per la prima volta fu messo in piedi il “Ministero Fame Zero” retto e pensato da Josè Graziano insieme a Frei Betto -consigliere presidenziale- per togliere dalla povertà 50 milioni di brasiliani. Subito l’ONU sposò questa causa per di arrivare entro il 2030 all’obiettivo “Fame Zero”. A tutt’oggi non esiste nessuna politica in merito ma solo il mantenimento del sistema economico attuale.

Tra qualche giorno sarà l’8 marzo, mi è tornata in mente una serata del 1992 quando invitati dall’allora vescovo di Massa, don Binini, accompagnai Leonardo Boff, noto teologo brasiliano, a tenere una conferenza. Il tema era: Chiesa, carisma e potere, libro a causa del quale Leonardo fu sottoposto a processo dal dicastero della Dottrina della Fede. Avvicinandosi al termine della conferenza iniziò a parlare della donna. Iniziò richiamando noi uomini ad una relazione paritaria, perché da ciò diventeremo tutti più completi e umani. Continuò: più la metà dell’umanità sono donne. E sono le madri e le sorelle dell’altra metà che siamo noi uomini. Come non trattarle con la dolcezza e la delicatezza che meritano? Sono state loro che ci hanno messi al mondo, stiamo sempre nel loro cuore e di lì non uscire mai più. Terminò dicendo con forza: le donne sono le madri di noi sacerdoti, dei vescovi, dei cardinali, del Papa, come pensare che non siano degne di essere sacerdotesse? Dall’auditorium stracolmo sali un applauso interminabile ma ciò che notai furono tante suore che non solo applaudivano in piedi, saltellavano, si agitavano come ad un concerto rock, sorprese e felici per la riflessione finale di Leonardo. Che serata!
Siamo ormai in Quaresima, mi chiedo, di fronte a tutto ciò che accade perché mai sui banchi di teologia nei seminari e nelle università pontificie è stato consumato tanto tempo per studiare l’eguaglianza delle persone divine, se poi non si studia -come afferma papa Francesco- per mettere in discussione questo sistema economico che fa morire di fame ogni anno cinquanta milioni di fratelli?. Sì. La fame nel mondo è già di per sé un segno dell’assenza di Dio, dell’esilio a cui l’abbiamo condannato, attraverso il Sistema che domina il mondo. E, allora, è tempo di far sentire la nostra voce, elevarla con forza, in solidarietà con i cinquanta milioni di Cristi, messi a morte ogni anno, “solo della fame”. La Quaresima, se presa sul serio, può aiutarci.

Lettera circolare Rete Radié Resch ai tempi del Coronavirus mese di Aprile 2020.

Care e cari,
non è facile affrontare i problemi in un flusso storico così anomalo, quasi un film di fantascienza.
Le linee di analisi da me scelte e che vi sottopongo – spunti che invitano ad un dibattito – sono almeno tre:
il movimento femminista (nonunadimeno)
le proteste per l’inquinamento globale
le disuguaglianze (1% contro 99%).
Il cinismo dei potenti si esplicita sempre di più: la scomparsa di anziani emarginati, di esclusi, alleggerirà istituti previdenziali e assistenziali. Quel welfare già in parte smantellato.
Meno crudele fu la peste nera: i lavoratori decimati allora favorirono la loro forza contrattuale. Oggi il turbocapitalismo non abbisogna di un esercito industriale di riserva, ma di individui fisicamente separati, connessi al cervello dell’impresa e telecomandati.
Siamo su una macchina impazzita: dove sono le classi dirigenti?
Non abbiamo un Roosevelt o un Keynes.
Non può tornare tutto come prima. Stiamo vivendo la Storia: solo le idee possono cambiare il nostro tempo.
Torniamo quindi al primo percorso: il neo femminismo.
Parliamo di donne, sfruttate da quel vecchio sfinito sistema patriarcale capitalista, che riduce al silenzio i corpi che ancora crede di possedere.
Quante cose possiamo rivendicare?
Non è vetero femminismo, è spiegare il legame tra modello capitalista, che riduce al silenzio ogni corpo oppresso, e la voce delle donne.
Ogni giorno ascolto la loro protesta globale: indigene, europee, italiane.
Proponiamo un’alleanza di corpi, noi stessi e la comunità. Reti e reti senza tregua.
Il secondo percorso è la lotta globale della gioventù contro l’inquinamento.
Da Marcelo Barros a Le Monde diplomatique, ed altri ancora, si pone l’ecologia come freno alle pandemie.
La distruzione della natura è il frutto del modello neoliberista. L’ecologia profonda invece rappresenta il legame tra i viventi, è cosmocentrica e presuppone una continua conversione del cuore. Vi è inoltre una relazione tra difesa della natura e rifiuto dell’ideologia maschilista.
Come Greta insegna, e qui non voglio ripetere, i costi della giustizia climatica non devono ricadere sui popoli poveri, ma sono connessi alla redistribuzione delle ricchezze e all’uguaglianza.
Esaminate le diverse emergenze, devo dire che non siamo tutti sulla stessa barca.
L’1% guadagna dall’inquinamento: sono i grandi magnati che hanno potere e ricchezze.
Noi, il 99%, siamo esclusi dai beni comuni, spesso dall’elementare sopravvivenza.
Ma siamo a un cambiamento radicale di sguardo e di progetto.
La Politica, molto attuale, va vista come strumento di un rinnovamento di civiltà, un approccio etico che ci ha abbandonato.
Come scrive Norberto Bobbio, dobbiamo nutrirci di una “cultura storica, umana e umanistica che permette di distinguere, senza possibilità di sbagliarsi, la civiltà dalla barbarie, i germi di progresso da quelli di decadenza, la durevole conquista dall’avventura, il pensiero dalla retorica”.
Vorrei aggiungere infine il punto di vista di una sedicenne, una voce nuova che ci interroga fuori dagli schemi e forse anche dalle buone maniere.
“Penso agli adulti, marionette lavoratrici, affannate dietro compiti quotidiani. Ecco che comincio a riflettere e penso quanto voglio che sia diversa la mia vita adulta. La voglia di cambiare il mondo che non deve sparire sotto una coperta di frustrazioni, che generalmente recano gli obblighi dell’età.
E come se abbandonando la gioventù, l’uomo entrasse nell’ottica che il divertimento si è chiuso. La vita familiare lavorativa assorbe tutte le energie, prosciuga le forze vitali e annienta gli entusiasmi. L’uomo adulto si sente condannato, vive di rimpianti.
Ma è la società che ci annega in questa idea malata.
Basta!
Basta ottusità!
Svegliatevi generazione di futuri adulti. Le occasioni ci sono basta aprire gli occhi.
Gli ideali per cui lottavate allora sono quelli per cui lottano i vostri figli.
Un’alleanza di generazioni che porterebbe al cambiamento.”

A cura di Maria Teresa Gavazza- Rete di Alessandria

Lettera circolare Rete Radiè Resch del mese di Marzo 2020.
Barala kwè! Un grande e caro saluto!
Si intende per “zona rossa” un’area soggetta ad un alto rischio di carattere sociale, ambientale o d’altro genere, può essere istituita temporaneamente o definitivamente e può essere interdetta al pubblico.(Wikipedia)
Queste righe sono scritte dopo aver trascorso dieci giorni a Bangui ed essere tornati in un Italia che ha dovuto mutare il proprio quotidiano in modo repentino e a noi sconosciuto.
Federico, Morena ed io siamo arrivati a Genova alle 12.40 di martedì 10 Marzo sul primo volo atterrato in Liguria “zona rossa”, dopo aver vissuto dieci giorni in territorio di guerra. Guerra infame, diffusa, invisibile, sfuggente, guerra senza volto e nascosta al mondo.
Tutta la Repubblica Centrafricana è “zona rossa”.
A Parigi ci siamo ritrovati stretti stretti in un ascensore -quindi a rischio di contagio- con un gruppo di persone spaesate ed impaurite abbigliate in foggia musulmana. Federico ha riconosciuto la sigla sui documenti degli accompagnatori: profughi siriani in corridoio umanitario.
La Siria è “zona rossa”.
Il coordinamento della Rete ha inserito il video “La nascita di Zoukpana”, nel programma del prossimo Convegno in qualità di testimonianza dal Centrafrica ed ha finanziato la “produzione” per una cifra pari al costo di un biglietto aereo.
Zoukpana è il gruppo di giovani universitari Centrafricani che siamo andati ad incontrare dopo un anno di lavoro svolto “là” da loro e “qui” dal collettivo SE con la Rete di Quiliano (sito: www.zoukpana.it).
Questa breve lettera non vuole sostituire il “diario di viaggio”che andrà ad integrare quello del 2019 pubblicato sul sito della Rete.
Poche righe per prestarvi i miei occhi mentre guardano Annik, Samba, Morena: le Ragazze; DieuBeni, Bonaventure, Chrisnol, Bienvenu, Federico, Georges, Brice: i Ragazzi.
Ridono mentre camminano lasciandosi fisicamente sfiorare da camionette con mitra montati sopra. Ridono alla veglia funebre della mamma di Annik – mancata a 38 anni- perché fa parte dello stare lì, tutti insieme e del ricordare la Defunta.
Ridono per quelli che nel culmine delle discussioni più tese sdrammatizzano con una battuta.
Ridono condividendo pasti improvvisati, impastati di sudore e polvere.
Ridono a Bangui incandescente, che manifesta contro l’ONU, contro il governo, che lancia pietre, riceve lacrimogeni e spari dalla guardia presidenziale finanziata da ONU, Russia, Cina, Europa, Francia…i nostri soldi.
Dal resto del Paese un bollettino permanente di scontri, incendi e vittime.
Il 70% della popolazione ha meno di 24 anni, cammina sulle strade, compra un frutto, chi può studia, gli altri si arrangiano in microeconomia di sussistenza.
E poi c’è chi veste una divisa ma ha pur sempre meno di 24 anni.
Le studentesse e gli studenti di SE e Zoukpana sono belli, vestiti con cura e colore, emanano forza, hanno sguardi intensi. Sono persone molto intelligenti. Hanno scelto di lottare scrivendo, denunciando. Prendono posizioni forti, si espongono. Chiamano “tiranno” il presidente.
Hanno costruito questa relazione che dura da un anno ed esula da ogni schema strutturato di solidarietà: una delle Storie che piacciono alla Rete la quale ci crede e la sostiene (ancora un invito a visitare il sito www.zoukpana.it che racconta il loro lavoro).
A volte si guardano quasi increduli nell’impossibilità di “definirsi”: ONG, associazioni, religiosi, volontari pullulano in città e loro non sono niente di tutto questo.
Dopo un po’ di giorni non percepisco più che sono bianchi e neri. Non li distinguo. Il virus che ci colpisce è maledetto perché costringe all’isolamento “zona rossa in cui le persone per combattere il pericolo devono stare lontane e tenute nella paura”.
Bangui è “zona rossa in cui le persone per lottare stanno vicine e ridono”.
Le Ragazze ed i Ragazzi del collettivo Zoukpana hanno 52 anni di speranza di vita. Le Ragazze ed i Ragazzi del collettivo SE hanno 82 anni di speranza di vita.
Mi rifiuto di pensarci mentre li divoro con gli occhi e con l’anima, li abbraccio, li coccolo ma Federico e Morena hanno ben chiari gli incontri con i miei amici coetanei Centrafricani ed i lunghi e penosi “censimenti”.
52 vs 82 sono 30 stramaledetti anni di infami “zone rosse”.RESISTERE! RESISTERE! RESISTERE!

Caterina Perata rete di Quiliano con supervisione di
Morena Rossello e Federico Olivieri Collettivo SE

(Ansa) – «Un bambino è morto durante il tentativo di sbarco di un gruppo di migranti a Mitilini, sull’isola di Lesbo. Secondo il sito Cnn greca, il barcone – partito dalla vicina costa turca – si è ribaltato quando è stato avvicinato da un’unità della Guardia costiera greca. Secondo quest’ultima, 46 persone sono state salvate. Il cadavere del bambino è stato rinvenuto poco dopo».

La Grecia in stato di massima allerta di fronte al flusso di migliaia di migranti dalla Turchia. «Il nostro consiglio di sicurezza nazionale ha deciso di innalzare a massimo il livello di protezione alle frontiere», ha detto il premier Kyriakos Mitsotakis. Atene ha deciso di rafforzare le pattuglie alle frontiere marittime e terrestri e di sospendere le richieste di asilo per coloro che entreranno illegalmente nel Paese, ha aggiunto il portavoce del governo Stelios Petsas. Ma episodi di diffuse violenze poliziesche sostenute da squadracce di ‘volontari’ dell’ultra destra, screditano il Paese ed aumentano le tensioni.

«L’Europa prova a mobilitarsi per cercare una soluzione al nuovo assalto dei migranti alle sue frontiere esterne e per disinnescare la bomba del conflitto tra Turchia e Siria. Ma la strada da percorrere per arrivare a sciogliere i nodi sul tappeto appare lunga, piena di ostacoli e tutta in salita».