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Circolare nazionale di Giugno 2020 – A cura della Rete di Salerno

Inventare e osare

Nel periodo di pausa forzata, oltre al dolore, la paura, la solitudine e l’insofferenza per le restrizioni, forse si son potuti vivere anche stati d’animo positivi: lentezza, silenzio, voce della natura, spazio e tempo per sé e per gli altri.

In molti abbiamo pensato che forse questa dolorosa esperienza poteva essere anche l’occasione per rinsavire, per renderci conto di quanto siamo schiavi di una corsa verso un benessere apparente che ci toglie anima ed energie per stare bene con sé stessi, con gli altri, con il pianeta.

La pandemia ha fatto emergere ancora di più i grandi danni di questo sistema (sanità, scuola…) e soprattutto le enormi disuguaglianze che produce sempre più.

Sembrava che anche la politica (o meglio la partitica) volesse far frutto di tutto ciò e ripartire in modo diverso…ma alla fine a prevalere è stato ancora una volta il profitto.

Finito questo periodo, infatti, ci rendiamo conto che tutto sta tornando, anche con una certa fretta, a quella normalità che non ci piace, perché ci calpesta tutti, soprattutto gli ultimi, continuando anche a produrne.

Ma non è mai detta l’ultima parola! Sono state tante, in questo periodo, le riflessioni e le letture che ci hanno sollecitato a non desistere, ma ad unirci per inventare ed osare.

Questa consapevolezza purtroppo non è ancora di tutti, ma da quanto ascoltato nei nostri video-incontri, sembra che la Rete sia proprio in questa scia.

Prima di tutto abbiamo osato le video conferenze, nonostante le resistenze e la poca familiarità con questi mezzi. (Qui WhatsApp ci avrebbe fatto inserire tante faccine sorridenti)

Ma ancora più importante è stato ascoltare l’esigenza di chiederci come “stare” in questo momento e come minimamente incidere, come essere Rete adesso.

Forum, comunità, nuovi stili di vita…parole e concetti emersi nei nostri ultimi incontri; tutto il lavorio, poi, che si avvia per una nuova forma di segreteria: breve, a staffetta, itinerante, giovane…danno un grande senso di laboratorio e, permettete, anche di spiritualità, intesa come alimento dell’agire.

Senza idolatrare, allora, la nostra realtà, osiamo intraprendere un nuovo cammino per essere rete nelle reti, per inventare spazi comuni nuovi, per un’appassionata politica di base.

Costruire qui certi percorsi, come ci dicevano Paul ed Ettore, significa dare un respiro più ampio al nostro contributo nei Sud del mondo e soprattutto contribuire ad amorizzarlo (citando Arturo Paoli).

Ognuno di noi ha letto ed ascoltato tanto in questi mesi e per fortuna anche testimonianze concrete e positive di un’altra normalità, e così le sollecitazioni sono tante. Abbiamo, inoltre, alcuni dei nostri progetti che sono veri e propri esempi di costruzione di comunità consapevoli e partecipative.

Non temiamo allora di pensare ad una nuova operazione, forse propedeutica a tutte le altre: un laboratorio di laboratori fisici e virtuali, di relazioni, contatti, idee, proposte.

Insieme per inventare e osare.

A cura di Lucia Capriglione

Rete di Salerno

 

Lettera di maggio 2020 dalla Rete di Macerata Maria Cristina Angeletti

Sono confuso, ho paura, ho sbagliato.

Non dovevo usare quelle banconote false, ma ero disperato.

Sono seduto nella mia auto, so di essere nei guai. Li vedo dallo specchietto che si avvicinano.

Non mi muovo.

In quattro mi tirano fuori con la forza, mi spingono contro un muro, finisco a terra.

Quando mi rialzo mi strattonano, mi dicono che devo seguirli nella loro macchina, oppongo resistenza, mi trascinano via, cado di nuovo.

Sono agitato, in tre mi sono addosso. Uno di loro ha infilato il ginocchio tra la mia spalla e la testa. Mi schiaccia il collo, comincia a mancarmi l’aria.

Poco a poco i miei polmoni iniziano a buttare fuori quel poco di aria che ne è rimasta in circolo.

Ho paura, ma soprattutto ho fame di ossigeno e comincio a supplicare…

Fermati, fermati. Non ho fatto niente di serio… Per favore, per favore, non riesco a respirare.

Per favore amico, per favore.

Non riesco a respirare.

Non ri- e- sco – a – re – spi – ra – re.

Non ho più la forza di dir nulla…

Non riesco a muovermi.

Ho finito l’aria.

Ho finito…

Mi sento schiacciato,

mi fa male il collo,

mi fa male lo stomaco,

mi fa male il petto.

Tutto fa male.

Mi stanno uccidendo.

Sono morto.”

Cari amici,

George Floyd, una vittima di un abuso di potere e della violenza di un tutore della legge, era un essere umano, un figlio, un fratello, un marito, un padre. Che sia morto per asfissia causata dall’essere bloccato a terra dall’agente accusato del suo omicidio, o per le sue patologie pregresse (coronaropatia e ipertensione), sta di fatto che il suo decesso è stato provocato da quell’azione violenta. Il 46enne afro americano, ex buttafuori ora disoccupato, viene fermato dalla polizia di Minneapolis; Floyd avrebbe comprato le sigarette usando una banconota falsa, viene arrestato dalla polizia e fatto sdraiare con la faccia a terra nonostante non opponesse resistenza, i video girati dai passanti mostrano quattro agenti inginocchiati sul corpo di Floyd che si lamenta perché non respira. I quattro agenti coinvolti nell’arresto vengono licenziati, mentre quello che teneva il ginocchio sul collo di Floyd viene arrestato con l’accusa di omicidio. Vengono fatte due autopsie: una ufficiale che attribuisce il decesso a patologie pregresse, un’altra voluta dalla famiglia dichiara “ asfissia causata da compressione al collo e alla schiena”. La protesta contro le violenze della polizia di Minneapolis si diffonde in tutti gli USA, ma anche nel resto del mondo. Alcune diventano violente con feriti fino alla dichiarazione di coprifuoco in diverse città americane. Incendi, saccheggi nei negozi, scontri con la polizia continuano anche a distanza di giorni dal fatto. Avvengono aggressioni sui poliziotti. In tanti manifestano pacificamente, anche alcuni poliziotti.

Per morire soffocato o riportare danni irreparabili, un adulto in buona salute impiega tra i 4 e i 6 minuti. George Floyd, un omone di quasi due metri, ha resistito 9 minuti, 540 secondi con un ginocchio che gli schiacciava il collo mentre disperato continuava a dire che non poteva respirare. E il suo aggressore non era un criminale comune. No. Era un poliziotto. O almeno questo diceva il suo distintivo. Invece questo individuo ha assistito alla sua fine con le mani in tasca. Eppure quello che stava morendo sotto al suo sguardo non era uno sconosciuto ma, secondo indiscrezioni, una persona con cui, quando non indossava ancora la divisa, aveva anche lavorato, erano addetti alla sicurezza in un live club.

Un agente di polizia bianco che stava uccidendo un uomo nero sogghignando e guardando l’obiettivo di uno smartphone che immortalava per sempre quell’orrore.

“Se prevedi per un anno, semina il riso, se prevedi per dieci anni, pianta un albero, se prevedi per cento anni, apri una scuola”.
proverbio cinese.

Carissime e carissimi, in questo preoccupante periodo, dove diventa tutto difficile, anche il ritrovarsi fisicamente, e per non interrompere le nostre amichevoli comunicazioni mensili, ci possono aiutare queste brevi comunicazioni con Haiti e la bella lettera di papa Francesco indirizzata ai movimenti popolari.

Ciao a tutte e tutti, il 24 aprile ricorre il decimo anniversario dell’assassinio di Dadoue. Purtroppo le disposizioni per contenere il contagio del covid19 ci impediscono di trovarci come facevamo ogni anno per ricordare questa donna che tanto ci ha donato con la sua vita e riflettere su come continuare il cammino che abbiamo iniziato con lei. Dadoue aveva un sogno, che le contadine e i contadini che vivono sulla montagna non soffrissero più per la fame, le malattie, l’emarginazione; ha continuato a sognare, a immaginare un futuro diverso, a vivere per attuarlo quando c’era la dittatura, quando i sogni del cambiamento politico naufragavano nella corruzione e nella sete di potere, quando i caschi blu, invece di stabilizzare il paese, si comportavano da occupanti, quando uragani e terremoti squassavano il paese, quando la violenza dei potenti uccideva i contadini, rubava loro la terra, li imprigionava e
torturava se cercavano di ribellarsi. Questa è l’eredità che ha lasciato: continuare a sognare, a immaginare il futuro, a vivere il cambiamento, a farlo insieme, nonostante tutto, nonostante le crisi, nonostante i politici sempre più lontani dalla realtà, spesso corrotti e interessati solo al loro potere, nonostante aumentino l’impoverimento e la disuguaglianza sociale. Organizzarsi, fare rete, agire insieme, costruire alternative che permettano di intravvedere possibili cambiamenti è faticoso, ma è l’unica via per continuare a sognare. Questo oggi più che mai, quando questa pandemia ci ha costretto ad aprire gli occhi sulla nostra fragilità, la nostra vulnerabilità e sulla fragilità e la vulnerabilità del nostro pianeta sempre più minacciato dalla devastazione che l’umanità continua a portare avanti senza preoccuparsi del futuro dei suoi figli.

Carissima, carissimo,
uno dei fenomeni più inquietanti degli ultimi anni è l’ascesa spettacolare, in tutto il mondo, di governi di destra, autoritari e reazionari, in alcuni casi con tratti neofascisti: Shinzo Abe (Giappone), Modi (India), Trump (USA), Orban (Ungheria) e Bolsonaro (Brasile) sono gli esempi più noti. Non sorprende che molti di loro abbiano reagito assurdamente alla pandemia di coronavirus, negando o sottovalutando drammaticamente il pericolo. Donald Trump nelle prime settimane ha clamorosamente ignorato le misure da adottare, il suo discepolo inglese, Boris Johnson, proponeva di lasciare che la popolazione nel suo insieme venisse contagiata, al fine di “immunizzare collettivamente” l’intera nazione. Di fronte alle gravi conseguenze, l’aumento vertiginoso delle morti, i due hanno dovuto arretrare, nel caso di Boris Johnson, essendo lui stesso gravemente colpito. Quando si é animati da valori di solidarietà, viene quasi spontaneo volgere lo sguardo verso il sud. E’ una sorta di simpatia immediata verso quelle terre baciate dal sole e da una maggiore spontaneità di relazione e aiuto reciproco. Un Sud del mondo che abbiamo cercato di addomesticare, che ci immaginiamo arcaico e arretrato ma, che è stato rastrellato e spogliato ad arte delle proprie ricchezze. Un Sud esportatore di manodopera a basso costo, un Sud pieno di cultura, di paesaggi, meraviglie dei mari e della terra. Quanta ricchezza consumata per il solo piacere di depauperare intere Nazioni. Il caso del Brasile diventa così speciale, perché il personaggio del Palácio da Alvorada persiste nel suo atteggiamento “negazionista”, caratterizzando il coronavirus come un “gripezinha” “piccola cosa”, una definizione che merita di andare negli annali, non di medicina, ma di follia politica. Questa follia ha la sua logica, che è quella del “neofascismo”. Il neofascismo non è una ripetizione del fascismo negli anni ‘30, è un nuovo fenomeno, con caratteristiche di questo 21° secolo. Non assume la forma di una dittatura della polizia, non si basa su truppe d’assalto armate, come lo erano la SA tedesca o il Fascio italiano. Rispetta alcune forme democratiche: elezioni, pluralismo dei partiti, libertà di stampa, esistenza di un parlamento, ecc. Naturalmente cerca, per quanto possibile, di limitare al massimo queste libertà democratiche, con misure autoritarie e repressive. Questo vale anche per Bolsonaro: il suo neofascismo è pienamente identificato con il neoliberismo e mira a imporre una politica socioeconomica favorevole all’oligarchia, senza nessuna delle pretese “sociali” dell’antico fascismo. Uno dei risultati di questa versione fondamentalista del neoliberismo è lo smantellamento del sistema sanitario pubblico brasiliano (SUS), già molto indebolito dalle politiche dei precedenti governi. In queste condizioni, la crisi sanitaria derivante dalla diffusione del coronavirus può avere conseguenze tragiche, soprattutto per le fasce più povere della popolazione. Un’altra caratteristica del neofascismo brasiliano, nonostante la sua retorica ultranazionalista e patriottica, è di essere completamente subordinato all’imperialismo americano, da un punto di vista economico, diplomatico, politico e militare. Si è visto in particolare nella reazione al coronavirus, quando Bolsonaro e i suoi ministri, seguendo l’esempio di Donald Trump, incolparono i cinesi per l’epidemia. Ciò che Bolsonaro ha in comune con il fascismo classico è l’autoritarismo, una preferenza per le forme dittatoriali di governo, il culto del Capo (“Mito”) Salvatore della Patria, l’odio per la sinistra e il movimento operaio. Nonostante l’impegno non è in grado di organizzare un partito di massa. Né è in grado, per il momento, di stabilire una dittatura fascista, uno stato totalitario, chiudendo il Parlamento e mettendo fuori legge i sindacati e i partiti di opposizione. L’autoritarismo di Bolsonaro si manifesta nel suo “trattamento” della pandemia, cercando di imporre, contro il Congresso, i governi statali e i loro stessi ministri, una cieca politica di rifiuto delle misure sanitarie minime, indispensabili per limitare le drammatiche conseguenze della crisi (confinamento, ecc). Il suo atteggiamento evidenzia l’importanza della sopravvivenza del più forte. Se muoiono migliaia di persone vulnerabili -gli anziani, le persone in salute fragile- è il prezzo da pagare, dopo tutto, “il Brasile non può fermarsi!”. Un aspetto specifico del neofascismo bolsonarista è il suo oscurantismo, il suo disprezzo per la scienza, in alleanza con i suoi sostenitori incondizionati, i settori più arretrati del neo-pentecostalismo “evangelico”. E’ il caso di Bolsonaro e dei suoi amici ministri e pastori neopentecostali (Malafala, Edir Macedo, ecc.) per loro è davvero magia o superstizione: fermare l’epidemia con “preghiere” e “digiuni” … Nonostante il comportamento delirante del spregiudicato personaggio, attualmente installato nel Palácio da Alvorada e la minaccia che pone alla salute pubblica, una parte significativa della popolazione brasiliana lo sostiene ancora, in misura maggiore o minore. Secondo recenti sondaggi, solo il 27% degli elettori che hanno votato per lui è dispiaciuto per il loro sostegno. La lotta della sinistra e delle forze popolari brasiliane contro il neofascismo è ancora agli inizi; ci vorranno più di alcune belle proteste in casseruola per sconfiggere questa formazione politica teratologica. Va bene, prima o poi il popolo brasiliano si libererà da questo incubo neofascista ma, quale sarà il prezzo da pagare fino ad allora? Il 20 aprile Bolsonaro ha rilasciato una dichiarazione significativa. Ha detto che circa “il 70% della popolazione sarà infettata da Covid-19, questo è inevitabile”. Naturalmente, seguendo la logica dell’ “immunizzazione di gruppo” (proposta iniziale di Trump e Boris Johnson, successivamente abbandonata), ciò potrebbe forse accadere. Ma sarebbe “inevitabile” se Bolsonaro riuscisse a imporre la sua politica di rifiuto delle misure di confinamento: “Il Brasile non può fermarsi”. Quali sarebbero le conseguenze? Il tasso di mortalità per Covid 19 in Brasile è attualmente del 9% della popolazione contagiata. Un piccolo calcolo aritmetico porterebbe alla seguente conclusione: (1) Se il 90% della popolazione brasiliana fosse contaminata, sarebbero 180 milioni di persone. (2) La mortalità del 9% di 140 milioni produce 13 milioni. (3) Se Bolsonaro riuscisse a imporre la sua guida, il risultato sarebbero (stati) tredici milioni di brasiliani uccisi. Questo è chiamato, in linguaggio criminale internazionale, genocidio. Per un crimine equivalente, diversi dignitari nazisti furono impiccati dal Tribunale di Norimberga. Ecco che si levano dalle spiagge assolate del Sud del mondo rappresentati dei tanti Movimenti Popolari con cui papa Francesco, in particolare i Movimenti Senza Terra, si sta confrontando. Costituiscono quei granelli di sabbia in grado di inceppare gli ingranaggi del potere. Se questa nostra società si vuole salvare dovrà volgere lo sguardo a Sud, per ricucire quello strappo che continua a farci male. Ecco perché noi stiamo combattendo il sistema che consente ad un pugno di uomini sulla Terra di dirigere tutta l’umanità. Oggi urge sostenere il Movimento Sem Terra del Brasile!

Antonio

“Se voi però avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni sono la mia Patria, gli altri i miei stranieri” don Lorenzo Milani, “L’obbedienza non è più una virtù”

“il periodo buio creato da qs pandemia può essere un’occasione per entrare in contatto con noi stessi e con Dio, rivalutare il ns modo di vivere, apprezzare ciò che è essenziale e riscoprire il valore della fratellanza e della solidarietà”
Stefan Ogongo, attivista per i diritti umani

Lettera circolare della Rete Radié Resch di Genova maggio 2020.
QUALE BELLEZZA SALVERÀ O POTRÀ SALVARE IL MONDO?
(cioè quale “luce”)

Innanzitutto buongiorno e lieti di poterVi nuovamente incontrare anche solo attraverso una circolare! Buona giornata a tutti, vi abbracciamo e vi auguriamo una Buona Seconda Fase! (non so come dire altrimenti…) Coraggio, anche solo la riconquista di un po’ di movimento, l’estate e il bel tempo ci invitano a un certo buonumore! …mentre attraversiamo questa tempesta che le nostre vite hanno incontrato inviamo il link di un articolo di Internazionale sulla crisi che i poveri vivono oggi in Perù, raccontando la vita di un Barrio di Lima (come si chiamano in Perù le Barraccopoli). https://www.internazionale.it/notizie/andrea-closa/2020/04/14/baraccopoli-lima-virus Ciascuno, leggendoselo per conto suo si accorgerà che l’articolo è al tempo stesso messaggio e vita concreta, e ci tira un bel pugno nello stomaco. Senz’altro l’articolo preso da solo comunica ben di più di quello che intendiamo comunicare noi con la ns semplice circolare. In essa scriviamo di qualcosa degli argomenti dibattuti in qs periodo coralmente nel nostro gruppo di Genova e inviamo pertanto una circolare frutto del lavoro di dibattito e riflessione locale, con la presunzione di scrivere qualcosa non di mirabolante e particolarmente acuto ma di autentico e sincero perché proveniente dal ns vissuto.
1 L’articolo di Internazionale ,… Inviamo l’articolo perché pensiamo che sia significativo dell’impegno della Rete e che inoltre le informazioni che ci giungono dagli stessi poveri sono le più preziose e autentiche in realtà …Se ci immergiamo nella lettura dell’articolo, comprendiamo che è solo dall’amicizia, attraverso i legami umani, che può giungerci e giungere a ciascuna persona la luce necessaria per continuare a vivere, a camminare, a sostenersi. Solo da una prossimità, fatta sì di aiuto concreto ma anche di semplice presenza amica e affettuosa può promanare una forza per continuare a sperare e vivere la vita.
2 Il ns progetto in Perù…Per quanto riguarda il ns progetto in Perù, nella città di Huancajo, nel quartiere popolare di Occopilla, Don Gaspare (ns referente e prete romano di anni 77 in Perù dal 1985) e la comunità preparano in qs periodo cene di prossimità, cioè di quartiere, per aiutare la popolazione. Si raccolgono in comune le cose che si hanno e/o che si riescono a recuperare, si mette tutto in una pentola comune, e così si mette in piedi, un pranzo o una cena per tutti. Così resiste la gente, attaccandosi l’una all’altra per non cadere…
3 E infine Genova… a Genova, in questi mesi, con le dovute proporzioni, è emersa nei ns incontri di Rete, la parola, l’idea della “comunità”. Anche iI prossimo Sinodo indetto dal Papa nel 2022, si intitolerà alla chiesa sinodale, in cui al centro troviamo un pensiero semplice e concreto, un programma di vita, “camminare insieme”. Pensiamo che entrambi i discorsi contengano “tensioni” che si incontrano. Un qualcosa che emerge dal nostro vivere quotidiano, che affiora come una vena aurifera dal terreno stesso dell’esistenza e che merita di essere valutato e preso in considerazione. È su questo argomento che intendiamo soffermarci.
4 L’IDEA DI COMUNITA’
Affrontiamo nella circolare l’argomento, intendendo proprio, come dice il titolo, “come quella bellezza che salverà o che potrà salvare il mondo” appunto. “Un po’ a tentoni e balbettando ” qui di seguito ne trattiamo alcuni aspetti:
a – la comunità viene intesa da noi prima di tutto come luogo di umanità; cioè come luogo di incontro in cui il criterio di giudizio e il primato sono dati all’incontro e all’accoglienza dell’altro. Questi valori governano o dovrebbero governare la ns vita e offrono riferimenti che spesso non sono abituali alla vita quotidiana. Si presentano inoltre intrinsecamente contestativi della vita sociale stessa e delle sue dinamiche. L’aria che si respira nella comunità dovrebbe essere quella della fraternità, della solidarietà e della condivisione.
b – ad essa si ha piacere di dedicare una parte significativa di sé stessi, del proprio tempo, perché la si riconosce importante.
La comunità diventa l’oggetto di una scelta, perché importante di per se stessa, brillante di luce propria… I principi di vita che si condividono sono il fondamento stesso del ritrovarsi e si riscopre con stupore talvolta la bellezza del donare e del donarsi reciprocamente…Sempre rimanendo su questa lunghezza d’onda pensiamo che per sua conformazione e struttura la comunità possa essere di per se stessa “luogo che produce” cioè nel suo cammino possa dimostrarsi luogo “incredibile di produzione di frutti imprevedibili e imprevisti”….
c – pensiamo inoltre ad essa anche come a un luogo ricostitutivo, in cui interiormente ci si possa “ricostituire”. Un luogo in cui sia data la possibilità di fermarsi, in cui sia “concessa ” la sosta e la riflessione, in cui chi ha bisogno “possa dimorare “. È il luogo in cui si arriva e “ci si siede” (perché non si ha fretta e quindi ci si abbandona volentieri in una dimensione di ascolto e disponibilità).
d – un luogo in cui ciascuno conta per sé stesso, per uno, in cui tutti possono riconoscere di avere la medesima dignità e parimenti il medesimo diritto di prendere la parola e confrontarsi. Sullo stesso piano.
e – infine pensiamo a una comunità situata, cioè non “astratta”, collocata in un momento storico e geografico ben preciso, in un luogo ben definito del tempo e dello spazio, con una vocazione ben chiara all’interno di un determinato contesto locale, sociale, esistenziale. Invitati perciò a fare delle scelte che ci determino e che siano espressione di “un ciò in cui si crede”. Un luogo anche in cui se si fa una cosa non ne si può fare un’altra, se si fa una scelta non ne si può fare un’altra…Una comunità che anziché inseguire molti stimoli e sollecitazioni, con il rischio di disperdersi, invece sceglie di approfondire, e scava, scava, scava su quella che è la sua missione, su quel “progetto”, su quel punto su cui e per cui ha scelto di esistere. Se non si approfondisce infatti a ns parere il risultato è la condanna alla sterilità.

– Concludo con il pensiero di papa Francesco a cui ci sembra di essere vicini con quanto cercato di comunicare soprattutto in questo ultimo punto.

“Per papa Francesco il tempo è superiore allo spazio perché la via dell’autentico progresso umano è un “processo”, che è in sé una funzione temporale. Visto che il tempo è fluido e mobile, rappresenta la chiave per evitare di rimanere “incollati” allo spazio, per così dire. Se cerchiamo di riempire lo spazio con soluzioni a breve termine e risposte crude e statiche ai problemi senza pensare a come possiamo davvero andare avanti da quel punto in poi, cortocircuitiamo il tempo e ci priviamo di un futuro più speranzoso” (dal sito Aleteia)

“Dare priorità allo spazio porta a diventar matti per risolvere tutto nel momento presente, per tentare di prendere possesso di tutti gli spazi di potere e di autoaffermazione … Dare priorità al tempo significa occuparsi di iniziare processi più che di possedere spazi. II tempo ordina gli spazi, li illumina e li trasforma in anelli di una catena in costante crescita, senza retromarce. Si tratta di privilegiare le azioni che generano nuovi dinamismi nella società e coinvolgono altre persone e gruppi che le porteranno avanti, fin che fruttifichino in importanti avvenimenti storici. Senza ansietà, però con convinzioni chiare e tenaci” (Evangelii Gaudium , cfr.223)

Buon proseguimento e buona estate.

la Rete di Genova

per la lettura si segnalano i libri:
– Pandemia e fraternità, La forza dei legami umani – Vincenzo Paglia, Piemme, 2020
– II crollo del noi – Vincenzo Paglia, Laterza, 2017

di Manuela ValsecchiAltreconomia.it

Dalla Grecia alla Bosnia, passando per la Serbia, le misure di contenimento per l’emergenza Covid-19 hanno avuto gravi ripercussioni sulla vita delle persone dentro e fuori i centri di accoglienza. Le testimonianze dei volontari e operatori umanitari rimasti e dei richiedenti asilo

Le condizioni dei migranti in transito lungo la rotta balcanica verso l’Unione europea si fanno sempre più difficili, aggravate dall’introduzione di misure di contenimento del virus Covid-19. A denunciarlo sono i (pochi) volontari e operatori umanitari rimasti sul campo, dalla Grecia fino alla Bosnia ed Erzegovina.

Grecia: la quarantena senza protezione
“La quarantena in Grecia è entrata in vigore a partire dalle 6 del 23 marzo: non si può uscire se non per questioni urgenti come fare la spesa, andare in farmacia o andare a

Nicaragua e Covid-19

Assistenza sanitaria decentrata, gratuita e universale

9 aprile 2020 – Giorgio Trucchi – da Peacelink

Erano i primi mesi del 1991. Mi trovavo nuovamente in Nicaragua, questa volta per scrivere la mia tesi sulla riforma psichiatrica promossa dalla rivoluzione sandinista dopo il triunfo (1979). Daniel Ortega aveva perso le elezioni e da quasi un anno governava Violeta Barrios de Chamorro. I risultati erano già visibili.

Il Servizio sanitario nazionale, fondato negli anni 80 sul concetto di assistenza sanitaria gratuita, decentrata e universale, che coinvolgeva migliaia di promotori della salute per garantire i servizi essenziali in tutto il territorio nazionale, era stato velocemente smantellato dalla ventata neoliberista del “meno Stato, più mercato”.

Il nuovo governo, pieno di vecchi filibustieri fuggiti a Miami con la caduta di Somoza ed ex contrarrevolucionarios ritornati dopo la sconfitta sandinista, oltre a fare man bassa di aziende statali, privatizzare a destra e a manca, licenziare decine di migliaia di dipendenti pubblici e sospendere qualsiasi finanziamento a cooperative e organizzazioni contadine, si accanì in modo particolare contro sanità e istruzione pubblica. Chi ha un po’ di memoria non può non ricordare i roghi dei libri di testo che per anni erano stati usati per l’alfabetizzazione e l’insegnamento pubblico.

Nel giro di pochi mesi s’introdusse il concetto di “autonomia scolastica”, un termine apparentemente innocuo per descrivere l’inizio del processo di privatizzazione della scuola. A livello sanitario veniva velocemente definanziata l’assistenza pubblica, per offrirla poi su un piatto d’argento al settore privato.

Gli ospedali vennero abbandonati a loro stessi, cliniche e ambulatori chiusi un po’ ovunque, scomparvero anche i promotori della salute. Ci fu però una vera e propria esplosione delle farmacie come effetto della fine dell’embargo decretato dagli Stati Uniti. Peccato che la maggior parte della popolazione dovesse poi fare i salti mortali o indebitarsi fino al collo per comprare le medicine di cui aveva bisogno.

In un libro, mai pubblicato, che stavo scrivendo sull’esperienza fatta nel Messico pre-zapatista e in America Centrale agli inizi degli anni 90, ricordo un’intervista fatta a un medico chirurgo nicaraguense in cui raccontava il dramma di dovere operare tutti i giorni in condizioni inaccettabili. Ricordo che gli si inumidivano gli occhi quando ricordava pazienti deceduti a causa della mancanza di strumenti chirurgici, cannule, ossigeno, anestesia e perfino del filo da sutura.

Ricordo anche quando, verso la fine degli anni 90, gli ospedali pubblici erano divisi in due parti ben definite: la parte pubblica, con ambienti fatiscenti, file interminabili e coi famigliari dei malati che uscivano disperati con in mano una ricetta, e correvano a impegnare un anello o da qualche amico o parente a chiedere un prestito per comprare ciò che il dottore aveva chiesto. Poi c’era la parte privata, dove gli stessi medici ti invitavano ad andare quando vedevano che eri una persona con “capacità economiche”. Lì non c’erano file, il personale sanitario era molto gentile e i medici avevano tutto l’occorrente per curarti. Bastava pagare e il gioco era fatto.

Covid-19 e prevenzione

A partire dal 2007, con la vittoria elettorale del Fronte sandinista, le cose sono cambiate. O meglio, si è ripreso il filo di un discorso bruscamente interrotto con le elezioni del 1990.

In un recente articolo[1], Stephen Sefton, curatore della pagina web Tortilla con Sal, ricorda come negli ultimi 13 anni il sistema sanitario nicaraguense abbia riabbracciato lo spirito e i valori di un tempo. Un modello di assistenza pubblica che ha come capisaldi la prevenzione, il decentramento, la gratuità e l’universalità. Inoltre, la fitta rete di ospedali, cliniche e ambulatori è supportata nuovamente da decine di migliaia di promotori della salute, che operano come volontari in tutto il territorio nazionale.

L’arrivo della pandemia di Covid-19 non ha quindi trovato il Nicaragua impreparato. Abituato a mantenersi in allerta preventiva per potere rispondere in modo adeguato agli effetti dei cambiamenti climatici, disastri naturali ed epidemie, non ultime quelle di dengue, chikungunya, zika e H1N1, solo per nominarne alcune, il governo del Nicaragua aveva già predisposto azioni per far fronte alla pandemia. 

Fino ad ora i casi accertati di coronavirus sono sei, dei quali una persona è deceduta e due sono guarite. Una decina sono i casi in osservazione, per ora tutti negativi al tampone.

Il governo sandinista ha quindi scelto una strada diversa da quella della maggior parte dei paesi del mondo. Invece di decretare la quarantena, il distanziamento sociale, la chiusura delle frontiere, delle scuole e delle attività produttive “non essenziali” e proibire la partecipazione della popolazione ad eventi di massa, il Nicaragua, seguendo i protocolli pertinenti per le diverse fasi della pandemia, ha deciso di dare priorità a un’altra prevenzione, rafforzando i controlli alle frontiere e investendo su una struttura sanitaria decentrata e comunitaria, già solida e operante su tutto il territorio nazionale.

A questo proposito, il gionalista Jorge Capelán ha scritto recentemente[2] che dal 2007 ad oggi sono stati costruiti 18 ospedali e si prevede la costruzione di altri 13 nel breve e medio periodo, tra cui quelli regionali di Puerto Cabezas (Bilwi) in piena Mosquitia e di León nell’occidente del paese. Incontabili poi le cliniche e gli ambulatori costruiti o riammodernati in questi anni in tutto il Nicaragua.

In questi giorni, più di 250 mila promotori della salute vanno di casa in casa per spiegare alla gente quali siano le misure preventive da adottare contro il coronavirus, come riconoscere i primi sintomi e come avvisare immediatamente le strutture decentrate per l’eventuale ricovero. In meno di un mese sono già state visitate quasi 1,3 milioni di famiglie, cioè più di 6 milioni di persone. Inoltre, chiunque entri in Nicaragua proveniente da paesi in cui si è diffuso il virus del Covid-19 viene inviato a una auto quarantena vigilata.

Per il momento le autorità hanno predisposto 19 ospedali e quasi 40 mila operatori sanitari sono stati formati su come affrontare il virus, sull’identificazione di casi sospetti, sulle misure di protezione, sull’applicazione di cure mediche e sul trasferimento sicuro dei pazienti. Poche notizie si hanno invece sulla quantità di tamponi fatti e sugli autorespiratori a disposizione nel paese.

Pochi giorni fa, il Banco centroamericano d’integrazione economica (Bcie) ha consegnato alle autorità sanitarie 26mila test veloci Covid-19, una donazione che permetterà di rafforzare ulteriormente l’apparato preventivo. Il Nicaragua inoltre possiede l’unico impianto pubblico in America Centrale che produce vaccini. Si tratta di una joint-venture tra il governo del Nicaragua e la Federazione Russa, dove si produrrà il farmaco antivirale cubano Interferone Alfa-2-B per il trattamento di pazienti con Coronavirus.

A livello internazionale, infine, il Nicaragua si è coordinato con i meccanismi del Sistema d’integrazione centroamericano (SICA) e con i governi che ne fanno parte. Soprattutto con i confinanti Honduras e Costa Rica si è sviluppata una comunicazione costante e si stanno coordinando azioni di controllo delle frontiere.

Un modello diverso

Lo scorso 7 aprile, le misure adottate dal Nicaragua sono state considerate “inadeguate” dalla direttrice dell’Organizzazione panamericana della salute (Ops). Carissa Etienne si è detta preoccupata per  “la mancanza di isolamento e di distanziamento sociale, la convocazione a manifestazioni pubbliche, la tracciabilità dei contatti e la notificazione dei casi”. Una reazione sicuramente da non sottovalutare, anche se il governo nicaraguense ha per il momento dalla sua la cifra più bassa di contagiati tra tutti i paesi dell’America Centrale.

Secondo il biologo cellulare ed ex rappresentante della Ops in Venezuela e Antille Olandesi, Jorge J. Jenkins Molieri, i pochi casi registrati fino a ora in Nicaragua sarebbero dovuti a vari fattori, come ad esempio le insufficienti prove di laboratorio, l’individuazione per il momento di casi lievi, lo scarso afflusso dopo la crisi del 2018 di turisti provenienti dalle regioni maggiormente contagiate come Europa e Stati Uniti. Azzarda anche ipotesi legate al fatto che la popolazione è molto giovane – settore che resiste meglio al contagio di Covid19 – e che gli ultrasessantenni rappresentano solo il 5% della popolazione, che la densità di popolazione è la più bassa di tutta l’America Centrale e la popolazione rurale è il 40% del totale, e che il fattore climatico (si è in estate e con temperature molto alte) stia frenando l’espansione del virus.

Difficile quindi dire ora cosa succederà. Nessuno può escludere – nemmeno il governo lo fa – che in futuro si entri in nuova fase del contagio e che siano necessarie misure molto più restrittive, come consigliano i protocolli della Ops/Oms. Certo è che in mezzo a tante incertezze sarebbe sempre auspicabile fare prevalere il principio di precauzione.

Sta di fatto che il Nicaragua decidendo di imboccare una strada diversa non ha voluto sottovalutare la portata del pericolo, ma ha dovuto e voluto (altri paesi non l’hanno fatto) affrontare l’emergenza senza abbandonare al loro destino tutte quelle persone e famiglie – e sono tante – che sono il pilastro dell’economia nicaraguense. Le micro, piccole e medie imprese rappresentano circa l’87% del tessuto aziendale nazionale e creano più del 70% dei posti di lavoro. Sono circa 300 mila e operano in vari settori, in particolare quello agricolo. Il 58% di queste aziende sono condotte da donne (fonte Conimipyme). Contribuiscono per quasi il 70% al Pil e rappresentano il 60% delle esportazioni. Se a questo aggiungiamo le migliaia di persone che ancora vivono di lavori informali e precari, è facile capire allora il perchè della scelta del governo nicaraguense di cercare una strada alternativa a quella del lockdown.

Opposizione e sciacallaggio

A chi invece non interessa capire è l’opposizione politica e sociale, ampiamente sostenuta e foraggiata dal gran capitale nazionale, dalla gerarchia cattolica, dall’amministrazione statunitense e dai governi satellite di Washington.

Come già avvenuto durante il tentativo fallito di colpo di stato del 2018, l’opposizione ha lanciato una implacabile campagna di disinformazione su media affini e social. Una valanga di fake news riprese e poi divulgate dalle principali agenzie internazionali, con l’obiettivo di creare timore nella popolazione attraverso discorsi catastrofici, accusando il governo d’irresponsabilità, incapacità e faciloneria, per poi capitalizzare politicamente il malcontento.

Non dimentichiamo che in Nicaragua siamo in un anno preelettorale. Vedendo quanto accaduto lo scorso anno in Bolivia e l’uso sempre più scellerato del lawfare e di organismi multilaterali come l’Osa (Organizzazione degli stati americani) contro governi e dirigenti che non si piegano agli interessi di Washington, è evidente che il governo sandinista sia preoccupato.

L’informazione spazzatura è servita per fare circolare false testimonianze di falsi contagiati sull’esistenza di centinaia di casi di coronavirus presuntamente nascosti dal governo. Accuse mai provate, che calano però in settori della popolazione nonostante siano sistematicamente smontate dai dati ufficiali delle ultime tre settimane. Qui si evidenzia una diminuzione delle infezioni respiratorie acute (meno 9% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno), delle polmoniti (meno 10%) e della mortalità dovuta a queste stesse malattie (meno 35%), che è passata dai 107 decessi dello scorso anno ai 70 al giorno d’oggi.

La teoria cospirativa, che tanto piace alle opposizioni, non regge nemmeno all’impatto con ospedali, cliniche ed ambulatori, dove si registra un numero normale di visite, di accessi ai pronto soccorso, nonché di ingressi in terapia intensiva.

Principali ispiratori dello sciacallaggio mediatico sono poi – e questa è forse la cosa più vergognosa – quelle stesse persone, partiti, organizzazioni e movimenti responsabili dello smantellamento dello stato sociale negli anni 90. Quelle stesse persone che hanno privatizzato la sanità e distrutto il sistema sanitario nazionale e che ora si ergono a paladini della buona sanità e dei diritti dei cittadini. Altri sono i loro alleati politici, mossi da odi profondi contro l’attuale dirigenza sandinista, insignificanti politicamente e con una quasi inesistente capacità di convocatoria e di mobilitazione popolare. Sono i settori più radicali del fallito golpe, che godono di sostegno internazionale e di sostanziosi finanziamenti di agenzie statunitensi ed europee.

Falsità a parte, le prossime settimane saranno fondamentali per capire l’evoluzione che avrà il contagio e la capacità del governo nicaraguense per affrontarlo.

 Note

[1] http://www.tortillaconsal.com/tortilla/node/8955

[2] https://managuaconamor.blogspot.com/2020/04/nicaragua-y-la-covid-19-el-secreto.html

RIFLESSIONI SULLA PANDEMIA

Che lezione trarre da questi giorni segnati dal dramma del contagio? In quanto uomini dobbiamo sforzarci di leggere gli accadimenti con intelligenza per coglierne un senso possibile, per trarne una lezione di vita che possiamo fare nostra.

Rivolgiamo lo sguardo alla storia. Quanti milioni di innocenti, soprattutto donne e bambini, sono stati uccisi e avevano pieno diritto di vivere! Quante guerre negli ultimi cento anni, quanta violenza, quanta sopraffazione si è esercitata su milioni di persone, anche in nome di ideologie che professavano la liberazione dell’uomo! Quanti morti di malattia, in questi stessi giorni! Eppure Dio, l’ente compassionevole e eterno di cui ci ha parlato Gesù di Nazareth, pur invocato ogni singolo istante dalle preghiere dei credenti di tutte le religioni non interviene. Dio tace.

È sordo? è cieco? insensibile? O è il chiaro segno che lascia a noi la responsabilità delle cose del mondo? Nostra, infatti, solo nostra è la responsabilità di quanto accade su questa terra. E se Dio tace, se non interviene nelle nostre vicende è solo per il rispetto del bene che ha dato all’uomo con l’intelligenza e la capacità di amare: la libertà. Anche di fare il male.

Perciò non se la prendano col Padre Eterno quelli che credono in lui, invocandone l’intervento e imprecandolo perché non scende a salvarci. Egli non vuole, non può intervenire perché ha il più alto rispetto della nostra responsabilità, della nostra capacità di discernere, di fare giustizia. Non carità, giustizia!

Vedo e apprezzo quanto fanno la Caritas, i suoi responsabili e i suoi seguaci per aiutare chi soffre. Però vedo anche che non urlano mai, non denunciano mai ad alta voce il potere, anche quello da noi eletto, per l’iniqua spartizione dei beni della terra. Anzi spesso vi si alleano per interessi di parte.

Apriamo gli occhi su questo modo di dare aiuto: è pericoloso. Ci dice che da una parte ci sono i “buoni”, che suppliscono ai bisogni e ai diritti dei più deboli e dei più poveri. Ma mentre diamo da mangiare all’affamato ci asteniamo dal combattere politicamente, non ci schieriamo, mentre dobbiamo sparire come benefattori e inchiodare politicamente i responsabili locali e nazionali – e larga parte di quelli europei e mondiali – di questo sfascio, colpevoli di essersi totalmente disinteressati di chi nella vita è meno fortunato e privo della cultura, delle capacità di rivendicare i propri diritti.

Invece un nuovo virus si affianca al primo nell’ammorbare questi giorni: il trasformismo politico dei politici che imperversano nei talk show televisivi, riversando fiumi di bolsa retorica sull’eroismo dei medici e degli infermieri sbattuti in prima linea a combattere un nemico spietato. In molti casi sono gli stessi che negli anni scorsi avviavano la distruzione della sanità pubblica sproloquiando di “spending review”, di “razionalizzazione”, di “maggiore efficienza”: in sostanza di tagli di spesa a man bassa.

Nel 1980 il nostro Paese contava mezzo milione di posti letto, nel 2017 ce n’erano 230mila. Negli ultimi dieci anni se ne sono persi 70mila. Alla sanità pubblica sono stati tolti 37 miliardi di euro e il sistema sanitario è stato smembrato in venti regioni secondo un criterio aziendalistico. Siamo tutti per l’efficienza, naturalmente. Ma oggi molti piccoli centri, soprattutto nel Meridione e nelle isole, sono privi di strutture ospedaliere. Tutto questo a vantaggio della sanità privata e dei potentati politici locali.

Come stupirci allora se nei reparti di terapia intensiva oggi mancano respiratori, se medici e infermieri sono costretti a operare nei reparti senza protezioni sufficienti, se sono privi di camici o mascherine adeguate? A chi andrà addebitato il sacrificio della vita di decine di loro, costretti a combattere un nemico spietato e invisibile con armi spuntate? Chi sarà chiamato a rispondere dei troppi pazienti che muoiono perché gli ospedali non hanno abbastanza dispositivi medici per curarli? Chi risarcirà la sofferenza indicibile dei loro cari, cui è negato anche il conforto di partecipare ai funerali?

Ecco allora che spunta la carità pelosa dei “grandi” imprenditori del capitalismo “illuminato”, dei “grandi” marchi multinazionali che si sono fatti d’oro sul precariato e la miseria dei lavoratori e oggi tentano di ripulirsi l’immagine versando chi centomila, chi un milione, chi cinque milioni di euro a questo o quell’ospedale. Briciole. Pagliuzze. Inezie. Quanti miliardi di euro di tasse hanno evaso o eluso quei “grandi” in tutti questi anni? Quanto avrebbero dovuto dare alla collettività e non le hanno dato? Quanta solidarietà hanno negato?

E allora bisogna squarciare il velo e indicare qual è, insieme al virus, l’autentico responsabile del dramma che stiamo vivendo: è l’antico conflitto tra Stato e mercanti, è la lotta che oppone l’equa redistribuzione al profitto smodato di pochi.

Servizi come la sanità, l’istruzione, la ricerca, il welfare hanno un costo che si paga con le tasse, ma nel finanziarli uno Stato che agisca davvero da Stato anziché da banca privata non ragiona in termini di profitto o di lucro. A differenza delle aziende private lo Stato non mira a incassare un surplus, a distribuire utili: attua una semplice redistribuzione di quanto preleva con le tasse. E non ha paura di indebitarsi ogni volta che è necessario per la salute dei suoi cittadini, non guarda al pareggio di bilancio come a un moloch cui occorre sacrificare le loro vite.

Ma le accuse di inefficienza e le insinuazioni sulla corruzione dei poteri pubblici, ripetute fino allo sfinimento in questi anni, pur se in molti casi giustificate servivano soprattutto a convincere i cittadini che è meglio farsi erogare questi servizi dai privati: che per quei servizi si fanno pagare, naturalmente, incassando un profitto.

Ecco allora perché i mercanti mirano allo Stato minimo, meglio ancora a uno Stato ridotto a zero: perché per ogni euro che questo eroga per la sanità, l’istruzione, la ricerca, il welfare, le carceri, c’è un euro di fatturato in meno per loro. C’è un euro di fatturato in meno su cui possono lucrare. Tutto può essere sacrificato al profitto.

Ma se per molti è chiaro che occorre scacciare i mercanti dal Tempio, nessuno sembra provvisto di idee, di visione, di progetti – e aggiungerei di coraggio – con cui rimediare a questa situazione. Una sinistra che, dimentica delle sue radici, non si fosse passivamente schiacciata sui dogmi neoliberisti e sulla lode alla globalizzazione capitalista e all’economia di mercato avrebbe indicato per tempo come veri nemici il libero movimento dei capitali e l’imprenditoria di rapina, che sposta i suoi soldi nei paesi più miseri per produrre sempre di più a costo minore; avrebbe imposto un limite alle dinamiche della finanza speculativa, mossa solo dalla volontà di predare guadagno, incurante di ridurre sul lastrico intere nazioni; avrebbe messo il morso all’avidità delle banche, anziché salvarle con fiumi di soldi a scapito delle famiglie.

Una politica che fosse davvero sociale perseguirebbe con mano ferma e regole d’acciaio gli evasori che spostano i loro capitali nei paradisi fiscali – molti annidati nel cuore stesso dell’Unione Europea – e quanti ogni anno frodano alla comunità centinaia di miliardi. E con l’enorme bottino recuperato rilancerebbe la spesa pubblica, mostrando che ogni grande evasore assicurato alla giustizia significa un ospedale in più, una scuola in più, un asilo in più, e ogni corruttore o corrotto un nuovo respiratore, un nuovo posto letto, una maestra in più per i bimbi. E abbasserebbe subito le tasse ai più deboli per aumentarle ai più ricchi, secondo il principio della tassazione progressiva sancito dalla nostra Costituzione che umanisticamente mira a costruire un mondo solidale dove le diseguaglianze siano ridotte, non esacerbate.

Invece costruiamo un mondo di criminale ingiustizia. Secondo il rapporto dell’ong Oxfam, a metà del 2019 l’1% più ricco del mondo deteneva più del doppio della ricchezza netta posseduta da 6,9 miliardi di persone, mentre il 50% più povero aveva meno dell’1%. Il patrimonio delle ventidue persone più facoltose del pianeta superava la ricchezza di tutte le donne del continente africano.

E nel nostro Paese? A metà 2019 il 20% più ricco deteneva quasi il 70% della ricchezza nazionale, mentre al 60% più povero non restava che il 13,3%. L’anno prima, il 5% più ricco deteneva da solo la stessa quota di ricchezza detenuta dal 90% più povero degli italiani. Innegabile dunque una tendenza alla concentrazione della ricchezza inarrestabile, pericolosa.

Sembra che siamo irresistibilmente attratti e guidati non dal Dio trino, dio di amore, fratellanza e giustizia, ma dal dio quattrino, il dio che protegge l’arricchimento egoistico, lo sfruttamento rapace della natura, la concezione dell’uomo non come fine ma come mezzo di cui disporre a piacimento, calpestandone bisogni e diritti. Eppure proclamiamo che tutti gli esseri umani, al di là delle diverse appartenenze politiche o religiose, del differente colore della pelle, hanno gli stessi bisogni e lo stesso diritto a una vita dignitosa e in salute, a un lavoro equamente retribuito, a una quantità di acqua e di cibo bastevole e costante.

Ecco allora che se il lavoro della Caritas e di ogni altra organizzazione caritatevole è privo di questo impegno politico è pericoloso. Consolida questo status quo ingiusto, ritarda l’avvento di quella fraternità/sororità tra esseri umani proclamata e vissuta da Gesù di Nazareth. Rispetto a lui siamo in ritardo non di duecento, ma di duemila anni.

Auspichiamo dunque che gli eventi di questi giorni vengano per farci riflettere davvero sul modo in cui viviamo, su quale giustizia vogliamo per l’uomo.

Pregare? Per cosa, per la fine di un virus? No, forse semplicemente perché apriamo gli occhi. Come le dieci vergini del Vangelo, siamo immersi in un sonno profondo.

 

Il regno dei cieli è simile a dieci vergini che, prese le loro lampade, uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le lampade, ma non presero con sé olio; le sagge invece, insieme alle lampade, presero anche dell’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e dormirono. A mezzanotte si levò un grido: Ecco lo sposo, andategli incontro! Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade.

E le stolte dissero alle sagge: Dateci del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono. Ma le sagge risposero: No, che non abbia a mancare per noi e per voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene.

Ora, mentre quelle andavano per comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: Signore, signore, aprici! Ma egli rispose: In verità vi dico: non vi conosco.

Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora.

(Mt 25,1-13)

 

Amici che abitano in luoghi assediati dal traffico raccontano che in questi giorni tornano a udire il canto felice degli uccelli. Strade deserte, negozi chiusi; il silenzio incoraggia gli animali selvatici ad avvicinarsi. Si avvistano lepri nei parchi di Milano, cigni che nuotano nei rii di Venezia ridiventati cristallini, cinghiali che vagano indisturbati per le strade di Roma, di Sassari.

Gli animali, altri nostri fratelli vilipesi, sono sempre vicini a noi. E anche se non li guardiamo, loro ci osservano a distanza. Guardinghi, timorosi della nostra invadenza, della nostra violenza. E non appena ci ritiriamo, riprendono i loro spazi.

Il mondo è anche loro, soprattutto loro. Ricordiamoci anche di questo, quando tutto sarà passato.

Oltre 25.000 le persone morte nel mondo a causa del coronavirus, la maggior parte in Europa. I casi globali di Covid-19 sono 553.244 in 176 Paesi e regioni. In Africa c’è un’evoluzione drammatica del numero dei Paesi e anche del numero dei contagiati è l’allarme lanciato dalla direttrice regionale dell’Oms per l’Africa, Matshidiso Rebecca Moeti.

Si sa, la percezione del rischio è inversamente proporzionale alla distanza dal rischio stesso. Un bambino che muore sotto casa suscita più emozione degli appelli dell’Unicef per la mortalità infantile nel mondo. Ci siamo preoccupati del coronavirus quanto più dalla Cina si avvicinava all’Europa ed entrava nel salotto di casa. Logico che ancora non ci si preoccupi e nemmeno si rifletta sull’eventualità che l’epidemia raggiunga l’Africa. Eppure le conseguenze, come è facile immaginare, potrebbero essere catastrofiche, non solo per l’Africa stessa. Attualmente, i contagiati (in una quarantina di Stati) sono poche centinaia con punta massima in Egitto (327 contagiati) e la stima è dello 0,11 per cento della popolazione mondiale. Si potrebbe concludere che il destino (o il buon Dio) stia risparmiando un Continente già afflitto da tremende epidemie, carestie e conflitti. Basti menzionare i 400 Mila morti all’anno per malaria, i milioni di sieropositivi da HIV, la recente invasione di locuste che ha devastato intere regioni dell’Africa orientale.

Oppure si potrebbero azzardare ipotesi, peraltro non suffragate da riscontri scientifici. La prima è che le temperature africane siano più alte e non favoriscano la diffusione del virus. La seconda è che la popolazione africana è molto giovane, mentre si sa che il virus è più aggressivo e mortale per la popolazione anziana. In apparenza, il Cov19 non conosce confini, fasce di età, classi sociali e gruppi etnici, ma è un fatto che – per ragioni tutte da approfondire scientificamente – abbia colpito con maggiore virulenza aree fortemente urbanizzate, territori pesantemente inquinati come la Lombardia e – per quanto riguarda l’Italia – la popolazione più anziana e autoctona. La terza ipotesi è che la popolazione africana, in particolare l’Africa sub sahariana, abbia sviluppato maggiori anticorpi.

Al di là di riscontri scientifici, queste sarebbero ipotesi confortanti per l’Africa, anche perché, in caso contrario, la solidarietà internazionale sarebbe comunque condizionata (e probabilmente ridotta) dalla mole gigantesca di risorse destinate alla ripresa dei Paesi più sviluppati: ricchi si, ma messi in ginocchio dall’epidemia.

Ci sono purtroppo ipotesi più allarmanti. La prima è che il virus possa diffondersi nel medio periodo e che oggi sia soltanto rallentato dalla riduzione dei viaggi e dalla chiusura delle frontiere. La presenza e il pendolarismo di funzionari e lavoratori cinesi – la nuova colonizzazione del Continente – sono oggi fortemente ridotti. La seconda è che il virus sia già in circolazione ma non sia “contabilizzato”, sia perché molti africani potrebbero essere asintomatici, sia perchè le infrastrutture sanitarie di quasi tutti i Paesi africani non consentirebbero efficaci controlli.

E’ un dato di fatto che il 70 per cento del miliardo e duecento milioni di africani vivono in giganteschi agglomerati urbani con densità e condizioni di vita che escluderebbero forme di contenimento in caso di esplosione dell’epidemia.

Le condizioni sanitarie, il numero di posti letto, di unità specialistiche e di medici, variano da Paese a Paese, ma non raggiungono in nessun caso standard europei. Basta riflettere sulle attuali pesanti difficoltà dell’Italia, un Paese che conta un numero di medici ogni diecimila abitanti venti volte superiore alla Nigeria. Nella gerarchie dei Paesi più vulnerabili, gli ultimi 22 posti nel mondo spettano a Paesi africani.

Non possiamo sapere oggi quale delle ipotesi sia più realistica. Di sicuro, le conseguenze economiche dell’epidemia nei Paesi più sviluppati si sono già fatte sentire sul Continente africano. Crollo del prezzo del petrolio, calo degli investimenti cinesi e contrazione dell’interscambio hanno già fatto dimezzare per l’anno in corso le stime di crescita. Per l’Africa – scrive il Sole24ore – il Fondo Monetario ha stanziato un pacchetto di aiuti da 50 miliardi di dollari. Briciole, se si considerano i “bazooka” di centinaia di miliardi di euro che stanno per piovere sui Paesi europei.

Da Remocontro.it