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Situazione in Armenia, ultimi aggiornamenti.

L’Armenia sta attraversando un periodo durissimo, affrontando una diffusione significativa del virus. Durante il picco il 35% dei test risultavano positivi, ora il 15-18%. I morti sono 788 ad oggi. In una situazione di parziale blocco dal mondo esterno, con la disoccupazione in crescita, gravi disagi economico-sociali, il 12 luglio l’Azerbaigian, violando il cessate il fuoco, colpì alcune postazioni dei nostri soldati a Tavush sul confine, in seguito attaccando anche dei villaggi limitrofi e causando molti danni alle abitazioni civili e alla fabbrica di mascherine, aperta recentemente per colmare il bisogno di tale oggetto indispensabile. Gli armeni hanno risposto adeguatamente. Ci sono morti e feriti da tutte e due le parti. In particolare dalla parte armena ci sono quattro vittime. Per approfondire queste tematiche invito a leggere i seguenti articoli che spiegano dettagliatamente la situazione.

http://www.karabakh.it/ecco-perche-gli-azeri-hanno-attaccato-larmenia-e-non-lartsakh/?fbclid=IwAR1tq7iA1IPRbETBRiMpoa2m8JSyLr1n5zd5vx24ps8uE9PPACPC9mxluls

https://sicurezzainternazionale.luiss.it/2020/07/13/armenia-azerbaigian-scontri-al-confine/

https://sicurezzainternazionale.luiss.it/2020/07/28/scontri-larmenia-azerbaigian-annuncia-manovre-congiunte-la-turchia/

https://sicurezzainternazionale.luiss.it/2020/07/19/tensioni-armenia-azerbaigian-minaccia-petrolio-gas-europa/

In seguito agli attacchi, in alcune città del mondo ma soprattutto a Mosca, sono state messe in atto provocazioni per causare disordini e atti di violenza. Dai mercati gestiti dagli azeri sono stati esclusi i prodotti armeni in particolare i tir con le albicocche non sono stati ammessi. In alcune parti della città gruppi di persone di nazionalità azera riunite hanno attaccato degli armeni che si trovavano da soli in macchina o per strada. Grazie agli interventi della polizia molte di queste persone sono state arrestate. Ci sono stati anche casi singoli da parte degli armeni in risposta a tali azioni. Ma le comunità della diaspora locali hanno cercato di non lasciarsi andare alle provocazioni mantenendo la calma. Mentre accadeva tutto ciò la Turchia ha espresso solidarietà e sostegno all’Azerbaigian. Il portavoce del Cremlino Dimitri Peskov esprimeva la propria preoccupazione riguardo la violazione del cessate il fuoco. Intanto dalla parte armena sono stati ipotizzati gli attacchi alla diga di Mingechevir in Azerbaigian, a cui il Ministro della difesa di Baku ha risposto facendo volare minacce di attacco alla centrale atomica Metsamor vicino a Yerevan, facendo una mega figuraccia di fronte al mondo intero.

All’inizio di agosto grande quantità di armamenti e soldati si sono mossi dalla Turchia nei territori di Nakhigevan (territorio che come all’epoca anche Nagorno Karabakh è stato annesso alla nuova Repubblica sovietica di Azerbaijan, oggi purtroppo completamente svuotato dalle componenti Armeni, vedi l’articolo : https://www.theguardian.com/artanddesign/2019/mar/01/monumental-loss-azerbaijan-cultural-genocide-khachkars ) e in altre regioni di Azerbaigian per una esercitazione congiunta con i militari azeri. Questi spostamenti destano preoccupazione e fanno pensare che la Turchia voglia dettare le proprie regole del gioco anche nel Sud del Caucaso, territorio dove la Russia ha maggiore influenza.

Su Internet si trovano molti articoli scritti dagli azeri o sotto loro dettatura dove ci sono molte notizie imprecise e false. Invito ad avere attenzione e discernimento nell’analizzare le notizie diffuse dagli azeri o dai loro amici (anche italiani). Spesso troverete scritto che Nagorno Karabakh è parte integrale della repubblica di Azerbaigian. Ma ciò è proprio il fulcro della questione. Quindi quando uno lo scrive volontariamente o no, già prende parte nel conflitto. Sul tavolo sono messi il diritto di autodeterminazione di un popolo attraverso un referendum e l’integrità dell’Azerbaigian, paese che prima del 1918 non esisteva e dopo la caduta dell’Unione Sovietica è nuovamente costituito come indipendente così come Nagorno Karabakh a sua volta ha dichiarato di essere. La Reppublica di Arzakh (come adesso si chiama quel territorio) si è autoproclamata tale e non ha alcuna intenzione di rientrare nei vecchi confini sovietici. Ciò anche con tutta la buona volontà, è impossibile da realizzare perché tra i due popoli c’è una inimicizia coltivata da secoli e rafforzata negli ultimi tempi. Nei giorni più caldi dell’ultimo conflitto migliaia di persone sono uscite per strada a Baku chiedendo al presidente Aliev di cominciare una vera e propria guerra contro gli armeni per riprendere quel pezzo di terra abitato dagli armeni e vendicare le loro perdite. Questo la dice lunga sugli umori e il livello culturale vigente in quella società. Il sogno turco- azero (eredi delle politiche panturchiste dell’inizio del’ 900) sarebbe di impadronirsi di tutto quel territorio armeno che attualmente li separa, e avere un lungo confine tra di loro per rafforzare la loro posizione nel Caucaso e nel Medio Oriente, essendo già molto influenti per la forza militare e la presenza del gas e del gasdotto che arriva anche in Italia. (l’Azerbaigian attualmente è il maggior fornitore di gas che arriva in Italia).

L’Articolo preso dal sito www.karabakh.it

ECCO PERCHÉ GLI AZERI HANNO ATTACCATO L’ARMENIA E NON L’ARTSAKH

Sulle ragioni per cui il 12 luglio le forze armate dell’Azerbaigian hanno attaccato le postazioni difensive dell’Armenia all’altezza della regione di Tavush si è scritto molto.

I problemi interni di Aliyev e il suo desiderio di forzare nell’angolo delle trattative il governo armeno sono tra le principali cause dell’improvviso aumento della tensione lungo la frontiera.

Aggiungiamo pure il desiderio di strappare al nemico qualche postazione in altura e migliorare così la posizione di Baku lungo la linea di contatto.

Ma per quale motivo l’Azerbaigian non ha tentato un’incursione lungo la linea dell’Artsakh arrivando a sfidare il diritto internazionale per attaccare uno Stato pienamente riconosciuto dall’ONU?

Una spiegazione l’hanno data alcuni esperti militari, ma anche lo stesso premier armeno Pashinyan, nei giorni scorsi.

Come scrivemmo a suo tempo, una delle conseguenze della breve ma intensa “guerra dei quattro giorni” del 2016 fu la presa di coscienza da parte delle forze armene di difesa riguardo alla necessità di meglio fortificare la linea di contatto e soprattutto dotarla di un sistema di video sorveglianza anche a raggi infrarossi per la visione notturna.

In cambio di qualche km quadrato conquistato a prezzo di centinaia di vite umane, Aliyev ha di fatto fortificato il nemico migliorando la sua prontezza al combattimento.

Va inoltre considerato che la video sorveglianza lungo la linea di contatto non ha solo una funzione preventiva per l’individuazione di tentativi di penetrazione nemica nel territorio del Nagorno Karabakh (Artsakh); essa, infatti, svolge parimenti la funzione di testimonianza documentale delle (gravi) violazioni del cessate-il-fuoco. Insomma, con la prima linea monitorata dalle telecamere agli azeri non riesce più il giochino di accusare gli armeni come tentarono (invano) di fare quattro anni fa. Alla fine, quella sanguinosa incursione nel territorio armeno (conclusasi con la conquista della collinetta di Leletepe a sud e qualche km quadrato a poca distanza di Talish nella sezione nord-orientale) ha provocato il miglioramento del sistema difensivo armeno sia in termini cronologici di allerta sia nella ulteriore fortificazione della linea di contatto.

Non è un caso che da almeno un anno le violazioni sulla stessa sono quasi scomparse: qualche colpo sparato giusto per non allentare troppo la tensione, qualche scaramuccia a bassa intensità come ben dimostrano le statistiche fornite dai rispettivi ministeri della Difesa.

E non è neppure un caso che il nuovo presidente dell’Artsakh Harutyunyan abbia compiuto diverse visite alle postazioni difensive nelle prime settimane di mandato e dieci giorni fa abbia deciso passare la notte con i militari di guardia sulla sommità del monte Gomshasar (3724 metri) da dove si gode una magnifica vista sulla piana del Karabakh e sulla città azera di Ganja …

Dunque, gli azeri hanno deciso – in aggiunta ad altre valutazioni politiche – di non arrischiare uno scontro frontale sulla linea di contatto con l’Artsakh ma di spingere la provocazione qualche centinaio di chilometri più a nord lungo la frontiera armena all’altezza di Tavush.

Ma anche in questo caso, nonostante i sistemi di osservazione non siano forse così accurati come quelli dell’Artsakh, le truppe speciali azere hanno rimediato una cocente sconfitta lasciando sul campo almeno una dozzina di uomini (fra i quali un generale e un colonnello), perdendo quattordici costosi droni e probabilmente cedendo anche una o due postazioni difensive in altura.

Insomma, l’effetto sorpresa, all’ora del pranzo della domenica, è venuto meno.

Casa della Solidarietà-Rete Radiè Resch di Quarrata – Comune di Quarrata – LIBERA
ti invitano a partecipare alla
27a MARCIA per la GIUSTIZIA
SABATO 5 SETTEMBRE 2020
ritrovo in piazza Risorgimento a Quarrata alle ore 20,30
In accordo con il Comune di Quarrata, comunichiamo che la consueta Marcia per la Giustizia, la 27a, si farà sabato 5 settembre con modalità diverse causa il Covid-19, non partiremo più da Agliana ma ci ritroveremo a QUARRATA (Pistoia) in piazza Risorgimento per le 20.30, dove, gli invitati terranno le loro riflessioni su:
“Al tempo del COVID-19, è urgente un governo mondiale per l’inclusione”
saranno presenti:
Antonietta POTENTE, teologa; Gherardo COLOMBO, ex-magistrato, don Luigi CIOTTI, fondatore Gruppo Abele e Libera; Mohamed BA, senegalese, attore e scrittore.
Attendiamo la risposta di Aboubakar SOUMAHORO, sindacalista.
Lettera Luglio-Agosto 2020 
Carissima, carissimo,
non possiamo dimenticare le inquietanti colonne notturne di camion militari che portavano via le bare delle vittime di Coronavirus, immagini che hanno scavato la nostra anima. Voglio ricordarne altre due, potenti, perchè da esse può scaturire una riscossa etica e civile dell’intero Paese.
L’immagine di papa Francesco, che il 27 marzo percorre a piedi la gradinata del sagrato della basilica di San Pietro per implorare Dio di non abbandonarci in balia della tempesta; e quella del presidente Mattarella che il 25 aprile sale solitario i gradini dell’Altare della Patria per l’omaggio al “Milite ignoto” e per celebrare il 75° anniversario della Liberazione dall’occupazione nazista e dal feroce regime fascista.
In quelle due piazze vuote si avverte la presenza densissima di donne e uomini che, senza lasciarsi abbattere dall’angoscia e  dal dolore, si sono contagiati reciprocamente da sentimenti di fiducia e di speranza.
Niente sarà come prima. Quante volte abbiamo ascoltato questa massima in queste settimane, obbligati dal virus a comportamenti inediti. Ma davvero sarà come prima? La pandemia ci renderà migliori? O ci scopriremo sciaguratamente più cattivi? Non vogliamo dividerci in fazioni contrapposte tra apocalittici e integrati…
Quello che possiamo dire, e vale davvero per tutti, è che sarà molto difficile cancellare dai nostri occhi quelle immagini che ci hanno attraversato, anch’esse contagiandoci e, lo vogliamo sperare, rendendo più comunità, più collettività.
Un Giubileo dell’umanità potrebbe essere il modo adeguato di imparare da quello che stiamo patendo. Rinnovare quei vincoli tra persone con la Creazione, senza i quali saremo inevitabilmente perduti.
La pandemia che stiamo affrontando ci ha colti in maniera imprevista e dirompente. Non eravamo preparati, non solo dal punto di vista della gestione pubblica ma anche a livello psicologico. Il Coronavirus ci ha ricordato quanto l’uomo, nonostante tutti i progressi, rimanga un essere vivente fragile come gli altri.
Ora più che mai, infatti, è importante trovare il giusto equilibrio tra creare e mantenere gli spazi di libertà personale, e cooperare per il raggiungimento di obiettivi comuni. E’ fuori dubbio che si tratta di una situazione di crisi: ma non per questo non si può coglierne un lato positivo, farne un’esperienza costruttiva, per ritornare nel mondo con una maggiore consapevolezza di noi stessi e con una comprensione più chiara del valore della tolleranza, del rispetto, della solidarietà gli uni nei confronti degli altri.
Ricominciare! Sembra una parola d’ordine. Ma da dove ricominciamo? E come?
La quarantena è alle nostre spalle, o quasi, ma nulla sembra superato… o almeno non con quella tranquillizzante sensazione di soluzione trovata in tutti gli ambiti che forse qualcuno tra noi sperava. Però ricominciare si deve. Lo dobbiamo a noi stessi, al nostro futuro, ma anche al mondo che ci ruota intorno.
Ricominciare si può, perché la resilienza è una forza innata di cui tutta la natura è capace da sempre, dalla prima comparsa sulla Terra. Siamo capaci di mutare, anche radicalmente, adattandoci alle nuove condizioni di esistenza. Certamente pur riportando ferite profonde, ce la faremo anche questa volta.
La svolta però sta nel come ricominceremo. Se sceglieremo cioè di trattare questo momento storico come uno dei tanti passaggi della nostra vita, fatto di traslochi, spostamenti, chiusure in un posto ed aperture in un altro, lasciando tutto esattamente uguale in noi, attorno a noi, nelle nostre aspettative, nello stile della nostra esistenza. Oppure se sceglieremo di ripartire con un’altra marcia, un altro passo, un altro stile, altre priorità.
Nostro malgrado abbiamo dovuto concedere al Covid-19 tanti nostri fratelli e sorelle in umanità. Ora con un deciso atto di responsabilità interumana perché non gli concediamo di tirare fuori da noi anche un diverso, un meglio, un di più?
Nessuno ne è escluso. Basta che qualcuno abbia il coraggio di crederci e di sperare. Oggi di fronte ad una intera umanità chiamata a ricostruirsi, a ripartire, di fronte ad una società civile chiamata a scoprire una nuova relazionalità dopo mesi di distanze fisiche e a volte psicologiche, la storia di Waldemar Boff, nostro referente del progetto sociale Agua Doce nella Baixada Fluminense nella periferia malfamata di Rio de Janeiro-Brasile e dei suoi collaboratori, mi è sembrato uno scrigno che doveva essere aperto per tutti. Loro non sono supereroi, nessuno dedicherà loro un film. Sono persone come noi nate in un’altra parte del globo. Waldemar, un uomo che  per tutta la vita ha dato priorità alle urgenze… a un certo punto ha deciso di dedicare tempo alle cose importanti. Quelle  cose che fanno la differenza, che formano le comunità, che ridonano la speranza agli anziani (attraverso il progetto Nonna Angelina), il gusto della fraternità alle persone sole, che insegnano la condivisione e la determinazione ai bambini (attraverso il progetto dell’asilo M. Carrara), che fanno sentire gli adulti costruttori di futuro (attraverso il progetto di alfabetizzazione ambientale).
Il merito di Waldemar e dei suoi “fratelli” sta nella caparbietà di aver fatto sognare attorno a sé un’intera comunità nel tempo del Coronavirus. Questo è l’unico vero segreto che fa si che i sogni divengano realtà. La vita vince sempre sulla morte, nonostante la povertà e la sofferenza. Possa ognuno di noi dirlo a voce alta, scoprendo i nuovi germogli che dal ricominciare a vivere autenticamente nasceranno attorno a noi.

 

Cari e care,

vogliamo innanzitutto augurarvi buona estate, in questa particolare estate, sia a chi resterà a casa, sia a chi potrà concedersi un periodo di vacanza.

In secondo luogo, ci pare giusto informarvi su quanto è emerso nei nostri incontri nazionali di Rete, che si sono svolti a distanza, tramite video-conferenza.

Sintetizziamo qui di seguito le decisioni più rilevanti

1 è stato confermato lo spostamento del Convegno al 2021 (rimarrebbe comunque la cadenza biennale)

2 si è discusso a lungo sulla formazione della nuova segreteria e su eventuali cambiamenti delle sue funzioni e modalità di lavoro (fino al coordinamento di settembre rimarrà in carica quella attuale).

Proprio in questi ultimi giorni si è concretizzata la proposta di una segreteria/laboratorio formata da Caterina Perata della Rete di Quiliano (Savona), da Lucia Capriglione della Rete di Salerno, da Antonio Vermigli della Rete di Quarrata (Pistoia) e da Nadia Zamberlan (gruppo giovani), della Rete di Torino

3 è stato riconfermato il progetto sostenuto dalla Rete di Verona in Guatemala di cui, di seguito, troverete la relazione.

4 I prossimi 19 e 20 settembre è stato confermato il coordinamento di Sezano, con la partecipazione fisica dei referenti delle reti locali, e non in video-conferenza. Come rete di Verona, organizzeremo l’ospitalità, salvo eventuali contrordini non dipendenti da noi. A questo proposito si sta pensando di affidare sempre più la preparazione e la gestione dei coordinamenti alle reti locali, in modo da sollevare il lavoro della segreteria.

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Come ReteRR, ci sembra importante ricordare la situazione veramente drammatica della Palestina, aggravata in questo periodo dall’emergenza Covid.

Il governo Netanyahu ha rimandato l’annessione unilaterale di una buona parte dei Territori Occupati palestinesi che comprende quasi per intero la Valle del Giordano. L’annessione, prevista per il 1° luglio in violazione di tutte le risoluzioni dell’ONU, gode dell’appoggio di Trump. Purtroppo la comunità internazionale sembra ignorare completamente la cosa e la UE non ha preso una posizione tale da incidere a favore dei Palestinesi. Contemporaneamente, però, le grandi manifestazioni contro il razzismo negli USA hanno provocato un lieve indebolimento del clima a favore di Trump e ciò ha sconsigliato, per ora, questa prepotenza ingiustificabile.

Ricordiamo che la Valle del Giordano è una zona strategica per l’agricoltura e il controllo delle riserve idriche di tutta l’area. L’acqua viene quasi completamente sottratta ai Palestinesi, nonostante le costanti azioni di resistenza pacifica della popolazione. Per esempio, provengono da lì i datteri “israeliani”, insieme ad altri prodotti agricoli di esportazione, coltivati sulle terre espropriate ai contadini palestinesi. Anche questa è una violazione delle convenzioni internazionali che riguardano le zone occupate militarmente. Ma purtroppo, Israele viola sistematicamente risoluzioni e convenzioni internazionali.

Alleghiamo questo link che ci ha mandato un’amica dagli USA, e mostra la vita quotidiana nella Palestina occupata. Il commento è in inglese, ma le immagini sono talmente eloquenti che non necessitano di traduzione.

WATCH: Daily Life in Occupied Palestine

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Il progetto che stiamo seguendo in Ghana e che ha preso il nome di Mama Ageiba (nome della mamma di Olivia), sta dando i suoi frutti. Speravamo, però, di poter avere notizie fresche sull’andamento dell’ultimo anno scolastico e per questo abbiamo chiesto ad Emma, la nostra referente ad Adjumako, un aggiornamento sulla situazione, ma siamo ancora in attesa di una sua risposta.

Purtroppo, a causa della pandemia, è stato rimandato anche il viaggio in Ghana che alcuni di noi avevano programmato per fine agosto.

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Ed ora, dal Guatemala, qualche nota curata da Dino Poli e Aldo Corradi:

1 – P. Clemente e Nicolasa (i nostri referenti) ci dicono che attualmente il problema più grave è dato dall’aumento delle persone che non hanno la possibilità di alimentarsi. La fame è una tragedia che grava su molte famiglie. E’ causata dalla mancanza di lavoro e dai limiti imposti dall’emergenza Covid-19: il blocco di molte attività, la riduzione dei mercati paesani, l’impossibilità di spostarsi o di recarsi (per molti stagionali) sulla costa del Pacifico per la raccolta dei prodotti agricoli ecc. causano situazioni veramente difficili.

Nicolasa e p. Clemente hanno acquistato (grazie anche al nostro contributo) mais e fagioli che hanno consegnato alle persone più bisognose. P. Clemente ha scritto anche che un tornado ha colpito la loro regione e ha causato danni notevoli: case (catapecchie) crollate, frane, allagamenti.

2 – Una bella notizia, che hanno accolto con grande piacere, riguarda la decisione del Coordinamento Nazionale della Rete RR che ha deciso di sostenere con 3000 euro annui per 2 anni (ma probabilmente saranno tre) il “Progetto del Fondo parrocchiale di Microcredito”. Questo progetto ha soprattutto lo scopo di sostenere iniziative di sviluppo e di formazione dei giovani e delle donne della loro comunità, persone che difficilmente possono ottenere finanziamenti dalle istituzioni. Il sostegno di questo progetto è stato possibile grazie all’interessamento dei nostri amici Dino e Silvana.

3 – Per quanto riguarda l’epidemia del coronavirus, in giugno il Guatemala contava già una decina di migliaia di contagi e qualche centinaio di morti (dati ufficiali). Ma le possibilità di rivolgersi ai centri di salute e di cura sono molto scarse, per cui è anche difficile avere il numero reale delle persone contagiate e dei decessi. Si prevede che, alla fine, i contagiati saranno oltre 40.000.

4 – Ci segnalano, infine, un fatto tragico accaduto sabato 6 giugno: l’assassinio di una persona accusata di “stregoneria”. Episodi come questo ci ricordano quanto sia importante l’attività dei nostri amici guatemaltechi per una promozione umana e culturale che porti a orizzonti di giustizia e di pace.

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Vi salutiamo e vi auguriamo una buona estate.

Maria, Gianni, Dino, Aldo, Silvana.

Lettera Giugno-Luglio 2020

Carissima, carissimo,
transizione ecologica, cambiamento nello stile di vita e una forte azione politica nella società sono i tre elementi centrali che hanno caratterizzato la Settimana della Laudato Si appena conclusa.  L’obiettivo è quello di generare una forte contrapposizione alla  “cultura dello scarto”, più volte denunciata da  Papa Francesco, nella convinzione che solo lavorando assieme verso la vera conversione a nuovi stili di vita si possano apportare cambiamenti non più  rinviabili.
Tre sono le dimensioni attraverso le quali viene affrontata la crisi climatica:
La dimensione spirituale per favorire una vera e propria “conversione ecologica”;
la dimensione dello stile di vita invita la famiglia cristiana ad essere d’esempio nel ridurre l’impatto negativo sull’ambiente;
la dimensione della sfera pubblica mira a mettere in discussione il paradigma della “crescita illimitata” e a promuovere l’utilizzo di energie rinnovabili.
L’economia di Francesco, dopo la Laudato si’, ha tracciato di fatto un percorso rivoluzionario di speranza, scandito da alcuni “battiti del tempo” come le Settimane sociali dei cattolici, il “Tempo del creato”, il Sinodo per l’Amazzonia, gli scioperi per il clima della Giornata della Terra, le migliaia di azioni intraprese da tante comunità in tutto il mondo.
In particolare i giovani, sulle orme di Greta, (scendono) mobilitati nelle  piazze per difendere il loro futuro. (Molto è stato approfondito:  dal  respiro della terra alla conversione ecologica.) Nell’omelia della Domenica delle Palme, Francesco ha sottolineato che “la difesa del creato, dell’ambiente in cui viviamo, riguarda direttamente la nostra esperienza di cristiani, ovvero la nostra fede. Non è un aspetto accessorio o secondario!”.
Nel corso del Regina Coeli di domenica 24 maggio, al termine della Settimana Laudato Si, papa Francesco ha lanciato un anno speciale dedicato alla celebrazione dell’anniversario della Laudato Si, augurandosi che questo anno e il decennio a venire possano realmente costituire un tempo di cambiamento, creando un tempo di “Giubileo” per la Terra, per l’umanità e per tutti gli esseri viventi. L’anno di anniversario, aperto con la Settimana Laudato Si 2020, proseguirà con una serie di iniziative a partire dalla Salvaguardia del Creato che porranno l’accento su una “conversione ecologica in azione”. L’urgenza della situazione è tale da richiedere risposte immediate e unificate a tutti i livelli, sia locali che regionali, nazionali e internazionali. In particolare, è necessario creare “un movimento popolare” dal basso, e un’alleanza tra tutti gli uomini di buona volontà.
Come Papa Francesco ci ricorda, “tutti possiamo collaborare come strumenti per la cura della creazione, ognuno con la propria cultura ed esperienza, le proprie iniziative e capacità.” (LS, 14) “Il cammino della Settimana Laudato Si ci ha resi consapevoli e responsabili del destino della nostra Casa Comune e della necessità che ogni uomo sulla terra abbia il diritto e l’opportunità di vivere dignitosamente. In effetti, il Pianeta sta urlando il suo disagio ed altrettanto stanno facendo i poveri, ma nonostante la crescente criticità della condizione umana e della condizione delle risorse naturali, tutto il nostro pensiero, ci piaccia o non ci piaccia, è strutturato attorno all’economia. Si direbbe che nel mondo finanziario sacrificare sia normale. Non abbiamo dato ascolto alle catastrofi parziali. Oggi  (è che) chi parla degli incendi in Australia? (E del fatto che) Un anno e mezzo fa una nave ha attraversato il Polo Nord, divenuto navigabile perché il ghiaccio si era sciolto? (Chi parla) Delle inondazioni? Non so se sia la vendetta della natura, ma di certo è la sua risposta.
È indispensabile rallentare un determinato ritmo di consumo e di produzione (Laudato Si, 191) e imparare a comprendere e a contemplare la natura. E a riconnetterci con il nostro ambiente reale. La traduzione concreta di questa connessione è – come dice papa Francesco – “vedere il povero. Gesù ci dice che ‘i poveri li avete sempre con voi’. Ed è vero. È una realtà, non possiamo negarla. Sono nascosti, perché la povertà si vergogna. Sono là, gli passiamo accanto, ma non li vediamo. Fanno parte del paesaggio, sono cose. Santa Teresa di Calcutta li ha visti e ha deciso di intraprendere un cammino di conversione. Vedere i poveri significa restituire loro l’umanità. Non sono cose, non sono scarti, sono persone. Non possiamo fare una politica assistenzialistica come con gli animali abbandonati. E invece molte volte i poveri vengono trattati come animali abbandonati. Non possiamo fare una politica assistenzialistica e parziale. Mi permetto di dare un consiglio: è ora di scendere nel sottosuolo. È celebre il romanzo di Dostoevskij, Memorie del sottosuolo. E ce n’è un altro più breve, Memorie di una casa morta, in cui le guardie di un ospedale carcerario trattavano i poveri prigionieri come oggetti. E vedendo come si comportavano con uno che era appena morto, un altro detenuto esclamò: «Basta! Aveva anche lui una madre!». Dobbiamo ripetercelo molte volte: quel povero ha avuto una madre che lo ha allevato con amore. Non sappiamo che cosa sia successo poi, nella vita. Ma aiuta pensare a quell’amore che aveva ricevuto, alle speranze di una madre. Noi depotenziamo i poveri, non diamo loro il diritto di sognare la loro madre. Non sanno che cosa sia l’affetto, molti vivono nella dipendenza dalla droga. E vederlo può aiutarci a scoprire la pietà, quella pietas che è una dimensione rivolta verso Dio e verso il prossimo. Scendere nel sottosuolo, e passare dalla società disincarnata, alla carne sofferente del povero, è una conversione doverosa. E se non cominciamo da lì, la conversione non avrà futuro”.
Siamo oggi di fronte ad una ingiustizia climatica, che rileviamo nelle grandi distruzioni (Filippine, Amazzonia, Australia,… solo per citarne alcune) come nella costante e quotidiana aggressione del Creato per interessi speculativi. La Laudato Si rappresenta, rispetto a tutto questo e rispetto all’incapacità dei Governanti di trovare soluzioni credibili ed efficaci, il faro verso cui dirigersi, ci fa comprendere a quale Speranza siamo chiamati. “Dio, che ci chiama alla dedizione generosa e a dare tutto, ci offre le forze di cui abbiamo bisogno per andare avanti. Nel cuore di questo mondo rimane sempre presente il Signore della vita che ci ama tanto. Egli non ci abbandona, non ci lascia soli, perché si è unito definitivamente con la nostra terra, e il suo amore ci conduce sempre a trovare nuove strade (L.S. 245)”.
Scegliere la Laudato si vuol dire assumersi concretamente ed in prima persona l’impegno a seguire quella strada con tutte le nostre forze, andando allo stesso tempo lentamente e velocemente. La “lentezza” è legata al bisogno di spiritualità, di ringraziamento per il dono della Vita e del Creato, perché “la continua accelerazione dei cambiamenti dell’umanità e del pianeta si unisce oggi all’intensificazione dei ritmi di vita e di lavoro. Gli obiettivi di questo cambiamento veloce e costante non necessariamente sono orientati al bene comune e a uno sviluppo umano, sostenibile e integrale”. Di fronte all’andamento del mondo, vi è la “grande ricchezza della spiritualità cristiana, generata da venti secoli di esperienze personali e comunitarie…Non si tratta tanto di parlare di idee, quanto soprattutto delle motivazioni che derivano dalla spiritualità al fine di alimentare una passione per la cura del mondo. Infatti non sarà possibile impegnarsi in cose grandi soltanto con delle dottrine, senza una mistica che ci animi, senza «qualche movente interiore che dà impulso, motiva, incoraggia e dà senso all’azione personale e comunitaria».
La parola chiave per vivere la spiritualità è che l’azione personale non basta, occorre quella comunitaria, il reciproco sostegno per scelte forti e coraggiose che nascono dalla riflessione comune. Se «i deserti esteriori si moltiplicano nel mondo, è perché i deserti interiori sono diventati così ampi». Dobbiamo anche riconoscere che alcuni cristiani impegnati e dediti alla preghiera, con il pretesto del realismo e della pragmaticità, spesso si fanno beffe delle preoccupazioni per l’ambiente. Altri sono passivi, non si decidono a cambiare le proprie abitudini e diventano incoerenti. Manca loro dunque una conversione ecologica, che comporta il lasciar emergere tutte le conseguenze dell’incontro con Gesù nelle relazioni con il mondo che li circonda. Vivere la pratica di essere custodi dell’opera di Dio è parte essenziale di un’esistenza virtuosa, non costituisce qualcosa di opzionale e nemmeno un aspetto secondario dell’esperienza cristiana.(L.S. 216-217)
Accanto e dopo la spiritualità, va sviluppata “velocemente” l’azione, “le previsioni catastrofiche ormai non si possono più guardare con disprezzo e ironia. Potremmo lasciare alle prossime generazioni troppe macerie, deserti e sporcizia. Il ritmo di consumo, di spreco e di alterazione dell’ambiente ha superato le possibilità del pianeta, in maniera tale che lo stile di vita attuale, essendo insostenibile, può sfociare solamente in catastrofi, come di fatto sta già avvenendo periodicamente in diverse regioni. L’attenuazione degli effetti dell’attuale squilibrio dipende da ciò che facciamo ora, soprattutto se pensiamo alla responsabilità che ci attribuiranno coloro che dovranno sopportare le peggiori conseguenze. (L.S. 161)”.
Se non si arriva a questa formulazione concreta noi siamo dei teorici che però, con la loro vita, scacciano quello che affermano, perché la paura dell’altro è la malattia peggiore che esista nella società. Quanto più uno si difende, tanto più parla della gratuità, perché deve coprire la sua difesa. Il problema lo risolviamo solo se diventiamo noi un mondo nuovo, quel mondo che è secondo il cuore di tutti gli uomini; lo risolviamo solo se creiamo una nuova umanità, basata sull’amore veramente gratuito.

Il Brasile registra il record di 1.349 decessi in un solo giorno, per un numero totale di vittime che ha ormai superato i 40.000. La Nazione carioca si conferma così il secondo Paese al mondo con il maggior numero di morti dopo Usa. Un trend costantemente in crescita le cui reali dimensioni non sono però quelle ufficiali.
Favelas:
Preoccupa infatti la vasta sacca di “invisibili” delle favelas, le baraccopoli brasiliane costruite generalmente alla periferia delle maggiori città. Problemi comuni in questi quartieri abusivi sono il degrado, la criminalità diffusa e gravi problemi di igiene pubblica dovuti alla mancanza di idonei sistemi di fognatura e acqua potabile. Sebbene le più famose fra esse siano localizzate nei sobborghi di Rio de Janeiro, vi sono favelas in tutte le principali città del paese. Rio, con oltre 1000 favelas, è la città con più favelas di tutto il Brasile. Il numero delle persone che vive in favela a Rio è molto elevato: secondo lo studio realizzato del Comune “Favelas nella città di Rio de Janeiro: il quadro della popolazione che ci vive in base al Censimento del 2010”, il 29% dei 6 milioni e mezzo di abitanti di Rio de Janeiro vive qui. Poco si sa dei contagi e dei decessi effettivi in queste “città nella città”.
Tensioni politiche
A preoccupare non è solo il coronavirus, ma le grosse tensioni politiche che sta vivendo il Paese dall’elezione di Jair Bolsonaro, Presidente del Brasile dal 1º gennaio 2019, in seguito alla caduta di Lula. Il nuovo presidente ha prima sottovalutato la pandemia definendola “una semplice influenza”; poi, di fronte alle cifre ufficiali che fanno del Brasile il secondo Paese più colpito al mondo dopo gli Usa, ha dichiarato che “tanto moriremo tutti”: “Mi dispiace per tutti i morti, ma è la fine di tutti noi”, ha detto ieri a una sua sostenitrice.  Intanto, la gente scende in piazza per chiedere più democrazia. La miccia delle proteste popolari è scattata dopo le accuse mosse dall’ex-ministro della giustizia e della sicurezza Sergio Moro proprio a Bolsonaro; secondo Moro quest’ultimo avrebbe cercato di “interferire” con le indagini della polizia. Lo scorso aprile un giudice della Corte Suprema brasiliana ha ordinato un’indagine sulle accuse mosse dall’ex ministro contro il presidente concedendo alla polizia federale 60 giorni per interrogare Moro sulle sue accuse esplosive. L’inchiesta potrebbe sfociare in una richiesta di rinvio a giudizio per Bolsonaro o in un atto d’accusa contro Moro per falsa testimonianza. Moro, ex giudice anticorruzione, si è dimesso dopo essersi scontrato con Bolsonaro sul licenziamento del capo della polizia federale.
La testimonianza
“Nel bel mezzo della pandemia dilagante, con tutte le curve di infettati e deceduti ancora in forte crescita la società brasiliana deve affrontare problemi ancora più gravi che mettono in forse la giovane democrazia del paese. Il presidente Bolsonaro infatti non vuole lockdown, non invita a proteggersi, prende in giro chi si preoccupa del coronavirus. Contravvenendo alle più semplici norme contro la pandemia, accorre a salutare e sostenere i pochi manifestanti (le statistiche danno ormai i suoi fans sotto il 30%) che periodicamente si accalcano davanti al suo palazzo (con striscioni contro parlamento e suprema corte di giustizia) sorvolandoli con l’elicottero o esibendosi in una galoppata prendendo a prestito un cavallo dalla sua scorta della polizia. Così, mentre generali e malavita acquistano sempre più potere, l’epidemia impazza e a subirne gli effetti sono soprattutto i diseredati degli slum”.
Le accuse di Moro
“Il disegno del presidente si rivela con sempre maggior chiarezza a causa delle accuse dell’ex-ministro della giustizia Sergio Moro che, dopo aver propiziato l’elezione di Bolsonaro, processando con accuse da farsa l’ex-presidente Lula suo maggior competitor, si è dimesso quando lo stesso presidente ha sostituito i vertici della polizia con suoi amici fidati. Rivela ora Moro che poco tempo prima Bolsonaro aveva intenzione di legiferare per permettere alla popolazione di armarsi liberamente come accade negli Usa. Collegando questa intenzione agli slogan della sua campagna elettorale (basati sui gesti di imbracciare pistole e fucili) alla ripetuta dichiarazione che dovessero morire 30.000 persone, assieme al suo confessato “sogno” di eliminare la sinistra dal Paese, diventa palese il suo recondito disegno di provocare una guerra civile per raggiungere i suoi scopi di potere assoluto”.
Guerra civile
“Non si giudichi esagerato il termine ‘guerra civile’ – puntualizza il prof. Tosti – perché questa in alcune megalopoli del Brasile e specialmente a Rio de Janeiro è una realtà permanente. Nelle quotidiane sparatorie tra polizia e trafficanti di droga che avvengono nelle ‘favelas’ chi ne fa le spese è la popolazione indifesa: i morti tra i civili, in special modo giovani neri, si contano con cadenza quasi settimanale. In uno degli ultimi casi, avvenuto il 18 maggio scorso, la polizia ha mitragliato con con armi pesanti una casa al cui interno giocavano dei bambini uccidendo João Pedro di 14 anni. Le mura, fatte di mattoni forati come tutte le case dei poveri, sono state colpite da 70 proiettili, sbriciolandosi. La morte di un innocente di soli 14 anni e il ferimento di altri bambini ha sollevato sconcerto. Ma qui – evidenzia il professore – non accade quello che si sta vendendo in questi giorni negli Usa a causa dell’omicidio dell’afroamericano George Floyd, con migliaia di persone che scendono in strada a protestare nonostante la proibizione. Qui solo alcuni parenti hanno avuto il coraggio di protestare. Gli altri, forse troppo assuefatti alle ingiustizie quotidiane, sono restati in silenzio“.
Milizia
“Oltre a questo nelle favelas e nelle periferie delle metropoli esiste un’altra realtà minacciosa: si tratta della ‘milizia’, una specie di mafia primordiale costituita da ex-militari e poliziotti riformati o cacciati, che governano tutta la vita commerciale ed economica dei quartieri, compreso lo spaccio. E proprio a questa milizia sembra sia legata la famiglia Bolsonaro, sia per parte dei suoi figli che della attuale terza moglie. Recenti indagini stanno portando alla luce che sono state le milizie i mandanti dell’uccisione dell’attivista per i diritti dei neri Marielle Franco avvenuta il 14 maggio 2018. Così come della possibile correlazione tra persone vicine a Bolsonaro e il cosiddetto ‘gabinetto dell’odio’, un gruppo di bloggher che, dalle elezioni del 2019 in poi, hanno diffuso sul web menzogne e fake news contro gli avversari politici di Bolsonaro e anche contro le istituzioni dello stato e i suoi rappresentanti lontani dalle idee del 38º presidente della Repubblica Federale del Brasile, eletto il 28 ottobre scorso col 55,13% dei voti. E proprio tali indagini avrebbero portato il presidente a voler controllare la polizia decapitando e sostituendone i vertici con i suoi ‘amici’. Ma finalmente i massimi vertici sia del parlamento che della magistratura, avendo percepito il pericolo di una nuova dittatura di destra a cui sono esposti, stanno correndo ai ripari accelerando le indagini e prendendo i primi provvedimenti restrittivi verso gli autori di tali misfatti”.
Rivoluzione
“Nel frattempo, anche la società si sta risvegliando: dopo le quasi accademiche ‘padellate’ (abitudine di battere sulle padelle a mo’ di tamburo dalle finestre dei palazzi in segno di protesta contro il governo), ora è iniziata la mobilitazione di cittadini giovani e meno giovani che scendono in piazza in molte città a difesa della democrazia e le sottoscrizioni di richiesta di impeachment da parte di associazioni pubbliche e private si moltiplicano. Insomma, il coronavirus è solo uno dei molti problemi del grande Paese latinoamericano ma ne rappresenta le evidenti contraddizioni interne. Sono infatti soprattutto i poveri a pagare per le tante ingiustizie sociali, come il limitato accesso alle cure e ai tamponi. Un prezzo altissimo che pagano sulla propria pelle“.
Il Brasile è in ginocchio: si rischiano 29 milioni di nuovi poveri. L’economia è sulla soglia della debacle. In Brasile e in molti Paesi dell’Amaerica latina il quadro già compromesso prima del Covid-19: in Sud America prende forma la possibile crisi del secolo con il Brasile capofila. Un rischio enorme per popoli che, prima della pandemia, avevano vissuto un periodo di gravissima crisi sociale, fra piazze, cortei, scontri e carovita che li aveva messi in ginocchio. Metterci il corpo è diventata la linfa delle piazze del mondo. Giovani, donne e attivisti di ogni età, continente, etnia e religione chiedono un’altra umanità. Queste manifestazioni indicano con chiarezza fame e sete di giustizia. Fisicità in marcia verso il nuovo come la forza straripante di un fiume in piena, pressione costante sui regimi di turno.
Il Virus ci ha barricato in casa togliendo fiato oltre a chi è deceduto, alle proteste popolari, rimpolpando le autorità che hanno in mano le redini del potere, dando respiro ai loro regimi più o meno militarmente arroccati, con eserciti che tengono in casa la gente per silenziarla e disperderla.
Di fronte a tutto ciò dobbiamo reagire formando una coesione culturale, sociale, politica ed economica affinchè si comprenda che nessuno si salva da solo. oggi urge entrare con scelte chiare e nette, con il corpo nella pratica solidarietà.
Il segreto per fare ciò è assumere dentro di noi l’amore. Perchè non c’è vita persa quando hai amato.
Quando si ama non è mai buio.
Antonio

Circolare nazionale Rete Radié Resch – luglio agosto 2020

A cura della Rete di Casale Monferrato

Carissimi tutti,

la riflessione che, come gruppo, proponiamo a tutti i gruppi della Rete nasce dalla nostra discussione del 21 giugno, la prima nuovamente in presenza (all’aperto, a Quarti) dopo la lunga pausa dovuta alla epidemia di Covid e ai conseguenti divieti. A causa di queste norme è stato rinviato, tra l’altro, il convegno nazionale a Rimini (indicativamente riproposto nel 2021) e sono stati trasformati in incontri on-line i coordinamenti nazionali di questa primavera.

Nel nostro incontro abbiamo parlato, fra le altre cose, di scuola. Una scuola che in Italia è stata coinvolta in una chiusura prudenziale che ha suscitato malumori, ma poche riflessioni approfondite. Per lo più si è parlato della collocazione dei figli al momento in cui i genitori ritornano al lavoro, accentuando la percezione della scuola come forma di parcheggio sociale. Da parte dell’istituzione le difficoltà organizzative si sono sovrapposte ad una certa ossessione per la sicurezza (sia sul fronte normativo, sia sul fronte delle attese dei genitori).

Ora si è aperta una riflessione sugli spazi scolastici, nella prospettiva di un rientro a settembre. Gli edifici adibiti a scuole scontano però investimenti modesti negli anni, non facilmente recuperabili nel corso di una estate. Inoltre una scuola bloccata sull’organizzazione attuale della didattica, di fatto rende impossibile evitare assembramenti e contatti ravvicinati fra gli alunni. Mancano idee nella direzione di una scuola più aperta e mancano gli investimenti per realizzarla.

In questi mesi molti insegnanti hanno lavorato con impegno nella direzione della didattica a distanza e si sono resi conto delle ambiguità di questo modello. Non solo per le difficoltà tecnologiche (che ci sono, ma si possono superare), ma per le carenze motivazionali di molti ragazzi, soprattutto di quelli più fragili. In una situazione relativamente più “libera” occorre che i ragazzi stessi trovino motivazioni intrinseche all’apprendimento e per queste motivazioni occorre il supporto non solo della famiglia, ma anche del clima sociale nel suo complesso. Più che di un aiuto per i compiti, i ragazzi hanno bisogno di percepire nel loro contesto che la scuola è importante e vale la fatica che richiede. Nessun approccio accattivante della didattica può annullare il momento dello sforzo che aiuta a crescere (e per certi aspetti questo sforzo implica momenti di rifiuto e di ribellione che vanno elaborati).

Crediamo sia importante riprendere la questione scolastica, anche come forma di “restituzione” ai nostri ragazzi, a cui viene chiesto molto, in termini di formazione e di occupazione, pur essendo loro stessi meno coinvolti nelle implicazioni sanitarie di questa pandemia.

In chiusura crediamo sia doveroso ricordare, a 25 anni dalla morte, la figura di Alexander Langer, soprattutto per chi ha incontrato questo appassionato costruttore di ponti in alcuni momenti della propria formazione umana ed intellettuale.

Vi sentiamo vicini, come sempre, vi auguriamo un’estate serena.

Arrivederci a settembre.

Per la Rete di Casale

Roberto, Beppe e Cristiana

Remocontro 15 Luglio 2020

Inflazione, scontro politico e virus. Scandali e sanzioni a chi fa affari con la Siria. Il Paese resta al buio per il sistema elettrico nazionale in rovina. Carburante avariato venduto dall’Algeria ma raffinato ad Augusta

Il buio oltre la crisi

«Un’altra crisi nella crisi, racconta Pasquale Porciello sul Manifesto- e il Libano rimane al buio». L’impatto sociale è stato devastante. «Una per tutte, l’ospedale Rafiq Hariri, tra i pochissimi attrezzati per fronteggiare il covid, ha dovuto chiudere due delle sei sale operatorie per la mancanza di elettricità». Si muove di virus e di inedia, con molto parte della popolazione, profughi siriani in primis, ormai alla fame. Un popolo piegato da inflazione, covid, crisi politica, alimentare ed energetica. «Le attività commerciali costrette a chiudere ormai non si contano. La tensione sociale, la rabbia, la disperazione sono fuori controllo e il buio nel quale il Libano è sprofondato va ben oltre la mancanza di elettricità».

Elettricità scandalo che ci tocca in casa

Politica di mediazioni tra clan etnici, religiosi e di malaffare, ruberie come regola. Ora, con l’inflazione dell’80% della lira libanese nei confronti del dollaro, la situazione è divenuta insostenibile. Petrolio, America e Italia. Il problema elettricità sarebbe legato all’arrivo di carburante avariato fornito dalla compagnia algerina Sonatrach con cui il governo libanese ha un contratto dal 2005 in scadenza quest’anno. I giudici Nicolas Mansour e Ghada Aoun hanno nelle scorse settimane spiccato decine di mandati di arresto per politici e industriali libanesi con accuse di corruzione, tangenti e irregolarità varie. Arrestato anche il rappresentante in Libano per la Sonatrach.

Algeria con raffineria ad Augusta

La compagnia petrolifera statale algerina non è nuova a scandali giudiziari, e chi fa affari con lei o rischia o intasca. «Nel 2013 fu al centro di un processo per corruzione con Eni e nel 2018 ha destato sospetti agli occhi di analisti internazionali l’acquisto della raffineria di Augusta, in Sicilia, in condizioni di degrado e non redditizia, da cui sarebbe arrivato il carico in questione». Ma è solo Algeria e un po’ Augusta, Sicilia, Italia? «Il Libano versa quasi 2 miliardi di dollari ogni anno a Edl, ‘Elettricità del Libano’, che ha i più alti costi di produzione al mondo, su un bilancio statale libanese che nell’ultimo anno è stato di 4.3 miliardi.

Corruzione, nepotismo e ‘Cesar act Usa’

Azienda pubblica a partecipazione privata e simbolo di corruzione e nepotismo, Edl non garantisce però la copertura del fabbisogno giornaliero.  Ed ecco una miriade di generatori diesel privati che vende elettricità a prezzi altissimi. Servizio scadente e una doppia bolletta. Poi la democrazia occidentale. Il Caesar Act degli Stati uniti del 17 giugno che stabilisce sanzioni a chiunque faccia affari con la Siria di Bashar, ha dato l’ennesimo colpo al settore, visto che il Libano importa il 10% dell’energia dalla Siria del sempre cattivissimo Assad.

Scene di guerra civile 1975-90

Nei giorni scorsi fuori la sede della azienda elettrica dello scandalo, i manifestanti hanno evocato scene della guerra civile, 1975-90, quando l’uso delle candele era all’ordine del giorno. E Pasquale Porciello cita Traboulsi, professore associato di storia e politica all’Università americana di Beirut. «Impressionanti le similitudini in materia economica e di politiche sociali tra gli anni precedenti la guerra civile e gli ultimi anni, a cui si sommano l’assenza oggi di rappresentanze sindacali, lo smembramento del settore pubblico e l’inasprimento delle lacerazioni sociali dovute alle politiche neo-liberiste degli ultimi trent’anni, le quali hanno privilegiato i settori edile e terziario, riducendo il Libano – tra i paesi più fertili dell’area – a importare l’80% del fabbisogno alimentare nazionale».

E la tensione sociale, la rabbia, la disperazione -abbiamo già detto prima- sono fuori controllo e il buio nel quale il Libano è sprofondato va ben oltre la mancanza di elettricità.

Disastro economico, scontro tra potenze regionali e il tentativo degli Stati Uniti di estromettere Hezbollah, alleato di Siria e Iran, dal governo libanese

Michele Giorgio cita invece Nizar Hassan, giovane economista, è uno degli esponenti più noti del campo progressista delle proteste popolari contro corruzione e carovita. «I suoi podcast raccontano il disastro libanese e ciò che desidera una popolazione disperata che per 1/3 vive sotto la soglia di povertà». Il Fondo monetario internazionale e un finanziamento da 10 miliardi di dollari. Tutta la politica a litigare, «Ma alla fine della giornata tutti i libanesi guardano a cosa hanno potuto mettere a tavola». Posta in gioco, futuro economico e allineamento politico del Paese. Forze filo-Usa del fronte ‘14 marzo’ e quelle del fronte ‘8 Marzo’ che fanno capo al movimento sciita Hezbollah alleato di Siria e Iran.

Partita strategica sulla pelle del Libano

«Sullo sfondo è in corso una partita politica e strategica decisiva. Lo sanno bene gli israeliani, spettatori molto interessati e sostenitori delle sanzioni economiche di Donald Trump per strangolare l’Iran, la Siria di Bashar Assad e Hezbollah, la Mezzaluna sciita nemica di Usa, Israele e Arabia saudita. «Trump ha deciso di neutralizzare Hezbollah anche a costo di distruggere Libano», ha scritto su Haaretz l’analista israeliano Zvi Barel.  E in una intervista con la televisione saudita Al-Hadath, l’ambasciatrice Usa in Libano, Dorothy Shea, ha accusato Hezbollah di destabilizzare il paese e di mettere a repentaglio la sua ripresa economica.

«Washington sosterrà qualsiasi governo riformista non controllato da Hezbollah», dichiara l’ambasciatrice.

14 luglio 2020

Alessandro Marescotti

Polveri ILVA entrano in casa e i bambini del quartiere Tamburi di Taranto sono i più a rischio.

Arriva un po’ di fresco in casa dei tarantini, adesso il vento viene da nord. Ma l’aria fresca è inquinata. A nord di Taranto è infatti posizionata l’ILVA. E quando il vento viene da nord non è cosa buona. Per essere aria pulita il vento deve venire da sud, aria calda, caldissima.

Guardate qui cosa accade adesso che il vento viene dall’ILVA. Una polvere sottile e quasi invisibile si insinua nelle case.

La gente apre le finestre, e arriva l’aria dell’ILVA, direttamente in casa. Per sentire un po’ di fresco. Fresco in cambio di inquinamento.

Ma ci sono anche mamme che si si riparano per quello che è possibile, per opporre un po’ di resistenza all’inquinamento.

Mi ha scritto una di queste mamme. E mi ha mandato due foto. I piedini della bambina di cui si parla nell’articolo. Polveri ILVA entrano in casa e i bambini sono i più a rischio.

Quello che vedete è il piedino della sua bimba di quattro anni del quartiere Tamburi. La mamma ha lavato la casa domenica alle 22.30 e ieri alle 13.30 – con il vento che proviene dalla zona ILVA – le polveri sono di nuovo entrate in casa. In casa c’è anche una bambina di sei mesi, e gattonando si è sporcata non solo i piedi ma anche la faccia. La mamma mi ha scritto: “La mia piccola stava leccando per terra, appena l’ho vista e l’ho subito lavata da cima a fondo. Aveva la faccia impolverata, era un pezzo di nero”.

E ha precisato: “Tutto questo con tapparelle quasi abbassate e ante a ribalta”.

Chi non è di Taranto difficilmente può capire cosa significa regolare la propria vita in base al vento.

E così oggi tutti sono felici perché il vento viene da nord e la temperatura è scesa, le case si sono raffrescate, e allo stesso tempo siamo arrabbiati perché le finestre aperte saranno pagate a caro prezzo: inquinamento in casa. La tentazione è quella di tenere aperte le finestre. Ma si sa che il vento da nord porta in casa le polveri sottili dell’ILVA. E tutto questo nonostante i parchi minerali siano stati coperti. La polverosità generale dell’ILVA e i parchi secondari scoperti, oltre ai nastri trasportatori ancora in parte scoperti, è alla base di un fenomeno di inquinameno che non si è ancora interrotto. A farne le spese sono in primo luogo i bambini.

Ma i piedini di quella bambina stanno lanciando un messaggio di pietà sui social, con tantissime condivisioni.

Enzo mi scrive dopo aver visto i piedini della bambina: “Quando ero piccolo negli anni ’60 era già la norma, mi ricordo che anch’io avevo i piedi neri se giravo scalzo in casa e la sensazione strana del minerale sulla pelle, che è diversa da quella della polvere normale. Nel ’73 mi mandarono a Firenze a fare le prove allergiche perché avevo sempre la bronchite asmatica e venne fuori che ero ‘allergico alla polvere’…”

Un anonimo mi scrive: “Un ingegnere che lavorava in Ilva a Taranto (neo assunto nel 2006) lavorava in ufficio con la mascherina 3M semifacciale coi filtri, non la semplice mascherina. Era su un impianto di riciclaggio polveri inerti acciaieria, coke, afo. Si fece murare le finestre dell’ufficio perche diceva che entrava la polvere anche a finestre chiuse. Ogni giorno, anche dopo le pulizie di routine giornaliere, puliva la sua scrivania, ma puntualmente la polvere si depositava ugualmente. Morale della favola? Si è licenziato”.

Quello che tuttavia è più preoccupante è la polvere che non si vede, e a Taranto non è diminuita nonostante la copertura dei parchi minerali. Lo dicono le centraline Ilva che abbiamo consultato con scrupolo.E adesso?

Tremilacinquecento tarantini hanno firmato una lettera al presidente del Consiglio Conte che comincia così: “Egregio Presidente Giuseppe Conte, adesso dovrebbe bastare, non crede?”. L’ha firmata anche Piero Pelù, cofondatore del gruppo musicale Litfiba. A promuovere la lettera sono i Genitori Tarantini.

Continua la resistenza. Una resistenza basata sulla cittadinanza attiva, sulla gentilezza e sulla nonviolenza.

Perché Taranto è un laboratorio della strategia nonviolenta. Un esempio di conflitto gestito in modo gandhiano.

Taranto è laboratorio della cittadinanza scientifica. Gli occhi puntati sulle centraline.

Taranto è laboratorio della perseveranza. Tredici anni di lotte che hanno portato a un processo, a procedure di infrazione europee e a una condanna della CEDU contro lo Stato Italiano.

Ma non basta. La partita a scacchi non è né vinta né persa: è aperta.

Si è da poco costituito un Comitato Cittadino che sui valori della nonviolenza ha incardinato la sua ragione di resistenza morale.

Domani PeaceLink terrà un seminario online perché la cittadinanza attiva divenga, nella scuola, non solo una materia di studio ma una competenza strategica, per Taranto e per tutti quei territori che vogliono difendersi e rinascere. Perché i cittadini possono vincere, devono vincere.

Perché era nero o perché umano. Forse le due cose messe assieme, con una vistosa prevalenza della prima, vista la reazione in America e altrove all’efferata uccisione per soffocamento di George Floyd a Minneapolis. Il movimento Black Lives Matter, la vita dei neri importa, ha ‘contaminato’ buona parte del mondo suscitando reazioni, interrogativi e accuse sul ruolo delle polizie e, più ancora, sul latente razzismo che non finisce di minare l’umana avventura.

Le reazioni al Covid, alle politiche neoliberali fasciste di Donald Trump, l’impatto dei mezzi di comunicazione, il ruolo degli Stati Uniti e non ultima l’indignazione del ‘morto di troppo’ hanno creato un clima sociale che l’abbattimento di statue sospette esprime a meraviglia. D’altra parte, qualcuno scrisse che, al momento di abbattere le statue, è sempre meglio lasciare intatto il piedistallo, servirà per il prossimo idolo. Le manifestazioni sono spuntate un po’ dovunque e financo in Africa qualcosa, con qualche ritardo, si è mosso. Nulla di particolarmente eclatante ma almeno sufficiente a farla uscire dalla clandestinità nella quale si trova in queste circostanze. Il presidente della Commissione dell’Unione Africana, il forum dei già capi di stato, il Ghana, il Kenia, l’Africa del Sud, la Tunisia, il Senegal e poi artisti e calciatori di fama che hanno patito cori razzisti negli stadi d’Europa. Ma forse ha ragione Alpha Blondy, cantante avoriano che ormai da anni usa il reggae di Bob Marley per esprimere il suo pensiero.

“Insisto, persisto e affermo/ I nemici dell’Africa sono gli Africani“. ‘Gli imbecilli’ è il titolo dell’estratto dalla canzone citata e inserita in un album uscito con preveggenza nel lontano 1997. Blondy, nel testo, fa allusione alle varie crisi che hanno scosso il continente in quel periodo. Il primo e grande nemico dell’Africa è la dimenticanza o la censura delle sofferenze del popolo. È di questi giorni il Rapporto sulle ‘crisi dimenticate’ del mondo pubblicato dal Consiglio Norvegese per i Rifugiati. Nello stilare la ‘classifica’, il rapporto prende in considerazione tre elementi: la mancanza di volontà politica, quella di attenzione dei media e la mancanza di aiuto economico. Il documento analizza solo le crisi che hanno provocato oltre 200 mila sfollati o rifugiati. Dalle 41 crisi prese in esame, risulta che tra le prime dieci figurano ben nove Paesi africani. Troviamo al primo posto il Camerun, segue la Repubblica Democratica del Congo, poi il Burkina Faso, il Burundi, il Mali, il Sud Sudan, la Nigeria, la Repubblica Centrafricana e il nuovo arrivato Niger.

Unico Paese incluso non africano tra i primi dieci è il Venezuela, mentre di altri Paesi non si hanno statistiche affidabili o sono palesemente occultate. Queste crisi sono prima create e poi in fretta dimenticate, dagli africani e poi dal resto del mondo. E non sarà il pan-umanitarismo che rappresenterà la salvezza da queste crisi, volute, subite, provocate, facilitate, finanziate e infine cancellate. Proprio quest’ultimo, il pan-umanitarismo, potrebbe rappresentare l’altro nemico occulto dell’Africa. C’è chi vive e prospera di crisi e nelle crisi, e che, direttamente o meno, rischia di perpetuare le cause e le conseguenze delle crisi stesse. Si sviluppano competenze di crisi umanitarie e si cerca di ‘vendere’ al meglio il prodotto in questione nella spietata concorrenza tra Organizzazioni Umanitarie. Per poter funzionare, questo tipo di sistema, abbisogna dell’osservanza di alcune condizioni. Una di queste è la riduzione delle persone a vittime più o meno inermi del loro destino e dunque incapaci di intendere e volere ciò che costituisce il loro bene. La seguente e logica operazione consisterà dunque nel fornire progetti e strumenti per realizzare ciò che si crede possa risolvere il problema prima creato e poi coltivato dalla crisi stessa.

I fabbricanti di armi, i venditori di schiavi, i posti di polizia, le dogane corrotte tra una frontiera e l’altra, le elezioni ‘tropicalizzate’, l’incetta delle materie prime, la vendita delle terre, lo sfruttamento dei bambini, le catene migratorie di prostituzione, il commercio di cocaina e falsi medicinali, i mandati presidenziali a durata indefinita e le Commissioni Elettorali Nazionali Indipendenti che fanno eco al potere non potrebbero perpetuarsi senza la complicità degli africani stessi e dei politici presi in ostaggio dai soldi, dal potere e dal prestigio. Certo l’Oriente e l’Occidente sono tutto meno che innocenti e queste operazioni probabilmente non potrebbero avere un buon esisto senza il loro avallo. Tutto vero, ma questo non toglie e semmai accusa chi avrebbe dovuto fare sue le parole di un certo Diallo Telli, ucciso da un dittatore di nome Sekou Touré, che disse: “…Noi siamo i popoli che più abbiamo sofferto l’ingiustizia nella storia ed è per questo motivo che non abbiamo il diritto né politicamente, né moralmente, di infliggere ingiustizie agli uomini”. Pochi oggi, qui come altrove, avrebbero il coraggio di concepire e esprimere pubblicamente queste parole di altissimo valore etico. Un Continente che tradisce e spinge i suoi figli a fuggirlo rinnega il proprio passato.

Ancora lo stesso Blondy, nel seguito della canzone citata sottolinea: “Ci sono i diamanti a cielo aperto/ c’è l’oro a cielo aperto/ la bauxite a cielo aperto/ l’uranio a cielo aperto/ ma i cervelli sono sepolti a cielo aperto…” Non dovrebbe andare lontano chi vorrebbe identificare e nominare i nemici: per buona parte si trovano qui, nel Continente africano, e se proprio vogliamo parlare di razzismo allora cominciamo con fare pulizia e verità qui a casa nostra. Nel Maghreb, e non è un mistero per nessuno, sono proprio gli africani (del nord e quindi di carnagione più chiara) che insultano e rendono spesso schiavi i ‘neri’ dell’Africa sub sahariana.Quanto è accaduto e sta accadendo in Libia e in Algeria, con campi di detenzione e tortura e, nel caso dell’Algeria, di espulsioni di migranti, con il furto del frutto di lavoro di anni, poi buttati e abbandonati nel deserto, donne e bambini compresi. Il tutto nel silenzio assordante dei dirigenti africani, gli stessi che poi commentano con amarezza l’uccisione per asfissia di un fratello nero, americano e soprattutto lontano agli occhi e dal cuore e che si incontrano almeno due volte l’anno ad Addis Abeba, nella sede dell’Unione.

I nemici  più pericolosi dell’Africa sono, nondimeno, i mercanti di Dio, un Dio contraffatto da ideologie che arrivano al Continente con le cannoniere e gli accordi commerciali. Trovano in fretta acquirenti per rovesciare sulle spiagge e i deserti le scorie e gli scarti della loro civiltà fatta di cose da vendere in continuazione. Cercano spazi per fare fosse, comuni o private, per poi nascondervi quanto altrove non troverebbe mai posto.Usano il dio denaro come paravento, comprano e fanno comprare, vendono illusioni, miraggi, utopie consumate dall’uso e promettono un paradiso da centro commerciale, plasmano immaginari e accartocciano i sogni per buttarli al macero. Anch’essi trovano complici  e trasformano la saggezza di un tempo in un’inutile cantilena di pescatori  che hanno dimenticato l’arte della pesca. Fanno delle mercanzie l’unico orizzonte degno per un Mercato Unico, Libero e Globale di rapina dei poveri.

Perché neri o perché poveri, forse è bene non sbagliarsi nell’identificare il nemico. Il torto principale dei migranti che sbarcano (o prima annegano nel mare), o arrivano in aereo o per impervie strade, non sono anzitutto il colore della pelle, la forma degli occhi o la lingua e gli usi differenti, ma è la povertà che disturba. E lo stesso si riproduce in questa parte del mondo: si è se si HA…Chi non HA non è nessuno. Poco importa il colore dell’abito indossato per l’occasione. Pure l’Africa di adesso, neocolonizzata a suo piacimento e finchè le conviene, discrimina i poveracci, i democratici, i diritti umani, i giornalisti, gli artisti e i giudici che fanno il loro mestiere. L’Africa abbisogna, e allo stesso tempo teme, la verità di sé e del suo destino. Magari, come tutti del resto, ha bisogno di amici veri e sinceri. Non molti ma esistono ancora oggi.

Gli amici dell’Africa tacciono, fanno silenzio e buttano via il tempo che avevano prima di arrivare. Gli amici dell’Africa non vengono per aiutare quanto per essere aiutati a declinare altrimenti la vita. Gli amici dell’Africa sono coloro che si lasciano contagiare dal sapore del vento e hanno intuito quanto la sabbia sia importante per interpretare la storia umana. Non hanno ricette, progetti, strategie, fondi di primo intervento, consigli da dare, foto da prendere o giudizi da imporre. Gli amici dell’Africa sanno bene che alla fine sono gli analfabeti che scriveranno, nella polvere, le parole che più contano. Gli amici dell’Africa vivono nell’attesa che proprio loro, i bambini, senza saperlo, salvino il mondo.

Mauro Armanino da Comune-info.net

Circolare nazionale di Giugno 2020 – A cura della Rete di Salerno

Inventare e osare

Nel periodo di pausa forzata, oltre al dolore, la paura, la solitudine e l’insofferenza per le restrizioni, forse si son potuti vivere anche stati d’animo positivi: lentezza, silenzio, voce della natura, spazio e tempo per sé e per gli altri.

In molti abbiamo pensato che forse questa dolorosa esperienza poteva essere anche l’occasione per rinsavire, per renderci conto di quanto siamo schiavi di una corsa verso un benessere apparente che ci toglie anima ed energie per stare bene con sé stessi, con gli altri, con il pianeta.

La pandemia ha fatto emergere ancora di più i grandi danni di questo sistema (sanità, scuola…) e soprattutto le enormi disuguaglianze che produce sempre più.

Sembrava che anche la politica (o meglio la partitica) volesse far frutto di tutto ciò e ripartire in modo diverso…ma alla fine a prevalere è stato ancora una volta il profitto.

Finito questo periodo, infatti, ci rendiamo conto che tutto sta tornando, anche con una certa fretta, a quella normalità che non ci piace, perché ci calpesta tutti, soprattutto gli ultimi, continuando anche a produrne.

Ma non è mai detta l’ultima parola! Sono state tante, in questo periodo, le riflessioni e le letture che ci hanno sollecitato a non desistere, ma ad unirci per inventare ed osare.

Questa consapevolezza purtroppo non è ancora di tutti, ma da quanto ascoltato nei nostri video-incontri, sembra che la Rete sia proprio in questa scia.

Prima di tutto abbiamo osato le video conferenze, nonostante le resistenze e la poca familiarità con questi mezzi. (Qui WhatsApp ci avrebbe fatto inserire tante faccine sorridenti)

Ma ancora più importante è stato ascoltare l’esigenza di chiederci come “stare” in questo momento e come minimamente incidere, come essere Rete adesso.

Forum, comunità, nuovi stili di vita…parole e concetti emersi nei nostri ultimi incontri; tutto il lavorio, poi, che si avvia per una nuova forma di segreteria: breve, a staffetta, itinerante, giovane…danno un grande senso di laboratorio e, permettete, anche di spiritualità, intesa come alimento dell’agire.

Senza idolatrare, allora, la nostra realtà, osiamo intraprendere un nuovo cammino per essere rete nelle reti, per inventare spazi comuni nuovi, per un’appassionata politica di base.

Costruire qui certi percorsi, come ci dicevano Paul ed Ettore, significa dare un respiro più ampio al nostro contributo nei Sud del mondo e soprattutto contribuire ad amorizzarlo (citando Arturo Paoli).

Ognuno di noi ha letto ed ascoltato tanto in questi mesi e per fortuna anche testimonianze concrete e positive di un’altra normalità, e così le sollecitazioni sono tante. Abbiamo, inoltre, alcuni dei nostri progetti che sono veri e propri esempi di costruzione di comunità consapevoli e partecipative.

Non temiamo allora di pensare ad una nuova operazione, forse propedeutica a tutte le altre: un laboratorio di laboratori fisici e virtuali, di relazioni, contatti, idee, proposte.

Insieme per inventare e osare.

A cura di Lucia Capriglione

Rete di Salerno