HomeAtti, Convegni e Seminari

Migranti oltre l’accoglienza. Donne e Uomini in cammino verso l’inedito
Introduzione agli atti a cura del coordinamento
Il 26° convegno della Rete, che quest’anno si è svolto a Trevi con la partecipazione di quasi 300 persone, ha segnato un passaggio importante per la Rete, non solo per la scelta del luogo. Abbiamo infatti capito che in questo tempo fare solidarietà significa incrociare le rotte dei migranti.
Il tentativo è stato quello di assumere una prospettiva che andasse oltre la logica emergenziale, dove le parole “oltre” e “inedito”, proposte nel titolo, fossero la cifra e la chiave di lettura dei tre giorni di convegno,abbandonando così lo stereotipo che dipinge i migranti esclusivamente come vittime in balia di eventi decisi da altri. Il loro mettersi in movimento, pur in situazioni drammatiche o addirittura disperate – la ricerca di un lavoro, la fame, la povertà, la guerra – è il risultato di decisioni prese da persone che prima di tutto sono determinate a vivere: il loro spostarsi, le loro marce o il loro attraversamento del mare è prima di tutto un desiderio di vita. Per questo una delle novità più riuscite del convegno è stata quella dei lavori di gruppo del sabato pomeriggio che hanno lasciato spazio all’incontro con tutta una serie di realtà come, per esempio, la cooperativa romana Barikamà, che significa resistente in lingua bambarà, creata da giovani africani impegnati con successo nella produzione di yogurt per i proprio autosostentamento; la cooperativa pugliese Sfrutta Zero che ha messo insieme migranti e italiani per realizzare una filiera pulita del pomodoro, che restituisce dignità al lavoro agricolo, unendo alla produzione di salsa di pomodoro biologica una paga giusta per tutti; SOS Rosarno, che affianca i braccianti nella loro lotta contro lo sfruttamento, siano essi italiani o stranieri; i giovani e le giovani della Caritas di Savona, impegnati nel progetto “Un rifugiato a casa mia”, dove relazioni autentiche di ascolto e rispetto reciproco costituiscono il fondamento di un’accoglienza che va oltre ogni normativa.
Da queste testimonianze così ricche e intense è emerso con evidenza che siamo davvero tutti nella stessa barca, senza distinzione tra noi e “loro”, i migranti – del resto questo ha voluto significare il bel manifesto realizzato per il convegno – e che solo da quella barca possiamo provare insieme a immaginare e a far nascer qualcosa di inedito. E a darci misura del fatto che si possono già vedere le prime forme concrete di questo inedito sono stati proprio questi giovani e queste giovani, italiani e stranieri insieme, che si stanno assumendo la responsabilità di dar vita ad una società nuova. Per questo possiamo annoverarli a pieno titolo tra i nostri testimoni, se per testimoni intendiamo chi ci aiuta a leggere la storia da altre prospettive.
Sono state molto ricche anche le relazioni, pubblicate qui negli atti, che ci hanno aiutato ad approfondire, sotto diverse angolature, cosa significhi essere uomini e donne in cammino, dai tanti là, ma anche nel qui dove viviamo. Abbiamo ascoltato con interesse l’avvocato Fulvio Vassallo Paleologo, coordinatore della Clinica legale per i diritti umani, CLEDU, e presidente dell’associazione Diritti e Frontiere, che ha affrontato il tema del rapporto tra legalità e democrazia, in relazione a quanto sta accadendo con i migranti; p. Mussie Zerai, fondatore dell’ Agenzia Habeshia e candidato al Nobel per la pace per l’incessante sostegno ai richiedenti asilo e la coraggiosa denuncia delle efferatezze del regime eritreo; Ozlem Tanrikulu, membro del Congresso Nazionale del Kurdistan che battendosi per i diritti del suo popolo ha affermato con forza che saranno i popoli dal basso a ridisegnare le forme della democrazia; la giornalista palestinese Wafa’ Abdel Rahman, che ha sottolineato l’importanza di mobilitare la società civile, in particolare le giovani, e di assumere la prospettiva femminile perché le donne possono fare la differenza nella gestione del conflitto
israelo-palestinese e non solo; l’attore e scrittore Mohamed Ba, che dell’incontro tra le culture fa la sua ragione di vita; la deputata europea Cecile Kyenge, impegnata nella messa a punto di leggi e normative europee più adeguate per quanto riguarda i migranti e di cui abbiamo raccolto, tra l’altro, l’invito a non perdere la speranza.
Naturalmente non ci sono state risposte preconfezionate e tanto meno sono state prospettate soluzioni. E’ stato importante, però, renderci conto che questa congiuntura storica può essere davvero l’occasione di un nuovo inizio per tutti: noi che stiamo già qui e “loro” che qui cercano una vita più vivibile o, più semplicemente, cercano di continuare a vivere. Solo stando fianco a fianco sarà possibile realizzare un cammino di liberazione: italiani e stranieri insieme dovremo assumerci la responsabilità aprire strade nuove dove l’emigrazione sia considerata condizione naturale; dove l’auto organizzazione e la dignità del lavoro siano alla base di relazioni paritarie che rompano la distinzione tra migranti non migranti.
Evidentemente questo cammino non possiamo compierlo da soli: al contrario dobbiamo sostenerci tra noi e soprattutto fare rete con tutte quelle persone e quelle realtà che hanno assunto questa prospettiva e vogliono prendere posizione con scelte concrete sul piano personale e politico.
Per questo è stato prezioso il tempo del convegno, perché ci ha offerto la possibilità di un ampio scambio di idee, di pensieri, soprattutto di domande, ma anche di relazioni profonde per dirci cosa ci sta a cuore e su cosa vogliamo tenere gli occhi ben aperti, se vogliamo diventare anche noi parte di questo inedito: del resto la Rete ci ha sempre spinto verso questo tipo di percorsi. In molti di noi sono risuonate le parole che tante volte ci ha ripetuto Arturo Paoli: “Il cammino si fa camminando”.Allora non rifugiati né migranti, non più vittime, ma attori di cambiamento, come si diceva aprendo il convegno: questa è la sfida che la Rete vuole fare propria proseguendo e rinnovando il proprio cammino, sempre attenta ai segni che la storia le mette davanti.
FULVIO VASSALLO PALEOLOGO
Questa è l’occasione di riflettere con voi su un fatto epocale che sicuramente in questi giorni, in queste settimane, chiama fortemente in causa la nostra capacità di valutazione e intervento: la prossimità delle persone che arrivano ci costringe a fare delle scelte.
C’è chi si interpone, chi si oppone, chi assiste, chi sta a guardare, chi è indifferente. È importante, in un momento così difficile per i migranti – ma anche per gli europei, con la crisi economica devastante e con un’Unione Europea incapace in politica estera – potere parlare del tema e scambiare punti di vista.
Riguardo all’informazione, invito tutti a diventare “produttori e condivisori” di quanto accade. Produrre informazione a livelli minimi. Faccio un esempio: in merito alla chiusura del Brennero, l’Austria sostiene che nessuno dei migranti detenga la qualità di richiedente asilo. Tuttavia la commissione di Ginevra non vieta a nessuno di fare richiesta d’asilo. Anche la nostra costituzione – art.10 – prevede possa essere richiesto da tutti, indipendentemente dal paese d’origine. È un diritto fondamentale, e come tutti i diritti fondamentali della persona umana va riconosciuto a tutte le persone; non può essere negato a priori l’accesso alla procedura, né a priori l’accesso al territorio.
Stiamo attraversando una fase molto critica di disinformazione – che passa anche attraverso i discorsi diffusi da alcuni governi, come quello italiano secondo il quale chi arriva sulle nostre coste dall’Africa è migrante economico, senza diritto di chiedere asilo.
Dalle statistiche che diffonde il Ministero dell’Interno vediamo che coloro che sono arrivati lo scorso anno (e che continuano ad arrivare anche nel 2016) non sono più in prevalenza siriani, come invece accadeva nel 2014, prima dell’apertura della rotta balcanica.
I siriani che provenivano dalla Libia nel 2014 arrivavano in aereo da Damasco, qualcuno arrivava anche a Malta. Si imbarcavano soltanto per l’ultimo tratto per poi giungere in Italia. Fino a Tripoli viaggiavano con i loro documenti.
Quando la Libia è collassata, l’aeroporto della capitale è stato bombardato e i voli sospesi, alcuni hanno tentato l’avventura via terra, o attraverso l’Egitto, dove hanno subito arresti, oppure attraverso le isole greche, o dalla Turchia verso la Bulgaria, risalendo lungo la rotta balcanica verso la Slovenia , l’Austria e l’Ungheria.
Opero in Sicilia, osservo gli sbarchi, sono in contatto con associazioni, avvocati, Croce rossa, Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni), e con varie associazioni che intervengono concretamente all’arrivo di queste persone: le nazionalità delle persone che approdano sulle nostre coste sono ancora in gran parte verosimilmente aventi diritto all’asilo.
Non sono solo nordafricani, come ritiene l’Austria: la percentuale di nordafricani che arriva è estremamente bassa. Se si tratta di cittadini tunisini, poi, quasi in tempo reale (in uno o due giorni) per una percentuale che sfiora il 60% vengono riportati in Tunisia grazie a un accordo di riammissione che semplifica le procedure (a differenza di altri accordi di riammissione con altri paesi).
Gran parte dei tunisini in arrivo viene separata dal resto delle persone appena arrivate e portata in centri di prima accoglienza o di detenzione sorvegliati dalla polizia. In media 20-30-40 persone la settimana ripartono verso Tunisi.
Confrontando dati ufficiali provenienti da fonti certe, da rapporti che periodicamente emana il Ministero dell’Interno (che tramite le Prefetture e le Questure raccoglie dati attendibili) e dai dossier della Caritas e del Centro Studi e Ricerche IDOS, la prima considerazione è che esiste un forte scarto tra le cifre reali dei richiedenti asilo e dell’immigrazione in generale per motivi economici e le cifre percepite. Cioè indagini scientifiche dimostrano lo scarto tra ciò che gli italiani avvertono come fenomeno immigratorio e i dati veri dello stesso. Spesso si crede ad esempio che le persone che chiedono asilo siano la maggioranza perché si parla soltanto di loro. Mentre molti giungono in Italia con visto turistico e con passaporto, a volte falso, ma comunque non sui barconi. Sui barconi entra una parte ridotta dei migranti.
L’Italia, come molti Paesi europei, rilascia alcune centinaia di migliaia di visti Schengen, che consentono per tre mesi di muoversi liberamente sul territorio. Chi entra con il visto turistico per invito, anche per motivi religiosi o di visita, può circolare nello spazio Schengen. Alla scadenza, c’è chi resta, di fatto irregolarmente.
Negli anni dopo la legge Martelli, dal ’90 a oggi, si calcola che il 70% dei cinque milioni di immigrati regolarmente presenti in Italia si sia regolarizzata, dopo avere percorso un tratto temporale di irregolarità, mediante sanatorie o con il decreto flussi. Entrati, quindi, mediante visto e passaporto, queste persone sono rimaste fino alla regolarizzazione.
Oggi, con i canali legali fortemente circoscritti, una delle modalità consistenti è quella del ricongiungimento familiare, anche in attuazione di principi costituzionali e norme di convenzioni internazionali che privilegiano l’unità del nucleo familiare. In Italia sottoponiamo questo diritto all’unità familiare a requisiti di reddito moltoseveri, fatto che costringe alcune famiglie a far arrivare i figli soli, minorenni e non accompagnati perché non riescono a far approvare alla Questura quel reddito di 15.000 euro che è richiesto all’anno per far arrivare.
Normalmente si tratta di famiglie numerose, quindi il ricongiungimento diventa una chimera, ma rimane comunque un canale di ingresso molto utilizzato.
Il problema non sono i 170.000 arrivati nel 2014 per chiedere asilo perché di queste persone solo 70.000 sono rimaste in Italia, mentre le altre hanno proseguito il loro viaggio. Il problema non dovrebbero essere nemmeno i 150.000 arrivati lo scorso anno, molti dei quali in solo transito, diretti verso Paesi dove c’è più lavoro. Fino a qualche anno fa in Italia dopo sei mesi dalla perdita del contratto di lavoro si diventava irregolari, si poteva essere anche espulsi. Ora il termine è di un anno. Se non ci si procura un altro contratto, si perde il diritto di stare nel nostro paese. Questo accade talvolta a persone che hanno figli nati in Italia: l’ottenimento della cittadinanza è regolato dalla peggiore delle leggi d’Europa con termini di tempo spropositati. Così abbiamo persone da vent’anni in Italia, con figli di 18 anni nati qui, eppure senza cittadinanza, col rischio di essere espulsi.
L’immigrazione è in molti casi femminile: siamo passati al 15% del totale di donne che arrivano, mentre in precedenza sui barconi si trovavano molto più di frequente gli uomini. Oggi sempre più spesso arrivano anche minori non accompagnati. Talvolta questi ragazzi vengono inseriti in un progetto positivo di accoglienza, ma altre volte i minori non trovano una sistemazione adeguata, sono sottoposti a controlli di polizia molto severi. Vi sono maggiorenni che passano per minori o minorenni che vengono espulsi.
Inoltre, vorrei dire che qui non si tratta di un fenomeno di emergenza: sono almeno 25 anni che abbiamo a che fare con flussi migratori consistenti. L’accordo tra Unione Europea e Turchia, Asia, Medio Oriente e Africa sul tema migrazioni è molto complesso, ma davvero sembra che ci sia chi vuole estorcere soldi all’Europa, in cambio di una supposta capacità di fermare le partenze dal proprio Paese (tutta da dimostrare).
Invito ad andare a cercare il Rapporto sull’accoglienza del Ministero dell’Interno del novembre 2015: è una fotografia fedelissima di tutti gli immigrati dell’Unione Europea e non. Migranti economici, richiedenti asilo, si forniscono informazioni sulla loro consistenza numerica e sulle norme che regolano la condizione giuridica dello straniero.
E difatti avere il quadro normativo completo (che è poi quello che stabilisce la condizione giuridica delle persone ed il rapporto tra le persone e lo Stato), è molto difficile: i contenziosi sono in crescita, si impugnano provvedimenti di diniego d’asilo e di espulsione. Al riguardo la giurisprudenza è abbastanza rassicurante: se si pensa alla legge Bossi Fini del 2002, una decina di sentenze della Corte di Cassazione e della Corte Costituzionale (dal 2004 al 2011) ha demolito l’impianto sanzionatorio e penalistico che introduceva. Quindi nell’evoluzione normativa un ruolo importante è quello delle Corti. Gli immigrati, poi, hanno enorme difficoltà ad avere accesso a un trattamento giusto, anche nel caso di reati lievi. Per gli italiani scattano normalmente gli arresti domiciliari, mentre per gli immigrati senza residenza stabile scatta l’arresto. Il numero di reati commessi da immigrati non è maggiore di quelli commessi da residenti, ma la loro forte presenza numerica nelle carceri spesso deriva dal non poter presentare ricorso alle misure alternative alla pena, alla liberazione anticipata, al lavoro socialmente utile o agli arresti domiciliari. Anche per questo aspetto l’impressione che si ha del fenomeno migratorio è distante dalla realtà.
Degli ultimi mesi è stato l’accordo fra UE e Turchia: la Turchia incasserebbe 6 miliardi di euro e dovrebbe riprendere dalla Grecia, attraverso i rimpatri –cioè le deportazioni- chi ha fatto la traversata. Ma le persone riportate in Turchia non sono turche, bensì pachistane, afgane, sono somale, sudanesi, nigeriane. Quindi non si parla di rimpatri ma di riconsegna, riammissione di persone che sono entrate irregolarmente in un paese che poi li ritrasferisce all’ultimo paese dal quale sono transitate, ma non le riporta in patria.
Secondo questo schema dovrebbe essere la Turchia che li riporta in patria. Per fare questo ci vogliono soldi, e la Turchia li chiede all’Europa. L’Europa aveva promesso soldi anche in occasione della strage di Lampedusa del 2010, ma non li ha versati. L’Europa ha promesso 6 miliardi di euro a Erdogan, ma c’è scontro su come debba essere ripartito questo fardello economico a livello europeo: ci sono paesi come Lettonia, Estonia, Finlandia che non vogliono contribuire. Si rifiutano di dare fondi per la crisi economica e non perché la Turchia, come l’Egitto (altro partner potenziale dell’Unione Europea sui rimpatri), notoriamente non garantisce il rispetto dei diritti umani, ad esempio coi respingimenti. Come avvocati, in alcuni casi, siamo riusciti a dimostrare l’illegalità di respingimenti svolti da altri paesi come l’Italia (nel 2012 abbiamo ottenuto la condanna dell’Italia alla Corte Europea per i diritti dell’Uomo per i respingimenti verso la Libia avvenuti nel 2009, affidati alla guardia di Finanza, che dopo avere bloccato un serie di imbarcazioni ricondusse gli occupanti a Tripoli consegnandoli alle autorità di polizia libiche. Molte di queste persone furono incarcerate e subirono abusi; nel processo svoltosi presso la Corte Europea negli anni successivi questo emerse chiaramente ).
E ancora, i respingimenti di massa che negano il diritto di asilo sono stati oggetto di un’altra condanna per l’Italia, subita nel 2014 per i respingimenti verso la Grecia, paese ritenuto sicuro, paese che in realtà riportava profughi afghani in Turchia, che a sua volta li riportava in Afghanistan: sui ricorsi fatti da alcuni pachistani ed afgani, minori, abbiamo fatto ricorso insieme agli avvocati greci (che poi si ritirarono perché minacciati dal Governo). Si riuscì a portare il caso alla Corte di Strasburgo, che condannò Italia e Grecia.La macchina espulsiva, nel suo orientarsi verso una pletora enorme di persone, fallisce sistematicamente.
Non è mirata su soggetti pericolosi, categorie ben definite, numero ristretto di persone. L’automatismo del meccanismo espulsivo per fortuna ora è attenuato. l’Unione Europea di fatto ha reso ineseguibile l’espulsione. I centri di identificazione e di espulsione sono luoghi chiusi, quasi carceri, dove si realizza una detenzione amministrativa. Sono finalizzati a contenere le persone da espellere, ma le politiche espulsive puramente repressive hanno, nell’arco di 25 anni, dimostrato sistematicamente il loro fallimento.
Ripensando alle prime emigrazioni di massa (ad esempio alle 20.000 persone giunte in un solo giornodall’Albania in Puglia nel 1991) andrebbe fatto un collegamento tra la crisi dei Balcani degli anni ‘90, che significò guerra civile, campi di concentramento, e l’attuale situazione, che sta riproponendo campi di concentramento alle frontiere, nel fango, nel pantano, senza cibo, con bambini che si ammalano. È vero, senza quell’odio etnico che scatenò una carneficina e che in molti casi diventò pulizia etnica.
Spesso chi emigra per necessità giunge nei paesi confinanti al proprio, con la speranza di ritornare, un giorno, a casa. Dei 7.000.000 di siriani in movimento, ad esempio, 2.700.000 sono in Turchia, 1.200.000 in Libano, 1.000.000 in Giordania. Si calcola che 1.000.000 sia finito in Europa, in 17 stati. Il Libano (7.000.000 di abitanti) e la Giordania (9.000.000 di abitanti) ne ospitano circa 1.000.000 a testa: dunque una presenza altissima. I campi profughi sono tendopoli da centomila abitanti, con regole totalmente fuori dal diritto e governati dalla violenza, con abusi, reclutamento, commercio di donne e bambine per matrimoni forzati, o per esportazione verso i ricchi paesi arabi, e molto altro.
In Africa, fino a poco tempo fa, prima che giungesse sulla scena prepotentemente la variabile impazzita dei fondamentalisti di Boko Haram e più recentemente del Daesh, la mobilità tra paesi africani per lavoro era molto forte: si poteva passare anche senza passaporto verso l’Egitto, la Libia, la Tunisia. In Libia c’era una forte presenza di lavoratori marocchini senza passaporto. Oggi tutto questo non accade più, e quindi l’impossibilità di muoversi fra est e ovest ha accentuato fortemente la spinta verso nord, anche di persone che tradizionalmente erano lavoratori migranti economici, ma che la condizione del paese di transito (come la Libia) la ha trasformati in richiedenti asilo.
Ora, di fronte a chi arriva, c’è chi si comporta come l’Austria, che invocano il Regolamento di Dublino (secondo cui chi sopraggiunge per richiedere asilo deve restare nel primo paese d’ingresso dell’Unione): questo principio risolve molti problemi dei paesi europei “più interni” mentre lascia esposti quelli che hanno confini esterni. Dopo che la Grecia è andata in default, nel paese diverse corti hanno sospeso per anni l’applicazione del regolamento di Dublino: quindi chi passava dalla Grecia, anche se registrato laggiù, poteva ottenere il diritto di asilo in Germania, o in Olanda, Svezia, ecc.
Per l’Italia la soluzione è stata –potremmo dire- un po’ “all’italiana”: il nostro sistema di accoglienza nel tempo ha avuto una crescita, i posti sono stati creati, ma abbiamo in qualche modo chiuso gli occhi di fronte all’identificazione attraverso le impronte digitali, come richiede il sistema Dublino. Se una persona giunge a Pozzallo, Trapani, Brindisi o Cagliari e transita senza che gli si rilevino le impronte, arrivando in Germania non incontra alcuna difficoltà nel presentare richiesta di asilo. Ovviamente i paesi geograficamente più “interni” all’Europa non hanno alcun interesse a modificare il trattato di Dublino.
Mediamente i paesi europei accolgono il 50% delle richieste di asilo. Il resto viene respinto, spesso dando origine a ricorsi. In Germania, un gruppo di migranti ricorrenti da 9 anni hanno beneficiato di una specie di sanatoria che autorizza il soggiorno legale alle persone che, a fronte della richiesta di asilo respinta, hanno presentato ricorso e da più anni risiedono nel paese in attesa di vincerlo.
In Italia le commissioni che decidono in tema di asilo, sono commissioni che utilizzano criteri restrittivi: oggi arriviamo a percentuali di dinieghi dell’80% ; lo verifico operando con la clinica legale dell’Università di Palermo, attraverso la quale seguiamo i ragazzi del Gambia, del Sudan, i nigeriani che si vedono assegnare dinieghi. Per loro otteniamo la sospensiva, riusciamo con avvocati che collaborano con noi a fare ricorso e a ottenere poi anche l’annullamento di questi dinieghi. Però, per 10 che riusciamo a seguire, altri 100 rimangono irregolari senza poter ricorrere, poiché il ricorso richiede la costruzione di un rapporto tra l’associazione, l’avvocato e il migrante che non è sempre facile. Nel resto d’Europa lo stesso istituto della sanatoria un tempo possibile, ora non lo è più. In Italia abbiamo assistito a un’estesa sanatoria negli anni ’90 attraverso la legge Martelli. In particolare nel 1998 sono state interessate 300.000 persone. Dopo il 2002 è stata registrata un’altra regolarizzazione molto ampia, quasi 500.000 persone, e ancora, anno dopo anno, dal 2000 fino al 2012, c’è stata l’applicazione di decreti flussi annuali, che in realtà costituivano principalmente una modalità di emersione del lavoro in nero offerto da lavoratori già alle dipendenze di datori di lavoro italiani, qui, sul nostro territorio. Si può dire che abbiamo avuto una forma di regolarizzazione piu’ fluida fino al 2012; da quel momento, abbiamo registrato un aumento esponenziale degli arrivi delle persone che richiedevano asilo perché le situazioni dei paesi di origine erano sempre più terribili ma le vie per la regolarizzazione si sono ridotte.
Dal 2013 con la chiusura degli ingressi, tanto per lavoro quanto per richiesta asilo, abbiamo assistito a un aumento esponenziale delle partenze via mare, e conseguentemente dei profitti dei trafficanti, perché ogni sistema proibizionista determina un’enorme crescita dei numeri di persone che si muovono illegalmente equindi dei profitti economici dei trafficanti, e quindi del rischio insito nelle modalita’ di viaggio.

A seguito dello stravolgimento dell’opinione pubblica che derivò dalle immagini delle bare dopo la strage di Lampedusa del 3 ottobre 2013 (seguita subito da un’altra strage a sud di Malta l’11 ottobre, che nessuno ricorda mai, con oltre 400 morti) viene dato il via, il 18 ottobre 2013, a Mare Nostrum: l’operazione finanziata soltanto dall’Italia che per un anno consentì il salvataggio in mare di più di 135.000 persone che sarebbero probabilmente in buona parte morte.

Le mutate condizioni in Libia e in parte anche in Turchia e l’aumento dei controlli hanno trasformato anche le tipologie di imbarcazioni usate: si utilizzano i gommoni, sempre più insicuri. Si sgonfiano rapidamente.
Mentre prima le imbarcazioni che arrivavano in Sicilia avevano serbatoi abbastanza capienti, ora i gommoni che partono dalla Libia hanno un’autonomia di 20–30 miglia , cioè 40 km, arrivano in acque internazionali e si fermano, chiamano aiuto con il telefono e , quando va bene, sopraggiungono i soccorsi.
Assistiamo, dunque, allo stravolgimento del sistema migratorio irregolare con l’aumento dell’attività dei trafficanti anche per il blocco e la chiusura di tutti i possibili canali di ingresso legali.
Chi arriva e chiede asilo finisce in centri di accoglienza: vorrei ricollegarmi al tema di Mafia Capitale (si riferisce al Centro di Accoglienza per Migranti e Richiedenti Asilo di Mineo, ndr), un miliardo di euro che ha arricchito i gestori dei centri e non i migranti, maltrattati dal sistema che li ha accolti con standard bassissimi, poco dignitosi, come i rapporti di alcune campagne hanno ben dimostrato (ad esempio quella denominata Lasciateci Entrare, on line l’ultimo report di febbraio che mostra le condizioni dei centri).
Si è sparsa la voce (anche per motivi politici) che fossero i richiedenti asilo a incassare 35 euro al giorno: molta gente ne è ancora convinta. E invece questi soldi vanno tutti nelle tasche degli italiani che gestiscono i centri, dove lavorano anche molte persone in nero, volontari in attesa di un futuro contratto, oppure pagate la metà. Il sistema dei centri è in mano a pochi operatori molto grandi, associazioni, consorzi, ad esempio associazioni temporanee d’impresa con sede operativa costituita in Sicilia e sede legale a Roma: un sistema inquinato che ha doppiamente tradito i migranti, guardati negativamente non soltanto perché ‘venivano a togliere lavoro e casa agli italiani’, ma anche perché depauperavano gli italiani, che dovevano pagare per fornire loro accoglienza. Le rotte nel tempo sono molto cambiate, non soltanto per un’evoluzione storica, dall’emergenza nord-africa nel 2011alle Primavere arabe.
La Siria ha certamente stravolto il senso e la portata del diritto di asilo in Europa: oggi si parla di siriani, forse iracheni, forse eritrei con diritto d’asilo, come se tutti gli altri non lo avessero. L’afflusso così massiccio di richiedenti asilo provenienti dalla Siria ha modificato anche il panorama politico: partiti populisti emergono, sulla posizione rispetto all’accoglienza si sono giocate tornate elettorali in tutti i paesi europei, dalla Spagna alla Polonia, dall’Ungheria alla Norvegia, dalla Svezia all’Italia (forse negli ultimi tempi un po’ meno nel nostro paese, che ha ammorbidito la linea, lasciando andare, facendo finta di non vedere).
Molta della politica viene giocata sul tema dei migranti e dei richiedenti asilo: dopo il capodanno di Colonia (con l’attacco di massa di uomini ubriachi nei confronti di ragazzi e ragazze soli, con pochi casi di violenza ma con gravi offese sul piano processuale) la Germania ha avuto una brusca chiusura. La stessa Svezia, che pure aveva accolto, ha annunciato che tutti gli 80.000 profughi cui non era stato riconosciuto lo status di rifugiati verranno espulsi: una dichiarazione dallo scopo politico, anche se poi forse non attuata.
Dichiarazioni politiche di principio, poi non eseguite: anche la Bossi-Fini conteneva delle norme che da subito si poteva prevedere non sarebbero state applicate. Oggi, per esempio, un immigrato irregolare in Italia non viene più condotto automaticamente in un centro di trattenimento, e se non ottempera all’obbligo di espulsione non viene detenuto in carcere per essere espulso, perché si è capito che se il paese da cui proviene non lo riprende, rimane in carcere per anni, intasando il sistema carcerario stesso (questa saturazione delle carceri si è registrata dopo il 2009, è costata sentenze della Corte Costituzionale. La Corte di Lussemburgo ha sottolineato che la legge italiana derivante dai pacchetti sicurezza non era conforme alle normative europee in termini di rimpatrio forzato).
Dunque le rotte continuano a cambiare: le principali sono quelle che collegano all’Africa, sub–sahariana.
Francia e Spagna hanno chiuso con cura le frontiere, dopo un accordo stipulato con il Marocco. I migranti, che non provengono se non per il 10% dal Maghreb, si muovono dall’area della Guinea, del Gambia, del Mali, del Niger, e dall’altra parte dall’Etiopia, dall’Eritrea e dal Sudan. Sono costretti a passare dalla Libia, oggi divisa e in mano a diverse bande. I punti di imbarco erano a Zuara, ora Zabrata, la spiaggia di Garabul e Zabia. Si punta su Lampedusa, sapendo che a 20 mt dalla costa si viene soccorsi.
Oggi vi sono molte navi militari che si aggirano in quella zona e contribuiscono a segnalare e a prestare soccorso, anche perché il Daesh – o Isis- ha occupato tre città del nord della Libia e c’è il timore che possa minacciare i mezzi commerciali (pescherecci d’alto mare, petroliere, navi cargo) in transito da Gibilterra a Suez. Dunque qui si trovano le navi dell’operazione italiana Mare Sicuro, supportate da mezzi Eunave For Med dell’Unione Europea, più altri mezzi NATO. Un mezzo militare ogni 10 miglia.
Questo ha contribuito a diminuire il numero delle stragi (questo intervento di Vassallo risale al mese di aprile, prima delle enormi perdite umane di fine giugno, ndr).
La rotta attraverso la quale sono giunti in Europa migranti e richiedenti asilo è quella balcanica: dalla Turchia passando per le isole greche (Kios, Lesbo, Kos) oppure andando direttamente verso Bulgaria e Macedonia.
Si tenga conto che, se dal Nord-Africa arrivano prevalentemente adulti soli, dalla Siria arrivano famiglie con2, 3 fino a cinque figli.
L’Italia ha la sua storia, le sue attitudini, le sue modalità i materia di salvataggio; a mio avviso detiene il primo posto al mondo nel dare soccorso (ricordo Mare Nostrum); un’enorme differenza con paesi come l’Australia (che respinge) o gli Stati Uniti (Golfo del Messico). In Italia si punta alla ricerca e alla messa in sicurezza degli uomini, vale la chiamata di soccorso per tutte le navi presenti sul posto (commerciali, militari, ecc.).
L’agenzia Frontex, che pure formalmente riconosce la necessità di salvare le vite umane, ha criteri di intervento secondo cui, ad esempio, la chiamata di soccorso non ha un’importanza tale da giustificare il movimento di una nave che sta oltre una determinata distanza. Da Lampedusa i gommoni veloci della Guardia Costiera, mezzi agili e adatti a interventi di recupero o affiancamento dei medi e piccoli mezzi di fortuna su cui si muovono i migranti, sono arrivati ad intervenire vicino alle coste libiche; la nostra marina per questo è stata criticata da Frontex, poiché il rischio è che creando un precedente di salvataggio la gente parta in numero ancora più alto, e il rischio di morte aumenti.
Da due anni anche privati, “cittadini solidali” ,con l’ausilio di finanziamenti, hanno armato delle navi per il soccorso. E ancora, Medici Senza Frontiere, poi la Nave Acquarius di SOS Mediterranée, navi civili, insomma, private, che fanno attività di monitoraggio e salvataggio.
Ma si assiste a un paradosso: dopo ogni tragedia importante -si pensi ad esempio all’aprile 2015 e agli 800 morti annegati a sud di Lampedusa- le politiche dell’UE, inizialmente aperte, si restringono, tanto che siamo noi italiani ad avere più rispetto delle leggi e diritti del mare della stessa UE. L’Italia mette al primo posto il salvataggio delle vite umane.
Nella Convenzione di Ginevra o nella Carta Dei Diritti Fondamentali che sancisce il diritto di asilo non c’è un tetto massimo di riconoscimenti da rilasciare. Purtroppo il fattore quantitativo ha inciso fortemente sul riconoscimento dei diritti fondamentali.
In Europa le istituzioni sono orientate a stabilire accordi con la Turchia, sostengono la logica di Frontex, non ostacolano leggi di polizia che non sono conciliabili con le leggi nazionali e le direttive e regolamenti legate al diritto di asilo. Il Parlamento Europeo non ha una capacità di elaborazione tale da opporsi agli indirizzi di Consiglio e Commissioni. Il banco di prova di tutto questo è il rapporto tra Unione europea e Turchia. Ci sono grossi problemi anche nei rapporti tra i diversi stati europei e Bruxelles, manca collaborazione ed elaborazione di scelte politiche comuni.
Rivedere il regolamento di Dublino o l’apertura di canali umanitari o di canali di ingresso per lavoro richiede l’esatto opposto. Per ora si tratta di comunicazione tra sordi: i diversi paesi non sono capaci di elaborare una politica estera ed economica unitaria, e in questo si legge la debolezza del sistema comune Europeo.
Domande a Paleologo
Domanda: Per tre volte hai citato i trafficanti di persone, anche sull’ultimo numero di Nigrizia c’è un dossier sull’immigrazione e un capitolo dedicato proprio ai trafficanti. Vorrei capire se queste persone che non sono persone influiscono anche su quello che sta avvenendo o se è soltanto una forma di presenza solo per guadagnare soldi, poi se la segreteria me lo permette, vorrei avvisarvi che improvvisamente domani viene aperto presso i comboniani di Padova il processo di beatificazione di Padre Ezechiele Ramin comboniano, fratello del nostro amico Fabiano ucciso in Brasile trenta anni fa, importante per noi, per la conoscenza che abbiamo di Fabiano e del fratello Ezechiele.
Risposta: Io ovviamente ho la mia lettura dei fatti, ho i miei dati, ho le mie esperienze personali, mi chiedo soltanto di mettere assieme tutti quelli che possono essere i fattori di spinta da una parte e i blocchi all’ingresso dall’altra per valutare singolarmente con una piccola indagine che si può fare anche in rete se i trafficanti sono attori o prodotto del sistema, cioè non sono i trafficanti a far aumentare l’arrivo di immigrati ma è il blocco degli ingressi che fa aumentare il numero dei trafficanti. Per assurdo determinate politiche di blocco aumentano gli arrivi irregolari, impedendo quelli regolari; in più i richiedenti asilo, anche se non hanno diritto a una risposta positiva per quanto riguarda la richiesta di asilo, hanno comunque diritto ad entrare nel territorio, quindi non possono essere trattati come l’immigrato clandestino da mandare via. Purtroppo sta avvenendo che si sta negando il diritto di ingresso anche a persone che dovrebbero porre soltanto una domanda di asilo che poi una commissione esamina perché, nel nostro ordinamento giuridico in quello europeo, la polizia non ha il potere di decidere in via preliminare senza che ci sia l’approfondimento del caso individuale. La polizia non può dire: tu non sei meritevole di fare domanda di asilo, fosse anche un tunisino o un marocchino. I trafficanti poi sono figure che troppo spesso si confondono a livello mediatico con gli scafisti, nel senso che i trafficanti sono generalmente poche persone, gruppi bene organizzati, spesso collusi con i governi dei paesi nei quali risiedono. Voglio ricordare che sul processo molto grosso, quello della strage del Natale ’96, istruito dalla procura di Siracusa la Francia negò l’estradizione dell’armatore della nave che aveva causato una collisione durante un trasbordo, nella quale erano morte 300 persone. Il comandante della nave è stato condannato dall’autorità di Siracusa a 30 anni di carcere, questo succedeva nel 2012 dopo tanti anni da quella strage di Porto Palo. Purtroppo c’è un grosso problema di individuazione dei trafficanti veri, perché gli stessi paesi con i quali abbiamo ottimi accordi di collaborazione, quando paghiamo parecchi soldi, questi stessi paesi, quando la nostra autorità giudiziaria fa un’indagine per rogatoria, chiede di andare a cercare, sentire qualcuno, non offrono nessuna collaborazione, né i paesi di transito e tanto meno quelli d’origine. In più questi trafficanti sono favoriti anche sul nostro territorio dallacircostanza degli accordi di Dublino, quindi se un siriano arriva oggi in Italia o un eritreo arriva oggi in Italia e ha i parenti in Svezia, per andare a raggiungere legalmente i parenti, se va bene, passa un anno in Italia oppure ha un diniego. E’ molto più facile pagare un tassista, qualcuno che l’accompagna alla frontiera tra il Piemonte e la Francia, lo lascia su un cammino alpino e qualcuno lo viene a raccogliere. Magari i trafficanti, come hanno fatto vedere alcuni servizi televisivi, sono tanti soggetti che erogano servizi e prestazioni. Il lavoro che si è fatto come volontari nelle stazioni di Catania, di Palermo, che si è fatto al Mezzanino di Milano, che si è fatto in Austria è stato tutto un lavoro per favorire i migranti; ricordo che tante persone hanno avuto denunce per avere trasportato in macchina migranti senza chiedere soldi. Si è fatto e si fa un lavoro di agevolazione dell’immigrazione; io me ne assumo tutte le responsabilità per il contributo che posso aver dato
per dare un futuro a queste persone. Attualmente ci sono gruppi che lavorano in Turchia e Grecia per favorire il passaggio e per accompagnare il rimpatrio, il ri-trasferimento, perché in realtà nessun turco o veramente pochi sono quelli che la Grecia restituisce alla Turchia, in prevalenza ora sono pakistani e afgani. Quindi in realtà la lotta al traffico la facciamo in due modi: interponendoci e proponendo forme di ingresso legali attraverso i canali umanitari, prendendo in carico i casi più vulnerabili, rappresentandoli presso l’UNHCR, cercando di ottenere visti di ingresso per motivi umanitari. Ovviamente rispetto alla grande quantità di persone, noi riusciamo in numero più ristretto. Quindi in realtà il traffico, dal mio punto di vista, si combatte fornendo tutele legali, rispettando nei processi le regole delle testimonianze, perché se in un processo si assumono testimoni fasulli, promettendo un permesso di soggiorno poi in dibattimento questo processo salta e non va a condanna. Abbiamo le possibilità di contrastare il traffico non derogando quelli che sono i principi di legalità. Può darsi che la risposta non sia soddisfacente ma è quello che faccio e facciamo in tanti. Esiste in Francia un delitto di solidarietà; talvolta lavorando e interponendosi a favore dei migranti si è denunciati per agevolazione dei flussi irregolari.

RETE RADIE RESCH
Relazione sintetica sul SEMINARIO “La speculazione finanziaria: un disastro che impoverisce l’umanità” Che cosa possiamo fare?
Reti del centro-est Ancona-Missionari Saveriani - 16 maggio 2015-
Presenti 15 (solo io di Pescara, 6 di Macerata, nessuno da Pesaro, resto da Ancona).
Ha presieduto da par suo Padre Alberto Panichella.
Nostro relatore è stato il Prof. Roberto Mancini, docente di filosofia teoretica all’Università di Macerata e di “economia umana” in un centro universitario della Svizzera italiana.
Mancini si è posto subito la domanda sui modelli alternativi al capitalismo: l’economia non è una scienza o un dato di natura, ma è scelta e cultura! No al delirio della società ridotta tutto a mercato ed azienda (scuola, ospedali, ecc.). Il mondo sta scoppiando: terrorismo, conflitti, fondamentalismi, fanatismi, politiche di potenza, povertà, ecc.. Il capitalismo si presenta come economia naturale, necessaria, umana e si dichiara senza alternative, con un discorso ricattatorio che in realtà sta portando a un disordine mondiale ad alta precarietà.
Siamo di fatto alla “dichiarazione universale dei diritti del denaro, non dell’uomo”. Le grandi religioni spesso convivono con ogni ordine sociale e politico al posto di rovesciare i tavoli dei mercanti....Il vero ateismo nella Bibbia è invece il culto del denaro (viva la libertà dal denaro!) . Tanta ignoranza antropologica sta portando al solo correre e competere, al potere delle sole multinazionali a scapito degli Stati, alla guerra di tutti contro tutti, alla finanziarizzazione nefasta dell’economia, all’abbandono graduale dello stato sociale, ecc..
E’ saltato il compromesso capitalismo/democrazia/stato sociale con globalizzazione, crisi petrolio, via libera ai capitali, rivoluzione informatica, finanza ad alta velocità, computer che scelgono in tempo reale, crollo dei Paesi socialisti: gli USA ci hanno scavalcati a sinistra con l’intervento dello Stato! Urgono risposte non superficiali, di altra civiltà non solo di altra economia! La democrazia di fatto non ha istituzioni internazionali; è da costruire una vera Europa che rappresenti i popoli non i Governi. Urge una svolta spirituale nel senso della vita: dobbiamo imparare ad amare coma San Francesco. Un amore che sia politico, sociale, economico, all’altezza dei grandi temi di oggi (migranti in arrivo: l’Europa ha un grande debito storico verso l’Africa!). Urge un’altra economia che parta dalla democrazia con “relazioni di dono”. Sono già in campo vari modelli e intuizioni: Gandhi, Islam, comunità, decrescita, solidarietà, partecipazione, equo e solidale, bilanci di giustizia, finanza etica, ecc.. Occorre avere e sollecitare coscienza critica, reagire alla disperazione, fare la nostra parte, fare politica (prima la dignità umana e dare nome diverso all’economia!).
Ognuno di noi può e deve fare qualcosa in un contesto di benefico pluralismo. Tremo quando mi sveglio la notte pensando al futuro dei nostri figli! Non disperdiamo energie. Cristo è Signore della Storia, non il mercato. C’è emergenza educativa ma riguarda soprattutto noi adulti. No al paternalismo verso i giovani: credere in loro! Non responsabilizzarli troppo: ci vuole alleanza generazionale.Varie le testimonianze e gli stimoli del dibattito, specie con riferimento alla precarietà dilagante, alla drammaticità di tante situazioni, 
alla complessità di tante realtà ed alla inadeguatezza del nostro possibile FARE rispetto ai grandi temi prospettati. 
Per tutti, urge una economia umana ad alta intensità antropologica.
Padre Panichella, forte anche della esperienza missionaria in Brasile, ha sottolineato con forza la necessità di avere UTOPIA, di costruire insieme, di lottare unitariamente dal basso e di “socializzare la produzione”.
Il sottoscritto Silvestro ha ripetuto la sua nota litania: non basta sbandierare e urlare valori, occorre scendere di piu’ sui programmi, considerando anche tempi e forze in campo ed escludendo al massimo
referenzialità, esclusivismi e narcisismi personali e di gruppo, facendo adeguato tesoro delle tante nostre esperienze al riguardo. Fare quindi molta RETE e avere senso e pazienza della storia!. E’ fondamentale la conoscenza approfondita del quadro dei problemi in tutta la complessità e difficoltà senza mai arrivare alla cultura dell’impotenza: “cercò di fare la sua parte” deve essere la scritta tombale di ognuno di noi!
Una considerazione finale personale: il Prof. Mancini è soprattutto un filosofo e probabilmente non ci ha riempito a sufficienza il cestino del “che fare”. Ci ha però fornite solide coordinate culturali, ecclesiali e politiche, ottimo occhiali per vedere bene la realtà e preziosa bussola per orientarci nel cammino. A noi il resto.Seminario
Silvestro Profico
Seminario su Finanza Speculativa
Reti del centro sud – Giugno 2015
I lavori del seminario sono iniziati con l’introduzione di Lucia Capriglione, che ha illustrato lo storia e lo spirito della Rete Radia Resch nei suoi 50 anni di vita, e presentato le associazioni partecipanti: Libera, Banca Etica, Comitato Acqua Pubblica, Spazio Riff Raff, Communia.net, Ufficio diocesano per i problemi sociali e del lavoro, i referenti e i relatori; ha introdotto l'argomento della Finanza Speculativa, causa di molti dei problemi che ci affliggono oggi, e del modo in cui se ne potrebbero rimuovere le cause e gli effetti. L'intervento di Baranes si è incentrato sulle anomalie della finanza pubblica di oggi, e di come queste ci vengano comunicate. La finanza speculativa ha abbandonato l’economia reale, creando una finanziarizzazione dell'economia con un moto acceleratissimo verso il profitto, nel senso che le speculazioni finanziarie in borsa hanno preso il sopravvento sull'economia reale produttrice di beni e di servizi. Il denaro non è prodotto da beni che vengono commerciati, ma dalla vendita del denaro stesso: speculazioni, derivati, etc. Ad esempio, il prezzo dei generi alimentarti non è determinato dalla quantità della produzione, ma dalle loro quotazioni di borsa. Questo ha causato la morte di aziende e fabbriche, la disoccupazione, il fallimento di banche e dunque la perdita di beni: sono nate nuove povertà, e si sono accentuate le già inesistenti disparità sociali. Il racconto delle cause e dei punti di partenza della crisi che attanaglia i nostri paesi, la sua evoluzione e la sua difficile soluzione ha portato all'evidenza della perdita continua di diritti da parte della gente comune, ma anche delle nostre stesse democrazie, e di continue sottrazioni di sovranità in favore del profitto e delle grandi multinazionali del commercio (vedi ad esempio il TTIP), mentre gli Stati sono chiamati a risolvere la crisi dell’economia dando aiuti a gruppi privati (banche soprattutto). Di qui la necessità, secondo Baranes, di regolamentare sempre più i rapporti economici ed il sistema in termini di trasparenza ed equità. La sua proposta è stata quella di responsabilizzare di più il cittadino sia in termini di informazione che di scelte partecipate. Il seminario è proseguito poi con la testimonianza di Maria Rita della Rete di Noto, che ci ha illustrato il progetto seguito dalla sua Rete in Patagonia, a sostegno della comunità indigene là residenti (Mesa Campesina). Il progetto si svolge all’interno della Provincia di Neuquen, zona molto ricca di minerali di uso industriale e dispone di enormi riserve di gas, tutto questo in mano allo Stato provinciale e ad imprese private. La popolazione, i “mapuche”, è rurale nella quasi totalità, le terre dove essi vivono da tre o quattro generazioni, sono demaniali, per cui essi pagano un canone di locazione. La costituzione Provinciale prevede la riforma agraria e l’assegnazione di queste terre a coloro che le occupano e vi lavorano. Di fatto fino ad oggi il titolo di proprietà è stato riconosciuto solo a pochissimi e la Provincia spesso vende a ricchi “estancieros” o a imprese petrolifere che poi li recingono col fil di ferro e fanno sloggiare i campesinos con la forza. Il Vescovo Mons. J. De Nevares ha promosso nel 2000 l’incontro tra i campesinos e l’associazione “La Mesa campesina” per poter difendere i propri diritti e nel novembre l’attuale Vescovo, Mons, M. Melani, chiede alla Rete RR di appoggiare la “Mesa campesina”. Il progetto compie una svolta importante quando si appoggia a un avvocato che rende più efficaci le rivendicazioni. Dopo varie traversie legislative è stato indetto un referendum che ha detto finalmente no all’attività estrattiva cinese. Evidentemente il problema non è risolto del tutto, perché la multinazionale ha fatto causa al governo argentino per perdita di utili. La seconda testimonianza è quella di Matteo Potenzieri, ex operaio della Italcables di Caivano. La sua presenza è stata espressamente voluta dagli organizzatori del seminario come esempio concreto dell'effetto della crisi internazionale sulla economia locale, e quindi sulle nostre stesse vite; la crisi non è qualcosa che avviene lontano da qui, ma è qui, e riverbera i suoi effetti nefasti sulle vite di tutti. Ma questa testimonianza è stata anche, allo stesso tempo, esempio della possibilità di riprendere in mano il proprio destino economico e di riagganciarsi all'economia reale attraverso la partecipazione attiva. La Italcables di Caivano è una fabbrica leader nel suo settore, uno dei sette produttori mondiali di cavi e corde d’acciaio per piloni precompressi che servono a realizzare ponti e viadotti, ed era in pieno regime di produzione quando la multinazionale che la gestiva ne ha deciso la chiusura, a causa di speculazioni finanziarie sbagliate. Dopo inutili lotte e tentativi di evitare il fallimento della fabbrica e dunque il licenziamento di centinaia di operai, un gruppo di questi sta ora cercando di acquisire la fabbrica, investendo l’indennità di mobilità percepita, e con l’aiuto dei prestiti concessi da Banca Etica. Questo intervento ha messo in evidenza quanto l'economia globale ci riguardi da vicino, per le tentacolari ramificazioni assunte dalle operazioni finanziarie. Il terzo intervento, infine, è stato quello di Maria Josè D’Alessandro da Cosenza sui MAG, letteralmente i Mutui di autogestione del credito, di cui ci ha illustrato il funzionamento e le modalità di richiesta ed utilizzo a sostegno di iniziative economiche non volte a finanziare neanche indirettamente traffici di armi, fumo ed altre attività nocive. Maria Josè ci ha raccontato della realtà calabrese e del buon esito che stanno avendo con la loro iniziativa, partendo dal presupposto che il prestito è un diritto umano e come tale deve essere privilegiato. Dopo il pranzo sociale sono ripresi i lavori del seminario, volto a trovare delle risposte pratiche e concrete alle problematiche affrontate durante la prima parte del seminario. A tal proposito Silvana Barbirotti ha proposto di creare dei sottogruppi per lavorare sulla formazione e coinvolgimento dei ragazzi nelle scuole. Onofrio Infantile ha accolto la proposta, proponendo a sua volta di entrare nelle scuole come associazione. Maria Teresa Schiavino ha sottolineato l’esigenza di approfondire il rapporto politica- finanza, indirizzandoci verso una scelta consapevole del gruppo politico che ci deve rappresentare e che deve portare avanti queste battaglie anche a livello istituzionale. Lucia Capriglione a proposto di dare sostegno alla campagna Banche Armate che può coinvolgere anche le parrocchie e le amministrazioni locali. Ermanno Minotti ha proposto di creare gruppi territoriali di riferimento. Josè Maria D’Alessandro ha parlato dell’esempio del giornale on-line Moviduepuntozero, che lavora sulla comunicazione e ha pubblicato di recente un Quaderno di economia solidale scaricabile da tutti, e molto utile per comprendere le dinamiche economiche in atto. Baranes ha sottolineato l’esigenza di lavorare dal basso e fare rete tra più gruppi e persone per poi poter agire come massa critica su base nazionale. E’ un discorso di carattere culturale a dover essere smontato più che quello legato ai centri di potere, ed ha fatto l’esempio del sito Sbilanciamoci.org, che si impegna a proporre ogni anno una legge finanziaria e a presentarla ad ogni gruppo e commissione parlamentare. Con Sbilanciamoci si fa comunicazione e formazione e l’obiettivo è soprattutto quello di smontare l’idea che sia la finanza pubblica ad essere il problema e non, invece, quella privata; e, soprattutto, smontare l’idea che privatizzare sia l’unica soluzione. Peppe Sottile di Banca Etica ha sottolineato comunque l’esigenza di un'autoformazione continua facendo riferimento a vari siti che si occupano di queste problematiche, e soprattutto, di fare rete. Per Baranes un esempio di rete sono i DES, Distretti di Economia Solidale che mettono insieme, ad esempio, le botteghe di commercio equo e solidale, i GAS e la finanza etica. Tutti hanno convenuto che sia fondamentale incontrarsi tra le varie associazioni locali periodicamente per fare il punto della situazione e portare avanti campagne comuni, tipo il TTIP, programmando ed organizzando iniziative sul territorio. La campagna contro il TTIP, per la sua urgenza, è quella su cui si dovrebbero maggiormente indirizzare gli sforzi nei prossimi mesi.
Seminario
Reti del nord ovest – Maggio 2015
RELAZIONE DI GIANNI TOGNONI segretario TPP (Trib. Permanente Popoli)
Ci troviamo in una situazione in cui, per realtà come RRR e TPP che rappresentano punti di vista e strumenti di lavoro minoritari rispetto alla storia, gli spazi d’azione si restringono. Sappiamo che, nonostante le affermazioni di Erri de Luca - riprendere sempre - non è facile lavorare quando non si vince mai. E non è sempre possibile riprendere, perché gli spazi si restringono, cambiano interlocutori, contesti, strumenti. Per questo l’obiettivo della giornata di oggi, per la RRR come per il TPP, è una riflessione, molto concreta, non teorica, sulla traduzione delle nostre rispettive identità nella realtà di oggi.
RRR E TPP NELLE SITUAZIONE ODIERNA
Per il TPP, la Dichiarazione universale sui diritti dei popoli del 1976 deve essere riformulata. Dichiarazione storica, che, proprio per questo, non si tratta di “aggiornare”; va invece verificato se quella dichiarazione oggi può applicarsi a soggetti comparabili con quelli che c’erano quando è stata emessa. Le domande da porsi sono: chi sono i popoli oggi? il concetto di universale (nella dichiarazione universale dei diritti umani indica quei diritti che dovevano essere di tutti e arrivare a tutti) ha lo stesso senso di prima? Il concetto assume un valore diverso in un contesto in cui le regole del gioco sono cambiate: oggi la diseguaglianza non è più denunciata, è constatata e riconosciuta come parte integrante del modello di sviluppo. (Nessuno osa più mettere nei suoi programmi l’obiettivo che ci sia uguaglianza fra gli umani). Come ci si muove in questa situazione?
Oggi il TPP e tutti gli organismi che lavorano a livello internazionale si accorgono che le domande che sono d’attualità nei luoghi in cui sono attivi progetti internazionali, hanno la stessa attualità drammatica anche qua da noi. (Es. Cos’era il Brasile ieri e che cos’è oggi? Oggi il Brasile è protagonista delle contraddizioni con cui abbiamo a che fare: anche in Italia le diseguaglianze si stanno radicalizzando e dunque le domande sull’economia, sul destino delle persone concrete in Brasile e in Italia sono le stesse.) Noi, oggi, siamo il paese dell’Expo o un paese vicino ai PIGS (Portogallo, Irlanda, Grecia, Spagna), che sopravvive a livelli appena un po’ superiori a quelli della Grecia, solo perché siamo un po’ più grandi? Per esempio: quella che si gioca in Sanità è la concezione dello Stato (SSN – servizio sanitario nazionale) o quella del mercato, la stessa che gioca nella questione dell’energia e dell’acqua? Tutti i servizi della vita quotidiana sono entrati a far parte del mercato e sono oggetto di quei trattati transatlantici e transpacifici che oggi si sta cercando di imporre. Per queste ragioni è necessario mettersi - RRR e TPP - nella prospettiva comune di guardare in avanti, perché è evidente che risposte prese dal passato devono essere radicalmente rovesciate. Non perché siano sbagliate: il concetto di solidarietà per esempio è attualissimo, ma ha bisogno di applicarsi in una nuova prospettiva, in una situazione che lo renda capace di fare rete con rete.
FINANZA SPECULATIVA E DEMOCRAZIA
Tema centrale di questa riflessione è il rapporto tra democrazia e finanza; finanza come economia virtuale, che può “cambiarsi d’abito” come vuole rispetto all’economia reale, e nella quale la democrazia resta “intrappolata”. Per resistere, per affrontare il livello dello scontro e avere idee in avanti bisogna capire che con questa immagine di economia e finanza si sta proponendo di sostituire l’immaginario dei diritti con un altro immaginario. L’immaginario dei diritti affermava come possibile un cammino e un progetto; la finanza indica come tassativo un percorso (bisogna fare così): si dichiara infallibile. La finanza si pone come una teologia dogmatica, che, per definizione, non è giudicabile, si autovalida, afferma di custodire la verità ed esiste di per sé.Analogia con la storia della Chiesa, nella quale è in atto un percorso, in cui papa Francesco, che non dice nulla di radicalmente nuovo, diventa un rivoluzionario: quando si parla di fame non lo si deve fare in astratto ma pensando a dei volti; nel nostro campo diciamo che la democrazia è un’altra cosa: è qualcosa che ha a che fare con la gente. Nel processo con cui nel mondo si arriva alla formazione delle decisioni, l’ultimo elemento che compare sono i diritti delle persone, anzi le persone stesse, che non possono essere riassorbite in concetti. Le persone sono portatrici di domande concrete, e allo specifico, alle persone si risponde con “il sistema non lo prevede”. In questo contesto dobbiamo riformulare categorie e obiettivi del nostro lavoro, se vogliamo far arrivare i nostri progetti a chi ne ha bisogno. Uno dei temi su cui il TPP lavora non è solo quello della qualificazione giuridica dei meccanismi della finanza, ma se sia possibile oggi porre la domanda sulla legittimità della finanza. La finanza è uno dei nomi che assumono oggi i totalitarismi, di cui non si può parlare, e che pretende di non essere valutata come un totalitarismo; ma essa stessa, attraverso le troike, ecc, distribuisce titoli (populismo, ecc), cioè vede ideologia dove ci sono persone (es. Grecia, invalidi in Italia).
STORIA DI COME SI È SVILUPPATA LA DIALETTICA TRA FINANZA E DEMOCRAZIA
La sfida tra l’immaginario totalizzante della finanza e la democrazia è cosa nuova? La risposta ha a che fare soprattutto con il concetto di democrazia. Crf. G. de Luna, La Resistenza perfetta. Nella Resistenza, nonostante la situazione fosse molto dura, e le differenze profonde, si era creato un immaginario che si fondava sulla possibilità di creare una società in cui la diversità non fosse un ostacolo ad un progetto comune. Lì incomincia una democrazia che ha prodotto qualcosa di perfetto – un progetto, la Costituzione e anche molti interlocutori che si sono posti progressivamente come gestori del progetto, un progetto del vivere umano sulla base dei diritti sempre da “aprire” mai da ritenere conclusi. L’idea di “avere la democrazia” ha prodotto ad un certo punto quella di essere dei privilegiati: poter “esportare” la democrazia, non importa come (Iraq, Libia) poter continuamente ricominciare, ogni volta che qualcosa crollava. Così si è continuato fin negli anni settanta (con le leggi per la laicità dello Stato, diritti dei lavoratori, SSN 1978 - L.883, con la 180 -Legge Basaglia- “l’istituzione negata” …) ma progressivamente si è perso il senso del progetto, si è diventati gestori di una forma in cui le persone sono cancellate. Questo processo è da analizzare con molto senso critico, perché ha a che fare con il rapporto che c’è tra universale e globale. C’è il rischio che qualcuno, sfruttando le suggestioni del concetto di universale, si dichiari tale -come la finanza- per sostituire il diritto universale che è quello che arriva a tutti, con un diritto “globale”: per definizione il globale non ha nulla a che fare con le persone, ha a che fare invece, come la teologia “dogmatica”, con “entità” (il commercio, i beni, le merci, …). Due passaggi sono stati importanti in questo senso per il TPP. Il caso di un’entità “inesistente”, il popolo Sarawi: popolo nomade nel deserto, popolo che non c’è, non ha fatto in tempo ad essere colonizzato, non aveva stato, e neppure la scrittura; poi nel deserto si scoprono i fosfati. Il popolo Sarawi chiedeva di essere riconosciuto come popolo. Il TPP chiude la sua sessione sui Sarawi con un documento in cui si afferma che i diritti universali degli individui non si possono rispettare se non si crea un contesto in cui questi diritti possano essere rispettati, se non c’è la democrazia o se la democrazia è solo formale. Il problema che si è posto per il diritto è come applicare a un mondo in cambiamento un diritto immaginato per un mondo post coloniale e in democrazia, quando le democrazie che c’erano intorno non sapevano come riconoscere un popolo che non c’era. Così si è affermata l’idea di considerare il diritto come una disciplina che, come le altre, e più delle altre, è una disciplina di ricerca, che pone domande che non sono ancora state risolte: inventare diritto, (es. diritto del lavoro e delle persone, trent’anni di lotte). Il diritto non lavora mai senza lotte; senza lotte delle persone il diritto è una trappola perfetta perché dà l’idea di avere tutte le regole e le procedure per cui poter dire che fa le cose “legalmente”, ma ha una certa difficoltà a porre la domanda di fondo, la domanda su se stesso, sulla propria legittimità. La Costituzione - da cui nasce il diritto - è nata non da una procedura, ma dagli uomini che hanno fatto la Resistenza. Della domanda di fondo, relativa alla legittimità del diritto, si è parlato molto nel TPP quando c’è stata la celebrazione della scoperta (o conquista) dell’America; si andava là per interessi di potere, non per portare civiltà, ma per evangelizzare: chi veniva “scoperto” chi si incontrava non era un altro come te, ma uno che o si trasformava nella tua immagine o doveva essere distrutto. Nella sentenza del TPP (1992 - La conquista dell’America e il diritto internazionale) si afferma che quello che nel diritto internazionale occorre cambiare non sono regole singole, ma la pretesa che ci sia un diritto per definizione super partes perché proclamato dagli stati che hanno il potere per fare leggi universalmente valide: il diritto di evangelizzazione era, di fatto, il diritto di commercio. Sempre in quella sentenza si afferma che c’è legittimazione del diritto solo là dove ci sono delle lotte di popoli che hanno delle persone alla loro base, non delle idee. Quello che noi viviamo oggi è questa grande sfida. Si è svuotato pian piano il contenuto della parola diritto, e ciò lascia alcune parole come simulacri, pericolosi perché possono essere ripetuti come se fossero esistenti: uno è quello delle Nazioni Unite, come luogo di formulazione di leggi per il futuro dei popoli, che invece, pian piano, è stato svuotato; il passaggio critico è stato quello per cui le N.U. hanno approvato la guerra. La legittimità, non la legalità, delle N.U. è basata sul fatto che la Dichiarazione universale è fatta perché non ci sia più guerra e che per arrivare a dichiarare una guerra deve esserci un attacco preciso a dei diritti fondamentali. Al contrario, tutte le diverse decisioni (Iraq, Libia, …) – anche se ora molto criticate - hanno svuotato di fatto il meccanismo di verifica della legittimità. Questa tendenza è in atto dagli anni settanta quando stava sorgendo, accanto al potere pubblico dell’economia, un potere privato che pian piano si sottraeva alle leggi degli stati: la libertà del commercio permette loro di autoregolarsi e iniziano le guerre economiche, cioè quelle guerre che sono dichiarate senza che ci sia una possibilità effettiva di controllo da parte degli Stati. La prima legislazione delle N.U. sulle multinazionali viene cancellata e si crea un potere transnazionale, fuori dalla legislazione degli Stati. Il mondo ha incominciato negli anni 90 a chiamarsi globale (Rapporto banca mondiale ‘92 e ‘93). Nel ‘96 viene pubblicata la mappa del mondo della sanità (importante perché introduce nel linguaggio il concetto di globalizzazione), e l’idea che c’è qualcuno a livello centrale che controlla tutto. La banca mondiale “compra” università facendole lavorare per sé e facendo fare rapporti globali (global maps), in cui si scopre che dove si è più poveri si sta peggio di salute. Quindi si dice che gli stati non possono più essere responsabili dei servizi pubblici: solo chi ha in mano anche i dati della condizione economica può giudicare salute, educazione, diritti. Si applica poi la tecnica della shock economy (es. Indonesia - Report) per condizionare l’economia di alcuni paesi ad essere dipendente e funzionale all’economia globale. E’ cambiato tutto uno scenario.
Le organizzazioni centrali e gli stati almeno formalmente democratici sono stati svuotati del loro ruolo di promotori di diritti sostanziali e di democrazia e diventano alleati delle trasformazioni economiche. In questo processo la democrazia cala a picco nella sua capacità di rappresentare le persone e di permettere un dibattito di idee. La finanza rende il potere economico ulteriormente virtuale. Un altro meccanismo è quello di creare sempre più aree commerciali in cui i trattati commerciali sostituiscono di fatto le Costituzioni e le leggi degli Stati. Lo Stato formalmente c’è (es. Messico), ma è svuotato. E’ stata decretata la non legittimità di esistere delle persone: le persone tornano ad essere soggetti di diritto solo quando sono soggetti economici. Siamo parte di un processo in cui, in qualche modo, tutti noi siamo stati trasformati in migranti: conquistiamo il nostro status di cittadini se per un certo tempo obbediamo alle regole (es. jobs act). Come ricondurre il diritto al servizio delle persone? Qual è il ruolo che possiamo avere come individui o come appartenenti a gruppi? E’ possibile portare avanti progetti, e soprattutto un disegno condiviso, al di là della diversità? Dobbiamo accettare una sfida molto radicata sulle cose concrete, con la consapevolezza che stiamo lavorando anche a livello di cambiamento immaginario di mente e che dobbiamo fare i conti anche con uno sviluppo di ricerca intellettuale e di linguaggio e attraverso i progetti, un linguaggio che alfabetizza.
Documento finale sulle proposte emerse dai Seminari 
a cura della commissione finanza
 
Cari amici del coordinamento nazionale, agli inizi di giugno la commissione finanza e i referenti dei 5 seminari sono stati gentilmente ospitata da Magda nella sua casa di Camaiore per raccogliere gli esiti dei nostri 5 seminari svoltisi nel mese di maggio.
Sono stati due giorni intensi in ogni senso e proficui soprattutto di speranza. Risultati della due giorni sono stati:
Una relazione di sintesi dei cinque seminari, redatta poi da Ercole Ongaro per essere pubblicata sul notiziario “In Dialogo”;
Un prospetto di raccolta delle proposte operative dei seminari.
Nei giorni successivi, quest’ultimo è stato rivisto dalla commissione e in un ulteriore incontro via Skype della stessa, presente anche Maria Picotti per la segreteria, si è deciso di portare al coordinamento una sintesi di tale prospetto poiché le proposte erano tante e rischiavamo di rimanere sul vago. Pertanto facciamo la seguente proposta:
A livello individuale: 
scegliere di non intrattenere rapporti con una grande banca, ma aderire come soci e come correntisti a Banca Etica (o a una Banca di credito cooperativo/BCC); 
investire risparmi senza l’assillo del rendimento finanziario;
una scelta etica nel settore finanziario è una scelta coerente con la lotta alla finanza speculativa.
A livello locale:
vadano sicuramente avviati percorsi di costruzione di Distretti di Economia Solidale, piccole comunità che cominciano a vivere concretamente scelte alternative al sistema; ciascuno/a di noi può operare delle scelte che vanno nella direzione indicata dai seminari in quanto già diverse associazioni sono presenti su quasi tutti i nostri territori alle quali la Rete può rivolgersi per operare queste scelte. Oltre le scelte personali ed attraverso esse, la Rete deve continuare a dar voce ai senza voce ed affiancare un suo costante aggiornamento ed operare una corretta informazione e sollecita comunicazione per indicare le vie possibili da percorrere secondo le opportunità che offre il territorio in cui si trova ad operare.
Sempre a livello locale, tessere rete con altre realtà, per creare percorsi di formazione nelle scuole; già in diverse realtà nazionali la Rete, da sola o insieme ad altre associazioni lavora all'interno delle scuole. Pisa e Viareggio ne sono esempi, replicare sempre più questi percorsi (un suggerimento potrebbe essere quello di intersecarsi con i percorsi di formazione di Libera).
A livello nazionale: 
sicuramente avviare il lavoro con il TPP con l’utilizzo del questionario proposto;
seguire con urgenza la campagna STOP-TTIP; 
seguire campagne già esistenti sul problema  della finanza speculativa, ce ne sono di già avviate dalla FCRE (Non con i miei soldi. Zerozerocinque) ed in particolare come rete abbiamo già aderito alla DIP che si occupa anche di questi temi e non sarebbe male dare concretezza a quest’adesione, cioè diventare punti di riferimento locali delle campagne realizzando momenti informativi e realizzando le iniziative che il percorso nazionale propone (raccolta firme, richiesta di adesioni agli enti locali, ecc…); a Salerno, ad esempio, abbiamo deciso di tornare in piazza mensilmente
Il tutto andrebbe accompagnato da un’esplicita denuncia della finanza speculativa; cosa che verrà sicuramente fatta portando avanti la relazione RRR-TPP per una eventuale futura sessione del Tribunale sulla "Finanza Criminale", ma si potrebbe anche redigere un documento ufficiale, da diffondere a stampa, associazioni ed istituzioni, in cui si esprime la nostra denuncia spiegando le motivazioni del percorso che la Rete ha intrapreso e le iniziative che si andranno a realizzare e/o sostenere.
Come si propone anche di denunciare l’informazione faziosa e criminale che riceviamo dai nostri media sostenendo e magari moltiplicando quelle realtà di giornalismo civico partecipativo: replicare esperienze della Rete come quella de “I Cordai” a Catania e dei “Fili di Canapa” a Torino, ma anche il MOVI ha avviato un tale percorso con “moviduepuntozero”. Chi volesse dare seguito coerente a questo punto può seguire il seminario di Scuola di Alta Formazione che si terrà a Viareggio nella prima metà di novembre (13-14) e di cui Magda ci darà informazione appena ultimato il programma.  
Per quanto riguarda i migranti, questo punto è forse il più complesso da considerare poiché è in continuo mutamento e molto spesso ci troviamo impotenti nell’affrontarlo e viverlo. Molti sono gli eventi a cui siamo chiamati. Ovviamente sollecitiamo coloro che vivono in territori dove volutamente tutto tace ad affrontare coraggiosamente il tema delle culture altre e dell'accoglienza del diverso, supportati da quelle realtà della Rete che già vivono esperienze importanti in tal senso. Ma questo è un tema che va considerato momento per momento. 
Comunque dai seminari sono emerse queste due proposte:
sostenere l’appello per il corridoio umanitario del Vaticano e oggi anche alla luce dell’appello del Papa potremmo aggiungere di promuovere e/o collaborare ad iniziative di accoglienza;
organizzare eventi che siano occasione di conoscenza reciproca ed informazione per la comunità locale sul fenomeno immigrazione, anche attraverso strumenti come docu-film e mostre interculturali.
Per fare tutto ciò ci sembra indispensabile che si avvii per ognuno di noi un processo di autoeducazione e di cambiamento dei nostri stili di vita così che agli altri si possano raccontare esperienze e non parole: anche questo è fare politica. 

Seminario nord est 12 Maggio 2013

 

Convento Servi di Maria – Isola Vicentina

Senza memoria c’è futuro? Quale solidarietà?

– Relazione di Michele Nardelli, si occupa di cooperazione da più di 20 anni, è stato tra i fondatori dell’Osservatorio Balani e Caucaso, presidente Centro per la Pace di Trento e coautore del libro Darsi il tempo, EMI; attualmente è consigliere provinciale a Trento.

– Confronto e interventi dei partecipanti

– Intervento preordinato di Emilia Ceolan, Movimento Laici America Latina

“…in questo progresso scorsoio non so se vengo ingoiato o se ingoio” Zanzotto

Michele Nardelli ci conduce a trovare le radici del nostro presente nell’analisi di eventi del ‘900 attraverso una indagine sul senso della cooperazione e il significato di parole come  Pace e Diritti Umani: cosa trasmettono oggi queste parole? Parole banalizzate e svuotate di significato (in nome della pace si fanno le guerre…).

Sono qui riportate alcune osservazioni espresse nella relazione e negli interventi dei partecipanti.

Per quanto riguarda la parola PACE, Nardelli cita anche alcuni versi del poeta francese Rimbaud, in cui  il ‘900 è definito “il tempo degli assassini”:

$1-         Le guerre del ‘900 hanno causato un numero di vittime tre volte superiore al numero di  morti di tutte le guerre di tutti i secoli precedenti: i sistemi della produzione industriale di massa sono stati applicati alla guerra causando “morti di massa”. Si riflette poco su cosa è accaduto nel ‘900: la Shoah, i Gulag, Auschwitz e la Kolima…

$1-         Le nuove guerre nascono dalla convinzione che “il nostro stile di vita non è negoziabile”, sono guerre per il possesso non solo del petrolio, ma anche  dell’acqua, della terra… della vita.

$1-         Oggi non sono tanto gli eserciti che si combattono tra loro, le guerre si accaniscono contro i civili, contro le città (“urbicidio”), i luoghi della civiltà e della cultura.  Esempio emblematico furono i bombardamenti e l’assedio di Sarajevo città che rappresenta l’incrocio tra Oriente e Occidente. Con l’assedio e il bombardamento di Sarajevo si voleva minare l’idea di un’Europa dell’incontro e delle differenze (vale lo stesso per Baghdad e Timbuctù). Cancellare Sarajevo voleva dire cancellare la sua storia e la cultura islamica: in poche città si trovano chiese cattoliche, ortodosse, moschee e sinagoghe insieme come a Sarajevo.  Anche le mafie si accaniscono contro le culture.

$1-         Vi sono inoltre lati incomprensibili della guerra, una “banalità del male” che accomuna criminali e vittime. E’ facile dare giudizi quando non si è coinvolti. Purtroppo nel coinvolgimento scatta anche una forma di “felicità della guerra”, del massacro, talvolta anche come forma di autodifesa. Ciascuno di noi è al tempo stesso vittima e carnefice. Tutti dobbiamo darci una regolata perché non possiamo scaricarci ‘contro’. L’impegno per la pace non può esaurirsi nel partecipare a manifestazioni, bisogna indagare sull’aggressività e sulla solitudine alla radice dell’amore per la guerra.

$1-         E’ necessario procedere alla elaborazione del conflitto: anche la Cooperazione internazionale insegue l’emergenza ma non si cura della difficile elaborazione del conflitto. Non possiamo rimuovere il problema immaginando che l’assenza di guerra sia pace. La riconciliazione è un problema complesso, poche esperienze nel mondo (si veda quella in Sud Africa): costruire una narrazione condivisa di quanto è accaduto è molto difficile.

$1-         Gli aiuti allo sviluppo sono forme di neocolonialismo. Spesso gli aiuti ai “paesi poveri” sono interventi che portano vantaggi ai paesi che li offrono e alla loro economia: è la banalità del bene, un modo per riappropriarsi degli investimenti definiti “aiuto allo sviluppo”.

$1-         La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (1948) fu un compromesso tra il capitale e il lavoro, in effetti i 4/5 della popolazione mondiale non erano rappresentati. Ora la situazione è cambiata, basti pensare ai BRIC (Brasile, India, Cina). “Diritti umani”: termine da riconsiderare; bisogna interrogarsi sull’esigibilità dei diritti, alcunidiritti che diamo scontati per noi, entrano in conflitto con i bisogni di altri popoli.

$1-         Pacifismo e cooperazione sono in crisi. E’ necessario cambiare il nostro sguardo sul mondo e fermarsi a capire i processi di trasformazione: non rincorrere le emergenze, ma capire, conoscere, costruire relazioni, “fare insieme” non semplicemente “aiutare”. E necessario superare la logica del “proiettificio”, del “benefattore” e del “beneficato”.

$1-         Non c’è una divisione geografica tra paesi sviluppati e paesi sottosviluppati, un Nord dove i diritti sono assicurati e un Sud sottosviluppato. In ogni luogo o paese esistono aree e situazioni di sviluppo e sottosviluppo contemporaneamente. Non paesi poveri, ma paesi “impoveriti”. Gli aiuti allo sviluppo sono la forma del neocolonialismo che impone modelli di sviluppo nostri.

$1-         Osservando “le primavere arabe” abbiamo imparato che l’Islam politico non è fondamentalismo, ma la messa in discussione del colonialismo. Concetto non si stato ma di “bene comune”.

$1-         L’autogoverno fa parte del concetto di “decrescita” (nel limite è la misura del futuro) e di autonomia di pensiero. Come pretendere autonomia, quando noi stessi  non siamo autonomi?

$1-         Rapporto tra autogoverno e indipendenza: la parola chiave dei diritti umani è “autodeterminazione”: rivendicazione di autogoverno piuttosto che indipendenza. Non la creazione di nuovi confini, ma autogoverno cioè superamento dell’idea di stato nazione (v. 1 gennaio 1994: Chiapas).

$1-         Capacità di reinventare i diritti:  proposta di dichiarare il Kosovo “prima regione europea”. Pensare all’idea di “cittadinanza mediterranea”: le culture che si sono scontrate sono state la linfa che ha alimentato la nostra civiltà. Per cui è necessario superare il concetto di “aiuto” per recuperare il concetto di “fare insieme”, spendere tempo per conoscersi, sedersi e prendere il caffé insieme per conoscersi reciprocamente.

$1-         Necessità di superare gli stereotipi (es. gli africani sono tutti poveri). Valido il concetto di  ‘restituzione’.

Alcune conclusioni:

$1-         Siamo immersi in una trasformazione rapidissima: è necessario modificare il nostro sguardo: guardare dal di dentro e dal di fuori. Guardare la mia terra con occhi diversi. Non tentare di dare risposte “nostre” ai bisogni altrui, ma al bisogno di relazione e interdipendenza. Fermarsi a capire quello che accadrà, non rincorrere i programmi (intercettazione di bandi per la cooperazione che si inseriscono nel processo di finanziarizzazione).

$1-         Due le dimensioni che contano oggi, quella sopranazionale e quella territoriale. Mettere in relazione il proprio territorio con il resto del mondo.  Privilegiare la lettura del “nostro mondo”;  approfondire il tema di “modificare qua”.

$1-         La crisi dei partiti nasce dalla crisi dello stato nazionale: si può pensare a una struttura sovranazionale che però valorizzi l’autonomia territoriale.

$1-         La cooperazione passa attraverso la conoscenza reciproca Cooperazione come costruzione di relazioni, invece di rincorrere l’efficienza degli aiuti offerti con i nostri criteri.

$1-         Lo stato centralista ha prodotto la burocrazia. Recuperare una “politica locale”. Riprendere il nostro territorio. Necessario recuperare il presente recuperando le  radici della tradizione e  forme di auto-organizzazione del territorio.

$1-         Recuperare le regole di come nel passato veniva “curato” il territorio

$1-         Sostenere la formazione delle classi dirigenti. Approfondire l’idea di “buen vivir”, transizione o decrescita.

$1-         Sostenere la cultura e la bellezza e quindi: guardiamoci in casa, abbiamo bisogno di contribuire alla formazione delle nostre classi dirigenti. Investire in cultura e nelle classi dirigenti.

Emilia Ceolan

Insiste anche lei sulla necessità di riflettere e investire nelle relazioni: senza conoscere profondamente, non si può intervenire nella realtà. E necessario un rapporto di “reciprocità”.

Sostegno dell’educazione popolare, non con progetti proposti o imposti, ma seguendo i processi che stanno avvenendo e tenendo conto dei cambiamenti che nei decenni sono avvenuti.

Libri citati che possono essere utili :

M.Cereghin, M.Nardelli, Darsi il tempo, ed. EMI

James Hillman, Un terribile amore per la guerra, Adelphi

Samir Kassim, L’infelicità araba, Einaudi

Pagine a cura di Mariarosa,  Sandra e Marianita.

Seminario centro sud 4 Maggio 2013

 

Chiesa della Sanità – Napoli

La solidarietà è rete

Sabato 4 maggio 2013 si è svolto, nel rione Sanità di Napoli, il seminario della Rete Radia Resh del centro-sud. Non parlo più di centro-sud-ovest, perché la prima grande cosa bella di questo seminario è stato il contattare gli amici della Puglia e percepire in loro la grande gioia di sentirci e di partecipare. Eravamo presenti: Angela e Radj da Polignano; la rete di Salerno con Margherita, Giovanni, Anna, Luigi, Lucia, Gabriella e Gennaro (referenti del percorso in Nicaragua) e Lella, amica del percorso che la rete con altre realtà salernitane; la rete di Napoli/Pozzuoli con Teresa, Carla, Mariella, Pina, Franco, l’amico Eugenio, presidente del MEIC di Pozzuoli che cammina con la rete e la fondatrice Ada, non presente fisicamente, perché la salute non le permette più di muoversi, ma con lo spirito, il cuore ed una bellissima lettera che allego; Ermanno di Pratella(CE), vecchio amico della Rete; la rete di Roma con Anissa, Mauro, Angelo e Raffaella; la rete di Cagliari con Pierpaolo e due sue amiche di Ponticelli; Silvana, Vincenzo e Felicetta amici della comunità di Michea e naturalmente il nostro ospite Alex Zanotelli. Ci siamo incontrati ed accolti con grande entusiasmo condito da caffè salernitano e sfogliatelle napoletane. Accomodatici in cerchio nella stanza dove ogni terza domenica del mese la comunità di Michea si incontra con la Parola di Dio e la spiritualità concreta di Alex Zanotelli, ci siamo presentati raccontando anche un po’ delle varie reti locali e a Mauro Gentilini abbiamo lasciato la narrazione della storia della Rete, per gli amici ospiti ma anche per tutti noi, la memoria delle figure ispiratrici ravviva le motivazioni dei nostri percorsi. In questo ci ha aiutati anche Pierpaolo che ha suddiviso la storia della Rete in tre periodi. Introduco, quindi, il tema del seminario: la Rete l’anno prossimo compirà cinquant’anni e vuole approfittare di quest’occasione non per autocelebrarsi ma per trasformare la memoria in strumento di riflessione sul senso e sul come fare solidarietà oggi e domani, e vuole farlo in un percorso, dai seminari al convegno 2014, di confronto interno ed esterno. La parola quindi ad Alex che, dopo il suo affettuoso buongiorno di benvenuto e il ringraziamento per quanto fatto dalla Rete in questi anni, in particolare anche per Korogocho, ci ha subito lanciato una domanda per la nostra riflessione pomeridiana: “Come mai la Rete si è sviluppata soprattutto al Nord? Perché al Sud abbiamo più difficoltà a metterci insieme, mentre saremmo quelli che ne avremmo maggiormente bisogno, soprattutto in questo momento in cui è soprattutto il Sud a vivere la crisi?”.  Quindi ci ha fornito due presupposti fondamentali per parlare di solidarietà.

$1-         IL MISTERO. Tutto ciò che facciamo deve fondarsi su un valore, per i credenti può essere il trascendente, l’amore, per i non credenti l’ideale; l’uomo è essenzialmente anche un animale religioso e quindi non può resistere, soprattutto in questo mondo attuale, senza una mistica.

$1-         L’indispensabilità di leggere e conoscere il contesto in cui viviamo e verso cosa stiamo andando: la finanza ha preso il sopravvento sull’economia con un conseguente scollamento  tra economia reale ed economia virtuale; siamo, purtroppo tutti, inseriti in un sistema (o’ sistema) che permette ai pochi ricchi di avere sempre più e questo sistema è protetto dalle armi (in particolare l’atomica) e pesa sul pianeta con conseguente crisi ecologica; andiamo verso l’uso sempre più ampio delle BIOMASSE, gli scienziati potranno sempre più riprodurre tutto, vita compresa, in modo artificiale; ci troviamo quindi  di fronte ad una grave crisi antropologica.

Alex continua la sua riflessione rispondendo alle domande traccia del seminario. Parte, naturalmente, dal gruppo “quale solidarietà oggi”. Prima di tutto ci esorta ad eliminare dal nostro linguaggio parole come “sud del mondo” non esiste più un sud e un nord, siamo un unico mondo in difficoltà e quindi la solidarietà va pensata globalmente, siamo tutti strettamente interdipendenti, gli egoismi vissuti nell’occidente hanno avuto ed hanno i loro effetti nei paesi impoveriti ma ormai si ripercuotono anche su di noi. Per evitare una solidarietà assistenzialista bisogna fare una seria critica alla cooperazione fatta finora, alla missionarietà e porre come fondamento il camminare con chi ha bisogno e l’esserci dentro. Essere consapevoli che nonostante i nostri sforzi siamo tutti immersi in questo sistema macroeconomico sbagliato e che per uscirne realmente c’è bisogno di cambiamenti radicali. I bisogni delle persone non giustificano qualsiasi modo di raccolta fondi, è dura ma bisogna saper dire di no, perché è molto facile essere comprati…  E’ fondamentale che mentre i nostri referenti lavorano nei paesi impoveriti, noi, qui, agiamo sulle strutture che producono povertà, ma ancora non riusciamo ad incidere, ancora non riusciamo a praticare questo tipo di solidarietà. Così, per rispondere alle esigenze delle comunità marginali, soprattutto di stranieri, esistenti nelle nostre città, dobbiamo agire perché salti la legislazione italiana: Turco-Iervolino, Bossi-Fini, decreti Maroni. Altro aspetto fondamentale della solidarietà oggi è educare alla solidarietà, intervenire nelle scuole e nella cultura, per l’impegno politico Alex ci propone di avere un sogno, per lui come credente è quello di Dio che desidera per noi un economia di condivisione e di equità e questo presuppone una politica con la P maiuscola, i partiti devono essere nostri interlocutori, ma restarne liberi. Il nostro impegno politico deve essere quello di premere sulle istituzioni creando reti e cittadinanza attiva attraverso l’informazione e la coscientizzazione. Riguardo la guerra e le spese militari Alex ci fa una proposta concreta: promuovere, a partire da noi, una campagna di uscita dalle banche con lettera di motivazione. Le iniziative finora promosse non riescono a decollare, forse la Rete potrebbe essere il motore giusto. Rispetto alle altre associazioni, della rete Lilliput non è rimasto quasi niente: protagonismi, personalismi e carrierismi ne hanno impedito lo sviluppo, la RRR invece ancora  resiste e dobbiamo essere noi ad aiutare a fare rete, perché la strada della RRR è quella giusta, ma il momento è più duro e la sfida più difficile e in questo può aiutare proprio la memoria. Dopo una necessaria sgranchita di gambe e sorso di caffè passiamo alla chiacchierata con Gabriella e Gennaro, la chiamo chiacchierata perché proprio loro ci hanno chiesto di condividere in questo modo la loro esperienza di solidarietà in Nicaragua. E così è statofin dalla parola “progetto”. Gabriella e Gennaro contestano questo termine perché dalla loro esperienza hanno imparato che, mentre un progetto ha una meta e quindi una fine, la solidarietà è un percorso, uno stare lì ad ascoltare e pazientare. Sollecitare la crescita di una comunità assecondando anche i passi indietro, esprimendo il proprio disappunto, esortando, ma senza sostituirsi: percorso duro ma che hanno scoperto essenziale, mettendolo continuamente a vaglio critico, ci dicono, per questo, loro non se la sentono di poter rispondere alle nostre domande traccia, perché non c’è una via, una verità, ma è camminare insieme. Anche essi però come Alex, ritengono che il fare “rete” sia indispensabile. Sulla parola “progetto” c’è stato confronto, in particolare con  Anissa perché forse per la rete la parola ha un po’ il significato di percorso, mentre Gabriella e Gennaro hanno presente, per esperienza, i progetti delle ONG. Ma c’è un altro aspetto da considerare e cioè le situazioni diverse in cui ci si ritrova ogni volta. Quando Anissa, ad esempio, ha detto che la rete cerca di realizzare progetti richiesti dalle comunità, G&G ci hanno spiegato che nella loro situazione questo non accade, perché non sono ancora comunità, sono persone strappate dalla loro realtà, senza storia e tradizione. Da qui sono venuti due aspetti importanti della solidarietà: l’ascolto e la storia del popolo. Per questo Radj suggeriva che forse per fare comunità bisognerebbe pensare sin dal primo momento ad aiutare le persone a scoprire la propria storia e la propria cultura, quindi l’istruzione. A questo punto Giovanni di Salerno ha voluto introdurre un aspetto importante per lui e cioè che per fare solidarietà oggi bisogna essere e rendere consapevoli tutti, che ciò che ci sta succedendo oggi è un piano, e ce ne sono le prove, progettato e messo in atto da tempo da una regia che ha nomi e cognomi. Abbiamo interrotto questa riflessione perché il tema è molto importante e una pausa ai lavori era ormai necessaria. Segue una meravigliosa pausa pranzo. Meravigliosa per la convivialità e per la genuinità sia dello stare insieme che del cibo. In piedi, a buffet, in un’altra stanzetta della Basilica di Santa Maria della Sanità o Convento del Monacone, abbiamo gustato un gateaux di patate salernitano; dal casertano pane casereccio, formaggio, fave e vino; pizza e taralli napoletani; una torta e una crostata deliziosa da Salerno; acqua del rubinetto e nessun rifiuto di plastica, tutto con il modico contributo di 5€ a testa. Era così bello quel modo di mangiare e dialogare insieme, che non è stato facile rimetterci a sedere e riprendere i lavori. I lavori si sono riaperti dalla domanda che Alex ci ha lanciato all’inizio: “perché la rete si è sviluppata soprattutto al Nord e non al Sud dove ce ne sarebbe più bisogno?”. Qui è subito intervenuta Angela di Polignano, dove la rete da tempo non ha contatti col nazionale ma vive delle importantissime esperienze di solidarietà nel territorio con lo spirito della rete. Angela ha esplicitamente detto che il loro allontanamento è stato dovuto alla costatazione di una forte diversità tra la rete del nord e quella del sud, perché diverse sono le due realtà e da parte del nord non c’è stato ascolto e quindi difficoltà di comprensione di questa differenza: i giovani del sud senza lavoro, non potevano e non possono oggi ancor più, fare l’autotassazione per progetti fuori dal proprio territorio in difficoltà e si aspettavano che le reti del nord avessero aiutato ad essere RRR in un altro modo. È mancata la solidarietà all’interno della rete. Gli interventi a seguire sono stati molto vicini a questo argomento, si è visto che anche altre esperienze di solidarietà sono in difficoltà perché manca l’amicizia nel gruppo, nel territorio. L’amica Lella, dell’associazione Paideia di Salerno, aderente al MoVI, ci esortava ad intraprendere e/o ad intensificare questa riflessione che stiamo facendo in vista del convegno del 2014,  immediatamente con le altre realtà che sul territorio stanno facendo lo stesso: purtroppo questo lavoro di rete sul territorio risulta più difficile del tessere relazioni con una comunità lontana, ma è necessario per il qui e il là. Da qui proposte concrete di costruire reti e comunità, Alex insiste che il futuro del mondo (e della Chiesa) saranno piccole comunità che tentano di vivere un’economia sempre più distaccata dal sistema e che quindi testimoniano che si può vivere fuori da questo sistema. Questa è stata anche la risposta al tema introdotto da Giovanni a fine mattinata, da più voci è emersa la pericolosità di parlare di questa regia, che, perché incomprensibile, può indurre alla rassegnazione, mentre testimonianze di vita altra e di boicottaggi possono costruire speranza e reazione. Passando al tema dei giovani, del perché non sono nella Rete, anche qui abbiamo rilevato mancanza di ascolto delle nuove generazioni. Abbiamo riflettuto sul nostro modo di svolgere i coordinamenti e i convegni, molto spesso avviamo i lavori senza tener conto che ci sono nuovi amici e usando un linguaggio un po’ chiuso, forse temendo di essere contaminati da altro. Alex ha voluto salutarci con la lettura dei primi cinque versetti del cap. 21 dell’Apocalisse (seconda lettura della liturgia della domenica successiva) invitandoci a leggere e vedere cieli e terre nuove qui e non nell’aldilà, cieli e terre nuove che si realizzeranno se noi lo vogliamo e attraverso le nostre scelte. Quindi la recita del Padre Nostro tenendoci per mano e attraverso quelle mani una scossa di energia e di incoraggiamento per il prosieguo del nostro cammino. Credo che il seminario sia già stato un’esperienza viva di solidarietà, un’occasione per il sud di ritessere rapporti, quante telefonate con Teresa e i contatti ripresi con gli amici pugliesi, è nato il desiderio di rivederci quest’estate e cercare di tessere un percorso di amicizia e di Rete del sud. Ringrazio per questo chi, in particolare Anissa e Pierpaolo, ha spinto perché il seminario si facesse tra Napoli e Salerno. All’inizio ci sembrava impossibile, ma la temerarietà ci ha permesso di vivere un’esperienza che lascerà segni e frutti in ognuno di noi.

Con affetto

Lucia Capriglione

Seminario nord ovest 12 Maggio 2013

 

Genova, c/o Comunità di San Benedetto al Porto

Ore 9,30-10,00 accoglienza con focaccia genovese, tè e succhi di frutta. Alle 10,00 cominciamo i lavori, sono presenti le reti di: Genova Sergio F, Armando S. ed altri amici; Quarrata: Antonio, Sergio, Mariella, Patrizia; Pisa/Viareggio: Franca Rosa, Giusi, Giorgio G, Claudio, Angela, Rosita, Enrica, Giorgio M, Teresita; Piacenza: Teresa; Torino: Maddalena, Maria, Francesco, Barbara; Alessandria: M. Teresa, Gigi, Mario;Casale: Roberto, Piera, Claudio, Jennifer, Paolo, Beppe, Mariachiara, Cristiana; Milano: Irene, Gloria, Dino, Liviana, Silvia, Maurizia; Saronno:Daniela, Giulia, Alessandra. M. Teresa introduce. Prima delle ore 13 avremo la testimonianza di un rappresentante della Comunità di San Benedetto al Porto, che ci ospita, don Gallo è appena rientrato dall’ospedale dove è stato ricoverato per cure e accertamenti, chi desidera potrà incontrarlo durante la celebrazione alle ore 12, in Parrocchia (è il nostro ultimo incontro!). Ogni rete racconta la propria storia (a disposizione un verbale dettagliato). ALLE ORE 12, CI RAGGIUNGE MARCO DELLA COMUNITA’. Don Gallo è a casa e sta meglio (purtroppo poi ci lascerà). La Comunità ha 45 anni di storia: nasce in seguito all’allontanamento di don Andrea dalla parrocchia del Carmine, dove non era ben accetto dal ceto “borghese”, le parole del Vangelo venivano lette e commentate, durante la Messa, affiancate ai fatti quotidiani raccontati sui giornali. Nonostante buona parte del quartiere fosse sceso in piazza, don Gallo deve lasciare, viene accolto dal parroco della parrocchia di San Benedetto al Porto e questo diventa il quartier generale della futura Comunità, perché don Andrea, riceve e accoglie chi con i suoi problemi bussa alla sua porta. Negli anni ’80 era forte il problema della tossicodipendenza e la comunità si specializza su questo aspetto, ma non trascura le altre sofferenze e povertà, compresa la tratta umana e i rifugiati politici. Le persone accolte vengono subito reinserite nel territorio e fanno percorsi che li aiutano a reintrodursi nel tessuto sociale. I finanziamenti arrivano dalle rette delle ASL, dalle Regioni e dal lavoro di tutti all’interno dei diversi progetti di recupero, dall’autogestione (falegnameria, legatoria, prodotti delle terre tolte alla mafia) e anche da donazioni di privati o fondazioni. Oggi sono cambiati gli utenti, sono cambiate le dipendenze, oltre alle nuove droghe sintetiche c’è la dipendenza da gioco d’azzardo, l’alcolismo è più diffuso e grave. La costruzione di Comunità di riferimento è la sfida per il futuro della Solidarietà.

I gruppi

Al pomeriggio si formano i gruppi: in uno viene affrontato in particolare il tema della scuola come luogo di trasmissione di valori e dal quale partire per educare alla solidarietà. La Rete di Saronno ha presentato il progetto nato attraverso Waldemar Boff a Petropolis, in Brasile, a seguito dell’esperienza di Giulia la quale ha trascorso alcuni mesi presso la comunità Agua Doçe nella Baixada Fluminense (una delle favelas più grandi del Brasile) lavorando come volontaria in uno degli asili nido della comunità. Il progetto ha visto il coinvolgimento di circa 200 bambini di scuole materne e asili nido del comune di Saronno. È stato creato uno scambio di “informazioni”, un dialogo, con i bimbi di Petropolis sviluppando alcuni temi legati al contesto sociale, ma anche ai loro sogni per un vivere migliore, attraverso disegni colorati e pensieri. Siamo rimasti particolarmente colpiti dai disegni dei bimbi brasiliani di 2 e 3 anni i quali, con tratti semplicissimi, riuscivano ad esprimere il loro disagio di fronte ad una realtà dura, ove erano rappresentate scene di violenza, di uso di armi, rapine, guerra di strada. Quale rapporto con le istituzioni e con la politica in Brasile? Come rendere le operazioni autosufficienti? Esistono realtà (es. cultura e sanità), che difficilmente potranno raggiungere tale obiettivo. Che fare? La nostra riflessione si è rivolta al bisogno fondamentale di “educare” i ragazzi alla solidarietà partendo proprio dalla scuola, portando testimonianze, esempi concreti, conoscenza. Dino, dell’Associazione Bottasini di Carugate, ha raccontato la sua esperienza nelle scuole. Dino e Gloria seguono da più di 30 anni piccole comunità del Nicaragua (RRR sostiene uno dei loro progetti in Nicaragua, ad El Bonete), e ogni anno si recano in Nicaragua per portare avanti i progetti. Nelle scuole portano la loro testimonianza di vita (v. progetto allegato). Dino aggiunge che il loro sostegno comprende anche la parte formativa dei ragazzi che vengono seguiti fino all’università, con l’impegno di tornare nel villaggio per insegnare o lavorare. Viene messo in evidenza, invece, il programma di Waldemar Boff il cui obiettivo è quello di trasferire i nidi e le materne, una volta partito il progetto, direttamente al comune. Attualmente ci sono delle difficoltà oggettive e molti nidi stanno chiudendo. Viene affrontato un altro aspetto, quello della “invasione culturale”: spesso noi vogliamo portare la nostra idea ed imporla come prerogativa e scelta migliore, senza invece essere capaci di ascoltare i bisogni reali. Si discute sull’importanza di fare delle scelte consapevoli (ad es. ecologiche). Si parla dell’importanza dei beni comuni. Come sensibilizzare le singole comunità? Dino espone come esempio quello del collettivo delle donne ceramiste del Nicaragua. Continua la produzione dei filtri di terracotta anche se spesso vengono utilizzati filtri di plastica, sono meno costosi e non si rompono. Mentre i filtri di terracotta hanno una capacità elevata di filtrare e potabilizzare l’acqua. Il mercato prevale sul bene comune? Nel secondo gruppo si discute sull’evoluzione dei rapporti con il terzo mondo: NORD e SUD sono due categorie non più geografiche. La rete è nata prima di tutto cercando di dare una solidarietà politica, ma questa ha creato fratture in passato (esempio palestinese o brasiliano in cui nel primo caso c’era chi sosteneva che si aiutavano i terroristi e nel secondo chi metteva in dubbio la giustizia dell’occupazione delle terre da parte dei Sem Terra). Riportiamo di seguito alcune riflessioni, sono talvolta parole d’ordine o concetti su cui meditare. C’è sempre un Sud del mondo : “Nord e Sud” sono concetti che si vivono anche tra quartieri di una stessa città . Ci domandiamo se oggi stia vincendo la sfida liberista rispetto a quella socialista. La ricchezza che viene dall’alto è vera ricchezza? I poveri potranno attingerne? (riferimento al Brasile) Proposta: creare reti internazionali, senza divisioni tra nord e sud, sforziamoci di trovare le cose che ci accomunano per lanciare una RRR di respiro internazionale. Ciò a partire dal nostro piccolo,con l’aiuto reciproco. Un’internazionale di reti potrebbe essere una forza nella lotta per aiutare chi non ha diritti a causa del nostro stile di vita (esempio recente del dramma in Bangladesh). La gente solidarizza quando diventa povera, non quando si arricchisce, chi emigra cerca di scappare dalla sua situazione “del SUD”; lo Sguardo Internazionale è uno strumento per smettere di chiamarci nord e sud. Il linguaggio non è neutrale: educa o diseduca. Cos’è la solidarietà? Ha una moltitudine di significati, quali le attribuiamo? Può essere affrontata con molte modalità, quali scegliamo? Quanto agiamo nelle strutture che portano alla povertà nel mondo? E’ necessario un ricambio generazionale per avere letture diverse e per uscire dai recinti e aprirsi. Come fare a comunicare con i giovani? Che linguaggio usare? Sono problemi che dobbiamo porci nella nostra quotidianità, sempre con la prospettiva di questo cambiamento che sta avvenendo. Proposta: riprendere seminari e pratiche con i giovani Mandare i giovani a fare esperienze internazionali è importante perché capiscano come camminare “con” gli altri conoscendo di persona i valori culturali. Il volontariato dev’essere dunque CON e non PER gli altri. Ora ci sono nuove povertà (alto tasso di disoccupazione per esempio) e molte realtà della rete sembra ne abbiano preso coscienza. Dunque, come bisogna pensare la Rete oggi? Tenendo conto della moltitudine di povertà come si deve muovere la rete e con chi deve collaborare? Chiediamoci sempre se togliamo o diamo speranza quando costruiamo un progetto, ciò deve esser alla base delle scelte di ogni rete e di ogni persona. Stiamo facendo discorsi un po troppo “ intellettualoidi” sui progetti, politici e non, ma teniamo conto che noi non siamo i Migliori: cerchiamo di essere inclusivi e aperti con le altre realtà di solidarietà. Prudenza però nell’aggiunta di nuovi progetti: non allarghiamoci troppo Noi abbiamo componente razionale ma anche emozionale, ed è proprio quest’ultima che smuove la gente. Se sentiamo vicina la povertà dobbiamo tenerne conto. I nostri progetti sono il sangue del movimento e noi non siamo assolutamente fermi: siamo nati nell’ottica nord-sud quindi evidenziamo il valore che ha marcato la nostra società. Uniamo progettualità e formazione: abbiamo chiuso molti progetti perché ritenuti meno importanti rispetto ad altri e questo è da evitare. Solidarietà significa che quando ci è chiesto un aiuto si fa fare anche a chi ce lo ha richiesto. Non dobbiamo giudicare ma criticare. Ogni azione che si fa incide, spesso gli aiuti di cooperazione fanno danno, ecco perché è essenziale una buona analisi politica. Qualsiasi cosa che facciamo qui o lì deve avere una stessa valenza politica. Importantissimo il tema della Restituzione: quanto dobbiamo a coloro a cui abbiamo tolto per permetterci lo stile di vita che abbiamo? Impariamo a lasciare alcune cose (ad esempio l’idea di proprietà privata), togliamoci le zavorre inutili per tirar fuori il meglio. Ricordiamo che il significato di economia è buona gestione della casa.

Seminario centro sud est 12 Maggio 2013

Senza memoria c’è futuro? Quale solidarietà?

Sono presenti: venti tra aderenti e simpatizzanti delle reti di Pescara e Macerata. Sulla Solidarietà ha relazionato padre Alberto Panichella dicendo che essa non deve essere confusa con l’assistenzialismo. Certamente, di fronte all’emergenza umanitaria di chi muore di fame o di malattie è necessario intervenire, ma l’assistenzialismo provoca assuefazione,  rassegnazione, dipendenza, toglie la voglia di lavorare, di migliorare le proprie condizioni e crea mendicanti di comodo. Ne sono esempio  gli africani che il colonialismo bianco ha reso tali : un nero che vede un bianco, tende inevitabilmente la mano in quanto  per lui bianco vuol dire soldi. Panichella parla di due tipi di solidarietà: liberatrice ed equitativa. La prima è quella che libera gli oppressi, secondo il messaggio di Cristo, facendo loro prendere coscienza delle proprie potenzialità capaci di realizzare una società nuova, basata su un diverso modello di sviluppo non più capitalistico, ma collettivistico e contrario al Dio Mercato. La società cambia attraverso la vera conversione, prima di tutto del cuore, che fa riconoscere all’uomo i peccati sociali di cui è complice, poi delle strutture collettive.   Pertanto gli aiuti devono essere usati per educare inducendo le coscienze assopite a svegliarsi, a cambiare punto di vista, ad autogestirsi e, così, cambiare il sistema ingiusto. La rivoluzione pacifica brasiliana testimonia che quanto detto prima si può fare ed in Brasile un ruolo importate al cambiamento è stato svolto dalla Chiesa Profetica, dai Teologi della Liberazione, dalle Comunità Ecclesiali di base che si sono date l’obiettivo di formare culturalmente la gente e prepararla al cambiamento che parte dagli stessi oppressi e non dal di fuori, evitando il conservatorismo e  l’assistenzialismo, evitando di idealizzare la povertà come condizione unica per meritare il Paradiso, mal interpretando il Discorso sulle Beatitudini di Cristo, a volte strumentalizzato proprio da alcuni religiosi. La solidarietà equitativa, per capire la quale bisogna pensare alla comunione dei beni dei primi cristiani,  è essenzialmente risarcitoria perché serve a devolvere a chi ha meno il nostro di più, razionalizzando che noi, mondo sviluppato, abbiamo tolto agli altri risorse, impoverendoli. Inoltre quest’ ultimo tipo di solidarietà ci permette di apprezzare differenti culture, differenti creatività, altri modi di ospitalità, di arte, di letteratura,  cercando di farci perdonare dei danni fatti. Il secondo intervento è stato quello di Silvano Fazi sull’Associazionismo  che negli anni ‘90 ha avuto una grossa espansione nella consapevolezza dell’ingiustizia. Sono nati il Commercio Equo Solidale, il Movimento per la Palestina,  la Tavola della Pace, il Comitato per l’Acqua e tante altre associazioni che hanno fatto aumentare la consapevolezza che solo associandosi è possibile cambiare le cose e prendere coscienza che la nostra concezione di società molto spesso è sbagliata, ha imposto il concetto di sudditanza, ha progressivamente consumato risorse mentre abbiamo molto da imparare da quelli che riteniamo inferiori o arretrati. Dobbiamo avere la consapevolezza e l’umiltà di riconoscere che facciamo quello che possiamo, senza cadere nella sensazione dell’innopotenza o nella disperazione di non sapere che fare per eliminare l’ingiustizia. Infine il terzo intervento di Silvio Profico sul tema del Populismo è partito dalla considerazione che oggi le piazze della politica sono vuote, mentre quelle religiose sono piene, anche grazie all’intuizione di Papa Francesco a dichiararsi Vescovo di Roma, non più Sovrano, ma uomo che può sbagliare, che ha bisogno di aiuto, e che democraticamente vuole condividere decisioni e responsabilità. Il male gravissimo della personalizzazione della politica ha provocato narcisismo, mancanza propositiva, indignazione senza impegno, sconfitta dei movimenti e della società civile, astensionismo dilagante, non valori e conseguente disastro etico, sociale e politico,  predominio dell’economia sulla società, lavoro e giovani in crisi, Europa troppo ripiegata su sé stessa, non completata, senza un ruolo mondiale. Cosa proporre allora?

·        Si all’indignazione ma con l’impegno di farsi carico dei problemi del Paese

·        Si ai valori irrinunciabili quali la solidarietà, la giustizia, la pace

·        Si alla sovranità dei consumatori, dei risparmiatori, degli investitori (Banca Etica)

·        Si alla politica dei Beni Comuni

·        Si alla cittadinanza attiva

·        Si all’alternanza di governo

·        Si alla gradualità di obiettivi da raggiungere

·        No ai collateralismi con cui si vogliono trasformare i movimenti in partiti politici

·        No ai velleitarismi (Ingroia)

·        No al Web inteso come unico mezzo di comunicazione

·        No al minoritarismo di nicchia

·        Viva il noi, abbasso l’io

L’augurio finale è stato quello di rivedere i cittadini  prendere parte attiva all’amministrazione della cosa pubblica non per protagonismo, ma per partecipare con impegno comunitario  all’esercizio della giustizia, della libertà, della democrazia.

Alle ore 14.00, esauriti gli argomenti all’ordine del giorno, la seduta è stata tolta per consumare insieme un pranzo la cui preparazione è stata  curata dai  partecipanti nello spirito comunitario che ha ispirato tutto l’incontro. 

Maria Cristina Angeletti

Seminario Roma 24 e 25 Novembre 2012

“BENE COMUNE, MOVIMENTI E POLITICA: SEGNI DI SPERANZA”

Introduzione di Silvestro Profico

Intervento di Mauro Gentilini

Intervento di Raniero La Valle

Dibattito con i partecipanti al seminario

Introduzione di Silvestro Profico:

“A Casale si è deciso di destinare questo spazio a un mini-seminario di prosecuzione del discorso dell’ultimo Convegno: bene comune, movimenti, politica.

Si è ritenuta urgente tale riflessione specie in vista dell’importanza proprio “storica”  dell’attuale momento politico-sociale e delle prossime elezioni, nonchè della pressante domanda di “speranza” che avvertiamo tutti, sollecitataci in particolare da Maria Rita di Noto: sì alle analisi ma anche cosa fare, contribuire a far luce, cercare soluzioni, offrire prospettive e percorsi, “cercare ancora e assieme”.

Ovviamente, non siamo una sede partitica ne un centro studi ed iniziative socio-politiche. Tanto meno possiamo o dobbiamo dare soluzioni tecniche, di schieramenti, liste elettorali, ecc.. Nella Rete convivono tante anime e sensibilità che sono anche la nostra ricchezza, concentrate sui grandi temi della solidarietà, della condivisione, della giustizia, della relazione, ecc..Non dobbiamo ne possiamo votare quindi documenti e posizioni al di fuori della nostra “mission”.

Dobbiamo, possiamo e vogliamo solo fare tra di noi, con l’amico Raniero La Valle che ci darà il suo autorevole contributo di idee ed esperienza e che ringraziamo di cuore per la sua pronta disponibilità, una riflessione alta, culturale, sociale e Politica (con la P maiuscola!), sui grandi temi  di questo momento storico.

Per parte mia, farò solo brevi considerazioni introduttive, esprimendo solo mie convinzioni problematiche.

Viviamo un momento proprio drammatico sotto tanti punti di vista. Avanzano pericolosamente disaffezione, disperazione, impotenza, confusione, rassegnazione, qualunquismo, ecc.., con terribili situazioni giovanili e non, in termini di lavoro, studio, protezione sociale, ecc..

Tanti “mali” erano precedenti come inizi ma credo proprio che il berlusconismo ha costituito un vero disastro etico, morale, sociale, economico e politico, con una abbondante semina di disvalori, di cui si è impregnata la società (individualismo, concezione della donna, uso delle istituzioni, scempio di democrazia, ecc.): c’è perciò una società da rifondare profondamente in termini economici, culturali, sociali e politici, con un grande sforzo collettivo che escluda arroganze, personalismi, esclusivismi, autoreferenzialità.

Monti ha ereditato “macerie”, ci ha evitato il baratro, ha  ridato affidabilità al Paese ma ha fatto “macelleria sociale”. Il sistema politico-istituzionale ha avuto un’epocale caduta di credibilità (casta, corruzione, incapacità di riforme, ecc.), facendo dilagare antipolitica, qualunquismo, populismo. La situazione economico-sociale è precipitata oltre misura, dando spazio anche ad assurde richieste di ritorno alla “lira”, invece di rafforzare i progetti Europei in termini Istituzionali e di solidarietà.

In questo sommario contesto, punti decisivi strategici specie per i Movimenti mi sembrano:

1) Sforzo di elaborazione comune, offensiva programmatica, discontinuità. La questione economica-sociale è ora complessa e non ci sono soluzioni facili nè di breve periodo;

2) No alle cooptazioni ed ai collateralismi, no al minoritarismo di nicchia, sì al realismo ed alla praticabilità, anche raccordandosi al massimo col sistema partitico per un’azione la più efficace possibile;

3) Temere sempre il possibile ritorno del “vecchio”, accettare mediazioni necessarie, gradualità di obiettivi. Proclamare esigenze, bisogni, valori e diritti è necessario ma non sufficiente senza proposte di strade e soggetti, senza costruire consenso per mutare i rapporti di forze.

4) Accettare la sfida del Governo, dimostrare la qualità programmatica e la praticabilità di una alternativa credibile e autenticamente Politica (per chiudere la fase “tecnica”).

Il compito è proprio gravoso, dobbiamo rifondare politica, economia, finanza, cultura. Ci sono tante ricchezze sparse, tanti fermenti eccezionali, tanti stimoli (anche ecclesiali: siamo a 50 anni dal meraviglioso Concilio Vaticano II), tante testimonianze: facciamo Rete nel senso più ampio, costruiamo speranza operosa!”

Intervento di Mauro Gentilini:

“Questo interesse della Rete per l’attualità politica italiana è inconsueto; si verificò solo quando Ettore decise – chiedendo il nostro parere – di candidarsi per la Sinistra Indipendente. Ricordo le grandi e infuocate discussioni e poi l’abbandono di molti amici, troppo accecati dalla sottomissione ai diktat degli USA e del Vaticano.

La situazione di allora era difficile, ma molto meno confusa e drammatica di oggi. Quindi ritengo opportuno parlarne per cercare di chiarirci un pò le idee, al fine di proseguire poi con più determinazione le nostre attività peculiari.

L’austerità e il rigore sono necessari perché ci allontanano dal baratro. Monti, spalleggiato dal solito Napolitano, continua a ripetere che le riforme imposte agli italiani con i dolorosi sacrifici sono vanto del suo governo. Intanto, i sacrifici li pagano i piccoli, gli indifesi, quelli in regola con le tasse, non le caste, non i membri dell’accolita Monti; le sbandierate “riforme” (o “controriforme”) si abbattono sui lavoratori, sui pensionati, sui precari, sugli esodati. E poi la situazione non è migliorata, non siamo fuori dalla crisi recessiva, tutti i dati economici e occupazionali sono peggiorati con Monti.

Le proteste aumentano e cresceranno fino ai livelli spagnoli e forse greci. Tutto è sotto il dominio della grande finanza, delle banche, delle agenzie di rating, strettamente associati. La politica subisce e opprime, spesso volente o non volente, le popolazioni.

La crisi è nata nel 2008 negli USA ed è peggiore di quella del 1929. E allora vediamo il punto di vista di un economista statunitense, Paul Krugman, Nobel per l’economia nel 2008 e autore di “Fuori da questa crisi, adesso!” (Garzanti 2012)

Leggo alcuni passi da un suo articolo apparso su “Internazionale” del 5/10 scorso, quando balzò alla ribalta la crisi spagnola.

(vedi allegato)

Tornando al discorso generale ho l’impressione che l’Occidente tutto dipenda dai valori della finanza che la fa da padrona, emarginando il lavoro, affossando, spera per sempre, la democrazia; e così facendo avviando al disastro generale tutto il sistema, basato finora su un capitalismo oppressore sì, ma attento a non commettere pazzie che avrebbero travolto esso stesso.

Adesso abbiamo vicine le nostre elezioni politiche e si trama, anche scopertamente, per il Monti-bis, per continuare sulla stessa linea (sacrifici, rigore, austerità spinta). Nessuna novità: niente patrimoniale, niente vera, radicale lotta all’evasione fiscale, nessuna possibilità di futuro per i giovani. Tagli, tagli e sempre tagli, accompagnati da promesse regolarmente bugiarde.

Insieme, alterigia, albagia, supponenza del capo dell’esecutivo e di quasi tutti i suoi ministri.

La Cancellieri elogia i poliziotti che impazzano sui manifestanti inermi, non sui provocatori attrezzati. Della Fornero, di Passera, Grilli, Patroni-Griffi meglio non parlare; sappiamo tutto, se non ci abbeveriamo solo ai media asserviti.

Terzi protesta subito per l’attentato al bus israeliano a Tel Aviv. Non mi risulta che abbia profferito parola sui tanti morti provocati dalle bombe degli aerei israeliani su Gaza. Molto bello e significativo.

Ma c’è un fatto che sconvolge (o dovrebbe, se si ragiona e si ha cuore) l’indegno comportamento con i malati di SLA: promesse, dinieghi, nuove promesse, nuove smentite. Comunque finisca una vergogna per l’intera accolita, che pretenderebbe, appoggiata dall’impagabile Casini, dal super capitalista Montezemolo, dall’indefinibile Bonanni, da vari ometti e donnette del PD, e, buon ultimo, dal sorprendente Andrea Riccardi (mai lo avrei pensato così coinvolto in una certa politica), di proseguire sulla stessa strada portandoci verso l’ignoto.

A parte tutto questo, possiamo avere fiducia in chi nomina sottosegretario alla Presidenza un De Gennaro e non fa rimuovere tutti i pezzi grossi della Diaz condannati definitivamente dalla Cassazione con motivazioni che dovrebbero indurli a sotterrarsi dalla vergogna, tanto più che hanno “goduto” finora di promozioni e riconoscimenti?

Caro signore bocconiano, non basta avere buone maniere (non con tutti, ma con i suoi pari), il ben vestire, il sorriso ipocrita, la stima dei finanzieri per pretendere la riconferma col collaudato sistema furbesco ordito dal suo amico Napolitano (non credo ad un improvviso dissenso sorto tra i due proprio ieri).

Su Napolitano non spendo parole, ma sarebbe bene che un giorno o l’altro qualcuno ripercorresse tutta la sua vicenda politica, assai poco commendevole e che non presenta alcuna luce, ma solo ombre (parlo di ombre politiche, non d’altro genere).

Dobbiamo votare e molti di noi ancora non sanno per chi.        È certo che astenersi non porta che a favorire i peggiori: è sempre stato così. Che l’astensione di massa faccia capire a chi di dovere di dover cambiare rotta è una mera illusione.

È chiaro che dal nostro dibattito non possono uscire soluzioni, indicazioni di voto; non è proprio compito nostro. Però, parlandone, possiamo aiutarci l’un l’altro ad afferrare meglio i termini delle questioni sul tappeto.

In tutti i casi noi continueremo nel nostro lavoro, non trascurando tuttavia quanto succede qui, perché sappiamo che con politici autoritari al potere, con l’instaurazione di un regime poco o nulla democratico, le attività solidaristiche rivolte agli ultimi, specie fuori dei nostri confini, verrebbero gravemente ostacolate.

Inoltre, una diffusa diminuzione dei nostri redditi scoraggerebbe una parte di cittadini dal guardare fuori dall’uscio di casa e darsi pena per quelli che stanno peggio.

Questo è il mio augurio perciò: perseveriamo nonostante tutto, e insieme facciamo quello che possiamo fare e riteniamo giusto per evitare una deriva perniciosa nella situazione italiana.”

Viene introdotto dalla segreteria l’ospite, riprendendo una frase di Paul Gauthier, che ci richiama alle nostre responsabilità e ci esorta sempre all’impegno e alla speranza:

“Ciò che è importante è che mentre noi là (a Nazareth) viviamo fra gli operai, voi, qui, agiate sulle strutture sociali per impedire che si fabbrichino ancora dei poveri”

Raniero è appena arrivato dalla Sardegna e riferisce di aver partecipato ad un evento in occasione del 50° anniversario del Concilio, il tema della situazione attuale riguarda anche il collocarsi della Chiesa e dei cristiani.

Raniero sta seguendo il movimento “Economia Democratica”, in questo contesto, dove è l’economia che comanda e non più la politica, ci si chiede “Cosa fare per sperare e andare avanti?”

Intervento di Raniero La Valle:

“Un dato di cronaca come punto di partenza: assistiamo ad una reazione dei poteri pubblici classica dei poteri repressivi in quanto cercano di reprimere le proteste. Il Governo tiene fede all’impegno di impedire che i conti saltino, ma lo fa in modo che non piace, toglie ai poveri a favore dei ricchi.

L’1% della popolazione impone leggi di povertà e impedimento rimanente 99%. La piazza insorge un po’ ovunque ed il Ministro dell’Interno Cancellieri dice che bisogna prevedere che ci saranno sempre più manifestazioni e quindi propone l’allargamento della “flagranza di reato”, con la possibilità di arresto fino a due giorni dopo la manifestazione. Il Governo risponde con degli ossimori, ce ne sono molti: non c’è lavoro, è stato tagliato il welfare, abbassato le pensioni, introdotti tagli drastici ai comuni e nel contempo si dice che l’Italia è uscita dal tunnel e si ripropone Monti.

Il precariato è diventato definitivo, si mette in discussione la progressività delle imposte e la tassazione dei redditi , la previdenza prima della pensione introduce all’esodo (deserto). La piena occupazione è un tema ormai impossibile da discutere, era uno degli obiettivo della Repubblica al momento della sua nascita, un’idea fondamentale, condivisa e le politiche erano orientate al raggiungimento di questo obiettivo. Oggi si sostiene addirittura che non è neanche positiva perché renderebbe la parte imprenditoriale più debole ed il prezzo per l’occupazione sarebbe il dissesto dell’economia.

Oggi nulla di tutto questo ha più valore.

Non ci sono soldi per pagare gli insegnanti di sostegno, si fanno classi di 25 bambini anche con disabili, però si tiene vivo il progetto del ponte sullo stretto di Messina.

Si trasforma il bene comune in disperazione generale. Con il cambiamento dell’art. 81 della Costituzione, ora il pareggio di bilancio è una norma giuridica: esso è un bene ma se fosse stata una norma a suo tempo non ci sarebbero stati i vari piani di sviluppo.

Senza politiche che investono sul futuro l’economia non può che ristagnare. Altra misura catastrofica è il fiscal compact che impone  entro il 2013 il raggiungimento del pareggio di bilancio ed entro 20 anni l’abbassamento del debito pubblico entro il 60% del PIL: questo significa che ogni anno dovremo fare  manovre suppletive per altri 60 miliardi.

Che senso ha fare elezioni? Cosa abbiamo da decidere con questi vincoli?

Bisogna capire che cosa sono i beni comuni, è il tema centrale dell’incontro. Impegnarsi per l’acqua e per il livello d’inquinamento va bene, ma se il paese va in rovina a cosa serve? Bisogna trovare il modo di avere un impatto sulla politica complessiva.

C’è la necessità di individuare il bene comune e gli strumenti per perseguirlo. Cosa è il bene comune? Non la nuda vita, ma è la “vita buona”. E’ il compito della politica, il principio viene da Aristotele “il fine della città è la buona vita, vita perfetta e indipendente vissuta in modo bello e felice. Il fine della politica sono le belle azioni”, i veri cittadini sono quelli che hanno una maggiore virtù, che hanno una visione della buona vita per tutti,  sono questi i fondamenti importanti.

Da Aristotele ad oggi noi abbiamo visto che non si può salvare nemmeno la nuda vita, un esempio è la fame nel mondo che doveva essere dimezzata nel 2015 ma invece forse è in aumento, si garantisce solo se perseguiamo la buona vita.

Condizioni politiche: se non c’è una buona vita non c’è sopravvivenza ma morte di un popolo. Ai curdi ad esempio è stata negata un’esistenza politica e ne è derivato che non c’è neanche la possibilità di vita, lo stesso per la Palestina dove il movimento non basta per salvarla, ci vuole la politica per salvare la Palestina.

Cos’è questa buona vita che si deve perseguire perché ci sia la nuda vita: è il “Diritto alla ricerca della felicità”, frase inserita nella dichiarazione d’indipendenza americana. Questo è il compito della politica, rimuovere  gli impedimenti e gli ostacoli alla ricerca della felicità, permettere che le persone possano perseguire la felicità in tante forme, ciascuno secondo le proprie capacità. L’ art. 3 della Costituzione recita “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”, dice proprio questo.

Sono necessari però gli strumenti per fare tutto questo.

Giuseppe Dossetti nel suo discorso “Funzioni e ordinamento dello Stato Moderno”, che fu un’esplosione di speranza e di volontà politica, cominciò con una citazione “La somma potestà consta di due elementi inscindibili: tutelare il diritto e difendere la felicità”.

Se questa non è pia illusione bisogna vedere quali sono gli strumenti perché lo stato possa realizzare questo concetto: il costituzionalismo. La Costituzione è un patto, lo stato assume l’impegno per raggiungere la felicità. L’economia deve rientrare nella democrazia. Accettare la frase “i mercati ci chiedono…”, già questo è una lesione ed una rinuncia della democrazia.

Cosa fare? Bisogna fare movimento, ma non basta se poi questo non diventa politica, diritto, riforma delle istituzioni, garanzia di libertà, limite e regole per le istituzioni.

Bisogna fare politica, ma con chi? Anche con i partiti che  però devono essere risanati. Non si può fare senza partiti, almeno sino a che non viene trovata un’alternativa. I movimenti non possono sostituire i partiti.

La malattia dei partiti è cominciata quando è stata sottratta loro la politica. Senza politica i partiti sono deperiti ed è rimasto loro solo denaro e potere.

Non è vero che i partiti di sinistra siano più democratici, ma sono quelli che più a lungo hanno rivendicato un ruolo della politica. Ragione per cui hanno espresso maggiore moralità e sensibilità verso la questione morale. Quando Berlinguer proponeva austerità (intesa come sobrietà), proponeva un ritorno alla politica. Quando invece Berlusconi propone l’arrivismo, l’arricchimento, il godimento, è la fine della politica.

Avrebbe potuto resistere la politica? Quando è cominciato il processo di neutralizzazione della politica? Negli anni ‘90 dopo la caduta del muro di Berlino, si sono fatte scelte repressive. Referendum Segni, legge mattarellum, legge Calderoli, gli sbarramenti, premi maggioranza, esclusione dei piccoli partiti dal Parlamento con il miraggio della governabilità. Tutto ciò ha contribuito ad impoverire la politica.

Oggi la democrazia è nuda. Gli strumenti sono venuti a mancare, lo stato aveva degli strumenti (Eni-Gepi-ecc.), c’era l’idea che lo stato doveva avere qualcosa per gestire il suo ruolo.  L’Art. 1 Costituzione Repubblica recita che l’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

Come si può realizzare questo principio se il lavoro non è più un diritto?

Come si fa a realizzare i compiti che la Costituzione affida alla Repubblica? Sono scritte ma rimangono lettera morta. La comunità politica non è in grado di togliere gli ostacoli che impediscono l’uguaglianza tra i cittadini.

Qui sta il nodo. Il fatto è che si è perseguito un disegno che ha rovesciato quello dell’inizio della Repubblica.

Per concludere siamo arrivati ad un trasferimento del potere dalla politica all’economia. La sovranità non è più degli stati ma dell’economia. Il processo dell’unificazione europea ha deluso le aspettative iniziali perché si pensava ad un’unità di popoli e culture, poi però si è presa la strada dell’unificazione economica. Il resto è passato in secondo piano, la rappresentanza è stata tagliata fuori.

È accaduto che invece di fare un unico stato europeo si è fatto del sistema economico un regime politico, sovrano. Il sistema del liberismo è diventato regime, un ordinamento, un potere che può imporre le sue leggi sugli stati quali che siano le loro maggioranze.

Quando è andato via Delors la priorità era quella di creare una commissione sotto il controllo dei popoli. E’ stato fatto uno sforzo per impedire questo risultato. Il primo candidato alla successione era il belga Dehaene, ma tutti si opposero perché era troppo europeista. Il mandato che ebbe il successore Santer era quello di “sfrondare” l’Europa e  la legislazione europea, bloccando la commissione e annientando una costituzione europea.

Vero scopo è stato quello di lasciare ai mercati e alle lobbies economiche lo spazio per dominare. Nel 1987 è stato firmato l’Atto Unico Europeo e si costruì solo il mercato unico. Fatto ciò nel 1992 con il trattato di Maastricht si istituì la moneta unica. I trattati successivi hanno allargato lo spazio con nuovi paesi.

È necessario ricongiungere la democrazia con il potere, riprendere la strada della ricongiunzione tra politica e poteri. La democrazia si è separata perché i poteri sono andati oltre, bisogna ritornare ad una forma democratica del potere e del suo esercizio. Il vero obiettivo politico dei partiti e delle forze sindacali, e non solo stato per stato, deve essere un fronte di lotta per la democrazia unica europea.

Ci vuole una cultura nuova, dei diritti, della democrazia, della condivisione, dei beni comuni e dell’accoglienza.

Occorre per fare questo una grande cooperazione a livello europeo. Bisogna avere la speranza che questo si possa realizzare. Bisogna dare ragione con le proprie azioni delle cose che si sperano.

Operate perché la speranza si realizzi.”

Alle ore 17.20 si apre il dibattito.

1.         Ettore Zerbino, rete di Roma (responsabile medici contro la tortura). Il  discorso sulla cittadinanza attiva sui beni comuni in un contesto come questo si può insabbiare, tutto può essere invalidato. Bisogna riformare la finanza pubblica e attenzione ad un grande strumento del risparmio pubblico e risparmio delle famiglie che è la cassa depositi e prestiti, che deve essere utilizzata per un uso diverso, non deve essere strumento delle fondazioni. Sostituzione dei criteri del calcolo del profitto al diritto. Si fa credere che ciò che regola la convivenza sia il calcolo del profitto, attraverso mistificazioni che fanno prevalere i dogmi della finanza su tutto. Dov’è la civiltà? Noi trattiamo con una categoria di persone (rifugiati) che sul piano del diritto ricevono solo lo status niente altro. Se non esiste l’ospitalità la civiltà dove finirà? E’ stata pure affossata la legge sulla tortura.

2.         Gigi Bolognini (Alessandria): relazione ineccepibile. Però con questa legge elettorale alla fine ci terremo ancora Monti per altri 4 anni.

3.         Giovanni Esposito (Salerno): visione del rapporto “il più grande crimine”, è un’inchiesta di Barnard. Tutto ciò che viviamo oggi è un progetto politico iniziato nel 1920-1930. Ci dice che quelli che una volta erano i nobili che avevano il potere oggi vogliono ancora riprenderlo: si chiamano banche e finanza. Vogliono che torniamo ad essere sudditi. C’è la necessità che la sinistra, oggi frammentata, si unisca o per i giovani tutto sarà distrutto. La Rete oggi dovrebbe capire l’importanza di farsi portavoce per raggiungere un’unione tra i partiti .

4.         Franca (Treviso): importante che la gente prenda coscienza della sovranità popolare e dei mercati. La gente sente che sta perdendo la sovranità, ma non riesce bene a capire che cosa stia succedendo. I mercati sembrano una entità impalpabili, ma sono formati da persone concrete che vogliono ottenere risultati economici, non è una “mano invisibile” . Bisogna evidenziare le contraddizioni (i soldi ci sono per il ponte di Messina e per le armi), ma non per i malati.

5.         Marco (Varese): rapporto tra debito pubblico e sovranità. Chi sono i materiali possessori del debito pubblico? (prima i singoli oggi gli stati) Questo crea impoverimento dello stato che se non può pagare si impoverisce sempre di più e diventa schiavo. Esiste un meccanismo per uscire dal circolo vizioso?

6.         Sergio (Genova): stiamo evidenziando tanti problemi. Bisogna mettere in discussione il nostro modo di vivere. Ci sono sempre più nuove leggi che complicano continuamente la vita.  E’ giusto questo modo di vivere? C’è la necessità di semplificazione.

7.         Sergio (Quarrata): fa i ringraziamenti per le relazioni. Quando si analizza il passato i politici non dicono mai niente, non dicono che come italiani dobbiamo pagare un 10% alla criminalità comune e nessuno dice che è necessario intervenire, perché? Serve per sostenere la non sovranità? E’ un dazio altissimo che paghiamo alla criminalità. I giovani hanno bisogno di esempi giusti, perché la criminalità attinge spesso nel mondo della gioventù. Esempi ai giovani sui beni comuni (riferimento al Convegno di Rimini). Dobbiamo dimostrare che le cose si possono davvero fare. I giovani non si avvicinano ai partiti ma al volontariato, perché sono cose concrete. Bisogna rafforzare il concreto.

8.         Elvio (Padova): le relazioni stimolano a fare una buona politica. C’ è una difficoltà a parlare di politica, ad esempio qui da noi nel Nord si dice che sono tutti uguali, la politica è tutta corrotta. Non trova spazio al di fuori dei gruppi come il nostro. Ricordiamoci di quanto detto da La Pira “la politica è l’attività religiosa più alta dopo quella dell’unione intima con Dio. Perché è la guida dei popoli, una responsabilità immensa, un severissimo servizio”

9.         Agnese (Pescara): come lega l’analisi fatta con la conclusione che ha proposto? Se la “vita buona” deve essere garantita dallo stato come fa se non c’è lavoro?

10.       Sandra (Battaglia Terme): situazione in cui ci troviamo è inaccettabile. Si vedono piccoli gruppi che si oppongono con piccole azioni (gas, gruppi locali, ..), siamo d’accordo con le analisi esposte ma avremmo bisogno di un punto di riferimento alle prossime elezioni. Ci può essere speranza di un partito che si presenti oltre all’opposizione di Grillo?

11.       Maria Teresa (Alessandria): problema nasce dopo i diritti acquisiti nel dopoguerra sino circa al ‘70, dopo la scuola al centro, i diritti civili, i problemi delle donne, poi un grosso Movimento legato idealmente ai beni comuni. Contemporaneamente il turbo capitalismo ha deciso di prendersi la rivincita. Noi però siamo il 99% contro l’1%. Siamo tutti nella stessa situazione (vedi Fernanda in Argentina). Ho due proposte una a breve e una a lungo termine: a) Siamo pieni di paura, c’è un’isteria diffusa, del default, dello spread, del pareggio di bilancio, ecc., tutte paure che ci vengono proposte in continuazione. Richiediamo di smontare il debito, analizziamo questo debito, voce per voce. Ci renderemo conto che il vero debito non è così alto, sono alti gli interessi. b) Discorso di genere, le buone pratiche sono fondamentali per fare un discorso di rinnovamento globale. Serve concretezza.

12.       Lucia (Salerno): le nostre paure sono condizionate da una visione di buona vita che va oltre? Abbiamo paura di perdere le nostre sicurezze, paura di perdere il nostro stile di vita con i bisogni che ci hanno indotto. Siamo capaci di mettere in comunione i nostri beni e poi dividere a seconda del bisogno di ognuno? Dobbiamo liberarci anche di altre cose, dobbiamo capire in cosa i soldi sono stati sprecati. Il debito in Italia è alto da anni, non c’era potere delle banche centrali quindi il debito era alto ma nessuno ci imponeva nulla. Liberiamoci dalle paure per scegliere il voto. Il liberismo non è solo berlusconismo. Il liberismo è in ognuno di noi a prescindere da quello che votiamo. Il cambiamento non è solo di persone, ma di cultura. Dobbiamo avere il coraggio di osare, è un cambiamento che vogliamo altrimenti ce lo aspettiamo dall’alto.

13.       Pier Paolo (Cagliari): in un seminario anni fa sulla globalizzazione nel 2005, facevamo queste analisi già si dicevano allora le cose che ha detto oggi Raniero. Perché abbiamo aspettato così tanto tempo, arrivando a questa crisi della finanza visto che le analisi c’erano già da tanti anni. Partiti e movimenti, per cambiare dobbiamo avere anche il potere per farlo.

14.       Pier (Celle): prosecuzione dei modelli che abbiamo imposto ad altri, fino ad oggi ne abbiamo preso solo benefici e non ne abbiamo pagato il prezzo. Ricorda la campagna per la cancellazione debito ai paesi in via di sviluppo. Ciò che si sta attaccando e che ora stiamo pagando è un modello che dovrà essere non solo discusso ma reinventato con paradigmi nuovi. È una svolta storica importante. La speranza è nei laboratori che stanno cercando di sperimentare cose diverse. La mafia è considerata una forma di liberismo esasperato, vengono visti come imprenditori che portano profitto indipendentemente da come lo creano. Bisogna mettere l’accento sui contenuti, recuperare i valori irrinunciabili. Ognuno di noi deve lavorare sul proprio territorio, riflettere sul significato della solidarietà che facciamo come rete.

15.       Silvio (Pescara): è un momento delicato. C’è il rischio della formazione di un quarto polo che non vuole rapporti con il PD. Sono molto preoccupato dalla possibilità di voti senza rappresentanza parlamentare, da queste associazioni che non collocano i voti, ognuno muore isolatamente. Dobbiamo dimostrare qualità di alternativa credibile altrimenti nella migliore delle ipotesi il montismo tornerà. Bisogna comunque evitare di dividersi sulla figura di Monti, ci ha salvati dalla derisione in cui eravamo caduti a causa di Berlusconi. Assistiamo ad uno scempio istituzionale in silenzio, con sindaci che sono dei podestà. No alle cooptazioni e ai collateralismi. C’è bisogno di un’offensiva programmatica forte, anche i sindacati devono partecipare, di uno sforzo di collaborazione comune. Bisogna evitare i minoritarismi di nicchia, raccordarsi con il sistema partitico, completare le analisi economico – sociali con strategie di alleanze, nei rapporti di forze, cercare strategie per avere consenso, un asse della nuova politica. Come persone dobbiamo allargare l’impegno nelle militanze politiche, culturali, sociali, religiose e altre … partendo dal basso, dal nostro territorio. Esserci, starci. Sfruttare questo clima culturale post Berlusconi e Bossi.

16.       Fabiano (Padova): essere rappresentati non è facile. È una democrazia con i piedi di argilla. Ricorda l’intervento di Patrola allo scorso convegno. Siamo noi oggi gli oppressi e i colonizzati. Monti è un bravo contabile e noi teniamo stretti i nostri scarsi privilegi, siamo continuamente guidati e controllati (vedi agenzia delle entrate). Forse questa crisi ci sveglia. La Speranza nella lotta per un sogno, ma qual’è il nostro sogno? Cercare un punto di inizio. Questo movimentismo è frutto di un sogno. Un paese che ha tanti partiti è sinonimo di gente che pensa.

17.       Carla(Trento): quello che emerge è una massa condizionata dalle forze economiche, schiava del  consumismo. Esistono grandi personaggi che elaborano la possibilità di un’economia etica che si muova in senso benefico per il prossimo. Bisogna che si compia una conversione in senso filosofico. Molte comunità che si muovono per il bene degli altri possono avere la funzione di realizzare la conversione dell’economia o sono una valvola di sfogo? Chiedo se pensate che possiamo modificare questa economia se c’è speranza.

18.       Tina (): spaventata su visione apocalittica sulla finanza. Il gioco di borsa esasperato ha portato paesi alla rovina. La finanza ha aspetti positivi e negativi. Cerchiamo di incoraggiare la sinistra a realizzare le proprie esigenze. Arrivare alla riforme pacificamente. Nessuno vuole rivoluzioni violente. Anche la Chiesa deve fare la sua parte, eliminiamo i paradisi fiscali.

Riprende la parola Raniero LA VALLE per rispondere.

Sono state dette cose sagge e stimolanti. La discussione ha avuto lo stesso difetto della relazione. Fare analisi ma non presentare soluzioni. Non sono venute proposte. Momento interlocutorio e come tale lo vive.

Non è questo luogo per decidere chi si debba votare. Tutto dipende dalla legge elettorale. Veniamo da esperienza disastrosa di bipolarismo cominciato nel 92. Grande disorientamento di tutta la compagine politica e della comunità italiana. In queste situazioni l’unica scelta giusta è quella del ritorno al proporzionale,  dove ognuno sia rappresentato secondo le proprie forze. Le rivoluzioni sono partite anche da poche persone, ma se vengono bloccate sul nascere non si possono ottenere risultati.

Non si può sovvertire la rappresentanza. Un sistema che alteri la rappresentanza falsa la scelta. Se si riuscirà a fare una legge sufficientemente proporzionale si potrà fare una certa scelta, altrimenti ognuno deve fare una scelta di coscienza.

Il voto non è una testimonianza, è una scelta, un tentativo di influire su un risultato insieme ad altri milioni di persone.

– Non c’è risposta di fronte ai problemi sollevati, perché siamo di fronte ad una crisi di civiltà. Ne siamo consapevoli, siamo in un momento di passaggio. Non sappiamo cosa deve nascere, dobbiamo prendere un punto e da lì cominciare. Non partiamo però da un livello zero. Non dobbiamo demonizzare la situazione da non capire più dove si può trovare un appiglio per andare avanti. Il racconto della catastrofe è utile per farci prendere coscienza ma non ci dà idea del punto di partenza, ci vuole altro. La crisi è partita all’inizio del novecento. Il fatto è che nel novecento si è avuta la lucidità per trovare una strada per uscire dalla crisi. Nel ‘45 ci sono state tantissime visioni nuove per uscire da quella situazione (ripudio della disuguaglianza, diritti universali, ecc.).

Il contenitore è stato il costituzionalismo. I valori non erano solo proclamati, c’era la volontà di renderli effettivi attraverso l’azione dell’autorità pubblica. Il bene comune viene solo da una decisione politica e poi la strumentazione per rendere il bene comune applicabile.

Abbiamo strumenti (costituzione,convenzioni,diritti, ecc.) che sarebbero straordinari se fossero applicati. Sappiamo che non dobbiamo inventare, ma riprendere prospettive già pensate, ma sconfitte.

Sono tornate le guerre, i diritti sono stati negati, l’economia ha operato in modo selvaggio. Dobbiamo cercare di rovesciare questo trend,  sovvertire la sconfitta. La diffamazione dei politici dipende dal fatto che non si vede il conflitto sociale. Per fare le cose bisogna lottare. La politica deve riconoscere il conflitto.

– Il debito. Da dove arriva? E’ una funzione della politica. Il debito era l’alternativa ai carri armati per le strade. I comunisti non dovevano andare al governo, il sistema politico era vincolato. Per ottenere consenso la DC dava soldi a tutti affinché non votassero PC. Quando si chiude la partita il conto economico del risultato politico è questo.

Se in quel momento si fosse azzerato tutto sarebbe stato diverso, ma nessuno ha voluto confessare la genesi del debito. Il debito nasce da scelte politiche, vedi il welfare (La Pira quando la Nuova Pignone chiude fa il diavolo a 4 e la fa comprare a Mattei).

I soldi si trovano o si fabbricano. Il problema del debito di aggrava nella misura in cui i creditori ne fanno una questione vitale (gli USA hanno un debito molto più alto, ma nessuno si sogna di fare questioni). Per noi, in questa situazione, il debito diventa l’arma di ricatto per dominare la nostra economia o per speculare sulla nostra economia.

Ce ne accorgiamo adesso perché ora è esplosa la crisi, prima era mistificata, nascosta. Con la caduta di Berlusconi il sistema si è denudato.

Dobbiamo sperare solo ciò di cui rispondiamo agendo. Passaggio dalla speranza alla fede. Agire per realizzarle, credere che siano possibili. Senza la speranza non ha sostanza.

– Mercati. Non solo critica moralistica. I mercati hanno usurpato le dottrine e le politiche. Sono la brutta copia dello stato, il mercato è sovrano. I mercati si stanno arrogando poteri che non solo loro.

Economia democratica: la democrazia, la sovranità popolare deve prendere il controllo sull’economia.

– Che fare? La soluzione non sta in Italia. l’Europa deve essere strumento di cambiamento.

Ci deve essere una conversione etica dell’economia, ma sono gli uomini che devono convertirsi, perché sono gli uomini che usano l’economia. Riportarla dentro le regole affinché diventi positiva, sia quella pubblica che privata. Vedi art. 41 Cost. Economia deve essere coordinata a fini sociali.

RETE  RADIE’ RESCH

Macerata  5 giugno 2011

SEMINARIO INTERREGIONALE CENTRO-EST

La scuola” è il titolo scelto per il seminario interregionale della Rete Radiè Resch Centro Est tenutosi a Macerata Domenica 5 giugno 2011, ospiti della Parrocchia Casette Verdini, dove il gentilissimo Parroco don Mario Simonetti ci ha messo a disposizione un’ampia sala per il convegno ed altri locali adiacenti per allestire il pranzo  organizzato dal gruppo di Macerata.

Ha aperto la seduta, dopo un’introduzione  di Gabriella Bentivoglio (che preferisce chiamarla  chiacchierata fra noi), il Preside Nazzareno Gaspari che ha parlato di

SCUOLA E COSTITUZIONE”

Il Preside ha esaminato in particolare e con molta competenza,  gli articoli 33 e 34  per affermare che abbiamo bisogno dei valori della Costituzione da trasmettere agli adolescenti onde evitare una deriva pericolosa della società. Ha, poi, dissertato sull’excursus storico delle   riforme che hanno coinvolto la Scuola Italiana  dalla prima legge sull’obbligo scolastico (peraltro quasi sempre disatteso) del 1877 (legge Coppino),  ai tempi di Giolitti, alle leggi fasciste, a Calamandrei che parlava di” pari dignità attraveso l’istruzione e  conquista  della propria parte di sole”, alla scuola di Barbiana di don Milani che voleva “ abbattere le differenze” e” formare cittadini non solo centro di diritti e doveri, ma sovrani, cioè capaci di esercitare i propri diritti,”, alla legge del 1962 sulla scuola dell’obbligo fino a 14 anni; per giungere  ai tempi odierni in cui si cerca di affermare il primato del privato anche nella scuola, nonché rendere la stessa funzionale al lavoro più che alla cultura. E’ in questa ottica che sono stati tagliati i  finanziamenti, già scarsi, alla scuola pubblica con i conseguenti riflessi negativi sull’offerta formativa e sull’occupazione dei docenti.

Il secondo intervento della mattina è stato quello del Prof. Renato Guarino che ha trattato di “SCUOLA E POLIS”

da quando Platone istituì l’Accademia, a Socrate , ad Abelardo, al Rinascimento che portò alla laicizzazione della scuola, al 1861 con il Nuovo Stato Italia, alla Riforma Gentile, all’associazionismo del 2° dopoguerra, alle due riforme della scuola elementare, ai decreti delegati. Il Professore ha portato la testimonianza di un maestro di Pescara che ha confrontato i cambiamenti socio-culturali avvenuti nello stesso quartiere di periferia della sua città fra gli anni ’70 e 2000, evidenziando come e quanto siano cambiati sia il lavoro che i contesti familiari.

A questo punto si è passati alle testimonianze di esperienze nella scuola e al dibattito sugli argomenti trattati. Il dottor Giuseppe Giampieri  ha affrontato l’argomento dei ragazzi portatori di Handicap che, fino agli anni  ’50 erano esclusi dall’apprendimento comune insieme agli altri alunni e dovevano frequentare scuole apposite con risultati alterni: in certi casi positivi, in altri meno per la marcata sensazione di ghettizzazione e isolamento.

A questo proposito ha preso la parola la Professoressa Zelinda Piccioni  responsabile del Movimento Cittadinanza Attiva, che ha sperimentato negli anni ’70 l’inserimento dei diversamente abili in alcune classi della scuola pubblica con risultati sociali, educativi e di apprendimento significativi, grazie all’intervento di docenti di sostegno che nel frattempo erano stati appositamente  formati.

Dopo la pausa pranzo il tesoriere della nostra rete  Silvio Profico ha introdotto     nel   dibattito   alcune    riflessioni           sulla

POLITICA OGGI”

ha parlato dell’abolizione dei Consigli di Quartiere che tanto avvicinavano i cittadini all’amministrazione della cosa pubblica; dei “cittadini manifestanti” nel significato etimologico della parola, ovvero che devono solo battere le mani (tanto apprezzati dal Presidente del Consiglio); dei concetti di Pace, Solidarietà, Giustizia, che stanno perdendo il loro vero significato perché strumentalizzati dai vari politici di turno; di come la politica sia sempre più lontana dalla gente non accorgendosi quasi più dei problemi e delle necessità del popolo.

A questo punto è intervenuto Don Rino Ramaccioni  per parlare della Causa di Beatificazione di Luigino Rocchi, morto a 46 anni a Tolentino (Mc), dopo averne passati 27 immobile su un letto, a causa della distrofia muscolare progressiva che lo ha immobilizzato all’età di 19 anni. Scriveva più di venti lettere al giorno per parlare del “suo amore verso la gente a costo della croce” e per fare del bene a tutti i “crocefissi vivi” del mondo. Alla fine, non potendo più tenere la penna in mano, scriveva battendo sui tasti della macchina elettrica con una penna che teneva in bocca.

Dopo diversi interventi da parte dei partecipanti al seminario ci siamo chiesti  CHE FARE? visto che questo è il vero problema italiano a tutti i livelli:  dalla scuola, alla società, dalla disoccupazione alla sicurezza sul lavoro, dal giusto guadagno agli sprechi della politica.

Abbiamo cercato di dare alcune risposte:

  • Ognuno faccia bene la sua  parte anche fosse piccolissima ( il mare è fatto di gocce d’acqua);

  • Se abbiamo un lavoro che ci permette di essere in contatto con i giovani, procurare discussioni, lanciare temi di attualità,:

  • Formare coscienze col dialogo e con l’esempio:

  • Diffondere idee che stimolino il ragionamento che è alla base di ogni innovazione,  stimolare istanze ideali e materiali non è inculcare;

  • Affermare regole condivise da quelle costituzionali a quelle più semplici di convivenza civile;

  • Credere nella forza delle idee;

  • Ritrovare il piacere di aggregazione senza esibizionismi.

SCUOLA e POLIS

1) Breve percorso storico

-Il concetto di forte interdipendenza tra i processi di istruzione e di educazione dell’individuo,di formazione civile e politica del cittadino, e la vita democratica come partecipazione e responsabilità collettive, viene filosoficamente elaborato e sperimentato in Grecia.

-Anche nel “lungo” Medioevo vi sono momenti forti di stretta relazione tra istituzioni educative e territorio,per esempio quelle ecclesiastiche dei cosiddetti chierici,ma anche quelle dei liberi maestri come Abelardo(XI-XII sec.).

-Il processo di laicizzazione dell’istruzione si sviluppa nel periodo umanistico-rinascimentale e si generalizza nell’età dell’illuminismo.

-Un momento cruciale per l’Italia è quello che coincide con la formazione del nuovo Stato del 1861: tutte le riforme della Scuola tendono a rendere pubblica e il più possibile obbligatoria l’istruzione elementare e a legare la Scuola al territorio (anche i maestri venivano nominati territorialmente)

-La riforma Gentile attribuisce alla Scuola un compito centrale: la formazione globale dell’uomo e del cittadino,soprattutto l’uomo e il cittadino fascista e funzionale allo Stato

-Non sembri contraddittorio, ma è uno storico “contrappasso”, evidenziare che, nella Costituzione del nuovo Stato repubblicano e democratico alla Scuola è attribuito il compito di formare il cittadino democratico ,come si evince da tutte le premesse alle riforme o tentativi di riforme degli ultimi 50 anni

2) Ruolo dell’Associazionismo

Confortate e in sintonia con il nuovo assetto costituzionale,nel II dopoguerra riprendono le esperienze innovative delle “Scuole nuove” di fine secolo o “clandestine” di Maria Montessori del periodo fascista. L’associazionismo pedagogico-didattico si caratterizza per la sua varietà ideologico-culturale: AIMC e UCIIM di orientamento cattolico, MCE e CIDI di orientamento laico, crescente interesse dei Sindacati,nelle loro diverse espressioni,verso i problemi della Scuola.

Il ruolo delle associazioni è assolutamente determinante nel processo di trasformazione democratica della Scuola italiana

a) La scuola deve essere garantita a tutti i cittadini in osservanza dell’art.3 della Costituzione (Riforma della Scuola dell’obbligo del ’62,la liberalizzazione dell’accesso all’Università del ’67-’68,Riforma dei programmi della Scuola elementare del ’55 e poi dell’85,i decreti delegati del ’74)

b) Didattiche,metodologie,visioni pedagogiche democraticamente avanzate

c) Un rapporto sempre più aperto tra scuola,istituzioni centrali e locali,realtà socio-culturali,per esempio il decentramento amministrativo dei Quartieri,poi Circoscrizioni

Fenomeni straordinari di questo processo di trasformazione democratica della Scuola che si apriva alla Polis, sono stati i gruppi spontanei di insegnanti(p.za Grue), storiche e  irripetibili esperienze come la Scuola di Barbiana di Don Lorenzo Milani, di “Scuola e Città” del pescarese Raffaele Laporta di cui parlerò in seguito. E poi vi è tutto il patrimonio di testi ormai internazionali come “Lettera a una professoressa”,  come “La ricerca come antipedagogia di Francesco De Bartolomeis,di riviste come “Scuola e città”, finalmente la diffusione della pedagogia americana di John Dewej,di quella sovietica di Makarenko e di Vigotsky,dell’epistemologia di Jean Piaget.

Sono tutte esperienze che proiettano la Scuola fuori della Scuola come struttura fisica,chiusa in se stessa,istituzione separata dai bisogni dei cittadini,sede di consumo e non di produzione di conoscenze e,pertanto,incapace di contribuire alla trasformazione politica (in senso pienamente etimologico!) della  realtà intera.

La grande e difficile scommessa (per dirla alla Laporta) consiste ancora oggi nel progetto di superare la critica anarchica di Ivan Illich (“Descolarizzare le istituzioni”) e di Reimer

 (“La scuola è  morta”) e di consolidare sul piano scientifico e istituzionale il carattere socio-antropologico della Scuola di Barbiana.

3) Esperienze pedagogiche a Pescara

A Pescara vi sono state esperienze pedagogiche innovative esattamente nel senso del rapporto tra Scuola e Città anche se esse,purtroppo,hanno avuto vita breve,non diffusa e senza seguito.

Soprattutto insegnanti del Movimento di Cooperazione educativa (che per definizione progettavano e programmavano insieme!)hanno sperimentato per molti anni la Ricerca d’ambiente soprattutto in zone periferiche della città.

La ricerca d’ambiente e generale ha una profonda motivazione umanistica e una seria e scientifica struttura metodologica e teoretica: la centralità del soggetto nel processo educativo e l’attivismo pedagogico.

I protagonisti della ricerca sono gli studenti,l’apparato epistemologico è la presenza e la relazione con gli altri soggetti,insieme con un meditato e consapevole uso della statistica,quindi di strumenti culturali come la matematica,la geografia,la storia,l’economia,la capacità di scrivere e raccontare. Il metodo della Ricerca sarebbe oggi estremamente favorevole alla costruzione di un apprendimento culturale,considerati gli strumenti tecnologici e informatici a disposizione.

Due ricerche,svolte da un carissimo amico maestro elementare,Plinio Pelagatti,in due periodi storici diversi (anni ’70 e primi anni del 2000) sono state svolte in uno stesso quartiere della periferia di Pescara,rilevandone le differenze socio-economiche-culturali.

Questa la caratteristica di quel quartiere:

Una periferia in cui è possibile ritrovare le radici forti e autentiche della Città che si è sviluppata,dopo la seconda guerra mondiale, in tutt’altra direzione socio-antropica e urbanistica,anch’essa abbastanza straordinaria: L’accoglienza di uomini,donne,bambini,adolescenti provenienti da Comuni, Province, Regioni, Stati diversi.

Come in tutti i fenomeni di trasformazione antropologica,etnica,sociale,professionale (migratori e non),è possibile una perdita di identità e di memoria,un deficit di cultura e di sopravvivenza storica”. A meno che non ci sia un profondo senso di non sola integrazione,ma di accoglienza e di comunione sociale e culturale. Quale compito e quale responsabilità avrebbe una Scuola capace di cambiare metodologie e finalità dei suoi saperi!

Nella Ricerca sperimentata il tema fondamentale è la famiglia e il gruppo sociale al quale essa si rapporta. In questi luoghi di umanità si possono trovare nessi tra passato e presente,la comunicazione tra generazioni,tra etnie diverse,tra consuetudini ed esperienze condivise,tra valori comuni e non,tra linguaggi diversi tra le generazioni che si succedono,tra comportamenti vecchi e nuovi.

Il dato pedagogico è di estrema rilevanza perché i protagonisti della ricerca,che potrebbe sembrare puramente conoscitiva,all’interno di una esperienza didattica e metodologica di routine,sono gli autentici fruitori e gli unici protagonisti di un processo educativo,cioè di arricchimento e di crescita del loro essere donne e uomini. Le loro testimonianze rivelano che la loro esperienza li ha resi diversi,non sono più quelli che erano “prima”.Credo che in questa dimensione spazio-temporale-esistenziale consista il processo educativo: “prima-dopo”,”qua-là”

Un altro progetto, realizzato solo in minima parte ma che rappresenta un’altra possibilità di apertura alla Città della Scuola,ma soprattutto di Scuola nella Città, è stato la costituzione di uno “Sportello” dedicato a Raffaele Laporta e ispirato ai principi e alle metodologie di Scuola e Città.

Esso si proponeva di realizzare le finalità di contribuire  “al rinnovamento dell’idea di cultura,delle metodologie didattiche nelle scuole pescaresi” e di muoversi nella “lezione” laportiana di una Scuola come luogo aperto di permanente lezione civica.

OGNI FILOSOFIA DELL’EDUCAZIONE NON PUO’ NON AVERE UNA FORTE COMPONENTE DI PROCESSO DI FORMAZIONE ALLA DEMOCRAZIA”

Lo sportello sarebbe stato accessibile a tutti:

– studenti di vario ordine e grado, studenti in ritardo negli studi regolari, adolescenti e giovani in abbandono scolastico

– docenti con i quali a) collaborare nel costruire e realizzare progetti e programmazione delle varie discipline; b) organizzare gruppi di studio di elaborazione di strategie culturale

– cittadini che intendessero avvicinarsi o riavvicinarsi allo studio secondo personali interessi e motivazioni

Gli obiettivi didattici erano dichiarati in due principi

– autonomia,capacità e responsabilità dell’apprendimento

– l’accumulazione delle informazioni e il rafforzamento delle conoscenze consentono la memorizzazione e la strutturazione culturale

Il metodo consisteva in

– ricerca e dialogo

– superamento della priorità del ruolo del docente nei confronti del discente, entrambi,invece,interlocutori che dialogano attraverso il reciproco interrogare

– incontri tra tutti i frequentanti

Un’altra significativa esperienza,che è parte ormai della storia pescarese,è rappresentata da un gruppo di giovani universitari e studenti delle scuole secondarie,che si riuniva attorno alla sezione locale della FUCI guidata da P.Francesco Carapellucci,nostro referente per anni del gruppo pescarese della Rete Radiè Resch.

Questo gruppo di giovani,tra cui qualche volta alcuni poco più che adolescenti,si recava in due quartieri periferici di Pescara,ambienti urbanisticamente e socialmente emarginati; per anni ha organizzato un doposcuola per i bambini della scuola elementare e media inferiore.

Per molti bambini e adolescenti il doposcuola ha rappresentato uno strumento di riscatto culturale,sociale,politico,per i loro giovani insegnanti un contributo alla loro crescita umana nel segno della disponibilità e della solidarietà.

Ho riferito,sia pur in modo solo enunciativo,queste due esperienze,se ne potrebbero ricordare tantissime altre di singoli insegnanti,di gruppi,associazioni,che hanno tentato di contribuire al progresso culturale e sociale della nostra Scuola. Esse, pur nella loro atomicità, sono un esempio della possibilità di una Scuola aperta alla società civile,alle problematiche reali degli allievi,delle loro famiglie,del mondo realmente vissuto.

Moltissime esperienze sono ancora vive e produttive in una società in accelerata trasformazione, sempre più globalizzata, e non sempre positivamente, i cui confini vengono abbattuti continuamente da grandi flussi migratori di uomini e donne alla ricerca di pane e libertà,di riappropriazione di quelle risorse che spesso sono state sottratte alle loro Terre.

La Scuola è destinata ad assumere un alto grado di responsabilità nella formazione di nuove generazioni capaci di prendere coscienza del mondo in cui vivono e di impegnarsi a trasformarlo più giusto e solidale.

Non mi pare che i progetti di riforma degli ultimi governi,pur diversamente orientati, vadano in queste prospettive culturali e politiche.

Personalmente sono molto preoccupato nei confronti del riformismo governativo; in esso è evidente una forte,unilaterale impostazione ideologica e una visione del processo formativo funzionale all’homo tenologicus e alle sua capacità di produrre beni di consumo e di inserirsi nella logica di mercato.

In nessun conto sono state tenute le esperienze didattiche,metodologiche,culturali dei docenti; è stata ignorata la storia dell’educazione della società occidentale e delle sempre più presenti culture di altre società.

Renato Guarino

Riccardo Petrella (*)

La pedagogia della cittadinanza
Convegno Nazionale, Rimini 14 maggio 2010

La società capitalista mondiale, in piena crisi strutturale, ha soprattutto spoliato ogni forma di cittadinanza.
La libertà tanto proclamata in quanto principio fondatore della società è unicamente quella dei più potenti.

La giustizia non fa parte del bagaglio genetico della società capitalista, all’origine v’è il principio d’ineguaglianza fondata sul merito.
II diritto di proprietà privata è considerato il principale diritto umano “naturale”, gli altri diritti essendo di  seconda e terza categoria.
Affinché si possa superare la società capitalista mondiale e costruire un mondo fondato su una pratica reale della cittadinanza, la priorità deve essere data non tanto all’educare i giovani ed i bambini ma gli adulti. Siamo noi adulti che dobbiamo imparare  e/o rieducarci ad imparare il rispetto dei principi di libertà, uguaglianza, giustizia, fraternità, democrazia, responsabilità affermati in tantissime “Dichiarazioni” e “Carte costituzionali” a livello delle città, delle nazioni, dell’umanità.
Si pensi a quanto proclamato nei famosi
Obiettivi dello Sviluppo per il Millennio approvati dai dirigenti di tutti gli Stati del mondo nel settembre 2000 a New York al  vertice mondiale delle Nazioni Unite sul Terzo Millennium! 

In teoria, siamo tutti d’accordo per affermare che la vita è una forma meravigliosa di ricchezza indefinibile e che ogni essere umano ha il diritto ad una vita degna di questo nome.
Da decenni abbiamo dichiarato la lotta alla povertà assoluta (che significa privazione del diritto alla vita per miliardi di persone); ci diciamo scandalizzati per l’esistenza delle baraccopoli dove sono “rigettati” attualmente più di un miliardo di esseri “viventi”; ci siamo impegnati a garantire l’accesso all’acqua potabile per tutti, l’accesso al cibo, alla salute, ad un lavoro umanizzante…
Da decenni abbiamo promesso sicurezza, pace, sviluppo sostenibile, la riconciliazione degli umani con la natura. E da alcuni anni, non facciamo che parlare di cittadinanza attiva, di democrazia partecipata……

In realtà, nulla di quanto sopra è stato realizzato, né i gruppi dominanti sembrano intenzionati a prendere le misure appropriate e necessarie per orientare l’evoluzione ed il cambiamento del mondo attuale verso gli obiettivi affermati.
Succede il contrario. Certo, in maniera ed intensità diverse da paesi e paesi, da settore a settore.
V’è anche da aggiungere che, spesso e volentieri, i mezzi d’informazione e di comunicazione dei gruppi al potere  tentano di sminuire ed/od occultare la gravità ed il carattere strutturale delle situazioni di crisi, di ingiustizia, di disagio. Cosi succede che gli adulti hanno l’illusione che tutto sommato il loro paese non va cosi male, e che ad ogni modo non va male come gli altri paesi! Il caso italiano è, al riguardo, un esempio classico.  

I processi di indebolimento e di distruzione della cittadinanza sono diventati predominanti a partire dalla metà degli anni ’70 quando i principi della società capitalista mondiale si sono imposti in seno ai gruppi dirigenti dei paesi occidentali in maniera netta, senza rivali e senza correzioni, conducendo rapidamente allo smantellamento dell’architettura politica, sociale ed economica che aveva dato forma e forza allo Stato del welfare.
Lo Stato del welfare è stato un
patto sociale nazionale, realizzato in modi e gradi diversi a seconda dei paesi, sulla produzione e distribuzione della ricchezza collettiva (beni e servisi comuni essenziali ed indispensabili alla vita ed al vivere insieme,  come strumenti di  concretizzazione dei diritti di cittadinanza per tutti).

A partire dagli anni ’70, le nostre società  hanno deciso di attribuire “valore” unicamente a cio’ che contribuisce a creare ricchezza monetaria per il capitale finanziario, industriale e commerciale privato.
Su questa base, la spesa pubblica – considerata nello Stato del welfare come il motore  del buon funzionamento dell’eco-nomia (
oikos nomos = le regole della casa) – è diventata invece una forma mal vista di utilizzo delle risorse della “Nazione” perché essa non crea ricchezza per il capitale privato.
Un insegnate elementare, per esempio, essendo pagato con il denaro pubblico che è alimentato dalle tasse, è considerato come un costo per il capitale privato (per l’appunto, le tasse) e non una fonte di ricchezza. Quindi, è un costo da ridurre. Per questa ragione,  l’insegnante è pagato poco rispetto ai mestieri detti “produttivi”. Lo stesso vale per un pensionato ammalato in ospedali pubblici, oppure per la creazione di un asilo infantile….
L’insistenza messa in questi ultimi mesi sulla “necessità” di ridurre la spesa pubblica (si dice per far fronte all’ennesima crisi finanziaria ed economica del capitalismo mondiale), non è altro che uno degli ultimi atti forti, violenti, portati alla sopravvivenza di quei pochi elementi dello Stato del welfare che erano ancora ad oggi rimasti in piedi dopo l’opera di smantellamento condotta negli ultimi  trenta anni. 

La mercificazione della vita.
In effetti,  con lo smantellamento graduale dello Stato del welfare, abbiamo sostituito il sistema di sicurezza sociale per tutti  con il sistema di “assicurazione” sociale privata, reintroducendo forme di “assistenza sociale” nei confronti dei  “perdenti”, degli esclusi, degli impoveriti.
Abbiamo altresi cambiato la natura dei beni e dei servizi considerati fino a non molto tempo fa come dei beni comuni e servizi pubblici.


I beni comuni sono diventati beni economici aperti al mercato (cioè, merci) ed i servizi sono stati affidati al governo delle imprese private, sovente quotate in Borsa anche se con capitali pubblici.
Nulla è sfuggito ai processi di mercificazione e di privatizzazione della vita: l’aria , l’acqua, la terra, il suolo urbano, il vento, il sole, i microorganismi,  i geni umani, la conoscenza, i trams, i treni, i traghetti, l’energia, la salute, l’educazione, i cimiteri, la gestione delle multe amministrative municipali, i simboli, l’infocomunicazione… qualsiasi forma di vita, materiale ed immateriale, è diventata merce. Il mondo è merce.

Questa concezione è stata affermata in maniera quanto mai esplicita da uno dei portavoci della Commissione europea, Joe Hennon, il quale ha dichiarato il 18 maggio scorso, in occasione della presentazione del secondo rapporto della Commissione europea sullo stato delle risorse idriche dell’Unione europea “We consider water to be a commodity like anything else”. (Consideriamo l’acqua una merce come ogni altra cosa).
Il punto saliente di questa affermazione, oltre alla conferma, grave, che per la Commissione Europea l’acqua deve essere considerata una merce, è sostenere che “ogni altra cosa”, cioè tutto, è merce.
C’è da sperare che la Commissione apporterà il più presto possibile una smentita chiara di tale affermazione. E’ molto probabile, invece, che non lo farà perché la concezione culturale e politica del mondo oggi espressa dalla Commissione europea è una concezione che riduce ogni forma di vita a merce.
Il fondamentalismo capitalista di mercato non è più un privilegio d’Oltre Atlantico, di Wall Street. Si è anche annidato nei palazzi europei di Bruxelles,  nelle nostre case.
Per noi adulti, seguaci fedeli della Teologia Universale Capitalista,
il pianeta Terra è diventato  un insieme di risorse merci, un “capitale naturale” da sfruttare (consumare) al servizio dell’obiettivo della crescita continua della ricchezza individuale e del benessere economico, e cio’ in maniera eco-efficiente (dove per “eco-efficienza” si deve intendere, secondo l’opinione prevalente,  la maniera di generare sempre più ricchezza per il capitale privato con minore impatto sull’ambiente naturale e sull’equità).

Cio’ spiega perché in questi ultimi tre decenni è stato impossibile racimolare i 180 miliardi di $ all’anno a livello mondiale necessari per permettere a tutti gli abitanti della Terra di avere accesso all’acqua potabile ed ai servizi sanitari, conformemente agli impegni solenni presi dai gruppi sociali dominanti, non solo dei paesi del ‘Nord’.
Ci sono volute invece poche settimane per trovare nel 2007-2008 12.000 miliardi di $ per rimpinguare le casse delle banche e di altri istituti di credito privati per coprire i debiti dei capitali privati, responsabili della  predazione economica e sociale della vita sul Pianeta Terra, e che sono alla base del fallimento attuale del capitalismo finanziario mondiale.
Noi adulti abbiamo dimostrato che per noi si puo’ continuare, tranquillamente,  a mantenere miliardi di esseri umani nella povertà assoluta e nell’esclusione dalla vita, ma si deve salvare, a qualunque costo, la sopravvivenza del capitale privato. 

Dopo aver dichiarato l’acqua “merce”  – un principio affermato, per la prima volta a livello internazionale intergovernativo, nella risoluzione finale della conferenza delle Nazioni Unite sull’acqua di Dublino nel 1992 -,  abbiamo creato, a partire dal 1997,  “il mercato dell’aria” (con il mercato delle emissioni di gas a effetto serra); abbiamo legalizzato la brevettabilità del vivente, in particolare dei geni umani (1994 dal Congresso degli Stati Uniti, 1998 dal Parlmaento europeo), abbiamo dichiarato la Banca Centrale Europea organo politicamente indipendente da ogni altro potere pubblico; abbiamo monetizzato le foreste (Joannesbourg, 2002); abbiamo autorizzato, vuoi favorito, con meccanismi finanziari internazionali pubblici e privati, la crescente vendita massiccia delle terre africane; abbiamo fatto fallire la Conferenza delle Nazioni Unite sul cambio climatico di Copenhagen (2009) perché, tra l’altro,  gli USA e l’UE hanno rifiutato di riformare i regimi dei brevetti industriali e del diritto di proprietà intellettuale; non abbiamo introdotto nessuna reale modifica del sistema finanziario produttore della grande crisi del 2007-2008 (gli hedge funds continuano a dominare il mondo, cosi come accade per le società di notazione, le società di revisione dei conti, il mercato delle divise); continuiamo a spendere 520 miliardi di $ all’anno in spese pubblicitarie e 1.850 miliardi annui in spese militari per poi affermare, in coro, che occorre diminuire la spesa pubblica sociale perché sarebbe creatrice di crisi economica…
Nel frattempo, il numero di 
poveri assoluti (meno di 2$ al giorno) è salito a 3 miliardi, quello dei “senzalavoro” cronici a più di 2 miliardi, e l’impronta ambientale sulle risorse rinnovabili del Pianeta continua a crescere…!

Educare i giovani, i bambini, è fondamentale. Educare gli adulti è ancor più strategicamente decisivo se non si vuole rinviare al 2030 od al  2040 l’inizio di un eventuale cambiamento strutturale del corso della storia.

Creare le speranze. Rieduchiamoci all’immunologia cittadina.

Nel campo delle dinamiche evolutive delle società umane, la speranza non esiste da sola. Non sta in aria in attesa di essere afferrata dagli umani. La speranza è nella storia, quella che noi costruiamo. Essa è una costruzione sociale, collettiva.
La speranza si crea.

Non è facile concepire e realizzare una pedagogia della cittadinanza per gli adulti, al servizio di un nuovo patto sociale, questa volta mondiale. Anche perché gli adulti da educare sono per l’appunto i soggetti di  potere e di dominio attuali. E’, pero’, possibile identificare alcune piste di ricerca e di apprendimento in vista della definizione e realizzazione degli obiettivi del nuovo patto sociale mondiale.

La prima pista riguarda la (ri)affermazione del valore in sé, incondizionato, della vita. Demonetizzare la vita è un elemento pregiudiziale al percorso di educazione della cittadinanza.
In termini di progetto pedagogico, due principi sono di natura costitutente: la “sacralità” e  la “gratuità” (dono) della vita.
La sacralità evoca anche il principio di alterità.
Non v’è vita senza alterità, diversità, cioè senza il riconoscimento dell’altro (quel che non è come “me” o come “noi”) come base necesaria ed indispensabile della mia/nostra propria esistenza.
In questo senso,
la gratuità non significa assenza di costi ma assenza di pagamento supposto corrispondere ad un’utilità e, soprattutto, presa a caric da parte della collettività  dei costi relativi alla concretizzaiozne dei diritti umani per tutti.
Per esempio, l’accesso all’acqua per la vita è gratuito non perché non vi siano i costi di captaggio, produzione, potabilizzazione, ecc. ecc. dell’acqua, ma perché detti costi sono presi a carico direttamente dalla collettività, via la fiscalità generale e specifica,  sulla base del riconoscimento che l’accesso all’acqua è una ricchezza (dono) collettivo. L’acqua, come fonte di vita, è ricchezza comune per tutti, di cui tutti siamo responsabili (sacralità).
Per lottare efficacemente contro la privatizzazione dei beni e servizi comuni, occorre partire dalla de-mercificazione della vita.
Concretamente, questo significa dichiarare illegale l’impoverimento generalizzato, cioè mettere fuorilegge quei principi e quei meccanismi che generano l’esclusione di miliardi di esseri umani dal diritto alla vita creando la povertà assoluta e la povertà estrema.
I principi ed i mezzi che la collettività deve darsi, gli strumenti sufficienti e giusti per la presa a carico dei costi di cittadini sono noti. In tantissimi casi, sono dei veri e propri atti di spoliazaione, di predazione, di violenza.
Solo l’ipocrisia dei potenti ed il tradimento dei rappresentanti eletti del popolo possono  mantenere in vita i processi d’impoverimento. Non si nasce poveri, lo si diventa.

La seconda pista, giustamente, concerne il riapprendimento dell’importanza e centralità dei beni comuni e dei servizi pubblici per il vivere insieme, la giustizia e la responsabilità condivisa.
Non v’è società senza beni comuni.
Se i membri di una “comunità umana” non condividono nessun “bene” materiale ed immateriale, non possono avere una identità comune, quindi una storia, una memoria, un divenire comune, fondati su progetti di realizzzaione comune.
Così,
non v’è giustizia sociale senza beni comuni. Non v’è solidarietà (dal latino “in solido” che significa responsabilità condivisa) senza beni comuni.
Mantenere il principio dell’appropriazione privata dei beni essenziali ed insostituibili per la vita e per il vivere insieme, cosi come il principio della privatizzazione del governo collettivo di tali beni, è contrario al principio della vita e della società.
Liberare la vita sociale dalle logiche di mercato e dalla competitivà per la sopravvivenza è un principio fondatore sano e improcrastinabile.
Anche se oggi è in crisi strutturale, il capitalismo di mercato mondiale perdurerà fintantoché gli adulti considereranno che il mercato e la competizione per la sopravvivenza rappresentano delle realtà “naturali” imprescindibili (cui sarebbero opposti, altrettanto su basi “naturali” ed imprescindibili,  lo Stato e la solidarietà).
Il mercato è una forma di eco-nomia valida, se regolata, per quanto riguarda i beni ed i servizi che non sono determinanti per i diritti di cittadinanza. Esso non puo’ in alcun caso pretendere di essere
la “regola della casa” .
In Italia, fra tante nefastezze operate negli ultimi anni, il successo strepitoso, quasi insperato, della raccolta delle firme per l’indizione di un referendum abrogativo di tre disposizioni legislative che hanno condotto alla privatizzazione totale dei servizi idrici, è un segno forte delle reali possibilità di liberare i diritti di cittadinanza e la vita dalla subordinazione al mercato. 

La terza pista di una possibile ri-invezione dell’immunologia cittadina, riguarda la promozione di un sistema locale e mondiale di finanza pubblica. Oggi, è raro trovare istituti di credito (banche, assicurazioni…) operanti nei settori dei beni e servizi determinanti per i diritti di cittadinanza che siano pubblici, con capitali di proprietà pubblica e che non obbediscano a logiche private di rendimento.
Forse certe forme di microcredito e di finanza etica rispondono ancora a tali requisiti.
Dobbiamo educarci – ed educare i giovani – a capire che in assenza di una finanza pubblica (e quindi di un solido sistema fiscale locale e mondiale  ispirato al principio di de-monetizzazione della vita e di salvaguardia e sviluppo dei beni comuni e non solo delle “risorse naturali”), destinata a finanziare gli investimenti per la creazione, il mantenimento e lo sviluppo di infrastrutture, beni e servizi per definizione  di rilevanza pubblica e di ricchezza collettiva, non v’è diritto reale di cittadinanza per tutti.
Per questo motivo il capitale privato non ama la finanza pubblica, alimentata dalla fiscalità e che persegue finalità pubbliche.
Ri-pubblicizzare la finanza relativa ai beni e servizi propri al campo dei diritti di cittadinanza non significa, sempre e necessariamente, ri-statalizzare.
Lo sconquasso della ricchezza collettiva operata dalla privatizzazione della finanza ha peraltro inciso negativamente sul ruolo stesso della finanza pubblica  E’ assolutamednte necessario disarmare la finanza attuale liberandola dall’irrazionalità e l’instabilità della finanza privata mondializzata.
A tal fine, noi europei dobbiamo abbandonare il principio dell’indipendezna politica della Banca Centrale Europea e riaffermare il primato del politico.
Di un politico responsabile nei confronti dei cittadini, trasparente, partecipato. Sarebbe, infatti,  inutile sostituire una oligarchia “assoluta” di banchieri-politici privati con una oligarchia “assoluta” di banchieri-politici pubblici.

Infine, quarta pista da seguire: educare alla capacità utopica. Una società di adulti che ha perso la capacità di sognare un altro divenire, un’altra storia, e che, per conseguenza, educa le nuove generazioni a credere che non v’è alternativa al “sistema” attuale, è una società che ha rinunciato a pensare il suo divenire, o che ha accettato che altri pensino e costruiscano il suo divenire.
V’è, a questo riguardo, un vasto campo aperto all’innovazione culturale (politica, economica, sociale) rappresentato dall’educazione alla mondialità della condizione umana.
Il welfare è stato il “patto sociale nazionale” fondato sulla sicurezza, la sovranità e la democrazia delle comunità dette nazionali. Il XXI° secolo ha il compito storico di concepire e promuovere un “nuovo patto sociale a livello dell’umanita”, della società mondiale.
Una  classe oligarchica mondiale, nata nel corso degli ultimi quaranta anni, è pronta ad imporre il “suo” patto mondiale, fondato sulla mercificazione di ogni forma di vita e sulla privatizzazione del potere politico.
Una cultura della cittadinanza è agli antipodi di tale “patto”. L’alternativa è possibile. Questo è il senso della capacità utopica. Le prime tre piste suggerite rappresentano i possibili percorsi di costruzione di una nuova storia fondata sul patto sociale mondiale.   

(*) Professore di ecologia umana,Accademia di Architettura, USI, Mendrisio (CH)
petrellariccardo@skynet.be

 

Francesco Gesualdi
Dalla crescita al benvivere
programma per un’economia della sazietà

Per molti anni abbiamo creduto che fosse possibile risolvere la piaga dell’ingiustizia mondiale portando tutti gli abitanti del pianeta al nostro stesso tenore di vita. Ma alcuni segnali ci stanno ricordando che si tratta di un sogno impossibile.
Il pianeta Terra non tiene il passo con i nostri ritmi di consumo perfino nell’ambito dei prodotti rinnovabili: consumiamo pesce ad una velocità superiore del 30% alla capacità di rigenerazione dei mari, tagliamo più foreste di quante ne ripiantiamo, consumiamo più prodotti agricoli di quanti ne raccogliamo.
Gli inglesi lo hanno battezzato overshoot day, il giorno del sorpasso, nel 2009 è caduto il 25 settembre. Quel giorno la nostra voracità ha superato la capacità di rigenerazione della Terra.
Finiti i frutti, abbiamo chiuso l’anno a spese del “capitale naturale”: invece che vitelli abbiamo cominciato ad abbattere mucche, invece che pesci figli, abbiamo mangiato pesci madre, invece che raccolti agricoli, abbiamo consumato i semi.
Di questo passo fra il 2030 e il 2040 avremo bisogno di due pianeti solo per le risorse rinnovabili.

Non se la passa bene il cibo e non se la passa bene il petrolio ormai entrato nella sua fase discendente. Per non parlare dell’acqua diventata risorsa scarsa in molte aree del globo.
Stessa situazione disastrosa sul lato dei rifiuti: le discariche ormai stracolme, stiamo moltiplichiamo gli inceneritori nel tentativo disperato di sbarazzarci dei nostri avanzi, non curanti dei danni alla salute che ci riservano.
Intanto l’anidride carbonica continua ad accumularsi nella stratosfera peggiorando di giorno in giorno lo stato del clima.

È stato calcolato che se volessimo estendere a tutto il mondo il tenore di vita degli americani ci vorrebbero cinque pianeti: uno come campi, uno come oceani, uno come miniere, uno come foreste, uno come discarica di rifiuti.
Noi non abbiamo quattro pianeti di scorta, con questo unico pianeta dobbiamo raggiungere due obiettivi fondamentali: dobbiamo lasciare ai nostri figli una Terra vivibile e dobbiamo consentire agli impoveriti di uscire rapidamente dalla loro povertà.
Noi siamo sovrappeso, ci farebbe bene dimagrire, ma loro non hanno ancora raggiunto il peso forma; per vivere dignitosamente hanno bisogno di mangiare di più, vestirsi di più, curarsi di più, studiare di più, viaggiare di più. E lo potranno fare solo se noi, i grassoni, accettiamo di sottoporci a cura dimagrante perché c’è competizione per le risorse scarse, per gli spazi ambientali già compromessi.
La morale della favola è che non si può più parlare di giustizia senza tenere conto della sostenibilità; l’unico modo per coniugare equità e sostenibilità è che i ricchi si convertano alla sobrietà, ad uno stile di vita personale e collettivo, più parsimonioso, più pulito, più lento, più inserito nei cicli naturali.

La sobrietà ci fa paura, ma non significa ritorno alla candela o alla morte per tetano. Sobrietà non va confusa con miseria, come consumismo non va confuso con benessere.
In sintesi la sobrietà si può definire come il tentativo di soddisfare i nostri bisogni cercando di usare meno risorse possibile e di produrre meno rifiuti possibile.
Un obiettivo che si raggiunge più sul piano dell’essere che dell’avere. Uno stile di vita che sa distinguere tra bisogni reali e quelli imposti, che si organizza a livello collettivo per garantire a tutti il soddisfacimento dei bisogni umani con il minor dispendio di energia, che dà alle esigenze del corpo il giusto peso senza dimenticare le esigenze spirituali, affettive, intellettuali, sociali.

Nella vita di tutti i giorni, la sobrietà passa attraverso piccole scelte fra cui: meno auto più bicicletta, meno mezzo privato più mezzo pubblico, meno carne più legumi, meno prodotti globalizzati più prodotti locali, meno merendine confezionate più dolcetti fatti in casa, meno cibi surgelati più prodotti di stagione, meno acqua imbottigliata più acqua del rubinetto, meno cibi precotti più tempo in cucina, meno prodotti confezionati più prodotti sfusi, meno recipienti a perdere più prodotti alla spina, meno prodotti usa e getta più riciclaggio.

Molti abitanti dei paesi ricchi stanno sperimentando la sobrietà e stanno constatando che non solo è possibile, ma addirittura conveniente.
Non tanto per il portafogli, quanto per la qualità della vita.
Per troppo tempo abbiamo accettato l’idea che il benessere si misura con le quantità di cose che gettiamo nel carrello della spesa, ma questo non è benessere è benavere.
E’ un’idea di benessere che concepisce la persona umana come un bidone aspiratutto, un tubo digerente con la bocca sempre ben spalancata per inghiottire tutto ciò che la pubblicità propone e uno sfintere anale sempre ben aperto per espellere una montagna di rifiuti.
Un canale di collegamento fra il supermercato e la fogna, a ciò ci riduce il consumismo.
E’ arrivato il tempo di ribellarci a questa concezione della persona  affermando che oltre che corpo, siamo anche dimensione affettiva, dimensione spirituale, dimensione intellettuale, dimensione sociale.
Il vero benessere è quella situazione in cui tutte queste dimensioni sono soddisfatte in maniera armonica.
Ed è bene insistere sul concetto di armonia perché se perseguiamo una sola di questa entriamo in rotta di collisione con tutte le altre.
Noi lo constatiamo tutti i giorni su noi stessi: per comprare molto, abbiamo bisogno di molti soldi, per guadagnare molti soldi passiamo molto tempo al lavoro. Ci si affanna, si corre, si maledice il tempo che scappa. Otto ore di lavoro non bastano più, è necessario fare lo straordinario. Le ore passate fuori casa crescono, non c’è più tempo per noi, per il rapporto di coppia, per la cura dei figli, per la vita sociale. Bisogna andare di fretta. Compaiono le insonnie, le nevrosi, le crisi di coppia, i disagi tenuti a bada con le sostanze. Il 39% degli europei dichiara di sentirsi stressato. Cresce la microcriminalità dei giovani abbandonati a se stessi, cresce la solitudine dei bambini che si gettano nelle braccia della televisione.

Quando le parole sono logore vanno cambiate.
Ed ecco il benvivere, un termine coniato dagli indios dell’America Latina, che sta a indicare una situazione di armonia con se stessi, con gli altri, con la natura.
Un obiettivo che non dipende tanto dalla disponibilità di risorse, quanto dalle formule organizzative dell’abitare, del lavorare, del fare comunità, del prendersi cura dell’ambiente.
Per benvivere in città serve verde, centri storici chiusi al traffico, piste ciclabili, trasporti pubblici adeguati, piccoli negozi diffusi, punti di aggregazione.
Per beneabitare servono piccoli condomini con spazi e servizi comuni che favoriscono l’incontro.
Per benlavorare servono piccole attività diffuse sul territorio per evitare il pendolarismo e favorire la partecipazione.
Per benrelazionarsi servono tempi di lavoro ridotti, pause televisive, tranquillità economica, per favorire il dialogo e la distensione familiare.
Tutto ciò non richiede barili di petrolio, ma scelte politiche.

 Benché la sobrietà orientata al benvivere abbia evidenti vantaggi, molti ne hanno paura per le ricadute sociali: se consumiamo di meno come la mettiamo con i posti di lavoro? E se produciamo di meno chi fornirà allo stato i soldi per i servizi pubblici?

Nella nostra testa abbiamo ben chiaro che se vogliamo creare posti di lavoro dobbiamo consumare di più, tant’è in periodo di crisi tutti ci dicono che la soluzione è il consumo. In nome dell’occupazione, il consumo ha assunto un valore sociale, anche i più convinti sostenitori della sobrietà non sanno che fare: consumare di meno per il bene del pianeta o consumare di più per il bene dell’occupazione? Questo è il dilemma.

Stesso ragionamento per i servizi pubblici. Sappiamo che la capacità della macchina pubblica di fornirci servizi dipende dalla sue entrate fiscali, ma le tasse non vuole pagarle nessuno. Le pagano malvolentieri i poveri e ancor meno i ricchi. Tuttavia vorremmo tutti una buona sanità, una buona scuola, treni puntuali e puliti, processi veloci, una burocrazia efficiente. Poche tasse e molti servizi, ecco ciò che vorremmo, la classica botte piena e la moglie ubriaca.

I politici lo sanno e il coniglio che tutti i governi tirano fuori dal cilindro si chiama crescita. È una questione di numeri. Se applichiamo un’aliquota del 10% su una ricchezza di 1.000, si incassa 100, se applichiamo la stessa aliquota ad una ricchezza di 10.000, si incassa 1.000. La stessa aliquota riesce a generare un gettito più alto nella misura in cui cresce la torta su cui effettuare il prelievo. Di qui la conclusione di tutti i governi, sia quelli di destra che di sinistra: “Volete molti servizi e basse aliquote fiscali? Allora facciamo crescere l’economia”.

Finché c’erano i margini di crescita, il discorso non faceva una grinza, ma come organizzarci oggi che non possiamo più crescere e anzi dobbiamo ridurre?

Occupazione e gettito fiscale sono la dimostrazione che questione ambientale e questione sociale sono due temi indissolubili; se affrontiamo l’uno senza preoccuparci dell’altro, rischiamo di costruire una società verde e pulita, ma al tempo stesso più ingiusta. E sicuramente sarà ingiusta se lasciamo che il problema della scarsità venga risolto dal mercato secondo i suoi meccanismi.

Il mercato ci è stato presentato come un sistema che distribuisce ricchezza, in realtà è un sistema per razionare.
Il mercato va fiero della sua capacità di razionare le risorse scarse, peccato che lo faccia in maniera classista basandosi unicamente sul censo.
Il meccanismo di razionamento del mercato è l’aumento dei prezzi: non dà a chi ha bisogno, dà a chi ha soldi da spendere. Il giorno che la benzina dovesse costare 20 euro a litro se ne consumerà molto di meno, alle pompe di benzina non ci sarà più la coda, si fermeranno poche auto, ma tutte di grande cilindrata. Poi sfrecceranno a 300 all’ora nelle autostrade ormai vuote. E gli altri? Andranno semplicemente a piedi, come succede nelle grandi metropoli del Sud del mondo.

Il grande nodo che dobbiamo affrontare non è come salvare il pianeta. La sfida è come salvare il pianeta e garantire a tutti una vita dignitosa.
Equilibrio ambientale ed equilibrio sociale, ecco il grande obiettivo perseguito da sempre dall’umanità, forse oggi possiamo raggiungerlo perché abbiamo la tecnologia per farlo. Ma la tecnologia da sola non basta, ci serve anche una nuova ingegneria economica.

Il compito è arduo, la nostra mente trasuda di cultura mercantile, abbiamo difficoltà ad immaginare altre forme organizzative all’infuori del mercato, ma possiamo farcela se ci ispiriamo ad altri valori.

Ad esempio è  tempo di affermare che l’obiettivo non è il lavoro, ma le sicurezze, che non si ottengono solo tramite il salario, ma anche tramite il fai da te e  l’economia pubblica. Soprattutto l’economia pubblica che in una società civile deve occuparsi di diritti: acqua, energia, alloggio, trasporti, sanità, istruzione. Bisogni fondamentali che in un contesto di scarsità debbono avere la priorità.
Per questo dobbiamo smetterla di concentrarci sul mercato e dobbiamo focalizzarci sull’economia pubblica cominciando a chiederci come possiamo mantenerla sempre in buona salute senza costringere l’economia generale a crescere.
Questa è la vera sfida.

Oggi l’economia pubblica è legata a doppio filo all’economia privata perché si basa sul gettito fiscale: se l’economia privata cresce, incassa molto e può fornire molti servizi, se l’economia privata si contrae anche l’economia pubblica va in crisi e fornisce meno servizi proprio quando dovrebbe garantirne di più.
Il solo modo per uscire da questo circolo vizioso si chiama autonomia: l’economia pubblica non più concepita come una struttura di spesa che trae linfa dall’economia privata, ma come una forza produttiva che genera ricchezza in maniera autonoma.
Un obiettivo che si può raggiungere facendo funzionare l’economia pubblica non con la  tassazione del reddito, ma con la tassazione del tempo: tutti chiamati a passare parte del nostro tempo in un servizio pubblico perché il lavoro è la risorsa più abbondante che abbiamo ed è la fonte originaria di ogni ricchezza.
Il nuovo patto che potremmo immaginare fra cittadini e collettività potrebbe essere del seguente tenore: tutti gli abili al lavoro mettono a disposizione del pubblico parte del loro tempo e in cambio ricevono, dalla culla alla tomba, servizi gratuiti e un reddito d’esistenza per i bisogni materiali di base.
Il che non significa abolizione totale del sistema fiscale, ma radicale cambiamento di scopo: non più fonte di finanziamento dell’economia pubblica, ma strumento per indirizzare il mercato: una leva per spingere consumatori e imprese verso scelte di maggior rispetto ambientale e sociale.

Fantapolitica? Forse. Ma una cosa è certa: il deterioramento ambientale sta correndo più veloce di quanto immaginiamo, il tempo delle vacche magrissime potrebbe arrivare quando meno ce lo aspettiamo. E allora saranno giorni duri se non avremo progettato come organizzare un’altra economia capace di garantire a tutti i bisogni fondamentali pur disponendo di meno. Solo rimettendo la testa su un progetto alternativo  potremo evitare il ritorno delle barbarie dove pochi forti condurranno una vita da nababbi mentre la massa morrà di stenti.

 

Una sintesi del 22° Convegno nazionale della Rete Radie’ Resch
Rimini, 11-13 aprile 2008

A cura della Rete di Trento.

‘’Tessere reti: restituire, ricostruire, resistere’’

Il convegno si e’ aperto venerdi’ 11 aprile alle 17.30 con l’introduzione a cura della segreteria: Fernanda Bredariol e Gianni Pettenella. Quindi e’ stato presentato il nuovo libretto dei Progetti della Rete, curato da Sara della Rete di Bergamo-Nembro. Alcune Reti hanno approfondito il senso dei loro progetti: Peratoner di Udine ha parlato del progetto Remigio Colombo (Scuola agricola in brasile, referenti Giovanni e Vera Baroni); Agnese Manca di Roma del progetto Case Verdi in Palestina (orti coltivati sui tetti delle case); Mauro Gentilini di Roma del progetto Dario Canale (assistenza alle vittime della tortura); la Rete di Noto del progetto Mesa Campesina in Argentina; Giuliana Cioccoli di Macerata del progetto Yanamayo in Peru’ (solidarieta’ ai prigionieri politici).

Alle 21 la prima relazione, quella di Antonietta Potente, teologa domenicana italiana che dal 1994 vive in Bolivia, dove insegna teologia all’universita’ e porta avanti un’esperienza di condivisione e ricerca con le famiglie di etnia india. Antonietta ha esaminato il titolo del convegno per metterlo in discussione, premettendo che la sua chiave di lettura e’ filosofica, cioe’ basata sulla continua ricerca e sulla condivisioni delle inquietudini. Sui verbi restituire, ricostruire, resistere, si e’ chiesta se non esistano altri gesti, sottolineando che oggi le risposte ai problemi non possono essere solo economiche. ‘’O si restituisce l’anima all’economia e alla politica, o le risposte non possono solo economiche o politiche’’. La relatrice ha mostrato un video in cui un ballerino di flamenco esegue una danza. Il flamenco (‘’fenicottero’’ in spagnolo) si basa sui gesti, la voce e il ritmo (che non e’ solo tempo): ‘’nel ritmo entra il grido. La storia e’ sempre stata fatta da persone che dal profondo gridano’’. I movimenti del danzatore di flamenco sono tentativi di volare. La voglia di tentare di nuovo nella realta’. Di spingere le persone, specie le piu’ giovani, a tentare. La storia non e’ data dai risultati, ma dai tentativi. Antonietta si e’ chiesta se anche noi siamo complici con questi gridi storici. Il termine ‘’rete’’ ricorda uno strumento che serve per catturare. L’unica rete che mi piace – ha detto – e’ quella del ragno. Anch’essa serve a catturare ma e’ bella perche’ e’ sospesa nel vuoto. La rete significa lanciarci per avvicinarci ad un’altra realta’. E’ uno stiramento verso l’ignoto. Una ricerca nella realta’ complessa. Le reti evocano la bellezza plurale. Le contraddizioni della storia sono preziosissime. La teoria della perfezione, in cui siamo caduti, e’ contro la pluralita’. La sapienza e’ plurale. La logica economica ci sta affondando tutti. Siamo tutti intrappolati nel linguaggio economico. Anche noi che cerchiamo l’aspetto alternativo finiamo per pensare che c’e’ solo una risposta economica. Lungo la storia tante persone hanno cercato di uscire dalla logica ‘’tu mi dai, io restituisco’’. In Bolivia e’ molto usato il verbo ‘’prestare’’, bellissimo perche’ viene prima che esista qualcosa. Si prestano idee, si presta lo spirito, non solo cose. Noi siamo caduti nella rete del calcolo. Le nostre mentalita’ sono calcolatrici anche quando restituiamo. Anche in questo momento storico stiamo calcolando le risorse naturali: chi le deve gestire, ecc. Nessuno parla all’acqua. Noi quantifichiamo. Ma prima di restituire, c’e’ qualcuno che presta o che chiede in prestito. Riusciamo a restituire se anche noi abbiamo capito che cosa vuol dire prestare. In Bolivia il verbo ‘’prestare’’ e’ molto presente. ‘’Prestare’’ e’ il verbo della dignita’. Sono gli altri che in questo momento storico ci vogliono restituire qualcosa. Non siamo noi. Lo so, ci sono le multinazionali che prendono le loro risorse. Ma anche la gente del sud vuole restituire.
‘’Io non ho soluzioni, ma inquietudini – ha concluso Antonietta Potente -. E’ vero che ci sono urgenze, ma non possono passare sopra i dettagli della storia’’.

Sabato 12
Al mattino i lavori sono ripresi con la lettura di una lettera del popolo Mapuche.
Marianita di Padova ha poi presentato Dadoue Elane Printemps, fondatrice della scuola Dofine’ ad Haiti ed animatrice di comunita’ rurali, e la sua collaboratrice Janette Louis, madre di cinque figli, che si occupa della cooperativa delle donne.
Dadoue ha ringraziato a nome dei bambini della scuola e dei contadini per la solidarieta’ della Rete. ‘’Stiamo bene perche’ viviamo con dei sogni’’, ha detto.
Dadoue ha poi raccontato della situazione ad Haiti, dove dal 2004 c’e’ un contingente Onu per garantire la sicurezza. Ma secondo alcuni serve a poco. Anzi i soldati si sono resi responsabili anche di violazioni di diritti umani e di stupri. Nonostante le ripetute richieste all’Onu di punire i responsabili, non si riesce a ottenere giustizia. Nelle bidonville del paese la violenza regna sovrana. Almeno 3.000 persone sono state uccise a Port au Prince negli ultimi anni. Ma il popolo haitiano non e’ un popolo violento. La violenza ha radici economiche: una minoranza possiede da sola la stragrande maggioranza della ricchezza del paese. E la violenza politica e’ finalizzata a mantenere questo squilibrio. La corruzione e’ diffusissima e nasconde traffici di armi e di droga. La sicurezza sociale e’ inesistente, sono in aumento le malattie psichiche e chi ha studiato fugge all’estero. La confinante Repubblica Dominicana ha molto turismo, mentre ad Haiti non viene nessuno per problemi di sicurezza. Gli ultimi due anni sono stati di peggioramento anche per le donne. In una societa’ maschilista la donna e’ oggetto di violenze efferate. Infelicita’ e morte e’ il suo destino. Le varie convenzioni restano sulla carta. Nonostante tutto, ha concluso Dadoue, siamo determinate e decise piu’ che mai ad andare avanti per raggiungere una situazione di giustizia.
Janette Louis ha eseguito un canto di lotta delle donne dei campi, in lingua creola. Ha poi spiegato come funziona la cooperativa agricola delle donne, che vendono i loro prodotti al mercato, lontano ore di strada a piedi dal loro villaggio. C’e’ poi un forno per il pane e un ambulatorio per il controllo della salute, perche’ nella zona non c’e’ alcun servizio sanitario. Tutte queste attivita’ hanno cambiato la vita delle donne, ha concluso Janette che ha ringraziato per l’aiuto della Rete.

E’ seguita la presentazione di Luisa Alfaro, contadina argentina del progetto Mesa Campesina, seguito dalla Rete di Noto, Avola e Pozzallo. Il progetto e’ nato nel 2006 per aiutare i contadini Mapuche e criolli di questa zona della Patagonia, dediti all’allevamento su terreni aridi che pero’ fanno gola alle industrie petrolifere e minerarie. Nonostante la riforma agraria preveda la distribuzione delle terre a chi le lavora, i grandi proprietari recintano le terre migliori e lasciano ai contadini le terre peggiori. Il progetto della rete paga un avvocato che li aiuta e corsi di formazione.

Sabato pomeriggio la sala del Convegno si e’ trasformata in un angolo d’Africa. Tessuti colorati, tamburi, musiche senegalesi hanno accolto l’ingresso di Coumba Mbaye, testimone proveniente dal Senegal, vestita del coloratissimo costume da festa della sua etnia. La Rete di Savona, che segue il progetto, ha offerto a tutti un karkade’ africano. Assieme a Coumba avrebbe dovuto esserci anche Flore Kerehane, maestra della Repubblica Centroafricana, che gestisce un laboratorio di cucito. Le autorita’ del suo paese hanno negato il visto per raggiungere Rimini. Flore ha mandato una lettera, in cui spiega che da anni il suo paese e’ dominato dalla guerriglia. Quest’anno i guerriglieri hanno fatto saltare i ponti che collegano il suo paese e questo ha reso ancora piu’ difficile per lei ottenere il visto in tempo.
Coumba ha parlato del progetto di microfinanza col quale aiuta le donne del suo paese. Ha spiegato che li’ convivono musulmani e cristiani ma che non c’e’ problema di dialogo interreligioso. Quando finisce il Ramadan, i musulmani dividono con tutti le pecore sacrificate e quando un cattolico fa la prima comunione si festeggia con tutto il quartiere, compresi i musulmani. Coumba raccoglie poi fondi per consentire ai musulmani poveri di fare il pellegrinaggio alla Mecca e ai cristiani poveri di fare un pellegrinaggio a Roma.

Mustafa’ Qossoqsi, psicologo palestinese-israeliano, ha parlato della sua esperienza di cura di traumi di guerra dei bambini e adolescenti. Ha avviato una iniziativa di dialogo tra adolescenti israeliani e palestinesi tenuta a Verona, in un contesto lontano da quello del conflitto. Ragazzi e ragazze non si conoscevano se non attraverso gli stereotipi del nemico. Vivendo insieme per alcune settimane, raccontandosi, ascoltandosi empaticamente e cercando di riconoscersi come umani, questi ragazzi possono fare un primo passo fuori dal trauma, ha detto lo psicologo. Lo scopo e’ quello di attivare un’idea di futuro. Finora sono stati coinvolti 140 ragazzi e ragazze, cioe 140 famiglie. ‘’Siamo condannati alla speranza’’ ha concluso Qossoqsi.
Nel dibattito, Qossoqsi ha detto che ‘’i palestinesi sono la cosa migliore che poteva capitare agli israeliani negli ultimi 60 anni: perche’ li costringono ad allenarsi continuamente alla democrazia e fanno da paravento alle loro tensioni interne. Israele infatti e’ uno Stato non omogeneo, con persone provenienti da tutto il mondo, con culture e tradizioni assolutamente diverse’’.

L’ultima testimonianza del sabato e’ stata quella di Eufrosine Messina, rappresentante del Presidio No Dalmolin di Vicenza, che ha presentato un filmato sulla lotta dei vicentini contro l’ampliamento della base militare americana e ha parlato dell’esperienza unificante di oltre un anno di resistenza popolare contro lil progetto.

Serata per gli 80 anni di Ettore Masina
Sabato dopo cena, la rete ha organizzato una festa per gli 80 anni del suo fondatore, Ettore Masina (in realta’ li compira’ in settembre). Introdotta da Franca Gaspa che al pianoforte ha eseguito alcuni brani classici e inframmezzata dai canti di montagna di un coro improvvisato, diretto da Dino Poli, la festa si e’ imperniata sui ricordi di alcuni amici di Ettore della prima ora: Tonino Gargiulo, Umberto Allegretti, la nostra Carla Grandi, Giorgio Gallo, Silvestro Profico, Mauro Gentilini, Gabriella Bentivoglio e Elvio Beraldin, che ha letto una lettera di Armida Garbin di Padova (purtroppo la sua ultima lettera: e’ morta infatti pochi giorni dopo il convegno). Durante la festa e’ stato mostrato un video che ritraeva vari momenti della vita di Ettore, dal suo matrimonio con Clotilde alla sua attivita’ di giornalista, dai convegni della Rete alla sua esperienza politico-parlamentare.. La serata si e’ conclusa con un recital di Roberto Carusi che, insieme a Ercole Ongaro, ha letto brani delle piu’ belle lettere di Masina.

Domenica 13
Il convegno si e’ concluso domenica mattina con la relazione di Mario Tronti, filosofo della politica, presidente del Centro per la riforma dello Stato.
Di fronte alla crisi odierna, il relatore ha parlato del concetto di crisi come di un fatto positivo, di una messa in discussione dello stato delle cose. ‘’Solo la crisi permette la trasformazione e il cambiamento. In Italia c’e’ un concetto positico di societa’ civile in contrapposizione alla politica. In realta’ e’ la societa’ civile che produce una politica a sua immagine e somiglianza’’. Tronti ha concluso che la sua generazione e’ uscita dalle rovine del piu’ grande tentativo di liberazione e di giustizia sociale che sia mai stato fatto nella storia (marxismo). Ma la sostanza dell’analisi di Marx rimane e i rapporti sono sempre tra chi comanda e chi ubbidisce. Se non si rovescia questo rapporto di forza non ci sara’ nulla di nuovo. Non credo che tra il vero asceta e il vero rivoluzionario ci sia molta differenza. Bisogna modificare le forme della lotta, ha concluso Tronti: non piu’ avanguardie che guidano dall’alto, ma orientare seguendo, camminare condividendo.