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Circolare Nazionale Rete Radiè Resch

Ottobre 2015

Due notizie rivestono oggi una particolare importanza nel panorama italiano e internazionale, non adeguatamente diffuse da giornali e telegiornali. L’entrata della Palestina nell’assemblea dell’ONU, con la bandiera esposta e il primo discorso del presidente dell’autorità palestinese Abu Mazen, e la produzione di nuove bombe atomiche da parte USA per l’Italia e per tutti i paesi della NATO. La Palestina era stata ammessa all’ONU come osservatore nel 2012, ora entra a pieno titolo tra gli stati. La sua bandiera è stata issata il 30 settembre, accanto a tutte le altre al Palazzo di vetro di New York, e la sua voce assume quindi un peso internazionale diverso. Nel suo discorso al Palazzo di Vetro, il presidente dell’autorità palestinese Abu Mazen ha chiesto protezione internazionale da Israele, perché Tel Aviv ponga fine “all’occupazione più lunga della storia” e smetta di “colpire i luoghi sacri dell’Islam e della cristianità a Gerusalemme”, avvertendo che “Senza la creazione dei due Stati, si incoraggia l’estremismo”. Abbiamo assistito nelle scorse settimane all’ennesima aggressione dei soldati israeliani davanti alle moschee di Gerusalemme, dove più volte si sono verificate aggressioni e sfide di Israele contro chi frequenta le moschee, puntualmente denunciate da tutte le istituzioni internazionali che cercano la pace e la soluzione, anche parziale, dell’occupazione israeliana dei territori palestinesi; in particolare la denuncia di Invictapalestina mi è sembrata molto precisa e forte, e l’ho mandata in rete, sulla lista postale, perché tutti ne avessero informazione. All’ONU Abu Mazen ha chiesto protezione internazionale dai continui abusi di Israele: speriamo che questo accorato appello in una sede così alta possa avere migliori sviluppi delle denunce precedenti, del tutto ignorate quando non derise, perché cessino le continue ed enormi occupazioni illegali dei coloni, condannate a livello internazionale, e cessi il blocco di Gaza, interrompendo le enormi sofferenze della popolazione, rispettando finalmente gli accordi presi tra le parti e le risoluzioni ONU. Non ci resta che sperare che ci sia un’evoluzione positiva di una situazione tragica che la Rete conosce bene e segue con attenzione fin dalla sua nascita, tanto da avere un nome di intestazione di una bambina palestinese. Teniamoci informati. Noi a Verona abbiamo una suora comboniana reduce da molti anni in Palestina, nella zona occupata, suor Alicia, le abbiamo chiesto di tenerci informati e lo farà, anche su Combonifem, rivista delle suore comboniane, e sul sito web visibile a tutti, sempre molto interessante, oltre a Invictapalestina. La seconda notizia importante ci viene segnalata da Franco Dinelli, dell’Università della Pace di Pisa, e si riferisce alla bombe atomiche di nuova produzione assegnate alle forze NATO, ed in particolare all’Italia: stanno per arrivare in Italia le nuove bombe nucleari statunitensi B61-12, che sostituiscono le precedenti B61. E lo conferma da Washington, con prove documentate, la Federazione degli scienziati americani (Fas). Il programma del Pentagono prevede la costruzione di 400-500 B61-12, con un costo di 8-12 miliardi di dollari. Importante non è però solo l’aspetto quantitativo, quante bombe e quanto denaro: quella che arriverà tra non molto in Italia e in altri paesi europei, non è una semplice versione ammodernata della B61, ma una nuova arma nucleare polivalente, che sostituirà le bombe vecchie B61 nell’attuale arsenale nucleare Usa e Nato. La B61-12 ha una potenza media di 50 kiloton (circa il quadruplo della bomba di Hiroshima), e svolgerà la funzione di più bombe, comprese quelle penetranti, progettate per «decapitare» il paese nemico, distruggendo i bunker dei centri di comando e altre strutture sotterranee. A differenza delle B61 sganciate in verticale sull’obiettivo, le B61-12 possono essere sganciate anche a grande distanza (100 km) e si dirigono verso l’obiettivo guidate da un sistema satellitare, cancellando così la differenza tra armi nucleari strategiche a lungo raggio e armi tattiche a corto raggio. L’ex sottosegretario di Stato parlamentare Willy Wimmer (dello stesso partito della cancelliera Merkel, la quale ha sempre ignorato la decisione del Bundestag del 2009 che il territorio tedesco fosse liberato da tutte le armi nucleari), ha dichiarato che lo schieramento delle nuove bombe nucleari Usa in Germania costituisce ovviamente «una consapevole provocazione contro il nostro vicino russo». Non c’è quindi da stupirsi che la Russia prenda delle contromisure. Alexander Neu, parlamentare della Sinistra, ha denunciato che la presenza dell’arsenale nucleare Usa in Germania viola il Trattato di non-proliferazione delle armi nucleari, e ciò vale anche per l’Italia. Gli Stati Uniti, Stato in possesso di armi nucleari, sono obbligati dal Trattato a non trasferirle ad altri (Art. 1). Italia, Germania, Belgio, Olanda e Turchia, stati non-nucleari, hanno l’obbligo di non riceverle da altri (Art. 2). E nel 1999 gli alleati europei firmarono un accordo (sottoscritto dal premier D’Alema, non sottoposto al Parlamento) sulla «pianificazione nucleare collettiva» della Nato, in cui si stabiliva che «l’Alleanza conserverà forze nucleari adeguate in Europa». Un uso anche parziale di questo arsenale cancellerebbe l’Europa dalla faccia della Terra. Basti pensare che una bomba nucleare da 1 megaton vaporizza persone e cose, scioglie l’acciaio e il vetro, fa scoppiare il cemento. In un raggio di 3 km, tutte le persone muoiono all’istante e la distruzione è totale. A circa 7 km il calore scioglie l’asfalto delle strade, incendia legno e stoffe all’interno delle abitazioni. Tutte le persone all’aperto subiscono ustioni mortali; molte restano accecate dal lampo e perdono l’udito per la rottura dei timpani. A circa 14 km il calore è ancora abbastanza forte da provocare ustioni di terzo grado. Il maggior numero di vittime viene provocato dalla successiva ricaduta radioattiva, in un’area di circa 10mila km2. A seconda dell’esposizione, le radiazioni uccidono in giorni, settimane, mesi od anni, e danneggiano le generazioni successive. Ho riportato per esteso queste notizie, riportate da Dinelli dal Manifesto e ignote ai più, per segnalare l’impegno enorme dei vari stati, e dell’Italia in particolare, sugli armamenti, e su armamenti devastanti da ogni punto di vista, da tener presente quando qualcuno dei politici parla di carenza di risorse e di convinto impegno per la pace! Un’ultima considerazione sui Diritti, che una volta venivano considerati universali ed inalienabili, la base di ogni libertà, ed ora sono diventati una merce che si ottiene solo se si hanno i soldi per il loro acquisto, sul “mercato libero”! I Diritti devono tornare ad essere l’obiettivo di ogni azione di libertà e solidarietà, perché permettono di godere dei beni comuni senza dipendere solo dal denaro ed essere così riservati solo a chi ne possiede. Sono molti gli enti e le associazioni che cercano di difendere quei diritti, di noi italiani, degli europei (sempre noi) e di tutti i popoli del mondo. Faccio riferimento solo ad alcuni nomi che ci sono molto vicini e sono i nostri interlocutori permanenti. L’Associazione del Monastero del Bene Comune, a Sezano vicino a Verona, è stata sede di molti nostri Coordinamenti, quindi è un luogo che conosciamo bene, e con Petrella, ospite ai nostri Convegni, sta gestendo lo studio, la presa di coscienza e la difesa dei beni comuni, iniziando dall’acqua, che il Referendum non ha saputo-potuto difendere adeguatamente. Un secondo nome che suggerisco, ben noto a noi della Rete sia per vicende storiche antiche sia per prospettive future vicinissime, è il Tribunale Permanente dei Popoli, che studia i crimini contro i Diritti dei Popoli in tutto il mondo, ispirato dal Tribunale Russell, collegato alla Fondazione Basso. La sigla che spesso si incontra è TPP, da non confondere con Ttip, che richiama invece il trattato transatlantico per il libero commercio, che stiamo faticosamente cercando di fermare in Europa. Di TPP abbiamo parlato anche nell’ultimo Coordinamento, prevedendo un suo importante intervento nel prossimo Convegno nazionale 2016, Convegno che non sarà a Rimini come d’abitudine, ma in Umbria, dall’8 al 10 aprile 2016. La sede sarà a Trevi, fra Foligno e Spoleto, il tema sarà i Migranti, ma arriveranno notizie più dettagliate nelle prossime circolari. Una nota finale sulla prossima operazione della rete di Verona, che segue il cammino di altre reti in Africa. Parte in ottobre un’operazione in Ghana (la Rete non fa progetti, con piani, obiettivi e controlli: s’impegna solo a sostenere progetti di altri, in paesi lontani), per far proseguire gli studi alle ragazze di Adjumako, in Ghana ovest, che altrimenti devono abbandonare la scuola, fare figli e lavorare nei campi o nelle industrie come operaie semplici. Questa operazione non graverà sul bilancio nazionale, ma solo su Verona; nelle prossime circolari veronesi seguiranno descrizioni più dettagliate.

Un saluto solidale di cuore

per la Rete di Verona Dino Poli

Circolare Nazionale Rete Radiè Resch

Settembre 2015

MIGRANTI

Questo 2015 è certamente un anno di grandi cambiamenti, dei più vari generi, ma il cambiamento epocale, che cambia le dinamiche sociali del mondo, è forse quello legato alle migrazioni, per il numero di persone coinvolte, per la diffusione geografica del fenomeno, e per la quantità di storie che richiama, dalle guerre agli sfruttamenti alla varia disperazione dei paesi del mondo, alla criminalità che spesso sovrintende agli spostamenti. Migrazione, viaggio, fuga, esplorazione, sopravvivenza, metafora dell’esistenza. Perché non c’è cultura, popolo, nazione che non abbia sperimentato l’urgenza di uscire dai propri recinti per esplorare nuove opportunità di vita. Non per nulla questa peculiarità dell’essere umano è riconosciuta fra i diritti universali proclamati dall’Onu: «Ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi Paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio Paese» (art. 13). Ma la reazione a questo fenomeno di massa è ben diversa, da stato a stato, da partito politico a partito politico, reazioni che obbediscono a stereotipi ideologici, vecchi quindi, a storie spesso lontane, alla difesa di interessi particolari e conservativi. Manca la ricerca, la discussione, la riflessione, l’umiltà, non si sono ancora individuate analisi all’altezza del fenomeno, prevalgono la paura, il rifiuto, l’alzare muri, che però si rivelano subito inadeguati. Generazioni di uomini, donne, giovani, vecchi, bambini in cerca di spazi di vita, vengono lasciati in balia dei mercanti. Prima ammassati, poi abbandonati in mare e ora ridotti a “quote” di una sorta di mercato che l’Europa, di malavoglia, cerca di spartirsi tra liti e incomprensioni. “Bombardare” le carrette del mare avrà costi esorbitanti, ed ormai è una soluzione vecchia, fuori luogo. Perché non cercare di investire invece per cambiare le cose nei luoghi da dove partono i migranti? investire in progetti educativi, in ospedali, per sostenere l’economia di cooperative locali, o anche per individuare modi alternativi per rendere possibile l’emigrazione attraverso un percorso dignitoso? Sarebbe meno oneroso e s’impedirebbero ulteriori violenze e sofferenze. La Rete di Verona sta impostando un nuovo progetto in Ghana, per mandare a scuola le ragazze. Da una prima analisi della situazione territoriale locale emerge che la vecchia agricoltura di sussistenza non ha più dignità, nessuna apertura agli orti come soluzione locale di vita; dappertutto ci sono (ci “devono” essere) piantagioni di caucciù, impianti per l’estrazione degli idrocarburi, miniere d’oro, ed ogni incarico statale è legato alla corruzione. Come ritrovare autonomia e dignità in Ghana? come promuovere la consapevolezza dei ghanesi di questa situazione di sfruttamento e impoverimento? E poi ci meravigliamo se vogliono scappare in Europa. Ormai il fenomeno migratorio è arrivato dappertutto, sono milioni, e nessuno stato europeo può più ritenersene immune, e anche gli Usa ne sono coinvolti, soprattutto alla frontiera col Messico. Dovrà cambiare l’approccio, non si possono più usare strumenti antichi perché occorrono occhi nuovi, perché sta cambiando tutto il contesto; sta cambiando il clima, cambia la tecnologia, con i telefonini e con Internet tutta l’umanità è ormai collegata. Cambia la società, ma aumentano sempre di più i poveri, perché le ricchezze si concentrano in modo esagerato nelle mani di pochi. E le grandi organizzazioni mondiali non sanno ancora trovare strumenti e processi in grado di affrontare questi cambiamenti epocali. Siamo all’inerzia completa dell’ONU, all’inadeguatezza dell’Unione Europea, che forse solo ora comincia a muoversi, col rischio però che la soluzione non risolva il problema, ma peggiori ancor più la situazione. E l’Unione Africana dov’è? Dov’è lo spirito dei padri fondatori delle nazioni africane indipendenti? Almeno una timida presa di posizione, un minimo di indignazione… Niente. Mentre i figli e le figlie d’Africa annegano, l’Unione Africana si volta dall’altra parte. Quando smetteremo, noi africani (sono parole di Elisa Kidané, già direttrice di Combonifem), di nasconderci dietro le (reali) colpe occidentali? Papa Francesco è forse uno dei pochi a proporre nuovi modi di ragionare e di riflettere, è l’unico a proporre nuove logiche di speranza, con la sua Enciclica Laudato Si; ma come ci si può opporre al dio denaro e al suo potere? al grande capitale ? I nostri incontri di studio come Rete sulla finanza criminale con i seminari di maggio sono stati una grande occasione di riflessione, offerta a tutte le reti, un tentativo di riflettere insieme su una nuova società, perché sappia trovare nuove regole, perché i beni comuni possano essere a disposizione di tutti, anche di chi non è europeo, di chi non riesce a sopravvivere in ambienti di guerra, di carestia e miseria, alle violenze quotidiane e fondamentaliste. Trovare soluzioni valide, evitare violenze, cercare procedure attente alla vita, è una necessità attuale, e la discussione deve essere una delle grandi possibilità, anche nel piccolo dei nostri gruppi. Questa circolare, come lettera periodica e costante, è un tentativo di sostenere la discussione, di portarla in tutte le reti, di provare a sollecitare la riflessione con i più svariati stili di chi le redige, tanti modi di dire, proporre, scrivere, con tanti autori, distribuiti nei vari luoghi e che si alternano, sfruttando così le conoscenze e le amicizie personali createsi con i nostri referenti delle varie operazioni. Chi ha conosciuto persone impegnate in ambienti poveri, difficili, i referenti delle nostre operazioni, ha maturato una sensibilità diversa, ed ognuno di noi ha le sue esperienze, le sue amicizie, i suoi amici diversi. Per tutti noi l’attenzione alla Palestina ed a quell’Israele violenta, che non permette ai palestinesi di godere dei loro diritti minimi, che infrange regolarmente e spudoratamente le decisioni dell’ONU, che chiama terrorista chiunque si opponga alla sue persecuzioni e imposizioni, ci ha dato una sensibilità diversa, che va poi confrontata e raffinata nella discussione. In questo contesto di grande cambio della società e delle sue dinamiche (ricordiamo le indicazioni fondamentali del libro “I limiti dello sviluppo” nel 1972, limiti che ora maturano; e le parole di Zanotelli: abbiamo tempo fino al 2017 per la crisi climatica), quale solidarietà è ancora possibile ? come riflettere ed agire di conseguenza, nella linea che da sempre ci muove, e cioè indignarsi per le ingiustizie, cercare soluzioni per i luoghi dove si verificano queste ingiustizie, e cercare insieme soluzioni in casa nostra perché i meccanismi internazionali possano almeno non peggiorare certe situazioni? Il nostro impegno come Associazione è molto limitato, siamo pochi, molti sono anziani, siamo spesso slegati dai luoghi istituzionali del dibattito e riflessione, ma tutti ci teniamo informati e ci interessiamo di cosa avviene nel mondo. E nella lista postale della rete trova spazio ogni possibile riflessione che si riferisce a questi temi, che i vari amici interessati, giovani e meno (anche a 90 anni!), inviano subito a tutti, in base alle varie sensibilità e alla partecipazione emotiva, e così tutti possiamo sapere cosa avviene, la discussione rimane viva e rimane viva la sensibilità, la capacità di indignarsi e di mobilitarsi, riconoscendo le ingiustizie e condannandole. Da sempre nella RRR crediamo che un risposta possibile sia ascoltare gli altri, i lontani, coloro che subiscono le ingiustizie, e fornire loro un aiuto e un assistenza, per quanto limitata, imparare da loro. Il loro punto di vista è diverso, la loro sensibilità è meno condizionata dai nostri interessi di parte, le loro proposte e le nostre operazioni (nostre perché ci uniscono, creano ponti) ci permettono di avere un modo inconsueto di vedere e di agire, ci permettono di vedere, di riflettere, di agire per una possibile nuova solidarietà.

Dino, Rete di Verona

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Verona – Ottobre 2015

Cari amici della solidarietà della Rete Radié Resch di Verona, parliamo di 4 argomenti che ci riguardano, che costituiscono la base della nostra riflessione e del nostro confronto: l’incontro svolto in settembre nella sede di Combonifem; qualche nota di politica internazionale; notizie e proposte dal Guatemala; ed infine l’invito al prossimo nostro incontro, martedì 27 ottobre, ancora nella sede delle suore comboniane e di Combonifem. L’incontro del 22 settembre è stato molto partecipato, eravamo 21 presenti, tra cui 7 suore comboniane, giovani e meno giovani. Ci siamo presentati; molte sorelle avevano lunghe esperienze di lavoro in Africa, in Palestina, in Scozia. Ci siamo presentati anche noi, il nostro impegno in Rete, nella solidarietà concreta, con operazioni che richiedono il nostro impegnano, ma che ci permettono soprattutto di conoscere di prima mano situazioni di ingiustizie e di richiesta di aiuto, iniziando dalla Palestina. S’è parlato del Convegno nazionale (il prossimo sarà dall’8 al 10 aprile 2016, a Trevi, in Umbria), dei Coordinamenti, della vita di ogni gruppo locale, con le sue esperienze e conoscenze particolari, per noi a Joao Pessoa, in Guatemala, ed ora in Ghana. S’è parlato di migranti, e le comboniane ci hanno raccontato del loro impegno quotidiano a Verona, con la Prefettura e con le cooperative di sostegno, e di possibili azioni comuni su quel tema o sulla Palestina, data la presenza a Verona di suor Alicia, che ha conosciuto molti in Cisgiordania, dove ha vissuto per anni. S’è parlato anche della colletta, di come proseguire e come suddividere quanto raccolto nel 2015. Per il Mazza a Joao Pessoa s’è stabilito di mandare 4.000 € annui così come 4000€ anche per la nuova operazione in Ghana. Dei 3600 € raccolti in luglio-agosto abbiamo già provveduto a mandare 600 € al Mazza, cui avevamo già mandato 3400 €, chiudendo così i versamenti per quest’anno. Ad Ajumako in Ghana abbiamo mandato 1000 € (altri 2000 erano già stati versati fuori colletta). I residui 2000 € li abbiamo versati alla Rete nazionale per tutte le sue operazioni. Poche osservazioni sulla politica internazionale, che è pur sempre lo scenario nel quale si inseriscono le nostre piccole operazioni. La situazione dei migranti in Europa: continua a cambiare, ma ancora non si assiste a una forte e seria presa di posizione europea, con migliaia forse milioni di migranti alle porte dell’Europa (e degli USA), del mondo ricco insomma. La situazione in Palestina e in Israele è in grande evoluzione e attraversa una fase molto delicata, dove le continue quotidiane provocazioni criminali israeliane provocano reazioni drammatiche, con morti dalle due parti, di cui arrivano informazioni molto pilotate. Le nuove varianti sono la nuova posizione della Palestina alle Nazioni Unite, cui ho accennato all’inizio della circolare nazionale, e l’avvicinamento diplomatico di Israele alla Russia, dopo le azioni belliche russe in Siria; cambia quindi l’alleanza finora strettissima di Israele con gli Stati Uniti. La seconda regione in grande subbuglio è tutto il medio Oriente, con azioni belliche continue, bombardamenti e stragi, per le quali forse la NATO imporrà all’Italia di partecipare attivamente, con le sue Forze Armate. Cambiano le alleanze con questa nuova presenza russa, che cambiano gli equilibri, ma la posizione NATO è ancor più minacciosa, con la produzione e distribuzione di nuove bombe atomiche, notizia poco diffusa dai media italiani, molto più pericolosa di 4 aerei italiani in azioni di bombardamento. Sono riprese anche le azioni belliche in Afganistan, regione che non appartiene strettamente al Medio Oriente, ma confina con esso, fino al bombardamento dell’Ospedale di Emergency, un crimine di guerra fra i peggiori, liquidato molto rapidamente e banalmente dai media italiani e internazionali. Cercheremo di trovare nuove notizie ed opinioni su questi luoghi, possibilmente da parte degli abitanti di quei luoghi e degli abitanti più deboli. Aspettiamo di conoscere la posizione dei palestinesi, ma non è facile trovare notizie dirette, le agenzie di stampa sono in mano ai paesi forti, quindi passano solo le notizie che servono solo ad una certa visione, certamente di parte. Abbiamo ricevuto notizie fresche dal Guatemala, dal nostro caro amico padre Clemente. Ha cambiato parrocchia, è tornato in un villaggio Maya, a San Antonio Ilotenango, ci ha mandato una lettera dove non parla di un suo impegno nella Caritas ma solo di ciò che vuole realizzare in questo paesino di montagna, disperso nel Quiché (solo strade in terra battuta), con una 15-ina di frazioni, scolarità bassissima e povertà diffusa, più o meno profonda. Padre Clemente ha già fatto un suo piano, vuole riattivare una scuola radiofonica (qualcuno ricorderà il nostro primo progetto in Guatemala!) e vuole inserire la parrocchia come elemento propulsore di libertà e liberazione. Ne parleremo in un incontro a Brescia il 10.10, con alcuni gruppi legati al Guatemala, ma penso che potrebbe essere un buon progetto per noi, per riprendere la nostra attenzione verso quel luogo particolare dell’America centrale, ricco di storia e di cultura indigena autentica, e di nostri conoscenti. Il prossimo incontro di rete veronese sarà martedì 27 ottobre prossimo, alle ore 21, ancora presso Combonifem, con le suore che hanno dato la loro disponibilità a collaborare con noi. Sapete che suor Elisa Kidané non è più direttrice di Combonifem, adesso è a Roma, poi dovrebbe diventare il riferimento comboniano in Africa. Manderà certamente un suo bollettino periodico, che speriamo di avere a disposizione e di poter conoscere da lei (Elisa è una buona letterata italiana e scrive poesie) la situazione dell’Africa e l’evoluzione delle varie regioni immense che la formano. Domenica a messa suor Elisa ricordava l’anniversario della strage dello scorso anno nel canale di Sicilia, col naufragio di un barcone e la morte di più di 350 africani, quasi tutti eritrei, e lei è eritrea! La nuove direttrice di Combonifem è suor Paola Moggi, un vero ciclone. Sarà presente anche il 27, ci proporrà i suoi progetti a Verona e nel mondo, per una nostra collaborazione possibile. Parleremo del progetto in Ghana, da Adjumako è già arrivata una prima relazione. E parleremo del Questionario che la Rete nazionale ha mandato a tutte le reti locali, per studiare le situazioni dei luoghi che ciascuna rete segue direttamente; di queste notizie sarà investito il TPP Tribunale Permanente dei Popoli, per conoscere meglio la situazione dei Diritti delle persone nel mondo e promuovere le opportune azioni internazionali. Come vedete, il 27 ci sono molti argomenti in discussione, con la novità della sede e della visione comboniana. San Daniele Comboni è il santo dell’Africa, l’inventore della Nigrizia, ma è un santo veronese, a cui tutti noi veronesi facciamo riferimento, da tanti punti di vista, anche quello storico e locale. Quindi vi aspettiamo numerosi. A presto rivederci allora, ci sono tante cose da discutere insieme, per un utile e fraterno confronto. Un cordiale saluto

Silvana e Dino

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Quarrata – Ottobre 2015

Carissima, carissimo, oggi il problema è che la dialettica politica è sempre più scolorita, si sta svolgendo nel deserto della disaffezione dei cittadini. Dietro le dichiarazioni sempre più sicure di sé, come vuole il copione, dietro le luci di una politica che viaggia tra giornali, TV, facebook e twitter, vi è l’indifferenza rassegnata dei cittadini, quella che non si vede, quella che non si sente ed è diffusa, piatta e sparsa come in un deserto. Il diffondersi del rifiuto della politica, dell’indifferenza, del ritorno di qualcosa che somiglia all’oscillare plebeo tra consenso servile e rabbia incontrollata, deve fare riflettere. Abbiamo bisogno di riflessione, di pensare, di creare la cultura della partecipazione, non di quella accademica dei soloni locali e nazionali, ma di quella politica che assume in sé la necessità della critica. Ma torniamo al punto di partenza. Partiti che si scolorano, cittadini che si disinteressano. Siamo sicuri che non vi sia un nesso tra le due cose? Quando i politici non crederanno più che ai poveri piaccia mangiare promesse? Quando il mondo non sarà più in guerra contro i poveri, ma contro la povertà? Quando la politica capirà l’importanza di sperimentare e attuare la partecipazione dei lavoratori alla gestione e agli utili della propria impresa? Dal pubblico al privato? Oggi è necessario un nuovo atteggiamento. La nostra capacità di reazione è fortemente limitata da tre deficit che dobbiamo riconoscere e affrontare: un deficit di conoscenza; un deficit di responsabilità, un deficit di fraternità. Migranti e rifugiati ci interpellano, sono nostri fratelli e sorelle in umanità, vittime della guerra e delle violenze, del potere tirannico o della fame. Oggi siamo in molti che comprendiamo e denunciamo come sia venuta meno la partecipazione e la fraternità, virtù senza le quali l’uguaglianza e la libertà restano parole vuote. Com’è possibile che godendo di condizioni migliori sul piano economico, tecnologico, culturale ci sentiamo minacciati dai poveri che bussano alle nostre frontiere? La vita di una persona non ha forse lo stesso valore indipendentemente dalla terra in cui viene alla luce? Noi che siamo privilegiati, noi che abbiamo vinto alla lotteria biologica, noi che siamo nati qui, e non in una bidonville africana? I diritti, prima di essere quelli di un cittadino di una determinata nazione, devono essere riconosciuti come “diritti dell’uomo” in quanto tale. Se vogliamo sfuggire al disastro dobbiamo tornare a prenderci cura degli altri, a condividere quello che abbiamo e a camminare insieme. La cosa interessante è che possiamo incominciare adesso. Quali politici ci stanno, dal piccolo al grande a lavorare per formare, per educare e sperimentare quadri, stare sul territorio, elaborare culture e progetti a diretto contatto con la gente? Forse dovremmo riflettere sul tipo di società che stiamo creando, le crescenti disuguaglianze, la mancanza di solidarietà, i conflitti violenti e la razzia delle risorse naturali, penso alla rapina della terra che affligge gran parte dei paesi poveri. In questo mondo di “diseguaglianza”, gli ultimi dati ci mostrano che la maggior parte della ricchezza del pianeta è concentrata nelle mani di pochissime persone. 400 persone come noi posseggono il 40% della ricchezza del pianeta. Ogni anno nel mondo si spendono 1750 miliardi di dollari in armamenti, è una cifra difficile da capire, sono 50 mila dollari al secondo, così ci capiamo di più. Uno, due, ne abbiamo già spesi 100 mila. In compenso abbiamo due miliardi di persone che vivono con circa 2 dollari al giorno. Questo è un esempio della diseguaglianza. Un mese fa all’Expo di Milano, c’è stato un incontro che ci ha consegnato gli ultimi dati sul cibo nel mondo: si produce da mangiare per 12 miliardi di persone, la popolazione attuale è di 7 miliardi e 120 milioni, dei quali un miliardo soffre la fame; mentre il 30% viene gettato! Di questo dovremmo preoccuparci piuttosto che cercare di costruire “sempre e per forza, un nuovo orticello?”. La politica non è girare un film, né un video-game, è un atto di fede e di passione verso la storia che si racconta. Se oggi constatiamo qualunquismo, diffidenza, sfiducia verso le istituzioni nazionali e sovrannazionali, i primi che si dovrebbero interrogare sulle cause sono proprio quelli che esercitano il potere: si chiedano se per loro la politica è servizio verso gli ultimi, verso coloro che fanno fatica, se hanno il senso del bene comune e, si confrontino concretamente con la gente e con il Vangelo, per chi è credente, e non con gli appetiti del loro piccolo campanile. Anche su questo, migranti e rifugiati ci interpellano. Ecco perché dobbiamo chiamarci l’uno con l’altro a responsabilità e a creare un lavoro comune.

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Verona – Settembre 2015

Cari amici della solidarietà della Rete Radié Resch di Verona, dopo le molte considerazioni sui migranti proposte sulla circolare nazionale, ecco alcune ulteriori considerazioni più legate a Verona. Venerdì 11.9 si è svolta anche a Verona la marcia dei piedi scalzi, come in altre 60 città italiane, e la marcia di Verona ha visto una partecipazione maggiore che non quella di Venezia, considerata la più importante (?) perché era alla Biennale del Cinema, al Lido. La Rete ha dato la sua adesione, Telearena ne ha dato alcune immagini. La situazione dei migranti in Europa continua nella sua rilevanza enorme, sono centinaia di migliaia le persone che si spostano, soprattutto sulla strada balcanica, attraverso la Grecia e l’Ungheria, con difficoltà enormi, barriere rifiuti sgambetti … Era una strada ben nota da anni, per quella strada arrivavano gli afgani ed i pakistani, ma una volta erano pochi, mentre ora questo è un esodo di popolo, con numeri ben diversi, si muovono famiglie intere, non solo ragazzi singoli, e questo fenomeno dimostra sempre di più i limiti e gli errori legati al trattato di Dublino, per il quale chi entra in Europa deve farsi registrare nel paese di arrivo e in quel paese deve chiedere il diritto di asilo. Nessuno vuole rimanere in Grecia, quindi si deve cambiare il trattato, il confine non è quello di stato, ma è il confine di Europa, non di uno stato singolo, e chi entra in Europa deve farsi registrare in Europa e in Europa deve/può chiedere il diritto di asilo. Ma con questi numeri esorbitanti tante cose stanno cambiando, anche l’Europa deciderà diversamente, e la Germania ha già cambiato atteggiamento, e con la Germania altri stati, perché ora può essere conveniente politicamente accettare chi fugge dalle guerre, i siriani soprattutto. In paesi con pochi giovani queste famiglie migranti possono essere molto utili, diminuiscono l’età media, contribuiscono al PIL lavorando (le popolazioni tedesche sono vecchie, e bisogna pagare le pensioni), e sono tutti già scolarizzati, per cui occorrono meno spese per mandarli a scuola, se non per la lingua. Ora pare che molti stati europei siano disposti ad aprire i confini e le porte, senza muri, anche se gli stati dell’Est sono ancora contrari, ma non riescono a bloccare la marea che passa. Tutto ciò indica che stanno cambiando le percezioni e le decisioni, e saranno cambiamenti abbastanza rapidi, ed a questo cambiamento ha certamente contribuito la chiara posizione di Papa Francesco, che ha aperto le porte delle chiese, parrocchie monasteri santuari, smuovendo molte posizioni bloccate. Non è tutto risolto, ancora non si è influito sulla situazione nei paesi di partenza, non s’è fermata la guerra in Siria, né in altri paesi, né si è vinta la povertà, ma forse una mentalità sta cambiando. E’ mancata nei giorni scorsi una cara amica della Rete, una delle sorelle Spaziani che a Isola della Scala hanno sostenuto le nostre operazioni fin dalla nascita della Rete, una delle figlie dell’avvocato Spaziani, martire della resistenza e del CNL di Isola, Laura Spaziani, anziana, malata da tempo e invalida. L’abbiamo salutata in chiesa ed accompagnata al cimitero. Ormai a Isola non c’è più un gruppo autonomo, il riferimento è tutto a Verona, ormai. Sabato prossimo 19 e domenica 20 si svolgerà il Coordinamento nazionale della Rete, a Quarrata, ci andremo io e Silvana; se qualcuno vuole aggiungersi a noi sarà nostro ospite gradito nel viaggio. Come sapete la Rete nazionale prevede di continuare il percorso di approfondimento sulla finanza criminale, che avrà spazio anche nel Convegno 2016 in preparazione, che forse si svolgerà in maggio in Umbria. In questo contesto prosegue la campagna contro il Trattato commerciale interatlantico, chiamato TTIP, di cui abbiamo parlato molte volte. Nigrizia di settembre se ne fa convinto promotore, e per chi non ha ancora mandato la sua adesione o ne volesse sapere di più, l’invito è a interessarsi direttamente su Nigrizia, a pag. 9. E già che state sfogliando Nigrizia, estendo l’invito al leggere il bell’articolo di Elianna Baldi, sul Centrafrica (un posto che noi della Rete abbiamo imparato a conoscere bene, con l’operazione seguito dai gruppi di Savona), sulla difficoltà di realizzare un progetto in quel posto, la fatica enorme di reagire alle difficoltà della sfortuna e delle avversità: a pag. 69 “Il costo di un sogno”. Prevediamo infine di incontrarci in settembre come gruppo di Verona, per parlare tra l’altro di Ghana e dell’operazione che inizia proprio in settembre. Parleremo di molte altre cose, tra l’altro degli amici in Guatemala, che hanno visto cambiare molte cose della loro vita in questa estate: padre Clemente ha cambiato parrocchia e incarichi (ora è anche responsabile nazionale della Charitas), Nicolasa è mamma di un bambino, il presidente Rioss Montt è stato incarcerato per i crimini commessi contro il suo popolo, nel periodo della repressione, ed ora si torna a votare. E naturalmente parleremo anche di noi e dei possibili collegamenti con altri gruppi veronesi, anche perché l’incontro si svolgerà presso le sorelle comboniane, nella sede di Combonifem, in via Cesiolo 46. L’appuntamento è per martedì 22 settembre alle ore 21. Se avete problemi a trovare il posto, chiamateci al tel, il mio numero di cel è 349 4315081, quello di Combonifem è 045 8303149. Come sapete, suor Elisa Kidané è ora in Africa, e la nuova direttrice di Combonifem è Paola Moggi, che abbiamo conosciuto in giugno nei Giardini Pettenella Picotti! A presto rivederci allora, ci sono tante cose da discutere insieme, per un utile e fraterno confronto. Un cordiale saluto

Silvana e Dino

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

Radiè Resch di Roma – Settembre 2015

Carissimi amiche e amici, oggi ricorre l’anniversario dell’armistizio del 1943, equivoca conclusione per l’Italia di una guerra ingloriosa, una guerra fascista e disastrosa. Ma che segnò anche l’inizio della Resistenza (con i combattimenti a Porta S. Paolo a Roma), l’avvenimento destinato a rigenerare il nostro Paese in modo insperato, frutto dell’eroico impegno di migliaia di cittadini di ogni estrazione sociale, sparsi in tutte le regioni, guidati molto spesso da uomini e donne che miracolosamente si erano mantenuti immuni dal contagio del regime, coltivando con cura i princìpi della democrazia liberale e della lezione gramsciana. Lo straordinario esito finale fu – come ben sappiamo – l’approvazione di una Costituzione repubblicana da molti Stati invidiataci, poi a più riprese insidiata dai nemici della democrazia e ancor oggi attaccata da molti politicanti che ammorbano la nostra vita quotidiana tentando di riportare in auge vecchie forme di politica reazionaria. Se non si difende quanto di meglio si riuscì a conquistare allora con sacrificio e non si mantengono saldi i princìpi che regolano il nostro vivere civile e le istituzioni a esso preposte non si potrà fronteggiare neppure il problema che oggi assilla il vecchio continente: quello dei migranti, siano essi rifugiati o semplici fuggitivi dalla miseria più nera (aboliamo definitivamente l’infame termine di “clandestini”). Uno dopo l’altro tutti gli Stati europei vengono coinvolti e disputano sul da farsi, a volte senza vergogna per le posizioni assunte, con qualche recente resipiscenza (Germania, Austria). Infatti quell’Unione Europea sognata a Ventotene da Spinelli, Colorni e Rossi non è in realtà mai nata e prima o poi le conseguenze si sarebbero presentate in forma drammatica. Le migrazioni dei popoli fanno parte della storia. Ora assistiamo a quella dei disperati dell’Africa e dell’Asia che fuggono da guerre civili crudelissime, da carestie senza speranza, dalle barbarie indicibili dei fondamentalismi religiosi. L’Occidente ha molte responsabilità in tutto questo, antiche e recenti, e non può esimersi dall’affrontare con spirito di giustizia e molta misericordia la sorte dei fuggitivi, già provati da esperienze dolorose inclusa la perdita in viaggi avventurosi di molti dei loro cari, di frequente in tenera età. Assurdamente molti continuano a definire “emergenza” il fenomeno, come se potesse essere superato in breve e tornare alla tranquillità (perfino il Pentagono ha parlato di una durata di vent’anni). Cecilia Strada ha scritto su Emergency di giugno: “Ci chiediamo come si possa sempre chiamare “emergenza” un fenomeno che è costante, strutturale, un fenomeno che – a ben guardare – esiste da che esiste il mondo, perché la storia dell’uomo è la storia delle sue migrazioni. Ci chiediamo come si possa parlare di “invasione” per i numeri delle persone che raggiungono l’Europa, quando sappiamo che la maggior parte dei rifugiati nel mondo (…) sta nei Paesi circostanti a quelli da cui scappano, non certo in Europa”. E più avanti: “Ci chiediamo se chi soffia sul fuoco della paura, della disinformazione e del razzismo abbia mai guardato in faccia chi sbarca”. Parole da condividere. E sappiamo quel che fa Emergency in tanti luoghi diversi, tra cui il nostro sud. Due giorni fa il papa ha invitato con decisione vescovadi, parrocchie e istituti religiosi ad accogliere i rifugiati, richiamandosi all’accoglienza evangelica. Lo si ascolti. Al nostro prossimo coordinamento nazionale (Quarrata, 19-20 settembre) si discuterà ampiamente del tema su cui la Rete ha fermato la sua attenzione negli ultimi tempi, un problema condizionante – senza timore di esagerare – le politiche mondiali e che non potevamo eludere: quello della “finanza criminale”. Dopo che se ne è trattato nella apposita “commissione finanza” e nei seguenti seminari interregionali, è giunto il momento di tirare le somme con la presentazione di un questionario per la partecipazione della Rete alla sessione del TPP (Tribunale Permanente dei Popoli) sulla finanza criminale, nonché di un documento sulle proposte dei seminari a cura della commissione finanza. Il dibattito si prevede ricco e si spera fruttuoso. Nell’o.d.g. ci sono altri punti ragguardevoli (sede, data e tema del prossimo Convegno nazionale e relativo gruppo preparatorio; i coordinamenti prossimi; gli estensori delle circolari nazionali fino al giugno del ’16). Ma l’attenzione cadrà inevitabilmente sul tema principale. Si deve riconoscenza a coloro che con passione, fossero esperti di economia o non esperti dedicatisi alla disciplina per l’occasione con tanta buona volontà, vi si sono prodigati generosamente. “La politica non deve sottomettersi all’economia e questa non deve sottomettersi ai dettami e al paradigma efficientista della tecnocrazia. Oggi, pensando al bene comune, abbiamo bisogno in modo ineludibile che la politica e l’economia, in dialogo, si pongano decisamente al servizio della vita, specialmente della vita umana. Il salvataggio ad ogni costo delle banche, facendo pagare il prezzo alla popolazione, senza la ferma decisione di rivedere e riformare l’intero sistema, riafferma un dominio assoluto della finanza che non ha futuro e che potrà solo generare nuove crisi dopo una lunga, costosa e apparente cura. La crisi finanziaria del 2007-2008 era l’occasione per sviluppare una nuova economia più attenta ai principi etici, e per una nuova regolamentazione dell’attività finanziaria speculativa e della ricchezza virtuale” (dal paragrafo 189 dell’enciclica “Laudato si’“ di papa Francesco). Quale miglior viatico, questa autorevole citazione, al prossimo dibattito di Quarrata? Intanto le reti locali continuano a curare i loro progetti (e ce ne informano) relativi a Brasile, Palestina, Haiti, Guatemala, popolo Mapuche ecc. e altri ne propongono. La nostra Rete è viva e vitale. Senza esaltarcene (la solidarietà non lo consente), ne siamo felici. Un abbraccio affettuoso, come sempre col pensiero rivolto a Ettore e Clotilde, cui dobbiamo moltissimo.

Mauro Gentilini

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Padova – Agosto/Settembre 2015

“Bisogna essere duri senza mai perdere la tenerezza”

Ernesto “Che” Guevara

Carissime /i, le comunicazioni con Haiti non si sono interrotte nemmeno durante il periodo delle “ferie”. Le lettere che seguono ci raccontano l’impegno e il continuo lavoro dei ns amici. Non tutte le notizie, purtroppo, sono positive. La siccità sta portando difficoltà nei raccolti e le elezioni politiche stanno dimostrando la non volontà di risolvere i problemi del Paese. Notizie dalla Rete – La Rete di Isola Vicentina ha organizzato la mostra dei manifesti che raccontano la nostra storia. Al termine della circola trovate l’invito e il programma del prossimo coordinamento nazionale.

LETTERE DA HAITI

“… Da noi tutti stanno bene, i bambini sono in piena forma, ora sono in vacanza e giocano tutto il tempo. Jean Martin è promosso in seconda elementare e la piccola Anne andrà a scuola il prossimo settembre, lei cresce molto bene per la sua età. Per quanto riguarda le donne della FDDPH, le loro attività funzionano normalmente, abbiamo incontri regolari ed io continuo con i corsi di Laboratorio medico. E Jean sta molto bene. Volevo proprio parlarti un po’ per avere vostre notizie e per dirti che siete nei nostri cuori. Anche quest’anno si dovrebbe tenere il campo estivo per i bambini contadini a Fondol ma non sappiamo ancora, perché purtroppo abbiamo pochi mezzi per continuare con la pratica di diverse professioni come avevamo cominciato lo scorso luglio (sartoria, falegnameria, preparazione di mobili, artigianato, cucina, varie formazioni). Vi vogliamo molto bene. Ciao! Martine che ti abbraccia.”

“…. abbiamo ricevuto tutto, il libro e il CD. Noi pensiamo che questo libro costituirà un riferimento, una memoria per tutte quelle e tutti quelli che hanno conosciuto e non hanno conosciuto Dadoue… Ancora una volta, grazie per tutto questo gran lavoro che hai realizzato a vantaggio di quanti lottano per un domani migliore nel nostro paese. La temperatura ogni giorno qui aumenta molto (38-40 gradi) e siamo costretti a bere molto spesso. Non abbiamo ancora avuto piogge contrariamente agli anni precedenti, infatti questa dovrebbe essere la stagione delle piogge. Ciò causerà senza dubbio molte difficoltà ai contadini per la fine dell’anno.La nostra famiglia sta bene, e anche noi contiamo di andare sulla montagna di Fondol all’inizio del mese di agosto per passare lì qualche giorno. Siamo in periodo di elezioni, e la violenza cresce di giorno in giorno all’avvicinarsi della data fissata per le elezioni, a causa di rivalità tra diversi raggruppamenti partitici che vogliono con ogni mezzo difendere i loro interessi personali, senza preoccuparsi veramente dei problemi collettivi. Noi siamo ancora molto reticenti a credere che ci sia qualcuno in questa folla di candidati (56 per la presidenza), capace di cambiare davvero la vita delle masse. Siamo anche molto preoccupati per la deportazione di massa degli Haitiani che vivono in Repubblica Dominicana; la cosa peggiore è che tra queste persone, ce ne sono tante che arrivano senza conoscere niente di Haiti, né la cultura, né la lingua creola e senza avere nemmeno una famiglia a cui fare riferimento per vivere. Ci mandano, insieme a questi Haitiani, dei Dominicani di origine haitiana, che arrivano ad Haiti come apolidi, essi non sono ben accolti da una parte della popolazione che non li considera Haitiani, ma Dominicani, dato che non sanno il creolo; la situazione è molto complicata per questa categoria che è respinta da entrambe le società (dominicana e haitiana), a volte, essi si trovano in strada a Port-au Prince e in altre città sulla frontiera senza sapere a quale Dio chiedere aiuto. Dunque, la relazione tra i due paesi si deteriora, cresce da sempre un atteggiamento antihaitiano in Dominicana ed ora c’è anche un atteggiamento antidomenicano da noi. Ma noi sappiamo che è un falso problema, questo è quel che vuole un piccolo gruppo di integristi razzisti delle due società, noi infatti abbiamo delle associazioni dei due paesi che riflettono profondamente sulla situazione. Antonio Ciguamo mantiene sempre i contatti con noi, sono molto attivi a livello di ‘’Solidaridad fronteriza‘’, ci sentiamo molto spesso con loro. Questa situazione complica ancor più la situazione economica delle masse e dei contadini, infatti c’è anche un’inflazione e mentre prima ci volevano 40 gourdes per 1 $, ora ce ne vogliono 52; questo ha causato l’aumento dei prezzi dei prodotti di prima necessità (fagioli, mais, riso, olio, farina etc.) sul mercato locale.In effetti Tita, ci sono talmente tante cose da dire che non finirei mai di scrivere oggi, e non ho ancora risposto alle domande della tua ultima lettera: sarà per la prossima volta, ti chiedo di avere un po’ di pazienza, io ora mi sto immergendo in una lettura sensazionale dopo l’arrivo di questo libro biografico, infatti ci sono molte cose che io personalmente non sapevo sulla relazione così profonda tra Dadoue, FDDPA e voi. Grazie ancora, per aver pensato di mettere per iscritto questa bella pagina d’amore, che ci conduce in un mondo difficile da comprendere, ma ben reale; avete dovuto effettuare parecchi viaggi in questo paese per poter arrivare ad una tale comprensione del contesto haitiano. Grazie, Jean et Martine che vi abbracciano con infinito amore. Ciao”

RASSEGNA STAMPA HAITI

Sulle elezioni del 9 agosto 2015 ad Haiti (MISNA)

Le elezioni legislative parziali celebrate ad Haiti domenica scorsa, dopo anni di rinvii, non sono state democratiche: è quanto denuncia la Rete nazionale dei difesa dei diritti umani (Rndhh), riferendosi a un voto svolto fra disordini e violenze con almeno due vittime. Irregolarità, incidenti, casi di frode: per Pierre Espérance, direttore esecutivo della Rete, lo scrutinio del 9 agosto ha costituito l’ennesima “violazione della democrazia” nel povero paese caraibico, che ancora paga le conseguenze del devastante terremoto del 12 gennaio 2010. I 5,8 milioni di aventi diritto erano chiamati a scegliere i deputati e due terzi del Senato fra 1800 candidati, in lizza per 139 incarichi. Ma, ha denunciato Espérance “con la complicità della polizia e della giustizia haitiana, alcuni individui sono entrati nei seggi impugnando armi automatiche per impedire ai cittadini di votare”. Alla chiusura dei centri di votazione, domenica sera, il presidente del Consiglio elettorale provvisorio (Cep), aveva dichiarato che solo il 4% dei seggi era stato colpito da atti di violenza, dichiarandosi soddisfatto della giornata elettorale. Col passare delle ore si è appreso anche attraverso i media internazionali di diversi episodi di violenza fra sostenitori di diverse fazioni in campo. Secondo fonti della società civile, inoltre, la precarietà delle strutture disponibili nei centri di votazione ha impedito la segretezza del voto. Una denuncia che ha ricevuto conferme anche in dichiarazioni rilasciate all’Afp dalla responsabile della missione di osservazione elettorale dell’Unione Europea, Elena Valenciano. “Se anche un solo haitiano non avesse potuto esercitare il suo diritto di voto sarebbe una preoccupazione per noi”. La missione dell’Ue resterà ad Haiti fino alla fine del lungo processo elettorale inaugurato dalle legislative (primi risultati attesi il 19 agosto) e che prevede, entro la fine dell’anno, anche le amministrative e le presidenziali.

Risultati delle elezioni agosto 2015 (Alterpresse)

Appena tre deputati sono risultati eletti su un totale di 119 al primo turno delle attese e caotiche legislative del 9 agosto scorso ad Haiti, secondo i risultati forniti dal Consiglio elettorale provvisorio (Cep); un voto, il primo organizzato dal 2011, segnato da un’altissima astensione, l’82%, ancor più alta nel dipartimento dell’Ovest, il più popolato, che ingloba Port-au-Prince.Il voto dovrà essere nuovamente celebrato in 25 delle 119 circoscrizioni elettorali del paese a causa delle violenze che hanno costretto molti centri di voto a chiudere con largo anticipo; da questi distretti hanno raggiunto il centro di computo dei risultati, ospitato nella capitale, appena il 70% delle schede previste. Nessuno dei 20 seggi da senatore in gioco è stato conquistato alla fine del primo turno. Il secondo turno è previsto per il 25 ottobre, in concomitanza con le elezioni municipali e locali e il primo turno delle presidenziali.Il giorno del voto due persone sono state uccise, due sostenitori, rispettivamente del partito di opposizione Fusion e dello schieramento presidenziale Phtk (Parti haïtien tet kale). Inoltre, 14 candidati sono stati esclusi perché accusati di coinvolgimento in sparatorie, saccheggio delle urne, aggressioni contro il personale addetto ai centri di votazione.La missione degli osservatori dell’Unione Europea ha criticato la precarietà dell’organizzazione, mentre diverse organizzazioni della società civile hanno definito il voto “non democratico”.

L’appuntamento mancato delle legislative del 9 agosto ad Haiti

Gotson Pierre, P-au-P., 12 agosto 2015 [AlterPresse]

Le elezioni legislative del 9 agosto scorso ad Haiti, svoltesi in un clima caotico e disertate da gran parte degli elettori ed elettrici, sono state tuttavia cruciali per il futuro democratico del paese. Mentre sembra annunciarsi una crisi post-elettorale, varie sfide emergono da questo scrutinio, alcune riguardanti il quadro istituzionale dello Stato ed altre le prospettive di sviluppo socio-economico. Queste elezioni, attese da 4 anni, devono permettere di rinnovare la camera bassa, passando da 99 a 119 deputati, e di completare il senato amputato di due terzi dei suoi membri, ossia 20 senatori. Un vuoto parlamentare esiste da gennaio, quando il mandato dei deputati e quello di due terzi dei senatori ha avuto termine. L’esistenza del parlamento in sé è quindi una sfida, nel momento in cui il paese non riesce a godere di una vera stabilità politica. Si tratta dunque di riabilitare il parlamento come potere che dovrà contribuire a stabilire l’equilibrio di fronte a un esecutivo troppo dominante e, sembra, onnipotente. “Ogni potere è indipendente dagli altri due nelle sue attribuzioni che esercita separatamente”, proclama la costituzione haitiana. Nonostante la resistenza di alcuni senatori e deputati, durante l’ultima legislatura (la 49°), il potere legislativo è stato seriamente intaccato. Questa situazione è stata favorita dal clientelismo, che ha caratterizzato il comportamento di numerosi parlamentari, alla ricerca di vantaggi personali presso membri dell’esecutivo e responsabili di organismi decentrati dello stato. Il parlamento ha visto erodersi il suo potere di controllo dell’esecutivo. A più riprese l’ex primo ministro Laurent Lamothe non si è degnato di rispondere alle richieste di deputati e senatori di spiegazioni sulle azioni dell’équipe al potere. Vale lo stesso per la legge finanziaria, riproposta di anno in anno, senza tener conto delle osservazioni del parlamento. Ora il bilancio costituisce un campo negoziale dove il senato e la camera dei deputati possono influenzare la politica socioeconomica applicata, prendendo in considerazione le preoccupazioni di tutti i ceti sociali. Il parlamento è stato svuotato di tutto quanto riguarda le attribuzioni fissate dalla costituzione, fino a far sparire la legislatura in gennaio 2015, in parte sotto il peso delle sue stesse contraddizioni non risolte e anche dei molti scandali e controversie che hanno appannato la sua immagine. I senatori e deputati, che dovevano in qualche modo costituire un baluardo contro la corruzione, si sono impantanati in oscuri affari e sono stati coinvolti da scandali a ripetizione. La prossima legislatura, d’altra parte, dovrà mettere ordine nei rapporti con i poteri locali da rimettere in piedi a partire dalle elezioni municipali e locali previste per il prossimo 25 ottobre contemporaneamente alle presidenziali e al secondo turno delle legislative. Troppo spesso si sono visti deputati muoversi come sindaci, cercando di gestire direttamente dei fondi d’investimento per poterne trarre benefici economici e politici e assicurarsi così di poter raccogliere la simpatia delle popolazioni locali e ampliare la loro rete clientelare per garantirsi indefinitamente la rielezione in scrutini truccati. E la ruota potrà continuare a girare. Il parlamento dovrebbe essere anche un interlocutore per diverse strutture cittadine e gruppi sociali su tematiche d’interesse pubblico, come il rispetto dei diritti umani, la giustizia, lo sfruttamento e la gestione delle risorse naturali nazionali, il decentramento, la questione di genere, ecc. Anche il dossier sull’emendamento costituzionale riveste un’importanza capitale. Infatti dopo l’affrettato emendamento del 2011, il paese si è impigliato in un imbroglio senza alcuna prospettiva di uscirne. La costituzione, votata nel 1987 in Creol e Francese, è stata emendata solo nella versione francese. La convalida di questo emendamento, di cui non si è sicuri di aver trovato la versione originale, è stata fatta sulla base di una intesa atipica tra l’esecutivo, il legislativo e il giudiziario. Inoltre l’emendamento del 2011 ha segnato un passo indietro in materia di democrazia partecipativa, orientamento principale della costituzione del 1987, ad es. le prerogative accordate alle collettività territoriali nella costituzione del Consiglio elettorale permanente (Cep) sono state semplicemente soppresse. Il potere di designazione dei 9 membri del Cep è ormai concentrato nelle mani dell’esecutivo, del legislativo e del giudiziario: è un’enorme sfida per la prossima legislatura, che dovrà scegliere un terzo dei membri del CEP. Infine il senato dovrà contribuire a mettere ordine nella diplomazia haitiana, che, negli ultimi 4 anni, è diventata pletorica e ancor più inefficace per effetto della ricerca da parte dei senatori di vantaggi personali e impieghi per i loro raccomandati. E’ grave che le operazioni elettorali del 9 agosto, svoltesi in un clima che non ispira alcuna fiducia, non permettano di sperare che gli eletti avranno la legittimità, la credibilità, la visione e la volontà politica necessarie per assumersi tali responsabilità. Infatti, nel contesto attuale di debolezza istituzionale, il Cep non ha saputo sbarrare la strada a candidati dalla dubbia moralità, considerati assassini, ladri, sequestratori, trafficanti di droga ed armi, falsari, truffatori e altri banditi.

Insicurezza alimentare: situazione preoccupante, il fenomeno El Niño colpisce Haiti per l’80%, mentre le precipitazioni sono cessate da metà aprile 2015 – 15 giugno 2015, Emmanuel Marino Bruno [AlterPresse] L’insicurezza alimentare, prevalente attualmente ad Haiti, è preoccupante, valuta il Coordinamento nazionale della sicurezza alimentare (Cnsa), durante una conferenza stampa del 15 giugno 2015. La stagione primaverile, che copre generalmente il 60% della produzione agricola, appare molto compromessa, rileva il direttore generale del Cnsa, l’agronomo Gary Mathieu. Questa situazione sarebbe dovuta al fenomeno El Niño, che colpisce circa l’80% del paese. Le piogge, che si dovrebbero registrare fino all’inizio di giugno 2015, hanno smesso di cadere da metà aprile 2015. A causa degli effetti della siccità, il Cnsa prevede un calo sostanziale, tra il 60 e il 70% della produzione agricola, nei dipartimenti del Sud-Est, del Nord-Ovest, dell’Artibonite (soprattutto l’alta Artibonite), del Plateau central, del Nord-Est (una parte), l’isola della Gonâve (i due comuni Anse-à-Galets e Pointe à Raquette), dell’Ovest (tra cui Fonds Verrettes dove solo poche precipitazioni sono state registrate a fine maggio 2015, dopo un lungo periodo di siccità che colpisce la zona da novembre 2014). Sono, in particolare, colpiti i comuni di Grand-Gôave (Ovest), Grand Gosier, Anse-à-Pitres e Belle-Anse (Sud -Est), Jean Rabel, Baie-de-Henne e Môle Saint-Nicolas (basso Nord-Ovest) e buona parte del comune di Gonaïves (alta Artibonite). «Si dovrebbe registrare attualmente una disponibilità di prodotti alimentari locali sul mercato nazionale. Ma sono soprattutto prodotti importati, quelli che si vedranno», deplora il Cnsa. I prezzi dei prodotti importati, come il riso, l’olio e la farina, hanno cominciato ad aumentare fino al 10 %, all’inizio di giugno 2015. L’aumento del prezzo del dollaro USA, provocando un aumento dei prezzi dei prodotti alimentari (divenuti sempre più cari) avrà un impatto negativo sui più poveri, avverte il Cnsa, auspicando un “serio rilancio” della produzione agricola nazionale. Da due settimane, il cambio supera i 50 gourdes per 1 dollaro USA (era di 47 gourdes a dicembre 2014). Gli stessi problemi tornano ogni anno: il deficit nelle precipitazioni resta costante dal 2008, ricorda Gary Mathieu, chiedendo interventi per controllare l’acqua, le sorgenti e i fiumi. Attualmente, il Ministero dell’agricoltura, delle risorse naturali e dello sviluppo rurale (Marndr) effettua un inventario di tutti i punti d’acqua e sistemi d’irrigazione in vista di intraprendere dei lavori ad alta intensità di mano d’opera per il controllo dell’acqua, annuncia il Cnsa. Saranno anche installate delle cisterne comunitarie. Molte persone hanno lasciato l’agricoltura per orientarsi verso la pesca, segnala il Cnsa, che raccomanda disposizioni strutturali relative all’ambiente, l’acqua, in modo di prevenire situazioni di crisi alimentare a ripetizione. Tra 3 e 3,8 milioni di persone son attualmente in una situazione di insicurezza alimentare ad Haiti. Il Cnsa incoraggia iniziative di promozione dell’agricoltura familiare, allo stesso modo che per l’agricoltura commerciale (agribusiness). Un protocollo di accordo, per la realizzazione di un patto a sostegno delle piccole e medie imprese (Pme) nell’ “agribusiness”, è stato firmato il 29 maggio 2015 al Ministero dell’economia e delle finanze (Mef), a Port-au-Prince. Da due settimane, il cambio supera i 50 gourdes per 1 dollaro USA (era di 47 gourdes a dicembre 2014). Gli stessi problemi tornano ogni anno: il deficit nelle precipitazioni resta costante dal 2008, ricorda Gary Mathieu, chiedendo interventi per controllare l’acqua, le sorgenti e i fiumi. Attualmente, il Ministero dell’agricoltura, delle risorse naturali e dello sviluppo rurale (Marndr) effettua un inventario di tutti i punti d’acqua e sistemi d’irrigazione in vista di intraprendere dei lavori ad alta intensità di mano d’opera per il controllo dell’acqua, annuncia il Cnsa. Saranno anche installate delle cisterne comunitarie. Molte persone hanno lasciato l’agricoltura per orientarsi verso la pesca, segnala il Cnsa, che raccomanda disposizioni strutturali relative all’ambiente, l’acqua, in modo di prevenire situazioni di crisi alimentare a ripetizione. Tra 3 e 3,8 milioni di persone son attualmente in una situazione di insicurezza alimentare ad Haiti. Il Cnsa incoraggia iniziative di promozione dell’agricoltura familiare, allo stesso modo che per l’agricoltura commerciale (agribusiness). Un protocollo di accordo, per la realizzazione di un patto a sostegno delle piccole e medie imprese (Pme) nell’ “agribusiness”, è stato firmato il 29 maggio 2015 al Ministero dell’economia e delle finanze (Mef), a Port-au-Prince.

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