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Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

Radiè Resch di Verona – Dicembre 2015

Cari amici della solidarietà della Rete Radié Resch di Verona, chiudiamo con questa lettera la riflessione relativa a questo anno 2015, un anno davvero molto particolare, che segna un vero cambio di epoca: cambia il clima, e non si torna indietro. Cambiano le emigrazioni, gli spostamenti dal Sud verso il Nord, non solo sui gommoni nel canale di Sicilia, e non finiranno tanto presto. Cambia lo stato di guerra, in cui ormai siamo immersi in tutta Europa. E continua ad allargarsi la forbice tra ricchi e poveri, tra pensionati e nuovi lavoratori. La nostra è una società polarizzata e profondamente malata. Molti sono gli elementi di preoccupazione, alcuni anche di speranza, ma questi segni sono più difficili da cogliere, più deboli, meno evidenti, rispetto ai messaggi di guerra che continuano su ogni giornale. Di fronte agli attentati di Parigi, e alle nuove minacce a Roma e a Londra e in USA, si alzano sempre di più i controlli, la militarizzazione, nonostante tutti si affannino a dire che non cambia la nostra vita, che tutto rimane com’era prima. Preoccupanti sono i bombardamenti che continuano, e anzi crescono, anche se non produrranno alcun cambiamento positivo. Preoccupanti le pressioni delle multinazionali per impedire qualsiasi decisione del Cop21 di Parigi per il clima, perché non vengano limitate le emissioni legate al petrolio. E continua la persecuzione dei palestinesi, denunciata anche dalla presa di posizione ferma e quasi ironica della ricercatrice Samar Batrawi, contro il diritto all’autodifesa di Israele, contro i loro occupanti, i loro torturatori, i loro carcerieri, i ladri della loro terra e della loro acqua, che li esiliano, che demoliscono le loro case. Ma ci sono anche segnali positivi, ad iniziare al Giubileo della Misericordia, con la Porta aperta prima di tutto in Africa, nella Cattedrale di Bangui, una piccola chiesa ma molto significativa, che noi della Rete abbiamo imparato a conoscere dall’operazione sostenuta dalla Rete di Savona (questo era il luogo di allora), col Convegno a Bangui dove andò anche Latouche, con i bambini neri che dicevano “ma dove li avete trovati questi bianchi senza soldi?” Di questo Giubileo parleremo ancora molto, dei suoi molti significati. E’ positivo che l’Ordine degli Architetti e l’Ordine degli Ingegneri di Verona si siano opposti formalmente al pensiero dominante, al pensiero unico-liberista, alla finanza che ricerca il massimo profitto, impoverendo tutti e accumulando la ricchezza nelle mani di pochi, tutto in contrasto con la Costituzione, contro il concetto di bene comune, contro il principio di uguaglianza e la libertà. Hanno invocato una nuova resistenza a queste leggi criminose e criminogene, per preservare il bene comune, contro l’Urbs capta! E questo è stato affermato da degli Ordini professionali! Un altro segnale positivo è la lettera mandata ai giovani dei paesi occidentali dalla Guida della Religione islamica dell’Iran, l’imam Alì Khamenei, per focalizzare l’attenzione dei giovani -e meno giovani- non solo sulle vittime del terrorismo di Parigi, ma anche sulle vittime del terrorismo sostenuto dall’Occidente, in Israele, del militarismo che riduce paesi in macerie, riduce città in cenere, distrugge civiltà millenarie parlando di popoli che non accettano di omologarsi e uniformarsi rapidamente, contro una cultura aggressiva e volgare (sono tutte parole di Khamenei, tradotte ovviamente). L’imam critica decisamente l’ISIS, ma anche afferma che l’ISIS non è un prodotto dell’Islam. È un testo da leggere e meditare, per poter cercare insieme segni di speranza. È un grande segno di speranza incontrarsi in tanti per cercare possibili azioni di sostegno e liberazione, come stiamo facendo nel nostro piccolo gruppo di Rete veronese, ospitati ora dalle sorelle comboniane di Combonifem. E l’attenzione all’Africa e la Ghana ci danno nuovi motivi di riflessione e di conoscenza, e di azione concreta, perché l’Africa è il luogo dove l’oppressione è più forte, e ne sappiamo troppo poco. Il dottor Rigoli ci ha mandato un’analisi particolarmente interessante della situazione, che allego alla circolare, per chi desidera leggere un po’ più ampiamente la situazione di neocolonialismo e per spiegare perché vogliamo sostenere la scolarizzazione di alcune ragazze di Ajumako, questa cittadina lontanissima da Verona diventata un luogo di nostro interesse. Una parte del testo le inserisco qui in circolare, come modello di riflessione, perché sostenga le altre considerazioni politiche e concrete. Salto le considerazioni sulle dimensioni dell’Africa, sul mal d’Africa, sulla gomma, sull’oro, sul petrolio, sul cacao, e mi soffermo qui sul riso e sull’autosufficienza alimentare del Ghana, completamente stravolta dalle politiche finanziarie USA. E poi ci meravigliamo se gli africani scappano in Europa, a cercare una futuro migliore per i loro figli!

Come l’ingerenza della finanza modifica la nostra vita: l’esempio del riso in Ghana

Da sempre la coltivazione del riso in Ghana è stata un’attività economica di rilievo. Ad esempio, alla metà degli anni ’70, i produttori di riso riuscivano quasi a coprire l’intero fabbisogno nazionale e la produzione era particolarmente abbondante nel nord del Paese. Il suo successo può essere largamente attribuito al programma governativo “produrre- per-vivere”. La messa in atto di questo programma ha permesso sia ai piccoli che ai grandi produttori di essere sostenuti da consistenti contributi, che hanno consentito di abbassare i costi produttivi del riso. Tuttavia, a partire dal 1983, i contadini del paese hanno visto gradualmente diminuire i sussidi per l’agricoltura a causa del Programma di Recupero Economico imposto dal Fondo monetario internazionale e dalla Banca mondiale come risposta al debito estero ghanese. La conseguenza principale di questo programma fu l’adozione della politica di liberalizzazione agricola e l’essenza di questa politica era l’adeguamento dei prezzi a quelli del mercato internazionale … L’effetto combinato della sospensione degli incentivi governativi ai produttori locali e della liberalizzazione comportarono una crescita delle importazioni e una riduzione della produzione locale.

L’aumento delle importazioni è stato abbondantemente documentato da dati FAO e Oxfam. Contemporaneamente la produzione locale era in costante calo: mentre a metà degli anni 1970 era sufficiente a coprire il fabbisogno della popolazione, nel 2002 rappresentava solo il 36% delle scorte nazionali. La motivazione principale che sta dietro alla promozione delle politiche di liberalizzazione nel Sud del mondo è quella di favorire il libero scambio, garantendo un accesso equo al commercio in maniera che le nazioni partecipanti possano beneficiarne. Il nostro caso, pur solo considerando l’origine del riso importato, è una dimostrazione dell’iniquità di tali politiche. Una parte significativa delle importazioni di riso in Ghana, infatti, proviene dagli Stati Uniti. Nel 2003 le importazioni di riso dagli Stati Uniti ammontavano a 111.000 tonnellate, un dato molto vicino alla produzione interna del Ghana nel 2002. Negli ultimi due decenni la produzione statunitense è cresciuta sino ad eccedere il fabbisogno interno ghanese del prodotto. Secondo una dichiarazione del 2006 dell’USDA Foreign Agricultural Service Strategy, gli Stati Uniti considerano il Ghana uno dei maggiori consumatori di riso americano, un fattore che li aiuta a consolidare la loro fetta di mercato a dispetto della forte concorrenza con altri paesi esportatori, prevalentemente asiatici. Di conseguenza gli Stati Uniti cercano di imporre al Ghana ulteriori tagli ai sussidi agricoli. Paradossalmente, al contrario, secondo uno studio commissionato dal Dipartimento di Agricoltura americano, il 57% delle fattorie statunitensi produttrici di riso non sarebbe riuscito a coprire i costi se non avesse ricevuto sussidi statali…

Grazie a questi contributi, i coltivatori statunitensi sono in grado di esportare il riso a un prezzo addirittura inferiore ai costi di produzione. I costi medi di produzione e lavorazione di una tonnellata di riso bianco degli Stati Uniti ammontavano a 415$ tra il 2002 e il 2003, ma la stessa quantità veniva esportata nel Paese africano al prezzo di $274 cioè inferiore del 34% al suo costo. A rendere la situazione ancora più disastrosa per i piccoli produttori di riso del Ghana, gli importatori statunitensi hanno adottato raffinate strategie di marketing e investito grosse cifre in campagne pubblicitarie per convincere i consumatori   ad utilizzare il riso statunitense … E mi fermo qui, per il resto leggete la relazione completa.

Nella prossima lettera in gennaio 2016 faremo il bilancio della colletta 2015, e proporremo le linee del Convegno Nazionale, previsto per l’8, il 9 e il 10 aprile prossimi.

Un affettuoso augurio di Buona Santa Lucia, Buon Natale, e di un Buon 2016. Arrivederci al prossimo incontro.

Silvana e Dino

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Quarrata – Dicembre 2015

Carissima, carissimo, grazie per questo anno trascorso insieme. Abbiamo cercato di viverlo al meglio, ciascuno nel proprio ambiente, cercando di far tesoro per le belle e difficili situazioni in cui ci siamo trovati. A Quarrata, nell’ultimo dei cinque incontri, Antonietta Potente ci ha ricordato il sogno di Gesù, l’alzarsi, il risvegliarsi per stare insieme; che la risurrezione non è un miracolo ma, un evento trasformativo grandissimo in cui partecipa in segreto tutta la creazione, è una nascita che rimette in piedi, perché i vangeli sono testi esistenziali, perché sono le persone che vivono la vita dei vangeli, perché la teologia non si costruisce a freddo in una biblioteca o in uno studio. Tra pochi giorni inizierà un nuovo anno, vorremmo fosse veramente nuovo, anche perché, penso che non abbiamo tante alternative. Tutti sappiamo che così non possiamo continuare. Folle disperate e sempre in aumento di senza lavoro, senza cibo, senza alcuna speranza, che soffrono e perdono la vita per la fame, per le guerre, le ingiustizie, i soprusi, i delitti più disumani. Mentre i cosiddetti “grandi” della terra continuano a giocare a palla con la luna, le stelle, il sole, e tutti i cosiddetti paradisi fiscali e non, dilapidando tutte le bellezze, le ricchezze e le potenzialità della terra, facendo pagare il tutto ai più piccoli, agli impoveriti dalle loro politiche.

Raccogliamo ciò che abbiamo piantato.

Attraverso i media continuiamo a seguire tutto il flusso migratorio verso l’Europa Occidentale di africani e arabi che fuggono da paesi in guerra quali la Siria, l’Irak, l’Eritrea, la Libia, l’Afghanistan. Nel 2015 sul vecchio Continente sono già sbarcati circa 500.000 migranti privi di documenti. Nelle acque del Mediterraneo giacciono sepolti, da gennaio ad oggi, circa 4.500 persone che scappavano dalla miseria e dalla violenza, alla ricerca di un po’ di pane e di pace, di cui 700 bambini. Nel 2014 erano state circa 3.500. Papa Francesco ha fatto numerosi appelli in difesa delle vittime di un mondo egemonizzato da un sistema nel quale la libera circolazione dei soldi non trova il corrispettivo nella libera circolazione delle persone. Dinanzi al capitale tutte le frontiere si aprono. Dinanzi alle persone tutte si chiudono, soprattutto quando si tratta di neri o musulmani. E questo per il preconcetto che potrebbero essere dei potenziali terroristi. Martedì 8 dicembre, Papà Francesco ha riaperto la porta Santa in Vaticano, dopo averla aperta in anticipo a Bangui, nella cattedrale della Repubblica Centrafricana, terra sofferente che rappresenta tutti i Paesi del mondo che stanno passando guerra e fame, a simbolo di un’umanità intera che si rinnova, si ingloba e fraternizza. È triste aver visto bambini girovagare per le strade e persone bisognose strisciare sotto recinti di filo spinato, schiere di poliziotti che tentano di respingerli con gas lacrimogeni, cani che fiutano le persone, recinzioni elettrificate, bastonate. L’Europa Occidentale raccoglie il frutto di quella semenza maligna che aveva piantato: secoli di colonialismo in Africa e appoggio a regimi dittatoriali in Oriente. Dopo aver estorto ricchezze naturali e sostenuto dittatori sanguinari, noi europei lasciammo alle nostre spalle una zavorra di miseria e violenza. Avessimo promosso la democrazia e lo sviluppo di quei paesi, oggi non dovremmo erigere muri per respingere le orde di migranti, e questi non dovrebbero rischiare la vita nelle acque del Mediterraneo aggrappati alla fragile speranza di una vita migliore. L’Unione Europea ha appoggiato il brutale intervento degli Stati Uniti nei paesi arabi. Dopo aver sostenuto Saddam Hussein, Gheddafi e Bashar al-Assad, le potenze occidentali, con un occhio ai giacimenti di petrolio di quei paesi, hanno fatto appello pretestuosamente al terrorismo, per derubarli e lasciarli nel caos. Noi europei occidentali dimentichiamo il nostro passato. Fra il 1890 e il 1910 più di 17 milioni di europei emigrarono verso gli Stati Uniti. E altri milioni raggiunsero l’America del Sud. Questo quando la popolazione mondiale era circa un quarto di quella odierna. Il flusso migratorio di allora è stato ben più intenso di quello attuale. Perché l’Europa Occidentale non ha chiuso le sue frontiere dopo il crollo del Muro di Berlino, quando il movimento migratorio da est verso ovest si era intensificato? I popoli dell’est non avevano le caratteristiche degli schiavi, ma pelle bianca come la neve, occhi chiari. Nulla di meglio che avere degli impiegati in alberghi, ristoranti, negozi, abitazioni – di “bella presenza”. E’ il preconcetto che uccide le sue vittime e i valori umani che teoricamente difendiamo. E la discriminazione rivela la nostra vera faccia. E’ la superficialità con cui si guarda la realtà, si vive la quotidianità, pensando che la realtà sia solo come ci viene presentata. Dopo cento anni d’inutili stragi, di orribili massacri e crimini contro l’umanità è venuto il tempo di riconoscere che la pace è un diritto umano fondamentale della persona e dei popoli. Un diritto che deve essere effettivamente riconosciuto, applicato, tutelato e vissuto a tutti i livelli, dalle nostre città all’Onu.

Papa Francesco

“A sorpresa i colleghi cardinali sono andati a scegliere un Papa alla fine del mondo”. Queste le prime parole di Papa Francesco dal balcone della Basilica di San Pietro in diretta mondovisione la sera di mercoledì 13 marzo 2013. Da allora una sequela di cambiamenti, innovazioni, esternazioni che hanno determinato un gradimento senza precedenti, ma parimenti hanno sconcertato Curia e i fedeli tradizionalisti. Non ultima la convocazione di un Giubileo senza attendere i canonici 25 anni di intervallo. La sua rinuncia a molte delle prerogative del soglio pontificio genera perplessità e interrogativi. Le aperture su temi delicati per la Chiesa, ad esempio la comunione per i divorziati o la questione della Madonna di Medjugorje, si scontrano con le linee di orientamento generale stabilite dai predecessori. L’abbondante riabilitazione della cosiddetta “teologia della liberazione” evidenzia una sconfessione della visione di Giovanni Paolo II. La concezione di Cristo come rivoluzionario in chiave politica si discosta chiaramente dalla catechesi. Questa la posizione di papa Wojtila sancita nel 1981 dalle conclusioni della Congregazione per la dottrina della fede presieduta dal Cardinale Joseph Ratzinger. Nella politica estera della Santa Sede sono state assunte decisioni sorprendenti, dal riconoscimento della Palestina alla condanna del genocidio armeno. Una vicenda che ha scatenato l’ira della Turchia. L’omelia di Papa Francesco pronunciata nella Basilica di San Pietro il 12 aprile, alla presenza dei rappresentanti di tutte le confessioni cristiane, ha causato un vero e proprio incidente diplomatico. Durante l’allocuzione il Pontefice ha condannato i crimini e i massacri che quotidianamente sono perpetrati ad ogni latitudine nei confronti dei fratelli e delle sorelle che hanno fede in Cristo. Persone che hanno subito brutalità efferate e sono state costrette, in determinati contesti, a lasciare la propria terra. Nel ricordare che il sangue cristiano é sempre stato sparso durante il corso dei secoli ha citato anche il genocidio degli armeni che rientra nella specifica tipologia degli stermini di massa come la Shoah, Cambogia, Ruanda, Bosnia ecc. … Un’affermazione che ha immediatamente scatenato la ferma e vibrante reazione della Turchia che considera da sempre l’eccidio armeno un falso storico. Il Presidente Erdogan ha ammonito Papa Francesco sulle imprevedibili conseguenze dell’errore commesso, definendo le sue parole inaccettabili e dannose, oltre che per i rapporti bilaterali, soprattutto per le dinamiche interconfessionali.

I bambini

Una strage, su fronti diversi e dai danni inestimabili. Una strage di bambini, alla luce delle ultime cifre, raccapricciante. Più di settecento in un solo anno. Tutti naufraghi. E non finisce qui: “Dall’inizio del 2014 -ha ricordato il presidente di Unicef Italia, Giacomo Guerrera- circa 30 milioni di bambini hanno lasciato le proprie case a causa di guerre, violenza, persecuzioni e le condizioni climatiche”. Sui bambini si specula, ci si sporcano le mani, ci si arricchisce. Sono merce, oggetti, piccoli salvadanai dal guadagno sicuro. E se finiscono in mare o a prostituirsi non fa differenza, se vengono venduti o barattati, tanto meno. Costano poco ma, fruttano molto. Nei barconi occupano meno spazio degli adulti, fanno numero, se arrivano a destinazione, possono essere richiestissimi. Il mondo dell’infanzia è anche questo, ebbene sì. Ma non ne possiamo più! Dell’incuria, la superficialità e la passività con cui si assiste a tutto, ognuno stretto nelle sciarpe calde del proprio inverno e nella finzione dei problemi mai affrontati. Ci si scarica, gli uni sugli altri, l’impegno di una frontiera che sia madre, che sia credibile, che difenda dai venti sbagliati e sappia accogliere le voci giuste. I bambini hanno un solo e unico desiderio: essere rispettati, essere abbracciati dalla dignità che gli dobbiamo, non essere traditi nella loro ingenuità e nelle notti con le stelline al soffitto. Invece li lasciamo infreddoliti, spaventati, ad elemosinare agli incroci o all’uscita dei supermercati, a mani chiuse di tenerezza ma aperte di terrore. Li lasciamo affamati, ammalati in terre insane, dove un sorso d’acqua è infetto, un tozzo di pane si divide con le mosche e dove per un mal di pancia c’é solo da pregare Dio. Li svendiamo ad una vita bastarda ed assassina, rapiti e rivenduti al miglior offerente, in cambio di un potere che avvelena. Tutti. E lasciamo fare, lasciamo le tende chiuse mentre, al di là dei vetri, si compie l’atto più osceno che si possa, anche solo, immaginare. E noi ne siamo, omertosamente, complici. Quanto spreco di energie e di denaro in imprese inutili mascherate di progresso e necessità, mentre una linea sottile ed accecante allunga il suo perimetro allargando le colpe. Di tutti. Ogni Stato mette del suo, ogni nazione partecipa a questa gara di follia. Oggi il Natale è a un passo da noi, ma, nella festa mondiale della carità e misericordia, si festeggia l’ennesimo eccidio. I bambini continuano a soffrire, ogni anno, ne muoiono centinaia di migliaia a causa di guerre e attacchi terroristici; oltre un milione rimangono orfani e con traumi psicologici irreversibili; milioni ne muoiono prima dei cinque anni e, di questi, l’80% in Africa ed in Asia meridionale per fame e malattie; mentre sono duecentocinquanta milioni i bambini lavoratori che guadagnano meno di due dollari al giorno; altrettanti non dispongono di servizi igienici, acqua potabile e assistenza sanitaria. Una sorta di mondo ‘invisibile’ che piange d’abbandono. Un mondo visibilissimo, invece, ma che lasciamo fuori dalle nostre coscienze, cieche di convenienza, nascoste dietro le lucette intermittenti del presepe, tovaglie ricamate d’oro e tavolate sbuffanti di noia e messinscena. Nel mio ultimo viaggio in Brasile, durante una riunione con gli educatori della Baixada e Waldemar Boff, Marcos ha preso la parola e ha evidenziato quale è il uno dei veri problemi di oggi, ha affermato: non mandateci le vostre eccedenze di rifiuti, di soldi, di prodotti obsoleti, di volontari, di esperti, chiedetevi piuttosto il perché siamo costretti a vivere nelle condizioni in cui siamo, e insieme cerchiamo la risposta, da uguale a uguale, da comunità a comunità. Solo così, forse, riusciremo ad avere più occasioni e ragioni per restare nelle nostre terre. Siamo nel tempo del Natale, ma cos’è il Natale? Una coppia di Nazareth, Maria e Giuseppe, vanno a Betlemme. Là sono respinti. Forse perché lei era incinta e non erano sposati. Non c’era posto per loro, terminarono il loro cammino ospiti in una stalla, a lato degli animali, dove Gesù nacque. Nonostante questo scenario, il Natale si è trasformato in una festa di scambio di regali mentre ha un significato religioso molto forte e anche molto seducente anche da un punto di visto simbolico. Oggi, il mercato cerca sempre di più di oscurare la figura di Gesù di Nazareth e imporre Babbo Natale. C’è una babbonatalizzazione che trasforma il Natale in una festa del consumo. Il mercato vuole imporsi mercantilizzando tutte le dimensioni della vita. Stiamo andando incontro anche ad un nuovo anno, il passaggio racchiude sempre in se il desiderio di cambiare, dobbiamo impegnarci a vivere sempre più la generosità, la solidarietà e la condivisione, impegnandoci profondamente ad essere sempre più persone di dialogo con gli altri, anche con coloro che la pensano e agiscono a partire da valori che non sono i nostri e con i quali abbiamo difficoltà a dialogare. Il dialogo più fecondo è infatti con coloro che non la pensano come noi. Oltre a questo, cerchiamo in ogni modo di intensificare un vero rapporto solidale con la terra, l’acqua e tutti gli esseri viventi del pianeta.

Buon cammino, Antonio

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Padova – Dicembre 2015

“La nostra missione non è forse quella di conservare la vita? C’è un solo modo per fare questo. Dobbiamo insistere perché sia fatta la pace.”

(Emily Hobhouse, Natale 1914)

Carissime/i, iniziare sempre con carissime/i queste comunicazioni mensili è una forma di amicizia che aiuta a trasmettere con continuità tante notizie, inviti e lettere che sono il cammino della nostra Rete di Padova. Anche gli auguri sono un modo di ricordare la nostra amicizia, il nostro impegno solidale, e anche la nostra fratellanza con tutti gli amici in Haiti, quindi: Buon Natale solidale e Felice 2016 nella vera pace, a tutte/i. Nell’ultimo nostro incontro non eravamo in molti, probabilmente le nebbia, la scelta del giorno (lunedì) non hanno aiutato la partecipazione. Abbiamo letto e commentato l’ultima lettera da Haiti (qui allegata), che ci coinvolge tutti in particolare nella campagna “progetto salute” e che, con il prossimo viaggio di incontro-conoscenza sarà verificato sul posto. Il giorno 24 novembre a Mirano, organizzato dall’associazione “il ponte”, c’è stata, da parte di Marianita, la presentazione del libro “Dadoue Printempes In viaggio verso il cambiamento”. Un segno di amicizia e di attenzione verso la Rete e i ns progetti in Haiti. In questo periodo di “feste” il libro che, come sapete, racconta la vita e la storia di Dadoue, può diventare un’idea per un intelligente e solidale bel regalo (lo trovate da Marianita 049 684 672 – Gianna Elvio 049 618 997). Al Coordinamento di Udine si è parlato e approfondito il tema del convegno 2016 che, come sapete, si terrà a Trevi in Umbria, da venerdì 8 a domenica 10 aprile. Il tema, gli approfondimenti e le testimonianze sull’attuale drammatica realtà dell’immigrazione. Con le prossime circolari nazionali tutte le notizie utili: titolo, testimoni, relatori e come partecipare. La Circolare Nazionale di questo mese è scritta da Carla Grandi di Trento. Che con i suoi “giovani” 90 anni ci ha trasmesso un pezzo di storia della Rete e, della sua vita. Auguri (in ritardo) Carla.

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

Radiè Resch di Macerata – Novembre 2015

Cari amici, le notizie degli ultimi assalti terroristici ci parlano delle logiche di potere che vedono musulmani contro musulmani fra cui, tangenzialmente anche l’Europa è finita dentro; i nemici mortali sono, da una parte, gli islamici sunniti che si riconoscono nel perverso Stato Islamico del Califfo, dall’altra parte le minoranze sciite unite con quello che resta dei cristiani mediorientali, degli Yazidi, e le potenze occidentali. Secondo me non si può parlare di una guerra di religione ma di una guerra in cui la religione serve a legittimare propri obiettivi e propri traffici economici per il controllo di territori e di risorse. Ho letto di un rapporto di un analista della Cia che sostiene la tesi per cui anche ipotizzando l’inesistenza dell’Islam, il Medioriente sarebbe insanguinato dagli stessi conflitti a cui oggi assistiamo. Conferma questo pensiero il fatto che fra i foreign fighters, ovvero, gli occidentali che vanno a combattere per l’Isis, non ci sono solo musulmani, o disperati delle periferie metropolitane, ma troviamo cristiani, ebrei, laici, atei, ragazzi della medio alta borghesia, attirati dalla propaganda apocalittica del Califfo che li convince di combattere in nome dell’umanità. Ho fatto questo preambolo alla lettera di novembre perché non potevo esimermi dall’ esprimere tutto il mio dolore per quanto ci sta accadendo intorno, per non parlare dei tanti profughi morti per fuggire proprio da questi attacchi terroristici in Siria, in Libia, in Afganistan, in Libano,in Iraq e ai tanti, troppi, bambini morti in mare, si parla di più di 700 bambini morti negli ultimi mesi di cui la televisione non ci risparmia le immagini. Vorrei, allora, parlare di come ci si può riscattare da una vita di errori legati alla guerra e alle armi; voglio parlare di Vito, il trafficante di armi. Lavorare per la guerra. Costruire mine. Produrre, arricchirsi e poi capire che quella vita non può continuare. Mollare tutto, perdere soldi, potere e anche affetti familiari per ricostruirsi un’esistenza morale partendo da meno di zero. E’ la storia di Vito A. F., ingegnere barese di 52 anni, oggi infaticabile «sminatore» al servizio di «Intersos», organizzazione umanitaria per l’emergenza, che si occupa di liberare le zone di guerra dalle mine, «l’arma della vergogna». Raccontare il percorso umano di quest’uomo può essere utile per capire come spesso la strada che porta alla pace è tortuosa. Vito nasce in una antica famiglia di industriali baresi. Il trisnonno fu il primo costruttore di mattoni rossi dell’intero Sud Italia. Nell’82 la laurea in ingegneria elettrotecnica e il posto nell’azienda di famiglia. Siamo negli anni Ottanta a Bari, capoluogo di quella Puglia produttiva che i socialisti di Rino Formica hanno eletto a modello di sviluppo dell’intero Sud. Il vecchio detto «se Parigi avesse lu mere…» è gettato alle ortiche, Bari con i suoi poli industriali, i suoi «cantieri» (gente che assembla pezzi nelle vecchie masserie trasformate in laboratori), il suo baricentro e i poli commerciali, ambisce a far concorrenza alla invidiata Milano. L’azienda di famiglia la «Tecnovar», produce mine e componenti di mine antiuomo e anticarro. E le vende. Un milione e trecentomila ordigni all’esercito egiziano, ad esempio, e poi contenitori in bachelite per congegni anticarro a pressione, 8 milioni di mine per l’esercito italiano. La nave va, come si diceva in quegli anni. Vito è la mente tecnologica dell’azienda. Mente tormentata dal dubbio, però. Lui, rampollo di una vecchia famiglia di tradizione liberale, ha studiato dai gesuiti, nel tempo libero frequenta i gruppi ecclesiali di base e «Mani Tese». Disdegna i circoli della «Bari bene» e per la famiglia è poco meno di una pecora nera. «Vito – gli dicevano – non farti scrupolo, tanto le mine se non le fai tu le fa qualcun altro». «Pensa ai 150 operai e alle loro famiglie». E Vito andava avanti. Fino al 1984, quando Francesco Rutelli denuncia che la Tecnovar aveva prodotto mine marine presenti nel Mar Rosso. L’industria barese replica sdegnata, «noi – dicono i vertici – produciamo solo mine antiuomo e anticarro» (come se questo fosse un vanto). Tre anni dopo, però, la magistratura barese apre un’inchiesta a carico del proprietario della Tecnovar, per esportazione dei capitali all’estero mediante «sottofatturazione delle forniture di mine fatte dalla Tecnovar alla società egiziana “Eliopolis” dal ‘79 all’85». Scoppia lo scandalo. E nella mente di Vito cominciano a frullare pesanti dubbi sulla sua vita e sul suo lavoro. Dichiara a «Famiglia Cristiana» in un’intervista: «Io non sono un trafficante d’armi». Le denunce, però, sono fortissime. «Dagli anni ‘80 fino al ‘93 – scrivono gli attivisti di “Campagna italiana contro le mine” – le tre aziende italiane produttrici di mine (seconde in Europa solo a quelle jogoslave), Valsella, Tecnovar e Sei, avrebbero concesso licenze di produzione all’estero a sette paesi: Sud Africa, Singapore, Spagna, Grecia, Portogallo, Australia, Egitto». La TS50 progettata da Vito ha, quindi impestato tutto il mondo. Vito è sempre più consapevole che il suo lavoro non è innocente, capisce che c’è una relazione strettissima tra produrre “quelle” armi e il loro impiego; impiego che produce al 90% vittime civili. “Ci sono paesi –dice ora- in cui le mine sono usate in modo criminale come in Angola, in Afganistan,in Mozambico,in Congo.” La pressione si fa sempre più forte. Nel 1993, finalmente, il governo italiano stabilisce uno stop alla produzione di questi ordigni (su 100 milioni di mine diffuse nel mondo, si legge in inchieste dell’Onu, almeno il 13 per cento è made in Italy) e una moratoria per consentire la riconversione delle industrie. Il dubbio, ormai, è ben insinuato nella mente e nella coscienza dell’ingegner Vito A.F. «Ricordo – racconta oggi – le telefonate di Nicoletta Dentico che all’epoca coordinava la campagna italiana contro le mine. E Gino Strada che mi chiamava a casa e senza andare tanto per il sottile mi diceva: “Ti dispiace? Non basta. Devi fare qualcosa”». E poi Don Tonino Bello, l’arcivescovo pacifista di Molfetta. «Mi invitava ai convegni sul traffico d’armi, mi faceva parlare, ma soprattutto mi consentiva di capire tante cose. “La pugnalata più forte me la diede mio figlio: eravamo in macchina, io avevo un catalogo della Tecnovar sui sedili posteriori e lui, piccolissimo, cominciò a farmi domande sul perché si producessero le armi. Io provai a dirgli che qualcuno doveva pur farlo, ma lui chiese a bruciapelo: ”Si, ma perché proprio tu?” Quella era l’unica domanda che non mi aveva fatto nessuno! Sì, c’era una sorta di offensiva sulla mia coscienza che mi portò ad assumere una serie di decisioni». La prima: rompere con la famiglia di origine, che, cresciuta al riparo delle commesse militari, lo considerava un traditore. La seconda: lasciare la fabbrica e quel tipo di lavoro. La terza: darsi da fare. «Nel senso di riconvertire radicalmente l’uso delle mie conoscenze tecniche. Usare i mie studi, le mie capacità per liberare il mondo dalle mine». Un primo impegno nel ‘97 a Oslo, come consulente impegnato a definire i punti più delicati del trattato di Ottawa, due anni dopo in «Intersos» a dirigere e coordinare progetti di sminamento nelle zone calde del mondo: Bosnia, Serbia, Kosovo.Una delle imprese più ardue è stata quella di sminare la pista di bob delle Olimpiadi invernali del 1984 a Serajevo. E sempre con quel tarlo in mente. «Sì, ogni volta che tiro fuori una mina la osservo, cerco di leggere il nome della fabbrica che l’ha prodotta.». Nel team di Vito hanno lavorato sia musulmani che serbi, sia ex guardie di Mladic che ex minatori di Olovo, ma tutti motivati a bonificare terreni pericolosi. Un lavoro duro, quello con «Intersos». Pericoloso. Pagato poco, 2-3 milioni al mese delle vecchie lire. Disinnescare mine in un campo è un’operazione lentissima. Si lavora in coppia lungo dei corridoi, dandosi il cambio ogni mezz’ora. Si avanza carponi con un metal detector in mano. Accertato che il terreno è sicuro, si sposta ogni volta un po’ più avanti l’asticella che divide la zona libera da quella ancora da monitorare. Quando il rilevatore suona, si affonda delicatamente uno spillone nel terreno. Una volta individuate, le mine vengono estratte e fatte esplodere in una fossa poco distante. «Sì, ero un industriale, ora vivo così. Ma va bene. La mia non è una forma di masochistica espiazione, è qualcosa di più complesso: è la mia nuova vita». In questi anni la sua squadra ha trovato e reso inoffensive oltre 5 mila mine. Oggi pensa che i prossimi fronti di lavoro dovrebbero essere la Siria (dove hanno utilizzato le mine degli ex arsenali di Saddam) e la Libia, dove stanno impiegando mine belghe o copie di mine brasiliane. «Ma non ora, ora è impossibile andarci». Il lavoro dello sminatore è un lavoro del dopoguerra, un lavoro portato a termine da un popolo di formiche che lotta contro le metastasi di un disastro già ideato e deflagrato. Eppure, senza quelle formiche, la guerra continuerebbe per decenni. A ogni esplosione, una nuova nuvola di odio si alzerebbe dalla terra. E questo Vito lo sa. Nessuno meglio di lui può saperlo.

Carissimi, la prossima riunione del gruppo di Macerata si svolgerà il 9 dicembre alle 17 a casa mia in via Medaglie D’Oro 9. Spero di vedervi numerosi anche per cogliere l’occasione per farci gli auguri di Natale. Per ogni comunicazione chiamate il seguente numero telefonico 0733 239928, se non sono in casa lasciate un messaggio nella segreteria telefonica. Un abbraccio.

Maria Cristina Angeletti

Circolare Nazionale Rete Radiè Resch

Dicembre 2015

La Rete ha compiuto i suoi 50 anni, e sono già tanti. Si è avviata a proseguire, a volte persino stupita di essere arrivata fin qui; e naturalmente incrociata da varie domande nuove, poste in specie negli incontri di coordinamento o in alcune mail nel corso degli ultimi due anni: pareri, spunti di riflessione. Anche severi. Di grande peso. Ad esempio su come la Rete è, come si è gradualmente trasformata, come dovrebbe essere. Chi faceva un confronto di carattere storico sulla fisionomia della Rete nei primi tempi e ai tempi d’oggi osservava anche che gli aderenti alla Rete più giovani sono consapevoli di non aver vissuto i primi tempi brucianti e di non conoscerli abbastanza. Realtà e generazioni sono cambiate, oggi “abbiamo meno speranze”, – dicevano. È vero che gli anni ’60 e ’70 del secolo scorso hanno presentato subito per noi, appena nati come gruppo, un impatto col mondo imprevisto e in parte sconcertante e pieno di insegnamenti: da un lato per esempio, le provocazioni anticipatrici di Paul Gauthier che, fin da principio, senza tanti problemi, con l’autorità di chi dentro i fatti viveva, ci scolpiva quella frase che ci richiamiamo sempre: ” Importante è che, mentre noi la’ viviamo tra gli operai, voi qui agiate sulle strutture sociali. Voi non potete dare parte della vostra intelligenza, preghiera, denaro per aiutare i poveri se nello stesso tempo non lottate con tutte le vostre forze per sopprimere le strutture che fabbricano i poveri.” Così si apriva la prima interpretazione politica di fatti che normalmente vengono vissuti solo come ” beneficenza “. E su questo Ettore Masina per anni ha scavato. Era una lettura anticipatrice, evidentemente. Stiamo cominciando oggi, in quanto società, con grande fatica a tentar di realizzare qualcosa in questa direzione, affrontare ” le cause “; e chissà quanto tempo ci impiegheremo! Quando poi la Rete è finita nello sconosciuto Brasile, con grande timidezza, mossa solo dalla notizia di mille povertà presenti anche lì, siamo piombati in pieno clima di dittatura militare e ci è stato chiesto inaspettatamente di essere presenti da lontano, ma con la forza in parte nuova di una relazione tra popoli. La fisionomia politica del fatto era stavolta ancora più chiara ed è durata a lungo. Sì, è stato istintivo partecipare, ma anche traumatico. E poi, come succede spesso per le cose difficili, è diventata un’esperienza piena di fascino e di insegnamenti di cui siamo riconoscenti. Da lì negli anni testimoni come Luisella Ancis, la sarda ormai divenuta brasiliana, nei suoi fiumi di lettere a Masina, che finivano in parte nelle circolari, descriveva quale fosse la situazione sociale ed economica di quel paese, cosa volesse dire lottare per il posto di lavoro, difendersi dagli abusi del potere, dover correre a difendere i compagni (nascondendoli, nella fretta, magari in una cabina telefonica …) durante una manifestazione. Scriveva della classe media, la più colpita in tempi di crisi, e noi vedevamo poi l’onda arrivare da noi, e oggi brutalmente. Scriveva delle prime multinazionali, comprese le italiane, che cominciavano a introdursi in silenzio. Prime avvisaglie. Tra molti altri amici e testimoni, davvero tanti, Giovanni Baroni il veneto ormai brasiliano anche lui, ci faceva sapere fra mille cose affascinanti come dopo tante lotte i lavoratori erano riusciti a ottenere nelle grandi fabbriche le 40 ore settimanali di lavoro. E noi qui le avevamo contrattate da poco. Senza ancora saperlo vedevamo spuntare primi aspetti di globalizzazione. Intanto si costruivano, tra qualche puntino sulla carta geografica del nord del mondo e qualche altro puntino al sud, legami di fiducia; assolutamente alternativi, e semplici. Ce n’è uno proprio speciale, passeggero, permettiamoci di farlo rivivere per un momento. È poesia pura: con le sue atmosfere, l’intensità tranquilla, i tanti significati. Viveva in quei tempi a Roma un ragazzo, di nome Carlo. Ben presto la vita lo aveva privato del padre a cui era legatissimo, e di seguito praticamente di tutte le possibilità economiche. Anche del suo pianoforte, grande risorsa per la sua povera persona provata. Ed era comparsa la droga. Ettore sapeva che se si fosse potuto ricomprare un pianoforte sarebbe stata probabilmente la salvezza. Ma i soldi della Rete erano tutti impegnati nelle operazioni. Decise di chiedere a una comunità di amici contadini del Nordest del Brasile: se raccoglieremo altri soldi per voi possiamo provvisoriamente usarli per acquistare un piano che possa ridare a Carlo la voglia di vivere? Arriva la risposta: – Quando abbiamo letto la tua domanda ci siamo seduti e per prima cosa ci siamo chiesti cosa fosse un pianoforte. Per saperlo abbiamo mandato due compagni in città. Sono tornati e ci hanno spiegato che si tratta di uno strumento musicale. Noi siamo, come sai, molto poveri, ma ciascuno di noi ha una chitarra o un flauto e sappiamo quanto la musica ci aiuti nel momento del dolore. Compra dunque un pianoforte a Carlo. E digli che i poveri hanno fiducia in lui… – Alla lettera una donna aggiunge: vuoi che la nostra gente non sia d’accordo? Si sono stupiti che tu che hai tutto in mano abbia chiesto a loro questo permesso. Sono così poco abituati al fatto che qualcuno gli chieda il permesso … Carlo riuscì a dimenticare la droga. Sì certo, esperienze come tutte queste e molte altre in diversi paesi lasciano il segno e chi non le ha vissute può rammaricarsene. Ma ci sono altre osservazioni e richieste emerse durante gli ultimi due anni rispetto al modo di essere della Rete. Torna con più forza la questione sul cercare ” le cause” delle ingiustizie. E poi, netta e esigentissima, tipica di oggi, quella del non accettare di fare coi nostri interventi solo qualcosa che ” aiuti a rendere più tollerabili ” le ingiustizie, lasciando intatti i meccanismi che le generano. Per questo la Rete ha deciso ad esempio di affrontare il tema della Finanza internazionale speculativa e i suoi crimini. Ha fatto bene. Oggi i temi sono più gelidi di un tempo e si è riprivatizzata la compagine sociale. Ma essendo temi che rappresentano cause centrali dello star male oggi e domani di miliardi di persone è necessario affrontarli, in tanti insieme, con competenza, per metterli a nudo anzitutto. Siccome sono costretti dai fatti, persino alcuni “poteri forti ” di malavoglia iniziano a parlarne; e a volte questo rende più vicina qualche soluzione. E ancora altre domande sono state proposte a un esame su aspetti ancor più interni alla vita della Rete: la spinta iniziale dei fondatori oggi è affievolita? Oggi abbiamo meno speranze, realtà cambiate, nemici più sconosciuti, situazioni impalpabili. La Rete rischia di svuotarsi? Le reti locali sono un po’ ferme, un po’ abitudinarie? A volte ognuna troppo affezionata al proprio progetto e poco coinvolta in tutti gli altri? Questioni troppo importanti per non discuterne. E l’elenco, come sappiamo, non è neanche finito. Sappiamo di avere le nostre criticità, e il metterle a fuoco serve. Inoltre i diversi ambiti che nel frattempo si sono aperti in Occidente nel rapporto nord- sud, come il problema stesso delle migrazioni, vengono a richiedere nuove forze e sintonie.

Buon Natale e buon Anno nuovo a tutti e tutte voi.

Carla Grandi

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