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di Manuela ValsecchiAltreconomia.it

Dalla Grecia alla Bosnia, passando per la Serbia, le misure di contenimento per l’emergenza Covid-19 hanno avuto gravi ripercussioni sulla vita delle persone dentro e fuori i centri di accoglienza. Le testimonianze dei volontari e operatori umanitari rimasti e dei richiedenti asilo

Le condizioni dei migranti in transito lungo la rotta balcanica verso l’Unione europea si fanno sempre più difficili, aggravate dall’introduzione di misure di contenimento del virus Covid-19. A denunciarlo sono i (pochi) volontari e operatori umanitari rimasti sul campo, dalla Grecia fino alla Bosnia ed Erzegovina.

Grecia: la quarantena senza protezione
“La quarantena in Grecia è entrata in vigore a partire dalle 6 del 23 marzo: non si può uscire se non per questioni urgenti come fare la spesa, andare in farmacia o andare a

Nicaragua e Covid-19

Assistenza sanitaria decentrata, gratuita e universale

9 aprile 2020 – Giorgio Trucchi – da Peacelink

Erano i primi mesi del 1991. Mi trovavo nuovamente in Nicaragua, questa volta per scrivere la mia tesi sulla riforma psichiatrica promossa dalla rivoluzione sandinista dopo il triunfo (1979). Daniel Ortega aveva perso le elezioni e da quasi un anno governava Violeta Barrios de Chamorro. I risultati erano già visibili.

Il Servizio sanitario nazionale, fondato negli anni 80 sul concetto di assistenza sanitaria gratuita, decentrata e universale, che coinvolgeva migliaia di promotori della salute per garantire i servizi essenziali in tutto il territorio nazionale, era stato velocemente smantellato dalla ventata neoliberista del “meno Stato, più mercato”.

Il nuovo governo, pieno di vecchi filibustieri fuggiti a Miami con la caduta di Somoza ed ex contrarrevolucionarios ritornati dopo la sconfitta sandinista, oltre a fare man bassa di aziende statali, privatizzare a destra e a manca, licenziare decine di migliaia di dipendenti pubblici e sospendere qualsiasi finanziamento a cooperative e organizzazioni contadine, si accanì in modo particolare contro sanità e istruzione pubblica. Chi ha un po’ di memoria non può non ricordare i roghi dei libri di testo che per anni erano stati usati per l’alfabetizzazione e l’insegnamento pubblico.

Nel giro di pochi mesi s’introdusse il concetto di “autonomia scolastica”, un termine apparentemente innocuo per descrivere l’inizio del processo di privatizzazione della scuola. A livello sanitario veniva velocemente definanziata l’assistenza pubblica, per offrirla poi su un piatto d’argento al settore privato.

Gli ospedali vennero abbandonati a loro stessi, cliniche e ambulatori chiusi un po’ ovunque, scomparvero anche i promotori della salute. Ci fu però una vera e propria esplosione delle farmacie come effetto della fine dell’embargo decretato dagli Stati Uniti. Peccato che la maggior parte della popolazione dovesse poi fare i salti mortali o indebitarsi fino al collo per comprare le medicine di cui aveva bisogno.

In un libro, mai pubblicato, che stavo scrivendo sull’esperienza fatta nel Messico pre-zapatista e in America Centrale agli inizi degli anni 90, ricordo un’intervista fatta a un medico chirurgo nicaraguense in cui raccontava il dramma di dovere operare tutti i giorni in condizioni inaccettabili. Ricordo che gli si inumidivano gli occhi quando ricordava pazienti deceduti a causa della mancanza di strumenti chirurgici, cannule, ossigeno, anestesia e perfino del filo da sutura.

Ricordo anche quando, verso la fine degli anni 90, gli ospedali pubblici erano divisi in due parti ben definite: la parte pubblica, con ambienti fatiscenti, file interminabili e coi famigliari dei malati che uscivano disperati con in mano una ricetta, e correvano a impegnare un anello o da qualche amico o parente a chiedere un prestito per comprare ciò che il dottore aveva chiesto. Poi c’era la parte privata, dove gli stessi medici ti invitavano ad andare quando vedevano che eri una persona con “capacità economiche”. Lì non c’erano file, il personale sanitario era molto gentile e i medici avevano tutto l’occorrente per curarti. Bastava pagare e il gioco era fatto.

Covid-19 e prevenzione

A partire dal 2007, con la vittoria elettorale del Fronte sandinista, le cose sono cambiate. O meglio, si è ripreso il filo di un discorso bruscamente interrotto con le elezioni del 1990.

In un recente articolo[1], Stephen Sefton, curatore della pagina web Tortilla con Sal, ricorda come negli ultimi 13 anni il sistema sanitario nicaraguense abbia riabbracciato lo spirito e i valori di un tempo. Un modello di assistenza pubblica che ha come capisaldi la prevenzione, il decentramento, la gratuità e l’universalità. Inoltre, la fitta rete di ospedali, cliniche e ambulatori è supportata nuovamente da decine di migliaia di promotori della salute, che operano come volontari in tutto il territorio nazionale.

L’arrivo della pandemia di Covid-19 non ha quindi trovato il Nicaragua impreparato. Abituato a mantenersi in allerta preventiva per potere rispondere in modo adeguato agli effetti dei cambiamenti climatici, disastri naturali ed epidemie, non ultime quelle di dengue, chikungunya, zika e H1N1, solo per nominarne alcune, il governo del Nicaragua aveva già predisposto azioni per far fronte alla pandemia. 

Fino ad ora i casi accertati di coronavirus sono sei, dei quali una persona è deceduta e due sono guarite. Una decina sono i casi in osservazione, per ora tutti negativi al tampone.

Il governo sandinista ha quindi scelto una strada diversa da quella della maggior parte dei paesi del mondo. Invece di decretare la quarantena, il distanziamento sociale, la chiusura delle frontiere, delle scuole e delle attività produttive “non essenziali” e proibire la partecipazione della popolazione ad eventi di massa, il Nicaragua, seguendo i protocolli pertinenti per le diverse fasi della pandemia, ha deciso di dare priorità a un’altra prevenzione, rafforzando i controlli alle frontiere e investendo su una struttura sanitaria decentrata e comunitaria, già solida e operante su tutto il territorio nazionale.

A questo proposito, il gionalista Jorge Capelán ha scritto recentemente[2] che dal 2007 ad oggi sono stati costruiti 18 ospedali e si prevede la costruzione di altri 13 nel breve e medio periodo, tra cui quelli regionali di Puerto Cabezas (Bilwi) in piena Mosquitia e di León nell’occidente del paese. Incontabili poi le cliniche e gli ambulatori costruiti o riammodernati in questi anni in tutto il Nicaragua.

In questi giorni, più di 250 mila promotori della salute vanno di casa in casa per spiegare alla gente quali siano le misure preventive da adottare contro il coronavirus, come riconoscere i primi sintomi e come avvisare immediatamente le strutture decentrate per l’eventuale ricovero. In meno di un mese sono già state visitate quasi 1,3 milioni di famiglie, cioè più di 6 milioni di persone. Inoltre, chiunque entri in Nicaragua proveniente da paesi in cui si è diffuso il virus del Covid-19 viene inviato a una auto quarantena vigilata.

Per il momento le autorità hanno predisposto 19 ospedali e quasi 40 mila operatori sanitari sono stati formati su come affrontare il virus, sull’identificazione di casi sospetti, sulle misure di protezione, sull’applicazione di cure mediche e sul trasferimento sicuro dei pazienti. Poche notizie si hanno invece sulla quantità di tamponi fatti e sugli autorespiratori a disposizione nel paese.

Pochi giorni fa, il Banco centroamericano d’integrazione economica (Bcie) ha consegnato alle autorità sanitarie 26mila test veloci Covid-19, una donazione che permetterà di rafforzare ulteriormente l’apparato preventivo. Il Nicaragua inoltre possiede l’unico impianto pubblico in America Centrale che produce vaccini. Si tratta di una joint-venture tra il governo del Nicaragua e la Federazione Russa, dove si produrrà il farmaco antivirale cubano Interferone Alfa-2-B per il trattamento di pazienti con Coronavirus.

A livello internazionale, infine, il Nicaragua si è coordinato con i meccanismi del Sistema d’integrazione centroamericano (SICA) e con i governi che ne fanno parte. Soprattutto con i confinanti Honduras e Costa Rica si è sviluppata una comunicazione costante e si stanno coordinando azioni di controllo delle frontiere.

Un modello diverso

Lo scorso 7 aprile, le misure adottate dal Nicaragua sono state considerate “inadeguate” dalla direttrice dell’Organizzazione panamericana della salute (Ops). Carissa Etienne si è detta preoccupata per  “la mancanza di isolamento e di distanziamento sociale, la convocazione a manifestazioni pubbliche, la tracciabilità dei contatti e la notificazione dei casi”. Una reazione sicuramente da non sottovalutare, anche se il governo nicaraguense ha per il momento dalla sua la cifra più bassa di contagiati tra tutti i paesi dell’America Centrale.

Secondo il biologo cellulare ed ex rappresentante della Ops in Venezuela e Antille Olandesi, Jorge J. Jenkins Molieri, i pochi casi registrati fino a ora in Nicaragua sarebbero dovuti a vari fattori, come ad esempio le insufficienti prove di laboratorio, l’individuazione per il momento di casi lievi, lo scarso afflusso dopo la crisi del 2018 di turisti provenienti dalle regioni maggiormente contagiate come Europa e Stati Uniti. Azzarda anche ipotesi legate al fatto che la popolazione è molto giovane – settore che resiste meglio al contagio di Covid19 – e che gli ultrasessantenni rappresentano solo il 5% della popolazione, che la densità di popolazione è la più bassa di tutta l’America Centrale e la popolazione rurale è il 40% del totale, e che il fattore climatico (si è in estate e con temperature molto alte) stia frenando l’espansione del virus.

Difficile quindi dire ora cosa succederà. Nessuno può escludere – nemmeno il governo lo fa – che in futuro si entri in nuova fase del contagio e che siano necessarie misure molto più restrittive, come consigliano i protocolli della Ops/Oms. Certo è che in mezzo a tante incertezze sarebbe sempre auspicabile fare prevalere il principio di precauzione.

Sta di fatto che il Nicaragua decidendo di imboccare una strada diversa non ha voluto sottovalutare la portata del pericolo, ma ha dovuto e voluto (altri paesi non l’hanno fatto) affrontare l’emergenza senza abbandonare al loro destino tutte quelle persone e famiglie – e sono tante – che sono il pilastro dell’economia nicaraguense. Le micro, piccole e medie imprese rappresentano circa l’87% del tessuto aziendale nazionale e creano più del 70% dei posti di lavoro. Sono circa 300 mila e operano in vari settori, in particolare quello agricolo. Il 58% di queste aziende sono condotte da donne (fonte Conimipyme). Contribuiscono per quasi il 70% al Pil e rappresentano il 60% delle esportazioni. Se a questo aggiungiamo le migliaia di persone che ancora vivono di lavori informali e precari, è facile capire allora il perchè della scelta del governo nicaraguense di cercare una strada alternativa a quella del lockdown.

Opposizione e sciacallaggio

A chi invece non interessa capire è l’opposizione politica e sociale, ampiamente sostenuta e foraggiata dal gran capitale nazionale, dalla gerarchia cattolica, dall’amministrazione statunitense e dai governi satellite di Washington.

Come già avvenuto durante il tentativo fallito di colpo di stato del 2018, l’opposizione ha lanciato una implacabile campagna di disinformazione su media affini e social. Una valanga di fake news riprese e poi divulgate dalle principali agenzie internazionali, con l’obiettivo di creare timore nella popolazione attraverso discorsi catastrofici, accusando il governo d’irresponsabilità, incapacità e faciloneria, per poi capitalizzare politicamente il malcontento.

Non dimentichiamo che in Nicaragua siamo in un anno preelettorale. Vedendo quanto accaduto lo scorso anno in Bolivia e l’uso sempre più scellerato del lawfare e di organismi multilaterali come l’Osa (Organizzazione degli stati americani) contro governi e dirigenti che non si piegano agli interessi di Washington, è evidente che il governo sandinista sia preoccupato.

L’informazione spazzatura è servita per fare circolare false testimonianze di falsi contagiati sull’esistenza di centinaia di casi di coronavirus presuntamente nascosti dal governo. Accuse mai provate, che calano però in settori della popolazione nonostante siano sistematicamente smontate dai dati ufficiali delle ultime tre settimane. Qui si evidenzia una diminuzione delle infezioni respiratorie acute (meno 9% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno), delle polmoniti (meno 10%) e della mortalità dovuta a queste stesse malattie (meno 35%), che è passata dai 107 decessi dello scorso anno ai 70 al giorno d’oggi.

La teoria cospirativa, che tanto piace alle opposizioni, non regge nemmeno all’impatto con ospedali, cliniche ed ambulatori, dove si registra un numero normale di visite, di accessi ai pronto soccorso, nonché di ingressi in terapia intensiva.

Principali ispiratori dello sciacallaggio mediatico sono poi – e questa è forse la cosa più vergognosa – quelle stesse persone, partiti, organizzazioni e movimenti responsabili dello smantellamento dello stato sociale negli anni 90. Quelle stesse persone che hanno privatizzato la sanità e distrutto il sistema sanitario nazionale e che ora si ergono a paladini della buona sanità e dei diritti dei cittadini. Altri sono i loro alleati politici, mossi da odi profondi contro l’attuale dirigenza sandinista, insignificanti politicamente e con una quasi inesistente capacità di convocatoria e di mobilitazione popolare. Sono i settori più radicali del fallito golpe, che godono di sostegno internazionale e di sostanziosi finanziamenti di agenzie statunitensi ed europee.

Falsità a parte, le prossime settimane saranno fondamentali per capire l’evoluzione che avrà il contagio e la capacità del governo nicaraguense per affrontarlo.

 Note

[1] http://www.tortillaconsal.com/tortilla/node/8955

[2] https://managuaconamor.blogspot.com/2020/04/nicaragua-y-la-covid-19-el-secreto.html

RIFLESSIONI SULLA PANDEMIA

Che lezione trarre da questi giorni segnati dal dramma del contagio? In quanto uomini dobbiamo sforzarci di leggere gli accadimenti con intelligenza per coglierne un senso possibile, per trarne una lezione di vita che possiamo fare nostra.

Rivolgiamo lo sguardo alla storia. Quanti milioni di innocenti, soprattutto donne e bambini, sono stati uccisi e avevano pieno diritto di vivere! Quante guerre negli ultimi cento anni, quanta violenza, quanta sopraffazione si è esercitata su milioni di persone, anche in nome di ideologie che professavano la liberazione dell’uomo! Quanti morti di malattia, in questi stessi giorni! Eppure Dio, l’ente compassionevole e eterno di cui ci ha parlato Gesù di Nazareth, pur invocato ogni singolo istante dalle preghiere dei credenti di tutte le religioni non interviene. Dio tace.

È sordo? è cieco? insensibile? O è il chiaro segno che lascia a noi la responsabilità delle cose del mondo? Nostra, infatti, solo nostra è la responsabilità di quanto accade su questa terra. E se Dio tace, se non interviene nelle nostre vicende è solo per il rispetto del bene che ha dato all’uomo con l’intelligenza e la capacità di amare: la libertà. Anche di fare il male.

Perciò non se la prendano col Padre Eterno quelli che credono in lui, invocandone l’intervento e imprecandolo perché non scende a salvarci. Egli non vuole, non può intervenire perché ha il più alto rispetto della nostra responsabilità, della nostra capacità di discernere, di fare giustizia. Non carità, giustizia!

Vedo e apprezzo quanto fanno la Caritas, i suoi responsabili e i suoi seguaci per aiutare chi soffre. Però vedo anche che non urlano mai, non denunciano mai ad alta voce il potere, anche quello da noi eletto, per l’iniqua spartizione dei beni della terra. Anzi spesso vi si alleano per interessi di parte.

Apriamo gli occhi su questo modo di dare aiuto: è pericoloso. Ci dice che da una parte ci sono i “buoni”, che suppliscono ai bisogni e ai diritti dei più deboli e dei più poveri. Ma mentre diamo da mangiare all’affamato ci asteniamo dal combattere politicamente, non ci schieriamo, mentre dobbiamo sparire come benefattori e inchiodare politicamente i responsabili locali e nazionali – e larga parte di quelli europei e mondiali – di questo sfascio, colpevoli di essersi totalmente disinteressati di chi nella vita è meno fortunato e privo della cultura, delle capacità di rivendicare i propri diritti.

Invece un nuovo virus si affianca al primo nell’ammorbare questi giorni: il trasformismo politico dei politici che imperversano nei talk show televisivi, riversando fiumi di bolsa retorica sull’eroismo dei medici e degli infermieri sbattuti in prima linea a combattere un nemico spietato. In molti casi sono gli stessi che negli anni scorsi avviavano la distruzione della sanità pubblica sproloquiando di “spending review”, di “razionalizzazione”, di “maggiore efficienza”: in sostanza di tagli di spesa a man bassa.

Nel 1980 il nostro Paese contava mezzo milione di posti letto, nel 2017 ce n’erano 230mila. Negli ultimi dieci anni se ne sono persi 70mila. Alla sanità pubblica sono stati tolti 37 miliardi di euro e il sistema sanitario è stato smembrato in venti regioni secondo un criterio aziendalistico. Siamo tutti per l’efficienza, naturalmente. Ma oggi molti piccoli centri, soprattutto nel Meridione e nelle isole, sono privi di strutture ospedaliere. Tutto questo a vantaggio della sanità privata e dei potentati politici locali.

Come stupirci allora se nei reparti di terapia intensiva oggi mancano respiratori, se medici e infermieri sono costretti a operare nei reparti senza protezioni sufficienti, se sono privi di camici o mascherine adeguate? A chi andrà addebitato il sacrificio della vita di decine di loro, costretti a combattere un nemico spietato e invisibile con armi spuntate? Chi sarà chiamato a rispondere dei troppi pazienti che muoiono perché gli ospedali non hanno abbastanza dispositivi medici per curarli? Chi risarcirà la sofferenza indicibile dei loro cari, cui è negato anche il conforto di partecipare ai funerali?

Ecco allora che spunta la carità pelosa dei “grandi” imprenditori del capitalismo “illuminato”, dei “grandi” marchi multinazionali che si sono fatti d’oro sul precariato e la miseria dei lavoratori e oggi tentano di ripulirsi l’immagine versando chi centomila, chi un milione, chi cinque milioni di euro a questo o quell’ospedale. Briciole. Pagliuzze. Inezie. Quanti miliardi di euro di tasse hanno evaso o eluso quei “grandi” in tutti questi anni? Quanto avrebbero dovuto dare alla collettività e non le hanno dato? Quanta solidarietà hanno negato?

E allora bisogna squarciare il velo e indicare qual è, insieme al virus, l’autentico responsabile del dramma che stiamo vivendo: è l’antico conflitto tra Stato e mercanti, è la lotta che oppone l’equa redistribuzione al profitto smodato di pochi.

Servizi come la sanità, l’istruzione, la ricerca, il welfare hanno un costo che si paga con le tasse, ma nel finanziarli uno Stato che agisca davvero da Stato anziché da banca privata non ragiona in termini di profitto o di lucro. A differenza delle aziende private lo Stato non mira a incassare un surplus, a distribuire utili: attua una semplice redistribuzione di quanto preleva con le tasse. E non ha paura di indebitarsi ogni volta che è necessario per la salute dei suoi cittadini, non guarda al pareggio di bilancio come a un moloch cui occorre sacrificare le loro vite.

Ma le accuse di inefficienza e le insinuazioni sulla corruzione dei poteri pubblici, ripetute fino allo sfinimento in questi anni, pur se in molti casi giustificate servivano soprattutto a convincere i cittadini che è meglio farsi erogare questi servizi dai privati: che per quei servizi si fanno pagare, naturalmente, incassando un profitto.

Ecco allora perché i mercanti mirano allo Stato minimo, meglio ancora a uno Stato ridotto a zero: perché per ogni euro che questo eroga per la sanità, l’istruzione, la ricerca, il welfare, le carceri, c’è un euro di fatturato in meno per loro. C’è un euro di fatturato in meno su cui possono lucrare. Tutto può essere sacrificato al profitto.

Ma se per molti è chiaro che occorre scacciare i mercanti dal Tempio, nessuno sembra provvisto di idee, di visione, di progetti – e aggiungerei di coraggio – con cui rimediare a questa situazione. Una sinistra che, dimentica delle sue radici, non si fosse passivamente schiacciata sui dogmi neoliberisti e sulla lode alla globalizzazione capitalista e all’economia di mercato avrebbe indicato per tempo come veri nemici il libero movimento dei capitali e l’imprenditoria di rapina, che sposta i suoi soldi nei paesi più miseri per produrre sempre di più a costo minore; avrebbe imposto un limite alle dinamiche della finanza speculativa, mossa solo dalla volontà di predare guadagno, incurante di ridurre sul lastrico intere nazioni; avrebbe messo il morso all’avidità delle banche, anziché salvarle con fiumi di soldi a scapito delle famiglie.

Una politica che fosse davvero sociale perseguirebbe con mano ferma e regole d’acciaio gli evasori che spostano i loro capitali nei paradisi fiscali – molti annidati nel cuore stesso dell’Unione Europea – e quanti ogni anno frodano alla comunità centinaia di miliardi. E con l’enorme bottino recuperato rilancerebbe la spesa pubblica, mostrando che ogni grande evasore assicurato alla giustizia significa un ospedale in più, una scuola in più, un asilo in più, e ogni corruttore o corrotto un nuovo respiratore, un nuovo posto letto, una maestra in più per i bimbi. E abbasserebbe subito le tasse ai più deboli per aumentarle ai più ricchi, secondo il principio della tassazione progressiva sancito dalla nostra Costituzione che umanisticamente mira a costruire un mondo solidale dove le diseguaglianze siano ridotte, non esacerbate.

Invece costruiamo un mondo di criminale ingiustizia. Secondo il rapporto dell’ong Oxfam, a metà del 2019 l’1% più ricco del mondo deteneva più del doppio della ricchezza netta posseduta da 6,9 miliardi di persone, mentre il 50% più povero aveva meno dell’1%. Il patrimonio delle ventidue persone più facoltose del pianeta superava la ricchezza di tutte le donne del continente africano.

E nel nostro Paese? A metà 2019 il 20% più ricco deteneva quasi il 70% della ricchezza nazionale, mentre al 60% più povero non restava che il 13,3%. L’anno prima, il 5% più ricco deteneva da solo la stessa quota di ricchezza detenuta dal 90% più povero degli italiani. Innegabile dunque una tendenza alla concentrazione della ricchezza inarrestabile, pericolosa.

Sembra che siamo irresistibilmente attratti e guidati non dal Dio trino, dio di amore, fratellanza e giustizia, ma dal dio quattrino, il dio che protegge l’arricchimento egoistico, lo sfruttamento rapace della natura, la concezione dell’uomo non come fine ma come mezzo di cui disporre a piacimento, calpestandone bisogni e diritti. Eppure proclamiamo che tutti gli esseri umani, al di là delle diverse appartenenze politiche o religiose, del differente colore della pelle, hanno gli stessi bisogni e lo stesso diritto a una vita dignitosa e in salute, a un lavoro equamente retribuito, a una quantità di acqua e di cibo bastevole e costante.

Ecco allora che se il lavoro della Caritas e di ogni altra organizzazione caritatevole è privo di questo impegno politico è pericoloso. Consolida questo status quo ingiusto, ritarda l’avvento di quella fraternità/sororità tra esseri umani proclamata e vissuta da Gesù di Nazareth. Rispetto a lui siamo in ritardo non di duecento, ma di duemila anni.

Auspichiamo dunque che gli eventi di questi giorni vengano per farci riflettere davvero sul modo in cui viviamo, su quale giustizia vogliamo per l’uomo.

Pregare? Per cosa, per la fine di un virus? No, forse semplicemente perché apriamo gli occhi. Come le dieci vergini del Vangelo, siamo immersi in un sonno profondo.

 

Il regno dei cieli è simile a dieci vergini che, prese le loro lampade, uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le lampade, ma non presero con sé olio; le sagge invece, insieme alle lampade, presero anche dell’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e dormirono. A mezzanotte si levò un grido: Ecco lo sposo, andategli incontro! Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade.

E le stolte dissero alle sagge: Dateci del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono. Ma le sagge risposero: No, che non abbia a mancare per noi e per voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene.

Ora, mentre quelle andavano per comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: Signore, signore, aprici! Ma egli rispose: In verità vi dico: non vi conosco.

Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora.

(Mt 25,1-13)

 

Amici che abitano in luoghi assediati dal traffico raccontano che in questi giorni tornano a udire il canto felice degli uccelli. Strade deserte, negozi chiusi; il silenzio incoraggia gli animali selvatici ad avvicinarsi. Si avvistano lepri nei parchi di Milano, cigni che nuotano nei rii di Venezia ridiventati cristallini, cinghiali che vagano indisturbati per le strade di Roma, di Sassari.

Gli animali, altri nostri fratelli vilipesi, sono sempre vicini a noi. E anche se non li guardiamo, loro ci osservano a distanza. Guardinghi, timorosi della nostra invadenza, della nostra violenza. E non appena ci ritiriamo, riprendono i loro spazi.

Il mondo è anche loro, soprattutto loro. Ricordiamoci anche di questo, quando tutto sarà passato.

Oltre 25.000 le persone morte nel mondo a causa del coronavirus, la maggior parte in Europa. I casi globali di Covid-19 sono 553.244 in 176 Paesi e regioni. In Africa c’è un’evoluzione drammatica del numero dei Paesi e anche del numero dei contagiati è l’allarme lanciato dalla direttrice regionale dell’Oms per l’Africa, Matshidiso Rebecca Moeti.

Si sa, la percezione del rischio è inversamente proporzionale alla distanza dal rischio stesso. Un bambino che muore sotto casa suscita più emozione degli appelli dell’Unicef per la mortalità infantile nel mondo. Ci siamo preoccupati del coronavirus quanto più dalla Cina si avvicinava all’Europa ed entrava nel salotto di casa. Logico che ancora non ci si preoccupi e nemmeno si rifletta sull’eventualità che l’epidemia raggiunga l’Africa. Eppure le conseguenze, come è facile immaginare, potrebbero essere catastrofiche, non solo per l’Africa stessa. Attualmente, i contagiati (in una quarantina di Stati) sono poche centinaia con punta massima in Egitto (327 contagiati) e la stima è dello 0,11 per cento della popolazione mondiale. Si potrebbe concludere che il destino (o il buon Dio) stia risparmiando un Continente già afflitto da tremende epidemie, carestie e conflitti. Basti menzionare i 400 Mila morti all’anno per malaria, i milioni di sieropositivi da HIV, la recente invasione di locuste che ha devastato intere regioni dell’Africa orientale.

Oppure si potrebbero azzardare ipotesi, peraltro non suffragate da riscontri scientifici. La prima è che le temperature africane siano più alte e non favoriscano la diffusione del virus. La seconda è che la popolazione africana è molto giovane, mentre si sa che il virus è più aggressivo e mortale per la popolazione anziana. In apparenza, il Cov19 non conosce confini, fasce di età, classi sociali e gruppi etnici, ma è un fatto che – per ragioni tutte da approfondire scientificamente – abbia colpito con maggiore virulenza aree fortemente urbanizzate, territori pesantemente inquinati come la Lombardia e – per quanto riguarda l’Italia – la popolazione più anziana e autoctona. La terza ipotesi è che la popolazione africana, in particolare l’Africa sub sahariana, abbia sviluppato maggiori anticorpi.

Al di là di riscontri scientifici, queste sarebbero ipotesi confortanti per l’Africa, anche perché, in caso contrario, la solidarietà internazionale sarebbe comunque condizionata (e probabilmente ridotta) dalla mole gigantesca di risorse destinate alla ripresa dei Paesi più sviluppati: ricchi si, ma messi in ginocchio dall’epidemia.

Ci sono purtroppo ipotesi più allarmanti. La prima è che il virus possa diffondersi nel medio periodo e che oggi sia soltanto rallentato dalla riduzione dei viaggi e dalla chiusura delle frontiere. La presenza e il pendolarismo di funzionari e lavoratori cinesi – la nuova colonizzazione del Continente – sono oggi fortemente ridotti. La seconda è che il virus sia già in circolazione ma non sia “contabilizzato”, sia perché molti africani potrebbero essere asintomatici, sia perchè le infrastrutture sanitarie di quasi tutti i Paesi africani non consentirebbero efficaci controlli.

E’ un dato di fatto che il 70 per cento del miliardo e duecento milioni di africani vivono in giganteschi agglomerati urbani con densità e condizioni di vita che escluderebbero forme di contenimento in caso di esplosione dell’epidemia.

Le condizioni sanitarie, il numero di posti letto, di unità specialistiche e di medici, variano da Paese a Paese, ma non raggiungono in nessun caso standard europei. Basta riflettere sulle attuali pesanti difficoltà dell’Italia, un Paese che conta un numero di medici ogni diecimila abitanti venti volte superiore alla Nigeria. Nella gerarchie dei Paesi più vulnerabili, gli ultimi 22 posti nel mondo spettano a Paesi africani.

Non possiamo sapere oggi quale delle ipotesi sia più realistica. Di sicuro, le conseguenze economiche dell’epidemia nei Paesi più sviluppati si sono già fatte sentire sul Continente africano. Crollo del prezzo del petrolio, calo degli investimenti cinesi e contrazione dell’interscambio hanno già fatto dimezzare per l’anno in corso le stime di crescita. Per l’Africa – scrive il Sole24ore – il Fondo Monetario ha stanziato un pacchetto di aiuti da 50 miliardi di dollari. Briciole, se si considerano i “bazooka” di centinaia di miliardi di euro che stanno per piovere sui Paesi europei.

Da Remocontro.it

Martedì, 31 Marzo 2020

Nello Yemen, martoriato da cinque anni di guerra sanguinosa, preoccupa una “possibile diffusione del coronavirus” che avrebbe “un effetto devastante” sul Paese e sulla popolazione civile. Lo sottolinea ad AsiaNews mons. Paul Hinder, vicario apostolico dell’Arabia meridionale (Emirati Arabi Uniti, Oman e Yemen), il quale sottolinea che nell’area “mancano le strutture sanitarie per affrontare un’emergenza come quella provocata dalla pandemia di Covid-19”. In un contesto, peraltro, “in cui non sono si vedono ancora prospettive di pace”.

Per quanto riguarda l’emergenza coronavirus, sottolinea mons. Hinder che già ne sperimenta gli effetti negli Emirati e in Oman, “è pur vero che la popolazione nello Yemen è relativamente giovane e potrebbe correre qualche rischio in meno rispetto all’Europa, che ha un’età media più elevata”. Il problema “è che non ci sono strutture in grado di contrastare gli effetti del virus”. La speranza, afferma il prelato, “è che l’epidemia possa dare maggiore flessibilità nei confronti della guerra. È difficile avere notizie affidabili e verificabili dal Paese e al momento non si vedono soluzioni di pace all’orizzonte”. In questo contesto l’epidemia “potrebbe creare una situazione nuova, offrire alle diverse parti una scusa per ritirarsi e avviare un percorso di collaborazione”.

La nazione araba, da tempo la più povera di tutta la penisola araba, è sprofondata in un conflitto sanguinoso dopo che i ribelli Houthi, sostenuti dall’Iran, hanno conquistato la capitale Sana’a nel 2014. Lo scontro fra governativi filo-sauditi e ribelli è degenerato nel marzo 2015 con l’intervento della coalizione araba guidata da Riyadh. Il conflitto ha fatto registrare oltre 90mila vittime, fra civili e combattenti. Le divisioni a livello locale si sono poi trasformate in una guerra per procura, che ha causato milione di sfollati e innescato “la peggiore crisi umanitaria al mondo”, con circa 24 milioni di yemeniti (l’80% della popolazione) che necessitano di assistenza umanitaria.

Oltre all’emergenza coronavirus, a preoccupare è anche la salute della popolazione, in particolare dei più giovani colpiti anche a livello psicologico dal conflitto. Come emerge da uno studio pubblicato oggi da Save the Children, cinque anni di guerra hanno avuto un “impatto devastante” sulla salute mentale della popolazione e molti minori si trovano sulla soglia della depressione. Oltre la metà dei 1250 giovani fra i 13 e i 17 anni hanno dichiarato di sentirsi “molto tristi e depressi” e più di uno su 10 afferma che questo sentimento è “permanente”.

Nell’indagine, che ha riguardato le province meridionali di Aden, Lahi e Taëz, circa un giovane su cinque ha dichiarato di avvertire sempre “paura e tristezza”. Nel complesso, il 52% degli interpellati dicono di non sentirsi al sicuro se si separano dai loro genitori e il 56% quando camminano da soli all’esterno. I bambini sono poi “terrorizzati” e “hanno paura a giocare all’aperto”. A questo, avvertono gli esperti, si somma il pericolo “devastante, almeno a livello potenziale” di una epidemia di nuovo coronavirus nel Paese arabo e per questo sarebbe essenziale “mettere fine al conflitto”.

Le difficoltà del sistema sanitario sono confermate anche dagli attivisti di Medici senza frontiere (Msf), che denunciano fra il 2018 e il 2020 almeno 40 attacchi o episodi di violenza contro l’ospedale di Al-Thawra a Taiz. “La nostra opera umanitaria – sottolinea Corinne Benazech, responsabile delle operazioni Msf nel Paese – è minacciato da ripetute violazioni commesse dalle diverse parti in lotta”. “Ogni giorno – conclude – gli operatori sanitari prendono decisioni coraggiose nel continuare a fornire cure mediche a dispetto dei rischi, a beneficio dei pazienti”.

Da: Asianews.it

“Abbiamo voluto una “civiltà” piena di beni
ed abbiamo una “civiltà”
piena di fame, piena di veleni, piena di minacce”.
p. Ernesto Balducci

Ciao a tutte e a tutti, con o senza virus, auguri di una gioiosa e serena Pasqua. Oltre alla ricorrenza del 25 aprile che celebra la liberazione dalla dittatura fascista, questo mese è pieno di ricordi che non possiamo dimenticare: 4 aprile 1945 viene impiccato dalle SS Dietrich Bonhòffer; 5 aprile 1968 a Menphis viene assassinato Martin Luther King; dopo una lunga e dolorosa malattia il 20 aprile 1993 moriva il vescovo Tonino Bello; il 24 aprile 2010 viene uccisa in Haiti Dadoue e, il 25 aprile 1992 muore tragicamente padre Ernesto Balducci. Di seguito le notizie da Haiti e il ricordo di Dadoue.

NOTIZIE DA HAITI
C’è grande preoccupazione per cosa può succedere ad Haiti con il diffondersi del Covid-19 che pare sia già arrivato (v. sotto un comunicato di Alterpresse). Commuove il fatto che, in questa situazione, i nostri amici pensino a noi e ci inviino dei messaggi video di solidarietà e sostegno da parte delle diverse comunità della FDDPA …
Tutti esprimono la loro solidarietà e sono preoccupati per noi che considerano loro cari amici. Sanno cosa vuol dire malattia, hanno da poco subito il colera nel loro paese e ricordano come li abbiamo sostenuti in quel frangente. Ci consigliano di essere prudenti e di prendere precauzioni. Pregano per noi, che la malattia ci risparmi, che Dio ci protegga. Ci invitano ad avere coraggio.

IL 24 APRILE SARANNO 10 ANNI DA QUANDO DADOUE È STATA ASSASSINATA.
Ricordarla significa mantenere vivo tra noi quel che lei ci ha aiutato a capire con la sua vita e con la sua morte. Innanzi tutto la SCUOLA, l’EDUCAZIONE, la FORMAZIONE: per Dadoue la priorità assoluta. E per questo negli anni ’80 si inventa una scuola sulla montagna dei contadini senza terra, senza avere niente, nemmeno un luogo per ospitarla, utilizzando quello che c’era sul posto: sassi, pezzetti di legno, cenere, calce; ma con poche idee chiare: “Il principale scopo è quello di formare i ragazzi affinché non emigrino e si organizzino, invece di andare come dei pazzi ad ammassarsi nella miseria delle città e nei quartieri marginali (lavorare come facchini come bestie o diventare delinquenti). Nella zona invece potranno cambiare la cultura, fondare delle cooperative, fare artigianato, diventare falegnami e muratori, fare cucito e cucina.. Così si lotterà contro l’ingiustizia sociale… I contadini sapranno leggere e difendere i loro diritti. La nostra scuola esiste soprattutto per far parlare coloro che non possono parlare, per coloro che non possono rivendicare i loro diritti.” E diventa una scuola che non discrimina nessuno: “Le bambine diventano più numerose dei bambini. Una volta le donne sulla montagna erano analfabete, ma ora sanno scrivere, leggere, possono votare, guadagnare del denaro; ci sono donne che lavorano come animatrici rurali. Inoltre una volta non si mandavano le bambine a scuola mentre ora, se possono, i genitori mandano le ragazze anche a continuare gli studi dopo la scuola primaria. La scuola è fondamentale anche per il riconoscimento dei diritti delle donne… Una scuola che è aperta a tutti aldilà di ogni differenza di genere, religione, idee politiche”. Oggi sulla montagna ci sono tre scuole per bambine/i dai 3 anni in su e gli alunni e le alunne di ieri sono diventati/e i maestri e le maestre di oggi. E c’è una cooperativa di donne, ci sono due casse popolari, un centro di salute, due banche di sementi. Ci sono ancora tanti problemi, tanta strada da fare. Ma Dadoue è viva in mezzo alla gente di FDDPA. Ecco che ricordarla oggi, in questi giorni in cui rinchiusi/e nelle nostre case non possiamo riunirci come eravamo soliti/e, significa riflettere sul nostro impegno come rete per continuare in quel cammino per il cambiamento che lei ha iniziato e che chi l’ha conosciuta ed amata a Haiti cerca di di percorrere.