(Ansa) – «Un bambino è morto durante il tentativo di sbarco di un gruppo di migranti a Mitilini, sull’isola di Lesbo. Secondo il sito Cnn greca, il barcone – partito dalla vicina costa turca – si è ribaltato quando è stato avvicinato da un’unità della Guardia costiera greca. Secondo quest’ultima, 46 persone sono state salvate. Il cadavere del bambino è stato rinvenuto poco dopo».

La Grecia in stato di massima allerta di fronte al flusso di migliaia di migranti dalla Turchia. «Il nostro consiglio di sicurezza nazionale ha deciso di innalzare a massimo il livello di protezione alle frontiere», ha detto il premier Kyriakos Mitsotakis. Atene ha deciso di rafforzare le pattuglie alle frontiere marittime e terrestri e di sospendere le richieste di asilo per coloro che entreranno illegalmente nel Paese, ha aggiunto il portavoce del governo Stelios Petsas. Ma episodi di diffuse violenze poliziesche sostenute da squadracce di ‘volontari’ dell’ultra destra, screditano il Paese ed aumentano le tensioni.

«L’Europa prova a mobilitarsi per cercare una soluzione al nuovo assalto dei migranti alle sue frontiere esterne e per disinnescare la bomba del conflitto tra Turchia e Siria. Ma la strada da percorrere per arrivare a sciogliere i nodi sul tappeto appare lunga, piena di ostacoli e tutta in salita».

Far west tra Grecia e Turchia

Tra i soldati di leva in Grecia, dove c’è ancora il servizio militare obbligatorio di 9 mesi, esiste una rete contro guerra e nazionalismo. Si chiama Spartakos e può contare sul supporto esterno di un comitato di solidarietà composto da civili. Sono loro che si occupano di diffondere le denunce che vengono da dentro l’esercito.

Cosa fa l’esercito greco sul confine con la Turchia?

«A dicembre il governo ha varato una legge che gli attribuisce all’esercito compiti di sicurezza interna, funzioni di polizia –spiega Giansandro Merli sul Manifesto-. Adesso durante uno sciopero, ad esempio, potrebbe essere ordinato all’esercito di scendere in strada. Questa è la logica della legge, ma finora è stata applicata solo lungo le frontiere. I genitori di alcuni militari ci hanno detto che ormai li addestrano ad ammanettare i migranti ed effettuare i respingimenti illegali».

Varese: progetto di assistenza sanitaria per immigrati

Sanità di Frontiera è un’esperienza di volontariato attiva a Varese dal marzo 2009. E’ un progetto di assistenza sanitaria rivolto esclusivamente a cittadini Stranieri extracomunitari “Temporaneamente Presenti” in Italia (STP) ed alle persone senza fissa dimora, “perdute” al Servizio Sanitario Nazionale.

L’ ambulatorio è nato dall’impegno di un gruppo di volontari, professionisti della salute e non che, con il sostegno di parecchie Associazioni varesine, hanno dato vita ad un esperimento di libera e gratuita assistenza sanitaria ambulatoriale, avvalendosi dei provvedimenti della legge Bossi- Fini. In un ambulatorio idoneo, allestito presso la sede provinciale Acli di Varese, i volontari due volte la settimana offrono una completa assistenza sanitaria di base, forniscono a chi ha difficoltà con la lingua o problemi di autonomia un orientamento o un accompagnamento ai servizi sanitari specialistici, offrono consulenza psicologica e, verificate le necessarie condizioni sanitarie, fanno proposta alla ASST di eventuale rilascio/rinnovo del codice STP, che permette agli stranieri “irregolari” di ricevere le cure necessarie nelle strutture sanitarie pubbliche ed accreditate, “a parità di trattamento coi cittadini italiani”.

Trento e Rovereto, come sapete, hanno da due anni e mezzo sui migranti un progetto della Rete.

Fulvio Gardumi aveva dato relazione in recenti coordinamenti dei fatti principali con cui in questo periodo si era cercato di costruire l’aiuto a 7 immigrati, sei africani e un pakistano che ci erano stati segnalati da volontarie locali di Trento e Rovereto ( che li seguivano dal 2011 ) come particolarmente in difficoltà’. La Rete aveva pensato di poter collaborare garantendo, se necessario, per loro il pagamento dell’affitto del posto letto (200- 240 euro mensili) e aiutandoli nella ricerca di qualche lavoro.

Quando li abbiamo incontrati all’inizio abbiamo incrociato visi e occhi dubbiosi, spauriti. Parlavano pochissimo, comprensibilmente, ma non solo perché non conoscevano la lingua. Alcuni di loro, ci dicevano le volontarie con cui abbiamo cominciato a collaborare, per anni non sono quasi riusciti a dire qualcosa di se’ e poi hanno iniziato solo con qualcuna di cui si fidavano; ma avevano dentro angosce, per i loro familiari per esempio, perché’ dopo anni non sapevano e non sanno ancora adesso se siano vivi o morti.