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CIRCOLARE NAZIONALE FEBBRAIO 2017

“Parrocchie monasteri e santuari d’Europa accolgano una famiglia di profughi a iniziare da Roma e dal Vaticano” (Papa Francesco, appello del 6 settembre 2015)1.

“Visto che noi siamo, per voi, infedeli: ma perché non ve ne andate nel vostro CALIFFATO di Iraq con il santo califfo El Bagdadi il quale vive di armi e uccide a tutto spiano coloro con non sono sunniti?” (Parroco di Gorino (MN)), lettera affissa fuori dalla chiesa parrocchiale, 27 ottobre 2016)2.

“La gente è preoccupata perché non sa darsi ragione di quanto avviene e anche perché dubita che gli occupanti siano persone clandestine, senza alcun controllo e lasciati liberi di agire a piacimen-to. Gli avvenimenti recenti creano sospetti e inquietudini nella popolazione. Ricordo che i locali in oggetto sono collocati proprio di fronte all’Oratorio della Parrocchia ed i genitori vedono con preoccupazione questi insediamenti e occupazioni abusive” (Parroco di Villa San Giovanni (MI), lettera alla Questura, 30 dicembre 2016) 3.

Tre diverse prese di posizione della Chiesa, a diversi livelli e latitudini, rispetto al fenomeno dei mi-granti. Sono, credo, interessanti, sia perché la Chiesa Istituzione è, o pretende di essere, il maggiore riferimento etico nel nostro Paese, sia perché essa è una delle pochissime istituzioni, forse l’unica diffusa in modo uniforme e capillare.
Facile sarebbe liquidarle, tutte, in maniera superficiale:
L’appello del Papa è una presa di posizione animata da buone intenzioni, da parte di chi non ha la minima percezione dei problemi reali. Non a caso, l’ineffabile Salvini lo ha prontamen-te invitato ad iniziare con l’ospitare i migranti a casa propria.
La lettera del Parroco di Gorino è un volgare rigurgito di razzismo ed ignoranza.
Quella del Parroco di Villa San Giovanni, una reazione “di pancia” al fatto che pochi giorni prima, nella vicina Sesto San Giovanni, veniva ucciso Anis Amri, l’attentatore di Berlino.
Credo, invece, che esse siano facce della stessa medaglia, che ci offrono prospettive diverse e, a vol-te, spiacevoli di un fenomeno estremamente complesso. Facce particolarmente significative, perché provenienti, come dicevo, da un osservatorio molto qualificato.

Dobbiamo pur dircelo: l’accoglienza non è una passeggiata. E’ una strada irta di difficoltà sia per “noi”, spesso costretti nei nostri piccoli orizzonti e nelle nostre, altrettanto piccole, avarizie; sia per “loro”, che arrivano da mondi alieni, senza il bagaglio di un minimo di cultura e di esperienza di vi-ta. Immaginarla come una marcia dalle sorti inevitabili, magnifiche e progressive non è utopistico: è stupido.
La solidarietà ai migranti ci costringe a sporcarci le mani, ben consapevoli del rischio di scottature e delusioni. Farlo è, però, una scelta inevitabile: le migrazioni continueranno per decenni e non potre-mo tenere altrettanto a lungo la testa sotto la sabbia. E, poi, che uomini saremmo, se continuassimo a vivere le nostre piccole vite protette, senza neppure accorgerci del dramma epocale che sfiora le nostre porte?

Cosa fare, allora? Qualche volta, fortunatamente, la stessa realtà, ci offre le risposte. Questa la lette-ra scritta al quartiere, dagli occupanti dell’immobile di Villa San Giovanni, con l’evidente aiuto di qualche volontario o operatore sociale che già si interessa a loro.

Residenti del quartiere, non abbiate paura, chiediamo solo solidarietà

Il 21 dicembre siamo entrati negli ex uffici di via Fortezza, 27 alla ricerca di un riparo dal freddo inverno cittadino.
Siamo emigranti chi da pochi mesi chi da anni
Siamo fuggiti a causa di guerre, dittatori, rapitori di ragazzi per costrigerli a diventare militari, fabbricanti di armi.
Siamo fuggiti anche a causa di fame e povertà dovute alla scelte internazionali e delle multinazio-nali che hanno impoverito i nostri paesi
Siamo qui, senza distinzioni tra chi è emigrato per guerre o per ragioni economiche: in realtà sia-mo tutti vittime di guerre anche non dichiarate, come quelle economiche, le stesse che voi tutti state subendo a causa di questa crisi ed un sistema ingiusto
Dormivamo per strada, continuiamo a mangiare nelle mense dei poveri quando riusciamo, siamo capaci di lavorare e di fare tanti mestieri. Con il vostro aiuto e la vostra accoglienza possiamo di-ventare una risorsa per il quartiere e per la città.
Nei nostri paesi abbiamo imparato ad essere utili e potremmo esserlo anche qui se ci fosse la possi-bilità.
Vogliamo farci conoscere per costruire insieme un percorso di reciproco rispetto. Non è scatenan-do una guerra tra poveri che possiamo risolvere i problemi.
Vi chiediamo di abbandonare ogni forma di pregiudizio e di collaborare insieme per restituire al quartiere uno spazio che possiamo riqualificare con il nostro lavoro e la vostra solidarietà.
Vi invitiamo lunedì 9 a prendere il tè con noi, alle 20.30 per conoscerci, parlare e costruire insieme un percorso comune di condivisione degli spazi”4.

Aggiungere qualcosa rischia di essere presuntuoso o, almeno, ridondante. Mi limito ad osservare che questa è l’integrazione che serve; un’integrazione che passa, nel piccolo, dai rapporti tra le per-sone, che non è mai uguale a sé stessa, perché si adatta alle situazioni e che richiede duttilità e fan-tasia.
È quasi paradossale che un fenomeno dai numeri enormi, come quello degli attuali flussi migratori, trovi risposta nell’impegno, caso per caso, di singoli o di piccoli gruppi. Mi chiedo se ci saranno ab-bastanza uomini e donne di buona volontà per accettare questa sfida. Credo, però, che essa sia, pri-ma di tutto, un’opportunità per tutti noi, per uscire dalla prigione di agi e compromessi ci siamo costruiti intorno: un assetto sociale che scricchiola da tempo e, comunque, ci sta stretto.

Rete Radié Resch Varese

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