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Lettera Maggio 2021

Carissima, carissimo
ciò che il Covid-19 ci ha mostrato in modo brutale, è che l’equilibrio tra Terra e Umanità si è rotto. Diventiamo troppo voraci, strappando alla terra ciò che non può darci. Non rispettiamo i limiti di un piccolo pianeta con beni e risorse limitate, comportandoci come se fossero inesauribili. Questa è l’illusione che ancora persiste in quasi tutti gli uomini d’affari e i capi di Stato. Aumentare i guadagni per gli uni e il PIL per gli altri.
Il virus ci dovrebbe far recuperare la nostra vera umanità, poichè l’amore, la solidarietà, l’empatia, la collaborazione e la dimensione umano-spirituale forniscono il giusto valore agli elementi materiali senza assolutizzarli e il virus riconosce molto più valore ai beni immateriali come quelli sopra menzionati, perché la Terra e l’umanità hanno un destino comune. Se la Terra si ammala, ci ammaliamo anche noi, siamo uniti nel bene e nel male.
Perché siamo arrivati a tutto questo? La ragione non sta solo nel virus, è sbagliato vederlo come un fatto isolato senza il suo contesto. Il contesto è come abbiamo organizzato la società negli ultimi centocinquanta anni: saccheggio illimitato e sistematico delle sue risorse a nostro unico beneficio e arricchimento. Ciò ha portato alla deforestazione dell’80% del pianeta, all’aria inquinata, all’acqua e al suolo. La Terra l’abbiamo ammalata e ci ha trasmesso la sua malattia attraverso una serie di virus. La reazione della Terra alla nostra violenza è dimostrata dal riscaldamento globale, che non è una malattia, ma la indica, come l’alto livello di contaminazione dei gas serra. Dal 19 luglio del 2020 si è verificato il sovraccarico, abbiamo consumato tutto quanto la Terra può darci in un anno. Di fronte a questa nostra continua rapina la Terra quanto resisterà?
Tutti noi a causa dell’isolamento sociale ci sentiamo prostrati, devitalizzati, irritabili, in una parola, presi da un incubo che non sappiamo quando finirà. D’altro canto, stiamo imparando a costi elevati che, ciò che ci può salvare non sono il mantra del capitalismo e del neoliberismo: profitto, concorrenza, individualismo, sfruttamento illimitato della natura e centralità del mercato. Ciò che ci salva è il valore centrale della vita, la solidarietà, l’interdipendenza di tutti con tutti, la cura della natura, uno Stato ben attrezzato per soddisfare le esigenze sociali, soprattutto i più bisognosi, la coesione della comunità al di sopra del mercato. Solo così ci renderemo conto che prendersi cura, recuperare la vitalità degli ecosistemi, migliorare il cibo, la pulizia dell’aria, il biologico, preservare le acque e le foreste, ci farà sentire più sani e così facendo, renderemo anche la Madre Terra più sana e rivitalizzata.
La ricerca dell’essere di più non può realizzarsi nell’isolamento, nell’individualismo, ma nella comunione, nella solidarietà delle esistenze concrete; non può verificarsi nei rapporti antagonistici tra oppressori e oppressi. Nessuno può essere con autenticità, mentre impedisce che gli altri siano. Per questo, urge agire, nella pratica dell’empatia, nell’amare in perdita, perchè se non c’è un prezzo da pagare, non c’é neppure nessun valore, per questo dobbiamo essere solidali con gli sfruttati, perchè amare il prossimo, significa amare lo sconosciuto e il discriminato; implica amare gli invisibili, gli zero sociali, quelli che nessuno guarda e accoglie. Urge amare coloro che sono nel bisogno.
Non facciamoci illusioni; la pace non è un regalo, ma una conquista. Questo è vero anche per le religioni. Esse infatti rappresentano le maggiori forze di intolleranza che dividono gli uomini. La prima tentazione che ovunque nel mondo insidia la religione è il suo travaso nell’ideologia politica, per assorbimento o soffocamento. Tutte le ere, tutti i paesi hanno conosciuto l’asservimento della religione all’ideologia. La storia del cristianesimo, dalle crociate fino alle guerre di religione, la storia dell’Islam in Africa, ancora ai nostri giorni, con i suoi movimenti fanatici e i disordini sanguinosi in Nigeria, in Egitto, nel Sudan e altrove… sono per noi un monito. In questo mondo di guerre ideologiche, nel quale l’umanità ferita si sente minacciata nel suo essere e nel suo divenire, possano le religioni liberarsi dalle ideologie ed essere solo forze spirituali per la salvezza dell’uomo e per la salvezza del mondo. Salvino la vita là dove le ideologie propagano l’odio. Portino la pace nei campi della desolazione delle guerre ideologiche.
10 anni fa, il 12 e 13 giugno 2011, una coalizione ampia e determinata ha sancito una vittoria storica nel nostro Paese con 27 milioni di sì ai Referendum su acqua, servizi pubblici e nucleare. 10 anni dopo, in piena pandemia, quella vittoria basata sulla difesa dei beni comuni e sull’affermazione dei diritti di tutti sui profitti di pochi, ha un significato ancora più attuale. Infatti la cosiddetta riforma del settore idrico contenuta nel Recovery Plan così come aggiornato dal governo Draghi punta ad un sostanziale obbligo alla privatizzazione, in particolare nel Mezzogiorno. D’altronde Draghi non ha mai dissimulato la volontà di calpestare l’esito referendario visto che solo un mese e mezzo dopo firmò insieme al Presidente della Banca Centrale Europea Trichet, la lettera all’allora Presidente del Consiglio Berlusconi in cui indicava come necessarie privatizzazioni su larga scala. L’attuale versione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza risulta in “perfetta” continuità con queste indicazioni e rimane, dunque, una risposta del tutto errata alla crisi che ha causato il cambiamento, riproponendo le stesse ricette che hanno contribuito a crearla.
Il 26 aprile 1998 veniva assassinato in Guatemala Juan Gerardi, vescovo, difensore dei diritti umani, promotore del recupero della memoria storica del genocidio degli indios commesso dalla dittatura militare. Con lui come Rete Radiè Resch abbiamo avuto un intenso rapporto anche attraverso un progetto. Tutti gli anni in questa data lo ricordiamo come un maestro di nonviolenza e un compagno di lotta per la vita, la dignità e i diritti di tutti gli esseri umani.
Il 20 aprile 1993 don Tonino Bello vescovo di Barletta, ci lasciava, il suo messaggio era stato chiaro e forte. Dinanzi a noi non la fine del mondo, ma la fine di un mondo. Quello vecchio. Muoiano i falsi miti: confine, patria, guerra, razze.
Antonio

MediciControlaTortura:

La Rete di Roma, a nome di tutti noi, da sempre mantiene contatti con l’associazione MediciControlaTortura, che aveva nello psichiatra Ettore Zerbino un amico-referente importante.
Angelo Ciprari ci dà, in allegato, un resoconto sull’operazione.
Da parte mia (Gianni P), ho avuto una lunga telefonata col dr Taviani, nostro ospite al convegno di Trevi 2016 e attuale responsabile del servizio. Mi diceva che volentieri mettono a disposizione la loro esperienza specifica, compresi gli aspetti legali e di assistenza sociale. In questo senso, già da tempo collaborano col NAGA di Milano e il CIAC di Parma. Concordavamo che l’ideale sarebbe avere scambi interpersonali con incontri diretti, e speriamo che ciò sia possibile in futuro. Per quanto riguarda l’impegno economico, gli ho anticipato le nostre crescenti difficoltà, di cui lui si rende perfettamente conto. Specificava che la richiesta per un maggiore contributo era motivata anche dal fatto che la loro esperienza resta quella di un’accoglienza allargata alle necessità delle singole persone e che queste necessità, nei mesi di pandemia, sono diventate più numerose e più drammatiche.

Al Sisi: usato a Km 0

Dino propone di estendere a tutta la rete alcune considerazioni fatte per la rete di Verona
Nel 1990 l’Italia si dotava di una legge (la 185) per il controllo sulla vendita di sistemi d’arma. Non era per la forza dei movimenti pacifisti, ma era la conseguenza di alcuni scandali bancari sul commercio di armi. Il più eclatante riguardava una filiale dell’allora BNL negli Usa, ad Atlanta, che era stata tramite di vendita illegale di armi all’Iraq di Saddam Hussein, durante la prima guerra del Golfo. La legge tra le altre cose, impedisce che armi italiane vengano vendute a Paesi in guerra o che violano i diritti umani.
Ma, come scriveva Marta Rizzo su Repubblica, lo scorso luglio, nel trentennale della legge, dopo un paio di decenni di applicazione abbastanza rigorosa, i Governi italiani hanno iniziato ad avere come obiettivo il sostegno all’export militare e non il suo controllo. Nel 2015 (governo Renzi) c’è stato un boom dell’export di armi e il trend si è mantenuto al punto che in 4 anni (fino al 2019), le autorizzazioni sono state superiori a quelle totali dei quindici anni precedenti.
Adesso emergono chiaramente anche gli affari che intrecciamo con l’Egitto del dittatore-torturatore Al Sisi.
In particolare, ad Al-Sisi sono state vendute da Fincantieri due fregate di ultima generazione, destinate, in teoria, alla Marina italiana ( vedi Chiara Rossi https://www.startmag.it/smartcity/fincantieri-non-tace-piu-sulle-due-fremm-egitto/ ). L’inghippo è abbastanza semplice: le fregate sono state costruite e sono entrate in bilancio per la Marina Italiana, ma, prima del varo, la Marina le ha cedute all’Egitto. Formalmente, quindi, non è una vendita diretta di Fincantieri. Come viene spiegato nell’articolo di Chiara Rossi, non è nemmeno un ottimo affare. Le fregate erano attrezzate con tutta la nanotecnologia e l’ingegneria informatica, che le rendeva operative all’interno della NATO. Tutte queste apparecchiature sono state smontate prima della consegna all’Egitto, buttando via milioni di euro.

Solidarity Watch

Cinque anni fa abbiamo contribuito a finanziare la nascita di Solidarity Watch, un gruppo di ricercatrici italo francesi che si interessano di immigrazione in Europa e, in particolare, di come la giurisprudenza possa usare le leggi per criminalizzare i migranti e chi pratica la solidarietà. Su scala europea, è un tema vastissimo e, per prima cosa, le ricercatrici di S. W. hanno creato un questionario per permettere che i dati raccolti fossero confrontabili, consultabili e utilizzabili. Questo le ha portate ad una sinergia sempre più stretta con l’ Osservatorio delle Frontiere MIGREUROP (vedi il loro sito, con parecchi articoli tradotti anche in italiano). E’ un importante centro studi francese, che lavora a livello europeo. S.W., inoltre, ha partecipato a una conferenza internazionale tenutasi a Firenze nel 2019, sulla criminalizzazione della solidarietà. A partire dalla relazione che S.W. ha presentato in quella sede, è nata una stretta collaborazione con la ricercatrice Annalisa Lendaro, del Centre National de la Recherche Scientifique di Tolosa. Insieme hanno scritto una pubblicazione che uscirà prossimamente. Si tratta di uno studio riguardante i procedimenti penali aperti contro i migranti, e contro chi li aiuta, alla frontiera franco-italiana (in sintesi, è il “reato di solidarietà”). Di queste vicende processuali e della difesa degli imputati si stanno valutando anche le valenze politiche (da chi dice “è lo stato che deve assumersi le sue responsabilità” a chi dice “ lo stato non fa nulIa e, quindi, dobbiamo agire noi”).
Nostra figlia Chiara, che fa parte di S.W., resta volentieri a disposizione per ogni chiarimento e ogni contatto. Potete scriverle a chiara.pettenella@gmail.com

Guatemala

Dino e Silvana vi hanno già scritto dei dieci martiri guatemaltechi proclamati beati il 23 aprile.
Aggiungiamo qualche breve notizia data da Aldo Corradi, che partecipa alla vita della Rete RR di Verona ed è sempre strettamente in contatto con padre Peneleu, nostro referente in Guatemala.
Care amiche e amici,
– Maria, sorella di Nicolasa (una delle referenti dei nostri progetti in Guatemala) si è laureata in scienze giuridiche e sociali presso l’università Mariano Galvez di Città del Guatemala. Ora collabora molto con p. Clemente e con p. Santos, un altro prete, sempre nella diocesi del Quiché. Sono molto contenti perché è un servizio molto utile nel contesto in cui operano i nostri amici. Nicolasa invierà presto una relazione sui progetti in corso.
– Segnalo un articolo molto interessante sulla grande influenza (negativa) delle potenti famiglie che hanno condizionato e tuttora condizionano l’economia e la politica del Centroamerica e del Guatemala in modo particolare. https://www.internazionale.it/notizie/2021/04/09/america-centrale-famiglie-potere
Tutto questo a conferma delle difficoltà che devono affrontare i promotori dei diritti umani e dell’autentico progresso sociale e civile.
Buona primavera, stagione del risveglio e della speranza. Ciao. Aldo Corradi

Apartheid in Israele

Anche secondo l’importante ong statunitense Human Rights Watch, l’attuale governo di Israele è responsabile di crimini contro l’umanità per apartheid e persecuzione verso i palestinesi. E’ la seconda grave denuncia internazionale, dopo il rapporto, di qualche mese fa, diffuso da B’Tselem, ong israeliana che aveva fatto la stessa accusa.
(vedi Michele Giorgio https://ilmanifesto.it/hrw-israele-va-perseguito-per-apartheid/)

Sem Terra

Nel secondo allegato, trovate quanto ha scritto Angelo Ciprari sui nostri attuali contatti col movimento SemTerra. Chiede che il coordinamento decida anche sul futuro di questa operazione.
Un saluto e un abbraccio. Buon primo maggio. (intendevate una cosa di questo tipo per circolare aperta?)

Gianni e Maria P

ALLEGATI:

ll progetto Medici contro la tortura è nato con l’amico della RRR di Roma, Ettore Zerbino, Andrea Taviani e Carlo Bracci nel 1997, ancor prima della fondazione della Associazione umanitaria M.C.T.(Medicicontrolatortura) nel 1999 con l’incoraggiamento della Rete Radiè Resch.
E’ intitolato al rifugiato Dario Canale, italo-brasiliano, che si trasferì a Berlino Est dove, per il peggiorare delle sue condizioni psicologiche, si suicidò in quanto «non riuscì mai ad uscire dalla violenza subita».
Un’altra amica cilena, Gina Gatti, è stata seguita all’epoca da Ettore Zerbino ed aiutata da Lucia Coppola Cerulli e dal marito Emidio Cerulli: inviata a casa loro come domestica, la famiglia Cerulli la incaricò di un lavoro intellettualmente adeguato alla grande cultura di Gina, bi- laureata, aiutandola a recuperare una vita normale.
La famiglia di Gina Gatti abitava a Cinecittà e la figlia frequentava la scuola elementare di Luca e Lorenza Ciprari. Gina si trasferì poi a Modena, seguendo il marito medico, che andò là a lavorare.
Questi sono piccoli grandi esempi dell’impegno svolto da M.C.T. con persone a noi vicine, ma centinaia e centinaia di persone, direi migliaia in questi duri anni, sono stati assistiti dai medici perché, se da un lato finivano le torture di massa in America Latina, in tanti altri paesi esplodevano le violenze, che non sono più finite, e purtroppo dispero che ci sia un miglioramento nei comportamenti dei violenti.
Attualmente, la RRR interviene con un aiuto di euro 13.000,00.
Nel 2020 M.C.T. ha ottenuto un buon contratto di affitto dalla società che gestisce il patrimonio della Banca d’Italia e questo consente, non dovendo più dividere gli ambienti con altre associazioni, un maggiore servizio riservato ai richiedenti aiuto.
Per la situazione di generale peggioramento legata al Covid e per le aumentate richieste di sostegno economico, M.C.T. chiede alla RRR se sia possibile aumentare il nostro contributo fino ad euro 30 000,00 annuali.

Il progetto Movimento Sem Terra-Scuola Nazionale Florestan Fernadez è nato nel 2006 e venne seguito, fino alla sua tragica morte, da Serena Romagnoli. Era lei che intratteneva profondi rapporti con il Movimento in Brasile, traducendo tutte le informazioni che arrivavano: si è trattato di una fonte veramente importante per chi voleva conoscere e scrivere sul Brasile ed i problemi dell’agricoltura, della politica brasiliana, dei movimenti sociali e del mantenimento della Madre terra.
Con la morte di Serena sono venuti a mancare tutti i rapporti. Noi inviamo il bonifico alla Associazione Amigos MST- ITALIA e nulla più.
La RRR. di Roma non reputa più gestibile questa operazione e invita il Coordinamento a decidere nel merito sulla prosecuzione o meno del progetto.
Aprile 2021
Angelo Ciprari rete RR di Roma

Un testo per il nuovo riformismo con proposte per la ripresa post pandemica e sollecitazioni sul ruolo dello Stato e le riforme necessarie. Lo hanno elaborato una cinquantina di economisti e intellettuali dopo mesi di discussioni online, sintetizzato da Biasco, Mastropaolo e Tocci.

C’è sempre qualcuno che brechtianamente riprende il discorso e cerca di riparare agli errori fatti per dare nuova vita a una sinistra ormai povera di idee e di programmi, sconfitta e travolta da sé stessa più che dagli insulti della storia e dall’egemonia del fronte opposto. Così il gruppo di economisti, politologi e intellettuali riuniti nella rete “Ripensare la cultura politica della sinistra” ha elaborato una sintesi della serie di webinar interni svolti a partire dalla fine di dicembre fino ai primi di marzo.

Il documento, lungo una trentina di pagine, si intitola “Governare la società del dopo Covid” e si confronta con il momento attuale, l’alba di una nuova era almeno per quanto riguarda il ruolo e la responsabilità dello Stato e quindi della politica nel progettare e intervenire direttamente nella trasformazione economica e sociale dell’Italia, provata dalla pandemia e dai postumi di un’adesione anche culturale alle logiche del neoliberismo. È uno sforzo di elaborazione e di sintesi ammirevole, firmato alla fine da Salvatore Biasco, Alfio Mastropaolo e Walter Tocci, ma al quale hanno partecipato una cinquantina di intellettuali, tra i quali Nadia Urbinati e Laura Pennacchi, ma anche Gianfranco Dosi, Andrea Roventini, Gianfranco Viesti e Maurizio Franzini  e altri che da anni collaborano anche con le elaborazioni della campagna Sbilanciamoci!.

L’assunto iniziale è che “la sconfitta della sinistra” e quindi la caduta del governo Conte bis non possa essere rubricata “solo come una questione di numeri parlamentari” ma debba essere invece inquadrata in una perdita di egemonia dalle radici profonde e che il Pd, “trasformato in partito d’opinione”, da solo non riesce e non riuscirà a superare. Il rischio che si vede profilarsi è quello che una gran parte dell’elettorato “fuori dalla Ztl” pesantemente colpito dalla crescita delle diseguaglianze aggravate dalla pandemia e dai processi di marginalizzazione e precarizzazione si rifugi nell’astensione o perda definitivamente l’interesse per un progetto di “socialismo democratico” e partecipativo, al quale gli estensori del documento vogliono ancorarsi agganciandosi alla società civile del Terzo settore, dei sindacati, dei movimenti di cittadinanza attiva e anche ai pezzi di partiti della sinistra ancora “non omologati”. L’idea è quindi quella di rilanciare un “grande progetto di trasformazione sociale”, un progetto deliberatamente riformista che parte dalla constatazione che “il capitalismo anche se ha i secoli contati in questa epoca non ha alternative”. E tuttavia il capitalismo può essere riorientato, attraverso una politica coerente e attraverso, appunto, lo Stato, piegato in una sua forma meno vorace dal punto di vista ambientale e più equa dal punto di vista dei “diritti universali”.

Per quanto riguarda l’Italia di oggi e del Pnrr appena abbozzato, due sono le riforme che vengono messe in primo piano: quella della pubblica amministrazione con una modernizzazione che non vada verso la creazione di nuove agenzie o verso nuove privatizzazioni e il rafforzamento della scuola pubblica, intesa anche come polo di attrazione di un vivere civile associato ai beni comuni, alle comunità territoriali, alla cittadinanza partecipata e non ultimo ad un grande piano di educazione degli adulti e formazione permanente. Come obiettivo di fondo si vuole superare la frantumazione della società e del mondo del lavoro, si vuole cioè agevolare una ricomposizione sociale, sia con lo strumento di un nuovo Statuto dei lavori che evoca quello da tempo proposto dalla Cgil, sia in termini più esistenziali e culturali riaffermare la possibilità di una “felicità collettiva”, battendo una tendenza contraria antropologicamente in atto.

Il documento si sofferma sulla necessità di una redistribuzione dei redditi, proponendo una riforma fiscale più progressiva che tocchi anche le “valutazioni patrimoniali dei cespiti” insieme a strumenti in grado di premiare l’uso produttivo dei capitali. Qui non si entra nel dettaglio, non si delineano percentuali e scaglioni di aliquote. Si tratteggia semplicemente i luoghi degli interventi: il grande patrimonio ereditario, la finanza speculativa, l’evasione fiscale sia dei redditi da capitale che si impiantano nei paradisi fiscali sia dei professionisti autonomi e delle piccole e medie imprese la cui elusione è finora coperta dal mancato incrocio dei dati rilevanti sul piano fiscale. Oltre a chiedere un impegno contro la superfetazione di norme che hanno ingigantito la bolla burocratica fino a rasentare la paralisi delle pubbliche amministrazioni, il documento pur

senza parlare esplicitamente di un ritocco del Titolo V, nota come la pandemia abbia messo in evidenza l’inefficienza di una eccessiva regionalizzazione in settori come la sanità e le politiche attive del lavoro. Si evidenzia quindi una esigenza di sfoltimento di norme e semplificazione e di ringiovanimento e ammodernamento del personale pubblico.

Complessivamente il testo si pone con un evidente intento di apertura di un dibattito anche tra diverse anime quindi non entra nel dettaglio e appare piuttosto come una piattaforma iniziale di mediazione, per la rinascita di un pensiero riformista che dovrà trovare altre voci e altre gambe. Inoltre i temi trattati sono tutti di natura più economica che sociale. Così si avvertono alcuni vuoti, soprattutto sul welfare, sul reddito di cittadinanza, sull’essenziale riforma degli ammortizzatori sociali (si propende in ogni caso per l’introduzione di un salario minimo orario) e su questioni che pure riguardano i piani industriali e gli input da dare alle imprese partecipate dallo Stato come la riconversione dell’industria bellica. Rispetto ad una proposta di inasprimento della Web Tax, stranamente si ripropone invece, senza dettaglio, la “bit tax” degli anni ’90 che intendeva rincorrere i flussi di traffico sul web anziché i fatturati delle multinazionali.

Alla fine della lettura resta la sensazione di uno sforzo di organicità e di prospettiva che potrebbe davvero essere utile se non per un partito sinceramente socialdemocratico, almeno per un campo più ampio di coalizione.

Sbilanciamoci.info  (11 maggio 2021)

Il 30 aprile la Città di Padova ha chiuso l’esperienza da Capitale europea del volontariato. La città italiana ha assolto questo ruolo in un anno inedito e difficile a causa della pandemia.

Come riporta il Redattore Sociale, durante la cerimonia di chiusura tenutasi on line con la partecipazione dei tanti attori coinvolti durante l’anno, Emanuele Alecci, presidente del Centro servizi volontariato di Padova e Rovigo e responsabile del Comitato Padova 2020 capitale europea del volontariato, ha argomentato: «In questo anno abbiamo capito che il volontariato è un bene preziosissimo che dobbiamo proteggere e sostenere. Quello che dobbiamo costruire è qualcosa di nuovo, dove chi ha a cuore gli altri deve avere un ruolo, perché si tratta di persone che vedono le cose in maniera nuova. Ho avuto l’impressione che questo modo di vedere le cose in maniera nuova abbia contaminato tantissime persone e tanti giovani che prima magari avevano solo sentito parlare di volontariato».

Il sindaco di Padova, Sergio Giordani, ha sottolineato che «Il volontariato rappresenta un grande e importante motore di sviluppo. Abbiamo toccato con mano che il volontariato può aiutarci a disegnare la comunità del futuro, ad immaginare città più solidali, relazioni sociali costruite sulla collaborazione e sul dialogo,partendo dal basso dei nostri quartieri». Secondo Giordani, anche la pandemia «ci ha ricordato la necessità di tornare ad essere una comunità unita. Il volontariato è il rimedio contro un’altra malattia della nostra società, non meno grave, che si chiama egoismo. Possiamo dire, forti dell’esperienza di quest’anno, che il volontariato è un portatore di pratiche e progetti rilevanti per il futuro del nostro paese».

L’esperienza di Padova ci aiuta a mettere in luce il valore del volontariato in Italia. Ma quanto vale il volontariato nel nostro paese? Alcuni studi hanno raccolto dei dati negli anni. Istat, CSVnet e Fondazione Volontariato e Partecipazione hanno lanciato la prima sperimentazione del Manuale ILO sul lavoro volontario relativo alla misurazione del valore economico e sociale del lavoro volontario e hanno redatto il report “Attività gratuite a beneficio di altri” (2014); altro studio è contenuto nel volume “Volontari e attività volontarie in Italia. Antecedenti, impatti, esplorazioni” (edizione il Mulino, 2017). I risultati ci svelano 6 milioni e mezzo di italiani che svolgono attività di volontariato, 4,14 milioni dei quali lo fanno all’interno di organizzazioni. La variabile determinante nello spingere una persona ad impegnarsi gratuitamente per gli altri o per una causa comune è data dalle risorse socioculturali, come il titolo di studio e la partecipazione culturale. Maggiori risorse socioculturali si traducono in una maggiore propensione al fare volontariato. Da qui deriva una precisa indicazione politica: per far crescere la solidarietà e l’impegno civico è di primaria importanza investire nell’educazione, nell’istruzione e nella cultura.

I dati Istat diffusi a ottobre 2020 sul settore non profit in Italia fotografano la situazione al 31 dicembre 2018: le istituzioni non profit sono 359.574 e danno lavoro a 853.476 dipendenti. L’85% è rappresentato da associazioni e due istituzioni su tre sono attive nel settore della cultura, sport e ricreazione.

E oggi cosa accade?

Nel corso della pandemia, il volontariato non si è mai fermato: ha agito in continuità e ha reinventato il proprio ruolo, spesso in collaborazione con altri attori sociali. Ciò rileva nello studio “Covid-19 e Terzo settore: uno sguardo in profondità” del Centro di Ricerca Maria Eletta Martini, -pubblicato in occasione della Giornata Internazionale del Volontariato del 5 dicembre 2020. «Emerge un quadro inesplorato e complesso di come il terzo settore e nello specifico il volontariato, che agisce come colonna portante al suo interno, stia affrontando la crisi. – Spiega Emanuele Rossi, professore ordinario di Diritto costituzionale alla Scuola Superiore Sant’Anna e presidente del Comitato scientifico del Centro di ricerca Martini. – Dopo l’iniziale smarrimento c’è stata una reazione molto forte, che ha visto l’attivazione di partecipazione civile e sociale a servizio di ogni comunità colpita. Una reazione non priva di difficoltà, ma che non solo ha fornito alle comunità servizi urgenti che il pubblico da solo non sarebbe stato capace di dare, ma ha anche rafforzato la coesione sociale e immesso nel sistema fiducia e senso di appartenenza in un momento delicatissimo della nostra storia».

Durante il periodo più duro della pandemia, oltre a svolgere attività fondamentali per la comunità in momento di crisi, il volontariato ha permesso alle persone di rimanere in relazione, di non essere abbandonate e quindi di sentirsi parte di una comunità. Da qui, sottolinea lo studio, emerge però il rischio che il volontariato venga visto come un rimedio da cui attingere alla bisogna, rischio che è osteggiato dai soggetti del terzo settore che invece chiedono con forza di essere riconosciuti sia nelle attività sia nel ruolo che svolgono nei processi di costruzione comunitaria.

Lia Curcio (unimondo.org 12 maggio 2021)

Netanyahu si arrende: nessuno lo vuole accanto
Getta la spugna Benyamin Netanyahu: il premier israeliano rinuncia a formare un governo, dopo aver mancato la maggioranza assoluta alle recenti elezioni, lasciando campo libero al rivale Benny Gantz, leader del Blu e Bianco. Il presidente Reuven Rivlin, come riportato da Time of Israel, ha infatti fatto sapere che, a breve affiderà l’incarico all’ex capo di Stato maggiore delle Forze armate che avrà 28 giorni di trattative per trovare una maggioranza di governo.

Uno smacco nel giorno del 70esimo compleanno del quasi ex leader, anche per il Likud, partito che vince ma ormai non convince. Crisi delle destra integralista ebraica dal gennaio scorso. Lo scontro sulla leva obbligatoria anche per gli ebrei ortodossi, esentati per legge per motivi religiosi e per interessi elettorali di Netanyahu. Da allora Israele non ha più avuto un governo. Ad aprile Netanyahu aveva ottenuto la maggioranza relativa per pochi voti, ma senza riuscire a formare una maggioranza di centrodestra. Nuove elezioni a settembre, la quarte in due anni, e il Likud non era più il primo partito.

Niente governo di centrodestra con dentro i partiti religiosi e quasi certo incarico a Gantz. Ago della bilancia sarà il Likud, quella parte di partito che sta manifestando malumori contro Netanyahu. O il via libera del Likud a Gantz, o lo spettro di quinte elezioni a rischi di stabilità democratica. Gantz proverà ad evocare questo spettro per premere sulla necessità di dare, dopo quasi un anno, un nuovo governo ad Israele che ha forse superato il contagio del coronavirus ma non quello del nazionalismo confessionale spesso violento nei confronti della popolazione araba.

Per tre giorni, i negoziati tra le fazioni politiche hanno lasciato lo spazio agli attacchi reciproci sulla responsabilità del disastro del monte Meron, in cui giovedì notte 45 fedeli ebrei sono rimasti uccisi schiacciati dalla calca nel corso di una celebrazione religiosa affollata oltre misura. Quesito lacerante: «L’autonomia degli ebrei ultraortodossi è responsabile della strage sul monte Meron?». Erano tutte ultraortodosse le 45 persone morte la settimana scorsa nella calca durante un pellegrinaggio rituale al Monte Meron, nel nord del paese. Al pellegrinaggio hanno partecipato in tutto circa 100mila persone: un numero molto più alto di quello concesso per i raduni pubblici nel paese durante la pandemia.

E in Israele si è tornati a discutere delle estese concessioni e autonomia di cui gode la comunità locale degli ebrei ultraortodossi, i cittadini israeliani che aderiscono alle dottrine più tradizionali e conservatrici dell’ebraismo. Godendo di uno status privilegiato, garantito dalla grande influenza dei partiti che la rappresentano all’interno dei governi di destra guidati da Benjamin Netanyahu. Ancora oggi ricevono generosi sussidi statali e tra i privilegi più contestati, l’esenzione dal servizio di leva, obbligatorio per la stragrande maggioranza degli israeliani.

Al momento è in corso un’inchiesta per individuare le cause della strage. La maggior parte degli ebrei ortodossi presenti ha accusato la polizia di mancanza di controlli, ma nessuno di loro se l’è presa con il governo che aveva autorizzato quel raduno, concedendo di violare le restrizioni per il contenimento del coronavirus in nome dell’autonomia di cui la comunità gode nel paese. «Gli ultraortodossi hanno un’autonomia che non potrebbe esistere senza le risorse e l’acquiescenza dello Stato», ha detto al Washington Post Yoram Bilu, professore emerito di antropologia e psicologia all’Università ebraica di Gerusalemme, riferisce Il Post.

Per i partiti della destra religiosa, l’autonomia e la forza politica degli ‘haredim’ è talmente forte che da sette anni i governi di destra ottengono dalla Corte Suprema la proroga dell’entrata in vigore di una legge del 2014 che obbliga l’esercito a convocare per il servizio di leva anche i giovani ultraortodossi. «Sebbene la leva degli ultraortodossi fosse uno dei temi principali della campagna elettorale dell’aprile 2019, da allora è passato in secondo piano», scriveva un paio di mesi fa il Times of Israel: «ma a un certo punto dovrà essere affrontato». Sempre più persone, soprattutto nei centri metropolitani, tollerano a fatica il fatto che lo stato paghi circa 150mila uomini affinché passino la vita a studiare la Bibbia.

Remocontro 04/05/2021

La proliferazione di farmaci contraffatti in Africa sta provocando una crisi per la salute pubblica. Sembra che sia stato raggiunto un livello di allerta. L’industria farmaceutica contraffatta è fiorente in Africa occidentale. La vendita di farmaci per strada è un fenomeno comune e in molti paesi la vendita di prodotti farmaceutici è più un mestiere che una professione. Secondo dati raccolti dall’Oms, in Africa almeno il 30% dei farmaci è contraffatto.

La Nigeria è considerata il fulcro del traffico di medicine contraffatte nel continente. Nel 2009, 84 bambini sono stati uccisi da un lotto di sciroppo per la dentizione contenente glicole dietilenico, un solvente industriale presente nell’antigelo e nel liquido dei freni. Due dipendenti dell’azienda che ha prodotto lo sciroppo sono stati giudicati colpevoli da un tribunale.

Con circa 116 mila decessi l’anno causati da farmaci antimalarici falsificati o scaduti nella sola Africa subsahariana, gli interventi legali potrebbero essere una questione di vita o di morte.

A livello globale, il commercio di prodotti farmaceutici contraffatti vale fino a 200 miliardi di dollari l’anno, con l’Africa che è una delle regioni più colpite, secondo le stime dell’industria farmaceutica. Il continente africano importa quasi il 90% dei prodotti farmaceutici, il che lo rende particolarmente vulnerabile.

L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) afferma che il 42% di tutti i farmaci falsi segnalati tra il 2013 e il 2017 proveniva dall’Africa, dove i sistemi sanitari deboli e la povertà hanno favorito l’emergere di questo mercato. Poco represso, questo mercato è redditizio e attira l’interesse di organizzazioni criminali e contribuisce sempre di più al finanziamento del terrorismo.

In alcuni Paesi africani si stima che i farmaci contraffatti costituiscano il 30-60% dei medicinali disponibili.

L’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine e l’Organizzazione mondiale delle dogane hanno istituito un’unità speciale per aiutare gli stati della regione a combattere le reti criminali.

Bob Van den Berghe, consulente dell’unità speciale, ha raccontato che l’anno scorso in un porto dell’Africa occidentale, un contenitore etichettato come contenente “donazioni umanitarie” e del peso di 81 kg, in realtà conteneva prodotti farmaceutici contraffatti che sono stati sequestrati.

Antibiotici, antidolorifici, antimalarici o contro l’impotenza sono i più contraffatti. Si tratta di farmaci tradizionali e di quelli più innovativi, venduti sia in confezione che singolarmente. Ma invece di curare, potrebbero peggiorare le condizioni di chi li utilizza, o addirittura uccidere. Secondo l’Oms, un farmaco su dieci nel mondo è contraffatto. Può essere dosato in modo errato o contenere sostanze diverse da quelle dichiarate. Questo tipo di contraffazioni proviene molto spesso dall’Asia, e sono prodotte soprattutto in Cina, India o Pakistan.

La Costa d’Avorio, la Guinea-Bissau, la Liberia e la Sierra Leone hanno sequestrato 19 tonnellate di medicinali contraffatti nel 2018.

In Costa d’Avorio nel 2019 i trafficanti sono stati intercettati mentre tentavano di contrabbandare 12 tonnellate di prodotti farmaceutici contraffatti provenienti dal Ghana.

A Lomé, in Togo, a luglio 2020 sono state distrutte quasi 67 tonnellate di prodotti farmaceutici contraffatti, sequestrati tra giugno 2018 e giugno 2019. E a metà novembre scorso, ad Abidjan, la gendarmeria ivoriana ha effettuato un sequestro record di 200 tonnellate di medicinali falsi.

Nel 2017, un’operazione, guidata dall’Interpol in sette paesi dell’Africa occidentale, ha sequestrato oltre 420 tonnellate di prodotti farmaceutici illeciti. Quasi 20 tonnellate di medicinali falsi sono state sequestrate in Mali tra il 2015 e il 2018.

Nel settembre 2016, un terzo dei 126 milioni di confezioni di medicinali falsi sequestrati in sedici porti africani durante un’operazione dell’Organizzazione mondiale delle dogane, erano destinate alla Nigeria. Vera e propria porta africana per questo traffico, il gigante anglofono sta invadendo il mercato della regione e contribuisce alla prosperità dei trafficanti.

Nel marzo 2019, quando il Niger ha lanciato una campagna per immunizzare i bambini contro la meningite, le autorità sanitarie hanno scoperto la circolazione di un vaccino adulterato. Due anni prima, la polizia aveva sequestrato 13 tonnellate di vaccini contraffatti provenienti dall’India: alcune fiale contenevano solo acqua.

Il traffico di medicinali falsi, essendo molto redditizio, è ancora più preoccupante nei Paesi del Sahel, perché aiuta a finanziare gruppi armati e jihadisti. L’Istituto di ricerca contro le contraffazioni dei medicinali (Ircam), che ha sede a Parigi, stima che in questo campo con una spesa di 1.000 dollari se ne possano ricavare fino a 500 mila.

È una carneficina silenziosa, che colpisce soprattutto i più poveri, che acquistano blister di antibiotici per strada. Ma anche le classi medie sono sempre più preoccupate, perché questi farmaci falsi si vendono ormai anche in alcune farmacie.

Armand Djoualeu da Cittanuova.it

Domenica, 02 Maggio 2021

Un anno di pandemia ha riportato indietro di decenni gli sforzi globali per la fine della fame e della povertà, allontanando così gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030. Il Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite (WFP) ad aprile 2021 stima infatti che più di 270milioni di persone siano a rischio fame. Il doppio della cifra pre-pandemia.

In questo dossier riportiamo alcuni dati forniti da organizzazioni internazionali, un sondaggio che ha coinvolto migliaia di famiglie in difficoltà, un appello che coinvolge 200 realtà di tutto il mondo e alcuni spunti di riflessione su quanto inquina il cibo che produciamo. Una riflessione fondamentale per poter arrivare al traguardo dell’Agenda 2030, che punta a ripensare il nostro modo di produrre cibo in ottica sostenibile per salvare, oltre alle vite umane, anche il Pianeta.

Dopo un anno di Covid, raddoppia la fame

A un anno dall’inizio della pandemia di Covid-19 possiamo stabilire che i timori sull’aumento della fame e della povertà sono stati confermati. Un anno di emergenza sanitaria ha riportato indietro di decenni gli sforzi globali per la fine della fame e della povertà. Il Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite ad aprile 2021 stima che più di 270milioni di persone siano a rischio fame, ovvero il doppio del pre-pandemia.

La Banca Mondiale prevede che entro la fine del 2021, la pandemia farà cadere in povertà estrema tra i 111 e i 149milioni di persone in tutto il mondo. Ma anche prima della pandemia, il numero di persone che soffrivano di fame cronica era in aumento. Il numero dovrebbe ora sfiorare il miliardo. La pandemia ha spinto l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO) ad adeguare le sue stime e ora prevede che entro il 2030 ci saranno tra gli 860 e i 909milioni di persone che soffrono la fame.

Secondo la Call for Action to Avert Famine del World Food Programme e della FAO nell’aprile 2021 già 174milioni di persone in 58 Paesi rischiano di morire di malnutrizione o mancanza di cibo. Più di 34milioni di persone sono sull’orlo della carestia e basta il minimo shock a spingerle nella carestia conclamata. Già 155mila persone vivono in condizioni di carestia o di probabile carestia in Yemen, Sud Sudan e Burkina Faso. A livello globale, inoltre, i prezzi medi degli alimenti sono ora i più alti degli ultimi sette anni.

I Paesi e i lavoratori più colpiti

Un sondaggio condotto dall’agenzia umanitaria tedesca Welthungerhilfe insieme a sette organizzazioni europee per lo sviluppo e gli aiuti di emergenza, conferma le tendenze globali e fa luce sui collegamenti tra la pandemia di coronavirus, povertà e fame. Il sondaggio ha coinvolto quasi 16.200 famiglie in 25 Paesi tra ottobre e novembre 2020. Da questa analisi emerge che sono nove i Paesi più colpiti, sei dei quali si trovano nella Regione dell’Africa Sub-Sahariana: Repubblica Democratica del Congo, Malawi, Kenya, Burundi, Liberia e Madagascar. In RDC e Malawi, più dell’80% delle famiglie intervistate sostiene di avere meno da mangiare rispetto a prima della pandemia.

La fame è aumentata bruscamente anche in Ecuador, Afghanistan e Haiti. A seguito della pandemia i redditi sono diminuiti drasticamente: il 90% delle famiglie intervistate riferisce una riduzione del reddito, mentre più del 75% teme che i loro redditi continueranno ad essere influenzati negativamente in futuro. Questo calo del reddito è stato avvertito in modo più acuto da chi lavora nel settore informale. Ma anche gli agricoltori sono stati duramente colpiti dagli effetti della pandemia: il 72% ha subito una perdita di vendite a causa del confinamento. Il 75% di tutti gli intervistati, poi, ha riferito che le rimesse tramite i parenti all’estero sono diminuite o azzerate. Due terzi degli intervistati in tutti i settori sono stati costretti a contrarre debiti per attutire l’impatto delpandemia.

Uno studio pubblicato dall’International Food Policy L’istituto di ricerca (Ifpri) nel febbraio 2021 conclude che a livello globale non c’era carenza di cibo e che il sistema alimentare globale poteva essere in grado di assorbire gli shock causati dalla pandemia, in parte dovuti ai flussi commerciali globali. Perché quindi la fame aumenta? Nella sua definizione di sicurezza alimentare sostenibile, la Fao distingue tra “disponibilità” e “accesso”. Il cibo era generalmente disponibile durante la pandemia ma era l’accesso ad essere limitato, soprattutto per la popolazione delle aree urbane più povere e per coloro che vivono nelle zone rurali. Questa mancanza di accesso è dovuta alle conseguenze del pandemia, ovvero alle restrizioni alla circolazione (conseguenza di misure di blocco), alla perdita del lavoro nell’informale e nei settori formali che portano a una contrazione di reddito e in generale alla crisi economica.

Di Alice Pistolesi da Atlanteguerre.it

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