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Circolare Nazionale Rete Radiè Resch

Febbraio 2014

A cura della Rete di Trento e Rovereto

Care amiche e cari amici, la Circolare del mese scorso ha cercato di fare memoria delle origini della Rete, ricordando l’avventura cominciata esattamente 50 anni fa con l’incontro tra Ettore Masina e Paul Gauthier. Abbiamo visto come alcune caratteristiche fondanti siano più che mai valide anche oggi. Certamente però in mezzo secolo sono cambiate anche molte cose. Ad esempio l’idea di sviluppo e di sottosviluppo: se nel 1964 l’Italia era nel pieno del boom economico, oggi è anch’essa coinvolta in una crisi globale che sta rimescolando le carte e che richiede nuovi modelli interpretativi. Oggi sviluppo e sottosviluppo convivono insieme nei paesi occidentali come in quelli che una volta chiamavamo “Terzo mondo”. Nuovi problemi si sono affacciati nel frattempo, come la coscienza ambientale, che negli anni ’60 era una specie di “lusso” riservato a poche avanguardie intellettuali. In questa lettera desidero proporre alcuni interrogativi che da un po’ di  tempo, anche prima della presente crisi, molti di noi ci ponevamo, ma che con l’aggravarsi della crisi occupazionale nazionale, per non dire mondiale, si fanno sempre più impellenti ed assillanti. Pongo questi quesiti a tutti coloro  che sento vicini nella sensibilità verso le problematiche sociali: lavoro, occupazione, giustizia, pace, non violenza, solidarietà, cooperazione internazionale, sostenibilità ambientale, ecc. Gli interrogativi riguardano le contraddizioni tra le scelte economiche, finanziarie, commerciali attuate dai governi per uscire dalle crisi che attanagliano i rispettivi paesi e quelle che noi auspichiamo necessarie in una visione globale della realtà mondiale. I diversi aspetti della  crisi mondiale (energetica, ambientale, climatica, idrogeologica …) richiederebbero una radicale inversione per quanto riguarda il  modello di sviluppo occidentale, che ormai si è esteso a tutto il  mondo. Negli ultimi decenni sono nate e si sono moltiplicate ovunque  realtà associative, organizzazioni, ong  di cooperazione internazionale, ecologiste, ambientaliste, ecc. che spingono nella direzione della solidarietà, di una riduzione della cementificazione, del trasporto su gomma, dei consumi energetici, Km zero, promozione di una alimentazione sana,  vegetariana e più ridotta nei contenuti energetici, ecc. Tutte queste realtà e sensibilità si trovano però a cozzare contro altre esigenze, anch’esse legittime, come quelle del diritto al lavoro, alla conservazione dei posti di lavoro, possibilmente prossimi ai luoghi di residenza.  Anche i governi più democratici, almeno nelle intenzioni, cercano di ricreare posti di lavoro, realizzando infrastrutture, rilanciando alcuni settori trainanti dell’edilizia, dell’auto, dei trasporti, del turismo di massa. Ma la competitività internazionale e il libero mercato impongono modelli che comportano la violazione dei diritti umani, la trasgressione delle convenzioni internazionali a tutela dei diritti dei lavoratori e della salvaguardia dell’ambiente. In questo contesto, sono molte le persone, anche tra i progressisti, che non riescono a cogliere le connessioni tra scelte di sviluppo e comportamenti personali, o minimizzano le loro conseguenze ambientali sul pianeta e sulla sopravvivenza di  milioni di persone. Qualche esempio di relazione di causa ed effetto di cui non si è sufficientemente consapevoli:

– Tra consumo di carne e un miliardo di persone escluse dal cibo

– Tra acquisto di cellulari e le guerre in Africa per il coltan

– Tra produzione/acquisto di biocarburanti e migrazioni

– Tra acquisto di prodotti usa e getta e inquinamento ambientale

– Tra acquisto di veicoli veloci e potenti e guerre per il petrolio

– Tra turismo esotico e accaparramento di acqua dolce

– Tra termostato oltre i 20°C ed effetto serra

– Tra consumo di sigarette o di alcolici e riduzione della produzione di cibo

– Tra consumi di prodotti alimentari industriali e riduzione della biodiversità

– Tra il perseguire obiettivi competitivi, arrivisti, individualisti e conflitti sociali,

– Tra turismo invernale e l’impronta ecologica superiore 5 volte a quella sostenibile.

La consapevolezza di queste ed altre connessioni dovrebbe sollecitarci ad una inversione radicale, ma allo stesso tempo ci mette in profonda crisi, perché pone in discussione tutte le nostre abitudini personali  e ciò che abbiamo acquisito e per cui abbiamo  lavorato tutta una vita. Capita anche a coloro che ne sono consapevoli, di sentirsi combattuti tra il mantenimento delle proprie abitudini, comodità, consumi di ogni genere per sé o per i propri figli e il sentire necessario un cambiamento di stili di vita. Come resistere alle molteplici opportunità che il mercato, la pubblicità ci propone, prezzi contenuti, saldi, vacanze e viaggi low cost, che questo modello economico produttivo consumistico ci offre? Se sul piano personale ognuno può fare scelte più o meno radicali relative ai propri stili di vita, più profondo diventa il conflitto che si prospetta dentro coloro che hanno responsabilità governative, amministrative, e ruoli nella gestione della cosa pubblica. Infatti oltre alle scelte nell’ambito personale, vi sono anche le responsabilità nell’agire politico, normativo, amministrativo, sindacale e nella gestione del welfare, per i quali si è stati eletti o chiamati a tutelare le esigenze dei cittadini, le conquiste ottenute e gli stili di vita acquisiti. Ma per altro verso il dramma di queste persone è che percepiscono le conseguenze globali nefaste che tutto questo produce per 3/ 4 dell’umanità. In base all’attuale nostra eccessiva impronta ecologica è stimato che il nostro overshoot day, cioè il giorno in cui il nostro Paese ha esaurito le risorse naturali che in un anno è in grado di generare, è l’8 maggio: da quel giorno in poi consumiamo le risorse di altre regioni e popoli.

Le istituzioni finanziarie, i partiti e coloro che si ispirano a ideologie nazionaliste e di destra, i sindacati corporativi, per ignoranza o per bieco egoismo, non si pongono questi problemi e comunque sono disposti a tutto pur di perseguire questo modello di sviluppo e tutelare gli interessi e privilegi di una minoranza. Mi chiedo invece come e perché le connessioni sopra elencate e queste contraddizioni non vengano prese in considerazione da amministratori, dirigenti e militanti dai partiti ed organizzazioni sindacali che si professano di sinistra, che ispirano le proprie scelte nella direzione della giustizia, dell’equità, della fratellanza, non solo regionale, ma anche mondiale. Il problema che mi pongo, come ogni cittadino impegnato e consapevole della sua responsabilità verso il bene comune, è che dietro questi comportamenti personali vi sono scelte politiche ed economiche di promozione del lavoro e del welfare che ciascuno di noi è chiamato a prendere e/o avallare. Perciò mi chiedo come conciliare due esigenze che appaiono contrapposte? Come orientare la produzione/servizi/consumi considerando i diritti, l’etica, e la libertà di scelta dei cittadini e contemporaneamente dimezzare l’impronta ecologica del nostro Paese?

Circolare Nazionale Rete Radiè Resch

Gennaio 2014

A cura della Rete di Trento

Il 1° gennaio 1964 – esattamente 50 anni fa – Ettore Masina si trovava a Gerusalemme, inviato dal quotidiano “Il Giorno” assieme al collega Giorgio Bocca, per seguire un avvenimento eccezionale per l’epoca: il primo viaggio all’estero di un papa dell’era moderna. Papa Paolo VI aveva annunciato il 4 dicembre 1963 ai padri conciliari, “attoniti per la sorpresa”, che aveva deciso di farsi umile pellegrino in Palestina, la terra di Gesù di Nazareth. La stampa internazionale era quindi tutta schierata a Gerusalemme già alcuni giorni prima dell’arrivo del Papa, per “preparare il terreno”, cioè per illustrare ai propri lettori l’ambiente storico, politico e sociale in cui il Papa sarebbe arrivato il 4 gennaio. Quel capodanno 1964 Masina aveva dettato al giornale la sua corrispondenza, in cui parlava di Paul Gauthier:  “Di tutte le persone che ho visto in Terra Santa quella che mi sembra rispecchiare con più precisione e nobiltà l’ideale cristiano è questo prete operaio francese che da 10 anni vive a Nazareth fra i poveri della città. Quasi un mese fa ero con lui a Roma, la mattina del 4 dicembre, quando Paolo VI annunziò al mondo che si sarebbe fatto pellegrino in Palestina. (…) Adesso padre Gauthier mi accoglie sulle impalcature di una casa in costruzione. Mi ci hanno spinto, quasi portato di peso, una dozzina di piccoli arabi che lo adorano, e che lo chiamano ‘padre’ (…). E’ la duecentodiciannovesima casa che Gauthier costruisce per i rifugiati arabi sulle colline di Nazareth, di fronte al Tabor, il monte sul quale il Cristo si trasfigurò”. E’ da questo incontro di Ettore Masina con Paul Gauthier che è nata la Rete Radié Resch. E’ una storia che tutti conosciamo nella Rete, ma ho pensato di riproporre questo inizio per aiutare tutti noi a fare memoria delle nostre origini nell’anno in cui ci apprestiamo a dedicare il Convegno nazionale al ricordo dei primi cinquant’anni della nostra storia, ad un ripensamento del nostro cammino, all’ incontro con alcuni dei testimoni che in questi cinque decenni hanno contribuito a fare la nostra storia e alla commemorazione di tanti amici e amiche che hanno fatto insieme a noi il cammino della Rete e che ora non ci sono più. A cominciare da Paul Gauthier. Per entrare nel clima delle origini ho riletto i libri “Radié Resch. Una storia di solidarietà” scritto da Carla Grandi nel 1992 e “Nel vento della storia” scritto da Ettore Ongaro nel 1994 in occasione dei 30 anni di vita della Rete. Ercole sta ora scrivendo un nuovo libro in vista dei 50 anni: un lavoro certo non facile (ma quanto meritorio!), per impostare il quale si è confrontato con le varie reti presenti al Coordinamento di Sezano nel settembre scorso. La rilettura dei libri di Carla e di Ercole è un ottimo modo per ripercorrere una storia straordinaria e per trarne spunti di riflessione per il futuro. E’ utile per chi è nuovo nella Rete, per chi non la conosce affatto, ma anche per chi ha fatto parte della Rete per un tratto più o meno lungo del suo cammino. Purtroppo i due libri sono esauriti: c’è forse qualche copia qua e là che qualcuno potrebbe mettere a disposizione di chi non ce l’ha. Ercole mi ha detto che ha pensato di inserire nella prima parte del nuovo libro una sintesi del primo, in modo da sopperire all’esaurimento del volume. Il viaggio in Terra Santa era stato per Ettore “il primo impatto con la povertà di massa, con il Sud della Terra e fu uno shock”, scrive Ongaro nel suo libro. Fu così che decise, insieme alla moglie Clotilde, di inviare i propri risparmi a Gauthier, il quale però gli rispose: “Per aiutarci materialmente è meglio che voi costituiate con i vostri amici una rete e inviate ogni mese le offerte raccolte. (…). L’importante è questo: diffondete il desiderio di condivisione dei beni, come agli inizi degli Atti degli Apostoli”. Il che significava occuparsi dei poveri non una tantum, ma con il duplice impegno della condivisione e della continuità.  Ecco due elementi presenti ancora oggi. Masina scrisse a numerosi amici, credenti e non credenti. Nacque così la ‘circolare’ mensile, che Ettore scriverà per tantissimi anni e che diventerà il collegamento fra tutti gli amici della Rete, occasione di informazione sui risultati dell’autotassazione e stimolo per riflessioni sull’ingiustizia e sui meccanismi che la provocano. I primi nuclei di quella che ben presto fu chiamata “Rete” si costituirono a Milano, Roma, Varese. I versamenti mensili dei singoli aderenti venivano inviati a Gauthier sotto forma di prestiti, senza interesse e a lunghissima scadenza, destinati a famiglie palestinesi indigenti, che vivevano in baracche o grotte, permettendo loro di accedere alla cooperativa per la casa. Paul accolse con gioia la proposta di Masina di chiamare la Rete sorta in Italia col nome di una bambina di Nazareth, profuga palestinese, che era morta di polmonite in un tugurio senza vetri alle finestre, prima che alla sua famiglia fosse assegnato un appartamento. Nell’agonia Radié – nome che in arabo significa ‘sempre grazie a Dio’ – aveva continuato a ripetere “Io laverò i vetri della nostra casa”. Perciò Paul aveva concluso “Radié è andata in una città migliore e di lassù ci aiuterà a lavare gli occhi di chi non vede la necessità di dividere i suoi beni con i poveri”. Gauthier aveva seguito i lavori del Concilio assieme al vescovo di Nazareth, Georges Hakim, e fu l’ispiratore del documento “Gesù, la Chiesa e i poveri”, attorno al quale si riunirono numerosi vescovi e padri conciliari, provenienti soprattutto dal Sud del mondo, che chiedevano alla Chiesa “un’opzione preferenziale per i poveri”. Durante la sua permanenza a Roma, Paul alloggiava in un convento di suore, dove conobbe una donna delle pulizie, Jole, che aveva un fratello paralizzato fin dall’infanzia, Giulio, che lei assisteva con grande fatica e in solitudine. Paul andò a trovarli in casa e rimase commosso. Ne parlò con Ettore e decisero che “Giulio doveva procurare da vivere a sua sorella perché gli faceva da infermiera”. Da quel giorno la Rete versò mensilmente uno stipendio a Giulio e così Jole non dovette più lavorare  fuori casa ma  si dedicò completamente al fratello. Ecco, queste sono le origini della Rete. Che cosa è cambiato in 50 anni? I poveri, anche allora, c’erano non solo nel Sud del mondo, ma anche qui. E oggi, probabilmente, ancora di più. Nel convegno delle Reti del Nordest del maggio scorso, il relatore Michele Nardelli ci aveva detto, tra l’altro: “dobbiamo interrogarci sul concetto di sviluppo e sottosviluppo. Non esistono più i Paesi sviluppati e i Paesi sottosviluppati. In ogni Paese c’è sviluppo e sottosviluppo, inclusione ed esclusione. Oggi il simbolo della povertà non è tanto la magrezza scheletrica del Sahara, quanto l’obesità dei poveri degli Stati Uniti o del Sudamerica”. Ho chiesto a Ercole Ongaro quale impressione sta ricavando dal lavoro di stesura del nuovo libro su questi 50 anni di storia della Rete. Ecco la sua risposta: “La Rete, pur avendo vissuto una cesura nel passaggio da una conduzione personale a una conduzione collegiale,  ha conservato le sue specificità originali e ha evitato le scorciatoie dell’istituzionalizzarsi e dell’inseguire l’efficienza: ha continuato a preferire la presa di coscienza delle persone rispetto all’abilità nel raccogliere denaro, la relazione di amicizia rispetto all’organizzazione burocratica, le operazioni con basso finanziamento ma con alto valore aggiunto di solidarietà politica. Anche gli scambi di messaggi della mailing list documentano che nella Rete non si è persa la voglia di confrontarsi, di rimettersi in discussione, di disporsi a cambiare per avvicinare il ‘sogno’ di chi 50 anni fa ha intuito che combattere le cause dell’ingiustizia è il livello della sfida a cui la storia chiama gli uomini e le donne di buona volontà”.

Auguro a tutte e a tutti un 2014 ricco di speranza!

Fulvio Gardumi

Circolare Nazionale Rete Radiè Resch

Dicembre 2013

A cura della Rete di Noto, Avola Pozzallo…

La Rete, associazione laica, è da sempre comunque molto attenta all’universo religioso, non foss’altro che per il fatto che la Religione, insieme alla Politica, sono due elementi fondamentali di accelerazione o freno della storia e dei suoi cambiamenti. Nell’ambito della religione cattolica si può dire che da anni ormai era autunno, se non inverno, dopo la primavera conciliare di Giovanni XXIII, che sicuramente tentò di dare una spinta, anzi una svolta, ad una struttura adagiata ed arroccata su un passato legato teologicamente ed operativamente al Concilio di Trento. Il lungo “dominio” di Giovanni Paolo II, che ha sempre avuto dietro l’ombra teologica e il “braccio armato” di Ratzinger, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede-ex Sant’Uffizio, ha probabilmente fatto scivolare non solo la Chiesa, ma la stessa fede cristiana verso un appiattimento o addirittura, come più d’uno sostiene, uno snaturamento dell’originalità della stessa, ridotta al mero verticalismo del rapporto uomo/Dio, che ben si è coniugato con l’individualismo di base della società liberista. In parole semplici: “mi” salvo (=vado in Paradiso) soprattutto se mi relaziono al Dio dei cieli; e la relazione di amore al prossimo è diventata “opera di carità”, beneficenza, elemosina. Molte di queste sono state anche organizzate in strutture cattoliche: scuole cattoliche, ospedali cattolici, banche cattoliche (…fino allo IOR) e per di più con la pretesa, al “caro prezzo” di alleanze politiche, di essere sovvenzionate ed equiparate a quelle statali. Le trionfalistiche folle oceaniche dei pellegrinaggi, delle Giornate Mondiali della Gioventù, dei Congressi Eucaristici di cui si nutriva l’ecclesiologia di Giovanni Paolo II, hanno trasmesso l’idea che la sostanza  della Fede  fosse quella  esteriore e devozionista e che la Chiesa vera fosse quella dei grandi numeri, delle megacelebrazioni, sì da diventare talmente “forte” da  tentare di imporre all’intera società civile, diventata nostra, le nostre regole morali sul divorzio, sull’aborto ecc. (…salvo poi ad essere smentiti dai referendum…ma pazienza!…riproveremo). Illuminante, a tal proposito, l’intervista di Fazio al cardinal Ruini a “Che tempo che fa” del 1° Ottobre 2012. Tutto questo superficializzando quello che da molti credenti è ritenuto  il rivoluzionario messaggio altruista originario di Gesù, conformandolo alla società dell’immagine e del potere. Insomma, per essere dei buoni cristiani bastava (e per molti versi basta tutt’oggi) andare a Messa la domenica, accostarsi ai Sacramenti, osservare un po’ i comandamenti (…ma non troppo, tanto la confessione pulisce tutto e tutti), non fare del male e fare semmai qualche “opera di misericordia” o di bene. La scelta dei poveri e della povertà era concepita come prerogativa della vocazione estrema ed estremista di qualcuno, non di rado poco ben visto dalla Chiesa istituzionale. In una visione globale non si può comunque non riconoscere anche alla Chiesa-istituzione nel corso dei secoli, ma soprattutto ad un’immensa massa di credenti in tutto il mondo, l’importante funzione di aver “spinto”, a volte accelerandola, la Storia nella direzione nella quale noi tutti della Rete ci riconosciamo: quella della giustizia egualitaria, quella – diremmo laicamente – di almeno due delle “pretese” della Rivoluzione illuminista: “liberté” ed “egalité”, sulle quali siamo comunque invero ancora piuttosto indietro, viste le enormi disparità, che sembrano addirittura aumentare, tra ricchi e poveri nel mondo. L’era della “fraternité” sembra ancora di là da venire – e qui la religione cristiana e le religioni tutte avrebbero molto da dire e da fare, in termini di “acceleratori”, ma non si può approfondirlo in questa sede -. Quello che si può dire è che in questo scenario, forse nel momento in cui la Chiesa Cattolica istituzionale sembra toccare il fondo di credibilità (ripetiamo senza nulla togliere al merito e dall’azione di tutti i credenti impegnati sempre e ovunque per la “liberazione” dell’uomo e della donna da ogni peso e schiavitù), …dagli scandali della pedofilia ormai non più soffocabili, a quelli economici dello IOR, alla resa-ritiro, peraltro nuovo e coraggioso, dell’ultimo Papa dogmatico della storia … in questo scenario irrompe la figura di Papa Francesco. Che si impegna da subito in un’opera titanica, che non è più semplicemente quella di tamponare gli scandali, ma – a quanto sembra – quella di intraprendere davvero un percorso di riforma della Chiesa. Dal punto di vista teologico rimette al centro la coscienza, aprendo ampi spazi sia al dialogo con i non credenti (di cui alcuni sembrano peraltro annaspare essi stessi nelle esasperate logiche di un individualismo diventato irrimediabilmente egoista – vedasi intervista di Scalfari al Papa -) sia alla comprensione-tolleranza del peccatore (anche “pubblico”, qual era, ad esempio,obiettivamente considerato il divorziato). Dal punto di vista interno alla Chiesa, senza – saggiamente – voler da subito operare una rivoluzione copernicana, tenta quanto meno di rimettere un po’ di ordine nella gestione dei poteri interni  (ad esempio quello economico), spostandosi anche fisicamente dalla curia romana. E rispunta finalmente, dopo mille anni, la parola “collegialità”, che potrebbe essere la parola chiave del futuro della Chiesa cattolica. Mentre inizia, con la “gestione” della sua stessa persona, una eccezionale opera di semplificazione, in questo caso si potrebbe ben dire rivoluzionaria, liberandosi innanzitutto esteriormente di quasi tutti i paludati orpelli dei Papi precedenti e semplificando la relazione del Papa col mondo e con gli altri, portandola ad una genuina immediatezza, la quale, ovviamente, non può che lasciare tutti stupefatti. Nel suo agire non sembra esserci niente di finto, di mediato da tradizioni e cerimoniosità, dando il senso di una personale, formidabile coerenza cristiana, che sembra tendere a “spogliare” anche la Chiesa, per riportarla in linea col suo messaggio evangelico originario.

La semplificazione, sul modello di San Francesco (nome piuttosto impegnativo), sembra infatti arrivare ad aperture nuove verso la “Chiesa povera” e verso quella“dei poveri”. Che sono cose ben diverse. Una Chiesa povera è quella capace di spogliarsi delle sue ricchezze e dei suoi beni materiali… Molte delle chiese di frontiera, specie missionarie, sono chiese povere, quasi per necessità e condizione, più che per scelta, essendo prive di mezzi e di beni, costrette a vivere di stenti o di assistenza da parte delle chiese più ricche. Ma quante di esse siano Chiesa dei poveri non è dato di sapere. La Chiesa dei poveri è quella che non solo si fa povera, ma si schiera coi poveri, che fa una reale scelta di campo, di condivisione, in direzione della liberazione da qualsiasi forma di schiavitù, materiale, fisica o interiore, e quindi anche politica. La Chiesa dei Don Milani, per intendersi (peraltro Don Milani si fece povero, pur essendo di famiglia benestante), che non solo  cercò di dare ai poveri  i mezzi per liberarsi dalla povertà materiale, ma insegnò loro ad agire nel sociale (ad esempio impegnandosi nel sindacato, senza comunque accontentarsi neanche di quello) per scoprire ciò che genera la povertà e operare sulle radici della stessa.

Tornando dunque al Papa Francesco e alla sua svolta di coerenza e autenticità,  la domanda, paradossale (ma non troppo), che – da Rete – poniamo alla riflessione comune è dunque questa: si potrebbero mai risolvere davvero, anche con gli eventuali ingenti proventi delle vendite dei beni patrimoniali e artistici  della Chiesa (cosa che non avverrà), il problema della povertà nel mondo, o della schiavitù dei popoli o delle guerre? Potrebbe, questa gigantesca elemosina, risollevare le sorti dei poveri della terra? …E’ ovvio che neanche la più colossale quantità di denaro potrebbe mai farlo in maniera stabile… Perché in realtà non si scalfirebbero ancora i meccanismi che generano la povertà stessa. La Chiesa ha da sempre predicato l’assioma che, per cambiare il mondo, bisogna che si convertano, che cambino le persone. Ebbene neanche questo può essere vero (e men che mai è realista)… Quand’anche, per assurdo, tutti i credenti si facessero coerentemente evangelicamente economicamente poveri, il mondo potrebbe anche non cambiare. Poiché ”il nostro pane quotidiano” (cioè le risorse da condividere) è rimasto e rimane fermo, impigliato nelle Banche, nelle Società Finanziarie, nelle multinazionali, nelle Società Anonime (come venivano una volta chiamate le S.p.A.), governate appunto da meccanismi finanziari automatici, presieduti dallo logica del profitto fine a sé stesso, dove le “persone” che le guidano (i CEO, i C.d.A. ecc.) non possono assolutamente mutarne il meccanismo. Se solo ci provassero sarebbero immediatamente rimossi e subito sostituiti con altri, fedeli al meccanismo stesso.

Cambiare i grandi meccanismi iniqui è certamente la cosa più difficile: ci proviamo – e ci dobbiamo provare – “dal basso”, visto che politica e religioni sembrano sordi e ciechi, con i piccoli sistemi e le iniziative più varie, dal commercio equosolidale ai nostri progetti di Rete; ma una potenza e un’autorevolezza morale come quelli di un Papa “coerente”, che ne prendesse coscienza  e cominciasse a denunziare (“la denunzia è già annunzio salvifico”, ebbe a dire a suo tempo il Cardinale di Torino Ballestrero!) la nefandezza e la perversione degli stessi, darebbe una grande spinta, quell’accelerazione appunto di cui la religione può farsi portatrice. Purtroppo non è facile che accada e le accuse al capitalismo ingiusto ed edonista dei Papi precedenti (peraltro spesso tradite da accordi politici per la protezione e sovvenzione di strutture cattoliche, come quelle coi governi di Berlusconi, appena “sfiorato” dalle accuse di immoralità sessuali), sono state connotate da una tiepidezza così blanda da sembrare complicità. Oltretutto confermata dall’appoggio alle iniziative elemosiniere (il Banco Alimentare ad esempio) di organizzazioni come Comunione e Liberazione e l’Opus Dei, che nei confronti del capitalismo sono tutt’altro che critiche.

In realtà all’interno di una Chiesa tuttora bloccata, dove il pietismo e il  devozionismo (di cui Radio Maria è uno degli esempi più illustri) sembrano essere diventati l’essenza stessa della fede cristiana, pare che vi sia ancora poco spazio per quella “intelligente lucidità”, da sempre patrimonio della Rete Radiè Resch (possiamo permetterci questo piccolo vanto…), che, secondo una logica semplicemente umana di giustizia egualitaria, definisce “restituzione”quello che per altri continua ad essere beneficenza ed elemosina, forse senza neanche aver esplorato abbastanza quell’”Inno alla Carità”di Paolo di Tarso, che così recita: “quand’anche distribuissi tutte le mie sostanze…se non ho la carità niente mi giova”… A quando dunque l’era della Carità e/cioè della fraternité…della condivisione dei beni della terra?  …Intanto buon lavoro, Papa Francesco!

 

Circolare Nazionale Rete Radiè Resch

Novembre 2013

A cura della Rete di Napoli

Carissime amiche e carissimi amici, purtroppo non possiamo nascondere l’amarezza, la rabbia e la paura di cui siamo pervasi per la situazione che si è verificata nella nostra tanto amata quanto depredata Regione Campania ex “felix”…. I Latini la chiamavano Campania felix per esaltarne l’aspetto pianeggiante, il clima estremamente favorevole, l’estrema fertilità delle sue terre. Oggi è semplicemente la terra dei veleni, una terra malata, avvelenata a causa di una politica inefficiente e di una criminalità viceversa efficientissima. Una terra e una popolazione che attualmente si vedono negato uno dei diritti fondamentali dell’uomo: il diritto alla salute! Da uno studio recente pubblicato dai ricercatori dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Napoli si rileva come, nei Comuni delle province di Napoli e Caserta, il tasso di mortalità standardizzato per patologie tumorali è cresciuto del 27,4% negli uomini, e del 23,5% nelle donne. Dal 1998 ad oggi i casi di morte per malattie oncologiche sono aumentati nel Napoletano fino al 47% : un dato in controtendenza rispetto ai decessi per neoplasie nel resto d’Italia. Alla base dell’anomala crescita dei tumori a Napoli ci sono i danni subiti dal territorio a causa dei crimini ambientali commessi nel tempo e della cattiva gestione dei rifiuti, anche se si continua a ribadire che non esiste correlazione diretta e certa tra tale incremento e i roghi di rifiuti. Tuttavia la presenza di sostanze altamente tossiche è stata rilevata nel sangue di cittadini campani del cosiddetto triangolo della morte, compreso tra i comuni napoletani di Acerra, Nola e Marigliano dove sono alte le concentrazioni di policlorobifenili (PCB), sostanze prodotte da industrie chimiche che non esistono nella Regione Campania. A questo va aggiunta l’elevata concentrazione di diossina registrata in questi territori dovuta ai numerosi e quotidiani roghi appiccati per eliminare copertoni o per recuperare il rame dai cavi elettrici. D’altronde lo sversamento dei rifiuti industriali altamente inquinanti riguarda anche le discariche legali ( v. i circa ottocentomila tonnellate di fanghi dell’ACNA di Cengio smaltiti nella discarica di Pianura). Tutte queste sostanze cancerogene (diossina, PCB, metalli pesanti, furani e idrocarburi policiclici aromatici) una volta liberate nella biosfera entrano nel corpo umano attraverso l’esposizione sia diretta (inalazione, ingestione, assorbimento cutaneo), che indiretta e vanno a interferire con il genoma alterando la trascrizione dell’informazione contenuta nel DNA durante la fase di replicazione cellulare. In questo modo, tali sostanze sono responsabili di una serie di malattie quali il cancro, le malattie alle vie respiratorie, le allergie, i disturbi neurodegenerativi,le patologie tiroidee e le malformazioni congenite. Questo fenomeno non è confinato nei soli Comuni del “Triangolo della morte” o della “Terra dei fuochi” ma rappresenta un vero e proprio “sistema criminale” ben più esteso e grave che sta determinando anche gravi ripercussioni sull’economia locale. Per anni i comitati dei cittadini hanno denunciato la situazione ad ogni possibile istituzione politica e giudiziaria senza che nulla sia realmente cambiato. Negli ultimi anni, però, grazie a Dio, sull’onda della presa di coscienza sempre più consapevole di questo grave disastro si sta verificando una sinergia concreta fra la popolazione, le associazioni tematiche di settore, la comunità scientifica e il mondo ecclesiale per contrastare l’ecomafia e lo smaltimento dei rifiuti tossici. Sono state proposte alcune soluzioni: quella di un sistema di controllo satellitare per il monitoraggio permanente del territorio campano, misura indispensabile per fermare il traffico criminale dei rifiuti pericolosi e i roghi di diossina; quella dello stanziamento di fondi per effettuare analisi del suolo, dell’aria e dell’acqua e per una seria e capillare bonifica dei territori censiti che sono stati oggetto di sversamenti illegali di sostanze tossiche, una bonifica, cioè, che sappia impedire infiltrazioni della criminalità; quella dell’istituzione di un registro regionale dei tumori;quella di abolire ogni forma di incentivo statale agli inceneritori, oggi finanziati dai contribuenti in base alla erronea assimilazione di tali impianti a fonti di energia rinnovabile e di esacerbare le pene previste in materia di danno ambientale, prevedendo procedure più snelle in deroga a quelle esistenti. La comunità scientifica è impegnata in una battaglia con le istituzioni, affinché venga istituito un laboratorio regionale di tossicologia per il monitoraggio, sull’uomo, delle sostanze tossiche ambientali, in particolare della diossina. Le associazioni tematiche di settore si stanno battendo affinché sia redatto un nuovo piano regionale dei rifiuti incentrato, come prevede la normativa europea, sulla raccolta differenziata e sul riciclaggio e recupero della materia. Per tutto ciò siamo sempre più indignati e dalle istituzioni, a tutti i livelli, pretendiamo verità e trasparenza. Ci auguriamo di resistere e di portare avanti la nostra battaglia (certamente non facile) fino in fondo affinché si restituisca un futuro pulito a questa nostra terra, confortati dalle parole di Papa Francesco: “Ci sono giorni difficili, ma senza speranza non si va avanti”.

Un caro saluto dalla Rete di Napoli

Circolare Nazionale Rete Radiè Resch

Ottobre 2013

A cura della Rete di Salerno

“Dalla profezia all’apocalittica”

Care/i, analizzare il momento storico che stiamo vivendo, cosa che facciamo ormai da tempo, è davvero sempre più scoraggiante e siccome non abbiamo assolutamente bisogno di deprimerci, guardiamo avanti con speranza. Parto da un messaggio ricevuto ieri da fratel Tommaso Bogliacino, piccolo fratello di Charles de Foucauld che attualmente anima la comunità di Betania a Padenghe sul Garda in provincia di Brescia. Il messaggio diceva, riferendosi alla nostra situazione politica e non solo, “Pace e gioia. Nei disastri vengano fuori le forze migliori. Abbraccio. Tom.” Beh, più disastro di così!? Quest’estate ho avuto la fortuna di riascoltare il professor Roberto Mancini, docente di Filosofia teoretica presso l’Università di Macerata. In quell’occasione doveva parlarci dell’Amore ed ha iniziato la sua riflessione volendo contestualizzare il momento in cui ci troviamo. È partito dalla globalizzazione, pregandoci di non parlare di crisi, ma di fallimento, perché  crisi  indica una difficoltà momentanea, superata la quale, si ritorna allo stesso sistema, il fallimento, invece, è una situazione definitiva di cui prendere atto e da cui ripartire con un nuovo sistema: nuovo modello di sviluppo e di economia al cui centro ritornino l’amore per la persona, per la terra, per la vita. Ci tocca quindi passare, come riflettevamo in uno degli incontri di spiritualità con Alex Zanotelli, dalla profezia all’apocalittica. Profeta è chi legge i tempi e fa denuncia, per apocalittica, invece, non s’intende la catastrofica e definitiva fine del mondo, ma la fine di un mondo iniquo e la costruzione di cieli e terre nuovi. In concreto, passare dall’analisi e dalla denuncia delle negatività del nostro tempo –  prenderne atto  senza farsi sopraffare – al pensare, proporre ed iniziare a costruire insieme modelli di vita alternativi. Insieme, perché il primo passo che dovremmo fare è fuggire dall’individualismo in cui questo sistema ci ha condotti: pensare ad un mondo nuovo passando dall’io (che può essere anche la famiglia, il gruppo, la categoria) al noi, vera globalizzazione dei popoli e col pianeta. Insieme per l’insieme, nel senso che le scelte locali e quotidiane devono essere fatte pensando alle ripercussioni sul globale e che non possono essere fatte se non insieme: il cambiamento individuale è indispensabile, ma per sostenerlo e renderlo incisivo ha bisogno di una dimensione comunitaria. La comunità, inoltre, sarebbe il primo luogo dove vivere le relazioni e l’amore che desideriamo per tutti. Prima dei verbi pensare, proporre e costruire, per fare apocalittica c’è bisogno di vedere, sostituire i nostri occhi negativi con occhi che vogliono scorgere il positivo che sta nascendo e recuperare tutte le forze migliori per farsi contagiare e contagiare. Nel concreto: in questo difficile momento stanno nascendo tante esperienze alternative di finanza, economia, lavoro, abitazione (finanza etica, economia locale, GAS, transition town, ritorno alla terra, cooperative, co-housing…) tutte da cominciare a proporre e a vivere fino ad influenzare anche le scelte politiche di chi ci governa, fino ad osare di farne un vero e proprio programma politico. Tutto ciò è strettamente legato alla riflessione sulla solidarietà che si sta facendo nella Rete in questo percorso verso il convegno del cinquantenario (25, 26 e 27 Aprile 2014) e che si intitolerà “50 anni di Rete. Il presente della solidarietà tra memoria e futuro”. Solidarietà, infatti, è soprattutto Rete, cioè, “ insiemità”. Non si può, inoltre, pensare ad un mondo solidale senza pensare a scelte politiche, economiche e finanziarie al cui centro non ritorni la persona al posto del profitto, scelte che non ci facciano trovare più nella situazione di dover restituire. Del resto questo sistema sta esaurendo tutto tanto che presto non avremo più cosa restituire (pensiamo al pianeta). Per rendere fattibile e leggero questo percorso forse bisognerebbe liberarci dall’ansia del risultato e, come dice Antonietta Potente, prendere atto che siamo in un momento di transizione e di preparazione: il futuro va costruito nella fedeltà al nostro presente, nel rispetto e nella valorizzazione delle diversità,  con operosa pazienza. Pazienza non come rassegnazione, ma come perseveranza e speranza nel costruire il cambiamento, ricordando, appunto, che lo stiamo semplicemente preparando.

Buona Apocalisse a tutti.

Per la Rete di Salerno

Lucia Capriglione

Circolare Nazionale Rete Radiè Resch

Settembre 2013

A cura della Rete di Casale Monferrato

Abbiamo davanti agli occhi alcuni segni di speranza. Ad esempio le affermazioni felicemente imprudenti di un papa che dice: chi sono io per giudicare? La  chiesa cattolica è una istituzione troppo complessa per cambiare in pochi anni, ma molte prese di posizione di questo papa (ad esempio quelle sulla povertà e sulla pace) rimarranno indelebili nella memoria di molti uomini di buona volontà. Il mondo arabo continua invece a mandare messaggi di inquietudine e di sofferenza. Abbiamo davanti agli occhi la dura repressione in Egitto e non riusciamo a distinguere una alternativa credibile ai centri di potere che in questo momento si contendono le piazze.In Siria prosegue la guerra civile e siamo colpiti anche a livello personale dalla scomparsa (speriamo temporanea) di padre Paolo Dall’Oglio che abbiamo invitato come testimone a Casale il 20 ottobre 2012. Padre Dall’Oglio, gesuita, dal 1982 animatore di una comunità a Mar Musa al-Habashi, nel deserto a nord di Damasco, si era fortemente impegnato nel dialogo interreligioso (nel 1992 aveva fondato una comunità spirituale ecumenica mista che si richiama al patriarca Abramo, figura biblica comune a tutte le tradizioni religiose) ed è stato espulso dal governo siriano il 12 giugno 2012 in seguito ai suoi tentativi di mediazione fra le fazioni siriane. Ora pare che la guerra diventi l’unico modo possibile di rispondere alla violenza, ignorando la lezione della storia recente e il fallimento clamoroso di quasi tutte le “guerre umanitarie” dell’ultimo ventennio. La Rete Radiè Resch si avvia a compiere il mezzo secolo e questa ricorrenza ci interroga sul senso del cammino fin qui percorso. Il recente dibattito sull’opportunità di formalizzare lo statuto associativo della Rete ha fatto riemergere tutta la “ritrosia” della Rete verso i cammini istituzionali, il suo essere trasparente e amicale, fino a rendersi esile e a tratti poco visibile. Del resto già Ernesto Balducci aveva annotato, nella sua prefazione alla storia della Rete di Carla Grandi (Una storia di solidarietà, Borla, 1992): “La garanzia di autenticità della Rete la vedo nella sua disponibilità a morire quando venisse il momento. Un movimento è esposto alla tentazione di istituzionalizzarsi, di fare di se stesso la ragione di sé stesso, lasciandosi così penetrare dalla logica dell’autoconservazione. Il genio della rete è nella sua totale immanenza ai rischi e agli imprevisti della libertà, una condizione che richiede, per non venir meno, una costante dinamica della fantasia creativa.” Le note di Ettore Masina al convegno dei 50 anni riprendono il profilo esistenziale e amicale della Rete. I 50 anni possono essere una pietra sulla quale chi è in cammino, riposandosi un istante, chiede a se stesso ragione di una scelta e di una meta. La ricorrenza diventa così l’occasione per domandarci come questa piccola associazione conservi una scintilla della nostra convinzione originaria. In un certo momento, per ciascuno di noi diverso, abbiamo colto nella RRR la possibilità di una resistenza al modello culturale che affossa le speranze e le sostituisce con illusioni effimere e insieme la possibilità che sia possibile fondare un cammino di amicizie a partire da un ostinato tentativo di servizio alla giustizia e alla libertà. L’adesione alla Rete nasce dalla percezione della bellezza che deriva dalla militanza e insieme dalla dilatazione delle capacità affettive. Secondo Masina l’anniversario andrebbe celebrato in maniera apertamente festosa. La RRR ha sempre dato importanza alle esigenze dell’amicizia che richiede capacità di manifestare gratitudine anche attraverso la convivialità (ai maestri e ai compagni). La festa non può certo tradursi in una auto-celebrazione, ma può diventare autentica nella percezione di un tessuto ricco di fraternità, che contribuisca a migliorare il contesto in cui viviamo e forse anche noi stessi, persino al di là della nostra comprensione. E’ opportuno cercare una verifica della comune identità etica evitando le mitizzazioni del passato basate sul ricordo della nostra giovinezza. Il cammino che abbiamo percorso è spesso tortuoso, lacunoso, frammentato e forse qualche volta ideologicamente arrogante. Si tratta di rielaborare una narrazione della Rete in cui tutti possano trovare rivisitati i momenti, i luoghi, le emozioni del proprio ingresso, il proprio starci nonostante le diversità. Non mutare ideali, ma costruire attenzioni e sensibilità, elaborare nuove tessiture di affetti e dialoghi, studiare nuove capacità di far crescere le nostre istanze negli interstizi dei sistemi di potere che sembrano avviati a dominare il futuro. La Rete resta un’associazione gelosamente laica, ma anche fortemente convinta che l’ispirazione evangelica di molti dei suoi componenti e l’appassionata compresenza di credenti in fedi laiche rappresentino un contributo prezioso ed essenziale. La Rete è un percorso di trasformazione che segue i tempi delle persone: l’attenzione alle storie di coloro che attuano interventi di sostegno con il nostro aiuto si accompagna alla riflessione che ciascun aderente fa sui propri stili di vita, cercando di comprendere i modelli culturali e i parametri di giudizio che perpetuano le situazioni di ingiustizia. La solidarietà diventa piena e fruttuosa solo se si realizzano entrambi i cambiamenti: questo è il senso della nostra avventura come Rete.

Un saluto a tutti gli aderenti  e un arrivederci al coordinamento di Verona.

Circolare Nazionale Rete Radiè Resch

Giugno – Luglio 2013

A cura della Rete di Casale Monferrato

Fermarsi un attimo a riflettere non fa parte del quotidiano in questi tempi di frenesia e “dissociazione”.

La “circolare” è un’occasione preziosa per noi della Rete per fermarci anche fisicamente e guardare quello che ci circonda con occhi puliti o magari “asciugati” e dare fiducia a questo futuro che ci appare incerto e  minaccioso

Soppesare le parole, cogliere gli aspetti profondi  della realtà e fuggire da questo qualunquismo imperante che non è solo esteriore ma ci coinvolge quando parliamo per strada o con chi attende pazientemente in fila il proprio turno alle poste, alla cassa del supermercato, oppure animatamente in pronto soccorso dove l’assistenza è dovuta (non pretesa) ed il dolore fisico è mescolato ad una rabbia repressa.

Fermiamoci un attimo per favore: respiriamo profondamente, riapriamo gli occhi  ed ascoltiamo il nostro respiro che ci ristora guardandoci attorno come se ci fossimo appena svegliati e …buongiorno

Al nostro incontro come rete di domenica 30/06 ha partecipato Padre Gianfranco Testa, missionario della Consolata, residente ad Alpignano,  vicino a Torino, nativo di Bra (Cuneo), classe 1932, che Paolo ha voluto farci conoscere perché persona ricca di esperienza dell’America Latina dove ha vissuto  dal 1972 al 2009: in Argentina (1972-1978), in Nicaragua (1984-1992)  e, infine, in Colombia(1992-2009).

Gianfranco è passato così dalla feroce dittatura argentina, pagando con il carcere la difesa dei poveri, alla  rivoluzione sandinista in una regione al confine con l’Honduras  dove i “contras” facevano incursioni sanguinose  per “approdare” in Colombia, terra dei  “narcos” e di violenze quotidiane.

Lui stesso  ha provato a  riassumere la sua esperienza in questo modo: in Argentina ha vissuto l’esodo, il passaggio collettivo dalla schiavitù alla libertà del popolo; in Nicaragua, dove la “liberazione” era già avvenuta, si trattava di porre l’accento sulla costruzione di un mondo più giusto e solidale con i poveri; in Colombia, a contatto con gli afro-brasiliani, ha scoperto la necessità di  evangelizzare nel rispetto profondo e nel dialogo con le culture.

Tornato in Italia nel 2009, oltre a curarsi da una malattia che può progressivamente portarlo ad una paralisi, si sta dedicando alla pastorale missionaria e giovanile, focalizzando il suo lavoro soprattutto su  un corso dedicato al tema del perdono e della riconciliazione che un suo confratello, in Colombia, rientrato dagli Stati Uniti, gli aveva presentato in quegli anni.

Di che cosa si tratta? E perché sta suscitando così tanto interesse?

Innanzitutto per due ragioni fondamentali. Il perdono e la riconciliazione vengono presentati in una maniera profondamente laica. Il corso non è rivolto soltanto a persone credenti, ma a tutti coloro che avvertono di avere delle “ferite” e non riescono a conviverci, ma soprattutto non riescono a  pensare a un futuro, dove i torti subiti, pur  non venendo cancellati,  non impediscano  alla persona di vivere una vita diversa.  La dimensione psicologica ( più relativa al perdono) e la dimensione sociologica (più relativa alla riconciliazione) diventano elementi portanti di tutta la riflessione.

Perdonare è innanzitutto un dono che facciamo a noi stessi, alla nostra vita; perdonare significa    constatare che la rabbia, la frustrazione, la vendetta, il rancore  non hanno preso il sopravvento nella nostra vita.

Si può perdonare senza riconciliarsi, anzi a volte è impossibile riconciliarsi perché ogni riconciliazione presuppone due soggetti e la riconciliazione dev’essere basata sulla memoria storica, sulla giustizia, sulla verità e su un patto tra i  contraenti.

Il perdono è una decisione che presuppone di vedere nell’altro una persona che è molto di più della somma dei suoi errori e delle sue storie passate.

Il perdono è un percorso, non è qualcosa che avviene una volta per tutte.

Il perdono è un atteggiamento, ma non è acritico, non si deve confondere con l’incapacità di giudicare il bene e il male.

Il perdono aiuta a ricostruirci come persone. Se le offese ricevute riducono la sicurezza in noi stessi, la nostra socievolezza, a volte, lo stesso significato della vita, il perdono rida sicurezza, socievolezza e  significato alla vita.

Non sapere perdonare significa continuare a bere quotidianamente un calice di “veleno” aspettando che il  nostro nemico “muoia”. Non è  irragionevole?

Il secondo motivo d’interesse sta nel fatto che non è un corso di idee, ma Padre Gianfranco attinge dalla sua grande esperienza di vita. In questo senso il perdono e la riconciliazione sono vie da lui percorse  ( o che ha visto percorrere) tante volte, a volte con successo, a volte meno.

Abbiamo parlato di un corso. Generalmente sono 12 ore (tre mezze giornate, o 1 una giornata intera e mezza giornata) dedicate al perdono e 8 ore  (due mezze giornate o 1 giornata) alla riconciliazione.   Paolo e Jennifer, che hanno partecipato al corso, sostengono che le dinamiche di gruppo, il dibattito in assemblea, la lettura personale di alcuni brani, in una parola la metodologia seguita, rende il corso agevole e non pesante.

Gianfranco sta proponendo il corso in ambienti diversi, con opportune e adeguate “modifiche”: gruppi  (da un minimo di 12 a un massimo di 26 persone); associazioni di volontariato, Scuole, il  carcere   “Lorusso e Cutugno” a  Torino, il carcere minorile  “Ferrante Aporti”, sempre a Torino,  la comunità   Papa Giovanni XXIII a Rimini, in Albania, dove esiste la legge della vendetta secondo la quale il torto si “lava con il sangue” e i maschi a partire dai 12 anni se sono sotto vendetta  vivono rinchiusi in casa (in casa infatti non possono essere uccisi) oppure  sono intenti a “vendicarsi”.

Personalmente crediamo che l’impegno che molti di noi hanno nell’educazione alla pace tra i giovani, nelle scuole, potrebbe trovare da questo corso nuova “linfa vitale”, nuove piste di riflessione e di azione.

Mentre auguriamo a tutti un periodo di riposo costruttivo vi salutiamo fraternamente.

La rete di Casale Monferrato

Circolare Nazionale Rete Radiè Resch

Maggio 2013

A cura della Rete di Padova

Carissime e carissimi,

Quando ci è stato affidato il compito di scrivere la circolare nazionale, subito ci è venuto in mente che in aprile, il 24 aprile di tre anni fa, è stata uccisa Dadoue. Abbiamo pensato che DOVEVAMO RICORDARLA, dovevamo cioè mantenere vivo tra noi quel che lei ci ha aiutato a capire con la sua vita e con la sua morte.

Cosa avremmo potuto dire alla Rete per rendere vivo il messaggio di Dadoue anche per chi non ha avuto – come noi – il privilegio di una profonda conoscenza? E ancora: cosa può dire oggi la vita e la morte di Dadoue a noi che viviamo in un paese così lontano, in tutti i sensi, da Haiti?

E due temi ci sono subito parsi importanti.

Il primo è la SCUOLA, l’EDUCAZIONE, la FORMAZIONE: per Dadoue la priorità assoluta. E per questo negli anni ’80 si inventa una scuola sulla montagna dei contadini senza terra, senza avere niente, nemmeno un luogo per ospitarla, utilizzando quello che c’era sul posto: sassi, pezzetti di legno, cenere, calce; ma con poche idee chiare: “Il principale scopo è quello di formare i ragazzi affinché non emigrino e si organizzino, invece di andare come dei pazzi ad ammassarsi nella miseria delle città e nei quartieri marginali (lavorare come facchini come bestie o diventare delinquenti). Nella zona invece potranno cambiare la cultura, fondare delle cooperative, fare artigianato, diventare falegnami e muratori, fare cucito e cucina. Ragazze e ragazzi potranno qui ricevere una formazione dopo la scuola elementare. Non costerà molto caro e permetterà di spendere meno quando si avrà bisogno di un lavoro artigianale. Così si lotterà contro l’ingiustizia sociale… I contadini sapranno leggere e difendere i loro diritti. La nostra scuola esiste soprattutto per far parlare coloro che non possono parlare, per coloro che non possono rivendicare i loro diritti”.

E diventa una scuola che non discrimina nessuno: “Le bambine diventano più numerose dei bambini. Una volta le donne sulla montagna erano analfabete, ma ora sanno scrivere, leggere, possono votare, guadagnare del denaro; ci sono donne che lavorano come animatrici rurali. Una volta non si mandavano le bambine a scuola mentre ora, se possono, i genitori mandano le ragazze anche a continuare gli studi dopo la scuola primaria. La scuola è fondamentale anche per il riconoscimento dei diritti delle donne… Una scuola che è aperta a tutti aldilà di ogni differenza di genere, religione, idee politiche”.

Alla fine del 2009 Dadoue ci invia delle foto, sono i volti sereni degli alunni e delle alunne della scuola di Dofiné: ci invita a guardarli per capire il cambiamento portato dal vivere insieme nella scuola.

Il secondo tema è la SOLIDARIETA’. Stanno compiendosi i 50 anni della Rete e c’è l’esigenza di interrogarci su cosa significhi per noi oggi essere solidali.

C’è una frase che ricorre nelle lettere di Dadoue: mentre ci ringrazia per l’aiuto economico che offriamo e ci spiega cosa questo aiuto rende possibile realizzare, tiene a sottolineare il carattere particolare della relazione che si è stabilita tra noi, una relazione diversa da quella con altre realtà che aiutano FDDPA (la sigla della federazione dei contadini haitiani, ndr), ma che si comportano “come ricchi verso i poveri”, invece, quando la Rete stabilisce una relazione con FDDPA, “è una relazione tra persone umane, con rispetto…., FDDPA trova altri partner che vogliono aiutarci o fare solidarietà, ma è una relazione inumana, ricco-povero, che spesso ci ferisce e aumenta l’aggressività tra di noi”.

“Il panorama degli aiuti internazionali – scriveva Fabiano dopo il suo ritorno da Haiti in giugno del 2011 – assomiglia molto a un aiuto di emergenza e si parla poco di sviluppo e di capacità di autogestione.
 Di autogestione ne parlano solo gli haitiani, la parte haitiana organizzata in tante iniziative, quella parte che è stata emarginata nella gestione degli aiuti dell’ «affare terremoto». Per gli amici haitiani, che la Rete frequenta da sempre, questa ingerenza straniera è utile ma anche dannosa, perchè non costruisce dal basso, si fida solo di se stessa e rischia di indebolire la dignità di chi riceve questi aiuti. La Rete, che non ha questa fisionomia di organizzazione di sviluppo, non si fida di se stessa e non promuove l’aiuto tout court. Lo possiamo dire perchè qui siamo presenti da molto tempo accompagnando processi possibili, e tra i nostri amici – quelli che oggi si impegnano con grande militanza a portare avanti ciò che Dadoue ha incredibilmente costruito in circa 30 anni di ininterrotta attività tra la sua gente – oggi è chiara la visione di un popolo che deve ogni giorno alzarsi e lottare, senza tentennare, e che un giorno dovrà anche fare a meno dei nostri contributi economici.

Come dice Jean: «Dobbiamo vedere il giorno in cui potremo arrangiarci, essere autosufficienti, non essere costretti a consumare un cibo importato, non possiamo sempre dipendere da fuori». Come Rete siamo dei «privilegiati» rispetto ad altre organizzazioni, perchè non mettiamo mano a programmi e progetti, a questo ci pensano i nostri amici; a noi invece il compito di accompagnare le scelte e i pensieri loro, collaborare magari con altre forme come il dialogo, la vicinanza, il suggerimento, l’opinione.”

Viviamo giorni difficili, amari nel nostro paese, sperimentiamo quotidianamente la difficoltà di cambiare, di partecipare, di fare politica nel senso che diceva don Milani – affrontare insieme e insieme cercare soluzioni ai problemi comuni -, e assistiamo invece ai traffici dell’altra politica, quella della conservazione del potere, dei giochi sulla pelle delle persone, dell’incapacità o della non volontà di ascoltare le persone; ma verifichiamo anche la fatica di tutti noi di assumerci le responsabilità di cercare vie nuove.

Dadoue ha continuato a sognare, a immaginare un futuro diverso, a vivere per attuarlo quando c’era la dittatura, quando i sogni del cambiamento politico sono naufragati nella corruzione e nella sete di potere, quando i caschi blu invece di stabilizzare il paese, si comportavano e si comportano da occupanti, quando uragani e terremoti hanno squassato il paese, quando la violenza dei potenti uccideva i contadini, gli rubava la terra, li imprigionava e li torturava se cercavano di ribellarsi; e si potrebbe continuare. Dadoue viveva già il cambiamento che sognava nelle relazioni che intrecciava con le persone che incontrava, gli ultimi, gli impoveriti, i senza niente: “Malgrado tutte queste peripezie nella storia del nostro paese, noi siamo determinati e decisi più che mai ad andare avanti insieme lavorando per costruire una società fondata sui diritti e la giustizia.”

Questa è l’eredità che ci ha lasciato: continuare qui, nel nostro paese, a sognare, a immaginare il futuro, a vivere il cambiamento, a farlo insieme, quando c’è la crisi, quando i politici sono sempre più lontani dalla realtà, spesso corrotti e interessati solo al loro potere, quando aumentano l’impoverimento e la disuguaglianza sociale, cresce l’arretramento culturale e sociale, ma noi fatichiamo ad organizzarci, a fare rete, a passare dalla denuncia all’azione collettiva, alla costruzione di alternative che permettano di intravedere possibili cambiamenti.

Offriamo alla riflessione di noi tutte e tutti le parole che chiudono il testamento di Dadoue, scritto nell’aprile di tre anni fa: “Non perdete tempo in cose non essenziali, aiutate quelli che sono più deboli. State lontani dalle persone che si vantano, che dicono di avere tutto, che pensano di essere meglio degli altri, non perdete tempo ad ascoltarle; le persone che hanno bisogno di aiuto sono quelle che fanno crescere la famiglia di FDDPA, sono queste persone, le persone che soffrono, quelle che rimetteranno in piedi questa società che non funziona per farla diventare una società normale in cui la vita di ogni persona sia rispettata.

Lo sfruttamento che i poveri subiscono è molto forte; c’è una forte opposizione ad ogni cambiamento. Bisogna lottare molto per cambiare la situazione, dobbiamo diventate più forti, moltiplicare le nostre forze. Dobbiamo riflettere, dobbiamo lavorare molto: siamo noi che soffriamo e siamo noi che dobbiamo trovare i rimedi efficaci contro questo veleno violento. Non è un gioco, è un impegno serio. Le persone che ci hanno messo in questa situazione, che hanno messo il popolo in ginocchio, si sono prese del tempo per riflettere, per stabilire questo sistema. Anche noi dobbiamo prendere del tempo per riflettere e per rovesciare questo sistema. Quelle persone hanno elaborato segretamente le loro strategie, anche noi non dobbiamo rivelare i nostri piani: bisogna fare attenzione, essere molto vigilanti.

Mi ha sempre rattristato vedere i contadini che soffrono non prendere sul serio la situazione, la sofferenza che vivono; è come se accettassero la miseria che vivono senza ribellarsi. Donne, mettetevi in cammino, uomini, mettetevi in cammino, per lottare per cambiare la situazione in cui vivete  e poter vivere una vita in dignità come tutti. Se non si lavora insieme mano nella mano non ci riusciremo: non bisogna dividersi, essere egoisti, pigri. Solo formando una collana di unione, riusciremo a costruire un paese dove ci sarà abbondanza.”

Marianita e Fabiano

Circolare Nazionale Rete Radiè Resch

Aprile 2013

A cura della Rete di Roma

Carissime e carissimi, l’elezione di papa Francesco ci rincuora e ci dà un po’ di speranza per il futuro dell’umanità e quindi anche del nostro paese. Infatti l’influenza del papato sulla vita italiana è sempre stata importante, nel bene e nel male. Sulla persona di Bergoglio e sul suo passato, da qualcuno ritenuto non cristallino riguardo alla teologia della liberazione e soprattutto nei confronti della dittatura militare argentina, la più feroce tra quelle latino-americane di quei decenni, penso sia bene non insistere troppo; col tempo potremo saperne di più, così da farcene un’idea non approssimativa.Bisogna pure tener presente che la chiesa argentina fu molto vicina ai generali, il che rendeva difficoltoso assumere posizioni di netto contrasto. Ma un’opinione ritengo di dover esprimere. L’esempio-testimonianza dei martiri è vitale: così è stato per il vescovo argentino Angelelli e altri sacerdoti coraggiosi eliminati fisicamente dai tiranni. Se però tutti gli oppositori uscissero sempre allo scoperto e fossero assassinati verrebbero poi a mancare quegli uomini comunque coraggiosi che, col mutare delle situazioni, avranno modo infine di manifestare il proprio pensiero, propugnare i giusti principi e assumere ruoli essenziali a produrre cambiamenti benefici. Oggi perciò Bergoglio non sarebbe papa e non si avrebbero da lui insegnamenti e indicazioni che gli uomini di buona volontà si attendono dal seggio petrino e che già arrivano con insolita frequenza. L’elogio della povertà, l’attenzione ai poveri, sulle orme di Francesco d’Assisi, sono state tra le prime enunciazioni del nuovo papa; ma insieme egli è passato all’aspetto politico a sfondo economico, cioè alle cause dell’impoverimento delle masse, qui e nel mondo, quando si è soffermato sul tema delle diseguaglianze, sempre crescente. Non v’è dubbio che il tema sia alla base anche del rivolgimento elettorale avutosi con le nostre recenti votazioni, perché i partiti, compreso il PD, si sono disinteressati ad esso e alle sue implicazioni. Scrive l’economista Mario Pianta (lo incontrammo, come rete di Roma, anni fa): ”Oggi l’ingiustizia più grande del paese non sono le tasse, non è la precarietà, non è la disoccupazione provocata dalla crisi, non è nemmeno la ‘casta dei politici’: è la disuguaglianza. E’ questa l’ingiustizia in cui confluiscono tutte le precedenti, il fenomeno che indebolisce l’economia, frammenta la società, snatura la politica”. L’articolo di Pianta, “L’Italia disuguale” è nel numero di marzo di Micro Mega, la rivista diretta da Paolo Flores d’Arcais, stavolta dedicata per intero al “Ritorno dell’eguaglianza”. Ovviamente il problema è mondiale e si aggrava, però noi dovremmo guardare intanto in casa nostra, visto che stiamo affondando nelle sabbie mobili e che nessuno ci tende una fune. Non è con l’inconcludente trovata dell’impagabile Napolitano che ci trarremo fuori dal grande pasticcio post-elettorale. Rivitalizzare un governo sbagliato e dato per morto, in carica solo per gli affari correnti, facendo intanto lavorare – chissà come, date le perduranti divisioni – un parlamento in buona parte rinnovato e certamente diverso da quello che sosteneva l’accolita Monti; per giunta chiedere lumi a un gruppetto di “saggi” che tali non sono ma che esprimono il peggio del partitismo (Violante, Quagliariello ecc.) e dell’economia in combutta con la politica, sono tutti errori gravidi di conseguenze. Sullo sfondo, (ma la data è vicina) l’incognita del nuovo inquilino del Quirinale che, c’è da scommetterci, non sarà alcuna delle degne personalità i cui nomi circolano da settimane. Don Renzo Rossi si è spento nella sua Firenze giorni addietro. I più anziani ricordano quanto fece negli anni della dittatura per i prigionieri politici brasiliani, in stretto collegamento con la Rete (operazione Adelaide Pintor e altre), rischiando molto e con inesauribile abnegazione. Ercole Ongaro ha inviato alla mailing-list della Rete uno scritto su di lui molto preciso, ma io preferisco citare un passo di una relazione di don Renzo letta al nostro convegno nel ’78. I tempi erano diversi e ciò spiega le sue parole, ma il rimprovero-esortazione che ci rivolgeva conserva per certi versi una sua attualità (e una lezione). Scriveva: “Se qui si soffre la fame e si muore per le torture, la colpa è anche vostra! Quel che voi state dando è solo un piccolo contributo alla grande lotta di liberazione che si sta compiendo in Brasile e in tutta l’America Latina ed un piccolo atto di penitenza per il vostro egoismo. Nello stesso tempo questo vostro contributo è valido soltanto se lottate per cambiare questa società ingiusta del mondo occidentale, a cui appartiene anche l’Italia. Solo in questo spirito la vostra partecipazione acquista un grande valore” (da E. Ongaro, Nel vento della storia, Cittadella ed., 1994). Don Renzo resterà nella memoria della Rete, e tutto il bene che ha fatto dà oggi e darà in futuro splendidi frutti. Se il nostro paese è con l’acqua alla gola dopo 150 anni di unità mal costruita e attraversata da instabilità e crolli rovinosi, il resto del mondo non si trova in condizioni brillanti. Anche nei paesi usciti dal sottosviluppo e dalle dittature militari o d’altro tipo le diseguaglianze tra le classi sociali continuano a esistere e spesso ad acuirsi. Nel colosso Cina, poi, l’assolutismo marxista si sposa col capitalismo più sfacciato e questa incredibile mistura sta addirittura creando un nuovo colonialismo rivolto soprattutto al continente più arretrato, la vecchia Africa, sempre stata la preda preferita di tutti i colonialismi, compreso il “colonialismo straccione”, quello italiano. E poi perché la potente Russia di Putin appoggia ancora il feroce satrapo siriano Assad, mentre, insieme alla potentissima Cina, non frena le pazze minacce belliche della Corea del Nord, ferrea dittatura comunista, capace, a quanto sembra, di portare – cosciente o meno – al disastro atomico globale? Ricordate il film USA “Sette giorni a maggio” del 1964, dove il capo di Stato Maggiore, semimpazzito, è pronto a premere il pulsante atomico nella convinzione che l’avversario stia per fare altrettanto, e solo l’intervento disperato dell’alto ufficiale suo aiutante (il bravissimo Kirk Douglas) evita la catastrofe? Tanti nel mondo possiedono o stanno per averla l’arma atomica, perfino un paese arretrato come il Pakistan, e un generale fuori di testa, ovunque si trovi, può, con un semplice gesto, provocare la fine del pianeta Terra. Siccome “col fuoco non si scherza” dobbiamo solo sperare che nelle capitali che contano i responsabili, anche i peggiori, conservino l’uso della ragione. Paradossalmente si stava più tranquilli all’epoca della guerra fredda. Termino ancora una volta con la “nostra” Palestina. Non perché altrove intere popolazioni o piccoli gruppi etnici siano indenni da antiche e nuove sofferenze, talora atroci (e varie nostre reti ne hanno esperienza diretta), ma perché la condizione di tribolazione del popolo palestinese non è paragonabile ad altre per la varietà dei soprusi di antica data cui deve sottostare, per l’offesa inferta alla sua cultura, per gli inganni propinatigli per anni dalla comunità internazionale, per l’indifferenza, anche dei fratelli arabi, dalla quale è circondato, e perché pochi considerano che quella è la sua terra, da dove non può essere espulso e dove non può essere ridotto in schiavitù. La prima visita di Obama laggiù, come si temeva, non ha portato neppure un soffio di novità: Israele, alleato storico ed eterno degli USA, prosegua pure il suo squallido lavoro ai danni della sua vittima designata. Gli Stati Uniti d’ America, faro di civiltà ed esempio da imitare (secondo tanti adulatori di ogni paese) sono sempre nel giusto e non vanno contraddetti. Continuiamo nel nostro lavoro amici, e poiché iniziammo nel lontano 1964 proprio dalla Palestina non dimentichiamola mai e impegniamoci sempre per essa.

Un saluto molto affettuoso.

Mauro Gentilini

Circolare Nazionale Rete Radiè Resch

Febbraio 2013

A cura della Rete di Savona

Mai come in questo periodo mi è successo di ricordare l’importanza delle parole di Paul Gauthier:

“Ciò che è importante è che mentre noi là (a Nazareth) viviamo fra gli operai, voi, qui, agiate sulle strutture sociali per impedire che si fabbrichino ancora dei poveri.” Credo che oggi queste parole ci interroghino in particolare su due aspetti:

1. Quale impegno mettiamo nel denunciare e modificare le nostre pratiche economiche e sociali che

hanno impoverito il Sud del mondo, ma che oggi impoveriscono anche noi?

2. Quanto ci confrontiamo con il Sud del mondo per trovare risposte di concreta solidarietà alla povertà che c’è da loro, ma che cresce a ritmi incalzanti ormai anche qui in Italia?

Certamente c’è ancora una grande differenza tra l’Italia e i paesi dove abbiamo le nostre operazioni, ma le dinamiche economiche (finanziarizzazione globale dell’economia) e sociali (lavoro precario e incremento della distanza tra i pochi ricchi e i poveri in crescita) sono ormai molto simili. Per quanto riguarda il primo aspetto non mi dilungo più di tanto. Sappiamo bene dove ci ha portato la finanza speculativa e tutti abbiamo informazioni sufficienti per capire cosa bisognerebbe fare per cambiare questa situazione. Abbiamo un sacco di informazioni a proposito. Certamente guidare il cambiamento non è semplice. Cominciamo però a chiederci come noi impieghiamo i nostri risparmi. Sono per caso una linfa per la speculazione? Sono utilizzati per offrire opportunità a chi non ha accesso al normale circuito del credito? Penso non solo a Banca Etica, ma anche a tutta l’attività della Microfinanza italiana, delle società cooperative MAG, della JAK Bank che sta nascendo anche nel nostro paese (www.jakitalia.it), ecc. Una seconda considerazione su questo primo punto riguarda le aree da tenere sotto controllo. C’è molta attenzione alle spese militari e al commercio internazionale di armi. Un tema cui dovremmo prestare più attenzione è quello dell’acquisto dei terreni agricoli in Africa (equivalenti già oggi alla superficie della Germania e dell’Italia) e nell’America Centrale e Meridionale. Sul “land grabbing” sappiamo che sono coinvolte la Cina, le grandi multinazionali occidentali dell’agroalimentare e alcuni grandi gruppi finanziari. Ma anche l’Italia brilla in questa nuova forma di colonialismo. Leggete sul sito di Re:Common (www.recommon.org) il documento di 37 pagine con numeri e nomi (!) di chi in Italia è coinvolto in questo business; agghiacciante. Cosa si può fare? Il tema su cui penso dovremmo invece riflettere e cambiare di più riguarda il secondo aspetto. Come pensiamo di poter offrire solidarietà al Sud del mondo quando la solidarietà concreta “vissuta” in Italia è così carente? Gli immigrati che vengono in Italia sono stupiti dalla mancanza di condivisione dei beni, dall’accumulo

individuale che guida i nostri comportamenti, dall’emarginazione degli anziani; in poche parole da come viviamo. Tiziano Terzani in una corrispondenza dall’Afghanistan del 2001 raccontava di un negoziante di tappeti che, avendo già venduto abbastanza, mandava i clienti al negozio vicino perché anche lì c’era una famiglia che doveva vivere. Già nel 2000 Serge Latouche nel suo libro “la fine del sogno occidentale” aveva analizzato con lucidità le conseguenze del nostro modello di vita; e la prima cosa che disse all’inizio della sua conferenza a Bangui nel gennaio 2006 fu “noi bianchi siamo qui per imparare da voi africani”. I centrafricani invitati a casa mia nel marzo 2007 mi avevano chiesto “come mai non ci sono a cena anche i tuoi vicini di casa?”. Ugo Mattei nel convegno del 2012 ci ha ricordato la “disgrazia” di aver esportato in tutto il mondo il concetto di proprietà privata, derivato dal nostro diritto romano, che sta affossando la concezione di proprietà collettiva tipico delle culture africane e latino americane. Chiediamoci cosa ne stiamo facendo della cultura diversa dalla nostra, cosa stiamo distruggendo con l’imposizione (violenta) di una visione occidentale come unico modello sociale, economico e politico; dove l’economia si è appropriata il diritto di dare significato alla realtà sociale ed umana. A me pare che dobbiamo innanzitutto essere più credibili nei nostri comportamenti, lasciando lo spazio per farci “invadere” dalle persone che incontriamo nei nostri progetti. Dobbiamo stimolare nei nostri ambienti una maggiore cultura della solidarietà, da contrapporre all’individualismo che ci caratterizza. Allora anche in Italia “essere povero” dovrebbe voler dire “non avere relazioni” e non “avere pochi soldi”. A tutti noi l’impegno di ripensare il nostro stile di vita, e con gioia camminare insieme a tutti coloro che credono siano possibili rapporti diversi tra le persone. Grazie per la strada percorsa insieme in tutti questi anni!