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Circolare Nazionale Rete Radiè Resch

Febbraio 2013

A cura della Rete di Savona

Mai come in questo periodo mi è successo di ricordare l’importanza delle parole di Paul Gauthier:

“Ciò che è importante è che mentre noi là (a Nazareth) viviamo fra gli operai, voi, qui, agiate sulle strutture sociali per impedire che si fabbrichino ancora dei poveri.” Credo che oggi queste parole ci interroghino in particolare su due aspetti:

1. Quale impegno mettiamo nel denunciare e modificare le nostre pratiche economiche e sociali che

hanno impoverito il Sud del mondo, ma che oggi impoveriscono anche noi?

2. Quanto ci confrontiamo con il Sud del mondo per trovare risposte di concreta solidarietà alla povertà che c’è da loro, ma che cresce a ritmi incalzanti ormai anche qui in Italia?

Certamente c’è ancora una grande differenza tra l’Italia e i paesi dove abbiamo le nostre operazioni, ma le dinamiche economiche (finanziarizzazione globale dell’economia) e sociali (lavoro precario e incremento della distanza tra i pochi ricchi e i poveri in crescita) sono ormai molto simili. Per quanto riguarda il primo aspetto non mi dilungo più di tanto. Sappiamo bene dove ci ha portato la finanza speculativa e tutti abbiamo informazioni sufficienti per capire cosa bisognerebbe fare per cambiare questa situazione. Abbiamo un sacco di informazioni a proposito. Certamente guidare il cambiamento non è semplice. Cominciamo però a chiederci come noi impieghiamo i nostri risparmi. Sono per caso una linfa per la speculazione? Sono utilizzati per offrire opportunità a chi non ha accesso al normale circuito del credito? Penso non solo a Banca Etica, ma anche a tutta l’attività della Microfinanza italiana, delle società cooperative MAG, della JAK Bank che sta nascendo anche nel nostro paese (www.jakitalia.it), ecc. Una seconda considerazione su questo primo punto riguarda le aree da tenere sotto controllo. C’è molta attenzione alle spese militari e al commercio internazionale di armi. Un tema cui dovremmo prestare più attenzione è quello dell’acquisto dei terreni agricoli in Africa (equivalenti già oggi alla superficie della Germania e dell’Italia) e nell’America Centrale e Meridionale. Sul “land grabbing” sappiamo che sono coinvolte la Cina, le grandi multinazionali occidentali dell’agroalimentare e alcuni grandi gruppi finanziari. Ma anche l’Italia brilla in questa nuova forma di colonialismo. Leggete sul sito di Re:Common (www.recommon.org) il documento di 37 pagine con numeri e nomi (!) di chi in Italia è coinvolto in questo business; agghiacciante. Cosa si può fare? Il tema su cui penso dovremmo invece riflettere e cambiare di più riguarda il secondo aspetto. Come pensiamo di poter offrire solidarietà al Sud del mondo quando la solidarietà concreta “vissuta” in Italia è così carente? Gli immigrati che vengono in Italia sono stupiti dalla mancanza di condivisione dei beni, dall’accumulo

individuale che guida i nostri comportamenti, dall’emarginazione degli anziani; in poche parole da come viviamo. Tiziano Terzani in una corrispondenza dall’Afghanistan del 2001 raccontava di un negoziante di tappeti che, avendo già venduto abbastanza, mandava i clienti al negozio vicino perché anche lì c’era una famiglia che doveva vivere. Già nel 2000 Serge Latouche nel suo libro “la fine del sogno occidentale” aveva analizzato con lucidità le conseguenze del nostro modello di vita; e la prima cosa che disse all’inizio della sua conferenza a Bangui nel gennaio 2006 fu “noi bianchi siamo qui per imparare da voi africani”. I centrafricani invitati a casa mia nel marzo 2007 mi avevano chiesto “come mai non ci sono a cena anche i tuoi vicini di casa?”. Ugo Mattei nel convegno del 2012 ci ha ricordato la “disgrazia” di aver esportato in tutto il mondo il concetto di proprietà privata, derivato dal nostro diritto romano, che sta affossando la concezione di proprietà collettiva tipico delle culture africane e latino americane. Chiediamoci cosa ne stiamo facendo della cultura diversa dalla nostra, cosa stiamo distruggendo con l’imposizione (violenta) di una visione occidentale come unico modello sociale, economico e politico; dove l’economia si è appropriata il diritto di dare significato alla realtà sociale ed umana. A me pare che dobbiamo innanzitutto essere più credibili nei nostri comportamenti, lasciando lo spazio per farci “invadere” dalle persone che incontriamo nei nostri progetti. Dobbiamo stimolare nei nostri ambienti una maggiore cultura della solidarietà, da contrapporre all’individualismo che ci caratterizza. Allora anche in Italia “essere povero” dovrebbe voler dire “non avere relazioni” e non “avere pochi soldi”. A tutti noi l’impegno di ripensare il nostro stile di vita, e con gioia camminare insieme a tutti coloro che credono siano possibili rapporti diversi tra le persone. Grazie per la strada percorsa insieme in tutti questi anni!

Circolare Nazionale Rete Radiè Resch

Gennaio 2013

A cura della Rete di Savona

SALA D’ATTESA.

La giovane regista savonese Francesca Pesce ha girato un film documentario che si chiama “Sala d’attesa” e racconta un anno e mezzo condiviso con i Profughi africani arrivati a Maggio 2011 dalla Libia. L’emergenza vera per loro è iniziata dieci giorni fa. Il 31 dicembre 2012 è finito il progetto di accoglienza del nostro governo gestito dalla Protezione Civile, dalle regioni e dagli enti che hanno “preso in carico” direttamente queste persone . Dopo un anno e mezzo di attesa dei documenti  e dell’eventuale riconoscimento dello status di Rifugiati ora sono randagie sulle nostre strade, con  qualche soldo in tasca; un po’ albergano da amici, un po’ da famigliari, un po’ in rifugi di fortuna in cerca di un lavoro …

Giovedì 10 il primo funerale, 24 anni, Ghana,intossicato nel sonno da un braciere dove ardeva del carbone in una casa priva di luce e riscaldamento.

Lo scrittore e giornalista Gabriele del Grande in un passaggio del film analizza :”Ghedaffi sapeva quanto avrebbero disturbato  in Europa queste persone e le ha letteralmente spinte in mare, – tu mi mandi le bombe ed io ti butto gli africani -”.

In Libia lavoravano tutti, erano emigrati in Libia, non in Italia. Le guerre non le hanno fatte loro. Non quelle delle nazioni africane da cui molti erano fuggiti, non quella in Libia del 2011. Deserto, mare, salvezza, braciere … fa caldo, fa sete, fa freddo. Fa niente.

I primi di dicembre Adama è venuto a casa. La CARITAS di Savona ,che ne ha seguiti 18 ,ci ha proposto di entrare in un progetto di accoglienza ,“Rifugio diffuso”, che prevede ospitalità in famiglia per  profughi che hanno tessuto legami affettivi. Viene riconosciuto un rimborso spese che abbiamo deciso di lasciare interamente ad Adama.

Perché l’avremmo “preso” comunque:da più di un anno corre nella società di nostro figlio, si erano scelti loro. Hanno 21 e 16 anni e giocano alla play station,  Italia contro Costa d’Avorio. In questa storia per fortuna noi ci entriamo poco. Abbiamo provato a metterci in condizione di poter guardare  in faccia tutti e due e ora vivono insieme. Quello che ne stiamo traendo è inestimabile.

La RETE è un’Associazione di Solidarietà Internazionale, SOLIDARIETA’ E COOPERAZIONE NON SONO SINONIMI forse dovremmo riflettere su questo o forse sostituirle con CONDIVISIONE perché vorrebbe dire che ognuno ha qualcosa da mettere in gioco per cui l’altro cresce, cambia, diventa migliore.

TRA IL PASSATO ED IL FUTURO C’E’ IL PRESENTE e gli Ultimi lo raccontano seduti al tavolo, e ridono, ridono come solo gli Africani sanno fare, spalancano gli occhi e ti guardano in faccia battendo le mani sul tavolo.

È sera. Arrivano i ragazzi del gruppo VOCI, quelli che erano al Convegno, arrivano Gigi e famiglia – Carola non può perché Michela si è addormentata-due seminaristi colombiani , gli amici di Adama, la regista, iniziamo a contare le nazionalità, mangiamo il pesce con l’igname e poi vediamo il film. Siamo in trenta e non sappiamo dove stare. Pino dice che è tutto un casino, tutta una merda, dice che lui è vecchio e ne ha viste troppe dai tempi dei campi di lavoro a Cuba al G8, gli africani gli dicono :“dove sono i mandarini?” perché Pino recupera tutto quello che viene buttato via, frutta compresa, e lo smista dove serve. Gli africani lo conoscono bene. RETE per noi è questo.

Sarebbe bello fare seminari e convegni dove ci raccontiamo queste storie fatte di giovani, di realtà diverse, di buon cibo, di odore di Africa,di risposte operative balbettanti e INADEGUATE – parola tanto amata da Ciotti – al Presente sconcertante.

Sono storie vissute mentre internet trasmette le immagini della tragedia di Abijan del 31 Dicembre, della RDC, del Mali e del Centrafrica, le Nazioni con cui abbiamo contatti personali e di RETE.

L’Africa è entrata per ultima nella storia della RETE ma abbiamo la possibilità di ascolto quotidiano dei TESTIMONI della Sua storia che arrivano a raccontare . Accogliamoli nelle nostre meditazioni!

Ho meditato le parole di Ettore dal Verbale di Roma sulla Storia che “emoziona”, il mio per l’Africa è un amore vissuto con limiti enormi, i miei , che ha provato a seminare e purtroppo e mio malgrado ha causato dolore ma che è imprescindibile. In questo sentimento abbraccio in particolare le Persone della RETE che lo condividono, che condividono il senso dell’impotenza schiacciante e cercano un respiro, piccolo, con i nobili Popoli che abitano questo continente da cui arriva l’umanità e che, continuo ad esserne certa, offrirà alla stessa  le proposte economiche e sociali per ricominciare.

Caterina Perata Agosto.

Circolare Nazionale Rete Radiè Resch

Dicembre 2012

A cura della Rete di Trento

Circolano molte notizie e idee in questo periodo nella Rete Radie’ Resch. In particolare durante i coordinamenti nazionali (5 all’ anno) e nei dibattiti molto vivaci che viaggiano on-line attraverso le mailing-list. Ma certo esse rimangono all’ interno del circuito di chi, più fortunato, può partecipare spesso ai coordinamenti o al dibattito in rete. Invece quelli che ricevono solo la circolare mensile sono molto più numerosi.

La circolare viene inviata a 192 aderenti, ci informava tempo fa – se non ricordiamo male- Gigi Giorgio della rete di Savona, che cura con l’abituale competenza e precisione anche gli aspetti più … tecnologici delle nostre comunicazioni, come il funzionamento delle mailing- list e del sito. Poi di solito le varie reti provvedono a diramare la circolare ai propri aderenti locali e agli interessati.

Passiamoci oggi nel circuito più largo della Rete alcune notizie, scusandoci con chi ne e’ già informato.

Alcune reti hanno deciso in questi mesi di andare a trovare in America Latina i referenti, spesso veri amici, di operazioni-progetti che seguiamo; o capirne meglio il funzionamento. Simona e Marco Lacchin della rete di Varese sono stati in Bolivia, hanno incontrato i referenti dei progetti che in zone di molta povertà  e disagio, operano per la salute e l’istruzione con grande serietà; e sono tornati a casa con in tasca una domanda di sostegno a progetti che i boliviani hanno chiamato ” di sviluppo, di amicizia e di scambio”.

Dino e Silvana Poli della rete di Verona, con altri, sono appena rientrati dal Guatemala, dove hanno potuto rivedere padre Clemente di cui ci hanno parlato tante volte con affetto e che è referente di validissimi progetti. Hanno incontrato i protagonisti dell’ opera di rimboschimento così preziosa nel Quiche’, gli studenti della “scuola bilingue” ( avremo presto una relazione ), hanno pranzato con tutti loro nell’ aula della scuola. Sono rimasti colpiti dalla grande operosità di questi gruppi.

Fernanda Bredariol della rete di Spresiano ( Treviso ) e’ partita da poco, con grande emozione, per la ” sua” Argentina, e l’indimenticabile Patagonia dei Mapuche, dove sta incontrando mille amici e referenti degli amati progetti delle reti; e in questi giorni in Cile vede Jose’ Nain, il valoroso membro del Direttivo del Consiglio per i diritti e le libertà del popolo Mapuche.

Ma Marco e Simona hanno trovato in Bolivia un paese in grande evoluzione, dove il presidente Morales, che risulta avere molti consensi, anche se fa meno di quello che aveva promesso, ha istituito una tassa sul petrolio tutta destinata a scuola e istruzione; le donne cominciano a imparare a difendersi; e peraltro i protagonisti di alcuni progetti popolari riflettono sul fatto che in un ” processo di urbanizzazione tipico della nostra epoca, la vita di tante persone sembra essere – in tanti casi – ancora più precaria di prima”.

Dino e Silvana in Guatemala hanno trovato il fascino della splendida natura e delle tradizioni Maya e nello stesso tempo le sofferenze della povertà e dell’oppressione. Sono passati vicino a una diga dell’Enel, non molto grande e non invasiva alla vista, dietro la quale però si intravvedono i problemi economici e politici che pone.

Fernanda ha trovato un’ Argentina più problematica di quella che da qui prevedeva, anch’essa in crisi economica, con la vita carissima, la mancanza di lavoro, l’inflazione galoppante, la riduzione degli stipendi di massa già bassi e non di quelli più alti. E’ andata a vedere la situazione della fabbrica ex-Zanon, autogestita da quando il proprietario, italiano, l’ ha abbandonata e di cui un operaio era venuto al Convegno di pochi anni fa a raccontarci la difficile splendida esperienza di un’autogestione di cui si e’ dovuto imparare quasi tutto. Viene spontaneo pensare che anche da noi ormai si comincia ad autogestire, con fatica, fabbriche dismesse o abbandonate dai titolari e si prevede che sarà necessario farlo per anni per non perdere ne’ il lavoro ne’ le competenze. Speriamo di esserne capaci.

Intanto in Italia alcuni giornali (ben pochi e raramente) informano che nel sud del mondo si sviluppano molte e lunghe opposizioni allo sfruttamento di territori da parte di imprese italiane: ad esempio in un sobborgo di Buenos Aires, dove la gente si è accorta che in vicinanza di un impianto Enel si muore più facilmente di tumore; e dove nella primavera scorsa la Presidente Kirchner ha risposto a una sollecitazione di Monti relativa a piani Enel dicendo che ” con tutto il rispetto .. non farà nulla per salvare gli affari argentini di Enel “. E sembra intenzionata a controllare da vicino i comportamenti, ad esempio, di Telecom.

Sempre nella primavera scorsa un grande cartello di associazioni dell’America Latina e parecchi altri paesi, con loro sindaci, ha manifestato a Roma in occasione dell’assemblea annuale degli azionisti Enel: “no alla devastazione dei nostri territori ancestrali”.

E contemporaneamente il governo della Bolivia stava negoziando un indennizzo per l’espropriazione di una società straniera produttrice di energia elettrica; con l’obiettivo di “recuperare le infrastrutture che erano dei boliviani..”

E così oggi noi notiamo spesso un vero parallelismo tra molte azioni e movimenti e obiettivi del nord e del sud nel mondo: dall’ uso dei ” beni comuni” alla gestione del potere, a tanti altri.

Come mai, ci domandiamo – ma si domandano da poco anche studiosi attenti (e l’ha sollevato anche la circolare di novembre) –  tutta questa vivacità organizzata, le esperienze di movimenti così diffusi non riescono a produrre vero cambiamento? Cosa manca?

Oppure quello che germoglia qua e là da anni ha già cambiato qualcosa? È paralizzante tutto questo? E’ stimolante?

Buon Natale e buon Anno nuovo a tutti e tutte.

Carla Grandi

Circolare Nazionale Rete Radiè Resch

Novembre 2012

A cura della Rete di Trento

STOMACI VUOTI E SERBATOI PIENI

Benzina e diesel ricavati da canna e barbabietola da zucchero, cereali, mais, olio di palma, soia e altro …

Anche 7 imprese italiane di carburanti hanno concessioni in Congo, Etiopia, Ghana, Guinea, Senegal, Kenya per ricavare bio-carburanti da prodotti alimentari

IL CIBO NEI MOTORI E’ UN DELITTO

Conseguenze:

–          Espropri e espulsioni

–          Accaparramento di terre e acque

–          Emigrazione di piccoli contadini che diventano disoccupati

–          Riduzione di cibo e aumenti dei prezzi

–          Distruzioni ambientali e di ecosistemi

E’ UN CRIMINE CONTRO L’UMANITA’

Il testo riportato qui sopra è il contenuto di un cartello che ho preparato in occasione del 16 ottobre,  Giornata mondiale dell’alimentazione, per richiamare l’attenzione sullo stretto rapporto che intercorre tra la denutrizione di tanti esseri umani e politiche agricole dominanti a livello internazionale. Un secondo cartello, il cui testo riporto in conclusione di questa circolare, punta invece sul rapporto tra denutrizione e molte delle nostre  abitudini alimentari, in particolare il consumo di carne.

Da molto tempo ormai le ONG fanno informazione sulla concentrazione di milioni di ettari di terra nelle mani di famiglie latifondiste e società multinazionali e sulle politiche agricole che privilegiano le esportazioni invece della sovranità alimentare.

Ciò nonostante, questi processi hanno registrato anche negli ultimi anni un ulteriore incremento. Seguendo la logica dei vantaggi comparati, imposta dal trattato di libero commercio ( WTO-OMC) ogni paese ha cercato o è stato spinto ad incrementare  le proprie esportazioni agricole e allo stesso tempo è diventato dipendente per quanto riguarda i prodotti alimentari di base. Ma le condizioni dello scambio sono tendenzialmente sempre più sfavorevoli ai produttori delle materie prime agricole e a vantaggio degli esportatori, commercianti e speculatori.

Un ulteriore problema è costituito dalla crescente deforestazione e destinazione di terreni a pascolo nei paesi del Sud del mondo e dalla estensione delle culture di cereali, soia, ecc. per la produzione di mangimi dove è praticata l’agricoltura industrializzata.

Si arriva così alla situazione assurda che nel mondo, mentre non si riduce il numero delle persone sottoalimentate, che non hanno cibo a sufficienza (circa un miliardo), contemporaneamente aumentano quelle  in sovrappeso (circa un miliardo e mezzo).

Ma i problemi non finiscono qui: questo tipo di politiche di sviluppo agricolo necessitano di grandi quantità di acqua e requisiscono ogni fonte di acqua dolce, fiumi e laghi,  utilizzano grandi quantità di prodotti chimici, dai fertilizzanti ai pesticidi, e richiede, complessivamente, una quantità di calorie 70 volte maggiore dell’energia calorica fornita dalla carne.

E, se tutto ciò non bastasse, come ho scritto all’inizio sempre di più le politiche degli stati si orientano verso la produzione di agro combustibili, destinando sempre maggiori estensioni di terra a questo scopo.

Non possiamo non chiederci il perché di questa escalation di politiche agricole sempre più  energivore e  criminali, paragonabili  ad una guerra mondiale per gli effetti diretti ed indiretti, che producono circa 30.000 morti ogni giorno. Perché l’opinione pubblica di fronte a questa realtà non si sente interpellata nella sua coscienza?

Forse le associazioni ed organizzazioni umanitarie non hanno sufficiente consapevolezza di tutto questo? Forse le nostre azioni, operazioni  e proposte non sono sufficientemente  incisive o mirate a suscitare e promuovere cambiamenti radicali dei modelli di consumo e stili di vita?

UN ENORME USO DI TERRITORIO, ACQUA, CARBURANTI, ENERGIA, MATERIE PRIME AGROALIMENTARI  PER PRODURRE CARNE.

* Nel mondo, gli animali da allevamento superano sei  volte il numero degli umani.

*  Il numero dei bovini è di circa 1,3 miliardi.

*  Una superficie pari all’Austria viene bruciata ogni anno per far pascoli per i bovini.

*  Il 40% delle terre coltivate del pianeta è destinato alla produzione di mangimi ( cereali, soia,     colza, ecc.)

*  1/3 della produzione di cereali diventa mangime per il bestiame.

Il primo modo per cominciare a cambiare le cose è essere consapevoli noi stessi che certe nostre abitudini alimentari sono la prima causa della sottoalimentazione nel mondo. Il secondo modo è cercare di rendere coscienti gli altri, a cominciare da chi ci sta più vicino.

Paolo Rosà

Circolare Nazionale Rete Radiè Resch

Ottobre 2012

A cura della Rete di Castelfranco Veneto

Agire localmente e pensare globalmente, ovvero testimoniare e proporre. Cogliamo l’opportunità attraverso la circolare mensile per informare sul ns. progetto e offrire la testimonianza di come abbiamo vissuto il suo percorso di attuazione e così articolare qualche proposta a carattere generale.

La nostra è una storia semplice fatta soprattutto di relazioni umane, in breve: da più di dieci anni abbiamo contatti progettuali nella zona di Kabinda, nel Kasai Orientale nella Repubblica Democratica del Congo RdC, ma solo da due anni è stato avviato il progetto vero e proprio secondo i criteri assunti dalla Rete, si tratta della costruzione di un dispensario medico nel villaggio di Mwa Mway. Il proseguo dei lavori si svolge regolarmente, siamo arrivati a tetto, i tempi di programmazione sono rispettati, tutta la popolazione del villaggio è coinvolta a vari livelli. Nel 2013 sarà ultimato. Ma l’oggetto più importante della nostra valutazione non sono i “muri”: attraverso un cammino a piccoli passi si è instaurata una relazione umana sempre più significativa, noi abbiamo potuto conoscere il loro modo di sopravvivere nelle peggiori condizioni di provvisorietà e indigenza e loro hanno potuto approcciarsi “fraternamente” con il Nord del mondo, solitamente ostile. Il sostegno e il cambiamento è stato reciproco: l’apporto economico, seppur indispensabile, si è rivelato secondario rispetto alla relazione umana e questo sia per gli africani, di solito “sfruttati e dimenticati”, sia per noi, “privilegiati e annoiati ” della società “consumistica”, investiti dal vento della speranza nella vita a tutti i costi che soffia dal continente nero. Iniziammo attraverso il micro-credito a sostegno dei maestri delle scuole elementari durante il periodo di occupazione dovuto alla guerra: la loro paga era di 3 dollari al mese e ogni piccolo sostegno è stato decisivo perché non abbandonassero l’insegnamento. Successivamente abbiamo contribuito alla costruzione di una scuola superiore di agraria. Tre anni fa abbiamo fatto venire in Italia due donne agronome che hanno partecipato ad uno stage presso l’Istituto Agrario di Castelfranco V.to.; nel 2010 una ns. delegazione è andata in Africa per conoscere direttamente quella realtà; recentissimo è il sostegno allo studio universitario per 19 ragazze. Nell’ultimo Convegno di Rimini un ns. referente ha relazionato con abbondanza di particolari sull’esperienza, ci ha informati sul suo paese e sull’Africa, ha sostenuto commosso che nonostante le immani difficoltà vissute dal suo popolo a causa della corruzione e della guerra per l’accaparramento delle risorse naturali, attraverso l’amicizia e la relazione umana, il metodo RRR, un altro mondo più giusto e più umano è possibile. Ripensando all’esperienza possiamo considerare il progetto come il risultato finale di incontri e accadimenti che si sono susseguiti spontaneamente uno all’altro, e, al di là di ogni altra considerazione, esso è stato, e lo è tuttora, un formidabile strumento di conoscenza – coscientizzazione sulla realtà africana. Entrambi dalle nostre realtà siamo arrivati ad interrogarci sul come riuscire a fermare gli “uomini squalo” che nei secoli hanno saccheggiato e trasformato una delle zone più belle e ricche dell’Africa in un paese ai primi posti nel mondo per livello di povertà. All’inizio erano i razziatori e i venditori di schiavi… oggi si chiamano imprese multinazionali. Come i colonizzatori si servivano dei negrieri per procurare forza lavoro al minimo costo, così oggi il sistema capitalista delega alle imprese multinazionali il lavoro sporco di accaparramento delle materie prime: lo scopo è sempre quello di usare la corruzione e la violenza per ridurre al minimo i costi. Così come nel passato le colonie fornivano l’Europa di prodotti esotici nell’indifferenza per lo sfruttamento schiavo, così oggi i prodotti consumistici rappresentano il prodotto terminale di una filiera di predazione e di sfruttamento sporca di sangue fin dalla sua genesi. E quando nelle ns. confortevoli case accendiamo la luce elettrica o il riscaldamento, oppure ci spostiamo con l’auto, o usiamo il PC, il telefonino … partecipiamo allo sfruttamento di altri popoli attraverso una precisa delega agli “uomini – squalo” di operare per noi. Noi tutti, io, te, l’amico, il vicino di casa…, ogni autorità politica, civile e religiosa, tutti insieme sosteniamo il “sistema” e il ns. benessere è sempre inevitabilmente a svantaggio dei popoli rapinati delle loro materie prime. Non di meno, all’interno dei paesi evoluti, lo stesso “sistema” cerca di scaricare la crisi sulle fasce sociali più deboli, soprattutto dei lavoratori e dei pensionati, cioè su di noi, sempre e comunque nella difesa di quel 2% che decidono sulle sorti del mondo. Diciamo che al di là dell’etica, siamo accomunati con i popoli impoveriti dell’Africa dalla stessa logica di prepotenza e di dominazione che ci estromette dalle decisioni sul nostro futuro. Da sempre nella RRR si continua a denunciare operazioni economico – finanziarie di sfruttamento sparse per il mondo e ora noi, nel nostro piccolo, abbiamo avviato una ricerca congiunta con gli amici congolesi per conoscere dettagliatamente e divulgare i nomi, la nazionalità, le quotazioni in borsa, i dividendi… delle imprese – squalo e degli apparati collaterali soprattutto quelli finanziari che operano nella RdC. Lo scopo è quello di costruire mappe regionali di sfruttamento per poter informare e mobilitare le coscienze sulla “predazione” internazionale. Così come non fu facile nel corso dei millenni sconfiggere la schiavitù, considerata oggi un crimine contro l’umanità, non sarà facile avviare una politica ed una economia che tenga conto dell’uomo e del suo benessere, dell’integrità della natura e degli interessi di tutti i viventi. Siamo ottimisti e fiduciosi perché la globalizzazione si è rivelata inaspettatamente motivo non solo di conoscenza, ma soprattutto di coscientizzazione e cambiamento: sullo scenario internazionale osserviamo l’affacciarsi di nuove forme relazionali e lo svilupparsi di mutamenti storici inattesi, i popoli protestano, dagli U.S.A alla Cina, dalla Tunisia all’Equador, dalla Spagna, dalla Russia …l’umanità a tutti i livelli chiede giustizia. In Italia non se ne può davvero più, i tempi sembrano maturi per un cambiamento profondo soprattutto riguardo al concetto di delega – casta – gerarchia, e questo in ogni settore o apparato sia esso politico, economico, finanziario, istituzionale… perché il sistema capitalista ha finito il suo ciclo e all’orizzonte si è affacciato un nuovo soggetto: “l’Economia di comunione” che va oltre al profitto e considera essenziale la democrazia sui posti di lavoro, parla di beni comuni, fraternità, gratuità e di decrescita per la sopravvivenza e il benessere di tutta l’umanità. Ripartiamo dall’Africa, è il continente che più di ogni altro ha bisogno di difendersi dalle aggressioni esterne, da essa gli altri quattro continenti attingono risorse naturali ma la maggioranza del suo popolo soffre drammi di ogni genere e miseria. Come per l’America Latina, durante il periodo buio dell’oppressione economico – militare degli anni scorsi, partì una insistente campagna internazionale di solidarietà, così per l’Africa oggi è indispensabile avviare una mobilitazione internazionale per combattere l’indifferenza e il cinismo di convenienza e sostenere ogni forma di coscientizzazione di base. Come ben sappiamo, gli squali di tutti i mari si possono neutralizzare con le reti che l’impegno personale e di gruppo intrecciano pazientemente con il filo dell’utopia.

Circolare Nazionale Rete Radiè Resch

Settembre 2012

A cura della Rete di Saronno

DIZIONARIO DI DECRESCITA

Quello che amo del mio lavoro è che nei migliori successi ci si trova di fronte a una struttura,la si  valuta, la si quantifica, la si osserva e poi si tenta di trasformarla in altra.

Anche se la differenza non necessariamente sostanziale nella forma, si costituisce nella psiche, nello spirito e nel modo di affrontare la quotidianità.

In effetti mi sono venuti in mente molti esempi dalle mie esperienze vicine e lontane che fanno altrettanto.

Ecco allora un mio piccolo dizionario di decrescita, se vogliamo.

E il vostro?

RI-ABILITARE: recuperare una funzione umana al massimo grado possibile in una persona che soffre di una malattia o un trauma.

Pistorius, Markus Rehm e Vanessa Low hanno potuto partecipare alle pararolimpiadi e correre, grazie a protesi in carbonio che costituiscono il prolungamento delle loro gambe e un continuo allenamento che permette di integrare i muscoli a un corpo esterno.

I comunicatori oculari ridanno voce e consentono l’accesso alla vita sociale a chi ha il solo uso della motilità oculare

RI-CICLARE: recuperare e riutilizzare materiali di scarto e di rifiuto

FA’ LA COSA GIUSTA: fiera nazionale del consumo critico e degli stili di vita sostenibili è un appuntamento decennale che si tiene a Milano.

da un bicchiere di design recuperato da una birra Moretti non ha prezzo.

I ragazzi brasiliani di Casa da Cor come veri e propri artigiani trasformano ciottoli della strada in mobili, accessori di mosaico, pezzi unici!

RE-CUPERARE: raccolta e riutilizzazione di qualcosa

LAST MINUTE MARKET: inventato dal docente Universitario Andrea Segrè ha avuto un boom eccezionale nel 2011, finalmente le mense, gli enti assistenziali e gli ospedali accedono al cibo che massicciamente viene buttato ogni giorno

RI-STRUTTUARE: restaurare una costruzione modificandone la struttura esterna e/o interna

Torchiera senz’acqua, Cascina Autogestita: cascina fortificata storica risalente al 1330. Nel ’92 viene presa in gestione da un gruppo di ragazzi di quartiere che nonostante la sospensione del servizio idrico continuano ogni anno a proporre rassegne teatrali, musicali, mercatini biologici oltre ai lavori di restauro da effettuare ogni anno, sempre molto partecipati.

Art Lab Occupato durante le manifestazioni studentesche dello scorso anno è il tentativo di rendere lo splendido stabile di Borgo Tanzi in centro a Parma un bene comune. Art Lab e tutte le sue iniziative sono state appoggiate e partecipate dal quartiere.

Circolare nazionale Rete Radiè Resch

Giugno 2012

a cura della Rete di Saronno

ALCUNI PARADOSSI  DELL’ERA DIGITALE

Arrivo trafelata sul treno, mi siedo e come ogni giorno cerco di sonnecchiare un po’ dopo le fatiche della giornata. Chiudo gli occhi e poi ogni tanto li apro. Mi guardo intorno. Circondata. Non c’è un passeggero intorno a me che non stia navigando o messaggiando con iPhone. Negli ultimi periodi sono sempre di più anche gli iPad. C’è chi si guarda film, chi lavora, chi gioca , chi legge il giornale o i libri. Sempre di più le applicazioni che si moltiplicano rapidamente, sempre più le novità in base ai nuovi BISOGNI dell’uomo moderno che controlla sempre di più l’ambiente con la tecnologia. Anche l’istruzione diventerà una nuova sfida per i Tablet: dal prossimo anno gli insegnanti, anche in Italia con Zanichelli, avranno la possibiltà di adottare libri di testo multimediali adatti anche per i tablet. Impressionante poi è vedere bambini già molto piccoli che in base a un semplice meccanismo stimolo-risposta sono già in grado di utilizzare i touch-screen.

Cosa significano tutte queste rivoluzioni nel nostro vivere quotidiano? Si sono insinuate e inserite nella nostra quotidianità senza che se ne avesse una vera consapevolezza. Da un mese all’altro la diffusione è sempre più capillare, il bisogno di guardare in continuazione lo schermo ovunque e in qualunque situazione ci si trovi diventa irresistibile. Di colpo è diventato un bisogno, si è convinti che avere sempre Internet costituisca una necessità e una comodità irrinunciabili. Da un anno all’altro ci si accorge anche di come la socialità sia cambiata con la nuova rivoluzione: durante le uscite con amici è diventato indispensabile, c’è sempre chi ha la necessità di far vedere un video, una foto, di chattare; durante una discussione i dubbi vengono risolti controllando l’iPhone. La rivoluzione diventa sempre più rapida e modifica il modo di comunicare, di apprendere, di stare insieme, di ricercare. Noi che non rientriamo ancora nelle generazioni digitali conserviamo un diverso metodo d’apprendimento e di ragionamento più schematico, logico e consequenziale, anche più rigido se vogliamo, mentre l’intelligenza che si sviluppa nelle nuove generazioni si definisce “ad albero”, ovvero con numerosi collegamenti che si ramificano da una base iniziale restando tuttavia isolati. Con una tale rapidità e con gli orari ristretti della nostra quotidianità diventano più difficili gli approfondimenti, si ricorre a notizie lampo, a titoli, ad accumuli continui di informazioni. Un dibattito sugli effetti desiderati o indesiderati che il Web avrà sul comportamento e sull’apprendimendo è in atto e credo che le conclusioni si trarranno tra qualche anno. A tale proposito Wired di maggio ( mensile sulle novità digitali e tecnologia che ultimamente sta spopolando) cita Raffaele Simone con il suo Presi nella Rete che descrive i contro delle modificazioni interpersonali e individuali che il Web apporta ogni giorno alla nostra esistenza.

Difficile per me prendere posizione, non essendo una cosiddetta Scienziata della Comunicazione o Filosofa o esperta nell’ambito, ma vorrei riportare due  paradossi all’interno della mia esperienza quotidiana.

Il primo è che nonostante l’ipertecnologia e la cibernetica dei nostri giorni la maggior parte dei giovani che conosco in casa non hanno una Tv (utilizzando però PC e streaming) e noto un crescente interesse per l’orticultura. Sicuramente non c’è niente di statisticamente significativo su un campione tanto piccolo e su queste poche abitudini, ma tante realtà e tanti progetti anche in Italia fanno notare delle inclinazioni opposte rispetto alla distanza anche emozionale uomo-ambiente che crea il digitale. Alcune amiche proprietarie di un Agriturismo mi raccontavano di come i bambini fossero rimasti colpiti dopo un uscita didattica, dall’idea che la proveninza del latte non fosse il banco frigo del supermercato ma le mammelle della mucca; nè di come l’insalata fosse diversa da quelle confezionate in busta, pronte e condite, ma crescesse in ceppi dalla terra.

Non credo nella sola negatività della rivoluzione a cui stiamo assistendo, personalmente mi è bastato vedere il fantastico ruolo dei tablet e dei sistemi ad alta tecnologia per i Sistemi di Comunicazione Aumentativa Aletrnativa per disabili che hanno perso la possibilità di parlare.

Diventa fondamentale tuttavia, fare una profonda analisi dei pro e dei contro che questi cambiamenti implicano nell’educazione, nell’apprendimento e nella nostra emotività per diventare più consapevoli e integrare nel giusto modo la tecnologia e il Web, senza che essi sostituiscano l’esperienza e la realtà e ci facciano perdere il gusto della comunicazione, dell’errore e dell’imperfezione.

Marta

Circolare nazionale Rete Radiè Resch

Maggio 2012

a cura della Rete di Lancenigo – Maserada – Spresiano (TV)

In un’inchiesta condotta negli anni ’90 tra gli alunni di scuole elementari e medie di tutta Italia, per rilevare le emozioni suscitate dall’incontro con i “diversi” la parola “nero” venne spesso associata dai bambini con “sporco”, “povero”, “disorganizzato”, “brutto”, “incapace di provvedere a sé stesso”, e così via (v. P. Tabet – “La pelle giusta” – Ed. Einaudi).

“Se i miei genitori fossero neri non era tutto uguale” – dice uno scolaro di terza elementare. E continua: “Avranno siringhe, droghe, pistole, mitraglietta, sigari con dentro la droga, tutte cose per ladri”.

“Io se fossi nero – afferma un coetaneo – … farei tutto con malvagità. Andrei per le strade a vendere cose. Abiterei nei posti sporchi”.

Un uso razzista del linguaggio ha dunque caricato la parola “nero” di significati che vanno ben al di là della semplice connotazione di un colore.

La parola, infatti, non è emotivamente neutra: ci viene comunicata in un contesto in cui valori, sentimenti ed immagini fanno un tutt’uno con ciò che si vuole identificare.

C’è in proposito in “L’obbedienza non è più una virtù”, una pagina bellissima in cui don Milani nota come l’idea del comunismo, che egli non sembra condividere, arrivasse ai suoi alunni attraverso i valori incarnati dai loro padri, che in esso credevano, e come, perciò, la dissociazione tra i sentimenti filiali e quelli politici sarebbe stata ardua, forse impossibile, oltre che crudele.

Una riflessione sul linguaggio, dunque, anche (o soprattutto) in tempi di crisi e di angoscia come l’attuale, non è un lusso da intellettuali, perché è nella parola che si trasmettono valori e convinzioni, contribuendo potentemente a formare le coscienze ed a costruire la cultura di una comunità.

Non a caso chi vuole ottenere o mantenere il potere, della parola fa un uso molto oculato e mirato.

Basterebbe pensare al termine “comunista” sulla bocca di Berlusconi e dei suoi seguaci, in un tempo in cui il comunismo reale è quasi del tutto scomparso. Che esso significhi liberticida, statalista, o semplicemente, chi-non-la-pensa-come-me, da semplice (e ambigua) definizione, quel termine, usato in un certo modo, mira ad evocare paure, soprattutto quelle della povertà e della mancanza di libertà. All’opposto “liberismo” viene sempre presentato come sinonimo di libertà e benessere. A chi verrebbero in mente i milioni di impoveriti che per secoli hanno garantito ad altri quel benessere, pagandolo con infiniti stenti e spesso con la stessa vita? Basterebbe ricordare lo sfruttamento delle miniere di coltan in Congo, o di quelle d’oro in Guatemala, operato dalle multinazionali senza scrupoli, incuranti della vita e della salute degli abitanti (come si è visto a Rimini) in modo disumano ed irresponsabile ecologicamente. C’è bisogno che quanto è successo in Grecia si estenda a noi, perché cominciamo ad associare “neoliberismo” e “capitalismo finanziario” con miseria e mancanza di diritti?

Nella storia del recente passato, comunque, potremmo trovare importanti esempi dell’uso politicamente mirato delle parole. Dopo l’avvento del brigatismo, il termine “dissidente”, che dovrebbe semplicemente indicare qualcuno che non la pensa come gli altri, abilmente manipolato, attraverso una serie di equazioni successive, finì per significare “autonomo”, quindi possibile “anarchico” e per tanto tendenzialmente “brigatista”. Nel sindacato, che prima svolgeva  un’opera fondamentale di coscientizzazione della propria base e di formazione dei quadri intermedi, attraverso incontri in cui tutti erano invitati ad intervenire liberamente, il confronto divenne sempre meno partecipato: la paura di essere emarginati ed additati come potenziali brigatisti, fece tacere il dissenso, e portò ad allineare tutti sulle posizioni dei vertici. Così moriva la democrazia sindacale.

Ma anche il non-uso, l’occultamento della parola, è un modo per orientare l’opinione pubblica, addormentandone la coscienza. E’ stato più volte osservato, ad esempio, come la parola “guerra” sia  scomparsa dalle cronache quotidiane. Essa evocherebbe immagini di rovine, traumi, sangue, corpi dilaniati, rapporti dilacerati. Ecco allora il pullulare di sinonimi più neutri: conflitto, intervento umanitario, o preventivo, azione di polizia internazionale, mentre alle vittime si accenna come ad “effetti collaterali”. Anche un’analisi della parola “donna” nei conflitti ci farebbe capire a quale rango è, in realtà, ancora delegato il genere femminile: ha scarsissima voce in capitolo nel decidere la guerra, ma poi ne è il bersaglio privilegiato, attraverso il quale colpire l’uomo; non le si riconoscono, cioè, le prerogative di una persona.

Analizzare il linguaggio è anche importante perché può farci capire fino a che punto condividiamo, magari inconsciamente, valori o disvalori che consciamente combattiamo.

Al Convegno di Rimini è stato posto l’accento, a questo proposito, su due espressioni: “mercato del lavoro” e “proprietà privata”.

Della prima wikipedia offre la seguente definizione: “E’ quell’insieme di meccanismi che regolano l’incontro tra i posti di lavoro vacanti e le persone in cerca di occupazione, e che sottostanno alla formazione dei salari pagati dalle imprese ai lavoratori”.

Tutto apparentemente neutro ed ineccepibile. In realtà, se il termine “mercato” porta con sé immagini di merci, animali, oggetti che vengono scambiati o venduti, “lavoro”, richiama un’attività ma non necessariamente chi la compie. Ed invece dietro queste parole ci sono le persone, con la loro umanità, i sogni, le sofferenze, i carichi di famiglia, le aspettative e la qualità stessa della loro vita.

Com’è possibile parlarne come di merci?

Quanto all’aggettivo “privato” aggiunto a “proprietà” non ci sembra proprio scontata la risonanza acquiescente che suscita in noi. Non c’è dubbio che, se un imprenditore mette in gioco il suo capitale per creare un’impresa, quell’impresa originariamente gli appartiene. Ma quando essa si è affermata in un territorio, è cresciuta, si è arricchita del lavoro di quanti vi operano, delle strutture che il territorio ha messo a sua disposizione, dei rapporti economici che si sono creati intorno ad essa, garantendole acquisti e vendite, magari del denaro pubblico elargito nei momenti decisivi (v. ad es. gli incentivi per la rottamazione o la Cassa Integrazione), può ancora l’imprenditore considerarsene l’unico proprietario, e pensare di poterla modificare, chiudere, delocalizzare, senza nemmeno consultarsi con chi vi opera, solo per salvare un profitto esclusivamente suo?

“Il lavoratore non è una merce – grida monsignor Giancarlo Maria Bregantini, presidente della Commissione CEI per il Lavoro – non lo si può trattare come un prodotto da dismettere, da eliminare per motivi di bilancio”. Affermazione forte e chiara di chi non cade nel tranello di parole che, essendo di uso corrente, non fanno più scandalo.

E’ giunto quindi il momento di considerare il linguaggio e la parola beni comuni. Essi infatti caratterizzano gli esseri umani, che se ne servono per costruire il mondo. Ma mentre nella comunità in relazione la parola vive e muta col contributo e l’attenzione di tutti, quando la relazione non c’è essa diventa una “cosa” che non si controlla più, viene data come una verità indiscussa che non permette evoluzioni, cambiamenti, né tanto meno critiche.

Siamo allora tutti invitati ad operare un controllo sulle parole, chiedendoci se abbiano ancora il significato che tutti sembrano attribuire loro.

Ne additiamo qui, per concludere, tre esempi:

Mercato = è davvero oggi il luogo di incontro, promotore di civiltà, dove acquirente e venditore      concordano il valore di scambio di un bene in modo da trarne reciproco vantaggio?

Democrazia = è ancora quella forma di autogoverno del popolo, che la esercita per lo più attraverso la scelta libera e consapevole dei suoi rappresentati? Quale libertà e consapevolezza vengono garantite da un’informazione manipolata o fuorviante?

Sovranità popolare = Abbiamo davvero la prerogativa di un sovrano, nel cui nome gli eletti ci governano? Ma allora perché perfino la volontà direttamente espressa dal popolo con un referendum può essere impunemente ignorata, o i soldi pubblici possono essere sperperati senza nemmeno percepire lo scandalo?

Circolare nazionale Rete Radiè Resch 

Aprile 2012

a cura della rete di Noto, Avola, Pozzallo

Carissimi,

questo mese l’incarico di redigere la circolare nazionale è toccato a noi siciliani.  E noi abbiamo pensato di raccontarvi due storie, una lontana ed una vicina.

Sulla terra, tema a noi caro (un tempo – ed a volte ancora oggi –  eravamo chiamati   spregiativamente “terroni”. Ma questo non ci dispiace se il nostro modo di essere richiama quello della gente della terra) . Terra è quella che sta sotto i nostri piedi e ci da sostegno, dove stanno le radici e che fa crescere  la vita. La terra ci alimenta ed è Madre di tutti gli esseri viventi. Su di essa si posa l’aria e scorre l’acqua E tutti gli esseri vi trovano Vita.  La terra è di Dio e se” il chicco di  grano non marcisce nella terra e non muore non porta frutto…”. Il grano che poi diventa pane sulla nostra tavola e la nostra vita se va in profondità e si apre al mondo.

Un profondo legame con la terra è quanto sente intimamente ogni contadino, persino quando è sfruttato e si spezza la schiena sotto il sole cocente ( “che colpa ne ha l’uva?”, diceva anni fa un bracciante ad un altro che con stizza verso il padrone lasciava dei grappoli non raccolti). E’ quanto sentono i Mapuche e tutti i popoli originari. Ma quello sulla terra non è un discorso bucolico. E’ un discorso duro, come le tante pietre dei nostri monti Iblei. Ha a che vedere con l’inquinamento e l’abbandono delle campagne, l’emigrazione ed i prodotti che ai contadini vengono pagati un nulla ed al mercato sono tanto costosi. Ha a che vedere con le multinazionali che acquistano terre nel sud del mondo, depredano le risorse locali e scippano ai popoli indigeni il loro sapere antico. Ha anche a  che vedere con la fame e le guerre. E con una globalizzazione che non divide più il mondo fra Nord ricco e sud povero, ma ha creato tanti Nord ricchi e tanti sud poveri in tutti i Paesi del mondo.

“Da Google a Dio”. Così il giornale “MU” di Buenos Aires titola un suo articolo dell’ ottobre  scorso quando racconta  la vicenda di una comunità mista di campesinos  Mapuche  e “criollos “(discendenti dalle unioni  tra indigeni e spagnoli) che vivono nella precordigliera delle Ande, a 300 km dalla capitale dello stato di Neuquen, Patagonia, tra cime innevate, ruscelli e pascoli grandi per le loro capre.

Ai limiti della sussistenza, conducono una vita dura e semplice, soggetti ai soprusi dei latifondisti, appoggiati dal potere locale che nega il loro diritto costituzionale alla terra dove vivono da generazioni.

Attorno a Josè Maria D’Orfeo, parroco di Loncopué e a Viviana, missionaria laica, essi hanno trovato la forza per unirsi e lottare insieme per i loro diritti.  E noi, come Rete Radié Resch li accompagniamo sostenendoli con la condivisione delle spese e dell’amicizia.

Ecco che tra il 2007 ed il 2008 iniziano dei movimenti strani: camionette inaspettate, luci nella notte, esplosioni improvvise. “E nessuno sapeva niente”- afferma P. José Maria. “Egli indagò prima nella sua coscienza, poi in Google ed infine si rivolse a Dio, davanti al Governatore, al sindaco e funzionari : “Poniamo nelle tue mani, o Signore, la sofferenza, l’angustia che ci hanno provocato i tentativi di sfruttamento minerario a cielo aperto, che sono proibiti nei paesi più sviluppati del mondo e che oggi le imprese straniere vengono a sfruttare in paesi come il nostro dove la legge permette loro di fare quello che vogliono, contaminare le nostre terre ed i nostri fiumi a nessun costo, portandosi la ricchezza dei nostri suoli nei loro paesi “. Si trattava di un progetto di  miniera di rame a cielo aperto, altamente contaminante dell’aria, del suolo e delle acque, per cui era già stata autorizzata un’impresa cinese e che avrebbe comportato l’abbandono della terra da parte dei campesinos.

Alla fine di questo incontro si avvicinò l’avvocato  Cristian Hendrickse  unendosi a loro. Perché contro la miniera a cielo aperto? “Mi avevano offerto di difendere le imprese minerarie. Avevo chiesto: contaminano?- Mi fecero un gesto ovvio. “E allora- dissi- vado a lavorare dall’altra parte del banco”. Così Cristian cominciò a collaborare con la Mesa Campesina e l’“Assemblea dei vicini autoconvocati”, redigendo  anche il testo della legge d’iniziativa popolare previsto dalla costituzione in rifiuto della miniera a cielo aperto. E poi tutti insieme con tutto quello che era possibile fare: mobilitazioni, assemblee pubbliche, manifestazioni e blocchi stradali, coinvolgimento dei mezzi di comunicazione…  Infine la sospensione dei lavori e l’ammissione al referendum popolare cittadino, che però all’ultimo momento il sindaco sospende. E che ancora non si fa…” “Qui rivoluzionario è fare rispettare la legge, nemmeno il  modificarla. Rispettare la costituzione ed i trattati internazionali, perché la verità è che la legge che vale è sempre quella di chi governa, che fa quello che vuole. L’iniziativa popolare ed il referendum dimostrano che il grande legislatore è il popolo. Delegare il potere è un’irresponsabilità…” “Uno vuole più democrazia diretta, partecipazione nelle decisioni ed essere persone libere. In tutti questi casi è sempre la società civile quella che interviene attraverso assemblee ed altre forme di organizzazione, perché politici e funzionari sistematicamente giocano a favore delle miniere. E’ un tema tanto importante che non lo si può lasciare nelle mani dei politici, quando quello che vogliamo è poter vivere tranquillamente e liberamente con le nostre famiglie… “

La storia “vicina” è quella dei “Forconi”, movimento di agricoltori, nato in questa terra e proprio nella nostra vicina città di “Avola”  e che a Febbraio di quest’anno ha incendiato la Sicilia, bloccandola per una settimana intera, quando allo sciopero ed ai blocchi stradali si sono uniti anche i camionisti.

Tanto se ne é parlato, della disperazione degli agricoltori  schiacciati da una crisi economica troppo forte, ed anche facilmente si è posto l’accento sulle infiltrazioni “mafiose” (anche da parte della confindustria dell’isola). Tanto da mettere in secondo piano il significato della lotta (anche nella mailing list  della RRR giungevano commenti negativi da parte di amici del nord).

“Ci hanno detto di tutto e di più”- arringava Mariano Ferro (leader del movimento), durante un recente comizio in una piazza di Avola gremita- “ci hanno anche detto che siamo mafiosi. Ma il popolo siciliano è stanco e finalmente si è svegliato e pretende il cambiamento. Assedieremo il Palazzo fino a quando avremo ottenuto quanto chiediamo”. Ed in effetti nei primi giorni di Marzo circa diecimila manifestanti accerchiano Palazzo dei Normanni (sede del Parlamento siciliano) e lo occupano per una settimana, insieme ad alcuni sindaci. Lombardo, il Presidente della regione, li riceve con diffidenza e vaghe promesse. Ma si sa, gli agricoltori sono gente concreta e soprattutto disperata e lo inchiodano alle loro richieste.

Chi sono i Forconi e cosa vogliono? Chiediamo a     P. Giuseppe  Di Rosa, ispiratore del movimento, soprannominato dai media “Don Forcone”, nostro amico e vicino alla RRR.

Egli ci racconta che il movimento nasce diversi anni fa  dalla delusione prima e  dalla  disperazione oggi dei medi  proprietari  terrieri che alla fine degli anni ’90, in un’ottica di agroindustria, grazie anche a forti incentivi, avevano investito creando aziende agricole moderne ed efficienti, raggiungendo  un livello di vita soddisfacente. Ma essi  non reggono di fronte alla crisi economica ed alla globalizzazione dilagante. Ora la fa da padrone la Grande distribuzione che importa, esporta, acquista dove il prezzo e più basso e non importa la qualità. Non c’è più interesse a produrre in Europa. Conviene farlo, ad es., in Nord Africa, i costi sono più bassi, la manodopera costa meno e ci sono  meno controlli. Poi i prodotti (anche il pomodoro “ciliegino” che aveva fatto la fortuna dei coltivatori di Pachino) vengono importati spesso taroccati come prodotti siciliani e a prezzi stracciati, distruggendo la produzione ed il mercato locale (esattamente come ha fatto per tanto tempo l’Europa con l’Africa, diciamo noi…) E loro si sono indebitati fino al collo e non sanno più come fare (vittime poi degli strozzini della SERIT che riscuote i debiti con interessi del 36% e con pignoramenti di mezzi, capannoni e case…).

Cosa vogliono i Forconi? Prima di tutto controlli e norme antitaroccaggio (tracciabilità ed etichette), dilazionamento dei debiti a condizioni meno pesanti. E poi una politica locale e nazionale che non sacrifichi l’agricoltura della Sicilia e del Sud. Infine, l’attuazione dello Statuto siciliano, ancora disatteso dopo più di cinquant’anni di autonomia. E se il governo dell’isola non vuol fare nulla, “che vadano tutti a casa”.

Il movimento si sta arricchendo di altre componenti (artigiani, commercianti, pescatori, ecc). e si trova ad un bivio: diventare un’organizzazione forte di pressione o darsi un progetto politico.

Oggi, pensiamo noi,  è soprattutto un movimento di pressione e rivendicazione, che deve crescere se non vuole appiattirsi e ripiegarsi su se stesso. E che per questo non può darsi per obiettivo il ritorno a quell’agroindustria di cui sono stati rappresentanti, perché quel modello non può più reggere. Il movimento, se vuole diventare progetto per tutti deve crescere e porsi altre prospettive. “ Non può non fare i conti con il problema delle risorse e dell’ambiente  e con la necessità di un’agricoltura diversa”. dice P. di Rosa.

E intanto egli, che per fine anno, nell’ambito dell’ attività della scuola di formazione socio-politica diocesana, propone un incontro con “Serge Latouche”,…conclude “sarebbe bello un collegamento tra i Forconi ed i campesinos di Loncopué…” e comunque tutto

Un affettuoso saluto

gli amici del gruppo locale

Noto, Avola, Pozzallo

Circolare nazionale Rete Radiè Resch

Marzo 2012

a cura della rete di Roma

Carissimi, si dibatte fin troppo di crisi economica, sacrifici necessari, diseguaglianze in aumento e così via, anche da parte di competenti improvvisati, i più categorici nelle loro asserzioni risolutive. Francamente siamo stanchi di tante prediche che lasciano il tempo che trovano, inascoltate perché spesso poco fondate o interessate, e subito criticate da altri soloni non più credibili dei primi.

Dal momento che sicuramente la crisi è globale e riguarda tutti i continenti, nessuno può dire fondatamente come se  ne uscirà. Sappiamo però che le cause vanno cercate nella globalizzazione, nella spietatezza dei mercati, nel prevalere degli interessi finanziari e nella sottomissione della politica a questi, nel ritenere il lavoro non più un valore ma un noioso ingrediente del tutto. A questo ci ha condotto il liberismo sfrenato affermatosi negli ultimi decenni; per cui, forse a ragione, si comincia a parlare di crisi del capitalismo e perfino del suo fallimento.

Qui mi fermo per non incorrere io stesso nel pericolo di pontificare senza averne titolo alcuno (e di annoiare). Ma la premessa è utile per venire a parlare del nostro paese, delle sue condizioni e di ciò che si può sperare per mitigare gli effetti nefasti della crisi.

Ci stiamo convincendo che il governo Monti, senza dubbio più presentabile del precedente – e più concreto nel suo agire di tutti gli esecutivi della seconda repubblica – si muove pur sempre nel solco abituale: quello liberista, obbediente al capitale e fondato sullo sviluppo cioè sul mito (feticcio?) della crescita, da perseguire a tutti i costi, non badando alle sofferenze degli ultimi nella scala sociale, i lavoratori dipendenti e i giovani che aspirano a un lavoro. E’ quello che ci si poteva aspettare da persone provenienti dal mondo delle banche, dei grandi istituti finanziari, dell’imprenditoria, della sfera accademica più paludata (e qualcuno pure con evidenti conflitti di interesse e simpatie a destra).

Il fatto, accertato ormai e reso noto con difficoltà di comunicazione da scienziati coscienziosi, che le risorse della Terra sono limitate e che già si profilano scenari inquietanti sull’esaurimento delle materie prime, sull’impoverimento del suolo, sul riscaldamento globale ecc., questo allarme, suffragato da elementi inoppugnabili, viene tuttora trascurato e anche denegato dalle classi dirigenti, che dovrebbero invece responsabilmente prenderlo in seria considerazione e iniziare a pensare a una radicale inversione di tendenza, vale a dire alla possibile decrescita, i cui modi vanno studiati col concorso dei veri competenti e dei cittadini consapevoli disposti ai sacrifici (questi sì, ragionevoli) per raggiungere l’obiettivo.

In Italia siamo più indietro di altri paesi in questa presa di coscienza. Governanti, imprenditori e finanzieri, per non parlare dei media, sono ben lontani dal farsene una ragione; è vero, la crisi incombe e adesso occorre tappare i buchi e fare presto, ma un futuro preoccupante è alle porte e non si può attendere indefinitamente prima di studiare come si possa imboccare la nuova strada. C’è di peggio: a volte chi osa parlare di decrescita viene quasi deriso. E’ capitato poco tempo fa nel corso della trasmissione “L’infedele” su La 7, a un professore di economia dell’università statale di Milano, che aveva parlato appunto della decrescita con argomenti a mio parere molto seri. Il direttore del Corriere della Sera, intervenuto subito dopo, ha sibilato con sarcasmo che gli studenti di quel professore erano da compiangere.

Per cambiare indirizzo serve naturalmente un cambio di mentalità e poiché è arduo aspettarselo dall’attuale classe dirigente e in particolare dai politici – con pochissime eccezioni – essendo la “casta” nel suo insieme irrimediabilmente perduta, bisogna affidarsi a quei giovani, tanti giovani che hanno dato vita , o si accingono a farlo, ai movimenti dal basso impegnati nella ricerca di una alternativa credibile per la trasformazione in primo luogo del modo di fa politica e,via via, della società nel suo complesso, tenendo sempre fermi i principi  di giustizia e moralità.

Dobbiamo sempre ribadire che ritenere la politica “una cosa sporca” da lasciare ai politici di professione è completamente sbagliato; dobbiamo opporci a questa borghese, comoda sentenza diffusa in ogni tempo e ancor più oggi. La politica in sé non è cosa riprovevole, visto che è “la scienza e arte di governare” e ha quindi per scopo la “conduzione della cosa pubblica”, compito importante e meritevole da affidare a persone oneste, capaci, non attaccate al potere. Le forme della nuova politica sono da studiare e tutte da scoprire; non si può escludere che perfino la forma- -partito si possa riabilitare dopo attenta revisione. Certo, non possiamo tornare agli Ordinamenti di giustizia di Giano della Bella nella Firenze del Duecento, in base ai quali ogni due mesi il consiglio comunale veniva rinnovato con libere elezioni, così da evitare clientelismo e corruzione (del resto la novità ebbe vita breve: i magnati ripresero il sopravvento, affossarono gli ordinamenti e costrinsero alla fuga il loro ideatore). Ma i giovani e i meno giovani che li affiancano nella ricerca del nuovo vanno incoraggiati perché è su di loro che basiamo le nostre aspettative e diciamo pure i nostri sogni.

Invece il potere li osteggia, molto probabilmente li teme, avvertendo in modo ancora confuso che si sta avvicinando il momento di una nuova “rivoluzione” sui generis di cui sono state poste le premesse al Forum di Napoli di fine gennaio sui “Beni comuni”. Con la partecipazione di sindaci e di molti giovani si è dato vita a un movimento somma di tutti i movimenti: acqua, democrazia, No Tav ecc. Dei beni comuni si parla da tempo, ma come tutte le proposte dal forte sapore di novità il discorso restava limitato a pochi fino a ieri, mentre i suoi contorni apparivano indefiniti, tanto da essere visto dagli scettici e dagli impazienti come impossibile da realizzare nella situazione attuale.

A Napoli i convenuti sono invece andati a verificare se il “bene comune si può interpretare con la trasposizione in chiave strategica della decrescita felice”. Parole di Sergio Caserta su il Manifesto del 9/2/2012; e così prosegue: “non è nel consumo fine a se stesso, quindi nello spreco di risorse, che si può ottenere la buona qualità della vita dei cittadini, la difesa dell’occupazione e dei diritti, tutto ciò si ottiene nell’assoluto primato del bene comune come interesse generale, di tutti e non per questo di nessuno”.

A queste proposte per ora solo abbozzate e di cui peraltro si è molto discusso con la decisione di riprendere il dibattito nel prossimo futuro, ha fatto riscontro il silenzio quasi assoluto della grande stampa e degli altri media.

Secondo il sindaco di Napoli, De Magistris, il movimento “fa paura a un arroccamento dei poteri che attuano le politiche liberiste di Berlusconi e resistono alle istanze di cambiamento della società” rappresentato da questo multiforme e ampio movimento (la citazione è da un articolo di Sandra Amurri su il Fatto Quotidiano del 31/1/2012).

Ecco la paura che agita chi detiene il potere in Italia. Il silenzio è segno di paura. Lo ribadisce il prof. Alberto Lucarelli, docente di Diritto pubblico all’Università Federico II di Napoli e assessore alla Partecipazione al comune di Napoli (cito ancora dall’articolo del Fatto): “Si vuole neutralizzare un movimento che per la prima volta mette assieme più dimensioni: ambientale, culturale, amministrativa, sociale e di denuncia. Che scova tutte le furbizie di questo governo”.

“L’utopia dei deboli è la paura dei forti” è la frase di Ezio Tarantelli, docente di economia alla Sapienza di Roma assassinato dalle Brigate Rosse nel 1985, posta sulla stele all’interno della facoltà di economia donata dalla FIM-CISL; frase che ricorda l’impegno da lui profuso a favore del movimento sindacale e che, secondo il nostro grande amico Fausto Vicarelli, collega di Tarantelli, anch’egli purtroppo scomparso in un incidente l’anno dopo, coglie in pieno “il senso della sua fervida dedizione allo studio e il suo appassionato impegno civile” (Fausto Vicarelli, La questione economica nella società italiana, Il Mulino 1987).

Benché formulata in altra epoca e in un altro contesto, la frase di Tarantelli può simboleggiare quel che avviene oggi con l’apparire dei movimenti e i timori che suscita. L’augurio è di poter procedere oltre l’utopia per arrivare ad approdi certi.

Siamo alla vigilia del Nostro Convegno nazionale a Rimini dove il tema-guida (scelta felice) sarà quello del “bene comune” unito a “movimenti” e “politica”. Un opportuno approfondimento dei temi del momento. Speriamo perciò tutti insieme che il convegno registri un successo significativo e una partecipazione imponente.

Un saluto fraterno e un arrivederci a Rimini.

Mauro Gentilini