HomeNews (Page 2)

Nueva Imperial (Cile) – E’ determinato il popolo delle terra a far sì che il significato del proprio nome sia effettivo. Mapuche, in lingua mapudungun, significa infatti proprio questo: popolo della terra. Ma dall’arrivo dei conquistadores e con i vari governi cileni questa definizione è stata sempre meno veritiera. Tra i nove popoli indigeni riconosciuti in Cile, i mapuche sono i più numerosi (sono il 10 per cento della popolazione, quindi circa 1 milione di persone) e i più combattivi. Gli unici di cui i media parlano. Costantemente.

L’omicidio di Camilo Catrillanca ha riportato alla luce quella che potremmo definire la ‘questione mapuche’, una questione però da sempre esistente. Il giovane, ucciso dai carabineros mentre si trovava a lavoro in campagna, ha infatti scatenato una serie di proteste, manifestazioni in molte zone del Paese che ha rispolverato la propria simpatia e affiliazione con il popolo originario.

Effettivamente in Cile, da Nord a Sud, ma soprattutto nella capitale Santiago e nella vitale Valparaiso non è difficile incontrare murales dedicati alla popolazione mapuche, manifestazioni di sostegno, bandiere sventolanti nei negozi. La simpatia della popolazione, però, è inversamente proporzionale ai metodi delle forze dell’ordine che non perdono occasione per reprimere con la forza le manifestazioni. Repressione sperimentata in prima persona e che ha aperto gli occhi su una questione ancora aperta per il Cile.

Per questo abbiamo incontrato Josè Nain Perez e sua moglie Margot, due rappresentanti mapuche con una grande voglia di raccontare la propria storia, le proprie rivendicazioni come guardiani della terra. Marito e moglie, abitano con i due figli in una casa in legno nel comune di Nueva Imperial, dove hanno recentemente costruito anche una yurta tradizionale mapuche. Un luogo di ritrovo in cui cucinare insieme, cantare e ballare al ritmo del Kultrun e della Trutruca. Josè e Margot sono i rappresentanti dell’associazione regionale mapuche Folilko e Josè è consigliere comunale a Galvarino, il suo paese natale.

Il loro obiettivo è quello di essere mapuche, vivere in comunità e in simbiosi con la terra. “Lo stato cileno – dicono – ci reprime perché siamo gli unici a richiedere i nostri diritti, che lottiamo per riprenderci ciò che lo stato ci ha tolto”.  Come moltissimi mapuche anche Margot e Josè hanno una storia da raccontare riguardo alla violenza subita dalle forze dell’ordine. “Sono stata presa dalla polizia – racconta Margot – mentre stavo stampando volantini sulla nostra lotta per la ripresa della terra. Mi hanno picchiato così tanto che sono arrivata senza coscienza in ospedale”. Margot racconta la sua vicenda con le lacrime agli occhi ma sottolinea di essere stata fortunata: “Non mi hanno violentato”.

La stessa storia di Josè Nain è un manifesto della resistenza mapuche. Oggi è un consigliere del comune di Galvarino, suo paese di origine, ma nei primi anni Duemila è stato uno degli attivisti del movimento di riconquista della terra. Per questo è stato in carcere tre volte e uno dei promotori della marcia da Temuco a Santiago, che nel 1999 chiedeva il riconoscimento dei popoli indigeni. Partiti in 100 arrivarono nella capitale in 4mila.

Nel periodo iniziato alla fine del 2018 Josè vede una rinascita delle rivendicazioni mapuche. “Dopo la morte di Camilo – ci racconta – siamo stati chiamati alla ribellione e questa mobilitazione non si vedeva da tempo. Credo che questa guerra non si fermerà, sarà dolorosa ma necessaia per ottenere qualcosa. In questo modo è per noi difficile pensare al futuro dei nostri bambini. Dobbiamo chiedere osservatori internazionali per parlare con lo Stato punto per punto.”

Ad oggi nelle carceri cilene si contano 23 attivisti mapuche, mentre 15 sono i ricercati. Il metodo per arrivare ad ottenere diritti e riconoscimenti come popolo non è condiviso da tutti i mapuche, ma questo non sembra preoccupare Josè. “Non abbiamo mai avuto una forma piramidale che rappresentasse tutti, per questo gli apsgnoli ebbero problemi a sconfiggerci. se ci unioamo ci ammazzano tutti, tutte le comunità hanno loro leader e organizzazioni. In 30 anni lo stato non stato in grado di creare dialogo costruttivo”.

Ad oggi esiste una organizzazione di resistenza clandestina composta da giovani impegnata in atti dimostrativi contro la forestale, ma che da qualche tempo si sta organizzando per resistere con logica militare. L’oppressione della popolazione mapuche parte da lontano e si concretizza ancora oggi.  Per Pinochet la questione mapuche non esisteva, ma anche il ritorno alla democrazia non ha agevolato il loro riconoscimento.

La storia dei mapuche non si insegna a scuola e la lingua solo un’ora a settimana. La cultura mapuche si fonda molto sul concetto di solidarietà e collettività. “Per noi è fondamentale – ci spiega Margot – incontrarsi e aiutarsi,.Ci si incontra per fare tutto: lavori in casa, per cenare, per suonare al ritmo del Kultrun e della Trutruca, per condividere quello che si ha. Tutti i mapuche hanno un talento da scoprire. C’è chi è portato per il canto, per suonare, per la danza”.

“Per tutti questi motivi a chi ci dice di integrarci noi rispondiamo perché dovremmo? Siamo differenti in tutto, in cultura, per visione politica, nel modo di vivere”.

Come popolo della Terra, i mapuche lottano per preservare il proprio ambiente originario.  Josè e Margot coltivano il maqui, un frutto simile al mirtillo e con grandissime proprietà antiossidanti che viene utilizzato come rimedio per moltissime patologie, dalla febbre ai problemi cardiovascolari, ma possiedono anche piccoli appezzamenti di piante di lupino e alberi di nocciole che hanno in mente di vendere anche in Italia tramite progetti di commercio solidale.

Insieme ad altri nove mapuche è stata poi creata una cooperativa che produce una sorta di caffè d’orzo. Cooperativa che punta a preservare la terra con coltivazioni non invasive e realizzare un prodotto sano ed etico.

I cambiamenti provocati dagli interventi statali e, soprattutto dei privati, si stanno infatti manifestando in tutta la loro forza. Le imprese forestali hanno da tempo mutato la geografia del territorio, rendendo complicata la vita dei mapuche e in genere di chi vive lavorando la terra. Il disboscamento degli alberi originari è una pratica più che diffusa. La regione dell’Araucanía, dove vive la più grande comunità mapuche, è quasi interamente popolata da pini ed eucalipto, piante estranee al territorio, utilizzate per la produzione di cellulosa e di conseguenza di carta.

“Per il nostro territorio – spiega Josè Nain, un rappresentante della comunità mapuche di Nueva Imperial – sono le specie più dannose perché sono come delle spugne. Necessitano di un grande quantitativo di acqua e per questo prosciugano le nostre falde, oltre a danneggiare la biodiversità”.

I mapuche utilizzano le piante sia come fonte di nutrimento che come rimedio naturale per curarsi. “Tutta la vegetazione – spiega Margot Nain, mostrando la coltivazione della sua famiglia – ha per noi mapuche un significato, il territorio ci dà vita e forza. Per essere in armonia con il mondo, la terra deve stare bene. Il cileno non capisce che non si tratta del metro quadrato da coltivare che ti serve per vivere, ma dell’armonia del tutto. Armonia che lo stato ha tolto al nostro territorio da tempo”.

Un altro grave problema è quello idrico. Circa 120mila famiglie dell’Araucanía non dispongono di acqua potabile. Per questo lo Stato raziona la quantità fornendo circa 200 litri settimanali a ciascuna famiglia. Il cambiamento climatico, dovuto anche al disboscamento selvaggio, non risparmia la regione fino a pochi anni fa molto piovosa: le precipitazioni sono diminuite e le estati arrivano a 35 gradi.

“La nostra eredità del periodo di dittatura – continua Josè – è stata il saccheggio dei boschi da parte delle imprese forestali, quello idroelettrico e quello minerario”.

Ed effettivamente la legge 701 legata al tema forestale è una di quelle sopravvissute alla caduta di Pinochet. “Quando, dopo la fine della dittatura, abbiamo lottato per riprendere parte della nostra terra – spiegano Josè e Margot – abbiamo ottenuto pochissimo, mentre i coloni (le imprese forestali, ndr) moltissimo. Ad ogni colone sono stati assegnati 500 ettari di terra, alle famiglie cilene 60, mentre solo 6 a noi mapuche”. E questo rapporto impari tra lo stato e le imprese è ben visibile anche nella zona di Nuova Imperial, dove, le forze di polizia cilene sono quotidianamente impegnate a controllare che il disboscamento non venga ‘disturbato’ dalle comunità locali.

Un’altra preoccupazione ambientale per i mapuche è rappresentata dal progetto minerario a Est del comune di Melipeuco, nella regione dell’AraucaníaDal 2008 la società Minera Lonco sta effettuando studi di esplorazione geologica per determinare i gradi e la potenza metallifera sia dell’oro che del rame. Dal 2012 questi studi hanno confermato l’esistenza di ingenti depositi. Giacimenti così grandi da far sì che la stessa società consideri lo sviluppo della miniera come il loro più grande progetto. Per difendere il territorio composto da grandi foreste native, sorgenti d’acqua zone umide, aree selvagge protette e la riserva della biosfera molti mapuche si dicono pronti anche a sacrificare la propria vita.

In tutto questo c’è da aggiungere che il 2019 non ha portato buone nuove alla popolazione. Dai primi giorni dell’anno i mapuche stanno soffrendo di una fortissima siccità  con temperature molto alte che vanno oltre i 40 gradi. Questo ha provocato numerosi incendi che colpiscono la regione, ma principalmente le comunità mapuche dove si sono bruciate case, scuole. Negli incendi sono morte alcune persone e molti animali.

“Qui – spiegano Josè e Margot in un primo appello – si sono bruciati più di 3000 ettari di terreno, si sono perse le semine che erano pronte per dare i raccolti, si sono bruciati capannoni, magazzini e tutti i pascoli di pastorizia degli animali; attualmente abbiamo 120 famiglie colpite direttamente dagli incendi, a questo aggiungiamo che si sono bruciate le connessioni della rete idrica, non hanno nè acqua nè luce elettrica e la situazione è molto caotica”.

Il 9 e 10 marzo di nuovo il fuoco era presente nel comune di Galvarino, nelle Comunità mapuche Quetre, Qunahue, Pelantaro e Curileo – queste la parole di un secondo appello – Qui il fuoco ha raso al suolo tutto quel che c’era, case e tettoie e distrutto piccoli animali. È stato davvero un disastro”.

Per come la nostra terra è stata rovinata  e per quello che ancora hanno in mente di fare, lo Stato cileno ha verso di noi mapuche un enorme debito. Tutto quello che ci sembra concesso, infatti, è solo una minima parte del nostro diritto di popolo originario”.

di Alice Pistolesi  (https://www.atlanteguerre.it)

Facendo click con il mause sulla parola “VIDEO” sottostante potete vedere il video dell’appello di Margot e Relmu (compagna e figlia di Josè Nain),
sulla situazione nella regione dell’Aracucania e delle Comunità mapuche di Galvarino e Nueva Imperial, dopo i devastanti incendi.

Repubblica Centrafricana: padre Siciliano (cappuccino), “dolore per la morte del confratello Toussaint Zoumaldé”

“Abbiamo vissuto alcuni mesi insieme nella diocesi di Bouar, nello stesso convento, era un giovane sacerdote. Era così buono, non capisco perché sia stato ucciso”. È la reazione di padre Marco Siciliano alla notizia della morte del confratello cappuccino padre Toussaint Zoumaldé, classe 1971, originario della Repubblica Centrafricana, ucciso nella notte con arma bianca. La notizia dell’uccisione è stata ufficialmente diffusa dal superiore della Provincia dei padri cappuccini in Camerun e Repubblica Centrafricana. Padre Siciliano è rientrato solo alcuni giorni fa dalla Repubblica Centrafricana e trascorrerà un periodo di riposo nella Provincia originaria dei Frati minori cappuccini di Calabria. “Ricordo quando ho conosciuto padre Toussaint. Andava spesso in Ciad, altro Paese della nostra Provincia, per raccogliere provviste per la nostra gente – dichiara padre Siciliano, attualmente a Cosenza -. Questa notizia mi rattrista molto, era un sacerdote molto socievole, amava stare tra la gente”. “Due mesi fa – racconta ancora padre Siciliano – abbiamo celebrato il funerale del suo genitore – ed era venuti fedeli dalle zone circostanti. Lo conoscevano in tanti anche perché era un ottimo musicista. Purtroppo nella Repubblica Centrafricana il pericolo è dietro l’angolo a causa della guerra tra governativi e ribelli”.

da SIR Servizio Informazione Religiosa (www.agensir.it)

Catte è al Centro di Accoglienza di Bangui, nella capitale, dove la situazione, nonostante il casino generale, parrebbe relativamente tranquilla.
Si sentono spari ma la vita tutto sommato sembra riuscire a scorrere.
Siccome non è sicuro muoversi gli incontri preventivati si svolgono al Centro di Accoglienza.
Ciò per rassicurare tutti.

Venerdì 25 gennaio si è svolto all’Università Roma Tre un seminario di studi dal titolo “Ettore Masina (1928-2017), un cattolico ‘errante’”.

Alla giornata di studi ha portato il saluto della Rete Radiè Resch il nuovo portavoce nazionale, Fulvio Gardumi, il quale ha sottolineato che la Rete è molto interessata all’avvio di un percorso di approfondimento della figura e dell’opera del suo fondatore.

In occasione del seminario è stata anche annunciata l’istituzione, presso la Fondazione Basso, di un Fondo archivistico dedicato a Masina e alla Rete. Al Seminario era presente anche la famiglia Masina, con Clotilde Buraggi, i tre figli e i nipoti.

I lavori sono stati aperti da Matteo Mennini, Storico del Cristianesimo all’Università Roma Tre, autore di uno studio su Ettore Masina. Mennini ha illustrato le fonti e alcune ipotesi per una ricerca biografica più completa.

L’attività di Masina come giornalista, scrittore, politico e animatore di iniziative di solidarietà internazionale, è stata analizzata da alcune relazioni, a cominciare da quella di Giorgio Del Zanna dell’Università del Sacro Cuore di Milano, che ha tracciato un quadro del mondo cattolico milanese nel secondo dopoguerra. In particolare ha ricordato l’amicizia di Masina con l’allora arcivescovo di Milano card. Montini, poi diventato Papa Paolo VI.

La fondazione e la storia della Rete Radié Resch, definita una “anomalia resistente”, è stata al centro della relazione di Ercole Ongaro, dell’Istituto Lodigiano per la storia dell’età contemporanea. Ongaro è lo storico della Rete, alla quale ha già dedicato tre pubblicazioni: una nel 1994 in occasione del 30° di fondazione, una nel 2004 per il 40° e una nel 2014 per il 50°.

L’attività giornalistica di Ettore Masina, prima al “Giorno” come inviato speciale e informatore religioso, poi alla Rai, come conduttore del TG2 e di programmi di approfondimento, è stata analizzata da Federico Ruozzi dell’Università di Modena-Reggio Emilia nella sua relazione “Mass media e cattolici in Italia tra Vaticano II e anni Ottanta”.

Il particolare clima sociale ed ecclesiale che si era venuto a creare con il Concilio e che è proseguito con la stagione del Dopoconcilio è stato il tema dell’intervento di Giovanni Turbanti, della Fondazione per le Scienze Religiose Giovanni XXIII di Bologna.

Infine l’impegno di Masina per i popoli oppressi dell’America Latina attraverso il Tribunale Russell II è stato analizzato da Giancarlo Monina dell’Università Roma Tre e rappresentante della Fondazione Basso.

Era prevista anche una relazione sull’attività parlamentare di Masina, svolta dal 1983 al 1992 nella Sinistra Indipendente: avrebbe dovuto tenerla Giancarla Codrignani, anche lei più volte parlamentare e “collega” di Masina nella Commissione Esteri, ma per motivi di salute non ha potuto essere presente ed ha quindi inviato un testo da allegare agli atti.

Nel dibattito è intervenuto anche Raniero La Valle, anche lui giornalista cattolico e parlamentare della Sinistra Indipendente. Per La Valle, Masina era un grande giornalista “non solo perché raccontava le cose, ma perché raccontava sé stesso, mettendo in gioco sé stesso e la sua vita”. La Valle ha sottolineato il momento storico straordinario del Concilio, quando la Chiesa era “diventata notizia”. Fino a quel momento ciò che veniva discusso all’interno della Chiesa era rigorosamente segreto. L’arrivo a Roma di cardinali da tutto il mondo, con le loro istanze e richieste, di teologi d’avanguardia, portatori di nuove visioni come la teologia della liberazione o la “Chiesa dei Poveri”, la messa in discussione di dogmi ritenuti immutabili per secoli, sono tutti aspetti di un fenomeno nuovo, che il giornalismo di quegli anni ha colto al balzo per trasformare le vecchie cronache stantie, filtrate dai salotti vaticani, in notizie vive e attraenti per il grande pubblico. Quella interpretata da Masina in quel periodo “non era solo storia ecclesiale ma una nuova dinamica sociale della modernità”.

Clotilde Buraggi è intervenuta nel dibattito per ricordare la sua vita con Ettore Masina, un uomo che l’ha fatta aprire agli altri, ad altri mondi, e le ha fatto capire l’uguaglianza e la dignità di tutti gli uomini. Così, ha detto, abbiamo dato vita alla Rete Radié Resch, su suggerimento del prete operaio francese ed amico Paul Gauthier.

Al seminario erano presenti anche i figli e i nipoti di Ettore. Uno dei tre figli, Pietro, ha portato all’inizio dei lavori il saluto della famiglia Masina ed è intervenuto poi anche nel dibattito, ricordando, tra l’altro, come la scelta di Ettore di farsi da parte per “demasinizzare” la Rete, cioè per evitare che la Rete si identificasse con una persona, sia stata una scelta molto lungimirante, anche se sofferta. Pietro ha commentato che quella scelta si è dimostrata vincente, come dimostra la vitalità della Rete nei decenni successivi al “ritiro” del fondatore, con il passaggio da una guida centralizzata a una gestione partecipata.

Le conclusioni del seminario sono state affidate a Roberto Rusconi, dell’Università Roma Tre. “Ettore era un cristiano che faceva l’esame di coscienza davanti alla carta geografica”, ha detto Rusconi citando una definizione di Padre Ernesto Balducci. E l’apertura al mondo è stato uno dei caratteri più innovativi del giornalismo di Masina e del suo impegno internazionale. Un impegno e una visione da cui è nata la Rete Radié Resch, che ancora oggi è viva e attiva e cerca di attualizzare le intuizioni del suo fondatore.

Saluto del portavoce nazionale della Rete, Fulvio Gardumi

Porto a questo seminario di studi “Ettore Masina, un cattolico ‘errante’” il saluto della Rete Radié Resch, l’associazione di solidarietà internazionale che Ettore Masina fondò nel 1964 – 55 anni fa – e che rappresenta sicuramente una delle più solide concretizzazioni del pensiero e dell’azione di Masina. Una realtà che gli è sopravvissuta, che è tuttora viva e presente in una quarantina di città italiane, che ha contatti e relazioni con molte comunità e movimenti popolari nel Sud del Mondo e che cerca continuamente di attualizzare le intuizioni del fondatore.

La nascita della Rete Radié Resch di solidarietà internazionale, di cui parlerà nel corso del Seminario il prof. Ercole Ongaro, si inserisce in quel filone del dibattito conciliare che non è riuscito a concretizzarsi in un documento ufficiale, ma che ha influenzato profondamente la storia contemporanea: questo filone è conosciuto come “Chiesa dei poveri”.

La Rete Radié Resch è stata fin dall’inizio particolarmente interessata all’avvio di un percorso di studio e di approfondimento della figura e dell’opera di Ettore Masina, nella sua multiforme attività di giornalista, scrittore, politico e fondatore/animatore di iniziative di solidarietà internazionale: tutti aspetti di una personalità che nel titolo di questo seminario di studi viene presentata, come quella di un “cattolico errante” (riprendendo il titolo di un libro dello stesso Masina del 1997). La sua storia si intreccia con quella del Concilio e del Dopoconcilio, con la storia politica e sociale dell’Italia del Dopoguerra e, più in generale, con la Storia della seconda metà del Novecento.

La fondazione della Rete, di cui Masina è stato per decenni l’anima, è una testimonianza viva della lungimiranza del suo pensiero e della sua azione. Tanto più in tempi come quelli attuali, in cui i concetti stessi di solidarietà e di opzione preferenziale per i poveri della Terra, così centrali in Masina, sono messi pesantemente in discussione e addirittura additati come reati. Proprio l’anno scorso la Rete Radié Resch ha titolato il suo 27/o convegno nazionale “La solidarietà non è reato”, sottotitolo “ReSIstiamo umani”. Un titolo e un sottotitolo che si possono leggere come una sintesi del pensiero e della prassi di Ettore Masina e dell’eredità che lui ha lasciato alla Rete, la quale ancora oggi cerca di declinare concretamente e di adeguare al mutato contesto storico e politico i valori di solidarietà, umanità, resistenza, coscientizzazione, formazione, informazione e controinformazione. In altre parole, come recita il titolo dell’intervento di Ercole Ongaro previsto nella mattinata di oggi, la Rete fondata da Ettore Masina cerca anche oggi di vivere come una “anomalia resistente”.

A nome della Rete Radié Resch ringrazio quindi l’Università Roma Tre, in particolare il Dipartimento di Studi Umanistici, e la Fondazione Basso, che assieme alla Rete ha collaborato con questa Università alla promozione del Seminario odierno. La Fondazione Basso sta organizzando l’istituzione di un Fondo archivistico della Rete Radié Resch che confluirà nel Fondo archivistico Ettore Masina, con la donazione dei documenti di cui è stato ricercatore e collettore il prof. Ercole Ongaro – storico della Rete – accanto a quelle già raccolte dal dott. Matteo Mennini attraverso la famiglia Masina e altre persone che hanno interagito negli anni con Ettore Masina.

A tutte queste persone ed istituzioni va quindi il ringraziamento della Rete, con l’auspicio che il percorso per una ricerca biografica su Ettore Masina si sviluppi positivamente e contribuisca a mettere a fuoco un periodo storico e una temperie culturale e politica di cui Masina è stato un protagonista di primo piano.

La Rete “Radié Resch”: un’anomalia resistente di Ercole Ongaro

Lo storico francese Marc Bloch ha osservato che “un fenomeno storico non è mai compiutamente spiegato se si prescinde dallo studio del tempo in cui avviene”1. Tuttavia nessun evento e nessuna associazione sono figli unicamente del proprio tempo: ci vuole sempre qualcuno che sappia leggere i “segni del proprio tempo”, rispondere a una chiamata, decidere di dedicarsi a far nascere il nuovo, portare alla luce il non-ancora. Anche la Rete RR ne è una dimostrazione2: per capire la sua nascita e il suo sviluppo non si può prescindere dal tempo in cui avvenne a Roma l’incontro tra Ettore Masina3, giornalista del quotidiano “Il Giorno”, e padre Paul Gauthier4, prete operaio a Nazareth e in quel momento perito del Concilio Ecumenico Vaticano II5.

Era il tempo del Concilio, di Giovanni XXIII che voleva una Chiesa che si facesse conoscere “come la Chiesa di tutti, e particolarmente dei poveri”, che sollecitava i credenti a “considerare il superfluo con la misura delle necessità altrui”6; era il tempo dell’apertura del dialogo tra Chiesa e mondo, tra cristiani e marxisti, tra cattolici e cristiani di altre confessioni religiose; era il tempo della Pacem in terrris, la prima enciclica rivolta a tutti gli uomini di buona volontà, che invitava a saper leggere i “segni dei tempi” e dichiarava “irrazionale” la guerra; era il tempo delle lotte del movimento nonviolento di Martin Luther King per i diritti dei neri, del processo di decolonizzazione e di indipendenza dei popoli africani ancora sotto il giogo coloniale; era il tempo di una domanda sempre più forte di giustizia in masse di lavoratori e di poveri ai margini della storia.

L’incontro tra Masina e Gauthier avvenne il 4 dicembre 1963: si stava chiudendo la seconda sessione dell’assemblea ecumenica e veniva annunciato il viaggio di Paolo VI in Terra Santa. A quell’incontro, avvenuto nella sala stampa vaticana, sarebbe seguito il decisivo incontro a Nazareth il 31 dicembre prima in un cantiere edile poi nella baracca di Paul: Gauthier e Masina, uno di fronte all’altro, capaci di scrutarsi nell’intimo, di condividere le proprie inquietudini, di immaginare un cammino comune per rispondere alla domanda di giustizia dei poveri.

Il rapporto tra Gauthier e Masina era un rapporto asimmetrico: per la differenza di età, per la storia che avevano alle spalle, per il ruolo che stavano svolgendo. Paul, dotato di una personalità carismatica, esercitava un forte fascino su chi lo avvicinava o lo ascoltava: da docente di teologia nel seminario di Digione a prete operaio a Nazareth, dove attorno a lui si era raccolto un gruppetto di uomini e donne – compagnons e compagnes – assetati di radicalità nell’attuare il Vangelo nella propria vita; come perito conciliare Paul stava svolgendo un imprevisto ruolo di coordinatore di un gruppo di vescovi che si erano autoconvocati fin dalle prime settimane del Concilio in risposta a un suo dossier, “Gesù, la Chiesa e i poveri”, da lui distribuito a decine di vescovi, che poneva l’urgenza che la Chiesa abbandonasse ogni segno di ricchezza per poter incontrare i lavoratori e i poveri7.

Ettore, più giovane di 14 anni, sposato con Clotilde e padre di due figli (poi divenuti tre), era un cattolico alla ricerca di un impegno coerente con la propria fede: la sua professione di “inviato speciale” di un grande quotidiano l’aveva messo sovente a contatto con l’umanità sofferente delle periferie urbane, umiliata da condizioni di vita e di lavoro precarie. Ma fu l’impatto con la sofferenza delle masse povere della Palestina a travolgere gli argini del suo stile di vita borghese: l’aver visto a Nazareth e Betlemme famiglie che vivevano in grotte, al freddo, come ai tempi di Cristo.

Ettore e sua moglie Clotilde decisero di accogliere l’invito di Gauthier a costituire una “rete di amici” che si autotassassero ogni mese per dare concretezza alla “condivisione con i fratelli bisognosi e lontani”8. Gli aiuti inviati a Nazareth sarebbero serviti a fornire prestiti per la costruzione di case per i lavoratori. Vi erano già due gruppi che da alcuni anni convogliavano somme di denaro a sostegno dell’attività di Gauthier e dei suoi compagnons: uno costituito da un parroco in Belgio, laltro costituito da un giornalista in Francia. Ma solo quello che stava sorgendo in Italia ad opera di Ettore e Clotilde Masina fu denominato “Rete”, che traduceva il termine francese “reseau”, utilizzato per indicare i gruppi di sostegno ai resistenti in lotta contro il nazismo. Un nome originale, anomalo in quegli anni, che sarebbe divenuto usatissimo soltanto alcuni decenni dopo.

I due gruppi di sostegno in Belgio e Francia si esaurirono presto, mentre si andava propagando la Rete italiana, intitolata a una bambina palestinese morta di polmonite in una grotta mentre la sua famiglia era in attesa di abitare una casa – Masina, per costituire la Rete, aveva indirizzato un appello a tanti suoi amici: a Milano dove abitava con la famiglia, a Varese dove aveva vissuto l’adolescenza e la giovinezza, a Roma dove soggiornava per seguire lo svolgersi del Concilio e in altre città e paesi. Tra i destinatari dell’appello non c’erano soltanto persone con una fede religiosa, ma anche atei o agnostici, perché la sensibilità di rispondere alla domanda di giustizia dei poveri non ha connotazione religiosa. La Rete Radié Resch è stata quindi fin dalle origini composta da credenti e non credenti, uniti dalla consapevolezza che bisognava cessare ogni approccio assistenziale verso i poveri, interrogarsi sulle cause della povertà, sostenere il povero nella sua lotta per uscire dal degrado e dall’emarginazione.

Per unire e aggiornare i gruppi locali e i singoli aderenti senza gruppo, Masina prese a scrivere una lettera circolare con cadenza quasi mensile: un impegno che onorò per trent’anni, facendone uno strumento di educazione politica, di controinformazione, di lettura critica e profetica della realtà. E nell’ottobre 1965 invitò gli aderenti o simpatizzanti cui veniva indirizzata la circolare ad un convegno a Roma: fu il primo convegno nazionale della Rete Radié Resch, che avrebbe in seguito, dal 1976, preso una cadenza biennale. La relazione di Masina in apertura del convegno definì le prime caratteristiche della Rete: presenza di credenti e non credenti; adesione in base a una presa di coscienza dell’ingiustizia sociale e alla volontà di avviare un cambiamento partendo dalle proprie scelte di vita; condivisione del proprio denaro con i poveri non saltuaria ma costante. L’intervento di Gauthier al convegno illuminò una questione decisiva:

Ciò che è importante è che mentre noi là viviamo tra gli operai, voi qui agiate sulle strutture sociali per impedire che si fabbrichino ancora dei poveri. (…) Voi non potete dare parte della vostra intelligenza, della vostra preghiera, del vostro denaro per aiutare i poveri se nello stesso tempo non lottate con tutte le vostre forze per sopprimere le strutture che fabbricano i poveri”9.

Un’eco di queste espressioni usate da Gauthier sarebbe risuonata qualche settimana dopo nel testo noto come “Il Patto delle catacombe”, dove una quarantina di vescovi si impegnava a “rinunciare per sempre all’apparenza e alla sostanza della ricchezza” e a chiedere agli organismi internazionali “l’adozione di strutture economiche e culturali che, anziché fabbricare nuove nazioni proletarie in un mondo sempre più ricco, permettano alle masse povere di uscire dalla miseria”10.

Invece la doppia categoria del “là” e del “qui” coniata da Gauthier, il considerare sia i Paesi ricchi che i Paesi sottosviluppati come realtà interconnesse, entrambe bisognose di cambiamento, è stata un’acquisizione che ha orientato tutta la vita della Rete.

Masina sul finire dell’estate 1968, rileggendo il proprio itinerario spirituale e quello della Rete, non soltanto ribadiva che “un primo elementare impegno [era] quello di dividere i propri beni (non soltanto economici, ma anche culturali o di tempo) con i poveri”, ma anche che tra i poveri andavano privilegiati “quelli che non hanno alle spalle nessuna organizzazione sociale e, ancora, fra essi, quelli che prendono coscienza di una civiltà che li opprime e tentano di opporvisi”; e ciò implicava, da parte di noi occidentali che godevamo i frutti di quello sfruttamento, “una serie di coerenti rifiuti, di contestazioni del sistema, espresse nel colloquio con gli altri uomini e in atti concreti”11. Una tale consapevolezza si rivelava selettiva – faceva perdere aderenti alla Rete – ma era irrinunciabile. Accusata di essere una impostazione politica, e quindi guardata con sospetto, essa era la sola che, in un mondo diviso tra Est e Ovest in base a ideologie contrapposte, riusciva a far cogliere che la divisione più radicale era quella tra ricchi e poveri, tra oppressori e oppressi12.

La novità dei discorsi che circolavano nella Rete, riguardo il fenomeno della povertà e delle sue cause, risalta dal confronto con il dibattito interno a “Mani tese”, nata lo stesso anno della Rete, dove nel congresso del 1969 prevalse la linea di coloro che consideravano il sottosviluppo del Terzo Mondo come conseguenza dellarretratezza delle culture locali invece che delle politiche del colonialismo.

La Rete nel frattempo, al seguito dei compagnons di Gauthier, era approdata in America Latina, dove aveva iniziato operazioni di solidarietà con gruppi di operai e di contadini in Brasile e con chi sosteneva i prigionieri politici nei Paesi oppressi da dittature militari. In Medio Oriente e in America Latina il filo diretto era con gli oppressi che non desistevano nella lotta per la propria liberazione: i loro messaggi, ripresi e commentati nelle circolari di Masina, costituivano una inedita controinformazione, che ha inciso nella educazione politica degli aderenti e li ha mobilitati nelle campagne condotte in Italia in appoggio alla resistenza latinoamericana: l’esempio più evidente fu l’appoggio economico e organizzativo dato dalla Rete al Tribunale Russel II contro la repressione del regime militare brasiliano, promosso da Lelio Basso e Linda Bimbi13.

Masina seppe valorizzare la ricchezza di umanità, di dignità, di lotta, di coscienza politica che derivava dalla relazione con i prigionieri politici, con i gruppi di lotta operaia e contadina – tra questi il Movimento dei Sem Terra – e con le comunità ecclesiali di base dei Paesi latinoamericani. Minoranze che operavano non semplicemente per migliorare le proprie condizioni di vita, ma per un radicale cambiamento del sistema di oppressione, ossia per la liberazione dallo sfruttamento.

Dopo 15 anni di vita della Rete, Masina riuscì a far partire un processo di condivisione delle decisioni interne all’associazione attraverso la struttura di un Coordinamento nazionale, cui partecipavano i rappresentanti delle reti locali. E dal 1982 cominciò a essere pubblicato il Notiziario della RRR, su iniziativa ed a cura della rete di Quarrata, in anni recenti trasformato in rivista trimestrale con il titolo “In dialogo”14. Oltre a condividere le notizie delle reti locali, il “Notiziario” è stato uno strumento di approfondimento e di interpretazione delle trasformazioni nei Paesi del Sud del mondo.

I convegni nazionali della Rete, con cadenza biennale, sono stati soprattutto un momento di ascolto delle testimonianze del Sud e delle analisi di esponenti della Teologia della Liberazione e di scrittori organici ai movimenti di lotta e di coscientizzazione (Leonardo e Waldemar Boff, Marcelo Barros, dom Tomás Balduino, Rigoberta Menchú, Arturo Paoli e tanti altri). La ricchezza delle esperienze dei testimoni si è intrecciata con la periodica riflessione sul tema della solidarietà, che costituisce la ragion d’essere della Rete. Su questo tema la lucidità di analisi di Linda Bimbi, “cuore pensante” della Fondazione “Basso”, ha costituito un apporto prezioso fin dal 1984. La sua lettura dell’esperienza della Rete ha rimarcato l’originalità della Rete nel panorama associativo della solidarietà. La solidarietà attuata dalla Rete si connotava, per la Bimbi, come “pratica tesa a favorire una progressiva presa di coscienza”, “un’operazione pedagogica di rieducazione permanente”, un cammino accanto ai nuovi soggetti di liberazione (contadini senza terra in lotta, minoranze sindacali, comunità ecclesiali di base, donne autorganizzate delle favelas)15.

Per conservare questa originalità Masina ha sempre contrastato l’ipotesi che la Rete si trasformasse in “organizzazione non governativa”: avrebbe significato cancellare la sua identità. Dare continuità alla Rete non doveva comportare dotarla di una sede, di personale e di strutture, di un fundraiser, bensì accrescere la capacità di coinvolgimento da persona a persona, di condivisione di responsabilità.

Nel 1992 Masina annunciò che, al compimento dei 30 anni della Rete (nel 1994), si sarebbe ritirato, perché la sua presenza non avrebbe consentito “la libera crescita, espansione e manifestazione dei carismi altrui”16. Il Coordinamento nazionale venne così assumendo un ruolo più forte di elaborazione e di indirizzo e al suo interno si costituì una segreteria operativa di tre persone.

La scelta di Masina, fortemente sostenuta da Clotilde, fu una scelta di coraggio e lungimiranza, che è stata compresa nella Rete soltanto anni dopo. La comprese invece subito Linda Bimbi, che esortò la Rete – nel momento del ritiro di Masina – a non cadere nella tentazione di istituzionalizzarsi, a mantenersi allo stadio di movimento, camminando con gli altri nell’ascolto dei più deboli:

Quando gli ispiratori scompaiono o si allontanano, è l’ora della fraternità contro la tentazione di istituzionalizzarsi. (…) L’istituzione (che pure ha i suoi ruoli) in definitiva spegne lo spirito. (…) La vostra grande fortuna durante questi decenni è stata di aver mantenuto sguardo e mani fuori dall’Europa, tra i popoli oppressi ma pieni di speranza. Avete attinto linfa vitale nei campi palestinesi, nelle prigioni brasiliane, nell’utopia sandinista. L’avete attinta anche, misticamente, dall’amicizia con i sofferenti di casa vostra. Questo convivere con l’alterità vi ha salvato dall’essere assimilati alla cultura dei vincitori, maturare nella coscienza e nella speranza”17.

La conduzione collegiale ha favorito la responsabilizzazione delle reti locali e ha operato con metodo partecipativo diretto: le decisioni sono prese con il metodo del consenso dal Coordinamento. Tutto questo è avvenuto in un tempo in cui la democrazia è spesso un rito formale.

La Rete ha vissuto la cesura dell’abbandono di Masina, del passaggio da una conduzione personale a una collegiale, conservando la sua specificità:

-è tuttora un gruppo senza strutture burocratiche, senza una sede, senza personale, con una organizzazione leggera su base volontaria;

-sceglie di praticare la solidarietà, attraverso un’autotassazione intesa come “restituzione” ai poveri, in sostegno a comunità o gruppi del Sud del mondo che lottano per un cambiamento dal basso delle comunità cui appartengono;

-sceglie di legarsi a gruppi di base, a gruppi di poveri di cui nessuno si occupa, accogliendo i loro “progetti” e cercando di costruire (tra loro e la rete locale referente) un rapporto di reciproca conoscenza;

-ritiene prioritaria una presa di coscienza personale dei meccanismi di ingiustizia che dominano i rapporti tra Nord e Sud del mondo e incoraggia a praticare stili di vita alternativi alla logica del profitto, della competitività, del consumismo;

-si propone all’esterno con iniziative (dibattiti, incontri con testimoni…) di controinformazione, ma la sua diffusione è soprattutto affidata al rapporto personale, da persona a persona.

La Rete Radié Resch continua a esistere e a resistere camminando nel solco tracciato da Masina e condiviso da Clotilde: il suo sostegno è rivolto a gruppi o comunità, la cui vita quotidiana è una resistenza: in Palestina, in America Latina e in Africa (dal 2000).

In uno scritto, inedito, datato 9 novembre 1993, Masina affermò:

Io vedo nella Rete RR un seme di politica e di cultura che deve svilupparsi come appello e prassi di una nuova resistenza. Circondati dalla dittatura della politica-spazzatura o, ben che vada, della politica-spettacolo, della politica-rabbia; aggrediti ogni ora dagli agenti della sfiducia e dell’egoismo, anche noi – in maniera ben diversa ma non del tutto dissimile da quella dei compagni brasiliani, cileni e uruguaiani di cui negli anni ’70 corremmo in sostegno – dobbiamo scoprire in noi stessi (e più nel nostro stare insieme) la bellezza di una lotta che si ribella agli istinti di morte che ci vengono suggeriti ed amplificati”.18

In questo pensiero di Masina leggiamo in filigrana la storia della Rete, le tensioni e la realtà greve del nostro oggi, ma anche la traccia del cammino futuro di questa “anomalia resistente”.

————————————————–

1 M. Bloch, Apologia della storia o mestiere di storico, Einaudi 1969, p. 48.

2 Sulla vicenda storica della Rete Radié Resch sono stati pubblicati i seguenti saggi: Carla Grandi, Radié Resch. Una storia di solidarietà, Borla, roma 1992, pp. 286; E. Ongaro, Nel vento della storia, 30 anni della Rete Radié Resch di solidarietà internazionale, Cittadella Editrice, Assisi 1994, pp. 238; Idem, a cura di, Nord e Sud, cambiare insieme. Lettere nella Rete Radié Resch, Rete Radié Resch di Quadrata 2004, pp. 407; Idem, Rete Radié Resch. Solidarietà per la liberazione 1964-2014, Rete Radié Resch di Quadrata 2014, pp. 145.

3 Ettore Masina era nato a Breno (Brescia) il 4 settembre 1928; residente a Milano dai primi anni 50 fu giornalista prima su diversi periodici (tra cui Il Giorno) poi alla Rai, saggista e poeta. Fondò nel 1964, con la moglie Clotilde Buraggi, lassociazione di solidarietà internazionale Radié Resch, da lui coordinata fino al 1994. Dal 1983 al 1992 fu deputato alla Camera nel gruppo della Sinistra indipendente. Successivamente continuò la sua attività di saggista e collaboratore di riviste. Morì a Roma, dove risiedeva dal 1964, il 27 giugno 2017.

Su Ettore Masina si veda il profilo biografico e bibliografico, presente nel dossiersul sito internet della Rete Radié Resch: E. Ongaro, Ettore Masina. Un testimone coerente, luglio 2017, pp. 11.

4 Paul Gauthier era nato a La Flèche il 30 agosto 1914; divenuto sacerdote, dal 1947 fu docente di Teologia nel seminario di Digione. Nel 1957, lasciato linsegnamento, decise di trasferirsi in Palestina, a Nazareth, per fare loperaio in un cantiere edile, dove Gesù aveva vissuto lavorando come falegname. La sua testimonianza attrasse altri uomini e donne, di diverse nazionalità, desiderosi di vivere testimoniando il Vangelo: insieme costituirono unassociazione denominata Compagnons et compagnes de Jésus. Fu perito al Concilio Ecumenico Vaticano II (1962-65), dove funse da ispiratore e segretario di un gruppo di vescovi sensibili al tema della povertà della Chiesa e della relazione tra Chiesa e poveri. Con accanto Marie Thérèse Lacaze, sua compagna di vita, visse i drammi dei profughi palestinesi in Giordania e in Libano (1969-1975). Autore di testi sulla tematica del rapporto tra Chiesa e poveri, è ritenuto un precursore della Teologia della Liberazione. Ispiratore della associazione italiana di solidarietà internazionale Rete Radié Resch, ne ricevette il sostegno per i suoi progetti di testimonianza evangelica. Morì a Marsiglia il 25 dicembre 2002.

5 Era stato il vescovo di Akka, George Hakim, divenuto poi patriarca di Antiochia, di Gerusalemme e di tutto lOriente col nome di Maximos V, a scegliere p. Gauthier come collaboratore al Concilio in quanto esperto di problematiche relative al rapporto tra Chiesa e mondo operaio e tra Chiesa e poveri.

6 Giovanni XXIII, Nuntius radiophonicus, 11 settembre 1962.

7 Al riguardo si veda lapprofondito studio di M. Mennini, La Chiesa dei poveri. Dal Concilio Vaticano II a Papa Francesco, Guerini e Associati 2016, pp. 251.

8 Lettera di P. Gauthier a E. Masina, Nazareth 17 febbraio 1964, in E. Ongaro, a cura di, Nord e Sud, cambiare insieme, cit., pp. 41-42.

9 E. Ongaro, Nel vento della storia, cit., p. 43.

10 M. Mennini, Paul Gauthier e la povertà della chiesa durante il Vaticano II. La faticosa ricerca di un consenso, in Cristianesimo nella storia, n. 34, aprile 2003, pp. 357-388; Idem, Il Patto delle catacombe e leredità della Chiesa dei poveri, in Credere oggi, marzo 2013, pp. 1-8.

11 E. Ongaro, Nord e Sud, cit., p. 60.

12 Risuonava qui la lezione di don Lorenzo Milani, amico di Ettore e Clotilde Masina, nella lettera Ai cappellani militari toscani del 23 febbraio 1965: Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dallaltro. Gli uni sono la mia Patria, gli altri i miei stranieri(Don Lorenzo Milani, Obiezione di coscienza, La Locusta, Vicenza 1965, p. 11).

13 Si veda il saggio di Simona Fraudatario, Le reti di solidarietà per il Tribunale Russell II negli archivi della Fondazione Lelio e Lisli Basso, in Giancarlo Monina, a cura di, Memorie di repressione, resistenza e solidarietà in Brasile e America Latina, Ediesse, Roma 2013, pp. 315-357 (in particolare paragrafo 3.3.3. La Rete Radié Resch e il Manifesto dei diecimila).

14 Un precedente strumento informativo e di autoriflessione interno alla Rete era stato il mensile Camminare, a cura della rete di Firenze, che proseguì per alcuni anni anche accanto al Notiziario.

15 E. Ongaro, Nel vento della storia, cit., p. 162. Una parte dellintervento della Bimbi, in cui racconta il suo rapporto con la Rete, è stato pubblicato in: Linda Bimbi, Tanti piccoli fuochi inestinguibili. Scritti sullAmerica Latina e i diritti dei popoli, Nova Delphi Academia, Roma 2018, pp. 176-181.

16 E. Ongaro, Nel vento della storia, cit., p. 222.

17 Rete Radié Resch. Solidarietà per la liberazione, cit., p. 41.

18 E. Masina, Lettera, 9 novembre 1993. Il testo, pur non iniziando rivolgendosi agli amici della Rete, è comunque rivolto a essi, sia per il richiamo al sostegno dato ai militanti latinoamericani sia perché si conclude con il consueto congedo delle lettere circolari: Un saluto affettuoso e riconoscente dal vostro Ettore Masina.

Cosa sanno gli italiani del Treno Alta Velocità Torino-Lione? Ah no, scusate, del “treno trasporto ad alta intensità di merci” Torino–Lione?

Come, non lo sapevate che è questa in realtà la natura del progetto. L’alta velocità (di trasporto passeggeri) è servita a eccitare la fantasia di quegli italiani, tanti sia destra che a sinistra, ammaliati dal mito del Progresso e dello Sviluppo. Alta intensità di trasporto merci che richiede binari diversi, atti a sopportare grandi carichi, rispetto a quelli per l’alta velocità dei treni passeggeri. Due cose fra loro incompatibili sullo stesso binario.

Ho scritto “progetto” e non “realizzazione in corso”. Anche qui l’informazione corrente ha confuso le idee. Sospendere un “progetto” è ben diverso, dal punto di vista finanziario, che sospendere dei lavori in corso, specie se già avanzati. A parte una serie di lavori accessori, fra i quali il tunnel geognostico di Chiomonte (6 mt di diametro e 7 km di lunghezza; sul significato di questa parola oscura tornerò), nessuna opera di scavo del tunnel è stata fino ad oggi appaltata (sta per esserlo, però) e quindi in caso di cancellazione non c’è nessuna penale da pagare, a nessuno, né alle imprese, né alla controparte francese, solo 500 milioni di euri all’Unione Europea, nulla rispetto ai tanti miliardi per la realizzazione di un progetto inutile, che verrebbero gettati al vento (o meglio, in conti correnti bancari ben precisi).

Inutile trasportare le merci? Ma lo sviluppo, il PIL? Allora iniziamo a vedere meglio le cose.

L’idea di una nuova linea ferroviaria Torino-Lione nacque all’inizio degli anni ’90 del secolo passato nei salotti di casa Agnelli, i grandi patron di Torino. Cioè quasi trent’anni or sono. Coi tempi che corrono 30 anni sono un’eternità. Si prevedeva un ingente aumento di traffico merci con la Francia per cui la linea ferroviaria esistente sarebbe stata presto saturata (ma nessuno ha mai visto le carte su cui era basata la previsione: solo discorsi, non studi circostanziati).

E in 30 anni succedono molte cose: il traffico merci totale con la Francia è rimasto praticamente costante, e quello sulla linea ferroviaria è diminuito, anche perché nel frattempo è stata costruita una nuova autostrada che percorre la Val di Susa, sfregiandola ulteriormente. Ma di questo parlerò nella seconda parte di questo excursus.

Il voto del Consiglio comunale di Torino che il 29 ottobre scorso ha bocciato il TAV Torino-Lione, decidendo il ritiro del Comune dall’Osservatorio ufficiale sul TAV, opera “non importante”, è stato il detonatore che ha innescato uno scontro politico di alto livello che, per essere ben compreso, è bene venga affrontato sapendo un po’ di cose che i media non raccontano (o raccontano male, salvo lodevoli eccezioni).

Dopo la manifestazione pubblica SI TAV del 10 novembre a Torino, città epicentro dello scontro, organizzata dalla locale Confindustria, alla quale si dice abbiano presenziato 25mila persone, ora scende in campo la Confindustria nazionale che ha deciso di riunirsi in seduta straordinaria lunedì 3 dicembre in questa città alla presenza di tutti i presidenti delle associazioni e delle categorie che ne fanno parte.

Confindustria ha così deciso di schierare il suo ingente potenziale di fuoco contro la sindaca Appendino e sui suoi sostenitori e di conseguenza anche contro il Movimento 5 Stelle e lo stesso governo giallo-verde, sperando di ottenere la dissociazione della componente leghista da quella stellata per farlo quindi affondare. Questo perché la posta in gioco è altissima e non è limitata al famigerato TAV ma all’ideologia stessa delle Grandi Opere. E alla grossa “torta” di 280 miliardi che è in gioco nel complesso delle Grandi Opere previste, prima di sbloccare o rifinanziare le quali il governo ha meritoriamente costituito un comitato di esperti per valutare per ciascuna di esse il ropporto costi/benefici.

Non mi illudo che la Commissione possa lavorare senza forti ingerenze politiche. E comunque la relazione dei tecnici non sarà decisiva perché la decisione finale spetterà ai politici. E in realtà possono essere ragioni di forte valore sociale che in casi eccezionali possono mettere in secondo piano l’analisi costi/benefici. Ma questo, per essere giustificato, richiederebbe una classe politica lucida e preparata, cosa che non è evidente al momento.

Torniamo all’Assemblea di Confindustria. Il Sole – 24 Ore del 19 novembre scrive che questa È, infatti, il segnale della compattezza della confederazione e di tutto il mondo produttivo a difesa di un’opera, la Tav Torino-Lione, la cui utilità strategica non riguarda solo il Piemonte, ma il Paese intero.

Per l’ennesima volta le elite scambiano il tutto con la parte, la loro, che è l’unica a trarre vantaggio da questa opera innecessaria ed anzi deleteria finanziariamente e ambientalmente, come ormai è stato chiaramente dimostrato in varie sedi, tanto che il governo francese, pressato dal parere ripetutamente negativo dell’equivalente d’oltralpe della Corte dei Conti italiana, ha rinviato la costruzione della tratta francese agli anni ’30 del presente secolo. Cioè probabilmente mai. Ma su questo tornerò poi.

L’organo confindustriale prosegue: la prossima assemblea si collega idealmente, come ci fanno notare alcuni imprenditori, alla manifestazione torinese del 10 novembre, con i quasi 40mila (ma non erano 25mila?) cittadini in piazza a sostegno delle stesse ragioni. I due appuntamenti – al di là di qualsiasi coloritura politica […] esprimono chiaramente la reazione della società civile nei confronti di una certa politica all’insegna della “decrescita felice”.

Di nuovo, parlando di “reazione della società civile”, si confonde il tutto con la parte, perché il Consiglio comunale torinese che ha emesso il fatidico verdetto contro il TAV è quella che ha vinto le elezioni comunali, fino a prova contraria. Ma per le elite del potere fattico i rappresentanti eletti dal popolo rappresentano gli elettori quando decidono cose a loro gradite e rappresentano solo se stessi quando invece queste sono sgradite.

Il voto del 29 ottobre ha fatto venire allo scoperto il partito latente del PIL, come rileva il servizio di uno dei principali cronisti de Il Corriere della Sera, Dario Di Vico, nell’edizione del giorno successivo al voto, avente per titolo appunto Segnali dal partito del PIL. Stralciamo alcune frasi:<<… il partito del PIL si è fatto sentire in maniera compatta per contrastare decisioni prese dal governo o dalle amministrazioni comunali …… i presidenti di una dozzina di associazioni imprenditoriali da una parte e un presidio sindacale della Fim.Cisl dall’altra hanno marcato la loro presenza (…) e hanno mostrato come la pensino le imprese e il lavoro. …… Il partito del Pil comincia ad averne abbastanza>> (dopo il no del Consiglio alle Olimpiadi Invernali del 2024 e alla riunione a Torino del G8. Personalmente applaudo!).

“Partito del Pil”, quindi, contro partito della “decrescita felice”. Un nuovo partito politico, quello del PIL, o solo una coincidenza temporanea di interessi (alcuni veri, quelli dell’elite, e altri presunti erroneamente tali)? E chi lo compone? Ce lo dice un giornale più ‘sbarazzino’ rispetto ai due serissimi giornali prima citati, cioè Il Fatto Quotidiano che scrive: … si rivedono insieme Pd e centrodestra, associazioni imprenditoriali (soprattutto industriali, costruttori e artigiani) e sindacati dei lavoratori edili (Feneal Uil, Filca Cisl e Fillea Cgil).

Ma, mi perdonino quelli de Il Fatto, c’è qualche dimenticanza ed una è particolarmente grave, la ‘ndrangheta, presente in tutte le Grandi Opere e specializzata in particolare nei movimenti di terra (e dalla tratta italiana del tunnel lungo complessivamente 57 km, di terra da trasportare ne uscirebbe tanta!). Essa è ben presente in zona grazie al lontano confinamento in Val di Susa di un suo affiliato (Rocco Lo Presti, 1963). Le cronache giudiziarie ci danno ampie notizie di questa oscura presenza in Val di Susa (oltre 50 morti di ‘ndrangheta nelle ultime decadi dello scorso secolo) e ci ricordano che quello di Bardonecchia è stato il primo consiglio comunale del centro-nord sciolto per ‘mafia’ (1995).

Come si vede, lo schieramento è complesso, e anche innaturale. E naturalmente comprende, come già detto, gli inconsapevoli ammiratori dell’equazione Grandi Opere = Progresso e Sviluppo. Ma mi fermo qui rimandando l’approfondimento del tema TAV Torino-Lione alla prossima seconda parte, importante perché se apparirà chiara la non strategicità dell’opera e se si evidenzieranno le diseconomie e il malaffare ad essa legate, può essere legittimo il dubbio che tutto il marchingegno disinformativo qui impiegato probabilmente è all’opera anche per glorificare alcune delle altre grandi opere oggi in ballo.

Qual è lo stato di salute della Grandi Opere nel mondo?

Prima di chiudere, un cenno allo stato di salute delle Grandi Opere nel mondo, perché è utile sapere che non è eccellente. Una sintesi non esaustiva è reperibile in un articolo a firma Ketty Schneider e chiosato da una valente scienziata italiana, Elena Camino, collaboratrice del Centro Studi Sereno Regis di Torino. Il titolo è: I progetti infrastrutturali di grandi dimensioni stanno fallendo a ritmi crescenti e lo potete trovare cliccando qui: serenoregis.org/…/i-progetti-infrastrutturali-di-grandi-dimensioni-stanno-fallendo-a-rit .

Apprendiamo così che negli ultimi 10 anni gigantesche Grandi Opere di varia natura e in vari paesi hanno fatto flop: o per le opposizioni delle popolazioni coinvolte, o per errore di progettazione ( ad es. errata valutazione dello stato del terreno o del riempimento dei detriti depositati nel caso di dighe, sottovalutazione di rischi di terremoti o alluvioni etc), abnorme lievitazione dei costi, superamento tecnologico nel corso dei lunghi anni spesi fra progettazione e realizzazione etc. E’ di ieri la notizia che il governo neoliberista canadese ha cancellato la realizzazione di un grande oleodotto data la strenua opposizione delle popolazioni dei territori attraversati. Le opere che hanno ‘floppato’ riguardano dighe, miniere a cielo aperto, oleodotti, gasdotti, deviazione di corsi d’acqua, autostrade, linee ferroviarie, aeroporti…….

Grandi Opere che falliscono sempre più spesso trascinano nel baratro anche i relativi costruttori. E’ accaduto per due dei più famosi costruttori di impianti nucleari, la Westhinghouse (USA) e la Toshiba (J), rimaste impigliate nel gorgo della lievitazione dei costi per rendere “più sicuri” gli impianti in costruzione, dopo lo sfortunato e tuttora irrisolto incidente alla centrale nucleare giapponese di Fukushima, le cui acque radioattive continuano a fuoriuscire allegramente nel Pacifico fino a giungere sulle coste statunitensi. E’ di queste settimane la richiesta di ammissione al concordato preventivo della Astaldi, la terza grande impresa italiana di costruzione di Grandi Opere, che però non ha dismesso la propria natura predatoria fino alla fine, complici altre consorelle. Da Il Fatto Quotidiano di oggi (24 nov., pag. 15): “Delitto perfetto. I bond emessi dal costruttore, che ha chiesto il concordato, erano destinati a grandi costruttori. Che però li hanno rivenduti per 250 milioni ai piccoli: ora perdono fino all’80%.

Ecco perché la prova di forza della Confindustria del prossimo 3 dicembre trascende il caso singolo del TAV in Val di Susa ed è in difesa, senza sé e senza ma, di un sistema gigantesco di interessi spesso illegittimi. Cancellare il TAV significa aprirvi, anche in Italia, una prima significativa crepa. Da che parte stare?

Il 3 dicembre i poteri forti riuniti nella Confindustria nazionale, spalleggiati da ben precise forze politiche e da quella parte di società civile purtroppo favorevole al partito del PIL, hanno messo in campo tutti i loro argomenti a favore del TAV.

“Sarà la marcia dei centomila” (P.Griseri – La Repubblica del 30.10)

L’8 dicembre saranno i NO TAV a portare in piazza i loro. Non sbagliamoci, non è uno scontro “localistico” bensì il confronto, indiretto, di due diverse concezioni della politica, due visioni della democrazia e della vita sociale. Le due immagini che seguono sono eloquenti: la gente da un lato, i salotti ovattati del potere dall’altro (un consiglio a Fassino: cambi il suo consulente di immagine su face book). In realtà quello qui illustrato è il salotto dei feudatari del vero potere, che ama meno mostrarsi in forme così banali e che a Torino ha un nome ben preciso, la sempre più cosmopolita famiglia (fu) Agnelli.

Sui motivi per cui la tratta Torino-Lione del Corridoio europeo n.5 non è sostenibile già abbiamo detto e comunque il documento che potete vedere sul documento è esemplare per sinteticità e chiarezza. Se la Francia non riprenderà il discorso fino al 2038 (dico duemilatrentotto!), perché affrettarsi tanto per scavare un tunnel che sboccherebbe nel nulla? L’unica opera accessoria ad oggi realizzata è la galleria geognosticoa di Chiomonte[1]), e i lavori di scavo del tunnel ferroviario non sono ancora stati appaltati. Del resto, come leggerete in fondo, quello che interessa ormai è scavare il tunnel, non il TAV.

La testimonianza di un cittadino della valle, che ho letto in questi giorni sul web, mi pare apportare nuovi elementi per una narrativa più aggiornata. Forse anche voi comprate sul web oggetti che vengono consegnati in 24 o 48 ore da trafelati conduttori di furgoni.

C’è anche un’altra questione, ancora sottovalutata nei suoi effetti dirompenti sul sistema trasportistico italiano, che dimostra come la Torino Lyon sia ormai fuori tempo massimo rispetto all’evoluzione del trasporto delle merci: le due statali valsusine, così come altre direttrici di traffico, sono sempre più percorse, sette giorni su sette, da decine di camioncini con targa polacca o rumena con una capacità di carico compresa tra i 15/18 quintali che guadagnano quote di traffico a danno dei TIR ed anche del trasporto ferroviario che, in Italia, manca di una logistica efficiente.[2] E’ un modello di trasporto, su scala internazionale, che risponde alle nuove e ormai consolidate esigenze produttive delle aziende, che hanno abolito o comunque ridotto il deposito nei magazzini e che hanno quindi necessità di un continuo e flessibile rifornimento ad hoc (che il trasporto ferroviario non può garantire) dei pezzi o materiali per le necessità produttive, e anche per il rifornimento delle attività commerciali di media o grande dimensione.

E c’è un altro motivo dietro l’irreversibile affermazione di questo modello di trasporto: i bassi costi per le retribuzioni degli autisti calcolate su parametri dei Paesi dell’Est, pernottamento degli stessi sul mezzo e pasti consumati lungo la strada, la non percorrenza delle autostrade a pagamento, la possibilità di circolare nei giorni festivi quando sono invece fermi i mezzi più pesanti, il non uso del cronotaghigrafo e quindi, a discapito della sicurezza, la possibilità di guidare anche 14/18 ore giornaliere.[3]

Ed ora inoltriamoci lungo le utopistiche vie del potere: il Corridoio ferroviario europeo n.5.

 

Il corridoio ferroviario europeo n.5

Un progetto ambizioso di trasporto merci e persone quello dell’Unione Europea denominato “corridoio ferroviario europeo n.5”: da Lisbona, in Portogallo, a Kiev, in Ucraina, lungo 3335 Km. Sulle ragioni di questo corridoio ferroviario, in un numero de Il Sole – 24 ore del 2007, certamente memorizzato da Fassino come vedremo, si legge:

Corridoio 5, arteria a rete multimodale, appartiene ad uno dei grandi assi ferroviari ed autostradali che l’Unione Europea si è impegnata a realizzare e collegherà Lisbona a Kiev, assegnando all’Italia un ruolo strategico rispetto al processo di integrazione verso quei Paesi che dal 1° maggio 2004 sono entrati a far parte dell’Unione Europea. […] Il “Corridoio 5”, partendo da Venezia (ma allora Lisbona, Lione e Torino? nds) raggiunge Trieste, prosegue per Lubiana, capitale della Slovenia, avanza fino a Budapest, per poi valicare il confine dell’Ucraina attraverso L’vov; l’ultima fermata rappresentata da Kiev. Il suo sviluppo è di 1.600 km (da Venezia o da Trieste?, ma è un dettaglio insignificante) […]. Il corridoio 5 porterà alla formazione di un vasto spazio economico di 500 milioni di persone. Inoltre, coi mercati dell’Est in piena espansione, gli scambi tra est e ovest acquisteranno pari se non superiore rilevanza rispetto a quelli nord-sud. Consapevole di ciò, l’Ue ha individuato nove corridoi stradali e ferroviari che protendono verso l’Est la rete transeuropea di trasporto. […] All’urgente necessità per l’Italia di un collegamento rapido, per merci e passeggeri, coi Paesi dell’Europa centro-orientale, risponde appunto il Corridoio 5, che partendo da Trieste arriva sino a Kiev in Ucraina.

Il percorso del corridoio 5 è un ibrido: certe tratte sono progettate per trasporto ad alta intensità di merci (ad es. la Lione-Torino), altre per alta velocità passeggeri. A parte che il giornalista non ha ben chiaro se il Corridoio 5 inizia a Lisbona, Venezia o Trieste, una prima cosa è certa da tempo: il Portogallo nel 2012 ha (ragionevolmente) rinunciato alla tratta sul suo territorio per motivi economici. Quindi la linea partirebbe dalla Spagna (Algeciras). Sorvoliamo sugli scandali per corruzione che si sono verificati in questo paese nella costruzione delle linee TAV e sui problemi, non risolti, dell’attraversamento dei Pirenei. Un’altra cosa è certa: anche la Slovenia ha rinunciato alla sua tratta. Anzi, per alcuni anni, aveva sospeso addirittura ogni transito ferroviario dall’Italia. Addio sbocco nel mercato favoloso dei paesi dell’Est!

In Italia, oltre il traforo, abbiamo altri due problemi, che sul piano progettuale non sono chiariti: l’attraversamento con gallerie sotterranee di Torino e di Vicenza, zone densamente abitate. Queste gallerie fra l’altro interferirebbero necessariamente con le falde acquifere: problema assai delicato. L’attraversamento appenninico fra Firenze e Bologna ha già fatto i suoi danni alle relative falde acquifere, portando un extralavoro ai tribunali, ed altrettanti ne minaccia il futuro attraversamento in sotterranea di Firenze. L’esperienza non insegna. Ma torniamo al Corridoio 5.

 

Binario morto” e “Dove sono le ragioni del sì”

Due solerti giornalisti, Andrea de Benedetti e Luca Rastello, nel marzo 2012 hanno deciso di percorrere in treno il tragitto da Lisbona a Kiev per vedere lo stato di avanzamento dei lavori. Ne è uscito un libro il cui titolo è significativo: Binario Morto. Un piacevole libro di avventure di viaggio oltre che una verifica sul campo. Un’altra lettura raccomandabile (facile e veloce, ed anche economica: 96 pagg. e 10 E ben spesi), ci informa in modo chiaro quale sia lo stato di asservimento e vacuità del giornalismo italiano ed anche della classe politica italiana. Il libro ha per titolo Dove sono le ragioni del sí. La “Tav in Val di Susa” nella società della conoscenza. E’ il sobrio resoconto di Antonio G. Calafati, docente di Analisi delle politiche pubbliche (http://calafati,univpm.it), di un’esercitazione condotta coi suoi studenti universitari alla ricerca sui media delle “ragioni del sì”, esposte da grandi firme del giornalismo nostrano.

Dopo due mesi di lettura in aula dei tre “giornaloni” nostrani (“Il Corriere della Sera”, “La Repubblica” ,“La Stampa” ) la situazione è disarmante: sotto i titoli roboanti, introvabili le ragioni del sì!

Commenta Calafati:

«L’ho scritto, nel modo più semplice che ho potuto, anche per dare un sostegno morale a quei lettori che si sentono sopraffatti dall’autorevolezza dei giornalisti, da editoriali e corsivi ai quali non sanno dare un significato, che non capiscono, che cercano di capire. Spero di rincuorarli, mostrando che in molti casi non c’è nulla, proprio nulla da capire. […] … cercavamo delle ragioni razionali, dei ragionamenti con un contenuto empirico, ipotesi chiare e falsificabili, qualche dato per corroborarle. Abbiamo invece trovato i primi, abbozzati elementi di una “mistica” delle infrastrutture».

 

La resistenza di una valle contro il TAV

E’ riassumibile in poche parole: “Due statali, un’autostrada, una ferrovia, due elettrodotti: che cosa ci vogliamo ancora mettere?” risponde un valligiano al sociologo Marco Augé (Fuori dal tunnel. Viaggio antropologico nella Val di Susa). “Di base si vuole salvaguardare il territorio, perché la valle è ormai considerata un tubo di passaggio” ribadisce un parroco. Un tubo di passaggio in una valle che in alcuni tratti è larga appena 2 km!

Da non dimenticare: nella roccia da scavare, come è stato appurato, ci sono asbesto (ovvero amianto: vi dice nulla la parola mesotelioma?), e uranio. Dal punto di vista tecnico nessun problema. Neppure da quello etico.

Questo brano del dialogo telefonico registrato fra due imprenditori impegnati nello scavo del Terzo valico sulla direttrice Torino-Genova è significativo sugli effetti dell’amianto:

Imprenditore A, riferendosi agli operai che lavorano ogni giorno nelle zone più esposte: «Il primo che si ammala è un casino».

Imprenditore B: «Tanto la malattia arriva fra trent’anni…»[4].

Scavare il tunnel ha come conseguenza, almeno per la parte italiana, un traffico attraverso alcuni paesi della valle per alcuni anni di centinaia di camion al giorno trasportanti la terra di scavo, che oltre a tracce di queste sostanze lasceranno sulle strade anche una scia delle pericolose polveri M 5 e M 25.

Ma che tipo di resistenza hanno manifestato i valligiani che, non tutti certo, sono contrari al TAV? La risposta è intrigante, degna appunto di una riflessione sociologica come quella di Augé. Una resistenza che, nonostante i resoconti dei media, è stata esemplare e raramente è trascesa in violenza. Violenza in risposta ad altra violenza. In ricordo di Genova (2001), dove i micidiali gas lacrimogeni mi eccitarono al punto che se avessi avuto un bastone fra le mani lo avrei usato senza autocontrollo, ho comprato in valle una maglietta con una scritta significativa: “Isolare i violenti! … ci abbiamo provato, abbiamo anche fatto delle barricate, ma loro hanno lacrimogeni, manganelli, idranti … Non è facile”.

Un inciso: la nuova legge sulla sicurezza, ora in discussione al Parlamento, se non subirà modifiche prevede nel caso di partecipazione a blocchi stradali fino a 12 anni di carcere … Inaccettabile! Sicurezza per chi?

Nella valle la cultura della resistenza ha una lunga storia alle spalle, che risale nei secoli. Di qui passarono gli ‘eretici’ valdesi fuggendo le persecuzioni, e di qui tornarono. Una cosa mi ha colpito il 25 aprile del 2013 ad Avigliana, dove assistevo alla locale celebrazione della Resistenza: non ebbi la sensazione di un rito formale bensì di un sentire tuttora vivo, forse rinnovato dalla lotta contro il TAV. Scrive Augé: “… la memoria collettiva della Resistenza, in Val di Susa trova un parziale ricambio generazionale, che ne tiene vivo il ricordo, perché funzionale al contesto del presente”.

Ma non solo, credo. C’è altro in valle, dove mi hanno parlato ad es. di Achille Croce, un valligiano innamorato dal pensiero di Gandhi, la cui azione ha lasciato tracce perduranti. Fu dovuto alla sua influenza quanto accaduto nelle Officine Moncenisio di Condove: <>. (Augé, pag. 26).

Una valle quindi ricca di fermenti culturali che aiutarono la resistenza NO TAV a evitare la fisionomia “localistica”, del tipo Nimby (“non nel mio cortile”), ma a trasformarsi in una seria riflessione sul modello di civiltà che ha una delle sue espressioni più significanti nelle Grandi Opere.

«Ciò che sta accadendo in Val di Susa va al di là della semplice opposizione al tunnel ferroviario. Da un lato colpisce la notevole competenza su temi ambientali, acquisita e condivisa da gran parte degli abitanti della valle e in particolare della bassa valle. Competenza dovuta appunto non solo a manifestazioni di piazza, ma anche e soprattutto a assemblee e conferenze tematiche e a informazioni ottenute dalla rete». (pag.208).

Un esempio che ha trovato un riflesso in varie resistenze più recenti in altre zone d’Italia: No Tap in Salento, No Muos in Sicilia. No Triv in Basilicata e altre ancora, accompagnate tutte, in modo più o meno elaborato, da molti Sì alternativi.

Usciamo dalla Valle e scendiamo a Torino.

 

Un oltraggio al futuro di Torino ?

«Un oltraggio al futuro di Torino, delle imprese, dei lavoratori. È un colpo basso per il territorio e per le sue speranze di ripresa. È la dimostrazione della ottusità di chi sta governando questa città e questo Paese. Non possiamo stare a guardare la distruzione del nostro futuro e ogni iniziativa sarà messa in campo per impedirlo».(dal blog di Piero Fassino)

La oltraggiante principale è ovviamente la sindaca Appendino, autrice di ben tre NO: alle Olimpiadi del 2024, al G 8, al TAV.

Vediamo meglio. E’ ben noto come il duo Ellkan (Agnelli)/Marchionne abbia trasferito all’estero la capitale della Fiat, oggi FCA. Riprendiamo dal puntuale documento citato sopra che ci ha informato dei camioncini con targa esteuropea in valle:

all’oggi dove la FIAT non ha più il centro produttivo a Torino ma negli USA, le autovetture sono principalmente costruite all’estero, FCA paga le tasse in Inghilterra ed ha la sede legale in Olanda e il nuovo manager Manley concluderà, con minori problemi d’immagine di Marchionne, l’operazione di rendere sempre più periferico il comparto auto italiano a cui, malgrado i forti utili (divisi tra gli azionisti) rimangono da anni e in particolare a Mirafiori cassa integrazione (a carico dell’INPS), contratti di solidarietà e nessun concreto progetto produttivo.

E’ degli scorsi giorni la vendita della Magneti Marelli ai giapponesi per 6,2 miliardi di euro e già si parla di cessione anche della COMAU, la fabbrica di robotica industriale, centrale per le catene automatizzate di produzione. Un impero in smobilitazione dunque.

Di questo si tace e si urlano invece i 3 NO dell’Appendino che “hanno oltraggiato Torino!”. Vediamoli da vicino:

– primo NO a Torino come sede delle olimpiadi del 2026. Molte le città che stanno rifiutando di ospitare le Olimpiadi: Amburgo, Boston, Toronto, Budapest …. Ci sarà un perché? L’immane debito che si lasciano dietro, con i consuntivi tripli, quadrupli o più rispetto ai preventivi. Torino è la città col più alto debito pro-capite (3.500 E), al quale pare abbiano contribuito le olimpiadi invernali del 2006. Debiti che sono pubblici, mentre i guadagni (hotel, ristoranti etc) sono privati.

– Secondo NO (veniale) a Torino come sede del G 8 2017 in città (dirottato a Venaria). Sabato e domenica prossimi ci sarà il G 20 a Buenos Aires: trasferiti nella capitale 20mila poliziotti … e la ministra degli interni ha raccomandato agli abitanti di passare il week-end fuori città. Ricordate Genova 2001?

– Terzo NO : al tunnel e al TAV

Termino il riferimento ai personaggi della vicenda con il tris d’assi del mazzo PD Fassino-Chiamparino-Bresso, che negli anni passati si era alternato al vertice di amministrazione comunale e regionale. Fassino aveva fatto suo il sogno dell’Oriente:

«La comunicazione con l’est europeo è strategica e Trieste è la porta di ingresso in Oriente […] L’Europa dell’est sarà il nostro Eldorado, e un sistema di trasporti verso quell’area è indispensabile […] L’alternativa sarebbe quella di chiudere la vocazione industriale di Torino in una logica industriale senza sbocchi».

Un malevolo sito riporta scrupolosamente tutte le previsioni sbagliate di questo che è stato anche segretario nazionale del suo partito. Non infierisco.

A cancellare la vocazione industriale della città però ci aveva già pensato Marchionne buonanima, fra una partita di scopone e l’altra con Chiamparino (riferisco soltanto) il quale, dimentico di appartenere al partito che aveva ignorato il risultato del referendum nazionale sull’acqua, ora reclama a gran voce il referendum sul TAV. Per chi vuol sapere di più sulle parole a ruota libera del tris d’assi rimando al libro già citato di Calafati.

Un’ultima nota su Paolo Foietta, commissario straordinario per la TAV, il quale sparge disinformazione a piene mani. Leggo su Il Fatto Quotidiano del 30 ottobre:

«I costi di uno stop per il paese saranno di oltre 4 miliardi contro i 2,9 previsti per realizzare l’opera».

I 4 sarebbero per le penali, invece inesistenti. E i costi preventivati per l’opera, solo 2,9? Strano il silenzio della commissione anti- fakenews che si diceva operante presso la Presidenza del Consiglio?

Evidentemente Foietta sta parlando del solo scavo del tunnel. E barando sui numeri.

Per i costi dell’intera opera, le cifre sono veramente ballerine. Fra i vari conteggi, per chiarezza complessiva dell’esposizione, faccio riferimento all’intervista fatta da Chiara Carovani per Altraeconomia all’ing Alberto Poggio:

CC – Oltre al tunnel esplorativo che cosa abbiamo della tratta dopo 27 anni di progetti e oltre 1 miliardo euro già speso?

AP – Nemmeno un metro. Dovrebbe essere lunga 270 chilometri da Torino a Lione, e costituita da tre tronconi: la sezione italiana, quella transfrontaliera e quella francese. […] Se, come sembra dagli ultimi orientamenti politici, le tratte nazionali non saranno realizzate, il tunnel sarà collegato alle ferrovie già esistenti. Pertanto sarebbe un’opera sostanzialmente inutile perché non si avrebbe incremento della capacità di trasporto lungo il percorso ferroviario Torino Lione, che rimarrebbe pari a quelle delle linee attuali.

CC Come sono ripartite le spese?

AP Dunque, quelle previste ammontano a 8,6 miliardi per il Tunnel di Base, più le tratte nazionali che possiamo stimare a 4,4 per l’Italia, più 2 miliardi, causati da una variazione al progetto che ha fatto ricadere sulla tratta nazionale italiana un pezzo di quella frontaliera. La Corte dei Conti francese ha stimato, nel 2012, un costo totale dell’opera pari a 26,1 miliardi di euro, quindi con una spesa per la Francia di 11 miliardi. Ma è importante dire che dei 57,5 chilometri solo 12,5 sono in Italia e il resto ricade sul territorio francese, ma le spese sono ripartite al 58% all’Italia e 42% alla Francia. Perché nei primi accordi nel 2004 la Francia si lasciò convincere solo a fronte della promessa italiana di sostenere la quota maggiore delle spese.

CC L’Europa come partecipa?

AP La partecipazione definitiva alle spese da parte dell’Europa non è ancora stata deliberata. Sarà oggetto di discussione dopo il 2020 e potrà arrivare al massimo a coprire il 40% sul costo del solo Tunnel di Base, meno del 13% sull’intera Torino-Lione. […]

Un’avvertenza. Anni addietro un amico, responsabile progetti di una grande industria chimica italiana, mi disse fra il serio e il faceto: quando l’opera che mi danno da valutare è particolarmente complessa e la realizzazione è lunga nel tempo, per sicurezza io moltiplico i dati presentatimi per π (pi greco=3,14).

ALDO ZANCHETTA – SOLLEVAZIONE (La crisi, il conflitto, l’alternativa)


NOTE
[1] Il tunnel geognostico di Chiomonte, lungo 7 km, è oggi ultimato. Esso è servito per conoscere la struttura del Moncenisio nel cui ventre dovrebbe essere scavata la nuova galleria di passaggio del TAV (che, ripetiamo, TAV non è) Torino-Lione. Esso servirebbe anche come accesso al cantiere del tunnel di base e, successivamente, come condotto di ventilazione, manutenzione e via di sicurezza. L’investimento è du 173 milioni di euro. Sull’affidamento dei lavori di scavo sembra ci sia stata qualche manfrina. I lavori hanno avuto come capofila la Cooperativa Muratori e Cementieri di Ravenna, di cui all’epoca era presidente Pierluigi Bersani (riferisco, non affermo).
[2] Per inciso, l’argomentazione, a prima vista razionale, che la nuova ferrovia avrebbe ridotto il traffico merci su TIR nella valle, si è dimostrata errata. Infatti sulla attuale linea viaggiano carri attrezzati per ricevere i TIR, ma come già detto, essa è largamente sotto-utilizzata anche dai TIR, per motivi che sarebbe lungo esporre qui.
[3] https://emergenzacultura.org/…/giovanni-vighetti-tav-quello-che-i-media-non-dicono
[4] Inchiesta Terzo valico, intercettazione choc: “C’è l’amianto? Tanto la malattia arriva fra trent’anni – chocwww.lastampa.it/2017/…/inchiesta-terzo-valico-intercettazione-choc

Salete Ferro, brasiliana del Sud, vive ormai da più di 18 anni nello Stato di Roraima, situato nell’estremo Nord del Brasile dove, insieme con donne migranti, ha dato vita a Rorainopolis, un municipio di 40.000 abitanti posto sulla strada che collega Manaus a Boa Vista, a un progetto di produzione di sapone, costituitosi in Cooperativa nel 2014.

Questo progetto è di estrema importanza sociale perché, oltre a generare reddito, recupera le antiche tradizioni culturali e valorizza l’immenso patrimonio di biodiversità dell’Amazzonia, nel rispetto dell’ambiente. Oltre a lei tre donne della Cooperativa presentano il loro grado di soddisfazione per far parte di un progetto che genera reddito per le loro famiglie, che prevede momenti di formazione anche tecnica e rafforza la loro autostima. E, infine, il sapone prodotto è di qualità, come il sapone di andiroba (frutto dell’omonima pianta dell’ Amazzonia). Guarda il:

 Video

 

MESSAGGIO DELL’ASSEMBLEA PLENARIA STRAORDINARIA DEL CENCO

DAL 20 AL 22 NOVEMBRE 2018

ELEZIONI CREDIBILI PER UNA REALE ALTERNANZA DEMOCRATICA

Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, quello che porta alla pace! Ma ora è stato nascosto ai tuoi occhi”. (Lc 19:42)

1.Un mese prima delle elezioni, noi cardinali, Arcivescovi e Vescovi, membri della Conferenza Episcopale Nazionale del Congo (CENCO), ci siamo riuniti in via straordinaria in assemblea plenaria a Kinshasa dal 20-22 Novembre 2018 per gli una valutazione del processo elettorale .

2.Fedeli alla nostra missione profetica, noi, come Pastori e Congolesi, vogliamo dare il nostro contributo allo svolgimento di elezioni libere, trasparenti, credibili e pacifiche.

3.Popolo congolese, abbiamo camminato insieme dall’accordo di Capodanno del 2016 per organizzare elezioni libere che aiuteranno il nostro paese a uscire dalla crisi. Valutiamo insieme questo processo elettorale. Dove siamo? Cosa dobbiamo fare per realizzare una reale alternanza democratica per il nostro paese?

RISULTATI

4.Prendiamo atto della crescente determinazione del governo e della CENI a tenere le elezioni il 23 dicembre 2018, in conformità con il calendario elettorale. Nonostante le divergenze di opinione su alcuni punti importanti del processo, tutti i partiti e i gruppi politici sembrano determinati a recarsi alle urne.

5.Mentre la campagna elettorale è iniziata, persiste la mancanza di consenso, compreso l’uso o meno della macchina per il voto e l’affidabilità della scheda elettorale. Inoltre, altri compatrioti dubitano ancora della possibilità di organizzare delle buone elezione nella data indicata.

6.L’accordo di capodanno ha posto fine alla distensione del clima politico sul quale siamo spesso tornati. Come potete vedere, finora alcuni oppositori politici sono ancora in prigione o in esilio.

7.La libertà di manifestazione non è ancora un risultato per tutti. La recente violenta repressione della dimostrazione degli studenti dell’Università di Kinshasa che ha causato tre morti è un esempio di ciò. Va anche sottolineato che l’accesso ai media pubblici non è equo.

8.Osserviamo anche che, contrariamente alle disposizioni di legge, gli agenti territoriali e amministrativi, dai ministri ai capi dei villaggi, sono costretti a battersi per una singola tendenza politica; e i mezzi dello stato sono requisiti e resi disponibili per un’unica piattaforma politica. Questo consacra l’ineguaglianza di opportunità, il che è inaccettabile nella competizione democratica (vedi Legge sulle elezioni, Articolo 36).

9.In diverse occasioni abbiamo chiesto di garantire la sicurezza in certe regioni determinate e ben definite afflitte da violenze ricorrenti, tra cui Kivu settentrionale e meridionale, Ituri e Tanganica. Purtroppo, i massacri continuano a Djugu (Ituri), come nella Città e del Territorio di Beni, dove ora ci sono almeno 2.000 morti e molti sfollati dall’ottobre 2013. L’insicurezza persiste in queste aree, nonostante l’arsenale militare schierato. Questa insicurezza, apparentemente pianificata, proietta sul nostro paese lo spettro della balcanizzazione.

10.A questo si aggiunge, da un lato, l’epidemia di Ebola nel territorio già danneggiato Beni e dall’altro, l’arrivo massiccio di nostri connazionali espulsi violentemente da Angola a dispetto del diritto internazionale , nelle province di Congo Central, Kasai, Kasai Central, Kwango e Lualaba.

11.Popolo congolese, ti consideriamo testimone. Questo tavolo ci consente di andare alle elezioni senza che i risultati vengano contestati? L’attuale clima socio-politico potrebbe condurci a “elezioni inclusive in cui tutte le parti interessate godono di pari opportunità e i cui risultati sono in realtà espressione della volontà della gente”? In queste condizioni, il nostro paese vivrà un’alternanza democratica che garantirà la legittimità di coloro che saranno chiamati a governarci? Pensiamo che non tutto sia ancora perduto, se abbiamo uno spirito patriottico e una volontà politica.

L’ALTERNANZA CHE VOGLIAMO

12.Ragazze e figli della Repubblica Democratica del Congo, le elezioni non sono un fine a se stesse. Saranno utili solo se siamo consapevoli di ciò che deve essere cambiato per l’avvento di un Congo più bello di prima. Ciò che è in gioco oggi è l’unità del nostro paese, l’integrità del nostro territorio nazionale, la giustizia, la pace e il miglioramento delle condizioni di vita della popolazione.

13.Come abbiamo sottolineato nel nostro messaggio del giugno 2017, il Paese sta andando molto male. La posizione congolese: “La corruzione, l’evasione fiscale, l’appropriazione indebita di fondi pubblici hanno raggiunto proporzioni preoccupanti a tutti i livelli. Un gruppo di compatrioti, chiaramente abusando del loro potere, ottiene enormi benefici economici a scapito del benessere collettivo “. La situazione socio-economica è peggiorata.

14.Sarete d’accordo con noi sul fatto che solo attraverso elezioni trasparenti saremo in grado di scegliere leader responsabili che possano garantire un nuovo modo di governare il nostro paese e aiutarci a costruire lo stato di diritto.

15.È in vista di questa alternanza che noi, i vostri Pastori, formuliamo le seguenti raccomandazioni per migliorare le condizioni delle elezioni che ci aspettiamo il 23 dicembre 2018.

RACCOMANDAZIONI

PER LE PERSONE CONGOLESI

16.Ricordiamoci che abbiamo pagato un prezzo pesante durante questo processo elettorale. Possa lo spargimento di sangue dei nostri compatrioti essere un fermento per un’alternanza salutare nel nostro paese. Dobbiamo onorare la loro memoria.

17.Questo è il momento di esercitare il nostro diritto di sovranità primaria per una nuova leadership in grado di porre al centro delle sue preoccupazioni il benessere del popolo congolese. È giunto il momento per un voto responsabile, cioè per scegliere uomini e donne che vogliono difendere il nostro paese; promuovere il bene comune; garantire le libertà fondamentali; per difendere i diritti umani. Abbiamo bisogno di leader che rispettino la legge fondamentale e la parola data; persone oneste e di buon carattere che non si appropriano delle risorse del paese. Fate attenzione ai corrotti e ai corruttori (confronta Salmo 94,20)

18.Vi mettiamo in guardia contro gli abili oratori e i venditori di illusioni che fanno promesse seducenti che non possono mantenere. Fate attenzione soprattutto a coloro che distribuiscono denaro e altri molteplici doni per acquistare i vostri voti.

19.CENCO non supporta alcun candidato, non ha un preferito da proporre. Libero da ogni vincolo, nell’anima e nella coscienza, che ognuno dia la sua voce alla persona ritenuta affidabile per il benessere di tutti. Rimanete vigili per non farvi rubare il nostro voto. Non cedete al tribalismo, al regionalismo, al favoritismo, a qualsiasi forma di clientelismo. Evitate la violenza per risolvere possibili dispute elettorali (vedi Mt 5,9). Il nostro paese ha sofferto più che mai di violenze di ogni tipo, ha bisogno di una pace duratura per la sua ricostruzione.

20.Se comprendiamo da dove viene la pace (vedi Lc 19,42), allora affrontiamo responsabilmente questo incontro della nostra storia.

21.A voi studenti e giovani compatrioti, la Nazione ha bisogno del vostro entusiasmo e del vostro coinvolgimento. Non siete solo il futuro del paese, siete presente. Un futuro brillante per la Repubblica Democratica del Congo non accadrà senza di voi (vedi 1Tm 4, 12).

 

ALLA CENI

22.Poiché è responsabile dell’organizzazione delle elezioni, le chiediamo di non stancarsi di lavorare per cercare il consenso sui punti di differenza; cercare di convincere piuttosto che vincere.

23.Riteniamo che sia ancora possibile trovare un consenso sull’uso o meno della macchina per il voto. Se l’uso di questa macchina è inevitabile, chiediamo alla CENI di rassicurare il popolo congolese che la macchina sarà utilizzata esclusivamente per l’identificazione dei candidati e la stampa di schede elettorali; per eseguire solo il conteggio manuale dei voti e per pubblicare i processi verbali in tutte le stazioni di spoglio e di conteggio nello stesso giorno. Altrimenti, screditerebbe i risultati dei sondaggi.

24.Per la credibilità delle elezioni, le spetta il compito di facilitare l’accreditamento e l’opera di testimoni, giornalisti e osservatori nazionali e internazionali nei seggi elettorali e centri di spoglio. Questo potrebbe aggiudicarsi la fiducia degli elettori e dei candidati.

AL GOVERNO

25.Non ci stancheremo di chiedere il completamento delle misure di contenimento politico come previsto nell’Accordo di Capodanno.

26.Per le elezioni pacifiche, spetta a quest’ultimo rafforzare ulteriormente il Kivu settentrionale e meridionale, l’Ituri, il Tanganyika e tutte le aree in cui infuriano i gruppi armati affinché la popolazione possa partecipare alle elezioni in pace.

27.Chiediamo di non utilizzare gli agenti e i mezzi dello Stato per la campagna di un candidato, un partito o una piattaforma politica.

28.È imperativo garantire la libertà di espressione e revocare il divieto di manifestazioni pubbliche. Questo è un fattore importante Per la credibilità delle elezioni.

29.Chiediamo la cura dignitosa ed efficace degli espulsi dall’Angola, dagli sfollati interni e dalle vittime dell’epidemia di Ebola, assicurando che la loro presenza non abbia un impatto negativo sulle urne.

 

AI CORPI GIUDIZIARI

30.Poiché hanno la nobile funzione di risolvere le controversie elettorali, chiediamo che considerino i migliori interessi della nazione e si lascino guidare unicamente dalla verità oggettiva e dalla fedeltà alle norme.

AI PARTITI E GRUPPI POLITICI

31.Li esortiamo a dimostrare un senso di responsabilità facilitando il consenso su punti di differenza; prendere sul serio la registrazione, la formazione e la cura dei testimoni.

32. Raccomandiamo di andare oltre lo spirito del posizionamento personale e privilegiando i migliori interessi della nazione e vietando l’incitamento alla violenza.

AI CANDIDATI

33.Raccomandiamo di condurre la campagna elettorale secondo le regole stabilite, in particolare quella degli oppositori politici che non devono essere considerati nemici, ma piuttosto compatrioti; convincere gli elettori della rilevanza dei programmi politici e non dei doni (vedi Ap 11: 18).

ALLA COMUNITÀ INTERNAZIONALE

34.Chiediamo di accompagnarci in questo processo dando priorità agli interessi del popolo congolese e prendendo in considerazione solo quei risultati che sono in linea con la verità delle urne.

CONCLUSIONE

35.Abbiamo un appuntamento con la storia. Le elezioni che ci riguardano oggi sono il nostro diritto e il nostro dovere che non possono essere confiscati dagli attori politici. L’impegno di tutta la nazione ha un ruolo decisivo in un processo elettorale. Far capire a tutti che solo la mobilitazione generale dell’intero popolo può portare il paese a elezioni credibili e trasparenti. Dobbiamo fare del nostro meglio per evitare una parodia di elezioni i cui risultati non sarebbero accettati e che, inoltre, farebbero precipitare il nostro paese nella violenza.

36.Invitiamo i fedeli cristiani e tutte le persone di buona volontà ad intensificare la preghiera per l’unità e la pace nel nostro paese. La preghiera di San Francesco d’Assisi, al termine di ogni celebrazione o incontro di preghiera, è fortemente raccomandata per ottenere la pace.

37. Per intercessione della Beata Vergine Maria, Nostra Signora del Congo, possa il Signore, il Re dell’universo, “darci la lungimiranza di ciò che dobbiamo fare e la forza di farlo” per un’alternanza democratica e pacifica nel nostro paese.

 

Fatto a Kinshasa, il 22 novembre 2018.

 

Rompiamo il silenzio sull’Africa.

I veri problemi del continente africano e le cause dell’emigrazione.

Carissimi amici e amiche, fratelli e sorelle di Mogliano,

prima di tutto vorrei salutarvi con affetto e gratitudine per la vostra presenza in e ringraziare in particolare le amiche e gli amici organizzatori di questo momento di scambio e di condivisione sulla realtà africana.

Partendo dal titolo proposto dagli organizzatori, ho pensato di strutturare il mio intervento in quattro momenti importanti:

  1. Le osservazioni

  2. L’Africa vista da un Africano che vive nel suo cuore

  3. L’emigrazione e le sue cause

  4. Il grido dell’Africa

  1. Le osservazioni

  1. Il titolo del nostro incontro riprende il grido di indignazione lanciato da padre Alex Zanotelli conosciuto da molti per passione e interesse alla sorte del Continente dimenticato. Quella di padre Zanotelli è una protesta vigorosa contro il silenzio dei mass-media sulla sorte di tanti stati africani che vivono una situazione molto preoccupante: il Sud-Sudan, il Sudan, la Somalia, l’Eritrea, il Centro-Africa, il Ciad e il Mali, la Libia, la Repubblica Democratica delCongo, l’Etiopia, il Kenya, laNigeria e tanti altri colpiti da guerre e violenze di ogni tipo.

  1. L’Africa non è un paese, è un continente con 54 stati, una popolazione di circa 1.216.000.000 di abitanti. Questo significa che la realtà africana è molto complessa e plurale come lo è quella di tutti gli altri continenti. Ogni paese ha le sue realtà e ogni regione ha le sue problematiche. Tante persone che parlano dell’Africa, anche coloro che si ritengono specialisti dell’Africa, conoscono forse una città o due di uno dei 54 stati dell’Africa.

 

  1. L’Africa-inferno è una creazione dei mass-media dell’Occidente per sostenere l’ideologia della superiorità dei bianchi con il diritto sacrosanto di dominare e di colonizzare gli Africani inferiori e incapaci di autogestirsi. Così si è creato un modo di guardare e di trattare l’Africa con i suoi abitanti che condiziona molto gli Europei che vanno in Africa partendo con schemi da verificare. Purtroppo anche i missionari di cui molti hanno dato la vita per l’Africa, hanno venduto una immagine troppo negativa dell’Africa: l’Africa è il regno delle malattie (malaria, AIDS, Ebola,lebbra, febbre gialla…), il regno della fame e della miseria (bambini scheletrici e malnutriti, vecchi dimagriti quasi senza vestiti…)

Gli Africani non riescono a svilupparsi perché hanno sempre guerre tribali e inter-etniche e civili…. I Vescovi africani attraverso i vari incontri hanno denunciato questa ideologia che hanno chiamato “afro-pessimismo”.

  1. Quando noi Africani valutiamo l’esperienza della vita in Africa teniamo sempre conto della nostra storia: quattro secoli di schiavitù che hanno causato un’emigrazione forzata di milioni di forze vive dell’Africa, un secolo di colonizzazione e di predazione sistematica delle risorse dell’Africa e più di mezzo secolo di neo-colonizzazione con tutte le sue conseguenze drammatiche per la sopravvivenza degli Africani. Tutte queste pratiche, dal punto di vista antropologico, hanno sempre portato avanti la negazione dell’Africano in quanto essere umano con la stessa dignità e gli stessi diritti degli altri. Noi siamo portati a parlare dell’Occidente terrorista, predatore e ladrone. Questo giustifica la nostra diffidenza nei confronti di certe strutture come la NATO il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale, l’Organizzazione Internazionale del Commercio che consideriamo strutture generatrici di esclusione e di disumanizzazione.

Ma riconosciamo sempre che al di là delle strutture e delle istituzioni ci sono le persone che si danno da fare per condividere il destino dell’Africa. A livello delle coscienze individuali, ci sono tante persone che hanno dato tutto, anche la propria vita per mettere fine al processo disumanizzazione e di esclusione dell’Africa e per promuovere un cammino di amicizia, di fraternità e di condivisione senza pregiudizi con gli Africani. Tante suore missionarie, tanti sacerdoti, tanti volontari e impiegati delle Nazioni Unite hanno dato tutto per educare, per curare e per accompagnare gli Africani sul cammino della ricerca di un mondo più umano, di una vita più dignitosa. Ne saremo sempre consapevoli e pieni di gratitudine.

  1. Quando parliamo dell’emigrazione è sempre meglio tenere presente le ultime guerre che hanno generato tante sofferenze e ferito gravemente la coscienza collettiva dell’umanità:

  • La guerra in Iraq finita con l’assassinio di Saddam Hussein. L’intervento degli Americani con gli alleati per distruggere le armi chimiche dell’Iraq la cui esistenza non è mai stata verificata.

  • L’invasione dell’Afghanistan con la guerra contro i Talebani considerati come protettori di Ben Laden;

  • La guerra in Siria che continua a generare tante sofferenze e tanti flussi migratori;

  • La guerra in Libia: ci ricordiamo dell’intervento della NATO con la Francia in testa che ha portato all’assassinio di Gheddafi e che ha fatto scomparire completamente lo Stato libico.

  • Tutte queste guerre hanno generato i vari terrorismi che stanno insanguinando l’umanità in modo tragico e drammatico.

  1. L’Africa vista da un Africano

Per me l’Africa è un continente come tutti gli altri continenti con i suoi alti e i suoi bassi, con le sue povertà e le sue ricchezze.

L’Africa è il continente di cui la popolazione è la più giovane del pianeta.

L’Africa è il continente della famiglia. Oggi tanti Africani riescono a sopravvivere e ad affrontare le difficoltà di ogni genere grazie alle reti famigliari che sostengono una grande solidarietà: La famiglia rimane il punto fermo che permette a tutti di sfidare la precarietà e di andare avanti nonostante tutto.

L’Africa è il continente del calore umano, tutto viene gestito comunitariamente, le passioni forti della vita, la gioia, la tristezza, il dolore e la malattia … e per questo che i casi di depressione e di suicidio sono rarissimi o quasi inesistenti.

Quando guardo i miei giovani del Seminario e dell’Università provo la gioia immensa di stare con loro, di camminare con loro, di analizzare la situazione sociale, politica ed economica con loro. Qualche volta mi è capitato di fermare la lezione per chiedere a tutti gli altri giovani di applaudire uno di loro che usciva dal carcere arrestato a causa di una manifestazione pacifica. Mi sto rendendo sempre conto che stanno prendendo coscienza della necessità di prendere in mano il loro destino e il loro futuro. Sono entusiasti e pronti ad affrontare le forze della morte, le forze della repressione che lavorano per mantenere al potere governanti predatori e ladroni. Stanno vincendo la paura di dare la propria vita per il bene comune. I miei giovani sanno soffrire con dignità, sanno vivere del poco, qualche volta nella sobrietà assoluta. I miei giovani hanno una venerazione per gli anziani e gli chiamano tutti Papà, Mamma.

Con poco, anche con pochissimo i miei giovani sanno fare festa, cantare, ballare, hanno il ritmo nel sangue e così cantano e ballano nella gioia e nel dolore.

Gli anziani africani non hanno pensioni, ma rimangono generalmente inseriti nelle loro famiglie voluti bene e coccolati da figli e nipotini. Non lasciano eredità materiale ed economica agli eredi, ma vegliare sui genitori anziani rimane un dovere sacro,

L’Africa rimane oggi uno dei continenti dove il tasso di mortalità infantile è ancora molto alto per mancanza delle strutture mediche adatte. Si muore facilmente delle malattie come la malaria, il tifo che si potrebbe curare facilmente, l’Ebola è apparsa in certe zone dell’Africa ma si sta sempre cercando delle modalità per dominarla e affrontarla meglio e si può anche meravigliarsi per tante donne e tanti uomini medici e infermieri di ogni provenienza che si danno da fare per impedire una catastrofe umanitaria. Qualche volta c’è anche medici e infermiere che muoiono contagiati. L’AIDS si sta espandendo molto nelle zone di guerra dove tante donne e tante ragazze vengono violentate e contagiate da soldati che usano cinicamente il loro stato virale per seminare la morte e la desolazione.

Tanti paesi africani vivono nella guerra e questo crea instabilità politica e precarietà economica perché la guerra semina solo disastri, sofferenze, miseria e morte.

L’Africa è oggi il continente che possiede le risorse naturali e minerali più importanti del pianeta. In tanti paesi africani troviamo delle risorse importanti come il petrolio, il coltano, il cobalto, l’oro, il diamante, l’uranio, il basalto, il fosfato, il carbone, il legno… In Africa si trova la foresta equatoriale che insieme con l’Amazzonia sono state definite da Papa Francesco come i polmoni che permettono al mondo di continuare a respirare. Dal punto di vista delle risorse si può dire senza ferire la verità, che l’Africa è un continente molto ricco e anche il più ricco dei continenti, ma purtroppo la popolazione dell’Africa dal punto di vista economico e materiale rimane la popolazione più povera del mondo. E questo perché l’Occidente cristiano con le sue bombe e le sue armi lo considera più come riserva delle risorse e non come spazio abitato da donne e uomini con la stessa dignità e gli stessi diritti riconosciuti a tutti.

  1. L’emigrazione e le sue cause

Con il caso della nave Diciotti in cui alcuni Africani sono stati visti sequestrati dentro una nave per più di una settimana, il mondo intero si è reso conto che questi Africani vengono trattati come rifiuti dell’umanità, sarebbe stato meglio per loro morire nel mare e servire di cibo ai pesci.

Gli studiosi del fenomeno migratorio ci dicono che l’emigrazione è una delle forme naturali per ogni essere vivente di affrontare il pericolo di vita. Gli animali, gli uccelli, i pesci, gli insetti, anche gli esseri umani si comportano nello stesso modo quando la loro vita viene minacciata. Gli stessi studiosi della storia generale dell’umanità ci dicono che essa è costruita sui movimenti migratori dei popoli. I lettori della Bibbia sanno che da Abramo agli ultimi postoli, si incrociano storie di movimenti migratori e qui ritroviamo l’Africa non solo continente degli immigrati indesiderati, ma anche come continente protettore accogliente degli immigrati in pericolo di vita. Conosciamo tutti bene la storia di Giuseppe figlio di Giacobbe venduto dai propri fratelli e diventato capo della casa del Faraone in Egitto. Conosciamo anche la storia di Giuseppe e Maria con Gesù Bambino minacciato dal potente Erode e accolto in Africa. La stessa storia ci rivela che tanti degli abitanti attuali dello stato più potente del mondo, gli Stati Uniti d’America, sono immigrati e fra di loro c’è stato l’ultimo presidente Barak Obama figlio di un immigrato Africano. Non credo che abbia fatto una brutta figura perché suo padre veniva dall’Africa. Il Canada, l’Australia, il Sud-America chiamato AmericaLatina e l’Africa del Sud e tanti altri paesi dell’Africa Australe sono pieni di immigrati europei, quelli che hanno purtroppo colonizzato e anche sterminato sistematicamente i popoli indigeni. Altri emigrati europei si contano per milioni attorno all’esperienza drammatica delle due guerre del 1915-18 e del 1940-45. Tutti questi emigrati sono andati in ricerca del benessere, d una prospettiva di futuro, di lavoro e anche del cibo. All’interno del continente europeo stesso ci sono anche oggi flussi migratori dettati dalla ricerca dell’opportunità di lavoro e dello star meglio. Il mio caro amico don Olivo Bolzon della diocesi di Treviso mi raccontava spesso la sua esperienza degli italiani emigrati in Belgio, in Francia, in Germania, in Svizzera e in Inghilterra … Mi raccontava spesso le sue lotte per far rispettare degli immigrati di cui si occupa soprattutto nel mondo del lavoro.

Detto questo, possiamo precisare che le cause dell’emigrazione in Africa non sono diverse di quelle che hanno portato tanti altri popoli del mondo ad emigrare, tranne quella di invasione e di sfruttamento perché non hanno né i mezzi né le capacità per farlo.

Mi pare opportuno sottolineare che la gran parte dei flussi migratori africani è assorbita all’interno del continente stesso, ci sono centinaia di migliaia di immigrati in Kenya, in Uganda, in Angola, in Africa del Sud, in Malawi, in Nigeria, in Zambia in Tanzania … Questo significa che la paura dell’invasione degli Africani in Europa e in Italia è fondata su altri motivi, comunque tanti emigrati africani che riescono ad affrontare l’inferno attuale della Libia che era ieri un paese di emigrazione, prendono il coraggio di entrare nei barconi sono generalmente i disperati scappati di situazioni di guerra. Quando parliamo delle guerre in Africa i mass-media europei e tutti quelli controllati dagli Americani non dicono mai la verità. Parlano spesso delle guerre tribali, inter-etniche o civili. In molti casi dicono bugie perché le grandi guerre che hanno insanguinato l’Africa che la stanno insanguinando ancor oggi, sono guerre economiche per sfruttare e controllare senza regole le tante risorse naturali e minerali di cui l’Africa rigurgita. E conviene precisare che ogni guerra permette alle multinazionali europee e americane di aumentare la loro crescita economica e quella dei Paesi che forniscono le armi che uccidono in Africa. I Paesi aumentano anche il loro PIL. I luoghi di guerre sono gli unici spazi per il mercato delle armi, i fabbricanti e i venditori delle armi, fanno di tutto per mantenere tanti stati africani in stato di guerra. Tutte le armi che si usano nei campi di guerra africani, non è un segreto per nessuno, vengono dagli Stati Uniti, dalla Francia dalla Russia, dalla Cina, dalla Germania, dal Regno Unito, dall’Italia, dalla Svizzera per limitarci ai più grandi. E i vari gruppi armati che si affrontano in Africa hanno generalmente padroni che garantiscono armi e altri mezzi per fare la guerra e ricevono in cambio il controllo dello sfruttamento delle risorse del territorio conquistato da alleati.

Gli emigrati africani come gli altri già evocati sopra,sono in ricerca dello spazio dove i diritti umani sono rispettati, dove la dignità umana viene presa in considerazione, sono in comunque del benessere e dello star meglio.

Tanti altri scappano dalla crudeltà dei certi governanti dei Paesi africani che usano metodi repressivi e il terrore come modo di governare. In verità molti di loro funzionano come mercenari che hanno come missione non di promuovere il bene comune del Paese, ma piuttosto di facilitare la predazione a tutti i livelli. Fin che non danno fastidio allo sfruttamento e garantiscono gli interessi dei padroni, possono permettersi anche di cambiare costituzioni per mantenersi al potere. Qualcuno di loro usa sistematicamente le forze dell’ordine come forze di repressione e si permette di sparare sulla popolazione.

Occorre sottolineare che fra gli immigranti ce ne sono tanti che vengono rapiti dai trafficanti di esseri umani e dai terroristi attivi in zona, vengono buttati nelle navi e anche forzati ad affrontare il mare che purtroppo è diventato un cimitero spaventoso.

Tanti altri giovani africani arrivano in Europa o vanno in America in ricerca di rafforzamento delle loro capacità scientifiche e tecnologiche.

Detto questo mi pare importante rilevare che per un Africano cresciuto nelle condizioni normali, lasciare la sua terra e separarsi dalla famiglia rimane sempre un dolore e una sofferenza perché si sta meglio a casa propria.

  1. Il grido dell’Africa

  1. Il primo grido dell’Africa è la richiesta di verità:

Basta presentare l’Africa come un continente povero e miserabile, ma piuttosto come un continente impoverito e saccheggiato vittima dello sfruttamento e del saccheggio sistematico delle sue risorse naturali e minerali da secoli.

Basta dire che le guerre dell’Africa sono solo guerre tribali, inter-etniche o civili si deve avere il coraggio di identificarle come guerre economiche e strategiche orchestrate dai padroni del mondo per operare la predazione;

Basta presentare l’Africa come un inferno un regno della sofferenza e della miseria. Si vive in Africa, ci sono delle donne e degli uomini, delle ragazze e dei ragazzi, dei bambini pieni di vita che danno speranza per il futuro che combattono perché avvenga un mondo diverso più respirabile e più umano.

  1. L’Africa è un continente che chiede giustizia :

Basta con un ordine economico generatore di esclusione di popoli e di nazioni intere.

Basta con un commercio iniquo dove i potenti hanno il monopolio di fissare i prezzi di tutto: delle materie prime e dei prodotti finiti e anche di fissare unilateralmente i termini dello scambio; l’Africa ricorda che i mezzi di produzione e tutte le tecnologie che permettono di migliorare le condizioni di vita e di lavoro, appartengono al bene comune, sono di tutti e devono essere condivisi con tutti. La madre terra provvede per tutti e dà a tutti la possibilità di usufruire dei suoi prodotti e dei suoi beni.

Basta con un ordine economico prigioniero del liberalismo cieco che permette solo al 20% della popolazione mondiale di controllare e di sprecare l’80% delle risorse disponibili.

Sul piano politico gli Africani hanno bisogno di spazi di democrazia autentica che lascia ai popoli in mano la sovranità dei propri Paesi.

Basta con i governanti sotto pressione i presidenti nominati dai potenti che sono in verità i mercenari contro i propri popoli.

Basta con gli accordi economici segreti, con le misure di riaggiustamento strutturali del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale che impongono una crescita senza prevedere uno sociale.

  1. L’Africa è un continente che chiede la pace, ma non c’è pace senza giustizia e “non c’è giustizia senza verità”.

La pace di cui gli Africani hanno bisogno passa attraverso la fine di ogni forma di guerra perché, come notato sopra, la guerra genera solo disastri, violenze di ogni genere, violazioni dei diritti umani e sofferenze che colpiscono soprattutto i più deboli (i bambini, le donne e le persone anziane). La madre terra è arrabbiatissima perché ha bevuto troppo sangue delle sue figlie e dei suoi figli africani. Il caso della Repubblica Democratica del Congo è scioccante: durante gli ultimi venti anni la guerra del Congo che è stata chiamata la prima guerra mondiale africana, ha causato, secondo le statistiche di molte organizzazioni, più o meno dieci milioni di morti. Perché non ci sono guerre di distruzione delle masse senza il traffico delle armi che Giovanni Paolo II ha qualificato il traffico della morte. L’avvento della pace in Africa esige la fine del traffico delle armi.

Lo sviluppo e il secondo nome della pace, non c’è vera pace senza uno stato di sviluppo autentico universale e integrale, come ha ricordato Paolo VI nella Populorum Progressio. La pace richiede una giusta cooperazione fra i popoli diritti delle persone e dei popoli. La giusta cooperazione implica lo smantellamento di ogni forma di predazione e di sfruttamento creatori di esclusione.

La pace richiede l’avvento di uno stato di diritto con governanti responsabili e non corrotti, non ladri e terroristi, non schiavi delle multinazionali e degli altri stati predatori. La pace richiede una democrazia partecipativa che lascia ai popoli sovrani la libertà di scegliere i propri dirigenti e governanti.

Conclusione

Vorrei concludere questa comunicazione con una convinzione, credo che sia anche la vostra e quella di tutte le persone impegnate per la promozione dell’umano:

un mondo diverso più giusto, più pacifico, più solidale, più fraterno, più accogliente e più umano è possibile. E ciascuno di noi ne può diventare protagonista.

Il teologo latino-americano Leonardo Boff ci indica dei passi da seguire per costruirlo soprattutto nel contesto della globalizzazione:

– il primo passo è l’ospitalità che lui considera come un dovere e un diritto di tutti. Secondo lui l’ospitalità appartiene alla struttura fondamentale della persona umana. Siamo quello che siamo o viviamo perché siamo stati accolti da altri e dalla madre terra che non rifiuta nessuno. Rifiutare di accogliere gli altri e specialmente quelli che stanno in estrema necessità è disumano, chi lo fa si distrugge se stesso e ferisce gravemente l’umanità intera.

– il secondo passo è la convivialità che richiede rispetto e tolleranza

Chi accoglie l’altro si impegna a vivere sempre con gli altri, mai senza e contro gli altri. In questa dinamica le diversità e le differenze diventano una opportunità e un luogo di arricchimento reciproco. Si entra insieme in un cammino di crescita, in un appuntamento del dare e del ricevere e si lotta insieme contro gli schemi e i pregiudizi e si diventa più umani. Nella tolleranza e nel rispetto si costruisce un mondo multiculturale, multi razziale, multietnico sempre aperto allo scontro e alla riconciliazione.

– il terzo passo e la commensalità: il fatto di mangiare e di bere insieme nella pace. A questo livello tutti prendono l’impegno di lottare contro le ingiustizie e i meccanismi di esclusione e di disumanizzazione si lotta insieme contro ogni forma di predazione e di corruzione. Tutti si danno da fare per la promozione del bene comune e la protezione dei più deboli e dei più piccoli.

Ai tre passi proposti dal teologo latino-americano aggiungiamo la non violenza che non significa rassegnarsi o rifiuto di resistere, ma significa piuttosto resistere, difendersi e difendere gli altri con le uniche armi della giustizia e della verità. La non violenza impedisce di attentare all’integrità o alla vita dell’avversario. In un contesto di oppressione essa permette di smantellare l’oppressione senza odiare l’oppressore. A questo livello vorrei dirvi che ai miei ragazzi racconto spesso la storia e l’esperienza di Gandhi nella sua lotta contro l’impero britannico per la liberazione dell’India. Racconto soprattutto l’esperienza dell’afroamericano il pastore Martin Luther King che ha dato la sua vita per l’abolizione delle leggi discriminatorie e razziste nella costituzione degli Stati Uniti d’America. E l’accesso di Obama figlio di un emigrato di origine keniana cinquant’anni dopo l’uccisione di Martin Luther King rimane un gran segno e anche un motivo di speranza. Mi capita anche di raccontargli l’esempio di Nelson Mandela che dopo aver patito in prigione per 27 anni perché voleva un’Africa del Sud diversa senza razzismi e senza esclusione dei neri. Uscito dalla prigione ha dato la mano a Declerc e ha lavorato con lui come vice-presidente e insieme hanno promosso una vera riconciliazione fra i popoli e costruito una vera nazione arcobaleno.

Per finire, quando guardo il lavoro della chiesa in Congo, sempre più decisa di essere a fianco di un popolo che ha tanto sofferto, tanto pianto, che ha sepolto in venti anni più di dieci milioni di suoi figli e figlie, ma mai rassegnato, qualche volta nelle manifestazioni per strada per liberarsi dai governanti terroristi che sparano sulla popolazione. Quando guardo ciascuno di voi mi convinco sempre di più e posso gridare che un mondo più giusto, più pacifico, più fraterno, più solidale, più rispettoso della dignità umana, dei diritti dei popoli e delle libertà fondamentali, un mondo più umano è possibile. Vi ringrazio tutti.

Don Richard Kitengie Muembo

Mogliano Veneto, 26 settembre 2018.

José Nain ha fatto questo video espressamente per la rete e per noi perché si faccia conoscere il più possibile. È del grandissimo corteo di mapuche che hanno partecipato in massa alle cerimonie mapuche in mapudungun per la morte del giovane mapuche Camilo Catrillanca assassinato dal commando giungla dei carabinieri cileni. Nonostante abbiano cercato di fare sparire prove e infangare la memoria del giovane Camilo, nessuna prova è stata supportata dal commando. Assassinato senza nessun motivo e con motivazioni inesistenti quali 3 auto rubate. 500 effettivi con drony e anche militari israeliani non sono riusciti a trovarle. Non c’è stata nessuna denuncia di auto rubate

Il palo a forma di mazza da golf, è personale, tutti i maschi se lo fanno, anche i bambini ne possono fare uno e lo cambieranno mano a mano che cresceranno. Viene usato per il loro gioco ancestrale del palin e durante le cerimonie sia di gioia che di dolore come nel caso dell’assasinio del giovane Camilo Catrillanca  iniziate subito dopo il fatto fino all’accompagnamento e durante  la sepoltura. Le foglie che molte donne mapuche scuotono o innalzano, appartengono al loro albero sacro: il canelo con il quale si adorna anche il rehue, il loro altare che presiede tutte le cerimonie e dove solo i mapuche vi possono partecipare. (ricevuto da Fernanda)

Video