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Carissima, carissimo,
oggi 5 giugno è la giornata mondiale dell’Ambiente, ci stiamo forse rendendo conto che fino a questo momento ci siamo comportati come se avessimo le mani bucate? Per cinquant’anni l’umanità ha abusato delle risorse del pianeta, spendendo molto più di quanto dispone nel proprio salvadanaio ecologico. Solo in Italia, per soddisfare i nostri stili di vita, è come se utilizzassimo annualmente l’equivalente di 2,7 Terre. Questo cosa significa?
Che non diamo alla natura il tempo fisiologico di rigenerarsi, che la sfruttiamo trascurando il debito ecologico che accumuliamo. I dati scientifici riportano che il 75 per cento della superficie planetaria ha subito alterazioni profonde, a cui sono legati i primi segni di cedimento che negli ultimi anni stiamo notando con maggiore frequenza. La pandemia da Covid-19 è senza dubbio l’indicatore più forte. Non dimentichiamoci però degli incendi in Amazzonia, connessi sì al clima sempre più caldo, ma resi ancora più distruttivi dalla deforestazione illegale. O le piogge torrenziali che colpiscono il nostro Paese, sempre più accompagnate da frane dovute al dissesto idrogeologico, o esondazioni date dalla modifica del corso naturale dei fiumi e dall’indifferenza per le condizioni degli argini. E poi il mare, scrigno di ricchezza e biodiversità e regolatore essenziale del clima, invaso dalla nostra plastica. Ora più che mai, le conoscenze di cui disponiamo e i progressi tecnologici, ci permettono di comprendere la natura e di ascoltare i suoi segnali, ma manca ancora qualcosa.
D’altronde l’economia è quella disciplina che orienta il modo in cui governiamo a nostra casa. Così anche per la Terra: se non è guidata da un approccio ecologico, la sua amministrazione non porterà benefici per nessuno. Per decenni, annebbiati dal guadagno immediato, abbiamo perseguito l’utopia della crescita infinita in un mondo dalle risorse finite, noncuranti delle conseguenze. Ed è questo il punto su cui insistere per attuare la necessaria rigenerazione dei nostri pensieri, a partire dalla consapevolezza che tutto è interconnesso, che le persone possono essere in salute solo se lo è anche il pianeta. Ripristinare i nostri ecosistemi corrisponde a fortificare le fondamenta della nostra sopravvivenza, rendendoci meno esposti alle intemperie che il futuro ci riserverà.
Dobbiamo accogliere questa verità, interiorizzarla e farne la stella polare che orienta le nostre azioni. Solo così porteremo a compimento la transizione ecologica del nostro sistema sociale ed economico.
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Secondo l’UNICEF, ogni giorno più di 700 bambini sotto i 5 anni muoiono di diarrea legata ad acqua e servizi igienico-sanitari inadeguati. Circa 450 milioni di bambini vivono in aree ad alta o estremamente alta vulnerabilità idrica. Questo significa che 1 bambino su 5 nel mondo non ha abbastanza acqua per soddisfare le sue esigenze quotidiane. Entro il 2040, quasi 1 bambino su 4 vivrà in aree a stress idrico estremamente elevato.
L’acqua inoltre è direttamente legata al cambiamento climatico. Circa il 74% delle calamità naturali tra il 2001 e il 2018 sono state correlate all’acqua, tra cui siccità e inondazioni. Quando si verificano delle calamità, possono distruggere o contaminare intere riserve d’acqua, aumentando il rischio di malattie come il colera e il tifo, a cui i bambini sono particolarmente vulnerabili. Il cambiamento climatico aggrava lo stress idrico – aree con risorse idriche estremamente limitate – portando a una maggiore competizione per l’acqua. Eventi meteorologici estremi e cambiamenti nei modelli del ciclo dell’acqua stanno rendendo più difficile l’accesso all’acqua potabile, specialmente per i bambini più vulnerabili. L’acqua contaminata rappresenta un’enorme minaccia per la vita dei bambini. Le malattie legate all’acqua e ai servizi igienici sono una delle principali cause di morte nei bambini sotto i 5 anni.Inoltre, proprio perché bene primario, l’acqua può diventare anche fonte di conflitti o bersaglio in caso di combattimenti. Gli attacchi alle strutture idriche e igienico-sanitarie e agli operatori nei conflitti nel mondo continuano a mettere a rischio la vita di milioni di bambini e a negare loro l’accesso a servizi idrici e igienico-sanitari. Proteggere l’acqua e i servizi igienico-sanitari è fondamentale per la sopravvivenza di milioni di bambini e non solo. Nei paesi fragili, i bambini sotto i 5 anni hanno una probabilità 20 volte maggiore di morire a causa di malattie diarroiche che a causa della violenza, e i bambini in contesti estremamente fragili vivono spesso una situazione 8 volte peggiore per quanto riguarda gli indicatori idrici e igienico-sanitari rispetto ai bambini nati in ambienti stabili e protetti. L’acqua è un bene prezioso che va tutelato e garantito a tutti. Particolarmente in quest’anno di pandemia abbiamo avuto modo di accorgerci del suo valore perché strumento fondamentale per le attività di igiene personale e quindi per contrastare la diffusione del COVID-19. Difendere l’acqua significa lottare per la vita e preservare quella di milioni di bambini e delle loro famiglie in tutto il mondo. Sviluppare la pace bluè fondamentale per la cooperazione tra paesi e disinnescare tensioni politiche.
SABATO 13 Giugno troviamoci tutti a Roma alle ore 15,30 in Piazza Esquilino 
Manifestazione Nazionale dei Beni Comuni, Acqua e Nucleare, indietro non si torna!
A 10 anni dalla straordinaria vittoria referendaria del giugno 2011, quando la maggioranza assoluta del popolo italiano votò SI all’acqua bene comune, SI alla sottrazione alla logica del mercato dell’acqua, dei beni comuni e dei servizi pubblici e pose un chiaro stop a qualsiasi ritorno dell’energia nucleare, l’acqua è ancora sotto attacco. Siamo di fronte, letteralmente, ad uno spartiacque. Da dicembre 2020 l’acqua è stata quotata in Borsa, aprendo un nuovo fronte speculativo che minaccia i diritti umani fondamentali delle persone e delle comunità. Noi sappiamo che non è così: l’unica strada è l’uscita collettiva dall’economia del profitto e da questo sistema insostenibile per costruire la società della cura, basata sull’interdipendenza fra le persone, e fra queste e l’ambiente di cui sono parte. E sappiamo che la cura inizia dall’acqua e dai beni comuni. Si tratta di una partita miliardaria. E’ venuto il momento di dirlo tutte e tutti assieme, dentro la piazza che ci appartiene e una dignità che non conosce dominio, né profitti. Draghi sta provando con il PNRR a portare avanti le stesse privatizzazioni di allora, la finanza globale è sempre più spregiudicata nel fare profitto su questo fondamentale Bene Comune, indispensabile per la vita. L’hanno fatta diventare l’Oro Blu, mentre la crisi climatica impone una sempre più urgente inversione di rotta per la sua conservazione e per un futuro ecocompatibile. Si tratta di una partita miliardaria. Stiamo parlando di “un utile complessivo pari a 9,5 miliardi di euro. Solo sugli investimenti. Ma dove sono i partiti? Perchè non fanno gli interessi della collettività? Perchè si stanno impegnando ancora una volta a privilegiare i ricchi? Quelli che anche durante la Pandemia hanno raddoppiato i loro guadagni? Nell’enciclica Fratelli tutti papa Francesco ha messo nero su bianco un auspicio. Passata la crisi sanitaria, la peggiore reazione sarebbe quella di cadere ancora di più in un febbrile consumismo. E in nuove forme di “auto-protezione egoistica“. Quindi voglia il Cielo che alla fine non ci siano più gli altri. Ma solo un noi. Che racchiude un programma di azione politica e sociale. Urge andare verso un noi sempre più grande per un nuovo cammino in questo mondo.
Introdurre la cultura del noi è l’unico argine all’indifferenza globalizzata. Si è placato in fretta il moto di commozione. Troppo forte la globalizzazione dell’indifferenza. Eppure sono un pugno nello stomaco le foto dei bambini morti in un naufragio di migranti nel Mediterraneo, lasciati senza neppure una sepoltura sulla spiaggia libica di Zuwara. Quelle immagini-choc sono la punta di un iceberg. Dietro quegli scatti sconvolgenti c’è un generale deterioramento di una civiltà. Che non concede neppure un gesto di pietà alle proprie vittime innocenti. Dietro la reazione indifferente al Golgota fotografato in quel metro di arenile in Libia, c’è il relativismo etico. Sempre più diffuso. Che fa da supporto a una certa cultura dominante nel mettere tra parentesi gli imperativi della legge morale. Arrivando, da un lato, a minare le basi stesse della società. Sempre più individui soffrono, a vari livelli, in una situazione di grave degrado individuale e sociale. Ma se anche l’uomo è capace di grandi malvagità e di errori, la nuova cultura deve indurci a ritrovare la dimensione costitutiva del nostro stesso essere. Da qui possiamo ripartire come credenti e uomini e donne di buona volontà. Per riaffermare la verità sull’uomo. Sulla sua singolarità unica di persona. In possesso di diritti inalienabili. Perciò alla disumanità di una mentalità imperante che calpesta i più deboli, papa Francesco ci propone incessantemente la centralità dei poveri. Dei fragili. Degli indifesi. Qui sta lo spartiacque di civiltà.

CIRCOLARE NAZIONALE GIUGNO 2021 – a cura della Rete trentina

La mia convivenza con Mady

Care amiche e cari amici della Rete Radié Resch,

pensiamo possa essere utile condividere con voi l’esperienza vissuta da Paolo Rosà della Rete di Trento e Rovereto, che per sei mesi ha ospitato a casa sua uno dei ragazzi africani del nostro progetto profughi, Mady Camara, rimasto senza alloggio dopo la conclusione del periodo di accoglienza in una struttura per senza tetto a Rovereto. La vita in comune è durata sei mesi, da fine ottobre 2020 a inizio maggio 2021. La storia di questa convivenza, molto coinvolgente, è raccontata da Paolo Rosà in un testo di una ventina di pagine. Chi fosse interessato, può richiederlo direttamente a lui (paolo.rosa1948@gmail.com). Qui ne riportiamo alcuni stralci:

Ho deciso di raccontare la mia esperienza, pensando che potesse anche essere utile per altre persone sensibili, ma titubanti ed incerte come lo sono stato io all’inizio”, scrive Paolo. “Arrivare a questa decisione non è stato facile, forse anche perché non sapevo fino a quando sarebbe durata. Essa è stata frutto di un percorso che è partito da lontano, una esperienza di convivenza molto diversa da quelle che avevo sperimentato fino a quel momento. Mi sono reso conto che le motivazioni di questa scelta non trovano tanto la loro matrice in un sentimento pietistico, o di ‘buonismo’, e forse nemmeno in un sentimento di amore cristiano verso il prossimo, ma siano radicate più in un forte senso di giustizia”.

Avvicinandosi l’inverno 2020-21 si erano moltiplicati gli appelli affinché le famiglie trentine mettessero a disposizione eventuali stanze non utilizzate per ospitare qualcuno che non aveva riparo dal freddo. Questo invito mi ha interpellato, in quanto dopo la morte di mia moglie Francesca … io ero rimasto solo nel mio grande appartamento; perciò in qualche occasione già mi ero chiesto se avrei potuto ospitare qualche persona rifugiata che si fosse trovata nel bisogno … Dovevo però valutare bene quali cambiamenti tale scelta avrebbe provocato nella mia vita quotidiana. Ad esempio non avrei potuto ospitare più i miei nipoti e neppure eventuali pernottamenti di altri possibili visitatori … Avrei dovuto modificare la gestione della cucina, i menù, le mie abitudini alimentari, adeguandomi a quelle del mio ospite. Ho valutato che la persona che avrei ospitato, consegnandogli le chiavi di casa e la gestione della sua camera, doveva essere una persona di cui potermi fidare. Un ulteriore timore era l’aumento del rischio di contagio Covid-19. Su tutte queste perplessità, timori e sicuri disagi sono prevalse le motivazioni etiche, della solidarietà umana; la sicurezza che Francesca avrebbe approvato questa scelta e non ultimo la mia fiducia che il signore Dio mi avrebbe sostenuto e protetto. Alla fine, a farmi decidere per l’accoglienza è stato il cambiamento del punto di vista: invece di mettere al centro i cambiamenti nella mia vita, mi sono chiesto cosa ne sarebbe stato di quella persona se non l’avessi accolta in casa”.

Io e Francesca avevamo incontrato Mady nel 2014 quando la Rete RR aveva deciso di avviare l’operazione profughi nel Trentino. Di lui sapevo poco: che aveva 22 anni, che era scappato dal Mali perché gruppi armati avevano ucciso il suo papà; che aveva vissuto e lavorato prima in Algeria e poi in Libia fino allo scoppio della guerra contro Gheddafi nel 2011; che poi era approdato fortunosamente in Sicilia. Sapevo che aveva lavorato nella raccolta di frutta a Saluzzo (Cuneo), dove nel settembre 2014 era stato investito da un’auto mentre andava al lavoro in bicicletta, ed aveva riportato gravi traumi, di cui porta tuttora serie conseguenze. La mia conoscenza diretta è iniziata nel 2014, quando lui ha cominciato a frequentare il Centro per la pace. Mi era parso un ragazzo molto taciturno, chiuso in sé stesso, però educato, molto discreto e disponibile a svolgere qualsiasi lavoro …”

Con il cambiamento politico in Trentino del 2018 e l’arrivo al potere della Lega, anche lui come tanti altri immigrati ha perso la possibilità di essere ospitato in alloggi gestiti da associazioni. Per qualche periodo è stato accolto nella residenza per i senza tetto al Portico di Rovereto. Sapevo anche che la Caritas, attraverso la persona di Ignazio, aveva a cuore la sua situazione, trovandogli un luogo dove alloggiare, qualche lavoro e assistendolo nelle questioni relative alla sua salute…

Ma con settembre finiva per lui la possibilità di essere ospitato al Portico. Così ho deciso di ospitarlo a casa mia, in attesa della possibilità di altre soluzioni …

Il 26 ottobre sono andato al Portico a prendere Mady e le borse con i suoi effetti personali … D’accordo con la Caritas e con l’assistente sociale, si è deciso che nei mesi invernali Mady avrebbe frequentato il corso di italiano e il corso ARAS per acquisire le competenze necessarie per cercare lavoro. Per responsabilizzarlo, abbiamo concordato che lui avrebbe contribuito alle spese per l’ospitalità che io offrivo, usando una parte dell’assegno di disoccupazione che percepiva [in realtà, alla fine Paolo ha deciso, d’accordo con Mady, di usare quei soldi per altri progetti di solidarietà] … Tra fine ottobre e novembre, Mady ha continuato a lavorare al progetto Ortinbosco: si alzava alle ore 7,30 e rientrava a casa alle 19 … A nulla è servito il mio invito a tornare a casa una volta finito il lavoro, in modo da poter stare nella sua camera al caldo e leggere o svolgere le cose che desiderava.

Mi sono offerto di fare con lui qualche conversazione in italiano per migliorare la sua lingua, che era molto povera, imprecisa e a volte incomprensibile … ma non si mostrava molto interessato. Alle mie domande su dove e cosa avesse mangiato, le risposte erano generiche ed evasive, pertanto non ho più insistito … A giorni alterni portava dei cavoli cappucci prodotti in quantità nell’orto, insieme ad altri prodotti. Per quanto riguarda l’alimentazione, io non ho modificato la mia abitudine di pranzare a mezzogiorno e cenare alle ore 19, e Mady, dopo che ha smesso di lavorare in Ortinbosco, ha cominciato a pranzare e cenare con me e a condividere quello che avevo preparato. Ho eliminato dal mio menù il mio già scarso consumo di salumi e prodotti contenenti carne di maiale e ho cercato di preparare i cibi che più gradiva… Ho cercato di instaurare con lui un rapporto confidenziale, raccontandogli della mia vita, dei miei impegni e attività: l’ho portato nel mio orto e nell’uliveto e a casa dei miei genitori; gli ho parlato delle attività che svolgo: del coro parrocchiale, del gruppo famiglie, del Commercio equo e solidale… L’ho invitato a fare passeggiate nei dintorni di Rovereto, approfittando per raccontargli un po’ di storia locale e fargli notare i cambiamenti avvenuti negli ultimi 50 anni. L’ho portato al lago di Tovel nelle Dolomiti e sull’altipiano di Folgaria a camminare nella neve … ma lui preferiva passeggiare in città. O andare al bar per poter seguire il calcio in tv (ha un grande interesse per il calcio in generale e segue tutti i campionati anche internazionali) … Durante il secondo lockdown si sono interrotti i corsi in presenza e lui seguiva la didattica a distanza con il cellulare. Ma non ha mai accolto la mia disponibilità ad aiutarlo. Come altri giovani africani, anche Mady era imbarazzato a parlarmi guardandomi in faccia. Mi ha confermato che nella loro cultura tale comportamento non è rispettoso verso gli anziani, di cui si deve riconoscere l’autorevolezza e non era educato mettersi sullo stesso piano … Io invece cercavo sempre di dimostrargli fiducia e comunicargli qualche confidenza, pensando che potesse facilitare anche da parte sua la comunicazione…

Solo con l’inizio del Ramadan ho cercato di comprendere la dimensione spirituale di Mady… Il primo giorno di Ramadan è arrivato a casa in anticipo ed ha preparato la cena con prodotti per me insoliti… Ma quella cena l’avrebbe consumato il giorno successivo all’alba, prima delle ore 4,05 del mattino. Aveva un foglio con segnate le ore e i minuti del mattino e della sera in cui, giorno per giorno, doveva rimanere a digiuno … Quel primo giorno di Radaman, puntualmente all’ora prevista, ha voluto che assaggiassi la sua cena … Al primo boccone mi è parso di svenire e mi sono venute le lacrime per la quantità di peperoncino che ci aveva messo. Lui si è scusato dicendo che durante il digiuno non poteva assaggiare mentre preparava il piatto e che aveva esagerato con le spezie… Durante il mese di Ramadan è possibile ‘pranzare’ solo quando è notte, mentre prima dell’alba viene consumata quella che i musulmani considerano la cena”.

Per sintetizzare e arrivare alla conclusione del lungo racconto di Paolo Rosà, il periodo di convivenza si è concluso ai primi di maggio. Mady avrebbe potuto riprendere il lavoro part time ad Ortinbosco (un progetto pubblico-privato per dare lavoro a persone in difficoltà), ricevere uno stipendio e un assegno integrativo provinciale, che gli avrebbe consentito di trovare anche un alloggio. Purtroppo però Mady ha rifiutato la nuova impostazione del servizio sociale, che prevede che lui versi questi redditi in un fondo personale, garantito da un amministratore di sostegno. Per lui è troppo importante poter mandare dei soldi a sua madre che vive sola in Mali. Nonostante le rassicurazioni sulla possibilità di continuare a inviare denaro alla mamma, ha deciso di non riprendere il lavoro ad Ortinbosco. La sua idea è quella di lasciare il Trentino e tornare in Piemonte, dove spera di trovare lavoro nella raccolta di frutta. Sia Paolo sia Ignazio della Caritas, che gli è sempre stato molto amico, stanno provando a convincerlo a restare, a valutare i pro e i contro di una simile scelta, soprattutto il rischio di diventare clandestino.

Il lungo racconto di Paolo Rosà finisce così:

Lunedì 3 maggio si è conclusa in modo per me inatteso la convivenza con Mady: verso le ore 9, mentre ero in cucina, si è presentato già vestito per uscire, con lo zaino in spalla; mi ha consegnato le chiavi di casa, mi ha ringraziato ed è uscito. Dopo averlo accompagnato all’uscita ed esserci salutati, sono tornato in soggiorno e mi sono accorto che sul divano aveva lasciato un foglio scritto in francese che iniziava così: ‘Mon cher Paolo’”.

Un caro saluto a tutte e tutti

Fulvio Gardumi

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