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Carissima, carissimo,
vent’anni fa avevamo sognato, noi di una certa età, che il cambio di millennio avrebbe fatto da barriera alle guerre, tutte da lasciare nel cosiddetto secolo breve delle guerre mondiali e degli stermini. Così non è stato e ci troviamo ad oggi con cinquantanove guerre nel mondo.
La guerra in Ucraina ha deluso i nostri sogni di un mondo in cui la mondializzazione del commercio diventasse mondializzazione dei diritti e dei doveri, per abitare insieme in pace la casa comune. Popolazioni e luoghi fragili pagano per primi il conto per  tutti di un ambiente maltrattato: con siccità, inondazioni, malattie, innalzamento delle temperature,  sofferenza per tutti i viventi, piante e animali compresi.
Il virus non si è stancato di mutare e ci ha privato delle nostre abitudini quotidiane. Da poco stiamo riconquistandole a fatica  e con tanta incertezza. Solo di rado il lavoro diventa una base su cui costruire una famiglia. E anche gli effetti sembrano segnati dall’evanescenza. Forse è l’incertezza il sentimento comune che ci abita in questo tempo: viviamo con l’ombrello sempre aperto.
Si pone dunque il problema di che cosa sia legittimo sperare. Tanti si rassegnano all’ingiustizia e cercano spazi individuali di felicità; altri si lasciano andare allo scoraggiamento; altri ancora lottano comunque tenacemente per la giustizia e vivono la fraternità.
La COP 27 è stata un fallimento, non mi aspettavo niente e niente è successo se non le medesime promesse. Mi è sembrato di tornare al vertice di Rio de Janeiro quando le promesse e gli accordi tra capti di Stato si sono sprecati.
Eppure al termine del vertice di Rio 92, con Alex Langer e tanti altri amici,  partimmo fiduciosi per Manaus dove avevamo organizzato un convegno di una settimana sull’Amazzonia. Convegno indetto dalla chiesa brasiliana e quella italiana. Passammo dalle grandi analisi intellettuali con le grandi denunzie dello  stato del pianeta, allo scambio di  esperienze con comunità indigene,  visitandole lungo il Rio Amazonas. Al termine c’era una grande fiducia per ciò che ascoltammo e vedemmo da parte delle comunità indigene. Ripartimmo pensando che il popolo indigeno avesse la capacità di invertire la tendenza allo sfruttamento a cui era sottoposto dall’allora governo brasiliano.
Oggi,  la crisi climatica, per essere affrontata, ha bisogno di una governance globale: altra chimera?
Le emissioni di gas serra stanno già provocando l’innalzamento del livello del mare, la riduzione del ghiaccio marino e montano. Il caldo eccessivo di questa estate ha scatenato enormi incendi. La calotta polare della Groenlandia sta collassando mentre la salute umana è sempre più minacciata dall’inquinamento atmosferico ed esposta a malattie infettive.
Noi umani siamo  a rischio di estinzione, a causa di un’insensata disuguaglianza sociale, dell’aggressione all’ambiente e di un modello di consumo insostenibile nei Paesi ricchi, imposto dal capitalismo con la sua logica centrata sul profitto.
Il cambiamento climatico è permanente e si manifesta con intense ondate di calore, riscaldamento globale, piogge torrenziali, cicloni tropicali e scomparsa dell’acqua in diverse regioni del Pianeta che ha prodotto 90 milioni di rifugiati climatici.
La foresta amazzonica   estesa in  9 Paesi, ha già perso il 30% della sua copertura vegetale, per produrre  legname  e far posto al bestiame e  alla soia, esportati in Europa e Cina.
Siamo ancora in  tempo per salvarci. E con noi la nostra Casa Comune, il pianeta Terra. Per questo dobbiamo avere il coraggio di adottare misure concrete e urgenti a livello globale, vietando di impoverire  le aree forestali native, impedire l’uso di pesticidi e sementi transgeniche in agricoltura, vietare l’attività estrattiva nei territori delle popolazioni indigene e delle comunità tradizionali nelle aree d protezione ambientali ecc.
Duemila anni fa, è venuto fra noi un uomo del tutto comune e del tutto straordinario. Ha osato credere, ha osato piegare la sua vita ad un progetto di un mondo riscattato dalla schiavitù del male, ha saputo amare anche chi lo inchiodava a una legno. La speranza porta il suo nome.
Chi crede in lui, ne riceve forza per camminare sulle sue tracce, attratto dalla stessa invincibile speranza. Come tutti, non ho alcuna certezza su come sarà il futuro prossimo ma,  riposo il mio cuore nella convinzione che Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio e  lasciarci pervadere da questo amore. Vivere la prossimità nel quotidiano è mettere in atto la speranza che ci viene dal Natale, con la sua nuova “luce” segno di nascita e rinascita. La vita è possibile solo dove c’è luce, perchè ha un effetto terapeutico e interiore. 
Se in tale contesto si pensa che ancora vi sono le ferite del Covid, le piaghe della guerra e una crisi economica con pochi precedenti. Forse possiamo pensare al Natale come un toccasana anziché farci esclusivamente prendere dalla pur fisiologica nostalgia di tempi andati. In fondo dipende da noi che possiamo provare ad essere artefici del nostro destino laddove le condizioni lo permettano. Se vogliamo, per molti di noi il Natale può certamente essere “luce”. Sogno un Natale in cui accendiamo il fuoco, ricordandoci che a nascere è Gesù. A volte, o spesso, invece illuminiamo come se dovessimo “accendere” le vetrine, le luminarie, le pubblicità, i video, i social, così per avere un po’ di luce, di fuoco. Spesso inseguiamo la luce per avere qualcosa che un poco scalda la vita, ma di certo non la soddisfa, non la riempie. A volte sembriamo persi tra festoni e luminarie, in attesa di non si sa cosa. O forse inconsciamente lo sappiamo.

Forse attendiamo un annuncio. Forse questo tripudio di luce si dimentica il “perché” a vantaggio del “come”. Tanti cuori confusamente desiderano incontrare una luce. La luce, badiamo bene, non deve per forza venderci qualcosa. Non deve rischiare di spegnersi in poco tempo. La luce, quella i cui raggi penetrano in profondità, scalda cuore e anima. La luce di cui parlo è l’alba dell’incontro con la nostra vera interiorità e con la nostra spiritualità. È la luce del Natale vero. Quello che non si vende ma riempie il cuore di ognuno di noi.

Buone feste, antonio

 

Circolare mese di Dicembre

Vorrei condividere con la Rete questa esperienza della Tenda per la Pace di Empoli, un segno, un simbolo, uno stimolo nel mare dell’indifferenza, che caratterizza anche questo Natale, rispetto ai temi cari a tutti noi.

Metti una tenda in piazza, un presidio permanente dove ogni giorno, a partire dal 20 luglio 2022, si alternano singoli e associazioni per dire NO alla guerra in Ucraina e a ciascuna delle guerre che insanguinano il nostro mondo. Ogni giorno, per un’ora dalle 18 alle 19.

Siamo al 144 giorno e si sono alternate oltre 150 persone.

Una cosa simile, molto bella, aveva fatto la Comunità delle Piagge (don A.Santoro, il gruppo dei Disobbedienti di Firenze & C.) con il digiuno di giustizia per i migranti OGNI giovedi sotto il palazzo della Regione, per centinaia di giorni giorni.

Il nostro manifesto, le nostre richieste sono quelle che vi allego nel Comunicato stampa stilato pochi giorni fa dopo la decisione (scontata) del governo Meloni sull’invio di armi anche per il 2023.

In silenzio, oppure leggendo poesie, cantando, distribuendo volantini, facendo cartelloni, disegni , video, balli popolari, ecc., cerchiamo di ricordare, alle persone che passano, le atrocità delle guerre e il dolore di chi le subisce.

A volte è frustrante, a volte esaltante, a volte riscopriamo il senso di parlare con la gente, la più varia, non quella selezionata che viene ai dibattiti.

Abbiamo avuto vari ‘ospiti’ che si sono fermati a parlare e a farsi intervistare per dare il loro sostegno:

Associazioni come: Scouts, Uisp, Arci, Anpi, Lilliput, Atlante delle guerre e dei conflitti

Don Andrea Bigalli (Libera e non solo) L’Imam di Firenze

Il preposto della Collegiata di Empoli

Marcelo Barros

Olga e altre donne dell’Ucraina

Chiara Riondino (cantautrice) Alice Pistolesi (giornalista)

don Mario Costanzi, con la sua chitarra e le sue canzoni Mirincoro

Sandra Gesualdi Beniamino Deidda

Che fare di questa preziosa esperienza? Come continuare a portarla avanti? Qual è il suo valore? Mera testimonianza? Punto di riferimento?

Sicuramente vorremmo tenere il filo di una matassa che non perda MAI di vista il fatto che la pace è una priorità . Sempre.

Quindi l’iniziativa mantiene il suo alto (benchè inascoltato) valore POLITICO. Le istituzioni locali ci hanno concesso lo spazio fisico, dove ogni giorno montiamo la Tenda, ma ci ignorano. Ora siamo ‘assediati’ dalle bancarelle, stand, luci, alberi, casette, auto in esposizione…insomma il Natalone tutto commerciale di Empoli.

E’ un cammino in fieri. Resisteremo fino alla fine della guerra, come ci eravamo proposti all’inizio?

Comitato Empoli per la Pace

COMUNICATO STAMPA

Il Comitato Empoli per la Pace ribadisce un nuovo fermo “no all’invio delle armi in Ucraina” deciso dal governo Meloni.

Il consiglio dei ministri presieduto dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha deciso di prorogare la decisione dell’invio di armi all’Ucraina fino al dicembre del 2023. In continuità con le decisioni adottate dal precedente governo Draghi, Giorgia Meloni dopo aver avuto l’approvazione della Camera, ha dato il via libera al cosiddetto “Decreto Nato” che prevede di fornire all’Ucraina materiali ed equipaggiamenti militari per combattere l’invasione russa, per tutto il prossimo anno.

A breve potrebbe essere emanato il sesto decreto per gli aiuti all’Ucraina che, con l’avvicinarsi dell’inverno ha avanzato la richiesta di sistemi di difesa aerea per far fronte ai continui bombardamenti.

Il Comitato Empoli per la Pace, fin da subito, ha contrastato la decisione presa dai governi italiani. E ribadisce ancora una volta e con maggiore forza: no alle armi, sì alla diplomazia.

Il Comitato ha cercato di contrastare questa decisione e di coinvolgere l’opinione pubblica con diverse iniziative. Prima lanciando una petizione, poi con l’organizzazione di una Notte Bianca servita a discutere, con esperti, le questioni del conflitto. E, adesso, con l’iniziativa in corso della Tenda della pace, presidiata, ogni giorno ormai da 136 giorni, dai cittadini, nella centralissima piazza della Vittoria. Con la manifestazione che ha coinvolto numerosi cittadini proprio nello spazio adiacente alla tenda (scrivendo la parola “Pace” con le fiaccole dei partecipanti) e con una massiccia presenza alla manifestazione nazionale che si è tenuta all’inizio di novembre a Roma.

Anche stavolta il Comitato promotore di Empoli per la Pace dice NO all’invio di armi.

Siamo solidali con i cittadini ucraini vittime di una aggressione da parte della Russia, con le vittime di tutte le altre guerre dimenticare, con chi in Russia si batte per la pace e con chi ha subito persecuzioni antirusse”, è il principio ispiratore del Comitato empolese.

La richiesta del Comitato Empoli per la Pace alle istituzioni nazionali e internazionali è chiara:

  • che si fermi l’invio delle armi, sempre più potenti e letali, per riaprire lo spazio della diplomazia
  • Di investire tutte le energie possibili in uno sforzo diplomatico che possa avvicinare le forze in conflitto: un’attività diplomatica e di dialogo che oggi può apparire difficile ma che, ne siamo certi, sia l’unica che può portare a una ricomposizione del conflitto
  • Di coinvolgere in questa attività le più importanti istituzioni internazionale
  • Di fermare la corsa al riarmo
  • Di portare avanti con forza il percorso per l’eliminazione delle armi nucleari che rappresentano il pericolo più grande per la sopravvivenza dell’umanità. In questo senso l’Italia dovrebbe ratificare il trattato di proibizione delle armi nucleari.

CIRCOLARE NAZIONALE DI NOVEMBRE 2022 a cura della Rete Radiè Resch di Castelfranco Veneto.

LA RIBELLIONE DEL POPOLO CONGOLESE INTERROGA LA COMUNITÀ INTERNAZIONALE.

L’avevamo intuito già dagli scambi telefonici precedenti il suo arrivo. La voce di Richard trasmetteva un dolore profondo, nuovo, che andava ben oltre la sofferenza fisica. Un dolore quasi velato di rancore. Ne abbiamo avuto conferma fin dai primi discorsi avviati informalmente attorno alla tavola: questa volta non sarebbero bastati l’accoglienza fraterna, polenta e baccalà e qualche dolcetto, perché il suo animo era carico delle sofferenze e della rabbia del suo popolo. Ci raccontava come la sua gente era passata dal grido di disperazione al coraggio della rivolta indignata verso il sistema capitalista internazionale, fondato su un neocolonialismo criminale e predatorio che li tratta meno degli schiavi, quasi fossero una sottospecie umana. Aperto il sipario sulla grande ipocrisia messa in scena dal mondo nord-occidentale, ci obbligava ad una sorta di “ruota-immagine” che ci faceva crollare addosso il castello di menzogne e complicità puntellato dalla propaganda narrativa dei media mainstream. Risultato: da parte nostra un pugno nello stomaco, come essere stati appesi a testa in giù o, secondo lo stato d’animo espresso dal nostro parroco, con la testa in conflitto con il cuore. Da parte di Richard, invece, forse il rammarico di essersi lasciato prendere troppo dalla passione. Ma la responsabilità di dover farsi interprete e portavoce delle istanze del popolo congolese, qui in un’ Europa arruolata a sostenere la resistenza del popolo ucraino, proprio in un momento così cruciale per gli equilibri strategici globali, non gli concedeva margine di mediazione.

L’attualità socio-politica della Repubblica D.C.è dominata da una nuova aggressione imposta al popolo congolese dal Ruanda tramite il movimento terrorista M23 che, in maggio 2022, ha occupato la città di Bunagana e tanti altri villaggi del territorio Rutshuru, Nord Kivu, insidiando Goma, al confine del Ruanda e dell’Uganda e risvegliando l’incubo di una balcanizzazione del Congo R.D. Dal 1996 a oggi sono già dodici milioni i morti causati dalle varie guerre che il Ruanda ha imposto al Congo.

Ma perché la Comunità Internazionale resta indifferente a una tragedia del genere? Perché continua a sostenere il Ruanda che semina violenze, disperazione e morte tra un popolo pacifico, mai ostile e sempre accogliente verso le popolazioni dei nove paesi vicini e confinanti? Perché nel luglio scorso l’ONU ha prorogato l’embargo sulle armi imposto al Congo (contrari Russia e Cina) negandogli la possibilità di difendere l’integrità, la sovranità e l’unità del Paese e del suo territorio, mentre al Ruanda, aggressore, vengono fornite le armi sofisticate, a lungo raggio e di precisione, utilizzate nell’occupazione di Rutshuru?

La minaccia è diventata insopportabile quando il portavoce della MONUSCO (missione ONU finanziata -con un miliardo nel 2022- per proteggere i civili e sostenere il consolidamento della pace nel territorio congolese accusata di corruzione, traffici illeciti e abusi) ha affermato che le forze dell’ONU non dispongono di mezzi adeguati a contrastare M23, dotato di un arsenale militare molto potente. Un’esplicita dichiarazione di tradimento che ha provocato indignazione e rabbia, in una popolazione che ora più che mai si sente abbandonata dalla comunità internazionale. E così sono esplose manifestazioni anti MONUSCO sfociate in scontri violenti con un bilancio di 36 morti di cui 4 Caschi Blu e 170 feriti.

Le popolazioni dell’Est del Congo: Goma, Beni, Butembo, Bukavu, Uvira……. hanno espresso la loro rabbia e hanno chiesto il ritiro immediato dell’ONU, perché nella coscienza collettiva di un complotto di tutti contro il popolo congolese considerato non umano. I Congolesi dunque, non facendo parte dell’umanità, non possono essere oggetto della solidarietà e della compassione della Comunità delle Nazioni al pari degli Ucraini? E ciò che scandalizza maggiormente è che un popolo decimato che vive nel sangue da anni, le cui donne sono sempre umiliate e violentate, non ha neanche il diritto di piangere, di protestare e di denunciare l’ultra protetto Ruanda.

Il 2 agosto 2022 si è celebrata a Kinshasa -ispirata dal “Prix Nobel de la paix, le docteur Mukwegue- la prima commemorazione dei 12 milioni di morti congolesi vittime delle guerre a ripetizione imposte dalla Comunità Internazionale tramite il Ruanda e altri paesi vicini. E’stato il momento culmine per il popolo per dire: “Non è più sopportabile! Non ce la facciamo più! Troppo è troppo! Sappiatelo bene: anche senza le vostre armi, siamo disposti a tutto per difenderci dal Ruanda e impedire il vostro progetto di balcanizzazione. Fermate lo sfruttamento illegale delle nostre risorse naturali e minerali! “Anche un solo metro preso oggi, sarà ripreso dai nostri figli e dai nostri nipoti”. E’stato un momento per affermare che non sono umani di seconda categoria. Abbiamo lo stesso sangue, siamo della stessa razza!Fermatevi! Basta! Basta! Basta!” . Da allora le manifestazioni di protesta si susseguono in tutto il territorio nazionale, nelle grandi città e nei centri abitati di periferia ed ovunque la gente chiede risposte e giustizia.

Come sottolinea sempre don Richard, quando si fa la valutazione dei rapporti tra i popoli e le nazioni, è sempre bene distinguere due livelli del discorso: c’è il livello delle strutture e dei sistemi che obbediscono a ideologie di dominazione, di esclusione e poi c’è il livello delle coscienze e dell’agire come persone capaci di prendere posizione, di costruire rapporti concreti, di creare ponti e reti umane al di là delle diversità delle culture, delle religioni, delle etnie e delle nazioni. Qui ci siamo noi e la nostra Rete e oggi sappiamo che, in un punto piccolo nella savana congolese, grazie al paziente cammino percorso insieme, c’è un centro ospedaliero che si prende cura di migliaia di vite umane e da un anno c’è una giovane medica che fin’ora ha affrontato:10 parti cesari, 5 interventi di estrazione della placenta, 268 casi di malnutrizione severa, 213 casi di tubercolosi, 1 caso di colpo di fulmine con rischio paralisi, numerosissimi casi di morbillo, dissenteria, malaria. La dottoressa ha anche adottato due gemelline sopravissute alla mamma deceduta durante parto avendo rifiutato il cesareo per convinzioni religiose.

Allora, tutte le volte che nel dibattito interno alla nostra Rete, ci interroghiamo sul senso della nostra presenza nelle realtà dove si sviluppano i progetti, sul come rapportarci con le popolazioni del luogo, sino a che punto contaminare e lasciarci contaminare e per quanto tempo, dobbiamo fare i conti innanzitutto, con le condizioni specifiche del posto, con le capacità e possibilità del referente e con le difficoltà legate alla situazione politica e organizzativa locali. La nostra esperienza, come quella di altre operazioni, si sviluppa in un contesto estremamente complicato per la fragilità delle strutture a supporto di una popolazione isolata, priva delle condizioni minime di sopravvivenza. Non è semplice mettersi in sintonia con queste realtà, capire sino a che punto intervenire, decidere, accogliere, astenersi, stoppare il nostro pensiero per dare spazio alle loro idee. In questi anni di intensi rapporti con l’Africa abbiamo compreso che per evitare danni e fallimenti, per sostenere correttamente il loro processo di crescita e liberazione, è necessario intraprendere un paziente (per noi e per loro) cammino di condivisione e di crescita comune, discutendo, lavorando, vivendo insieme, spogliandoci molte volte delle convinzioni e anche dei pregiudizi. È certamente un lavoro lungo che richiede costanza, tenacia e molta prudenza nelle scelte e nelle prese di posizione.

Lettera Ottobre 2022

Carissima, carissimo,
sabato 9 settembre dal palco della 29a Marcia per la Giustizia di Quarrata, si è alzato forte il grido: si metta fine a questa guerra, facciamo tacere le armi, siamo di fronte ad una crudeltà senza fine, disumana e insensata. Sono ormai 59 le guerre in atto tra locali, regionali e tra Stati.
Oggi urge riappropriarci delle proprie decisioni, partecipando ad un nuovo progetto culturale comune. E’ durante le crisi che la cultura ci permette di guardare lontano.
Il divario tra ricchi e poveri si allarga sempre di più; ormai siamo all’incredibile, sono quasi 3.000 le persone che hanno ricchezze quanto 7 miliardi degli attuali 8 miliardi che abitano la Madre Terra.
Il Grido dei poveri sale sempre più insopportabile e imprevedibile. Siamo incamminati verso un precipizio che ha tanti nomi.
Il primo è la sempre più lontana auspicata coesione sociale proprio quella che servirebbe a neutralizzare le crescenti tensioni sociali. Lo scandalo delle disuguaglianze viene in gran parte dallla speculazione finanziaria che ha come scopo primario il guadagno facile come scopo fondante, da qui una strage che non terminera mai.
Oggi dobbiamo rimettere la dignità umana al centro e su questo pilastro vanno costruite le strutture sociali alternative di cui abbiamo bisogno.
Urge costruire una nuova fratellanza, il filosofo francese Morin, diceva che “creare fratellanza è l’unico mezzo per resistere alla crudeltà del mondo”. Questa fraternità va consapevolmente coltivata, creando una volontà politica di vera fraternità, per un vero e duraturo dialogo, per scoprire la reciprocità e il mutuo arricchimento attraverso nuovi valori.
All’interno dell’attuale contesto da tempo l’uomo massa ha rinunciato al suo ruolo attivo all’interno del processo democratico, le masse sono completamente distratte dai loro desideri ed i partiti sono il sottoprodotto dell’omologazione e del conformismo. Non a caso una stragrande maggioranza di cittadini ha deciso deliberatamente di esprimere il proprio dissenso boicottando le urne elettorali. Nessuno è capace di ascoltare il dissenso, o meglio è più opportuno ignorarlo.
Non bisogna sottovalutare la capacità della società dei consumi, nel momento in cui viene messa in discussione da atteggiamenti e comportamenti capaci di minare la sua sopravvivenza, di riuscire con un abile stratagemma a rendere inoffensivo il dissenso fagocitandolo e assorbendolo al suo interno. In sostanza ogni forma di protesta, è stata abilmente in questi anni assorbita dal sistema e riutilizzata come strumento per la sua riproduzione. Siamo una società che stiamo generando puro consumo per pochi. Perché questa corsa sempre più tesa versa il consumo? Perché abbiamo sposato il fondamentalismo della crescita.
Urge iniziare a coltivare un sogno, non c’è più tempo! La mia non è una profezia, è solo l’inizio di un pensare che andiamo verso un mondo finito…
Ma allo stesso tempo urge la volontà, il desiderio, la forza e l’impegno che deve essere possibile interrompere questo circolo infinito: produzione-consumo.
Dobbiamo lavorare nuovamente e solertemente per una rivalutazione della politica, per una restituzione ai poveri e alla Madre Terra e resistere, per uscire dalla prigionia dell’impero del consumo dell’accumulazione.
Per questo le azioni individuali possono avere importanti conseguenze ed influenzare il corso della storia umana.Partendo da questa considerazione, non essendo più i Partiti e le loro Leadership, il motore del cambiamento, è necessario, impegno di ogni singolo per convincere le persone che il “sempre di più” non porta ad un benessere superiore, ma che lo stesso benessere può essere raggiunto con meno.
Lo sviluppo delle ingiustizie è direttamente proporzionale alla Società della crescita, i cui membri spinti dal produttivismo esasperato, perdono di vista ogni tipo di coscienza diventando perfino complici della distruzione dell’Ecosistema.
Anche se il futuro è imprevedibile non possiamo ignorare le evidenze del momento, per questo è importante uscire dall’ indifferentismo generalizzato tipico dell’uomo massa, e creare le basi per una ricostruzione dell’immaginario basato su un nuovo modello partecipativo e un luogo d’ascolto e costruzione, in cui sia utile porre le basi organizzative per unire le piazze allo scopo di partecipare realmente ad una nuova società, respingendo il mito storico dell’utilità e del progresso e riscoprire che la felicità dell’uomo non passa dal vivere molto per consumare molto, ma dal vivere bene in relazione con gli altri uomini e donne e la Madre Terra, per questo urge che condividiamo con chi non ha.
Scrivo oggi martedì 11 ottobre, la stessa di sessanta anni fa, il 1962 fu la data che segnò l’inizio del principale evento ecclesiale del XX secolo.
Sessanta anni fa, nella basilica di San Pietro, Giovanni XXIII avvia il Concilio ecumenico Vaticano II. Per conferire nuova vitalità alla Chiesa. Ed aprire nuove vie nel dialogo ecumenico.
Le modalità di attuazione del Concilio sono state profondamente diverse nelle varie parti del mondo, le Chiese più giovani e più povere dei Paesi del Sud del mondo hanno saputo recepire in modo più creativo e innovativo il messaggio conciliare. In Europa, in particolare, la sfida della secolarizzazione e dell’individualismo radicale ha reso più difficile l’accoglienza di quel vento di rinnovamento comunitario originato dal Concilio. Ma anche nelle chiese del Sud America e dell’Africa si presentano oggi sfide altrettanto insidiose, una mancanza di lettura politica del messaggio conciliare, ha lasciato inevasa una domanda di religiosità popolare. Che è stata invece interpretata dal diffondersi di miriadi di Chiese evangeliche pentecostali e del loro radicarsi negli strati più popolari che stanno ostacolando Lula per la corsa alla presidenza.
Non a caso il papa Francesco ha voluto aprire il Giubileo della misericordia -ancor prima che a Roma, a San Pietro- nella cattedrale di Bangui. Capitale della Repubblica Centroafricana.
Penso all’ecumenismo e al dialogo interreligioso, alla custodia del Creato e l’ecologia integrale,all’accoglienza dei immigrati e la convivenza interculturale, alla collegialità nella Chiesa e l’apertura verso i divorziati, infine; la presa di distanza da ogni forma di potere.
Si tratta di prospettive che sono legate tra loro da fondamentali principi: l’inclusione, la comprensione, l’uguaglianza nella dignità e la misericordia. Al quinto Convegno nazionale della Chiesa italiana a Firenze Francesco ha dichiarato con forza il suo no ad una Chiesa ossessionata dal potere. E ha aggiunto, significativamente, che gli piace una Chiesa italiana inquieta. Sempre più vicina agli abbandonati. ai dimenticati, agli imperfetti. Quindi, Francesco non ha certo modificato i principi fondamentali della dottrina della Chiesa, ma ha saputo presentarli non come dogmi lontani dalla vita delle persone. Bensì come vie per trovare un significato pieno alla propria vita, credenti e non credenti.
Papa Francesco appare in tutto e per tutto figlio del Concilio, non può vantare di essere stato uno dei padri conciliari. Ma forse, proprio per questo, è in grado di realizzare le novità conciliari nella loro interezza e integrità, arricchendole, a sessant’anni di distanza, di una ulteriore carica profetica e innovativa contro il fondamentalismo della crescita.
Antonio

CIRCOLARE NAZIONALE OTTOBRE 2022

LA CARTA DELLA RETE

La Rete Radié Resch si avvicina rapidamente al suo sessantesimo compleanno. Sarebbe ipocrita negare che inizia a mostrare i segni dell’età. Molti amici non ci sono più. Molti altri, che non abdicano al proprio impegno, sono invecchiati: il tempo, le energie e le motivazioni calano fisiologicamente. Anche la raccolta dell’autotassazione diminuisce. Ciò che è più grave, abbiamo fallito il ricambio generazionale. A Varese, la Rete locale si è ricostituita nel 2007: nei quindici anni trascorsi da allora, ai Coordinamenti si sono viste ben poche “facce nuove”. Fa eccezione la nuova Rete di Lecco, la cui nascita ci è stata comunicata allo scorso Coordinamento. Ma è comunque presto per pensare ad un’inversione di tendenza. La difficoltà di trovare tre persone disponibili ad assumersi l’incarico della Segreteria ha condotto, di necessità, all’esperienza della Segreteria Laboratorio, con una maggiore suddivisione dei compiti e delle incombenze. L’esperimento si è rivelato molto positivo, sia perché ha consentito di rispondere comunque a tutte le esigenze organizzative, sia perché ha coinvolto persone che mai sarebbero entrate in una Segreteria “tradizionale”. Non dobbiamo, però, nasconderci che la soluzione è stata dettata dall’emergenza.

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Eppure, le urgenze che hanno interpellato Ettore Masina, inducendolo a fondare la Rete, non sono certo cessate. In Palestina, in Sud e Centro America, in molti Paesi dell’Africa, abbiamo semmai assistito ad un arretramento dei diritti e delle opportunità. Non solo: anche nel nostro Paese, che una volta consideravamo “ricco”, sono emersi nuovi bisogni, sia legati ed un generale impoverimento economico, sociale, spirituale, sia dovuti ai flussi migratori dal Sud del Mondo, certo non nuovi ma aumentati in quantità e, ancora di più, in percezione. Difficile dire se abbiamo sbagliato noi o, più semplicemente, sono cambiati i tempi. Da un lato, forse, negli ultimi due decenni la Rete si è dimostrata meno aperta al nuovo, meno accogliente, meno stimolante per chi la avvicina. Dall’altro, le modalità di comunicazione sono cambiate con una velocità che ci ha sorpreso. Dalla circolare stampata a ciclostile e diffusa per posta, siamo passati, in pochi anni, ed internet ed ai social network: una realtà della comunicazione fluida e pressoché impermeabile a qualsiasi velleità di analisi articolata e di ragionamento complesso.

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Tutto ciò ha indotto il Coordinamento ad interrogarsi, a più riprese, sul senso del nostro fare solidarietà. Il dibattito è stato acceso e, sinora, non ha portato a conclusioni definitive. Sono emerseè veroalcune soluzioni, certamente interlocutorie, ma che dimostrano comunque che la Rete è, e resta, in cammino. Oltre alla Segreteria Laboratorio, ad esempio, molti cambiamenti hanno interessato la gestione del denaro: forte (e condivisa dagli amici che si sono succeduti nella Tesoreria) è stata soprattutto l’esigenza di razionalizzare e rendere più trasparente il flusso, in entrata, dell’autotassazione e quello, in uscita, del finanziamento delle nostre operazioni. A proposito: nell’ultimo Coordinamento, gran parte dei presenti si è pronunciata a favore del vecchio nome e non di quello, più burocratico, di “progetti”.
Sono sorte, invece, difficoltà nella fase dell’approvazione e del rinnovo delle operazioni. Da un lato, infatti, la diminuzione delle risorse imporrebbe più rigore ed attenzione. Dall’altro, le proposte che ci giungono dai referenti sono numerose e variegate; inoltre, sono in parte mutati sia il contenuto delle possibili operazioni, che le modalità con cui esse ci vengono sottoposte. Inevitabile, dunque, chiedersi se i criteri definiti, ormai molti anni fa, grazie al contributo della Rete di Cagliari, siano ancora attuali. Per tutte queste ragioni, il Coordinamento tenutosi a Pescia nello scorso mese di giugno ha stabilito di creare un documento scritto, che sintetizzi i principi fondanti della Rete ed elenchi i criteri generali a cui dovrà ispirarsi il suo futuro operare.

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E’ facile comprendere la difficoltà di una simile operazione: da un lato, infatti, la Rete è sempre stata ostile ad ogni tentativo di formalizzazione; dall’altro, vi aderiscono persone con principi, ideali e sensibilità molto diverse. Oggi, però, si sente forte la necessità di creare un documento agile e sintetico, da utilizzare per spiegare “chi siamo”, sia a chi potrebbe essere interessato ad aderire, sia alle organizzazioni con cui potremmo essere chiamati a collaborare sia, infine, ai referenti delle operazioni presenti e future. Inoltre, è necessario rivedere i criteri del nostro operato, soprattutto per fare in modo che l’approvazione, il rinnovo e la gestione delle operazioni garantisca una giusta parità di trattamento tra tutte le comunità in cui esse si svolgono. Per tutte queste ragioni, è stata creata una Commissione, a cui è stato affidato il compito di una prima stesura del documento. La Commissione ha stabilito di presentare al Coordinamento la prima parte di tale documento, contenente l’enunciazione dei principi generali, riservandosi di predisporre la seconda, solo dopo che la prima avrà ricevuto una definitiva approvazione. La questione è stata affrontata nello scorso Coordinamento di Sezano: i partecipanti hanno formulato numerose osservazioni, precisazioni e proposte di modifica. La Commissione ha, quindi, ricevuto il mandato di rielaborare il documento, alla luce di tutti tali contributi, per sottoporre il testo definitivo di questa prima parte allapprovazione del prossimo Coordinamento. In essa saranno descritti le origini, lo scopo e la struttura della Rete e, tenendo conto di tutti i contributi ricevuti, saranno enunciati alcuni aspetti fondanti, come il generale ricorso al metodo del consenso, l’importanza delle relazioni sia all’interno della Rete che con i referenti delle operazioni, l’attività politica e di controinformazione, il significato ed il contenuto delle operazioni e, infine, l’importanza della restituzione, non solo economica ed i criteri di gestione del denaro.
La speranza è quella di fornire a tutti noi uno strumento semplice ed agile che esprima il senso del nostro fare solidarietà.


Marco Rete di Varese

Ciao a tutti, vi giro un allegato con notizie da Haiti (purtroppo drammatiche) che mi arrivano tramite l’associazione ABC solidarietà e pace di Roma che ha un referente sull’isola.
Valentina
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Cari amici 13 OTTOBRE 2022

Le conseguenze della mancanza di carburanti in Haiti si fanno sentire sempre di piu. Da un paio di settimane si parla anche di colera che si manifesta ovviamente dove la gente non ha facile accesso all’acqua potabile, quindi in bidonville, nelle prigioni e persino in ospedali. E una bomba pronta ad esplodere inesorabilmente che potrebbe causare la morte di migliaia di persone se non si riesce ad arginare la cosa in maniera decisa.

Pero continua purtroppo il blocco quasi totale delle attivita in tutto il paese da 5 settimane, da quando il governo provvisorio ha deciso di aumentare il prezzo dei carburanti anche piu del doppio. Questo ha scatenato il malcontento della popolazione che da allora e scesa per le strade e ha bloccato tutte le attivita con manifestazioni, barricate infiammate, saccheggi e attacchi a strutture statali sia qui nella capitale che in quasi tutte le citta di provincia. Le bande di criminali che controllano ormai il 70% della capitale, si fanno passare per dei Che Guevara che lottano per la liberazione del paese mentre invece approfittano della situazione per cercare di occupare indisturbati altre zone della capitale. C’e per esempio la potente banda di un certo IZO, la stessa banda che controlla l’uscita sud della capitale, la famosa Martissant, e da quasi un’anno applica tariffe su macchine, camion, bus e persino moto per riuscire a passare da quella zona e andare verso il sud del paese. Venerdi scorso, via mare con delle barche di fortuna, hanno invaso una zona a nord della capitale, a 10 Km da dove siamo noi. Hanno gia cominciato a seminare il terrore fra gli abitanti della zona e infatti centinaia di famiglie sono scappate verso il nord e altrettante sono arrivate nella nostra zona e in altre zone della capitale. La prima vittima della banda di IZO e la “minoterie”, l’unica fabbrica dove si produce farina e derivati vari nel paese, quindi le conseguenze si faranno sentire presto. Manchera pane ma anche altri derivati tipo il mais, il bulgar (diversi grani integrali insieme) e il pitimi (millet).

A quanto si dice ‘per le strade’ l’intenzione della banda di IZO e quella di occupare la zona di Canahan, bidonville che ha visto la luce dopo il terremoto del 2010, una vasta zona occupata ormai da migliaia di famiglie e da dove arrivano anche molti dei nostri bambini. E una zona strategica che permetterebbe il controllo su tutto il traffico in uscita e entrata della capitale. Ovviamente le famiglie in tutta questa vasta zona teme un’invasione di questa banda reputata crudele. La presenza della polizia in tutto questo e zero. Queste bande hanno armi che nemmeno la polizia ha.

Venerdi scorso, 8 Ottobre, il governo provvisorio ha inoltrato una richiesta ufficiale alle Nazioni Unite per un aiuto militare internazionale che possa arginare la criminalita, portare la calma necessaria per poter organizzare elezioni e cercare di far ripartire il paese. L’opposizione politica vede in questo la volonta del primo ministro provvisorio di restare al potere e per ora non appoggia la cosa, anzi, manipola l’opinione pubbica contro forze militari straniere e da Lunedi le manifestazioni hanno preso un tono violento anche contro I ‘bianchi’, americani soprattutto, e il ricordo del colera, portato dalle forze delle Nazionio Unite nel tempo del terribile terremoto del 2010, e ancora vivido nella coscenza popolare.

Quindi, clima di totale anarchia, mancanza di carburanti che blocca di fatto tutte le attivita del paese, un’economia bloccata dall’impossibilita di trasportare le mercanzie, violenza, sequestri di persona che continuano tuttora, manifestazioni violente, saccheggi e ora il ritorno del colera, stanno creando una vera e propria crisi umanitaria in un paese che e perennemente in crisi. Donne, vecchi e bambini sono I piu vulnerabili e pagano il prezzo di tutto questo in silenzio e rassegnazione.

Ovviamente con questo clima sociale che peggiora di giorno in giorno, non si parla nemmeno della riapertura delle scuole, e questo vale per tutto il paese. Anche la scuola di Jeremie e costretta a restare chiusa. Nei paesi di provincia c’e vera carestia di tutto. Riso, olio, sardine, spaghetti, aringhe e tante altre cose si trovano a prezzi esorbitanti. Per esempio il riso costava circa 480 Dollari Haitiani fino a fine Agosto e ora costa 1250 Dollari Haitiani, e non si trova facilmente perche I trasporti dalla capitale sono quasi nulli. Sono le 6h30 del mattino, e ancora buio, aspettimao di vedere cosa succede oggi. La paura recente dalle nostre parti e che questa banda di IZO decida di scendere velocemente verso questa zona. Il capo della banda locale, Chien Mechant (cane cattivo) sta gia mobilizzando le sue truppe posizionandole in punti strategici e facendo questo ha bloccato completamente la zona e nemmeno le moto possono passare da Lunedi.

In tutto queste le donne che fanno le ambulanti, camminano kilometri ogni giorno per cercare di trovare cose da vendere tipo pane, frutta, biscotti, sapone, polvere da bucato, spezie, cipolle, carote e tante altre cose per continuare a vendere e guadagnare qualcosa. Queste ambulanti sono una vera benedizione e in questo momento difficile riusciamo a comprare il necessario per dar da mangiare a tutti gli anziani e dipendenti e occupanti della Missione, me compreso. Abbiamo due pozzi d’acqua alla missione, acqua usata per tutti I bisogni pero non siamo sicuri che sia buona da bere e quindi compriamo acqua ‘trattata’ da una piccola fabbrica di ghiaccio e acqua della zona ma hanno chiuso 10 giorni fa e da allora non e facile trovarla ma per ora non e un problema.

Ovvimente penso tanto ai bambini che non possono venire a scuola e agli insegnanti che continuiamo a pagare malgrado tutto. Non e colpa loro per quello che sta succedendo e non dare lo stipendio sarebbe crudele. Sono 110 fra insegnanti e membri delle varie Direzioni. Per ora va bene cosi ma se la situazione perdura vedro cosa fare.

Tutti qui alla Missione dicono che e la prima volta che vivono una situazione del genere. Certo, I problemi in Haiti non mancano mai ma una situazione cosi grave, c’est du jamais vu, anche per gli Haitiani stessi. Sono qui dal 1994 e anche per me e di gran lunga la peggiore crisi che il paese sta vivendo. Spero comunque che una soluzione salta fuori entro breve e che si possa riprendere le attivita. Vi ringrazio di continuare a essere vicini alla missione e vi chiedo di non abbandonarci proprio in questo momento critico. Nel corso degli anni ho constatato in prima persona quanto sia reale la forza della preghiera, dei pensieri positivi, della premurosa ‘attenzione’. Spesso sono un po timido a parlare di questo ma oggi chiedo le vostre preghiere per noi tutti e spero che la mia prossima lettere non sia il solito tragico bollettino di guerra.

Grazie per tutto, Maurizio

José Nain: nel territorio mapuche invaso dalle imprese forestali, solo il dialogo risolverà il conflitto

Claudia Fanti 25/09/2022, 19:13

Tratto da: Adista Notizie n° 33 del 01/10/2022

41222 SANTIAGO DEL CILE-ADISTA. Solo qualche mese fa le forze della destra cilena – screditate e messe all’angolo dalla rivolta antigovernativa del 2019 e poi dal “plebiscito di entrata” del 2020 sulla nuova Costituzione, con il successivo avvio dei lavori della Convenzione costituzionale (per di più presieduta da una attivista mapuche e con forte partecipazione dei movimenti sociali) – non avrebbero mai potuto immaginare, neanche nei loro sogni più felici, che il cosiddetto “plebiscito di uscita” avrebbe restituito loro il protagonismo che avevano perso. Perché è chiaro che, dopo la clamorosa sconfitta dell’Apruebo – il Cile è il primo Paese della storia a respingere una proposta di Costituzione scritta da un organismo eletto dal voto popolare –, si trovano ora decisamente in una posizione di forza per negoziare la continuità del processo costituzionale.

E se un accordo sembrava ormai raggiunto attorno alla proposta di affidare il compito di elaborare una nuova Costituzione a un organismo interamente eletto dal popolo, con parità di genere, con la presenza di rappresentanti indigeni e di indipendenti e con il sostegno di un comitato di esperti, la coalizione di destra Chile Vamos lo ha di fatto sconfessato, prendendosi altro tempo per presentare le proprie proposte. Le quali sembra che includano, tra altre cose, proprio l’eliminazione di quel principio di plurinazionalità che era stato uno dei tratti innovativi della Costituzione bocciata.

Una pessima notizia per il popolo mapuche, già molto tiepido, perlomeno in una sua parte consistente, nei confronti del processo di redazione di una nuova Costituzione, in parte per l’assenza di informazioni e in parte per il peso esercitato dal movimento più radicale di lotta per l’autodeterminazione, con il suo esplicito rifiuto del processo costituente in quanto tale.

Ne abbiamo parlato con José Nain Pérez, rappresentante delle comunità mapuche della provincia di Temuco unite nell’Associazione Folilko, in lotta per il recupero del territorio, l’espulsione delle imprese forestali e la promozione di un dialogo costruttivo, in uguaglianza di condizioni, con lo Stato cileno. 

Tra le ragioni della bocciatura della nuova Costituzione c’è stato il timore che la costruzione di uno Stato plurinazionale potesse provocare la divisione del Paese. Eppure, nei Paesi che hanno riconosciuto la plurinazionalità non c’è mai stato tale rischio…

La destra politica ed economica si è molto allarmata di fronte al testo della nuova Costituzione. Perché il riconoscimento dei popoli indigeni, per la prima volta dopo più di due secoli, avrebbe comportato da parte dello Stato cileno l’avvio di un processo di restituzione dei nostri diritti territoriali, economici, sociali e culturali. Esiste una miopia trasversale della classe politica cilena, la quale, ogniqualvolta si parla del debito storico contratto con i popoli originari, si mette sulla difensiva come se ciò rappresentasse una minaccia per lo stato di diritto e per le sue istituzioni. E ciò malgrado i progressi raggiunti nel mondo in materia di diritti indigeni, a livello tanto di Nazioni Unite quanto di Organizzazione degli Stati Americani.

D’altro lato, per le organizzazioni più radicali, la plurinazionalità lascia intatti gli interessi del grande capitale nel Wallmapu, senza favorire il recupero del territorio e l’autodeterminazione…

In realtà, al di là del concetto assai ampio di plurinazionalità, la proposta di Costituzione riconosceva il diritto alle terre, ai territori, alle risorse naturali, alla giustizia indigena, obbligando lo Stato a realizzare politiche di riparazione del danno. Sarebbe stato un importante passo avanti in vista di un negoziato tra Stato cileno e nazione mapuche per una possibile soluzione del conflitto. Quello che è chiaro è che il popolo mapuche e le imprese forestali non possono coesistere nello stesso territorio e che ad andarsene devono essere le imprese, le quali hanno provocato un danno irreparabile alla biodiversità e agli ecosistemi, hanno impoverito, isolato ed espulso le nostre comunità e hanno determinato la scomposizione del tessuto socio-culturale del nostro popolo.

In cosa ha sbagliato la Convenzione costituzionale?

Penso che abbia peccato di ingenuità e di esperienza politica. Perché, nella misura in cui avanzava nel riconoscimento dei diritti sociali e nell’ambito delle riforme strutturali, non si rendeva conto che la destra stava preparando un’imboscata e che occorreva rispondere con un’adeguata strategia comunicativa.

Perché non tutti i mapuche hanno votato per l’“Apruebo?”

Ci sono mapuche della linea più radicale che non sono andati a votare, nella convinzione che il conflitto possa risolversi con la ribellione. A mio avviso si tratta di un’utopia: è un’azione legittima, ma nella pratica non produce alcun progresso nella riconquista dei nostri diritti.

Ci sono poi i mapuche che si sono schierati con il Rechazo. Ma non è una sorpresa per le nostre comunità, perché si tratta di mapuche nati in città, immersi nel consumismo capitalista e diventati militanti dei partiti politici, senza alcun radicamento nella madre terra e senza legame con il proprio popolo e la propria cultura. Ragionano come cileni e basta, vittime di un colonialismo feroce che li ha condotti a rinunciare ai propri diritti come popolo. Molto diversa è invece la visione di noi che viviamo nelle comunità, che soffriamo la mancanza d’acqua e la perdita di biodiversità, che dipendiamo dalla terra e da ciò che essa produce, che parliamo la nostra lingua, pratichiamo la nostra cultura e lottiamo permanentemente per la restituzione delle nostre terre e dei nostri luoghi sacri.

Di quanto appoggio godono le organizzazioni armate come il Coordinamento delle Comunità in Conflitto Arauco-Malleco (Cam)?

Negli ultimi anni le organizzazioni mapuche hanno a poco a poco radicalizzato la loro posizione, come risposta all’incapacità dello stato cileno di assumersi la propria responsabilità politica nel conflitto: è stata la latitanza dei partiti e della classe politica in generale, con le sue espressioni discriminatorie e razziste, a indurre i giovani mapuche a prendere le armi come misura di pressione. Tuttavia questa pratica non gode di grande consenso tra le organizzazioni tradizionali della nazione mapuche, le cui autorità sono consapevoli che non solo la via armata non risolverà il conflitto, ma, al contrario, potrebbe addirittura aggravarlo, sacrificando la vita di molti giovani. Secondo le autorità mapuche, questa è una questione di carattere politico e va risolta attraverso il dialogo e con una forte volontà da parte dello Stato e delle sue istituzioni.

Qual è la migliore forma di lotta per il recupero del territorio e la conquista dell’autodeterminazione?

Credo che il popolo mapuche debba avviare un processo di riorganizzazione interna, respingere ogni forma di colonialismo e qualsiasi ingerenza esterna e avanzare verso l’unificazione politica. Solo così potrà affrontare nelle condizioni migliori un processo di dialogo franco con lo stato attorno a un piano di azione che porti al ritiro delle imprese forestali e minerarie e di altri invasori dai territori indigeni e al riconoscimento del diritto all’autodeterminazione, come via per garantire la pace nel Wallmapu.

I sabotaggi contro l’industria forestale, idroelettrica, mineraria sono legittimi?

Le imprese forestali si sono introdotte nel nostro territorio con il sostegno dello Stato e della dittatura di Pinochet. La loro presenza, la presenza dello Stato cileno nel nostro territorio, sono viste dal popolo mapuche come un’azione di invasione e di occupazione militare, nel segno della violenza e del genocidio. In questo quadro il sabotaggio deve essere uno strumento deciso dalle comunità e non da piccoli gruppi armati che pretendono di sostituirsi alle nostre autorità tradizionali. Ritengo però che la lotta mapuche debba svolgersi mediante l’azione politica e la mobilitazione sociale, non mettendo a repentaglio vite umane con il ricorso alle armi. Perché, trovandoci di fronte a uno Stato militarmente potente e aggressivo, il rischio è quello di un massacro delle nostre comunità.

Come valuti il governo Boric?

La sua vittoria era stata vista come una svolta storica rispetto alla vecchia, corrotta e screditata politica dei governi precedenti, e le aspettative che aveva generato erano enormi. La sua leadership, però, sta perdendo forza e questo mette in pericolo il suo programma di governo, indebolendo la sua azione in materia di giustizia, di diritti sociali, di riconoscimento dei popoli indigeni. La pressione della destra politica ed economica gli ha impedito di portare avanti la sua agenda, soprattutto in relazione al conflitto in territorio mapuche, che è ancora sotto il controllo dell’esercito cileno nel quadro dello stato d’eccezione costituzionale.

Che succederà ora?

La polarizzazione del Paese mostra quanto sia fragile la democrazia. La vittoria del Rechazo ha rafforzato la destra conservatrice e pertanto saranno i partiti di destra a fissare l’agenda per un possibile nuovo processo costituente. In realtà è difficile capire cosa passi per la testa dei cileni, che prima hanno lottato per cambiare la Costituzione e poi, di fronte al nuovo testo, lo hanno bocciato.

È il momento che il presidente Boric prenda il toro per le corna e guidi un nuovo processo costituzionale coerente con i principi del suo programma, incorporando i popoli indigeni come soggetti di diritti.

 

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