HomeCircolari Nazionali Mensili (Page 5)

Circolare Nazionale Rete Radiè Resch

Maggio 2014

A cura della Rete di Casale Monferrato

Questa circolare è stata abbozzata a Rimini fra il 25 e il 27 aprile 2014, prendendo spunto dalle relazioni, dagli incontri e dalle conversazioni di quei giorni. Si è trattato di un convegno “speciale”, il venticinquesimo dalla fondazione di una Rete che compie il mezzo secolo di vita. Dunque anche una riflessione sulla storia della Rete, non come auto-celebrazione, ma come “memoria”, come insieme di sguardi per far riaffiorare le radici della nostra identità. La Rete Radiè Resch nasce proprio dall’incrocio di due sguardi (di un giornalista italiano e di un sacerdote francese) entrambi  alla ricerca  di autenticità e coerenza con la propria storia personale, accomunati dalla sensibilità alla domanda di giustizia degli oppressi e dalla ricerca di autenticità al messaggio evangelico, in sintonia con uomini ed esperienze che, fra ripensamenti ed inquietudini, preparavano la grande stagione conciliare. Una organizzazione “povera”, senza ruoli definiti, senza funzionari, fragile perché affidata al volontariato, alla autonomia dei gruppi locali, eppure “presuntuosa” nel suo volersi proporre come organizzazione nazionale ed internazionale, nel suo voler allargare il tessuto delle relazioni senza temere i legami esili e le comunicazioni frammentarie. Forse proprio questa attenzione alla comunicazione ha permesso alla Rete di superare i monsoni della storia recente, magari senza crescere nel numero degli aderenti, ma senza smarrire il filo rosso dell’impegno e dell’autenticità (Matteo Mennini, nella sua introduzione storica a Paul Gauthier, ci ha raccontato che l’associazione francese “Partage”, nata con lo stesso obiettivo iniziale della Rete, ha interrotto da tempo il suo cammino). Probabilmente la rete informatizzata della comunicazione globale ha fornito un supporto importante alla conservazione dei legami e allo scambio di esperienze, consentendo la sopravvivenza di una struttura così fragile e (consentiteci di dire con un certo orgoglio) così poco costosa rispetto anche alle più semplici ONG. La Rete è nata in una Palestina non ancora definitivamente lacerata dalle guerre degli anni ’60 e ’70 ed ha avuto come primo progetto il supporto alle case che Paul Gauthier e i suoi amici andavano costruendo. Radiè Resch è il simbolo di una speranza che non si è tradotta in realtà allora e che ha bisogno ancora della nostra solidarietà. I testimoni palestinesi al convegno ci hanno fatto riflettere su una situazione che trova sempre meno sbocchi credibili perché lo stato israeliano crede di poter gestire una situazione di conflitto permanente. La vicenda politica si nutre così di narrazioni mitiche, come quella che prevede la trasformazione di Israele in stato etnico, separando gli ebrei dalla popolazione palestinese. Il progetto di creare uno stato etnicamente puro però non è credibile: di fatto la popolazione dell’area palestinese (Israele + territori occupati) è composta da non ebrei per circa il 40% (in tutta l’area ci sono 10 milioni di persone, di cui 5,9 milioni di ebrei – Israele ha circa 7,5 milioni di abitanti, per il 20% arabi. Fonte: Limes, 2013). Che cosa significa “stato ebraico”?  In Israele è stata creata una distinzione fittizia fra nazionalità (che è solo ebraica) e cittadinanza (che comprende anche il 20% di arabi) in una logica di separazione interna e di graduazione dei diritti. Diritti che sono ulteriormente conculcati per gli abitanti dei territori occupati. Secondo Wassim Damash manca una riflessione sull’identità come dato sempre in via di definizione, un dato che si costruisce e a volte si perde almeno in parte (avviene anche con l’identità personale con il venir meno della memoria individuale). Lo stato è tale quando rappresenta tutta la popolazione racchiusa nei suoi confini. Forse non è così importante che i palestinesi abbiano un altro stato (nella situazione attuale sarebbe in ogni caso uno stato con troppe limitazioni per essere autonomo), ma è necessario che vengano loro riconosciuti i diritti di nazionalità/cittadinanza, come l’uguaglianza davanti alla legge, il diritto all’incolumità personale, alla proprietà della terra e dell’acqua. Questa è la “pace” oggi ed è una pace-condizione per le trattative, più che una pace obiettivo. Ripartire dai diritti è anche il messaggio conclusivo di Riccardo Petrella. I diritti diventano un antidoto al modello di economia finanziaria in cui il valore delle cose e delle persone viene definito in base alla capacità di creare ricchezza per il capitale privato. All’interno di questo modello lo stato finisce per essere considerato come una forma di distorsione del mercato: l’obiettivo dell’economia è lo “stato zero”. Diventano così quasi “naturali” le limitazioni alla sovranità statale di cui è esempio la comunità europea: il bilancio degli stati membri deve essere verificato e può essere modificato sulla base di alcuni parametri “oggettivi” che interessano il mercato. Un mercato che non conosce diritti, ma solo solvibilità. Anche Waldemar Boff oppone alla dittatura del mercato una cultura della cittadinanza globale. Questa cultura ha bisogno di risorse, per cui è importante ripensare il significato della fiscalità generale e sottrarla all’uso “orientato” che ne fanno le lobby di potere. Padre Regino Martinez, che lavora nella Repubblica Domenicana con gli immigrati haitiani, si confronta con un razzismo sempre più violento, che sta prendendo la forma di uno stravolgimento della costituzione domenicana. Una recente sentenza della corte costituzionale (dicembre 2013) esclude dalle elezioni, dalla proprietà e dai diritti civili le famiglie di haitiani immigrati illegalmente dopo il 1929. In sostanza viene annullata l’identità di famiglie che da 4 generazioni ormai vivono sul suolo domenicano. Un razzismo che di tanto in tanto assume connotazioni violente, come è già avvenuto drammaticamente nel passato. Nel 1937, sotto il governo di Trujillo, i contadini frontalieri haitiani furono oggetto di tentativi di genocidio. Per individuare coloro che dovevano essere eliminati, non essendoci una vera e propria differenza somatica al di qua e al di là del confine (Haiti e Repubblica Domenicana sono infatti sulla stessa isola), si usava come discriminante la pronuncia della parola “perejil”, prezzemolo, in cui la r si pronuncia diversamente a seconda se si proviene da una area linguistica francese o da una spagnola. Nidia Arrobo ci ha trasmesso l’eredità spirituale di mons. Leonidas Proaño (vescovo di Riobamba in Ecuador dal 1954 al 1985) sostenitore dei diritti degli indios e precursore della teoria della liberazione. La sua speranza è in parte diventata realtà nella attuale costituzione dell’Ecuador che riconosce l’importanza delle comunità indigene. I profeti lanciano semi che possono germogliare anche a distanza di anni. Ettore Masina, nella sua relazione iniziale, ci ha ricordato uno dei primi amici della Rete ai tempi della dittatura brasiliana: Josè Luis Del Rojo (Francisco). In una lettera a Masina, Del Rojo racconta la sua esperienza di oggi come ricercatore negli archivi dello stato totalitario, recentemente resi accessibili. Ebbene, la Rete viene citata in queste fonti come una associazione pericolosa, da controllare assiduamente. Anche una piccola rete disarmata può rendere inquiete le dittature. L’azione della RRR si è caratterizzata sempre per questa sua capacità di guardare in più direzioni. Il suo stile è quello di coniugare uno sguardo attento alla vita pubblica all’impegno quotidiano nella vita privata. In questo senso può consentire il superamento di quelle paralisi dell’azione che talvolta nascono dalla percezione della complessità dei problemi in cui siamo immersi. Antonietta Potente ci ha ricordato l’importanza di “scambiarci lo spirito”, a crescere in noi quella passione dell’altro che spinge a dare a ciascuno ciò che gli appartiene. Lo spirito è letteralmente “soffio”, un elemento debole, ma forse proprio per questo può essere comunicato. Il futuro è in quella percezione della debolezza del pensiero, che porta a stabilire legami, a creare reti, a recuperare tutte le sapienze possibili (con particolare attenzione ai modelli femminili). Un carissimo saluto a tutti ed un arrivederci al coordinamento di Quarrata del mese prossimo. Per la rete di Casale Beppe e Cristiana.

Circolare Nazionale Rete Radiè Resch

Aprile 2014

A cura della Rete di Trento

Care amiche e cari amici,

si avvicina a grandi passi il convegno del 50esimo compleanno della Rete Radie’ Resch. Avremmo voluto avere con noi parecchi amici e testimoni che anche con noi hanno attraversato questi anni, ruggenti, intensi, oggi forse più sconsolati. Ma non è facile ristabilire contatti con quelli che avevamo conosciuto tanto tempo fa. Alcuni ci hanno lasciato. Noi speriamo almeno che tutti gli altri stiano bene, abbiano potuto chiudere ferite tremende, proseguire le loro vite in serenità. Comunque al convegno potremo forse avere qualche bella sorpresa. Tratteremo molti temi. Alcuni in particolare, relativi alla vita della Rete, hanno catturato l’attenzione e il dibattito negli ultimi mesi: durante gli incontri di coordinamento e a volte anche nelle varie reti locali. Ci siamo di nuovo proposti, ad esempio,  un interrogativo che riteniamo fondamentale: stiamo  forse facendo pericolosamente,  un po’ automaticamente, beneficenza?! Nonostante la nostra storia che ci ha sempre spinto con decisione non alla beneficenza ma a “cercare le cause delle ingiustizie “? Da Paul Gauthier a Ettore Masina ai tanti “testimoni” nei nostri  convegni che, da qualunque angolo del mondo venissero, ci  hanno sempre ripetuto: se volete che possiamo cambiare noi dovete cambiare voi qui. E noi abbiamo cercato di capire. I titoli dei nostri convegni lo dicevano spesso: “Cambiare per liberare – Liberarci per cambiare” (1988 ) “La resistenza degli esclusi” ( 1996 ); quando Susan Georg, già tanti anni fa, ci portava a riflettere su “I meccanismi dell’ esclusione”. “Tra Sud e Nord nuovi percorsi di politica” ( 2006 ); quando veniva dall’Argentina l’operaio della fabbrica ex Zanon a dirci cos’era quell’autogestione di una impresa abbandonata dal proprietario che, con terrore e coraggio, essi avevano tentato di salvare. E molti altri li avevano seguiti. Tanto  che l’esperienza dell’Argentina ha fatto il giro del mondo. Intanto dai grandi contadini Sem Terra del Brasile arrivavano spesso i messaggi: ” abbiamo compreso che è impossibile lottare per la Riforma Agraria senza combattere il modello economico che si impone..”. Abbiamo “compreso”! E Ettore Masina scavava su questo terreno ogni  mese con le sue lettere. E molti altri negli anni riflettevano ( anche sul Notiziario della Rete ) sui rapporti economici tra nord e sud del mondo. E ogni volta che aprivamo una operazione – progetto presso qualche popolazione “povera” scoprivamo che non sarebbe stata povera se qualcuno non l’avesse “impoverita”. Però è probabile che strada facendo,  adagiandoci nell’abitudine della sottoscrizione mensile, abbiamo un po’ impallidito questi tratti fondamentali. A volte da qualche rete si è chiesta infatti “più presenza critica”. E durante  una delle recenti riunioni di coordinamento  è rispuntato l’interrogativo, netto: noi e i nostri referenti facciamo forse azioni palliative? quelle che tendono a rendere più sopportabile, e perciò stabile, la situazione negativa in cui si vive, invece di cercare di cambiarla? Allora noi che siamo nati per i rapporti col sud del mondo facciamo bene a interessarci così ampiamente, come da qualche anno stiamo facendo anche nei convegni, alla attuale terribile crisi che è venuta addosso specialmente  al primo mondo ex-ricco? e ne cerchiamo la fisionomia vera,   le  cause, i modi per liberarcene? Facciamo bene a chiamare ai convegni esperti di economia, o di finanza internazionale perché ci chiariscano questa crisi? Cosa lega oggi nord e sud che stanno cambiando così vistosamente? Sicuramente le risposte a questi interrogativi ci accompagneranno nel prossimo  futuro. Prima di chiudere,  un’ informazione che ci è parsa molto importante. La prendiamo da una circolare locale della rete di qualche mese fa in cui Fulvio ci riferiva di  una piattaforma web “Ushahidi ” nata in Kenya. ” Il termine ” Ushahidi” nella lingua africana swahili significa “testimone”. Il fenomeno è nato  in occasione delle elezioni politiche del 2007 per iniziativa di Ory Okolloh, avvocata, attivista politica e blogger. Prima e dopo le elezioni si scatenarono gravissime violenze in tutto il paese africano, tanto che i leader politici sono ora sotto processo presso la Corte Penale Internazionale. L’attivista  aveva potuto raccogliere testimonianze da tutto il Kenya, anche via sms dalle zone più periferiche, aggregarle per località, creare mappe digitali e far conoscere in tutto il mondo quello che succedeva nel suo paese. Ciò permise alle Ong di tutto il mondo di intervenire e soccorrere   le persone  colpite.  Da questo momento il governo Keniota non poté più sottrarsi alle sue responsabilità e a nulla più valse la censura. Il successo di Ushahidi ha permesso alla piattaforma di espandersi ad altre aree di crisi in tutto il mondo per raccogliere e mappare le informazioni dirette raccolte via sms: ad esempio per documentare violenze in Repubblica Democratica del  Congo, per segnalare e prevenire brogli elettorali in Messico e India, per seguire il percorso e la destinazione di scorte alimentari e mediche in Paesi dell’Africa orientale e per localizzare i feriti dopo i terremoti ad Haiti e in Cile.”. Fin qui la notizia. Non è un sistema geniale? che potrebbe servirci forse anche per il tormentato Centrafrica e non solo? Negli anni ’80 del Novecento alcune indimenticabili donne dell’ Inghilterra meridionale partecipanti ad un gruppo popolare di rifiuto delle armi nucleari, dovendo una notte segnalare in modo riservato un passaggio segreto di materiale nucleare sul loro territorio boscoso, usarono …un linguaggio prestabilito dal gruppo e imprevedibile ai militari: tesero dei fili da un albero all’altro lungo il percorso dei missili fino all’arrivo. Così resero pubblica l’informazione.   Oggi grazie alle intuizioni dell’ avvocata e blogger keniota i SOS arrivano via sms. W! A voi tutti e tutte  una buona Pasqua e arrivederci a Rimini, ormai fra poche settimane, per il nostro grande convegno!

Per la Rete di Trento

Carla Grandi

Circolare Nazionale Rete Radiè Resch

Marzo 2014

A cura della Rete di Trento

Care amiche e cari amici,

manca ormai poco al Convegno nazionale del 25-27 aprile, in cui festeggeremo i 50 anni della nostra Rete e ci interrogheremo sul “presente della solidarietà tra memoria e futuro”, come recita il titolo del Convegno stesso. Queste circolari che ci avvicinano e ci accompagnano all’appuntamento cercano di riflettere proprio sul significato di solidarietà, partendo dalle origini della Rete, dall’intuizione di Ettore e Clotilde Masina su ispirazione di Paul Gauthier, fino alla nostra situazione attuale di cittadini di un mondo globalizzato, dove la globalizzazione riguarda solo i capitali e i profitti ma non i diritti degli uomini e delle donne.

Ho avuto occasione di leggere le bozze del nuovo libro di Ercole Ongaro sui 50 anni della Rete, che sarà pronto per il Convegno. E’ un libro che consiglio vivamente a tutti, perché rappresenta una sintesi magistrale di una storia in cui tutti noi siamo co-protagonisti insieme ai tanti testimoni con cui siamo entrati in relazione in questi lunghi anni. Ed è proprio dal libro di Ongaro che vorrei anche in questa occasione trarre qualche spunto di riflessione sul nostro essere Rete.

Comincio ricordando qualche citazione con cui Ettore Masina fin dall’inizio, nelle sue circolari, definì lo spirito della Rete e della solidarietà: “Considerare il superfluo con la misura delle necessità altrui” (Giovanni XXIII); “la giustizia è la misura minima della carità” (Paolo VI); “la povertà dei più è oltraggiata dalla ricchezza di una minoranza” (cardinal Giacomo Lercaro). Da queste frasi si ricava che la linfa che alimenta la Rete proviene dalla scelta di rispondere alla domanda di giustizia dei poveri con un impegno personale. Le caratteristiche della Rete, secondo Masina, si riassumono nell’essere un gruppo cui si aderisce per “un atto di amore” a seguito di una presa di coscienza dell’ingiustizia sociale e della volontà di avviare un cambiamento partendo dalle proprie scelte di vita;  in secondo luogo la condivisione del proprio denaro con i poveri non è saltuaria ma costante; in terzo luogo la Rete ha rifiutato di darsi una struttura, per agire invece solo su base volontaria, mantenendo la configurazione di movimento non di istituzione. Essere “cellule di amicizia”, moltiplicarsi ma non ingrandirsi, per non perdere la ricchezza della reciproca conoscenza e della relazione: questa l’ idea delle origini, in base alla quale Masina ipotizzava che in una città avrebbero potuto formarsi più reti, dimensionate su una media di una quindicina di aderenti.

Altra caratteristica della Rete è sempre stata quella dell’agire contemporaneamente “qui e là”. Gauthier diceva: “Ciò che è importante è che mentre noi là viviamo tra gli operai, voi qui agiate sulle strutture sociali per impedire che si fabbrichino ancora dei poveri. Ciascuno di noi deve dare il suo contributo non soltanto aiutando i poveri a combattere la loro povertà ma anche individuando e combattendo le cause della povertà”.

La solidarietà, quindi, non si esaurisce nell’autotassazione, ma deve farsi anche controinformazione, denuncia, grido di indignazione. Questo è avvenuto in molte occasioni, ad esempio con il Tribunale Russell II che si proponeva di denunciare la violenta repressione del regime militare brasiliano. Era il completamento dell’azione solidale che la Rete stava svolgendo accanto ai prigionieri politici e alle loro famiglie. Dove c’erano gruppi della Rete si formarono comitati di appoggio, composti a prescindere da appartenenze ideologiche. E con questo spirito la Rete ha partecipato negli anni a decine di “campagne”, come quella per i 500 anni della conquista dell’America (1992) o quella per un Giubileo della Liberazione (2000), quelle per far conoscere le tragedie dei desaparecidos cileni e argentini e le battaglie delle Madri di Plaza de Mayo, le stragi nei campi profughi palestinesi, i massacri delle dittature centro-americane, i tentativi di ‘pulizia etnica’ a Gerusalemme Est, la partecipazione alle campagne contro il “Millenium Round”, l’adesione alla costituzione della Rete di Lilliput, che si proponeva di coordinare tutto l’associazionismo contrario all’economia neoliberista.

Come ricordò Masina al convegno dei 30 anni della Rete, nel 1994, quando annunciò l’intenzione di lasciare la sua “creatura”, la Rete è “qualcosa di molto più intimo e delicato e grande di un’associazione”: era stata ed era “un circuito di affetti profondissimi, un circuito d’amore”, “una specie di assemblea permanente mobilitata al servizio dei poveri ai quali vengono negate giustizia e libertà [ma] che a questa negazione non si arrendono”. Aver aperto gli occhi sulla povertà di massa aveva indotto alla conversione; questa aveva comportato la condivisione di una parte del proprio reddito, ma soprattutto l’ascolto del mondo dei poveri, il farsi compagni di chi lottava per un mondo migliore. La Rete doveva restare fedele a una cultura conviviale e di controinformazione: prediligere il contatto con testimoni e profeti, con comunità di base e consigli dei favelados, con leghe “campesine” e centri di coscientizzazione; farsi “ricercatrice di verità, pellegrina di verità, avendo come bussola non già gli acquietanti rapporti degli esperti ma la voce degli oppressi”. Per mantenere questo orientamento era necessario non lasciarsi persuadere della definitiva vittoria del capitalismo, coltivare invece la passione utopica per un sistema alternativo: senza utopie, cioè “senza grandi ideali al servizio dell’idea stessa di uomo, non esiste dignità vera, tanto meno esiste felicità”. L’ammonimento degli oppressi chiedeva alla Rete di rendere credibile la solidarietà verso i poveri del Sud attraverso “l’impegno politico contro i centri di potere che qui, nell’impero del Nord-Ovest del benessere, progettano le proprie politiche, organizzano le proprie strategie, incassano i proventi dello sfruttamento o della emarginazione di miliardi di esseri umani”. Secondo Masina, la Rete aveva maturato questa lucidità di giudizio e doveva continuare ad essere “una scomodissima forza di opposizione”, di resistenza contro ogni potere che opprime.

Il ritiro di Masina dalla Rete ha creato notevoli preoccupazioni per la tenuta e la continuità, ma alla fine la forte motivazione degli aderenti e il “circuito d’amore” e di amicizia di cui parlava Ettore  hanno avuto il sopravvento. Il passaggio da una conduzione personale a una collettiva, dopo le inevitabili difficoltà iniziali, ha portato anche qualche vantaggio, che lo stesso Masina aveva previsto. Tra questi un incremento della partecipazione e una maggiore responsabilizzazione  delle reti, che ha portato a sperimentare un processo decisionale condiviso. Positivo è stato aver conservato alla Rete le caratteristiche che la distinguevano: la libertà che viene da una povertà di mezzi consapevolmente assunta, la possibilità di rapportarsi a gruppi di poveri senza inciampi burocratici, la mancanza di gerarchie formali e di statuti, la possibilità di essere sempre allo stato nascente, aperti alle urgenze e alla creatività.

Gli svantaggi consistono nella eccessiva lentezza della discussione, nella debolezza complessiva del momento decisionale, nella difficoltà a lanciare e gestire operazioni straordinarie. Ma questo fa parte del nostro essere e della nostra storia. Ed è, probabilmente, il prezzo della nostra libertà.

Cari saluti a tutte e a tutti

Fulvio Gardumi

Circolare Nazionale Rete Radiè Resch

Febbraio 2014

A cura della Rete di Trento e Rovereto

Care amiche e cari amici, la Circolare del mese scorso ha cercato di fare memoria delle origini della Rete, ricordando l’avventura cominciata esattamente 50 anni fa con l’incontro tra Ettore Masina e Paul Gauthier. Abbiamo visto come alcune caratteristiche fondanti siano più che mai valide anche oggi. Certamente però in mezzo secolo sono cambiate anche molte cose. Ad esempio l’idea di sviluppo e di sottosviluppo: se nel 1964 l’Italia era nel pieno del boom economico, oggi è anch’essa coinvolta in una crisi globale che sta rimescolando le carte e che richiede nuovi modelli interpretativi. Oggi sviluppo e sottosviluppo convivono insieme nei paesi occidentali come in quelli che una volta chiamavamo “Terzo mondo”. Nuovi problemi si sono affacciati nel frattempo, come la coscienza ambientale, che negli anni ’60 era una specie di “lusso” riservato a poche avanguardie intellettuali. In questa lettera desidero proporre alcuni interrogativi che da un po’ di  tempo, anche prima della presente crisi, molti di noi ci ponevamo, ma che con l’aggravarsi della crisi occupazionale nazionale, per non dire mondiale, si fanno sempre più impellenti ed assillanti. Pongo questi quesiti a tutti coloro  che sento vicini nella sensibilità verso le problematiche sociali: lavoro, occupazione, giustizia, pace, non violenza, solidarietà, cooperazione internazionale, sostenibilità ambientale, ecc. Gli interrogativi riguardano le contraddizioni tra le scelte economiche, finanziarie, commerciali attuate dai governi per uscire dalle crisi che attanagliano i rispettivi paesi e quelle che noi auspichiamo necessarie in una visione globale della realtà mondiale. I diversi aspetti della  crisi mondiale (energetica, ambientale, climatica, idrogeologica …) richiederebbero una radicale inversione per quanto riguarda il  modello di sviluppo occidentale, che ormai si è esteso a tutto il  mondo. Negli ultimi decenni sono nate e si sono moltiplicate ovunque  realtà associative, organizzazioni, ong  di cooperazione internazionale, ecologiste, ambientaliste, ecc. che spingono nella direzione della solidarietà, di una riduzione della cementificazione, del trasporto su gomma, dei consumi energetici, Km zero, promozione di una alimentazione sana,  vegetariana e più ridotta nei contenuti energetici, ecc. Tutte queste realtà e sensibilità si trovano però a cozzare contro altre esigenze, anch’esse legittime, come quelle del diritto al lavoro, alla conservazione dei posti di lavoro, possibilmente prossimi ai luoghi di residenza.  Anche i governi più democratici, almeno nelle intenzioni, cercano di ricreare posti di lavoro, realizzando infrastrutture, rilanciando alcuni settori trainanti dell’edilizia, dell’auto, dei trasporti, del turismo di massa. Ma la competitività internazionale e il libero mercato impongono modelli che comportano la violazione dei diritti umani, la trasgressione delle convenzioni internazionali a tutela dei diritti dei lavoratori e della salvaguardia dell’ambiente. In questo contesto, sono molte le persone, anche tra i progressisti, che non riescono a cogliere le connessioni tra scelte di sviluppo e comportamenti personali, o minimizzano le loro conseguenze ambientali sul pianeta e sulla sopravvivenza di  milioni di persone. Qualche esempio di relazione di causa ed effetto di cui non si è sufficientemente consapevoli:

– Tra consumo di carne e un miliardo di persone escluse dal cibo

– Tra acquisto di cellulari e le guerre in Africa per il coltan

– Tra produzione/acquisto di biocarburanti e migrazioni

– Tra acquisto di prodotti usa e getta e inquinamento ambientale

– Tra acquisto di veicoli veloci e potenti e guerre per il petrolio

– Tra turismo esotico e accaparramento di acqua dolce

– Tra termostato oltre i 20°C ed effetto serra

– Tra consumo di sigarette o di alcolici e riduzione della produzione di cibo

– Tra consumi di prodotti alimentari industriali e riduzione della biodiversità

– Tra il perseguire obiettivi competitivi, arrivisti, individualisti e conflitti sociali,

– Tra turismo invernale e l’impronta ecologica superiore 5 volte a quella sostenibile.

La consapevolezza di queste ed altre connessioni dovrebbe sollecitarci ad una inversione radicale, ma allo stesso tempo ci mette in profonda crisi, perché pone in discussione tutte le nostre abitudini personali  e ciò che abbiamo acquisito e per cui abbiamo  lavorato tutta una vita. Capita anche a coloro che ne sono consapevoli, di sentirsi combattuti tra il mantenimento delle proprie abitudini, comodità, consumi di ogni genere per sé o per i propri figli e il sentire necessario un cambiamento di stili di vita. Come resistere alle molteplici opportunità che il mercato, la pubblicità ci propone, prezzi contenuti, saldi, vacanze e viaggi low cost, che questo modello economico produttivo consumistico ci offre? Se sul piano personale ognuno può fare scelte più o meno radicali relative ai propri stili di vita, più profondo diventa il conflitto che si prospetta dentro coloro che hanno responsabilità governative, amministrative, e ruoli nella gestione della cosa pubblica. Infatti oltre alle scelte nell’ambito personale, vi sono anche le responsabilità nell’agire politico, normativo, amministrativo, sindacale e nella gestione del welfare, per i quali si è stati eletti o chiamati a tutelare le esigenze dei cittadini, le conquiste ottenute e gli stili di vita acquisiti. Ma per altro verso il dramma di queste persone è che percepiscono le conseguenze globali nefaste che tutto questo produce per 3/ 4 dell’umanità. In base all’attuale nostra eccessiva impronta ecologica è stimato che il nostro overshoot day, cioè il giorno in cui il nostro Paese ha esaurito le risorse naturali che in un anno è in grado di generare, è l’8 maggio: da quel giorno in poi consumiamo le risorse di altre regioni e popoli.

Le istituzioni finanziarie, i partiti e coloro che si ispirano a ideologie nazionaliste e di destra, i sindacati corporativi, per ignoranza o per bieco egoismo, non si pongono questi problemi e comunque sono disposti a tutto pur di perseguire questo modello di sviluppo e tutelare gli interessi e privilegi di una minoranza. Mi chiedo invece come e perché le connessioni sopra elencate e queste contraddizioni non vengano prese in considerazione da amministratori, dirigenti e militanti dai partiti ed organizzazioni sindacali che si professano di sinistra, che ispirano le proprie scelte nella direzione della giustizia, dell’equità, della fratellanza, non solo regionale, ma anche mondiale. Il problema che mi pongo, come ogni cittadino impegnato e consapevole della sua responsabilità verso il bene comune, è che dietro questi comportamenti personali vi sono scelte politiche ed economiche di promozione del lavoro e del welfare che ciascuno di noi è chiamato a prendere e/o avallare. Perciò mi chiedo come conciliare due esigenze che appaiono contrapposte? Come orientare la produzione/servizi/consumi considerando i diritti, l’etica, e la libertà di scelta dei cittadini e contemporaneamente dimezzare l’impronta ecologica del nostro Paese?

Circolare Nazionale Rete Radiè Resch

Gennaio 2014

A cura della Rete di Trento

Il 1° gennaio 1964 – esattamente 50 anni fa – Ettore Masina si trovava a Gerusalemme, inviato dal quotidiano “Il Giorno” assieme al collega Giorgio Bocca, per seguire un avvenimento eccezionale per l’epoca: il primo viaggio all’estero di un papa dell’era moderna. Papa Paolo VI aveva annunciato il 4 dicembre 1963 ai padri conciliari, “attoniti per la sorpresa”, che aveva deciso di farsi umile pellegrino in Palestina, la terra di Gesù di Nazareth. La stampa internazionale era quindi tutta schierata a Gerusalemme già alcuni giorni prima dell’arrivo del Papa, per “preparare il terreno”, cioè per illustrare ai propri lettori l’ambiente storico, politico e sociale in cui il Papa sarebbe arrivato il 4 gennaio. Quel capodanno 1964 Masina aveva dettato al giornale la sua corrispondenza, in cui parlava di Paul Gauthier:  “Di tutte le persone che ho visto in Terra Santa quella che mi sembra rispecchiare con più precisione e nobiltà l’ideale cristiano è questo prete operaio francese che da 10 anni vive a Nazareth fra i poveri della città. Quasi un mese fa ero con lui a Roma, la mattina del 4 dicembre, quando Paolo VI annunziò al mondo che si sarebbe fatto pellegrino in Palestina. (…) Adesso padre Gauthier mi accoglie sulle impalcature di una casa in costruzione. Mi ci hanno spinto, quasi portato di peso, una dozzina di piccoli arabi che lo adorano, e che lo chiamano ‘padre’ (…). E’ la duecentodiciannovesima casa che Gauthier costruisce per i rifugiati arabi sulle colline di Nazareth, di fronte al Tabor, il monte sul quale il Cristo si trasfigurò”. E’ da questo incontro di Ettore Masina con Paul Gauthier che è nata la Rete Radié Resch. E’ una storia che tutti conosciamo nella Rete, ma ho pensato di riproporre questo inizio per aiutare tutti noi a fare memoria delle nostre origini nell’anno in cui ci apprestiamo a dedicare il Convegno nazionale al ricordo dei primi cinquant’anni della nostra storia, ad un ripensamento del nostro cammino, all’ incontro con alcuni dei testimoni che in questi cinque decenni hanno contribuito a fare la nostra storia e alla commemorazione di tanti amici e amiche che hanno fatto insieme a noi il cammino della Rete e che ora non ci sono più. A cominciare da Paul Gauthier. Per entrare nel clima delle origini ho riletto i libri “Radié Resch. Una storia di solidarietà” scritto da Carla Grandi nel 1992 e “Nel vento della storia” scritto da Ettore Ongaro nel 1994 in occasione dei 30 anni di vita della Rete. Ercole sta ora scrivendo un nuovo libro in vista dei 50 anni: un lavoro certo non facile (ma quanto meritorio!), per impostare il quale si è confrontato con le varie reti presenti al Coordinamento di Sezano nel settembre scorso. La rilettura dei libri di Carla e di Ercole è un ottimo modo per ripercorrere una storia straordinaria e per trarne spunti di riflessione per il futuro. E’ utile per chi è nuovo nella Rete, per chi non la conosce affatto, ma anche per chi ha fatto parte della Rete per un tratto più o meno lungo del suo cammino. Purtroppo i due libri sono esauriti: c’è forse qualche copia qua e là che qualcuno potrebbe mettere a disposizione di chi non ce l’ha. Ercole mi ha detto che ha pensato di inserire nella prima parte del nuovo libro una sintesi del primo, in modo da sopperire all’esaurimento del volume. Il viaggio in Terra Santa era stato per Ettore “il primo impatto con la povertà di massa, con il Sud della Terra e fu uno shock”, scrive Ongaro nel suo libro. Fu così che decise, insieme alla moglie Clotilde, di inviare i propri risparmi a Gauthier, il quale però gli rispose: “Per aiutarci materialmente è meglio che voi costituiate con i vostri amici una rete e inviate ogni mese le offerte raccolte. (…). L’importante è questo: diffondete il desiderio di condivisione dei beni, come agli inizi degli Atti degli Apostoli”. Il che significava occuparsi dei poveri non una tantum, ma con il duplice impegno della condivisione e della continuità.  Ecco due elementi presenti ancora oggi. Masina scrisse a numerosi amici, credenti e non credenti. Nacque così la ‘circolare’ mensile, che Ettore scriverà per tantissimi anni e che diventerà il collegamento fra tutti gli amici della Rete, occasione di informazione sui risultati dell’autotassazione e stimolo per riflessioni sull’ingiustizia e sui meccanismi che la provocano. I primi nuclei di quella che ben presto fu chiamata “Rete” si costituirono a Milano, Roma, Varese. I versamenti mensili dei singoli aderenti venivano inviati a Gauthier sotto forma di prestiti, senza interesse e a lunghissima scadenza, destinati a famiglie palestinesi indigenti, che vivevano in baracche o grotte, permettendo loro di accedere alla cooperativa per la casa. Paul accolse con gioia la proposta di Masina di chiamare la Rete sorta in Italia col nome di una bambina di Nazareth, profuga palestinese, che era morta di polmonite in un tugurio senza vetri alle finestre, prima che alla sua famiglia fosse assegnato un appartamento. Nell’agonia Radié – nome che in arabo significa ‘sempre grazie a Dio’ – aveva continuato a ripetere “Io laverò i vetri della nostra casa”. Perciò Paul aveva concluso “Radié è andata in una città migliore e di lassù ci aiuterà a lavare gli occhi di chi non vede la necessità di dividere i suoi beni con i poveri”. Gauthier aveva seguito i lavori del Concilio assieme al vescovo di Nazareth, Georges Hakim, e fu l’ispiratore del documento “Gesù, la Chiesa e i poveri”, attorno al quale si riunirono numerosi vescovi e padri conciliari, provenienti soprattutto dal Sud del mondo, che chiedevano alla Chiesa “un’opzione preferenziale per i poveri”. Durante la sua permanenza a Roma, Paul alloggiava in un convento di suore, dove conobbe una donna delle pulizie, Jole, che aveva un fratello paralizzato fin dall’infanzia, Giulio, che lei assisteva con grande fatica e in solitudine. Paul andò a trovarli in casa e rimase commosso. Ne parlò con Ettore e decisero che “Giulio doveva procurare da vivere a sua sorella perché gli faceva da infermiera”. Da quel giorno la Rete versò mensilmente uno stipendio a Giulio e così Jole non dovette più lavorare  fuori casa ma  si dedicò completamente al fratello. Ecco, queste sono le origini della Rete. Che cosa è cambiato in 50 anni? I poveri, anche allora, c’erano non solo nel Sud del mondo, ma anche qui. E oggi, probabilmente, ancora di più. Nel convegno delle Reti del Nordest del maggio scorso, il relatore Michele Nardelli ci aveva detto, tra l’altro: “dobbiamo interrogarci sul concetto di sviluppo e sottosviluppo. Non esistono più i Paesi sviluppati e i Paesi sottosviluppati. In ogni Paese c’è sviluppo e sottosviluppo, inclusione ed esclusione. Oggi il simbolo della povertà non è tanto la magrezza scheletrica del Sahara, quanto l’obesità dei poveri degli Stati Uniti o del Sudamerica”. Ho chiesto a Ercole Ongaro quale impressione sta ricavando dal lavoro di stesura del nuovo libro su questi 50 anni di storia della Rete. Ecco la sua risposta: “La Rete, pur avendo vissuto una cesura nel passaggio da una conduzione personale a una conduzione collegiale,  ha conservato le sue specificità originali e ha evitato le scorciatoie dell’istituzionalizzarsi e dell’inseguire l’efficienza: ha continuato a preferire la presa di coscienza delle persone rispetto all’abilità nel raccogliere denaro, la relazione di amicizia rispetto all’organizzazione burocratica, le operazioni con basso finanziamento ma con alto valore aggiunto di solidarietà politica. Anche gli scambi di messaggi della mailing list documentano che nella Rete non si è persa la voglia di confrontarsi, di rimettersi in discussione, di disporsi a cambiare per avvicinare il ‘sogno’ di chi 50 anni fa ha intuito che combattere le cause dell’ingiustizia è il livello della sfida a cui la storia chiama gli uomini e le donne di buona volontà”.

Auguro a tutte e a tutti un 2014 ricco di speranza!

Fulvio Gardumi

Circolare Nazionale Rete Radiè Resch

Dicembre 2013

A cura della Rete di Noto, Avola Pozzallo…

La Rete, associazione laica, è da sempre comunque molto attenta all’universo religioso, non foss’altro che per il fatto che la Religione, insieme alla Politica, sono due elementi fondamentali di accelerazione o freno della storia e dei suoi cambiamenti. Nell’ambito della religione cattolica si può dire che da anni ormai era autunno, se non inverno, dopo la primavera conciliare di Giovanni XXIII, che sicuramente tentò di dare una spinta, anzi una svolta, ad una struttura adagiata ed arroccata su un passato legato teologicamente ed operativamente al Concilio di Trento. Il lungo “dominio” di Giovanni Paolo II, che ha sempre avuto dietro l’ombra teologica e il “braccio armato” di Ratzinger, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede-ex Sant’Uffizio, ha probabilmente fatto scivolare non solo la Chiesa, ma la stessa fede cristiana verso un appiattimento o addirittura, come più d’uno sostiene, uno snaturamento dell’originalità della stessa, ridotta al mero verticalismo del rapporto uomo/Dio, che ben si è coniugato con l’individualismo di base della società liberista. In parole semplici: “mi” salvo (=vado in Paradiso) soprattutto se mi relaziono al Dio dei cieli; e la relazione di amore al prossimo è diventata “opera di carità”, beneficenza, elemosina. Molte di queste sono state anche organizzate in strutture cattoliche: scuole cattoliche, ospedali cattolici, banche cattoliche (…fino allo IOR) e per di più con la pretesa, al “caro prezzo” di alleanze politiche, di essere sovvenzionate ed equiparate a quelle statali. Le trionfalistiche folle oceaniche dei pellegrinaggi, delle Giornate Mondiali della Gioventù, dei Congressi Eucaristici di cui si nutriva l’ecclesiologia di Giovanni Paolo II, hanno trasmesso l’idea che la sostanza  della Fede  fosse quella  esteriore e devozionista e che la Chiesa vera fosse quella dei grandi numeri, delle megacelebrazioni, sì da diventare talmente “forte” da  tentare di imporre all’intera società civile, diventata nostra, le nostre regole morali sul divorzio, sull’aborto ecc. (…salvo poi ad essere smentiti dai referendum…ma pazienza!…riproveremo). Illuminante, a tal proposito, l’intervista di Fazio al cardinal Ruini a “Che tempo che fa” del 1° Ottobre 2012. Tutto questo superficializzando quello che da molti credenti è ritenuto  il rivoluzionario messaggio altruista originario di Gesù, conformandolo alla società dell’immagine e del potere. Insomma, per essere dei buoni cristiani bastava (e per molti versi basta tutt’oggi) andare a Messa la domenica, accostarsi ai Sacramenti, osservare un po’ i comandamenti (…ma non troppo, tanto la confessione pulisce tutto e tutti), non fare del male e fare semmai qualche “opera di misericordia” o di bene. La scelta dei poveri e della povertà era concepita come prerogativa della vocazione estrema ed estremista di qualcuno, non di rado poco ben visto dalla Chiesa istituzionale. In una visione globale non si può comunque non riconoscere anche alla Chiesa-istituzione nel corso dei secoli, ma soprattutto ad un’immensa massa di credenti in tutto il mondo, l’importante funzione di aver “spinto”, a volte accelerandola, la Storia nella direzione nella quale noi tutti della Rete ci riconosciamo: quella della giustizia egualitaria, quella – diremmo laicamente – di almeno due delle “pretese” della Rivoluzione illuminista: “liberté” ed “egalité”, sulle quali siamo comunque invero ancora piuttosto indietro, viste le enormi disparità, che sembrano addirittura aumentare, tra ricchi e poveri nel mondo. L’era della “fraternité” sembra ancora di là da venire – e qui la religione cristiana e le religioni tutte avrebbero molto da dire e da fare, in termini di “acceleratori”, ma non si può approfondirlo in questa sede -. Quello che si può dire è che in questo scenario, forse nel momento in cui la Chiesa Cattolica istituzionale sembra toccare il fondo di credibilità (ripetiamo senza nulla togliere al merito e dall’azione di tutti i credenti impegnati sempre e ovunque per la “liberazione” dell’uomo e della donna da ogni peso e schiavitù), …dagli scandali della pedofilia ormai non più soffocabili, a quelli economici dello IOR, alla resa-ritiro, peraltro nuovo e coraggioso, dell’ultimo Papa dogmatico della storia … in questo scenario irrompe la figura di Papa Francesco. Che si impegna da subito in un’opera titanica, che non è più semplicemente quella di tamponare gli scandali, ma – a quanto sembra – quella di intraprendere davvero un percorso di riforma della Chiesa. Dal punto di vista teologico rimette al centro la coscienza, aprendo ampi spazi sia al dialogo con i non credenti (di cui alcuni sembrano peraltro annaspare essi stessi nelle esasperate logiche di un individualismo diventato irrimediabilmente egoista – vedasi intervista di Scalfari al Papa -) sia alla comprensione-tolleranza del peccatore (anche “pubblico”, qual era, ad esempio,obiettivamente considerato il divorziato). Dal punto di vista interno alla Chiesa, senza – saggiamente – voler da subito operare una rivoluzione copernicana, tenta quanto meno di rimettere un po’ di ordine nella gestione dei poteri interni  (ad esempio quello economico), spostandosi anche fisicamente dalla curia romana. E rispunta finalmente, dopo mille anni, la parola “collegialità”, che potrebbe essere la parola chiave del futuro della Chiesa cattolica. Mentre inizia, con la “gestione” della sua stessa persona, una eccezionale opera di semplificazione, in questo caso si potrebbe ben dire rivoluzionaria, liberandosi innanzitutto esteriormente di quasi tutti i paludati orpelli dei Papi precedenti e semplificando la relazione del Papa col mondo e con gli altri, portandola ad una genuina immediatezza, la quale, ovviamente, non può che lasciare tutti stupefatti. Nel suo agire non sembra esserci niente di finto, di mediato da tradizioni e cerimoniosità, dando il senso di una personale, formidabile coerenza cristiana, che sembra tendere a “spogliare” anche la Chiesa, per riportarla in linea col suo messaggio evangelico originario.

La semplificazione, sul modello di San Francesco (nome piuttosto impegnativo), sembra infatti arrivare ad aperture nuove verso la “Chiesa povera” e verso quella“dei poveri”. Che sono cose ben diverse. Una Chiesa povera è quella capace di spogliarsi delle sue ricchezze e dei suoi beni materiali… Molte delle chiese di frontiera, specie missionarie, sono chiese povere, quasi per necessità e condizione, più che per scelta, essendo prive di mezzi e di beni, costrette a vivere di stenti o di assistenza da parte delle chiese più ricche. Ma quante di esse siano Chiesa dei poveri non è dato di sapere. La Chiesa dei poveri è quella che non solo si fa povera, ma si schiera coi poveri, che fa una reale scelta di campo, di condivisione, in direzione della liberazione da qualsiasi forma di schiavitù, materiale, fisica o interiore, e quindi anche politica. La Chiesa dei Don Milani, per intendersi (peraltro Don Milani si fece povero, pur essendo di famiglia benestante), che non solo  cercò di dare ai poveri  i mezzi per liberarsi dalla povertà materiale, ma insegnò loro ad agire nel sociale (ad esempio impegnandosi nel sindacato, senza comunque accontentarsi neanche di quello) per scoprire ciò che genera la povertà e operare sulle radici della stessa.

Tornando dunque al Papa Francesco e alla sua svolta di coerenza e autenticità,  la domanda, paradossale (ma non troppo), che – da Rete – poniamo alla riflessione comune è dunque questa: si potrebbero mai risolvere davvero, anche con gli eventuali ingenti proventi delle vendite dei beni patrimoniali e artistici  della Chiesa (cosa che non avverrà), il problema della povertà nel mondo, o della schiavitù dei popoli o delle guerre? Potrebbe, questa gigantesca elemosina, risollevare le sorti dei poveri della terra? …E’ ovvio che neanche la più colossale quantità di denaro potrebbe mai farlo in maniera stabile… Perché in realtà non si scalfirebbero ancora i meccanismi che generano la povertà stessa. La Chiesa ha da sempre predicato l’assioma che, per cambiare il mondo, bisogna che si convertano, che cambino le persone. Ebbene neanche questo può essere vero (e men che mai è realista)… Quand’anche, per assurdo, tutti i credenti si facessero coerentemente evangelicamente economicamente poveri, il mondo potrebbe anche non cambiare. Poiché ”il nostro pane quotidiano” (cioè le risorse da condividere) è rimasto e rimane fermo, impigliato nelle Banche, nelle Società Finanziarie, nelle multinazionali, nelle Società Anonime (come venivano una volta chiamate le S.p.A.), governate appunto da meccanismi finanziari automatici, presieduti dallo logica del profitto fine a sé stesso, dove le “persone” che le guidano (i CEO, i C.d.A. ecc.) non possono assolutamente mutarne il meccanismo. Se solo ci provassero sarebbero immediatamente rimossi e subito sostituiti con altri, fedeli al meccanismo stesso.

Cambiare i grandi meccanismi iniqui è certamente la cosa più difficile: ci proviamo – e ci dobbiamo provare – “dal basso”, visto che politica e religioni sembrano sordi e ciechi, con i piccoli sistemi e le iniziative più varie, dal commercio equosolidale ai nostri progetti di Rete; ma una potenza e un’autorevolezza morale come quelli di un Papa “coerente”, che ne prendesse coscienza  e cominciasse a denunziare (“la denunzia è già annunzio salvifico”, ebbe a dire a suo tempo il Cardinale di Torino Ballestrero!) la nefandezza e la perversione degli stessi, darebbe una grande spinta, quell’accelerazione appunto di cui la religione può farsi portatrice. Purtroppo non è facile che accada e le accuse al capitalismo ingiusto ed edonista dei Papi precedenti (peraltro spesso tradite da accordi politici per la protezione e sovvenzione di strutture cattoliche, come quelle coi governi di Berlusconi, appena “sfiorato” dalle accuse di immoralità sessuali), sono state connotate da una tiepidezza così blanda da sembrare complicità. Oltretutto confermata dall’appoggio alle iniziative elemosiniere (il Banco Alimentare ad esempio) di organizzazioni come Comunione e Liberazione e l’Opus Dei, che nei confronti del capitalismo sono tutt’altro che critiche.

In realtà all’interno di una Chiesa tuttora bloccata, dove il pietismo e il  devozionismo (di cui Radio Maria è uno degli esempi più illustri) sembrano essere diventati l’essenza stessa della fede cristiana, pare che vi sia ancora poco spazio per quella “intelligente lucidità”, da sempre patrimonio della Rete Radiè Resch (possiamo permetterci questo piccolo vanto…), che, secondo una logica semplicemente umana di giustizia egualitaria, definisce “restituzione”quello che per altri continua ad essere beneficenza ed elemosina, forse senza neanche aver esplorato abbastanza quell’”Inno alla Carità”di Paolo di Tarso, che così recita: “quand’anche distribuissi tutte le mie sostanze…se non ho la carità niente mi giova”… A quando dunque l’era della Carità e/cioè della fraternité…della condivisione dei beni della terra?  …Intanto buon lavoro, Papa Francesco!

 

Circolare Nazionale Rete Radiè Resch

Novembre 2013

A cura della Rete di Napoli

Carissime amiche e carissimi amici, purtroppo non possiamo nascondere l’amarezza, la rabbia e la paura di cui siamo pervasi per la situazione che si è verificata nella nostra tanto amata quanto depredata Regione Campania ex “felix”…. I Latini la chiamavano Campania felix per esaltarne l’aspetto pianeggiante, il clima estremamente favorevole, l’estrema fertilità delle sue terre. Oggi è semplicemente la terra dei veleni, una terra malata, avvelenata a causa di una politica inefficiente e di una criminalità viceversa efficientissima. Una terra e una popolazione che attualmente si vedono negato uno dei diritti fondamentali dell’uomo: il diritto alla salute! Da uno studio recente pubblicato dai ricercatori dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Napoli si rileva come, nei Comuni delle province di Napoli e Caserta, il tasso di mortalità standardizzato per patologie tumorali è cresciuto del 27,4% negli uomini, e del 23,5% nelle donne. Dal 1998 ad oggi i casi di morte per malattie oncologiche sono aumentati nel Napoletano fino al 47% : un dato in controtendenza rispetto ai decessi per neoplasie nel resto d’Italia. Alla base dell’anomala crescita dei tumori a Napoli ci sono i danni subiti dal territorio a causa dei crimini ambientali commessi nel tempo e della cattiva gestione dei rifiuti, anche se si continua a ribadire che non esiste correlazione diretta e certa tra tale incremento e i roghi di rifiuti. Tuttavia la presenza di sostanze altamente tossiche è stata rilevata nel sangue di cittadini campani del cosiddetto triangolo della morte, compreso tra i comuni napoletani di Acerra, Nola e Marigliano dove sono alte le concentrazioni di policlorobifenili (PCB), sostanze prodotte da industrie chimiche che non esistono nella Regione Campania. A questo va aggiunta l’elevata concentrazione di diossina registrata in questi territori dovuta ai numerosi e quotidiani roghi appiccati per eliminare copertoni o per recuperare il rame dai cavi elettrici. D’altronde lo sversamento dei rifiuti industriali altamente inquinanti riguarda anche le discariche legali ( v. i circa ottocentomila tonnellate di fanghi dell’ACNA di Cengio smaltiti nella discarica di Pianura). Tutte queste sostanze cancerogene (diossina, PCB, metalli pesanti, furani e idrocarburi policiclici aromatici) una volta liberate nella biosfera entrano nel corpo umano attraverso l’esposizione sia diretta (inalazione, ingestione, assorbimento cutaneo), che indiretta e vanno a interferire con il genoma alterando la trascrizione dell’informazione contenuta nel DNA durante la fase di replicazione cellulare. In questo modo, tali sostanze sono responsabili di una serie di malattie quali il cancro, le malattie alle vie respiratorie, le allergie, i disturbi neurodegenerativi,le patologie tiroidee e le malformazioni congenite. Questo fenomeno non è confinato nei soli Comuni del “Triangolo della morte” o della “Terra dei fuochi” ma rappresenta un vero e proprio “sistema criminale” ben più esteso e grave che sta determinando anche gravi ripercussioni sull’economia locale. Per anni i comitati dei cittadini hanno denunciato la situazione ad ogni possibile istituzione politica e giudiziaria senza che nulla sia realmente cambiato. Negli ultimi anni, però, grazie a Dio, sull’onda della presa di coscienza sempre più consapevole di questo grave disastro si sta verificando una sinergia concreta fra la popolazione, le associazioni tematiche di settore, la comunità scientifica e il mondo ecclesiale per contrastare l’ecomafia e lo smaltimento dei rifiuti tossici. Sono state proposte alcune soluzioni: quella di un sistema di controllo satellitare per il monitoraggio permanente del territorio campano, misura indispensabile per fermare il traffico criminale dei rifiuti pericolosi e i roghi di diossina; quella dello stanziamento di fondi per effettuare analisi del suolo, dell’aria e dell’acqua e per una seria e capillare bonifica dei territori censiti che sono stati oggetto di sversamenti illegali di sostanze tossiche, una bonifica, cioè, che sappia impedire infiltrazioni della criminalità; quella dell’istituzione di un registro regionale dei tumori;quella di abolire ogni forma di incentivo statale agli inceneritori, oggi finanziati dai contribuenti in base alla erronea assimilazione di tali impianti a fonti di energia rinnovabile e di esacerbare le pene previste in materia di danno ambientale, prevedendo procedure più snelle in deroga a quelle esistenti. La comunità scientifica è impegnata in una battaglia con le istituzioni, affinché venga istituito un laboratorio regionale di tossicologia per il monitoraggio, sull’uomo, delle sostanze tossiche ambientali, in particolare della diossina. Le associazioni tematiche di settore si stanno battendo affinché sia redatto un nuovo piano regionale dei rifiuti incentrato, come prevede la normativa europea, sulla raccolta differenziata e sul riciclaggio e recupero della materia. Per tutto ciò siamo sempre più indignati e dalle istituzioni, a tutti i livelli, pretendiamo verità e trasparenza. Ci auguriamo di resistere e di portare avanti la nostra battaglia (certamente non facile) fino in fondo affinché si restituisca un futuro pulito a questa nostra terra, confortati dalle parole di Papa Francesco: “Ci sono giorni difficili, ma senza speranza non si va avanti”.

Un caro saluto dalla Rete di Napoli

Circolare Nazionale Rete Radiè Resch

Ottobre 2013

A cura della Rete di Salerno

“Dalla profezia all’apocalittica”

Care/i, analizzare il momento storico che stiamo vivendo, cosa che facciamo ormai da tempo, è davvero sempre più scoraggiante e siccome non abbiamo assolutamente bisogno di deprimerci, guardiamo avanti con speranza. Parto da un messaggio ricevuto ieri da fratel Tommaso Bogliacino, piccolo fratello di Charles de Foucauld che attualmente anima la comunità di Betania a Padenghe sul Garda in provincia di Brescia. Il messaggio diceva, riferendosi alla nostra situazione politica e non solo, “Pace e gioia. Nei disastri vengano fuori le forze migliori. Abbraccio. Tom.” Beh, più disastro di così!? Quest’estate ho avuto la fortuna di riascoltare il professor Roberto Mancini, docente di Filosofia teoretica presso l’Università di Macerata. In quell’occasione doveva parlarci dell’Amore ed ha iniziato la sua riflessione volendo contestualizzare il momento in cui ci troviamo. È partito dalla globalizzazione, pregandoci di non parlare di crisi, ma di fallimento, perché  crisi  indica una difficoltà momentanea, superata la quale, si ritorna allo stesso sistema, il fallimento, invece, è una situazione definitiva di cui prendere atto e da cui ripartire con un nuovo sistema: nuovo modello di sviluppo e di economia al cui centro ritornino l’amore per la persona, per la terra, per la vita. Ci tocca quindi passare, come riflettevamo in uno degli incontri di spiritualità con Alex Zanotelli, dalla profezia all’apocalittica. Profeta è chi legge i tempi e fa denuncia, per apocalittica, invece, non s’intende la catastrofica e definitiva fine del mondo, ma la fine di un mondo iniquo e la costruzione di cieli e terre nuovi. In concreto, passare dall’analisi e dalla denuncia delle negatività del nostro tempo –  prenderne atto  senza farsi sopraffare – al pensare, proporre ed iniziare a costruire insieme modelli di vita alternativi. Insieme, perché il primo passo che dovremmo fare è fuggire dall’individualismo in cui questo sistema ci ha condotti: pensare ad un mondo nuovo passando dall’io (che può essere anche la famiglia, il gruppo, la categoria) al noi, vera globalizzazione dei popoli e col pianeta. Insieme per l’insieme, nel senso che le scelte locali e quotidiane devono essere fatte pensando alle ripercussioni sul globale e che non possono essere fatte se non insieme: il cambiamento individuale è indispensabile, ma per sostenerlo e renderlo incisivo ha bisogno di una dimensione comunitaria. La comunità, inoltre, sarebbe il primo luogo dove vivere le relazioni e l’amore che desideriamo per tutti. Prima dei verbi pensare, proporre e costruire, per fare apocalittica c’è bisogno di vedere, sostituire i nostri occhi negativi con occhi che vogliono scorgere il positivo che sta nascendo e recuperare tutte le forze migliori per farsi contagiare e contagiare. Nel concreto: in questo difficile momento stanno nascendo tante esperienze alternative di finanza, economia, lavoro, abitazione (finanza etica, economia locale, GAS, transition town, ritorno alla terra, cooperative, co-housing…) tutte da cominciare a proporre e a vivere fino ad influenzare anche le scelte politiche di chi ci governa, fino ad osare di farne un vero e proprio programma politico. Tutto ciò è strettamente legato alla riflessione sulla solidarietà che si sta facendo nella Rete in questo percorso verso il convegno del cinquantenario (25, 26 e 27 Aprile 2014) e che si intitolerà “50 anni di Rete. Il presente della solidarietà tra memoria e futuro”. Solidarietà, infatti, è soprattutto Rete, cioè, “ insiemità”. Non si può, inoltre, pensare ad un mondo solidale senza pensare a scelte politiche, economiche e finanziarie al cui centro non ritorni la persona al posto del profitto, scelte che non ci facciano trovare più nella situazione di dover restituire. Del resto questo sistema sta esaurendo tutto tanto che presto non avremo più cosa restituire (pensiamo al pianeta). Per rendere fattibile e leggero questo percorso forse bisognerebbe liberarci dall’ansia del risultato e, come dice Antonietta Potente, prendere atto che siamo in un momento di transizione e di preparazione: il futuro va costruito nella fedeltà al nostro presente, nel rispetto e nella valorizzazione delle diversità,  con operosa pazienza. Pazienza non come rassegnazione, ma come perseveranza e speranza nel costruire il cambiamento, ricordando, appunto, che lo stiamo semplicemente preparando.

Buona Apocalisse a tutti.

Per la Rete di Salerno

Lucia Capriglione

Circolare Nazionale Rete Radiè Resch

Settembre 2013

A cura della Rete di Casale Monferrato

Abbiamo davanti agli occhi alcuni segni di speranza. Ad esempio le affermazioni felicemente imprudenti di un papa che dice: chi sono io per giudicare? La  chiesa cattolica è una istituzione troppo complessa per cambiare in pochi anni, ma molte prese di posizione di questo papa (ad esempio quelle sulla povertà e sulla pace) rimarranno indelebili nella memoria di molti uomini di buona volontà. Il mondo arabo continua invece a mandare messaggi di inquietudine e di sofferenza. Abbiamo davanti agli occhi la dura repressione in Egitto e non riusciamo a distinguere una alternativa credibile ai centri di potere che in questo momento si contendono le piazze.In Siria prosegue la guerra civile e siamo colpiti anche a livello personale dalla scomparsa (speriamo temporanea) di padre Paolo Dall’Oglio che abbiamo invitato come testimone a Casale il 20 ottobre 2012. Padre Dall’Oglio, gesuita, dal 1982 animatore di una comunità a Mar Musa al-Habashi, nel deserto a nord di Damasco, si era fortemente impegnato nel dialogo interreligioso (nel 1992 aveva fondato una comunità spirituale ecumenica mista che si richiama al patriarca Abramo, figura biblica comune a tutte le tradizioni religiose) ed è stato espulso dal governo siriano il 12 giugno 2012 in seguito ai suoi tentativi di mediazione fra le fazioni siriane. Ora pare che la guerra diventi l’unico modo possibile di rispondere alla violenza, ignorando la lezione della storia recente e il fallimento clamoroso di quasi tutte le “guerre umanitarie” dell’ultimo ventennio. La Rete Radiè Resch si avvia a compiere il mezzo secolo e questa ricorrenza ci interroga sul senso del cammino fin qui percorso. Il recente dibattito sull’opportunità di formalizzare lo statuto associativo della Rete ha fatto riemergere tutta la “ritrosia” della Rete verso i cammini istituzionali, il suo essere trasparente e amicale, fino a rendersi esile e a tratti poco visibile. Del resto già Ernesto Balducci aveva annotato, nella sua prefazione alla storia della Rete di Carla Grandi (Una storia di solidarietà, Borla, 1992): “La garanzia di autenticità della Rete la vedo nella sua disponibilità a morire quando venisse il momento. Un movimento è esposto alla tentazione di istituzionalizzarsi, di fare di se stesso la ragione di sé stesso, lasciandosi così penetrare dalla logica dell’autoconservazione. Il genio della rete è nella sua totale immanenza ai rischi e agli imprevisti della libertà, una condizione che richiede, per non venir meno, una costante dinamica della fantasia creativa.” Le note di Ettore Masina al convegno dei 50 anni riprendono il profilo esistenziale e amicale della Rete. I 50 anni possono essere una pietra sulla quale chi è in cammino, riposandosi un istante, chiede a se stesso ragione di una scelta e di una meta. La ricorrenza diventa così l’occasione per domandarci come questa piccola associazione conservi una scintilla della nostra convinzione originaria. In un certo momento, per ciascuno di noi diverso, abbiamo colto nella RRR la possibilità di una resistenza al modello culturale che affossa le speranze e le sostituisce con illusioni effimere e insieme la possibilità che sia possibile fondare un cammino di amicizie a partire da un ostinato tentativo di servizio alla giustizia e alla libertà. L’adesione alla Rete nasce dalla percezione della bellezza che deriva dalla militanza e insieme dalla dilatazione delle capacità affettive. Secondo Masina l’anniversario andrebbe celebrato in maniera apertamente festosa. La RRR ha sempre dato importanza alle esigenze dell’amicizia che richiede capacità di manifestare gratitudine anche attraverso la convivialità (ai maestri e ai compagni). La festa non può certo tradursi in una auto-celebrazione, ma può diventare autentica nella percezione di un tessuto ricco di fraternità, che contribuisca a migliorare il contesto in cui viviamo e forse anche noi stessi, persino al di là della nostra comprensione. E’ opportuno cercare una verifica della comune identità etica evitando le mitizzazioni del passato basate sul ricordo della nostra giovinezza. Il cammino che abbiamo percorso è spesso tortuoso, lacunoso, frammentato e forse qualche volta ideologicamente arrogante. Si tratta di rielaborare una narrazione della Rete in cui tutti possano trovare rivisitati i momenti, i luoghi, le emozioni del proprio ingresso, il proprio starci nonostante le diversità. Non mutare ideali, ma costruire attenzioni e sensibilità, elaborare nuove tessiture di affetti e dialoghi, studiare nuove capacità di far crescere le nostre istanze negli interstizi dei sistemi di potere che sembrano avviati a dominare il futuro. La Rete resta un’associazione gelosamente laica, ma anche fortemente convinta che l’ispirazione evangelica di molti dei suoi componenti e l’appassionata compresenza di credenti in fedi laiche rappresentino un contributo prezioso ed essenziale. La Rete è un percorso di trasformazione che segue i tempi delle persone: l’attenzione alle storie di coloro che attuano interventi di sostegno con il nostro aiuto si accompagna alla riflessione che ciascun aderente fa sui propri stili di vita, cercando di comprendere i modelli culturali e i parametri di giudizio che perpetuano le situazioni di ingiustizia. La solidarietà diventa piena e fruttuosa solo se si realizzano entrambi i cambiamenti: questo è il senso della nostra avventura come Rete.

Un saluto a tutti gli aderenti  e un arrivederci al coordinamento di Verona.

Circolare Nazionale Rete Radiè Resch

Giugno – Luglio 2013

A cura della Rete di Casale Monferrato

Fermarsi un attimo a riflettere non fa parte del quotidiano in questi tempi di frenesia e “dissociazione”.

La “circolare” è un’occasione preziosa per noi della Rete per fermarci anche fisicamente e guardare quello che ci circonda con occhi puliti o magari “asciugati” e dare fiducia a questo futuro che ci appare incerto e  minaccioso

Soppesare le parole, cogliere gli aspetti profondi  della realtà e fuggire da questo qualunquismo imperante che non è solo esteriore ma ci coinvolge quando parliamo per strada o con chi attende pazientemente in fila il proprio turno alle poste, alla cassa del supermercato, oppure animatamente in pronto soccorso dove l’assistenza è dovuta (non pretesa) ed il dolore fisico è mescolato ad una rabbia repressa.

Fermiamoci un attimo per favore: respiriamo profondamente, riapriamo gli occhi  ed ascoltiamo il nostro respiro che ci ristora guardandoci attorno come se ci fossimo appena svegliati e …buongiorno

Al nostro incontro come rete di domenica 30/06 ha partecipato Padre Gianfranco Testa, missionario della Consolata, residente ad Alpignano,  vicino a Torino, nativo di Bra (Cuneo), classe 1932, che Paolo ha voluto farci conoscere perché persona ricca di esperienza dell’America Latina dove ha vissuto  dal 1972 al 2009: in Argentina (1972-1978), in Nicaragua (1984-1992)  e, infine, in Colombia(1992-2009).

Gianfranco è passato così dalla feroce dittatura argentina, pagando con il carcere la difesa dei poveri, alla  rivoluzione sandinista in una regione al confine con l’Honduras  dove i “contras” facevano incursioni sanguinose  per “approdare” in Colombia, terra dei  “narcos” e di violenze quotidiane.

Lui stesso  ha provato a  riassumere la sua esperienza in questo modo: in Argentina ha vissuto l’esodo, il passaggio collettivo dalla schiavitù alla libertà del popolo; in Nicaragua, dove la “liberazione” era già avvenuta, si trattava di porre l’accento sulla costruzione di un mondo più giusto e solidale con i poveri; in Colombia, a contatto con gli afro-brasiliani, ha scoperto la necessità di  evangelizzare nel rispetto profondo e nel dialogo con le culture.

Tornato in Italia nel 2009, oltre a curarsi da una malattia che può progressivamente portarlo ad una paralisi, si sta dedicando alla pastorale missionaria e giovanile, focalizzando il suo lavoro soprattutto su  un corso dedicato al tema del perdono e della riconciliazione che un suo confratello, in Colombia, rientrato dagli Stati Uniti, gli aveva presentato in quegli anni.

Di che cosa si tratta? E perché sta suscitando così tanto interesse?

Innanzitutto per due ragioni fondamentali. Il perdono e la riconciliazione vengono presentati in una maniera profondamente laica. Il corso non è rivolto soltanto a persone credenti, ma a tutti coloro che avvertono di avere delle “ferite” e non riescono a conviverci, ma soprattutto non riescono a  pensare a un futuro, dove i torti subiti, pur  non venendo cancellati,  non impediscano  alla persona di vivere una vita diversa.  La dimensione psicologica ( più relativa al perdono) e la dimensione sociologica (più relativa alla riconciliazione) diventano elementi portanti di tutta la riflessione.

Perdonare è innanzitutto un dono che facciamo a noi stessi, alla nostra vita; perdonare significa    constatare che la rabbia, la frustrazione, la vendetta, il rancore  non hanno preso il sopravvento nella nostra vita.

Si può perdonare senza riconciliarsi, anzi a volte è impossibile riconciliarsi perché ogni riconciliazione presuppone due soggetti e la riconciliazione dev’essere basata sulla memoria storica, sulla giustizia, sulla verità e su un patto tra i  contraenti.

Il perdono è una decisione che presuppone di vedere nell’altro una persona che è molto di più della somma dei suoi errori e delle sue storie passate.

Il perdono è un percorso, non è qualcosa che avviene una volta per tutte.

Il perdono è un atteggiamento, ma non è acritico, non si deve confondere con l’incapacità di giudicare il bene e il male.

Il perdono aiuta a ricostruirci come persone. Se le offese ricevute riducono la sicurezza in noi stessi, la nostra socievolezza, a volte, lo stesso significato della vita, il perdono rida sicurezza, socievolezza e  significato alla vita.

Non sapere perdonare significa continuare a bere quotidianamente un calice di “veleno” aspettando che il  nostro nemico “muoia”. Non è  irragionevole?

Il secondo motivo d’interesse sta nel fatto che non è un corso di idee, ma Padre Gianfranco attinge dalla sua grande esperienza di vita. In questo senso il perdono e la riconciliazione sono vie da lui percorse  ( o che ha visto percorrere) tante volte, a volte con successo, a volte meno.

Abbiamo parlato di un corso. Generalmente sono 12 ore (tre mezze giornate, o 1 una giornata intera e mezza giornata) dedicate al perdono e 8 ore  (due mezze giornate o 1 giornata) alla riconciliazione.   Paolo e Jennifer, che hanno partecipato al corso, sostengono che le dinamiche di gruppo, il dibattito in assemblea, la lettura personale di alcuni brani, in una parola la metodologia seguita, rende il corso agevole e non pesante.

Gianfranco sta proponendo il corso in ambienti diversi, con opportune e adeguate “modifiche”: gruppi  (da un minimo di 12 a un massimo di 26 persone); associazioni di volontariato, Scuole, il  carcere   “Lorusso e Cutugno” a  Torino, il carcere minorile  “Ferrante Aporti”, sempre a Torino,  la comunità   Papa Giovanni XXIII a Rimini, in Albania, dove esiste la legge della vendetta secondo la quale il torto si “lava con il sangue” e i maschi a partire dai 12 anni se sono sotto vendetta  vivono rinchiusi in casa (in casa infatti non possono essere uccisi) oppure  sono intenti a “vendicarsi”.

Personalmente crediamo che l’impegno che molti di noi hanno nell’educazione alla pace tra i giovani, nelle scuole, potrebbe trovare da questo corso nuova “linfa vitale”, nuove piste di riflessione e di azione.

Mentre auguriamo a tutti un periodo di riposo costruttivo vi salutiamo fraternamente.

La rete di Casale Monferrato