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Circolare nazionale Rete Radiè Resch

Gennaio 2012

a cura della rete di Roma

Carissimi,

all’inizio del nuovo anno l’umanità è consapevole che mai il pianeta si è trovato ad affrontare nei millenni una crisi tanto difficile e complessa. La paura del futuro diventa assillante ed è motivata.

Poiché l’errore più grande – restare inerti  senza reagire – sarebbe dannoso e aumenterebbe le nostre inquietudini, occorre allora compiere una analisi approfondita delle cause che hanno provocato lo sfascio. Nel nostro paese c’è molto da riflettere e da capire se si vogliono individuare i guasti e cercare di sanarli; se si riuscirà nell’intento si potrà tornare a sperare e ritrovare una collocazione dignitosa nel consesso delle nazioni. Fiduciosi che intanto l’Europa e altri risolvano i loro problemi.

L’Italia dovrà faticare per emergere dalla palude in cui è affondata negli ultimi tempi;  specie da quando un imprenditore spregiudicato, dopo essersi affermato con l’appoggio complice del craxismo nel mondo degli affari, si è imposto in politica annullando l’effimero rinnovamento della società appena iniziato con la stagione di Mani pulite. Con la complicità stavolta della maggioranza degli italiani, abbagliati dalle mirabolanti promesse di costui, si è presto ripiombati nel malcostume diffuso e nella corruzione capillare. Negli ultimi anni gli italiani non si sono neppure resi conto che la crisi economico-finanziaria, nata altrove ma in via di espansione, rischiava di travolgere anche l’Italia a causa dei suoi difetti strutturali, del suo enorme debito pubblico, della inattendibilità del governo e dei partiti tutti.

La società italiana aveva cominciato ad ammalarsi poco dopo la rinascita del dopoguerra e la promulgazione della Costituzione repubblicana, frutto dell’ammirevole lavoro dei costituenti e dell’ atmosfera antifascista e resistenziale di allora. La Carta rappresenta ancora oggi il caposaldo della nostra democrazia e va perciò difesa strenuamente dagli assalti alla sua integrità intensificatisi negli ultimi anni ad opera della destra.

I decenni di dominio democristiano, densi di scandali, tentati golpe, strategia della tensione, stragismo fascista e infine terrorismo nero e rosso spesso venato da mille ambiguità rimaste avvolte dal mistero, avevano portato in auge la corruzione e la pratica delle tangenti, dapprima giustificate col finanziamento (illecito) dei partiti e poi divenute mezzo di arricchimento personale. Così la prima repubblica si spegneva indecorosamente nelle aule giudiziarie avendo posto le premesse di una seconda repubblica peggiore della prima, mentre in precedenza qualcosa di buono si era avuto: lo statuto dei lavoratori, l’inchiesta parlamentare sulla P2, il forte richiamo di Enrico Berlinguer alla “questione morale”.

Fu del tutto naturale che la questione posta sul tappeto dal segretario del PCI fin dal 1981 venisse criticata e presto dimenticata dal momento che la corruzione si era diffusa nella società e nelle istituzioni divenendo sistema. Si bersagliarono i moralisti – in realtà per colpire il principio di moralità – col vecchio ritornello “non si può cedere al moralismo”. Quando le responsabilità di membri della classe dirigente emergevano con chiarezza si ricorreva se possibile alla formula “non è questione penalmente rilevante” assolvendo così i responsabili da ogni addebito, permettendogli di perseverare e di fare scuola.

“Elogio del moralismo” è il titolo di un volumetto di Stefano Rodotà da poco in libreria (Laterza) in cui sono raccolti alcuni suoi scritti pubblicati in anni recenti. Il noto giurista, già deputato per la Sinistra indipendente e poi presidente dell’Autorità garante per la protezione dei dati personali, sostiene che per ripristinare la legalità occorre una persistente, diffusa intransigenza morale di cui si facciano paladini i cittadini onesti e coraggiosi.

Nella premessa ricorda che il cardinale Dionigi Tettamanzi nel lasciare la diocesi di Milano ha dichiarato: “Gli anni della cosiddetta Tangentopoli pare che qui non abbiano insegnato nulla, visto che purtrop-po la questione morale è sempre d’attualità”.Più avanti scrive che il moralismo non è una protesta degli illusi fine a se stessa ma sta diventando azione e proposta politica; e cita ad esempio l’impresa dei cittadini di Parma che, manifestando a oltranza nelle piazze contro l’illegalità e l’immoralità della giunta comunale, hanno costret-to alle dimissioni sindaco e assessori. “Dove la politica ufficiale era distratta o complice, la loro voce è stata determinante. Certo, poi è venuta la magistratura con i suoi arresti. Ma prima v’era stata la politica” (pag. 7).

Si deve sempre tenere a mente che il nostro paese e le sue istituzioni non hanno mai combattuto in radice la corruzione; né hanno molto tenuto in onore l’imperativo morale. Se dopo l’unità l’Italia aveva conosciuto l’onestà rigorosissima di un Quintino Sella, si era presto dovuta abituare a convivere con la corruzione (denunciata con vigore da Silvio Spaventa) e con il trasformismo instaurato da Agostino Depretis, e assistere, a fine secolo, agli scandali bancari dove restò coinvolto Giovanni Giolitti. Questi dette in seguito prova di saper governare piuttosto liberalmente, ma il Salvemini lo criticò per l’uso che aveva fatto nel meridione, in campagna elettorale, dei suoi famosi “mazzieri”.

Dunque, fin quasi dalla nascita, ben prima della dittatura fascista e dei tanti anni di primato democristiano (durante i quali però si tentava di salvare le apparenze e non si esibivano certo senza pudore illegalità e immoralità), questo paese non è stato un campione di virtù civiche, rivelandosi incapace di seguire l’esempio di altre nazioni democratiche che, inquinate anch’esse da una notevole corruzione, evitano di farla crescere e divenire caratteristica del sistema politico. In Gran Bretagna, Francia, Germania, Stati Uniti, diversamente dall’Italia, i politici e gli amministratori colpevoli di malversazioni oppure di condotta privata sconveniente, se scoperti, danno le dimissioni o vi sono costretti e, se è il caso, vengono perseguiti penalmente.

Da noi invece la strategia è quella di sottrarsi ai controlli, oltre che di indire campagne mediatiche – con una forzatura logica – per riconoscere solo al governo e al suo capo tutti i poteri (il presidenzialismo nella sua versione peggiore), mentre nel contempo si intensificano gli attacchi al Quirinale, alla magistratura, alla Corte Costituzionale, cioè agli organi garanti della democrazia repubblicana e della moralità pubblica.

Oggi si è turbati giustamente dalla grave crisi finanziaria, si discute molto sul governo dei  professori, sui loro limiti e pecche, come si dubita della strana maggioranza che lo sostiene di malavoglia; si critica da più parti la manovra appena approvata, al solito ponendo la questione di fiducia. Tutto vero e perciò preoccupante, ma si trascura ancora troppo la necessità di intraprendere con fermezza un radicale rinnovamento dei costumi della classe dirigente e di buona parte degli italiani. Il disprezzo della moralità è piaga antica nel nostro paese; negli ultimi decenni si è addirittura incancrenita.

“Che fare?” si chiede Rodotà, e tenta una risposta: “per ricostruire una moralità pubblica, prima ancora di porre mano a regole più severe, bisogna praticare una sana intransigenza, non difendere ad ogni costo i propri fedeli perché fuori è accampato il nemico, non camuffare i rapporti d’affari intrattenuti dai politici da legittime relazioni professionali o sociali” (pagg. 43-44”).

Non basta quindi il triplice “resistere” di borrelliana memoria al malcostume imperante; si deve intervenire tutte le volte che se ne presenti l’occasione con l’intento di favorire un cambiamento profondo dei costumi e delle abitudini quotidiane in conflitto con la moralità. Buoni esempi per fortuna non mancano: malgrado i rischi, vari magistrati, imprenditori, giornalisti, amministratori rifiutano i compromessi o peggio. Gli aderenti alla Rete Resch e tantissimi altri, uomini e donne impegnati nella solidarietà, nel volontariato, nel soccorso a chi chiede aiuto e giustizia, tutti sentono di doversi mobilitare per una svolta vera, sapendo che si tratta di una lotta aspra e lunga, forse costellata di sconfitte generatrici di dubbi penosi, ma da vincere.

Con questo proposito guardiamo al 2012, augurandoci vicendevolmente di saper affrontare il futuro con la speranza dei giusti.

Mauro Gentilini