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Circolare nazionale Rete Radiè Resch

Maggio 2012

a cura della Rete di Lancenigo – Maserada – Spresiano (TV)

In un’inchiesta condotta negli anni ’90 tra gli alunni di scuole elementari e medie di tutta Italia, per rilevare le emozioni suscitate dall’incontro con i “diversi” la parola “nero” venne spesso associata dai bambini con “sporco”, “povero”, “disorganizzato”, “brutto”, “incapace di provvedere a sé stesso”, e così via (v. P. Tabet – “La pelle giusta” – Ed. Einaudi).

“Se i miei genitori fossero neri non era tutto uguale” – dice uno scolaro di terza elementare. E continua: “Avranno siringhe, droghe, pistole, mitraglietta, sigari con dentro la droga, tutte cose per ladri”.

“Io se fossi nero – afferma un coetaneo – … farei tutto con malvagità. Andrei per le strade a vendere cose. Abiterei nei posti sporchi”.

Un uso razzista del linguaggio ha dunque caricato la parola “nero” di significati che vanno ben al di là della semplice connotazione di un colore.

La parola, infatti, non è emotivamente neutra: ci viene comunicata in un contesto in cui valori, sentimenti ed immagini fanno un tutt’uno con ciò che si vuole identificare.

C’è in proposito in “L’obbedienza non è più una virtù”, una pagina bellissima in cui don Milani nota come l’idea del comunismo, che egli non sembra condividere, arrivasse ai suoi alunni attraverso i valori incarnati dai loro padri, che in esso credevano, e come, perciò, la dissociazione tra i sentimenti filiali e quelli politici sarebbe stata ardua, forse impossibile, oltre che crudele.

Una riflessione sul linguaggio, dunque, anche (o soprattutto) in tempi di crisi e di angoscia come l’attuale, non è un lusso da intellettuali, perché è nella parola che si trasmettono valori e convinzioni, contribuendo potentemente a formare le coscienze ed a costruire la cultura di una comunità.

Non a caso chi vuole ottenere o mantenere il potere, della parola fa un uso molto oculato e mirato.

Basterebbe pensare al termine “comunista” sulla bocca di Berlusconi e dei suoi seguaci, in un tempo in cui il comunismo reale è quasi del tutto scomparso. Che esso significhi liberticida, statalista, o semplicemente, chi-non-la-pensa-come-me, da semplice (e ambigua) definizione, quel termine, usato in un certo modo, mira ad evocare paure, soprattutto quelle della povertà e della mancanza di libertà. All’opposto “liberismo” viene sempre presentato come sinonimo di libertà e benessere. A chi verrebbero in mente i milioni di impoveriti che per secoli hanno garantito ad altri quel benessere, pagandolo con infiniti stenti e spesso con la stessa vita? Basterebbe ricordare lo sfruttamento delle miniere di coltan in Congo, o di quelle d’oro in Guatemala, operato dalle multinazionali senza scrupoli, incuranti della vita e della salute degli abitanti (come si è visto a Rimini) in modo disumano ed irresponsabile ecologicamente. C’è bisogno che quanto è successo in Grecia si estenda a noi, perché cominciamo ad associare “neoliberismo” e “capitalismo finanziario” con miseria e mancanza di diritti?

Nella storia del recente passato, comunque, potremmo trovare importanti esempi dell’uso politicamente mirato delle parole. Dopo l’avvento del brigatismo, il termine “dissidente”, che dovrebbe semplicemente indicare qualcuno che non la pensa come gli altri, abilmente manipolato, attraverso una serie di equazioni successive, finì per significare “autonomo”, quindi possibile “anarchico” e per tanto tendenzialmente “brigatista”. Nel sindacato, che prima svolgeva  un’opera fondamentale di coscientizzazione della propria base e di formazione dei quadri intermedi, attraverso incontri in cui tutti erano invitati ad intervenire liberamente, il confronto divenne sempre meno partecipato: la paura di essere emarginati ed additati come potenziali brigatisti, fece tacere il dissenso, e portò ad allineare tutti sulle posizioni dei vertici. Così moriva la democrazia sindacale.

Ma anche il non-uso, l’occultamento della parola, è un modo per orientare l’opinione pubblica, addormentandone la coscienza. E’ stato più volte osservato, ad esempio, come la parola “guerra” sia  scomparsa dalle cronache quotidiane. Essa evocherebbe immagini di rovine, traumi, sangue, corpi dilaniati, rapporti dilacerati. Ecco allora il pullulare di sinonimi più neutri: conflitto, intervento umanitario, o preventivo, azione di polizia internazionale, mentre alle vittime si accenna come ad “effetti collaterali”. Anche un’analisi della parola “donna” nei conflitti ci farebbe capire a quale rango è, in realtà, ancora delegato il genere femminile: ha scarsissima voce in capitolo nel decidere la guerra, ma poi ne è il bersaglio privilegiato, attraverso il quale colpire l’uomo; non le si riconoscono, cioè, le prerogative di una persona.

Analizzare il linguaggio è anche importante perché può farci capire fino a che punto condividiamo, magari inconsciamente, valori o disvalori che consciamente combattiamo.

Al Convegno di Rimini è stato posto l’accento, a questo proposito, su due espressioni: “mercato del lavoro” e “proprietà privata”.

Della prima wikipedia offre la seguente definizione: “E’ quell’insieme di meccanismi che regolano l’incontro tra i posti di lavoro vacanti e le persone in cerca di occupazione, e che sottostanno alla formazione dei salari pagati dalle imprese ai lavoratori”.

Tutto apparentemente neutro ed ineccepibile. In realtà, se il termine “mercato” porta con sé immagini di merci, animali, oggetti che vengono scambiati o venduti, “lavoro”, richiama un’attività ma non necessariamente chi la compie. Ed invece dietro queste parole ci sono le persone, con la loro umanità, i sogni, le sofferenze, i carichi di famiglia, le aspettative e la qualità stessa della loro vita.

Com’è possibile parlarne come di merci?

Quanto all’aggettivo “privato” aggiunto a “proprietà” non ci sembra proprio scontata la risonanza acquiescente che suscita in noi. Non c’è dubbio che, se un imprenditore mette in gioco il suo capitale per creare un’impresa, quell’impresa originariamente gli appartiene. Ma quando essa si è affermata in un territorio, è cresciuta, si è arricchita del lavoro di quanti vi operano, delle strutture che il territorio ha messo a sua disposizione, dei rapporti economici che si sono creati intorno ad essa, garantendole acquisti e vendite, magari del denaro pubblico elargito nei momenti decisivi (v. ad es. gli incentivi per la rottamazione o la Cassa Integrazione), può ancora l’imprenditore considerarsene l’unico proprietario, e pensare di poterla modificare, chiudere, delocalizzare, senza nemmeno consultarsi con chi vi opera, solo per salvare un profitto esclusivamente suo?

“Il lavoratore non è una merce – grida monsignor Giancarlo Maria Bregantini, presidente della Commissione CEI per il Lavoro – non lo si può trattare come un prodotto da dismettere, da eliminare per motivi di bilancio”. Affermazione forte e chiara di chi non cade nel tranello di parole che, essendo di uso corrente, non fanno più scandalo.

E’ giunto quindi il momento di considerare il linguaggio e la parola beni comuni. Essi infatti caratterizzano gli esseri umani, che se ne servono per costruire il mondo. Ma mentre nella comunità in relazione la parola vive e muta col contributo e l’attenzione di tutti, quando la relazione non c’è essa diventa una “cosa” che non si controlla più, viene data come una verità indiscussa che non permette evoluzioni, cambiamenti, né tanto meno critiche.

Siamo allora tutti invitati ad operare un controllo sulle parole, chiedendoci se abbiano ancora il significato che tutti sembrano attribuire loro.

Ne additiamo qui, per concludere, tre esempi:

Mercato = è davvero oggi il luogo di incontro, promotore di civiltà, dove acquirente e venditore      concordano il valore di scambio di un bene in modo da trarne reciproco vantaggio?

Democrazia = è ancora quella forma di autogoverno del popolo, che la esercita per lo più attraverso la scelta libera e consapevole dei suoi rappresentati? Quale libertà e consapevolezza vengono garantite da un’informazione manipolata o fuorviante?

Sovranità popolare = Abbiamo davvero la prerogativa di un sovrano, nel cui nome gli eletti ci governano? Ma allora perché perfino la volontà direttamente espressa dal popolo con un referendum può essere impunemente ignorata, o i soldi pubblici possono essere sperperati senza nemmeno percepire lo scandalo?

Circolare nazionale Rete Radiè Resch 

Aprile 2012

a cura della rete di Noto, Avola, Pozzallo

Carissimi,

questo mese l’incarico di redigere la circolare nazionale è toccato a noi siciliani.  E noi abbiamo pensato di raccontarvi due storie, una lontana ed una vicina.

Sulla terra, tema a noi caro (un tempo – ed a volte ancora oggi –  eravamo chiamati   spregiativamente “terroni”. Ma questo non ci dispiace se il nostro modo di essere richiama quello della gente della terra) . Terra è quella che sta sotto i nostri piedi e ci da sostegno, dove stanno le radici e che fa crescere  la vita. La terra ci alimenta ed è Madre di tutti gli esseri viventi. Su di essa si posa l’aria e scorre l’acqua E tutti gli esseri vi trovano Vita.  La terra è di Dio e se” il chicco di  grano non marcisce nella terra e non muore non porta frutto…”. Il grano che poi diventa pane sulla nostra tavola e la nostra vita se va in profondità e si apre al mondo.

Un profondo legame con la terra è quanto sente intimamente ogni contadino, persino quando è sfruttato e si spezza la schiena sotto il sole cocente ( “che colpa ne ha l’uva?”, diceva anni fa un bracciante ad un altro che con stizza verso il padrone lasciava dei grappoli non raccolti). E’ quanto sentono i Mapuche e tutti i popoli originari. Ma quello sulla terra non è un discorso bucolico. E’ un discorso duro, come le tante pietre dei nostri monti Iblei. Ha a che vedere con l’inquinamento e l’abbandono delle campagne, l’emigrazione ed i prodotti che ai contadini vengono pagati un nulla ed al mercato sono tanto costosi. Ha a che vedere con le multinazionali che acquistano terre nel sud del mondo, depredano le risorse locali e scippano ai popoli indigeni il loro sapere antico. Ha anche a  che vedere con la fame e le guerre. E con una globalizzazione che non divide più il mondo fra Nord ricco e sud povero, ma ha creato tanti Nord ricchi e tanti sud poveri in tutti i Paesi del mondo.

“Da Google a Dio”. Così il giornale “MU” di Buenos Aires titola un suo articolo dell’ ottobre  scorso quando racconta  la vicenda di una comunità mista di campesinos  Mapuche  e “criollos “(discendenti dalle unioni  tra indigeni e spagnoli) che vivono nella precordigliera delle Ande, a 300 km dalla capitale dello stato di Neuquen, Patagonia, tra cime innevate, ruscelli e pascoli grandi per le loro capre.

Ai limiti della sussistenza, conducono una vita dura e semplice, soggetti ai soprusi dei latifondisti, appoggiati dal potere locale che nega il loro diritto costituzionale alla terra dove vivono da generazioni.

Attorno a Josè Maria D’Orfeo, parroco di Loncopué e a Viviana, missionaria laica, essi hanno trovato la forza per unirsi e lottare insieme per i loro diritti.  E noi, come Rete Radié Resch li accompagniamo sostenendoli con la condivisione delle spese e dell’amicizia.

Ecco che tra il 2007 ed il 2008 iniziano dei movimenti strani: camionette inaspettate, luci nella notte, esplosioni improvvise. “E nessuno sapeva niente”- afferma P. José Maria. “Egli indagò prima nella sua coscienza, poi in Google ed infine si rivolse a Dio, davanti al Governatore, al sindaco e funzionari : “Poniamo nelle tue mani, o Signore, la sofferenza, l’angustia che ci hanno provocato i tentativi di sfruttamento minerario a cielo aperto, che sono proibiti nei paesi più sviluppati del mondo e che oggi le imprese straniere vengono a sfruttare in paesi come il nostro dove la legge permette loro di fare quello che vogliono, contaminare le nostre terre ed i nostri fiumi a nessun costo, portandosi la ricchezza dei nostri suoli nei loro paesi “. Si trattava di un progetto di  miniera di rame a cielo aperto, altamente contaminante dell’aria, del suolo e delle acque, per cui era già stata autorizzata un’impresa cinese e che avrebbe comportato l’abbandono della terra da parte dei campesinos.

Alla fine di questo incontro si avvicinò l’avvocato  Cristian Hendrickse  unendosi a loro. Perché contro la miniera a cielo aperto? “Mi avevano offerto di difendere le imprese minerarie. Avevo chiesto: contaminano?- Mi fecero un gesto ovvio. “E allora- dissi- vado a lavorare dall’altra parte del banco”. Così Cristian cominciò a collaborare con la Mesa Campesina e l’“Assemblea dei vicini autoconvocati”, redigendo  anche il testo della legge d’iniziativa popolare previsto dalla costituzione in rifiuto della miniera a cielo aperto. E poi tutti insieme con tutto quello che era possibile fare: mobilitazioni, assemblee pubbliche, manifestazioni e blocchi stradali, coinvolgimento dei mezzi di comunicazione…  Infine la sospensione dei lavori e l’ammissione al referendum popolare cittadino, che però all’ultimo momento il sindaco sospende. E che ancora non si fa…” “Qui rivoluzionario è fare rispettare la legge, nemmeno il  modificarla. Rispettare la costituzione ed i trattati internazionali, perché la verità è che la legge che vale è sempre quella di chi governa, che fa quello che vuole. L’iniziativa popolare ed il referendum dimostrano che il grande legislatore è il popolo. Delegare il potere è un’irresponsabilità…” “Uno vuole più democrazia diretta, partecipazione nelle decisioni ed essere persone libere. In tutti questi casi è sempre la società civile quella che interviene attraverso assemblee ed altre forme di organizzazione, perché politici e funzionari sistematicamente giocano a favore delle miniere. E’ un tema tanto importante che non lo si può lasciare nelle mani dei politici, quando quello che vogliamo è poter vivere tranquillamente e liberamente con le nostre famiglie… “

La storia “vicina” è quella dei “Forconi”, movimento di agricoltori, nato in questa terra e proprio nella nostra vicina città di “Avola”  e che a Febbraio di quest’anno ha incendiato la Sicilia, bloccandola per una settimana intera, quando allo sciopero ed ai blocchi stradali si sono uniti anche i camionisti.

Tanto se ne é parlato, della disperazione degli agricoltori  schiacciati da una crisi economica troppo forte, ed anche facilmente si è posto l’accento sulle infiltrazioni “mafiose” (anche da parte della confindustria dell’isola). Tanto da mettere in secondo piano il significato della lotta (anche nella mailing list  della RRR giungevano commenti negativi da parte di amici del nord).

“Ci hanno detto di tutto e di più”- arringava Mariano Ferro (leader del movimento), durante un recente comizio in una piazza di Avola gremita- “ci hanno anche detto che siamo mafiosi. Ma il popolo siciliano è stanco e finalmente si è svegliato e pretende il cambiamento. Assedieremo il Palazzo fino a quando avremo ottenuto quanto chiediamo”. Ed in effetti nei primi giorni di Marzo circa diecimila manifestanti accerchiano Palazzo dei Normanni (sede del Parlamento siciliano) e lo occupano per una settimana, insieme ad alcuni sindaci. Lombardo, il Presidente della regione, li riceve con diffidenza e vaghe promesse. Ma si sa, gli agricoltori sono gente concreta e soprattutto disperata e lo inchiodano alle loro richieste.

Chi sono i Forconi e cosa vogliono? Chiediamo a     P. Giuseppe  Di Rosa, ispiratore del movimento, soprannominato dai media “Don Forcone”, nostro amico e vicino alla RRR.

Egli ci racconta che il movimento nasce diversi anni fa  dalla delusione prima e  dalla  disperazione oggi dei medi  proprietari  terrieri che alla fine degli anni ’90, in un’ottica di agroindustria, grazie anche a forti incentivi, avevano investito creando aziende agricole moderne ed efficienti, raggiungendo  un livello di vita soddisfacente. Ma essi  non reggono di fronte alla crisi economica ed alla globalizzazione dilagante. Ora la fa da padrone la Grande distribuzione che importa, esporta, acquista dove il prezzo e più basso e non importa la qualità. Non c’è più interesse a produrre in Europa. Conviene farlo, ad es., in Nord Africa, i costi sono più bassi, la manodopera costa meno e ci sono  meno controlli. Poi i prodotti (anche il pomodoro “ciliegino” che aveva fatto la fortuna dei coltivatori di Pachino) vengono importati spesso taroccati come prodotti siciliani e a prezzi stracciati, distruggendo la produzione ed il mercato locale (esattamente come ha fatto per tanto tempo l’Europa con l’Africa, diciamo noi…) E loro si sono indebitati fino al collo e non sanno più come fare (vittime poi degli strozzini della SERIT che riscuote i debiti con interessi del 36% e con pignoramenti di mezzi, capannoni e case…).

Cosa vogliono i Forconi? Prima di tutto controlli e norme antitaroccaggio (tracciabilità ed etichette), dilazionamento dei debiti a condizioni meno pesanti. E poi una politica locale e nazionale che non sacrifichi l’agricoltura della Sicilia e del Sud. Infine, l’attuazione dello Statuto siciliano, ancora disatteso dopo più di cinquant’anni di autonomia. E se il governo dell’isola non vuol fare nulla, “che vadano tutti a casa”.

Il movimento si sta arricchendo di altre componenti (artigiani, commercianti, pescatori, ecc). e si trova ad un bivio: diventare un’organizzazione forte di pressione o darsi un progetto politico.

Oggi, pensiamo noi,  è soprattutto un movimento di pressione e rivendicazione, che deve crescere se non vuole appiattirsi e ripiegarsi su se stesso. E che per questo non può darsi per obiettivo il ritorno a quell’agroindustria di cui sono stati rappresentanti, perché quel modello non può più reggere. Il movimento, se vuole diventare progetto per tutti deve crescere e porsi altre prospettive. “ Non può non fare i conti con il problema delle risorse e dell’ambiente  e con la necessità di un’agricoltura diversa”. dice P. di Rosa.

E intanto egli, che per fine anno, nell’ambito dell’ attività della scuola di formazione socio-politica diocesana, propone un incontro con “Serge Latouche”,…conclude “sarebbe bello un collegamento tra i Forconi ed i campesinos di Loncopué…” e comunque tutto

Un affettuoso saluto

gli amici del gruppo locale

Noto, Avola, Pozzallo

Circolare nazionale Rete Radiè Resch

Marzo 2012

a cura della rete di Roma

Carissimi, si dibatte fin troppo di crisi economica, sacrifici necessari, diseguaglianze in aumento e così via, anche da parte di competenti improvvisati, i più categorici nelle loro asserzioni risolutive. Francamente siamo stanchi di tante prediche che lasciano il tempo che trovano, inascoltate perché spesso poco fondate o interessate, e subito criticate da altri soloni non più credibili dei primi.

Dal momento che sicuramente la crisi è globale e riguarda tutti i continenti, nessuno può dire fondatamente come se  ne uscirà. Sappiamo però che le cause vanno cercate nella globalizzazione, nella spietatezza dei mercati, nel prevalere degli interessi finanziari e nella sottomissione della politica a questi, nel ritenere il lavoro non più un valore ma un noioso ingrediente del tutto. A questo ci ha condotto il liberismo sfrenato affermatosi negli ultimi decenni; per cui, forse a ragione, si comincia a parlare di crisi del capitalismo e perfino del suo fallimento.

Qui mi fermo per non incorrere io stesso nel pericolo di pontificare senza averne titolo alcuno (e di annoiare). Ma la premessa è utile per venire a parlare del nostro paese, delle sue condizioni e di ciò che si può sperare per mitigare gli effetti nefasti della crisi.

Ci stiamo convincendo che il governo Monti, senza dubbio più presentabile del precedente – e più concreto nel suo agire di tutti gli esecutivi della seconda repubblica – si muove pur sempre nel solco abituale: quello liberista, obbediente al capitale e fondato sullo sviluppo cioè sul mito (feticcio?) della crescita, da perseguire a tutti i costi, non badando alle sofferenze degli ultimi nella scala sociale, i lavoratori dipendenti e i giovani che aspirano a un lavoro. E’ quello che ci si poteva aspettare da persone provenienti dal mondo delle banche, dei grandi istituti finanziari, dell’imprenditoria, della sfera accademica più paludata (e qualcuno pure con evidenti conflitti di interesse e simpatie a destra).

Il fatto, accertato ormai e reso noto con difficoltà di comunicazione da scienziati coscienziosi, che le risorse della Terra sono limitate e che già si profilano scenari inquietanti sull’esaurimento delle materie prime, sull’impoverimento del suolo, sul riscaldamento globale ecc., questo allarme, suffragato da elementi inoppugnabili, viene tuttora trascurato e anche denegato dalle classi dirigenti, che dovrebbero invece responsabilmente prenderlo in seria considerazione e iniziare a pensare a una radicale inversione di tendenza, vale a dire alla possibile decrescita, i cui modi vanno studiati col concorso dei veri competenti e dei cittadini consapevoli disposti ai sacrifici (questi sì, ragionevoli) per raggiungere l’obiettivo.

In Italia siamo più indietro di altri paesi in questa presa di coscienza. Governanti, imprenditori e finanzieri, per non parlare dei media, sono ben lontani dal farsene una ragione; è vero, la crisi incombe e adesso occorre tappare i buchi e fare presto, ma un futuro preoccupante è alle porte e non si può attendere indefinitamente prima di studiare come si possa imboccare la nuova strada. C’è di peggio: a volte chi osa parlare di decrescita viene quasi deriso. E’ capitato poco tempo fa nel corso della trasmissione “L’infedele” su La 7, a un professore di economia dell’università statale di Milano, che aveva parlato appunto della decrescita con argomenti a mio parere molto seri. Il direttore del Corriere della Sera, intervenuto subito dopo, ha sibilato con sarcasmo che gli studenti di quel professore erano da compiangere.

Per cambiare indirizzo serve naturalmente un cambio di mentalità e poiché è arduo aspettarselo dall’attuale classe dirigente e in particolare dai politici – con pochissime eccezioni – essendo la “casta” nel suo insieme irrimediabilmente perduta, bisogna affidarsi a quei giovani, tanti giovani che hanno dato vita , o si accingono a farlo, ai movimenti dal basso impegnati nella ricerca di una alternativa credibile per la trasformazione in primo luogo del modo di fa politica e,via via, della società nel suo complesso, tenendo sempre fermi i principi  di giustizia e moralità.

Dobbiamo sempre ribadire che ritenere la politica “una cosa sporca” da lasciare ai politici di professione è completamente sbagliato; dobbiamo opporci a questa borghese, comoda sentenza diffusa in ogni tempo e ancor più oggi. La politica in sé non è cosa riprovevole, visto che è “la scienza e arte di governare” e ha quindi per scopo la “conduzione della cosa pubblica”, compito importante e meritevole da affidare a persone oneste, capaci, non attaccate al potere. Le forme della nuova politica sono da studiare e tutte da scoprire; non si può escludere che perfino la forma- -partito si possa riabilitare dopo attenta revisione. Certo, non possiamo tornare agli Ordinamenti di giustizia di Giano della Bella nella Firenze del Duecento, in base ai quali ogni due mesi il consiglio comunale veniva rinnovato con libere elezioni, così da evitare clientelismo e corruzione (del resto la novità ebbe vita breve: i magnati ripresero il sopravvento, affossarono gli ordinamenti e costrinsero alla fuga il loro ideatore). Ma i giovani e i meno giovani che li affiancano nella ricerca del nuovo vanno incoraggiati perché è su di loro che basiamo le nostre aspettative e diciamo pure i nostri sogni.

Invece il potere li osteggia, molto probabilmente li teme, avvertendo in modo ancora confuso che si sta avvicinando il momento di una nuova “rivoluzione” sui generis di cui sono state poste le premesse al Forum di Napoli di fine gennaio sui “Beni comuni”. Con la partecipazione di sindaci e di molti giovani si è dato vita a un movimento somma di tutti i movimenti: acqua, democrazia, No Tav ecc. Dei beni comuni si parla da tempo, ma come tutte le proposte dal forte sapore di novità il discorso restava limitato a pochi fino a ieri, mentre i suoi contorni apparivano indefiniti, tanto da essere visto dagli scettici e dagli impazienti come impossibile da realizzare nella situazione attuale.

A Napoli i convenuti sono invece andati a verificare se il “bene comune si può interpretare con la trasposizione in chiave strategica della decrescita felice”. Parole di Sergio Caserta su il Manifesto del 9/2/2012; e così prosegue: “non è nel consumo fine a se stesso, quindi nello spreco di risorse, che si può ottenere la buona qualità della vita dei cittadini, la difesa dell’occupazione e dei diritti, tutto ciò si ottiene nell’assoluto primato del bene comune come interesse generale, di tutti e non per questo di nessuno”.

A queste proposte per ora solo abbozzate e di cui peraltro si è molto discusso con la decisione di riprendere il dibattito nel prossimo futuro, ha fatto riscontro il silenzio quasi assoluto della grande stampa e degli altri media.

Secondo il sindaco di Napoli, De Magistris, il movimento “fa paura a un arroccamento dei poteri che attuano le politiche liberiste di Berlusconi e resistono alle istanze di cambiamento della società” rappresentato da questo multiforme e ampio movimento (la citazione è da un articolo di Sandra Amurri su il Fatto Quotidiano del 31/1/2012).

Ecco la paura che agita chi detiene il potere in Italia. Il silenzio è segno di paura. Lo ribadisce il prof. Alberto Lucarelli, docente di Diritto pubblico all’Università Federico II di Napoli e assessore alla Partecipazione al comune di Napoli (cito ancora dall’articolo del Fatto): “Si vuole neutralizzare un movimento che per la prima volta mette assieme più dimensioni: ambientale, culturale, amministrativa, sociale e di denuncia. Che scova tutte le furbizie di questo governo”.

“L’utopia dei deboli è la paura dei forti” è la frase di Ezio Tarantelli, docente di economia alla Sapienza di Roma assassinato dalle Brigate Rosse nel 1985, posta sulla stele all’interno della facoltà di economia donata dalla FIM-CISL; frase che ricorda l’impegno da lui profuso a favore del movimento sindacale e che, secondo il nostro grande amico Fausto Vicarelli, collega di Tarantelli, anch’egli purtroppo scomparso in un incidente l’anno dopo, coglie in pieno “il senso della sua fervida dedizione allo studio e il suo appassionato impegno civile” (Fausto Vicarelli, La questione economica nella società italiana, Il Mulino 1987).

Benché formulata in altra epoca e in un altro contesto, la frase di Tarantelli può simboleggiare quel che avviene oggi con l’apparire dei movimenti e i timori che suscita. L’augurio è di poter procedere oltre l’utopia per arrivare ad approdi certi.

Siamo alla vigilia del Nostro Convegno nazionale a Rimini dove il tema-guida (scelta felice) sarà quello del “bene comune” unito a “movimenti” e “politica”. Un opportuno approfondimento dei temi del momento. Speriamo perciò tutti insieme che il convegno registri un successo significativo e una partecipazione imponente.

Un saluto fraterno e un arrivederci a Rimini.

Mauro Gentilini

Circolare nazionale Rete Radiè Resch

Febbraio 2012

a cura della rete di Roma

Carissimi,

questa lettera verte sul doloroso tema della tortura. Ho avuto molti dubbi sull’opportunità di trattare l’argomento in un momento così difficile come è quello che noi tutti stiamo attraversando. Siamo presi da mille preoccupazioni che riempiono la nostra vita quotidiana (condizione comune alla maggioranza degli italiani), così che tendiamo a rimuovere, con un moto di fastidio, altri problemi che pensiamo distanti e insolubili, percepiti come apportatori di nuove apprensioni.

Eppure la questione non è secondaria per le persone civili, anche in un tempo in cui l’imbarbarimento della nostra società e della nostra politica ha raggiunto livelli impensabili; il che induce a porre l’attenzione su misfatti e disfunzioni di casa nostra e a immaginare i possibili rimedi. Né le notizie dal mondo – dense di fatti orrendi e oltremodo barbari – sono fatte  per riportare serenità negli animi turbati.

Forse è per queste ragioni, o anche per queste ragioni,  che il tema della tortura è scomparso dai giornali, dalla televisione, dai pubblici dibattiti, come se fosse superato e comunque non attuale. Allora accade che il cittadino ignora  la sua esistenza e la sua reale diffusione e che di tale ignoranza partecipano pure – magari non proprio innocentemente – i rappresentanti della classe colta, i docenti universitari tra questi. Ciò mi sembra inammissibile: nascondendo il problema si procura un vulnus alla civiltà, concorrendo alla sua crisi e a un grave decadimento delle istituzioni democratiche.

Invece la spinosa questione dovrebbe essere affrontata con la chiara coscienza che non facendolo si avrebbe un ritorno graduale ai secoli bui, all’epoca che credevamo esserci lasciata alle spalle per sempre. In periodo di crisi generale il pericolo diventa concreto. Vi sono, è vero, organismi internazionali, associazioni nazionali, ONG che si dedicano con merito alla ricerca dei dati sulla tortura nel mondo, alla loro diffusione, a combattere il fenomeno come possono, a denunciare i governi colpevoli. Ma visto che il loro lavoro rimane poco conosciuto e quindi ininfluente sull’opinione pubblica e ancor meno sui detentori della responsabilità di muoversi a livello istituzionale perché qualcosa cambi, ecco che appare evidente che non possiamo accontentarci che “qualcuno” si occupi lodevolmente della lotta alla tortura. In questo modo la disinformazione resterà sovrana e niente cambierà.

Sarebbe utile ripercorrere sommariamente come, quando e perché l’uso dei tormenti fisici e psicologici è iniziato ed è proseguito fino ai nostri giorni. Si comprenderebbe in pieno quanto esso sia abominevole e vada contrastato con decisione, essendo frutto nefasto della tirannide, della crudeltà dei singoli, della cattiva, travisata applicazione delle leggi. In ogni modo è prova certa della capacità dell’uomo di infierire impunemente sull’uomo dando sfogo ai più bassi istinti. Che la nostra associazione sia ben consapevole della gravità del problema tortura è dimostrato dall’aver dato vita parecchi anni addietro, auspice Ettore Masina, a un progetto per sostenere l’associazione “Medici Contro la Tortura” (quello denominato Dario Canale) che si dedica con vera abnegazione al recupero psico-fisico delle vittime di tortura. Quindi la vostra sensibilità non manca in proposito e il Coordinamento nazionale lo ha confermato più volte.

Ma se conoscere più a fondo la storia della tortura non sarebbe privo di interesse, è pur vero che una trattazione anche ridotta all’essenziale esula dai limiti e dai compiti di una lettera agli amici, oltre che superare le mie capacità e competenze. Mi limiterò quindi a pochi cenni utili a dare un’idea della complessità della materia.

Sulla pratica della tortura nei tempi antichi si sa poco: fu usata in Oriente e poi in Grecia e a Roma dove però era riservata agli schiavi, considerati oggetti piuttosto che uomini, e di rado agli uomini liberi, in specie per reati politici; in epoca imperiale le eccezioni furono tuttavia numerose e le motivazioni aumentarono. Detto che i barbari, in sostanza, la esclusero contentandosi dei “Giudizi di Dio”, va notato che per alcuni secoli la tortura, a quanto se ne sa, non venne praticata. Va anche notato che i Padri della Chiesa l’avevano condannata con decisione.

Dopo l’anno Mille, grazie alla rinascita del diritto romano, liberamente interpretato,  la tortura tornò in auge in tutta Europa, prevista nelle legislazioni degli stati e in quelle principesche. Si diffuse ai tempi dell’Inquisizione medievale e dopo, largamente, di quella spagnola. Si attese ancora a lungo prima che cominciassero a levarsi voci contro questo obbrobrio umano, tra cui quelle di giuristi più ragionevoli e colti di molti loro colleghi e di quei magistrati inquirenti che ordinavano le torture e vi assistevano. Un giurista fiammingo del 1500 definì la tortura “una invenzione diabolica portata dall’inferno per tormentare gli uomini” (dati i tempi non stupisca il linguaggio). Si deve ricordare che allora la superstizione dominava la scena e influiva negativamente sui processi, sulle torture e sulle condanne.

Ma la svolta decisiva venne con l’Illuminismo. In Italia un suo rappresentante illustre, Pietro Verri, ingegno multiforme, scrisse le Osservazioni sulla tortura tra il 1770 e il 1777, prendendo in esame soprattutto le carte del processo detto della “colonna infame” (tema ripreso dopo, come si sa,  dal Manzoni) che servì ad accusare, tormentare a lungo e condannare a morte alcuni innocenti popolani ritenuti tra gli artefici – mediante “unzioni” velenose di luoghi pubblici – della grande pestilenza di Milano del ‘600. Egli sosteneva, contro l’opinione comune, che i tormenti non sono un mezzo per scoprire la verità perché l’autore di un delitto può resistervi senza confessare a differenza di un debole che è indotto ad accusarsi di reati non commessi; e, inoltre, dichiarava che tali metodi erano comunque “intrinsecamente ingiusti”.

Su richiesta dell’amico Verri, Cesare Beccaria inserì un capitolo sulla tortura nella sua celeberrima opera Dei delitti e delle pene, confermandovi analisi e conclusioni del Verri. La notorietà di Beccaria e del suo libro conferì autorevolezza alla tesi della necessaria abolizione della tortura, evento che si verificò in quasi tutti gli stati tra la fine del ‘700 e l’inizio dell’800. Ma la tortura continuò ad essere praticata, anche se nascostamente, in molti paesi e fino ai giorni nostri, non per i crimini comuni ma per motivi politici.

Considerata una delle più gravi violazioni dei diritti umani, la tortura è stata ripetutamente condannata in molte dichiarazioni e risoluzioni di organismi internazionali a partire dal secondo dopoguerra. La Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo (1948) è una semplice raccomandazione, mentre la Convenzione ONU contro la tortura e altre pene o trattamenti inumani o degradanti (1984) contiene una definizione dettagliata della tortura, vi aggiunge i trattamenti crudeli, stabilisce l’obbligo per gli stati contraenti di perseguire i torturatori oppure di consentirne l’estradizione. La Convenzione interamericana per la prevenzione e la repressione della tortura (in vigore dal  1987) dà una definizione di essa che ne chiarisce l’obiettivo, cioè la distruzione dell’identità della vittima e del sentimento di appartenenza alla specie umana.

Una definizione del crimine non giuridica ma ampia è quella di Acat France (associazione ecumenica per l’abolizione della tortura): “c’è tortura quando una persona infligge deliberatamente e sistematicamente una sofferenza acuta, in qualsiasi forma, a un’altra persona per raggiungere il suo obiettivo contro la volontà della vittima. Più della metà dei paesi del mondo pratica la tortura, che è usata per far paura, per punire o per estorcere informazioni, per terrorizzare le popolazioni” (corsivi miei). Nel Protocollo di Istambul (UNHCR, 1999) vengono distinte le tipologie dei maltrattamenti: tortura fisica, psicologica, sessuale (distinta da quella fisica a motivo dell’impatto sociale e psicologico che causa).

I Medici Contro la Tortura (ho desunto le notizie, a partire dal 1948, dal volume La tutela medico legale dei diritti dei rifugiati, curato da Carlo Bracci, pubblicato da Sviluppo locale edizioni, per conto dell’associazione umanitaria) nel corso della loro attività hanno appurato tra l’altro alcuni dati certi: 1) “vi sono regimi per i quali la tortura è strumento di governo. Saperla legittimata – di fatto, se non per legge – rende diffusa e socialmente efficace la paura per l’autorità e reprime bene l’espressione  del dissenso, contribuisce al mantenimento dell’ordine”; 2) numerosi medici sono complici dei torturatori, suggeriscono su quali punti deboli della vittima convenga agire, segnalano il limite da non superare per evitare la morte del torturato (con conoscenze meno scientifiche – aggiungo io – tali individui erano già presenti ai tormenti del tempo della colonna infame); 3) “La tortura non rimane soltanto come un ricordo da incubo. E’ una memoria che resta incisa nel corpo”.

Considerato che la tortura, sparita dalle legislazioni, è invece ancora oggi presente in mezzo mondo, a volte neppure troppo nascosta (vedi Guantanamo) e che i maltrattamenti nelle carceri e nei posti di polizia, spesso somiglianti alla tortura, sono frequenti anche in Italia, penso che ogni persona civile e rispettosa dei diritti umani abbia l’obbligo morale di non rimuovere il problema. Credo che a ciascuno di noi, oltretutto impegnati nella solidarietà agli oppressi, competa di individuare i modi atti a tener vivo il problema all’indispensabile, nobile fine di contrastarlo con efficacia.

 

Un saluto molto cordiale.

Mauro Gentilini

 

Note a cura della Segreteria nazionale

Il nostro Convegno nazionale è ormai prossimo, perciò invitiamo tutte le Reti all’impegno per favorirne la conoscenza e la partecipazione:

– Pubblicizzare il volantino definitivo (ne circolano ancora incompleti), che viene allegato, attraverso i media locali e nazionali e per le vie ormai consuete quali mailing liste, blog, siti internet, facebook, ecc;

– Iscriversi per tempo  – non aspettare all’ultimo momento – seguendo le indicazioni contenute nel volantino, indicando anche la città (Rete) di provenienza;

– Venire incontro alle necessità di tipo economico, soprattutto dei giovani, ricordando che è prassi delle Reti locali contribuire alle spese dei partecipanti al Convegno e che è stato costituito dal Coordinamento nazionale un fondo ad hoc.

Buon lavoro a tutti e arrivederci al Convegno!

Circolare nazionale Rete Radiè Resch

Gennaio 2012

a cura della rete di Roma

Carissimi,

all’inizio del nuovo anno l’umanità è consapevole che mai il pianeta si è trovato ad affrontare nei millenni una crisi tanto difficile e complessa. La paura del futuro diventa assillante ed è motivata.

Poiché l’errore più grande – restare inerti  senza reagire – sarebbe dannoso e aumenterebbe le nostre inquietudini, occorre allora compiere una analisi approfondita delle cause che hanno provocato lo sfascio. Nel nostro paese c’è molto da riflettere e da capire se si vogliono individuare i guasti e cercare di sanarli; se si riuscirà nell’intento si potrà tornare a sperare e ritrovare una collocazione dignitosa nel consesso delle nazioni. Fiduciosi che intanto l’Europa e altri risolvano i loro problemi.

L’Italia dovrà faticare per emergere dalla palude in cui è affondata negli ultimi tempi;  specie da quando un imprenditore spregiudicato, dopo essersi affermato con l’appoggio complice del craxismo nel mondo degli affari, si è imposto in politica annullando l’effimero rinnovamento della società appena iniziato con la stagione di Mani pulite. Con la complicità stavolta della maggioranza degli italiani, abbagliati dalle mirabolanti promesse di costui, si è presto ripiombati nel malcostume diffuso e nella corruzione capillare. Negli ultimi anni gli italiani non si sono neppure resi conto che la crisi economico-finanziaria, nata altrove ma in via di espansione, rischiava di travolgere anche l’Italia a causa dei suoi difetti strutturali, del suo enorme debito pubblico, della inattendibilità del governo e dei partiti tutti.

La società italiana aveva cominciato ad ammalarsi poco dopo la rinascita del dopoguerra e la promulgazione della Costituzione repubblicana, frutto dell’ammirevole lavoro dei costituenti e dell’ atmosfera antifascista e resistenziale di allora. La Carta rappresenta ancora oggi il caposaldo della nostra democrazia e va perciò difesa strenuamente dagli assalti alla sua integrità intensificatisi negli ultimi anni ad opera della destra.

I decenni di dominio democristiano, densi di scandali, tentati golpe, strategia della tensione, stragismo fascista e infine terrorismo nero e rosso spesso venato da mille ambiguità rimaste avvolte dal mistero, avevano portato in auge la corruzione e la pratica delle tangenti, dapprima giustificate col finanziamento (illecito) dei partiti e poi divenute mezzo di arricchimento personale. Così la prima repubblica si spegneva indecorosamente nelle aule giudiziarie avendo posto le premesse di una seconda repubblica peggiore della prima, mentre in precedenza qualcosa di buono si era avuto: lo statuto dei lavoratori, l’inchiesta parlamentare sulla P2, il forte richiamo di Enrico Berlinguer alla “questione morale”.

Fu del tutto naturale che la questione posta sul tappeto dal segretario del PCI fin dal 1981 venisse criticata e presto dimenticata dal momento che la corruzione si era diffusa nella società e nelle istituzioni divenendo sistema. Si bersagliarono i moralisti – in realtà per colpire il principio di moralità – col vecchio ritornello “non si può cedere al moralismo”. Quando le responsabilità di membri della classe dirigente emergevano con chiarezza si ricorreva se possibile alla formula “non è questione penalmente rilevante” assolvendo così i responsabili da ogni addebito, permettendogli di perseverare e di fare scuola.

“Elogio del moralismo” è il titolo di un volumetto di Stefano Rodotà da poco in libreria (Laterza) in cui sono raccolti alcuni suoi scritti pubblicati in anni recenti. Il noto giurista, già deputato per la Sinistra indipendente e poi presidente dell’Autorità garante per la protezione dei dati personali, sostiene che per ripristinare la legalità occorre una persistente, diffusa intransigenza morale di cui si facciano paladini i cittadini onesti e coraggiosi.

Nella premessa ricorda che il cardinale Dionigi Tettamanzi nel lasciare la diocesi di Milano ha dichiarato: “Gli anni della cosiddetta Tangentopoli pare che qui non abbiano insegnato nulla, visto che purtrop-po la questione morale è sempre d’attualità”.Più avanti scrive che il moralismo non è una protesta degli illusi fine a se stessa ma sta diventando azione e proposta politica; e cita ad esempio l’impresa dei cittadini di Parma che, manifestando a oltranza nelle piazze contro l’illegalità e l’immoralità della giunta comunale, hanno costret-to alle dimissioni sindaco e assessori. “Dove la politica ufficiale era distratta o complice, la loro voce è stata determinante. Certo, poi è venuta la magistratura con i suoi arresti. Ma prima v’era stata la politica” (pag. 7).

Si deve sempre tenere a mente che il nostro paese e le sue istituzioni non hanno mai combattuto in radice la corruzione; né hanno molto tenuto in onore l’imperativo morale. Se dopo l’unità l’Italia aveva conosciuto l’onestà rigorosissima di un Quintino Sella, si era presto dovuta abituare a convivere con la corruzione (denunciata con vigore da Silvio Spaventa) e con il trasformismo instaurato da Agostino Depretis, e assistere, a fine secolo, agli scandali bancari dove restò coinvolto Giovanni Giolitti. Questi dette in seguito prova di saper governare piuttosto liberalmente, ma il Salvemini lo criticò per l’uso che aveva fatto nel meridione, in campagna elettorale, dei suoi famosi “mazzieri”.

Dunque, fin quasi dalla nascita, ben prima della dittatura fascista e dei tanti anni di primato democristiano (durante i quali però si tentava di salvare le apparenze e non si esibivano certo senza pudore illegalità e immoralità), questo paese non è stato un campione di virtù civiche, rivelandosi incapace di seguire l’esempio di altre nazioni democratiche che, inquinate anch’esse da una notevole corruzione, evitano di farla crescere e divenire caratteristica del sistema politico. In Gran Bretagna, Francia, Germania, Stati Uniti, diversamente dall’Italia, i politici e gli amministratori colpevoli di malversazioni oppure di condotta privata sconveniente, se scoperti, danno le dimissioni o vi sono costretti e, se è il caso, vengono perseguiti penalmente.

Da noi invece la strategia è quella di sottrarsi ai controlli, oltre che di indire campagne mediatiche – con una forzatura logica – per riconoscere solo al governo e al suo capo tutti i poteri (il presidenzialismo nella sua versione peggiore), mentre nel contempo si intensificano gli attacchi al Quirinale, alla magistratura, alla Corte Costituzionale, cioè agli organi garanti della democrazia repubblicana e della moralità pubblica.

Oggi si è turbati giustamente dalla grave crisi finanziaria, si discute molto sul governo dei  professori, sui loro limiti e pecche, come si dubita della strana maggioranza che lo sostiene di malavoglia; si critica da più parti la manovra appena approvata, al solito ponendo la questione di fiducia. Tutto vero e perciò preoccupante, ma si trascura ancora troppo la necessità di intraprendere con fermezza un radicale rinnovamento dei costumi della classe dirigente e di buona parte degli italiani. Il disprezzo della moralità è piaga antica nel nostro paese; negli ultimi decenni si è addirittura incancrenita.

“Che fare?” si chiede Rodotà, e tenta una risposta: “per ricostruire una moralità pubblica, prima ancora di porre mano a regole più severe, bisogna praticare una sana intransigenza, non difendere ad ogni costo i propri fedeli perché fuori è accampato il nemico, non camuffare i rapporti d’affari intrattenuti dai politici da legittime relazioni professionali o sociali” (pagg. 43-44”).

Non basta quindi il triplice “resistere” di borrelliana memoria al malcostume imperante; si deve intervenire tutte le volte che se ne presenti l’occasione con l’intento di favorire un cambiamento profondo dei costumi e delle abitudini quotidiane in conflitto con la moralità. Buoni esempi per fortuna non mancano: malgrado i rischi, vari magistrati, imprenditori, giornalisti, amministratori rifiutano i compromessi o peggio. Gli aderenti alla Rete Resch e tantissimi altri, uomini e donne impegnati nella solidarietà, nel volontariato, nel soccorso a chi chiede aiuto e giustizia, tutti sentono di doversi mobilitare per una svolta vera, sapendo che si tratta di una lotta aspra e lunga, forse costellata di sconfitte generatrici di dubbi penosi, ma da vincere.

Con questo proposito guardiamo al 2012, augurandoci vicendevolmente di saper affrontare il futuro con la speranza dei giusti.

Mauro Gentilini