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GRANDE MARCIA DEL RITORNO

Sono stata a Gaza qualche anno fa, ed ora immagino lo scenario della “Grande marcia del ritorno” che nei piani degli organizzatori dovrebbe durare sei settimane, fino al 15 maggio, in coincidenza con la “Giornata della Nakba”, la “catastrofe”. La “marcia del ritorno” è stata indetta per commemorare “l’esproprio delle terre arabe” nel 1948.
(A partire dal 15 maggio 1948 le milizie sioniste, espressione di quel mondo ebraico appena uscito dall’immane catastrofe della Shoa perpetrata in nome della follia nazista, trasformate da perseguitate in persecutrici attuarono il più sistematico progetto di espulsione di un popolo dalla propria terra che la storia recente ricordi. Prima della fine del 1948 ben 750.000 arabi palestinesi vengono espulsi dalle loro case, i loro beni requisiti, i lori villaggi distrutti (si calcola che almeno 530 insediamenti siano stati rasi al suolo); al termine di quell’anno circa il 60% della popolazione palestinese era stata espulsa dalla propria terra. La Nakba non è stata solo una tragedia, ma l’inizio di un’ulteriore, interminabile tragedia, di cui ancor oggi è vittima il popolo palestinese. Gli anni seguenti hanno visto succedersi continue espulsioni (altri 350.000 solo nel 1967) e soprattutto il totale annullamento della stessa nazione palestinese la cui popolazione risulta in gran parte confinata in campi profughi di fatto posti sotto il controllo israeliano. Nel frattempo all’interno di Israele veniva pianificandosi una politica segregazionista, sostanzialmente analoga a quella praticata in Sud Africa durante l’Apartheid, nei confronti dei cittadini di origine araba. Tutto questo e molto altro è avvenuto: sistematiche violazioni delle risoluzioni delle Nazioni Unite; uso del terrorismo come arma politica nei confronti di leader stranieri ritenuti ostili; saccheggio sistematico del patrimonio storico culturale palestinese o distruzione delle testimonianze ritenute contrarie all’identità ebraica di Israele; occupazione ripetuta di territori affidati in pieno diritto all’autorità palestinese; costruzione del muro, totalmente edificato in territorio arabo; violazione sistematica dei più elementari diritti umani dall’uso della tortura agli attacchi contro istituti scolastici e ospedalieri. E questo con il silenzio, se non con l’appoggio del resto del mondo. L’Europa incapace di superare le sue divisioni e suoi sensi di colpa fino al punto di permettere tragedie presenti per non ricordare quelle passate; gli stati arabi troppi interessati a mantenere buoni rapporti con l’occidente e a non danneggiare le proprie relazioni commerciali per compromettersi al fianco dei fratelli palestinesi; gli Stati Uniti schierati senza se e senza ma con Tel Aviv, a prescindere dal colore politico dell’inquilino della Casa Bianca, in ogni caso legato alle lobby finanziarie ebraiche il cui appoggio è fondamentale oltre oceano).
Venerdì scorso è stato soprannominato il “Venerdì dei pneumatici”. Nei cinque campi base che circondano i territori israeliani i manifestanti palestinesi hanno dato fuoco a copertoni e lanciando pietre verso le barriere e il territorio di Israele. I dimostranti palestinesi hanno pianificato di bruciare circa 10.000 gomme e di usare specchi per accecare i cecchini delle Forze di difesa israeliane (IDF), appostate dietro ai terrapieni che difendono il confine, pronti a colpire gli istigatori più violenti. Un fumo nero e denso si è alzato dalla Striscia di Gaza, lungo la barriera che divide il piccolo territorio palestinese da Israele. Cecchini israeliani alla frontiera, fumo nero fra gli aranci, odore acre, via vai di camionette dell’esercito. Il fumo è servito per impedire la visione ai cecchini e ai tiratori scelti di Tsahal, e gli israeliani hanno risposto con cannoni ad acqua e dissipatori di fumo. Colpi secchi di fucili e sirene delle autoambulanze, le forze armate israeliane e la polizia con i corpi speciali dalle divise nere si sono esercitati insieme per 7 giorni, l’intelligence si è infiltrata per trovare i punti più caldi, nelle retrovie il dispiegamento di forze è impressionante: camionette, blindati, camion, bulldozer. Da giorni i social media arabi parlano di “protesta dei copertoni”. E da giorni si ammassano gomme negli stessi luoghi lungo il confine da dove venerdì scorso sono partite le manifestazioni e i tentativi di migliaia di persone di oltrepassare la barriera fissata da Israele. Alcuni sono riusciti ad entrare nella cosiddetta “area di accesso ristretto” – 300 metri di terreni agricoli abbandonati ritenuti dall’esercito israeliano off-limits. L’ONU ha ribadito che le armi da fuoco possono essere usate solo nel caso di imminente pericolo di vita. L’unica informativa che arriva dall’ufficio per i diritti umani delle Nazioni Unite è un invito a Israele a garantire che le sue forze di sicurezza non usino eccessiva forza contro i manifestanti. Le armi da fuoco dovrebbero essere utilizzate solo come ultima risorsa, e il ricorso ingiustificato al loro uso potrebbe essere considerato come violazione della Quarta convenzione di Ginevra. Risultato: Diciotto persone, undici delle quali secondo i portavoce militari israeliani erano miliziani dei gruppi armati della Striscia, sono rimaste uccise venerdì scorso da proiettili di gomma e munizioni; mentre il ministero della Sanità di Gaza ha parlato di altre tre vittime a cui si aggiungono i feriti deceduti in ospedale. Ad oggi sono 25 i palestinesi morti. A poche centinaia di metri dalla barriera che divide israeliani e palestinesi, dalla parte israeliana, ci sono le prime basse villette delle comunità rurali che circondano la Striscia, dall’altra, quella palestinese, ci sono tende, tavoli e sedie da fiera di paese dove oltre 30 40 mila persone venerdì scorso si sono raccolte in protesta. In Cisgiordania, ci sono state manifestazioni di sostegno, ma molto limitate nei numeri e nell’intensità. A preoccupare Israele non sono i Territori palestinesi controllati dall’Autorità nazionale del vecchio Abu Mazen: la collaborazione tra le forze di sicurezza palestinesi della Cisgiordania e quelle israeliane ha permesso di evitare violenze anche nei momenti di profonda crisi, come il recente annuncio del presidente Donald Trump di un riconoscimento americano di Gerusalemme come capitale d’Israele. Al contrario, a Gaza i vertici di Hamas sostengono e partecipano alla protesta, tanto da aver annunciato compensazioni finanziarie ai feriti negli scontri – da 200 a 500 dollari – e 3000 dollari alle famiglie delle vittime. La situazione economica della Striscia contribuisce ad alimentare la frustrazione di una popolazione che ha poco da perdere. Il territorio rettangolare di Gaza, adagiato sulla costa mediterranea al confine con l’Egitto, è lungo soltanto 42 chilometri, la distanza che c’è tra Milano e Novara. E’ largo 12 chilometri, la distanza che c’è in linea d’aria tra il centro di Roma e il Grande raccordo anulare. In 365 chilometri quadrati vivono 1,7 milioni di abitanti: due volte quelli di Torino città. Il 44 per cento della popolazione è sotto i 14 anni e moltissimi giovani non hanno mai messo piede fuori da Gaza. Dopo l’ultima guerra del 2014 la ricostruzione è stata rallentata dal blocco di beni e persone imposto da Israele, ma anche dalla chiusura del confine egiziano e dall’incapacità di Hamas di gestire la crisi, con i vertici che investono in forze militari mentre la popolazione ha quattro ore al giorno di elettricità e poca acqua potabile. A peggiorare un’emergenza economica che è in origine tutta politica, ci sono le rivalità interne palestinesi fra l’Autorità di Abu Mazen, che non controlla più la Striscia dal 2007, e Hamas. La comunità internazionale che cosa fa? Sono 12 anni che Gaza è chiusa dall’ assedio israeliano come in una prigione; nessuno può entrare o uscire normalmente da Gaza, intorno alla striscia ci sono i carri armati, nel mare su cui si affaccia Gaza la marina militare israeliana impedisce ai pescatori di pescare sparando su quanti di loro escono in mare per procurarsi cibo; i contadini non possono coltivare le loro terre vicine al confine perché ci sono i cecchini che fanno il tiro al piccione; Israele usa le pallottole dum dum che scoppiano all’interno del corpo per cui oltre ai morti di questi giorni ci saranno migliaia di feriti che perderanno gambe e braccia nei prossimi giorni a seguito delle lacerazioni interne prodotte da questi proiettili. Sono proiettili vietati dal diritto internazionale, ma nessuna sanzione viene fatta a Israele dalla comunità internazionale. Forse dobbiamo uscire dalla logica del senso di colpa per l’Olocausto accaduto 70 anni fa, pensando di più a quello che accade nel presente e se la nostra umanità è guidata da una coscienza critica.

Nella giornata internazionale della donna, è una voce femminile, quella di Zineb, giovane studentessa italiana di origine marocchina, a raccontare, attraverso la sua storia e quella dei suoi genitori immigrati in Italia, l’esperienza di chi ha scelto il Belpaese e vive quotidianamente la bellezza, ma anche le difficoltà di un’integrazione possibile, impegnandosi per perseguire i suoi sogni, nello studio, nel lavoro e anche nel volontariato.

Zineb Baich è una giovane italo-marocchina residente nelle Marche, a Monte San Giusto, un paesino di poco meno di 8 mila abitanti in provincia di Macerata. La sua storia è segnata dal percorso dei propri genitori, in particolare del padre, che si è trasferito in Italia negli anni 90 per dare un futuro migliore alla propria famiglia. Una storia, questa, fatta di tanti sacrifici che costituiscono oggi il perno dal quale Zined trae la forza per vivere meglio la sua diversità, e per perseguire i suoi sogni, sia a livello sociale che professionale, in un paese dove, purtroppo, cresce la discriminazione e l’odio verso il diverso..

“Mi chiamo Zineb Baich, ho 21 anni e frequento il terzo anno del corso di laurea in infermieristica. Lavoro come banconista in una pizzeria e faccio il volontariato nella Croce Verde del mio paese. I miei genitori sono originari di Taounate, un villaggio situato nel Nord del Marocco. Sono molto fiera delle mie origini, in particolar modo di mio padre, che ha sognato di creare un futuro migliore per la sua famiglia qui in Italia, un paese di cui si è innamorato a prima vista. Rimasto orfano di madre, a 14 anni andò via dalla casa del padre – che nel frattempo si era risposato – e insieme al fratello si trasferì a Casablanca, una delle più grandi città del Marocco. Qui per mantenersi lavorò per diversi anni in un calzaturificio, successivamente si trasferì in Libia dove lavorò sempre nel settore calzaturiero. Nel 1990, durante i mondiali di calcio, comperò un biglietto aereo per assistere alle partite; arrivato in Italia si innamorò di questo paese e decise di restarvi. Gli inizi per lui furono duri e fece molti lavori occasionali prima di riuscire a sistemarsi nelle Marche, tipo distribuire giornali a Milano, raccogliere mele in Trentino e così via. E’ stato a lungo uno di quegli immigrati che si accontenta di fare lavori sgraditi agli italiani, molto faticosi e pagati poco; quelli, però, erano gli unici lavori che molti come lui trovavano in poco tempo e che gli permettevano, pur spaccandosi la schiena dalla fatica, di avere il necessario per non morire di fame. Se penso ai valori che mi hanno trasmesso i miei genitori trovo l’umiltà, la cautela nel giudicare le persone, il rispetto per la persona, per il suo vissuto, per la sua storia che non conosciamo. Sono la figlia di un immigrato. Sono “la figlia di quel marocchino” come direbbero alcuni. Molti considerano i marocchini come ladri e delinquenti ma in realtà molti sono come mio padre: gente che si è costruita tutto quello che ha con le proprie sole forze e i propri sacrifici. Persone leali, sincere, oneste, che pagano le tasse, l’affitto, i servizi di cui usufruiscono perché si sentono cittadini come gli altri. I miei genitori mi hanno insegnato a credere in me stessa e nei miei sogni. Mi hanno sempre spronato a studiare e a farmi un’istruzione perché la cultura è il più grande patrimonio che si possa avere, e permette di combattere l’ignoranza. Io so bene che ho la fortuna di vivere in un paese che mi garantisce un’istruzione e quindi non posso sprecare questa opportunità. Mia madre è il mio punto di riferimento come donna e la stimo molto. Non è diventata una ricercatrice, un medico o una docente universitaria ma ha saputo lo stesso insegnarmi ad essere una donna forte, indipendente che si fa rispettare e non si sottomette a nessuna ideologia. I miei genitori sono sempre stati molto aperti di mentalità e mi hanno insegnato che per potersi integrare è bene conoscere la cultura e le usanze del paese in cui si vive senza dimenticare la propria cultura, la propria religione e le proprie tradizioni. Sono cresciuta in due mondi: in casa quello magrebino, fuori quello italiano. Io e le mie due sorelle siamo state cresciute insieme a persone sia arabe che italiane, ho frequentato la scuola materna del paese dove le insegnanti erano suore e i miei dicevano sempre: “Nostra figlia deve conoscere la realtà in cui vive ed essere pronta ad affrontare la sua vita un giorno non sentendosi estranea a questo mondo”. Ho partecipato alle recite scolastiche e realizzato i lavoretti per Natale e Pasqua. Non mi sono mai sentita diversa rispetto ai miei compagni anche se c’era qualche genitore che non voleva che i propri figli giocassero con me. Fortunatamente non sono tutti così. Crescendo ho imparato chi frequentare e chi no, con chi posso fare amicizia senza temere di essere giudicata per la mia provenienza ed ho capito che forse la mia bellezza sta nella mia diversità, nei mie lineamenti, nella mia cultura, nella mia mentalità. Ho sempre sentito di dover aiutare il prossimo, porgendo la mano a chi ne ha bisogno perché la mia famiglia mi ha insegnato a farlo. A 17 anni mi sono avvicinata alla Croce Verde del mio paese, di cui attualmente sono ancora volontaria, grazie a una mia compagna di scuola e mia compaesana. Mi parlava molto bene del clima che si respirava in questo ambiente e delle persone che facevano parte di questa associazione, dei corsi di primo soccorso che organizzavano e delle attività di volontariato in generale. Così ho deciso di iscrivermi e di cominciare a rendermi utile per la società in cui vivo. È stata una delle scelte più belle che io abbia fatto nella mia giovane vita: non solo ho iniziato a frequentare un’associazione, ma ho trovato una famiglia, la mia seconda casa, dove sono cresciuta come persona perché dal punto di vista umano si impara molto. Viviamo in un mondo dove il denaro è padrone della vita di tutti e scoprire che c’è ancora chi crede nell’altruismo, nelle buone azioni, nella beneficenza, nel volontariato, mi può far dire che esiste ancora l’umanità. Questa esperienza mi ha spinto ad avvicinarmi alle professioni sanitarie e a scegliere poi il mio specifico percorso di laurea. Si può capire come i recenti fatti accaduti a Macerata mi abbiano sconvolto e come la loro coincidenza con la campagna elettorale ha fatto si che alcuni politici abbiano sfruttato le paure che stavano vivendo gli italiani. La “paura dell’invasione”, la xenofobia, dare le colpe della crisi o dei reati ai clandestini senza considerare che i reati vengono compiuti da chiunque. Addirittura la paura che chi professa la religione islamica voglia conquistare l’Italia e renderla un paese islamico. Bisogna capire che la diversità esiste in tutte le sue declinazioni e accezioni ma non deve far paura perché la felicità risiede nell’accettare se stessi come si è.”
Queste le parole della giovane italo-marocchina che vive nel maceratese e quotidianamente vive la bellezza, ma anche le difficoltà di una integrazione possibile partendo dal presupposto che la migrazione è una bella storia.

… dal Diario di Anna Frank
“Vedo il mondo mutarsi lentamente in un deserto,
odo sempre più forte l’avvicinarsi del rombo
che ucciderà noi pure,
partecipo al dolore di milioni di uomini,
eppure, quando guardo il cielo,
penso che tutto si svolgerà nuovamente al bene,
che anche questa spietata durezza cesserà,
che ritorneranno l’ordine, la pace, la serenità”.
Sabato, 15 luglio 1944

Cari tutte e tutti della rete di Padova, con questa lettera circolare vogliamo augurare a tutti una buona Pasqua, sperando di trovarvi in salute e con animo di proseguire nel cammino della nostra rete. Elvio, Francesco e Marianita sono rientrati da Haiti in questi giorni dopo aver trascorso quasi un mese visitando e raccogliendo testimonianze sulla vita delle comunità di Fddpa. Il nostro contributo si caratterizza per appoggiare iniziative locali che continuano a promuovere la dignità e la consapevolezza che la povertà si può combattere restando uniti e continuando l’opera intrapresa da Dadoue, camminando sui principi che lei ha lasciato alla sua gente e anche a noi. Il viaggio ha dimostrato che l’impegno è inalterato e che l’entusiasmo, nonostante i tanti problemi, non è diminuito. Tra le tante cose che a Fddpa vanno riconosciute ricordiamo l’impegno perché i bambini e i giovani possano ricevere una istruzione primaria; l’adesione alle scuole è aumentata al punto che si devono pensare a nuovi spazi per ospitare tutti. Per ascoltare dal vivo il racconto di questo importante viaggio, vi anticipiamo che ci ritroveremo sabato 5 maggio 2018: seguirà una prossima circolare con i riferimenti precisi, intanto segnate sul calendario questa data. Il 24 marzo è stata la giornata dedicata ai martiri. Oscar Romero ha fatto iniziare questa memoria e la chiesa ha finalmente dato il via al pieno riconoscimento della sua testimonianza. Molti di noi lo consideravano già una persona speciale, in America Latina lo è sempre stato, oggi lo è per il mondo di chi lotta dalla parte degli oppressi. Siamo nelle vicinanze del prossimo convegno nazionale del 13-15 aprile e speriamo di ritrovarci in quella occasione.
Una felice Pasqua a tutti e, un 25 aprile di vera liberazione.
Alleghiamo il bilancio economico 2017 e la circolare nazionale. Buona lettura.

… prima dei campi di sterminio
Iniziò con i politici che dividevano le persone
fra “noi e loro”.
Iniziò con l’intolleranza e i discorsi di odio.
E quando la gente smise di preoccuparsene
divenne insensibile, obbediente e cieca.

Un caro saluto a tutte e tutti, in questa lettera trovate molte notizie di Haiti. Gli amici e coordinatori di Fddpa hanno inviato il proprio bilancio che sarà presentato e discusso in una prossima riunione. Sono aperte le iscrizioni al prossimo convegno nazionale della Rete Radiè Resch che si svolgerà a Trevi dal 13 al 15 aprile 2018, in contemporanea con il seminario nazionale dei giovani; le iscrizioni si possono fare attraverso il sito internet della Rete sia per il convegno che per il seminario giovani e/o informazioni: prenotazioni.convegno.rrr@gmail.com In alternativa; Posta ordinaria : Lucia Capriglione Via Trento, 39 – 84129 Salerno (nel caso si usi la posta ordinaria avvertire comunque telefonicamente) Telefono : 328 3630786 il martedì e il sabato dalle 16.00 alle 19.00. Ricordiamo l’importanza del voto di domenica 4 marzo Come avrete saputo, alla fine di febbraio partiranno per Haiti Elvio, Francesco e Marianita.

Comunicazione del 13 gennaio 2018, da Jean e Martine
Salve Marianita, finalmente sono riuscito a farti arrivare il rapporto. Ma, prima voglio farti partecipe della nostra contentezza nel sapere che voi venite a farci visita quest’anno, e siamo ancora più felici di apprendere che anche papà Elvio farà parte di questa delegazione. Willot spera di essere presente durante la vostra visita a Haiti, egli cerca di organizzarsi. Noi abbiamo appena ricevuto anche l’arrivo di Gabriella all’inizio di questo mese, il 9 gennaio. Come Willot ti ha già informato, stiamo fabbricando dei banchi per le scuole, perché il numero dei bambini aumenta con la chiusura del programma di PSUGO (Programme de scolarisation universelle gratuite et obligatoire promosso dall’ex presidente Martelly e definitivamente fallito). A Dofiné abbiamo circa 150 alunni, a Katien 200, a Fondol 200; inoltre sogniamo di vedere come a Dofiné la cultura del crescione a Fondol, è già stato fatto lo studio del fiume che ha rivelato che il fiume di Fondol presenta le condizioni per poter sviluppare questa cultura. Ma dobbiamo risolvere il problema dell’allevamento libero. Quindi la FDDPA deve fare una campagna di motivazione e coscientizzazione sulla problematica dell’allevamento libero, ma bisogna sottolineare che questo problema non si pone a Dofiné come invece a Fondo (spiega bene questo a Fabio, sappiamo quanto lo renderebbe felice se un progetto del genere si realizzasse a Fondol). Per quanto riguarda la continuità della formazione di Chrismène, lei non ha potuto continuare, perché è rimasta incinta, spera di continuare quest’anno, perché il suo bebè ha già 6 mesi e lei lo allattava. Per la costruzione dello spazio di riunione a Dofiné, abbiamo già depositato una cifra presso una rivendita di materiali a Verrettes, ma è il trasporto dei materiali la difficoltà principale ora. Ma speriamo di trovare con Balansé la possibilità di far arrivare i materiali fino a Dofiné. Per quanto riguarda la situazione del nostro paese, il governo è al servizio dei più ricchi e non prende nessuna iniziativa per migliorare la situazione dei poveri; gli operai del subappalto organizzano delle manifestazioni per chiedere l’aumento del salario, ma il governo, che opera per i profitti dei padroni, non soddisfa le rivendicazioni dei salariati, anzi la borghesia e il governo distribuiscono del denaro nei quartieri popolari per distruggere le rivendicazioni delle masse. Tuttavia le organizzazioni continuano a scendere in strada e a lottare. Dunque la situazione politica ed economica è molto difficile nel paese, perché il governo continua ad aumentare le tasse e il carburante che è un prodotto trasversale e questo ha causato in un sol colpo l’aumento del prezzo dei prodotti di prima necessità. Il governo sta investendo in programmi bidoni nell’intenzione di fare propaganda, ma in realtà sono strategie per mostrare alla gente che sta facendo qualcosa. Per quanto riguarda il rapporto, troverete come al solito una parte dettagliata e poi abbiamo rappresentato tutto con una tabella per facilitarvi nella lettura. E spero che questo potrà rendere migliore e più rapida la comprensione del rapporto annuale. Tuttavia, se non riuscite a comprendere qualcosa nella tabella, fate riferimento alla parte più dettagliata. Speriamo, nei prossimi anni di riuscire a presentare un “budget” (la previsione di quanto l’organizzazione dovrà spendere ogni anno).Dunque con la comunicazione delle date del vostro viaggio, ora potremo pianificare meglio e coordinare il vostro soggiorno tra noi. Ci dispiace che non ci sia un membro del gruppo di Chiarano con voi, sarebbe una buona occasione per questo gruppo per approfondire questa relazione con Haiti attraverso la FDDPA, ma forse un giorno questo desiderio si realizzerà. Il mese di marzo è anche il mese in cui ha luogo il seminario sulla salute con Popoli in Arte: per quest’anno – secondo quanto ci aveva detto Maria Paola – è possibile che ci siano delle visite in 2 o 3 comunità per vedere come si organizzano le comunità tramite questo metodo di Educazione popolare. E dunque il vostro soggiorno coincide con quello di Popoli in Arte e anche le visite alle comunità possono inserirsi nel programma del vostro soggiorno. Perciò sarebbe necessario coordinare con Anna o Maria Paola per armonizzare con le date del viaggio. Fateci sapere la data e l’ora del vostro arrivo, noi cominciamo a contare i giorni. Speriamo che questo viaggio possa ridare a papà Elvio le gambe dei suoi vent’anni, perché ci sarà da camminare. Dunque un grande Ciao a tutti, la grande famiglia della Rete di Padova, Fabio e Tina, papà Elvio, Bruna, Betto, Betta e le bambine romane e anche tutto il gruppo di Chiarano…
Jean e Martine che vi abbracciano con molto amore

Scrive Willot:
“Possiamo dire che è stato meglio del 2016. I cicloni non hanno fatto grossi danni quest’anno. Inoltre, non c’è stata siccità. Al contrario, c’è stata pioggia in abbondanza. Ci auguriamo che il 2018 sia ancora meglio per Haiti, l’Italia e tutto il mondo. Riguardo alle attività della FDDPA, tutto va bene a Dofiné, Katienne, Fondol e nel Nord-Ovest. Per esempio le attività in tutte le cooperative avanzano a piccoli passi. Continuiamo con i vivai di Moringa a Fondol e nelle comunità della Catena dei Matheux. Poi, proveremo a far venire dei contadini di Dofiné per tentare la coltura del crescione sulle due rive del fiume di Fondol. Se questa coltura riesce a Fondol, questa comunità potrebbe ottenere un reddito dalla vendita del crescione. Anche tutte le scuole funzionano bene. Tuttavia quest’anno, a causa della chiusura del programma demagogico iniziato dall’ex presidente, centinaia di alunni hanno inondato le nostre scuole. Non abbiamo spazio e banchi sufficienti per accoglierli. Non vogliamo negare l’educazione ai figli dei contadini; ma i nostri mezzi sono limitati. D’altro lato, siamo riconoscenti per il sostegno finanziario della RETE senza il quale, i figli dei contadini di Katienne, Dofiné e Fondol non avrebbero accesso all’educazione. Riguardo al Centro Professionale “Gianna Mocellin”, si procede a piccoli passi. Stiamo sostituendo la mobilia (sedie, banchi, tavoli) e le macchine da cucire rovinate o totalmente distrutte dal ciclone Mattieu a ottobre 2016. A causa dell’abbondanza di pioggia nel paese, tutte le strade in terra battuta ora sono impraticabili. Per esempio, per recarsi a Katienne e a Dofiné, Jean e Martine hanno utilizzato il trasporto tradizionale. E’ esattamente quel che faceva Dadoue prima di poter procurarsi una camionetta. All’inizio, lei andava semplicemente a piedi, da Verrettes a Dofiné.

Ci scrivono ancora Jean e Martine:
Come Willot ti ha già informato, stiamo fabbricando dei banchi per le scuole, perché il numero dei bambini aumenta con la chiusura del programma di Psugo. A Dofiné abbiamo circa 150 alunni, a Katien 200, a Fondol 200; inoltre sogniamo di vedere come a Dofiné la cultura del crescione a Fondol, è già stato fatto lo studio del fiume che ha rivelato che il fiume di Fondol presenta le condizioni per poter sviluppare questa cultura. Ma dobbiamo risolvere il problema dell’allevamento libero. Quindi la FDDPA deve fare una campagna di motivazione e coscientizzazione sulla problematica dell’allevamento libero, un problema non si pone a Dofiné come invece a Fondol. Per quanto riguarda la situazione del nostro paese, il governo è al servizio dei più ricchi e non prende nessuna iniziativa per migliorare la situazione dei poveri; gli operai del subappalto organizzano delle manifestazioni per chiedere l’aumento del salario, ma il governo, che opera per i profitti dei padroni, non soddisfa le rivendicazioni dei salariati, anzi la borghesia e il governo distribuiscono del denaro nei quartieri popolari per distruggere le rivendicazioni delle masse. Tuttavia le organizzazioni continuano a scendere in strada e a lottare. Dunque la situazione politica ed economica è molto difficile nel paese, perché il governo continua ad aumentare le tasse e il carburante che è un prodotto trasversale e questo ha causato in un sol colpo l’aumento del prezzo dei prodotti di prima necessità. Il governo sta investendo in programmi bidoni nell’intenzione di fare propaganda, ma in realtà sono strategie per mostrare alla gente che sta facendo qualcosa. Dunque con la comunicazione delle date del vostro viaggio, ora potremo pianificare meglio e coordinare il vostro soggiorno tra noi. Ci dispiace che non ci sia un membro del gruppo di Chiarano con voi, sarebbe una buona occasione per questo gruppo per approfondire questa relazione con Haiti attraverso la FDDPA, ma forse un giorno questo desiderio si realizzerà.

Le condizioni socio-economiche sono peggiorate nel corso del 2017 a Haiti
P-au-P., 28 dic. 2017 [AlterPresse]
Le condizioni socio-economiche della popolazione haitiana si sono deteriorate durante il 2017. Questo degrado è principalmente dovuto alla svalutazione del gourd (moneta haitiana), all’aumento dei prezzi dei prodotti petroliferi e all’approvazione della contestata legge finanziaria 2017-2018, constatano parecchie organizzazioni sociali in interviste ad AlterPresse. Sono i trasferimenti di denaro dall’estero, che hanno aiutato la popolazione a «respirare», durante il 2017, afferma Rosny Desroches, direttore esecutivo dell’Iniziativa della società civile (Isc), osservando una situazione economica molto preoccupante e difficile per la popolazione. Le rimesse della diaspora haitiana rappresentavano il 31% del Prodotto interno lordo( Pil) di Haiti, con 2,4 miliardi di dollari USA di invio di fondi (US$ 1=65 gourde; 1 €=81 gourde; 1 peso dominicano=1.60 gourde oggi), indica l’Isc, facendo riferimento a statistiche rese pubbliche dalla Banca mondiale (Bm). L’Isc raccomanda la realizzazione degli stati generali della nazione, in vista di un’intesa nazionale, capace di far uscire il paese da questo pantano. Da parte sua, l’economista Eddy Labossière traccia un quadro molto buio della situazione economica del paese in rapporto agli indicatori macroeconomici. La crescita economica del paese, stimata a 1.1 % nel 2017, è stagnante, mentre gli investimenti salgono meno dell’1 %. Le esportazioni haitiane calano a meno del 5%, mentre le importazioni aumentano. Il tasso d’inflazione è quasi del 1 %. Il che vuol dire che le persone perdono il 15% del loro potere d’acquisto, prosegue Labossière, ricordando quanto il disavanzo di bilancio di Haiti sia di 3 miliardi di gourde. Il fatto che si cominci a fare una verifica sulle spese dello stato, è positivo, valuta l’economista Labossière, che propone di far entrare il paese in una transizione economica, che comprenderà 4 rami: una transizione fiscale, di bilancio, una transizione di politica monetaria e una del mercato finanziario haitiano. A partire del 15 maggio 2017, malgrado una tendenza al ribasso, da più mesi, del prezzo del petrolio sul mercato internazionale, il governo haitiano ha deciso di alzare il prezzo dei prodotti petrolieri sul mercato nazionale, facendo passare il gallone della benzina da 189 gourde a 224 gourde (ossia un aumento del 18,52%), il gallone del diesel da 149 gourde a 179 gourde (ossia un aumento del 20,13%) e il gallone del kerosene (molto utilizzato dalla maggior parte delle famiglie a Haiti) da 148 gourde a 173 gourde (ossia un aumento del 16,89%). D’altra parte i deputati e i senatori hanno approvato, rispettivamente il 9 agosto e il 6 settembre 2017, un budget (contestato) dell’esercizio fiscale 2017-2018, de 144 miliardi di gourde. Molti settori del paese hanno alzato la voce per dire no a questo budget che definiscono «criminale, contro il popolo». Le manifestazioni si sono moltiplicate in molte città, in particolare a Port-au-Prince. Il budget 2017-2018 non tiene conto dei problemi, che deve affrontare la popolazione haitiana, secondo Guy Numa, membro del coordinamento del Movimento democratico popolare (Modep). Il 2017 è stato difficile a causa della miseria e della disoccupazione, che divorano il paese. Il governo haitiano non ha fatto niente di concreto per migliorare le condizioni di vita della popolazione, critica il Modep. Il degrado della situazione economica, provocando la riduzione del potere d’acquisto, spinge una buona parte della popolazione haitiana a lasciare il paese per recarsi in Brasile e in Cile, sottolinea Antonal Mortimé, co-direttore del Collettivo Défenseurs plus. Le cittadine e i cittadini pagano le tasse senza beneficiare di servizi in cambio. E’ une repressione fiscale, denuncia il Collettivo Défenseurs Plus, invitando le cittadine e i cittadini a protestare. Il 2018 si annuncia molto buio sul piano economico per il paese secondo il Collettivo Défenseurs Plus. Il 2017 è estremamente deludente per le masse popolari haitiane, soprattutto a livello economico, ritiene Camille Chalmers, direttore esecutivo della Piattaforma haitiana per uno sviluppo alternativo (Papda). Il 2017 conferma la crisi di crescita dell’economia haitiana, con un tasso di crescita stimato tra l’1,2 e l’1,3% del Pil. Il che è nettamente insufficiente rispetto alla crescita demografica, osserva la Papda. Il 2017 è stato caratterizzato da una certa anemia
della vita economica, in particolare a livello degli investimenti. C’è stata una caduta significativa degli investimenti pubblici, dovuta al prosciugamento della manna PetroCaribe, aggiunge la Papda.

Notizie in breve [AlterPresse]
La corruzione e l’impunità sono state tra i principali handicap per il funzionamento della giustizia a Haiti nel 2017, osserva AlterPresse. «Abbiamo vissuto una crisi legata alla corruzione nel 2017, in particolare con il famoso rapporto dell’inchiesta della Commissione senatoriale sulla gestione dei fondi PetroCaribe», rileva l’economista Camille Chalmers, direttore esecutivo della Piattaforma haitiana per uno sviluppo alternativo (Papda). Questo rapporto non è stato sinora oggetto di discussioni approfondite al senato, critica la Papda. Le dichiarazioni del presidente della repubblica, Jovenel Moïse, e dei suoi consiglieri mostrano che c’è una volontà d’impedire che sia fatta luce sui processi di prevaricazione, deviazioni e cattiva utilizzazione dei fondi PetroCaribe. Questi atti di corruzione pesano già molto sul budget nazionale, deplora la Papda, sottolineando la grande ingiustizia di far pagare questo debito alla popolazione. Più di una quindicina di personalità – tra cui due ex primi ministri, Jean M x Bellerive (novembre 2009 – maggio 2011) e Laurent Salvador Lamothe (maggio 2012 – dicembre 2014) – ed ex ministri, ex direttori generali e responsabili di ditte di costruzioni, coinvolti in gare sospette, sono incastrate dal rapporto sulla gestione dei fondi Petrocaribe. Numerose manovre sarebbero in corso per impedire che sia fatta luce su alcuni affari, in particolare il saccheggio dei fondi PetroCaribe. E’ la società civile che deve prendere la leadership della lotta contro la corruzione a Haiti, «Se le persone sapessero che lo stato, in cui si trova l’ospedale generale oggi, è dovuto alla corruzione, sarebbero state più inclini a combatterla», pensa il coordinatore della Pohdh, Joseph Maxime Rony. «Chi sarà disposto a lottare contro la corruzione in un paese dove persone – come Joseph François Robert Marcelo, 65 anni, presidente della Commissione nazionale di aggiudicazione degli appalti pubblici – spariscono senza che si ritrovino i loro corpi». Persone muoiono assassinate, in condizioni dubbie nel paese, e i loro casi sono lasciati senza seguito. «Abbiamo eletto un presidente, sospettato di corruzione ed anche accusato in un affare di riciclo. E una delle sue prime azioni, una volta eletto, è stata far votare una legge sulla diffamazione, che non è «che una strategia per impedire la circolazione dell’informazione», condanna la Pohdh.
Il sistema giudiziario, spesso paralizzato da vari movimenti rivendicativi durante il 2017, resta sempre in cattivo stato. I giudici dicono di essere ancora in attesa che le loro rivendicazioni per un migliore funzionamento dell’apparato giudiziario siano prese in considerazione. I problemi giudiziari sono sempre gli stessi, la giustizia a Haiti è messa all’asta. Chi ha più mezzi economici e potere ha un migliore accesso alla giustizia. Il 2017 è stato molto movimentato per quanto concerne il sistema giudiziario. I cancellieri e i magistrati hanno scioperato per molti giorni paralizzando i tribunali nei mesi di luglio, settembre e ottobre 2017. Reclamavano il pagamento di salari arretrati, assicurazione, un aggiustamento salariale e migliori condizioni di lavoro. Da parte sua, il giudice Durin Duret Junior, dell’Associazione nazionale dei magistrati haitiani (Anamah), fustiga l’atteggiamento del presidente Jovenel Moïse, che ha affermato durante la sua tournée europea, il 12 dicembre
2017, di essere stato costretto a nominare 50 giudici sospettati di corruzione. «Quando si è presidente, nessuno può forzarvi a fare qualcosa di anormale. Se c’è rischio di corruzione, il presidente ha l’obbligo di convocare il Cspj per
farlo partecipe della sua preoccupazione».

Aggiungiamo, come sempre, i numeri dei c.c. per i versamenti:
C.C. postale 15405350 intestato a “Associazione Rete Radiè Resch” c/o Beraldin Elvio, Via Spalato 9, Padova
Conto Corrente presso Banca popolare Etica, Coordinate IBAN: IT 54 N 050 1812 1010 000 1134 8281 intestato a:
Associazione Rete Radiè Resch gruppo Padova

Carissima, carissimo, siamo all’inizio del 2018. Che cosa abbiamo fatto di noi nel 2017? C’è un enorme distanza in noi tra quello che siamo e quel che vorremmo essere. Guardiamo indietro: l’infanzia che resta nella memoria con il sapore di paradiso perduto; l’adolescenza intessuta di sogni e utopie; i propositi altruisti. Cosa c’è di speciale nell’inizio di un nuovo anno? Siamo umani, dotati della capacità di attribuire al tempo un carattere storico e alla storia, un significato. L’avvento di un nuovo anno è un rito di passaggio. Risuona nel nostro inconscio il sollievo perché finisce un anno in cui abbiamo avuto tante delusioni, frustrazioni, crisi e coltiviamo l’aspettativa di celebrare, a breve termine, conquiste, passi avanti e vittorie. Viviamo oppressi dal mistero. Questa impossibilità di prevedere il futuro suscita ansia e ci induce a tentare di decifrarlo attraverso l’interpretazione degli astri, delle carte, giocando su tutto, rimettendosi alla “fortuna” o il raccomandarsi ai santi protettori. Da qui deriva l’inerzia, l’indignazione paralizzatrice, l’impotenza di fronte agli scandali etici, da qui deriva questo letargo che non ha nulla a che fare con la lotta di popolo. Oggi, un salario insufficiente in un paese così caro; i figli senza un progetto, attaccati alla casa e al consumismo; in passato, il futuro era migliore. Oggi, immersi in questa società della iper-estetizzazione della banalità, nella quale le immagini contraggono il tempo e la rete virtualizza il dialogo nella solitudine digitale, siamo alla ricerca di ragioni di vita. Abbiamo perso il senso storico, abbiamo scambiato i vincoli della solidarietà con la connettività elettronica, abbiamo venduto la libertà per un pugno di lenticchie che hanno la forma della sicurezza. Intorno, la violenza del paesaggio urbano e la nostra difficoltà nel collegare effetti e cause. Come se coloro che infrangono la legge fossero funghi spontanei e non frutti del darwinismo economico che segrega la maggioranza povera e favorisce la minoranza benestante. Lo stesso dirigente che teme aggressioni e grida contro i criminali, nutre il crimine consumando droghe. Anno nuovo. Vita nuova? Dipende. Possiamo continuare a imbottirci di carni e dolci, impregnati di bevande alcoliche, come se l’allegria uscisse dal forno e la felicità arrivasse imbottigliata. O scegliere l’opzione di un momento di silenzio, un gesto liturgico, una preghiera, l’effusione degli spiriti in abbracci affettuosi. Reincontrare, nell’anno che comincia, la nostra umanità. Svestirci dal lupo vorace che, nell’arena competitiva del mercato, ci rende estranei a noi stessi. Perché accelerare tanto, se dobbiamo poi fermarci al semaforo rosso? Perché tanta dipendenza dal cellulare e difficoltà invece di dialogare guardandosi negli occhi? Anno nuovo delle elezioni. Guardiamo il paese. Le opere che beneficiano le imprese portano vantaggi alla maggioranza della popolazione? Migliorano il trasporto pubblico, il servizio sanitario, la rete educativa? Il nostro quartiere ha un buon sistema sanitario, le strade sono pulite, ci sono aree destinate allo svago? Abbiamo partecipato al dibattito sulla riforma della Costituzione? I politici, per i quali abbiamo votato, hanno agito in modo soddisfacente? Ci hanno mostrato i risultati di quanto hanno fatto? In politica, l’astensione è complicità con l’imbroglio. Il Voto è dare una delega e, nella vera democrazia, è il popolo che governa per mezzo dei suoi rappresentanti e delle mobilitazioni dirette al potere pubblico. Più cittadinanza più democrazia. In questo 2018 saremo chiamati alle urne. Dovremo tentare di discernere gli idealisti dagli arrivisti; i servitori pubblici da quelli che affogano nel loro ego, distillato nell’ubriacatura degli applausi; quelli che sono mossi dall’intransigenza dei principi morali da quelli che mirano alla risorse dello Stato come carne fresca, offerta alle loro gole insaziabili. Quest’anno si commemora il 70º anniversario della Dichiarazione dei Diritti Umani. Ma è impossibile celebrare conquiste relative ai diritti umani mentre si moltiplicano le guerre regionali e si rendono schiavi milioni di donne, uomini e bambini. Non basta il proposito di rinnovare le nostre vite nel 2018. Dobbiamo rendere nuove le realtà che ci circondano, in modo che ci siano cambiamenti reali e la pace fiorisca come frutto della giustizia. Anno di una nuova qualità di vita. Di meno ansia e più profondità. Accettare la proposta di Gesù a Nicodemo: nascere di nuovo. Immergersi in se stessi, fare spazio alla presenza dell’Ineffabile. Braccia e cuori aperti anche ai propri simili. Ricrearsi e appropriarsi della realtà che ci circonda, liberi dalla pastorizzazione che ci massifica nella mediocrità bovina di chi rumina abitudini meschine, come se la vita fosse una finestra dalla quale contemplare, notte dopo notte, la realtà che scorre nelle illusorie fantasie di una fiction.
Antonio

“Nasciamo senza portare nulla,
moriamo senza portare via nulla.
Ed in mezzo litighiamo per possedere qualcosa”.
(Luca Russo, ucciso a Barcellona nell’agosto 2017)

Buon nuovo anno e un grande grazie a tutti e tutte. Iniziamo con il grazie perché, anche per il 2018, con la solidarietà e l’impegno di tante persone, riusciamo a rendere possibile la continuità del nostri impegni in Haiti. Il resoconto economico nelle prossime lettere. Le comunicazioni con FDDPA, come la lettera che segue, sono continue. L’impegno per la scuola professionale intitolata a Gianna sta dando i primi frutti, speriamo che non arrivino altri cicloni. Prossimamente avremo, come ogni anno, il resoconto economico delle attività di Fddpa. Notizie: il prossimo Coordinamento si tiene a Sezano-Verona sabato 20 e domenica 21 gennaio (odg e notizie logistiche in allegato). Sezano è un bellissimo posto, si raggiunge in poco tempo: fateci un pensiero. Come sapete la partecipazione ai Coordinamenti è aperta a tutti. La circolare nazionale, scritta da Ercole Ongaro, anticipa le idee del prossimo Convegno Nazionale di Aprile.

Da Haiti
Buongiorno Tita e Famiglia l’anno 2017 è giunto al termine. Possiamo dire che è stato meglio del 2016. I cicloni non hanno fatto grossi danni quest’anno. Inoltre, non c’è stata siccità. Al contrario, c’è stata pioggia in abbondanza. Ci auguriamo che il 2018 sia ancora meglio per Haiti, l’Italia e tutto il mondo. Riguardo alle attività della FDDPA, tutto va bene a Dofiné, Katienne, Fondol e nel Nord-Ovest. Per esempio le attività in tutte le cooperative avanzano a piccoli passi. Continuiamo con i vivai di Moringa a Fondol e nelle comunità della Catena dei Matheux. Poi, proveremo a far venire dei contadini di Dofiné per tentare la coltura del crescione sulle due rive del fiume di Fondol. Se questa coltura riesce a Fondol, la comunità potrebbe ottenere un reddito dalla vendita del crescione. Anche tutte le scuole funzionano bene. Tuttavia quest’anno, a causa della chiusura del programma demagogico iniziato dall’ex presidente, centinaia di alunni hanno inondato le nostre scuole. Non abbiamo spazio e banchi sufficienti per accoglierli. Non vogliamo negare l’educazione ai figli dei contadini, ma i nostri mezzi sono limitati. D’altro lato, siamo riconoscenti per il sostegno finanziario della RETE senza il quale, i figli dei contadini di Katienne, Dofiné e Fondol non avrebbero accesso all’educazione. Riguardo al Centro Professionale “Gianna Mocellin”, si procede a piccoli passi. Stiamo sostituendo la mobilia (sedie, banchi, tavoli) e le macchine da cucire rovinate o totalmente distrutte dal ciclone Mattieu passato ad Haiti nell’ottobre 2016. A causa dell’abbondanza di pioggia nel paese, tutte le strade in terra battuta ora sono impraticabili. Per esempio, per recarsi a Katienne e a Dofiné, Jean e Martine hanno utilizzato il trasporto tradizionale. E’ esattamente quel che faceva Dadoue prima di poter procurarsi una camionetta. All’inizio, lei andava semplicemente a piedi, da Verrettes a Dofiné. A nome della FDDPA, auguriamo a tutti i membri della tua famiglia (Cesco, Bruna, Benedetto e la sua famiglia, tua sorella e le tu e nipoti), a te personalmente e a tutti i membri della RETE di Padova, specialmente a zio Elvio e alla sua famiglia un gioioso Natale 2017 e un felice anno 2018.
Vi abbraccio tutti molto forte, Willot

Buongiorno Tita e tutta la famiglia,
prima di inviare il documento contenente il nostro rapporto annuale, vogliamo formularvi i nostri desideri ed auguri per il nuovo anno sempre nello spirito di giustizia e solidarietà. Vi auguriamo un nuovo anno di salute, solidarietà ed equità così che il mondo che sogniamo tanto possa un giorno esistere. Buon anno a tutti, Bruna, Cesco, Betto, Betta, le bambine, Fabio e Tina, papa Elvio… Ancora una volta grazie per il vostro coraggio, ben presto avrete il documento con il rapporto annuale e le informazioni su Haiti.
Jean e Martine

Care amiche e cari amici della Rete trentina, la circolare nazionale di questo mese presenta il prossimo Convegno nazionale della Rete, che si terrà a Trevi (Perugia) dal 13 al 15 luglio. Le circolari dei prossimi mesi approfondiranno il tema e le note pratiche per chi vorrà partecipare. Come circolare trentina, questo mese proponiamo una riflessione di Paolo Rosà sul tema dell’Educazione alla Cittadinanza Globale.

EDUCAZIONE ALLA CITTADINANZA GLOBALE (E.C.G.)
Cosa vuol dire, cosa significa E.C.G.? Perché diventa un punto centrale nell’educazione civile? Chi ne potrebbero essere i promotori e i protagonisti? In un mondo sempre più interconnesso (mercati concorrenziali, economia e finanza che non conoscono nazionalità e si appropriano di ogni cosa per trasformarla in merce, traffici più o meno leciti, catastrofiche ricadute umane, sociali e ambientali) è necessario che si adotti come nuovo riferimento culturale e valoriale la cittadinanza in una società planetaria. Se quaranta anni fa chi si occupava di attività missionaria, o di cooperazione rivolta alle popolazioni in via di sviluppo, poteva dire che era più importante insegnare “a pescare” anziché dare da mangiare…, ora nel nostro mondo così globalizzato questo non ha più senso, perché tutto è profondamente cambiato. I mari e gli oceani vengono sempre più rastrellati dai pescherecci industrializzati; le terre coltivabili sono tolte alle comunità locali e trasferite in mani straniere (solamente in Africa 56 milioni di ettari di ”land grabbing” negli ultimi 13 anni); le miniere e le risorse minerarie vengono depredate da imprese straniere; i rapporti commerciali favoriscono i produttori e le grandi industrie alimentari (“dumping”); la “guerra mondiale a pezzetti”, per mantenere o sovvertire il potere, è alimentata dal commercio delle armi; milioni di persone, le generazioni più giovani ed attrezzate culturalmente, emigrano per mancanza di prospettive nei loro paesi; ecc… Da qui nasce l’esclusione di sempre più persone e l’aggravamento delle condizioni di vita di gran parte delle popolazioni nei paesi impoveriti. Di fronte a tutto questo nessuno può dire “io non c’entro”. Certamente non ne siamo responsabili direttamente, ma sicuramente di tutto questo noi residenti dei paesi dominanti beneficiamo ed è indispensabile che ce ne rendiamo consapevoli. Partendo da queste realtà, che sono sotto gli occhi di tutti, si apre una nuova frontiera di azione, non solo per coloro come i volontari, i gruppi missionari e i collaboratori, che da anni si impegnano nell’aiutare le persone e le comunità del sud escluse dallo sviluppo umano, ma anche per tutti coloro che hanno ruoli educativi. La nuova “mission” diventa la promozione della consapevolezza della nostra cittadinanza globale, non più quindi localistica, o corporativa, o nazionalista. Questa nuova frontiera diventa un compito per tutti, da svolgere qui, sul nostro territorio. È necessario che le comunità, le parrocchie, le scuole, le biblioteche, le famiglie si diano reciprocamente una mano per assumere come riferimento culturale e valoriale la consapevolezza della cittadinanza globale. Il primo impegno dovrebbe essere orientato a promuovere una informazione diffusa più corretta sulle dinamiche socio-politiche e sulle cause economiche che producono esclusione e divari inammissibili di concentrazione-esclusione di potere e ricchezza, due aspetti della stessa medaglia. A tale proposito sarebbe fondamentale che l’esperienza di vita di coloro, i quali hanno vissuto con le realtà impoverite del Nord e del Sud, venisse messa a disposizione e utilizzata per favorire il cambiamento culturale delle nostre comunità e società. Il secondo impegno è quello di accogliere i migranti e i richiedenti asilo, accompagnandoli nella ricerca volta a soddisfare i tre bisogni primari (casa, lavoro, salute), elementi cardine per permettere lo sviluppo della dignità di ogni persona. Per affrontare questi impegni non basta credere profondamente nella fratellanza universale, ma bisogna innanzitutto abbandonare la pretesa di primogeniture (cioè che qualcuno abbia più diritti di altri), poi considerare che i tre bisogni primari devono essere alla portata di tutti a qualsiasi latitudine, infine adoperarsi affinché tutti abbiano accesso a condizioni di vita umana dignitosa, prima di dare soddisfazione a bisogni di altro tipo. Per una educazione alla cittadinanza globale occorre una conversione, una rivoluzione culturale: serve una riflessione seria, profonda, che implica un cambiamento radicale di paradigma e di impostazione. Ci vuole equilibrio, maturità, una spiritualità antropologica, capacità di relazionarsi e di farsi coinvolgere, ma l’obiettivo centrale è l’educazione alla cittadinanza globale.
Paolo Rosà

Denunciare la guerra e il riarmo folle di questi tempi è rivoluzionario?
Care amiche e cari amici, abbiamo concluso l’anno con la notizia che in Afganistan sono stati uccisi da una mina sei bambini, notizia che non ha conquistato nessun titolo, nessuna foto, nessuna prima pagina. Perché non ci sconvolge la notizia di sei bambini che scambiano una mina per un giocattolo e saltano in aria? Purtroppo l’atteggiamento prevalente è di assuefazione alla guerra purché essa non ci tocchi direttamente e cerchiamo di illuderci che stiamo attraversando un periodo di pace pur sapendo che essa è solo apparente. Attualmente i conflitti nel mondo sono tantissimi, le mine, le bombe sporche hanno provocato in un anno 24 mila morti. I 15 anni di guerra in Afganistan più i dieci dell’armata rossa hanno sconvolto e seguitano a sconvolgere quella regione. Altra notizia di questi ultimi giorni è l’attacco a Kabul al Centro Culturale dove si sono avuti 41 morti e un centinaio di feriti. La tanto proclamata sconfitta militare del Califfato non è vera perché in realtà non è né la sconfitta di quell’idea perversa, né tanto meno la sconfitta dei foreign fighters, i combattenti che si spostano in qualunque paese , in particolare nelle aree dove ci sono guerre permanenti. Fonti giornalistiche indipendenti dicono che i bombardamenti aerei in Afganistan sono triplicati in quest’ultimo anno e che in Yemen negli ultimi 1000 giorni ci sono stati 15 mila attacchi aerei che hanno colpito per il 90% solo civili. Eppure il mondo è sempre più indifferente, abbiamo bisogno di fotografie di bambini riversi sulla spiaggia affogati per stupirci ancora, non ci fa effetto leggere che ci siano stati più di tremila bombardamenti che creano vittime, mutilati, dolore, disperazione, drammi e la politica estera nel nostro paese è assente di fronte al problema delle guerre, non c’è un politico che parla di guerre e, addirittura, Gentiloni qualche giorno fa ha dichiarato che l’Isis è stato sconfitto; è stato sconfitto solo in parte in quanto i motivi che lo hanno reso forte, fra cui le guerre permanenti, rimangono ancora. Se parliamo di bambini che vivono nelle zone in conflitto il loro numero, secondo Save the Children, si aggira intorno ai 350 milioni di bambini a rischio di morte o menomazione fisica o psichica, senza futuro perché assistono a violenze enormi che non riescono a elaborare, vivono da sfollati senza casa, perdono i genitori, gli amici e la possibilità di andare a scuola; in Siria, in 7 anni di conflitto, sono circa 3 milioni i bambini nati durante la guerra che non hanno conosciuto altro che la guerra. In Yemen la situazione dei bambini è gravissima anche a causa della malnutrizione e della difficoltà di accedere al cibo (sono 1,8 milioni di persone e molti sono bambini) sono migliaia i minori fra i 13 e i 18 anni reclutati come soldati contro il loro volere con rapimenti nelle loro case e ricatti, come carne da macello; per non parlare della crisi di colera che ha colpito il nord del paese. L’indifferenza del mondo rispetto a questi problemi è preoccupante; esiste un diritto internazionale che dovrebbe tutelare la popolazione civile, ma non è sufficiente contro l’escalation di violenza che colpisce le parti più deboli delle popolazioni, bisogna che le coscienze si sveglino. Esistono tante aree del mondo in cui i bambini subiscono le peggiori conseguenze dei conflitti come la Siria , lo Yemen , il Congo, l’Afganistan, il Myanmar, la Somalia, la Nigeria, il Sud Sudan, il Camerun, la Birmania, l’Ucraina. Solo il Papa con le sue parole da vero padre, ricorda continuamente il grave problema della guerra. E’ necessario che la comunità internazionale prenda impegni forti nei confronti dei conflitti, se circa 30 milioni di bambini sono sfollati a causa delle guerre con una grandissima difficoltà a costruirsi un presente e un futuro. Se si tiene al futuro del mondo ci si deve occupare del problema dei conflitti e dei bambini che li subiscono. Loro sono il futuro. E’ necessario un ritorno al senso di umanità e all’indignazione verso la poca protezione nei conflitti della popolazione civile e porre l’attenzione sulle sofferenze delle persone, sofferenze che noi viviamo da vicino, perché le ondate migratorie sono conseguenza di guerre e conflitti. Io appartengo alla generazione che ha protestato contro la guerra in Vietnam con sit in, cortei, occupazioni di scuole e università, ma anche con la musica, con i concerti di famosi artisti, nonché di gruppi rock molto impegnati su questo tema. Allora il pacifismo era vivo e vitale. Da tutte le parti della società si levava la condanna della guerra e dei suoi non valori. Questo avveniva non solo negli Usa, coinvolti nella guerra, ma in tutto il mondo, Italia compresa. Allora i rivoluzionari contestavano contro le guerre. Oggi? Sembra l’opposto. Chi parla contro le guerre, contro la produzione di armi, contro la liberalizzazione della loro vendita è uno fuori dalla realtà, un idealista un po’ fuori dal tempo, un illuso, forse anche un po’ rivoluzionario! Mi viene da pensare che il concetto “Io speriamo che me la cavo” degli anni ’90, sviluppato nella raccolta di sessanta temi di bambini napoletani nel libro del maestro elementare Marcello D’Orta, sintetizzi, purtroppo, il nuovo modo di affrontare le sfide sociali, economiche e umanitarie del momento. Vorrei aggiungere che la nostra bella Costituzione all’articolo 11 oltre a ripudiare la guerra esprime un altro concetto importante, quello della limitazione di sovranità dello Stato il che significa che la sovranità degli Stati può e deve essere limitata da istanze di sovranità superiori che, al tempo dell’emanazione della Costituzione, erano i nascenti organismi internazionali di allora e che oggi riguardano altri ambiti quali i Tribunali Internazionali e le Istanze di giustizia che chiedono agli Stati di cedere una parte anche significativa della propria sovranità. Quindi il ripudio della guerra si accompagna all’idea che possa nascere un ordine internazionale in cui gli stati sono solo una parte di un contesto più ampio. Consapevole che ho iniziato l’anno con fatti tristemente presenti nella nostra storia, allego il racconto di una bella storia di riscatto di cui ho parlato tempo fa.
Un abbraccio a tutti e tanti, tanti auguri
Cristina
Ricordiamo l’autotassazione libera, ma continuativa a sostegno dei progetti della Rete come nostra forma di giustizia restituiva

Care e cari,la sera di venerdì 1 dicembre, come già annunciato, abbiamo fatto un incontro sul viaggio della rete di Verona in Ghana. E’ stata una serata partecipata (quasi una cinquantina i presenti) e coinvolgente. Alla nostra narrazione, corredata da slides che illustravano le fasi del viaggio e gli incontri fatti, si è aggiunto l’interessante contributo della giornalista Antonella Sinopoli. E’ una donna che ha scelto di vivere in Ghana e che tiene un blog (ghanaway.net, in italiano) e dirige una testata giornalistica on line, Voci Globali (https://vociglobali.it/), che si occupa di diritti umani. Con questi mezzi fa un’interessante controinformazione rispetto ai tanti luoghi comuni detti e scritti sull’Africa. Terremo i contatti anche con lei e sarà un utile confronto per il nostro progetto contro l’abbandono scolastico ad Adjumako.

Torniamo ad aggiornarvi sulla Palestina. Proprio in queste ore, con il riconoscimento di Gerusalemme capitale israeliana, il presidente Trump soffia sul fuoco dei fraintendimenti storici e della prepotenza armata. E, come noi, molte associazioni si stanno muovendo per non fare passare sotto silenzio l’accordo economico-politico che farà partire il Giro d’Italia 2018 proprio nello stato di Israele. Ciò comporta un ulteriore riconoscimento internazionale per un governo che pratica l’apartheid e che è stato più volte condannato per il mancato rispetto dei diritti umani verso milioni di Palestinesi. Netanyahu ha anche invitato papa Francesco per la partenza del giro, nel prossimo maggio. A tale proposito, nella scorsa riunione di rete di novembre, alcuni di noi hanno proposto di scrivere una lettera al papa. L’abbiamo scritta e spedita, raccogliendo le firme di chi era presente o, comunque, di chi incontriamo più spesso. Per noi di Verona, il prossimo appuntamento sui temi della Palestina sarà lunedì 18 dicembre a Sezano alle 20,45. Ci fa piacere che il Monastero del Bene Comune mantenga un’attenzione forte sulle sorti di questa terra. In un momento in cui le cattive notizie sono sempre più frequenti da tutto il Medio Oriente, è fondamentale essere informati e capire quello che possiamo fare concretamente.

A livello nazionale, la ReteRR sta preparando il Convegno biennale del prossimo anno. Lo terremo ancora a Trevi nei giorni 13, 14 e 15 aprile 2018. Sappiamo che ci può essere qualche difficoltà per raggiungere l’hotel, ma la storica sede di Rimini (hotel Punta Nord) ha cambiato destinazione d’uso. Quindi si conferma la sede di Trevi, dove per altro, a prezzi accessibili, siamo stati accolti con disponibilità e cordialità nel 2016 e dove gli spazi sono numerosi. Il Convegno avrà come titolo “La solidarietà non è reato: resistiamo umani”. Sempre più spesso vediamo che si vorrebbe far passare l’idea che la solidarietà può essere un reato. Non è la prima volta che succede nella storia. Anche ai tempi del nazismo, come ci ha ben ricordato Ercole Ongaro, chi aiutava gli ebrei a sottrarsi alla persecuzione, veniva perseguito e condannato. Giornalisti, giuristi e i nostri “testimoni” ci aiuteranno ad approfondire questo tema. Contemporaneamente al Convegno si sta organizzando anche un Seminario Giovani dal titolo “E se io fossi al tuo posto?”. Il Seminario, pensato per giovani dai 16 ai 25 anni, avrà un suo percorso autonomo, anche se poi ci sarà un momento di sintesi in comune con il Convegno. Il coordinamento ha chiesto che ogni rete locale si impegni a invitare giovani della propria zona perché è importante che i giovani colgano occasioni come questa per riflettere sui rapporti nord sud, sulla situazione dei migranti, sul diritto a cercare una vita migliore per ogni persona. Sicuramente ciò comporterà uno sforzo economico maggiore e non sappiamo come le nostre modeste riserve potranno fare fronte alle spese per i relatori invitati e per gli ospiti (soprattutto i giovani) che avranno difficoltà a pagare viaggio e albergo. Il coordinamento propone perciò che si costituisca una “voce di cassa” apposita: chi può versare una cifra extra, anche modesta, la depositi sul nostro conto locale con la causale: per il nostro prossimo convegno.

Infine qualche notizia “interna”. Dino ha chiesto di essere sostituito nell’incarico di rappresentante legale dell’associazione. Nell’incontro del 7 novembre è stato deciso che questo ruolo lo avrà Maria Picotti. Come sapete, si tratta solo di un’indicazione burocratica richiesta dalla nuova regolamentazione sulle associazioni; per il resto tutto rimarrà come prima. Cercheremo solo di fare circolari sempre più collegiali, a partire da questa. Concludiamo augurandovi un Natale sereno insieme alle vostre famiglie e che il nuovo anno rinnovi in ciascuno e ciascuna di noi l’impegno a dare il proprio contributo per la pace e la giustizia qui nella realtà in cui viviamo e là dove lavorano i nostri referenti nel mondo.
Maria, Gianni, Silvana, Dino, Laura, Gianco, Francesca, Roberto.

Care amiche e cari amici della Rete trentina, a conclusione di questo 2017, che come tutti gli anni ha portato con sé cose positive e cose negative, vorrei soffermarmi su qualche elemento di speranza, con l’augurio che nel 2018 l’impegno di tutti noi insieme possa migliorare un po’ il mondo in cui viviamo. Vorrei ancora una volta parlare del progetto che la Rete trentina sta seguendo, il Progetto Profughi, che si sta modificando progressivamente in base all’evoluzione della situazione. In particolare come Rete abbiamo cercato di inserirci in un contesto più ampio, anzi ci siamo fatti promotori di un coordinamento tra varie realtà che in Trentino si occupano di accoglienza, denominato Oltre l’Accoglienza (in sigla OLA). Ci sono già dei primi risultati, che riguardano la messa in rete di informazioni, buone pratiche, conoscenze, esperienze. Negli ultimi tempi ci siamo occupati soprattutto di senzatetto, persone che in inverno rischiano molto a causa del freddo. E fra i senzatetto ci sono molti migranti, che dormono all’addiaccio o in ripari di fortuna. Ci sono state delle iniziative del pubblico e del privato per dare risposte al problema, ma sono ancora insufficienti. L’impegno di OLA è di approfondire il problema e di cercare insieme possibili soluzioni. La sensibilità verso questi temi si sta ampliando, anche se non dobbiamo nasconderci che il 2018 sarà un anno di elezioni, sia a livello regionale che nazionale. E questo non favorirà certo il confronto sereno e costruttivo, ma, al contrario, è prevedibile che i toni del dibattito si accendano e che ancora una volta il tema delle migrazioni, che è uno dei più delicati non solo in Italia, diventi un campo di battaglia per le posizioni più estremiste. Ma mi sono imposto di portare elementi di speranza e tra questi vi segnalo l’iniziativa della parrocchia di S. Antonio a Trento, dove è attivo un folto gruppo di volontari che seguono vari immigrati, profughi e richiedenti asilo. In questa parrocchia si è tentato di allargare la riflessione e si è cercato di coinvolgere tutti i partecipanti alla Messa affinché accogliessero la proposta di visitare la Residenza Fersina, una delle strutture di Trento in cui sono ospitati i richiedenti asilo. Un laico ne ha parlato in occasione della Messa festiva del 17 dicembre, lanciando l’invito, e la domenica successiva altri due laici hanno riferito in chiesa sull’esito positivo della visita, alla quale aveva preso parte un gruppo di parrocchiani, dimostrando così un’attenzione che ai migranti infonde coraggio, agli operatori e ai volontari esprime riconoscimento. “Non è un Hotel a cinque stelle la Residenza Fersina, come pensano alcuni – hanno detto i due laici in chiesa – è lo sforzo della comunità trentina per la prima accoglienza dei rifugiati. Sono persone in attesa, lontane dalla propria terra e dai propri cari, senza un lavoro che dà sicurezza. Non portano solo problemi, portano anche un contributo di creatività e resistenza. Il loro sacrificio insegna a noi ad avere pazienza e tenacia nel perseguire l’obbiettivo di una società più giusta e in pace. Superare i nostri pregiudizi è difficile, ma necessario”. E con questo messaggio, auguro a tutti un Anno Nuovo ricco di speranza.
Fulvio Gardumi
NB. SE QUALCUNO FOSSE INTERESSATO A PARTECIPARE ALLE ATTIVITA’ DI OLTRE L’ACCOGLIENZA ME LO FACCIA SAPERE. IL PROSSIMO INCONTRO E’ MARTEDI’ 9 GENNAIO ORE 20.30 ORATORIO S.ANTONIO VIA S.ANTONIO TRENTO