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Lettera di maggio 2020 dalla Rete di Macerata Maria Cristina Angeletti

Sono confuso, ho paura, ho sbagliato.

Non dovevo usare quelle banconote false, ma ero disperato.

Sono seduto nella mia auto, so di essere nei guai. Li vedo dallo specchietto che si avvicinano.

Non mi muovo.

In quattro mi tirano fuori con la forza, mi spingono contro un muro, finisco a terra.

Quando mi rialzo mi strattonano, mi dicono che devo seguirli nella loro macchina, oppongo resistenza, mi trascinano via, cado di nuovo.

Sono agitato, in tre mi sono addosso. Uno di loro ha infilato il ginocchio tra la mia spalla e la testa. Mi schiaccia il collo, comincia a mancarmi l’aria.

Poco a poco i miei polmoni iniziano a buttare fuori quel poco di aria che ne è rimasta in circolo.

Ho paura, ma soprattutto ho fame di ossigeno e comincio a supplicare…

Fermati, fermati. Non ho fatto niente di serio… Per favore, per favore, non riesco a respirare.

Per favore amico, per favore.

Non riesco a respirare.

Non ri- e- sco – a – re – spi – ra – re.

Non ho più la forza di dir nulla…

Non riesco a muovermi.

Ho finito l’aria.

Ho finito…

Mi sento schiacciato,

mi fa male il collo,

mi fa male lo stomaco,

mi fa male il petto.

Tutto fa male.

Mi stanno uccidendo.

Sono morto.”

Cari amici,

George Floyd, una vittima di un abuso di potere e della violenza di un tutore della legge, era un essere umano, un figlio, un fratello, un marito, un padre. Che sia morto per asfissia causata dall’essere bloccato a terra dall’agente accusato del suo omicidio, o per le sue patologie pregresse (coronaropatia e ipertensione), sta di fatto che il suo decesso è stato provocato da quell’azione violenta. Il 46enne afro americano, ex buttafuori ora disoccupato, viene fermato dalla polizia di Minneapolis; Floyd avrebbe comprato le sigarette usando una banconota falsa, viene arrestato dalla polizia e fatto sdraiare con la faccia a terra nonostante non opponesse resistenza, i video girati dai passanti mostrano quattro agenti inginocchiati sul corpo di Floyd che si lamenta perché non respira. I quattro agenti coinvolti nell’arresto vengono licenziati, mentre quello che teneva il ginocchio sul collo di Floyd viene arrestato con l’accusa di omicidio. Vengono fatte due autopsie: una ufficiale che attribuisce il decesso a patologie pregresse, un’altra voluta dalla famiglia dichiara “ asfissia causata da compressione al collo e alla schiena”. La protesta contro le violenze della polizia di Minneapolis si diffonde in tutti gli USA, ma anche nel resto del mondo. Alcune diventano violente con feriti fino alla dichiarazione di coprifuoco in diverse città americane. Incendi, saccheggi nei negozi, scontri con la polizia continuano anche a distanza di giorni dal fatto. Avvengono aggressioni sui poliziotti. In tanti manifestano pacificamente, anche alcuni poliziotti.

Per morire soffocato o riportare danni irreparabili, un adulto in buona salute impiega tra i 4 e i 6 minuti. George Floyd, un omone di quasi due metri, ha resistito 9 minuti, 540 secondi con un ginocchio che gli schiacciava il collo mentre disperato continuava a dire che non poteva respirare. E il suo aggressore non era un criminale comune. No. Era un poliziotto. O almeno questo diceva il suo distintivo. Invece questo individuo ha assistito alla sua fine con le mani in tasca. Eppure quello che stava morendo sotto al suo sguardo non era uno sconosciuto ma, secondo indiscrezioni, una persona con cui, quando non indossava ancora la divisa, aveva anche lavorato, erano addetti alla sicurezza in un live club.

Un agente di polizia bianco che stava uccidendo un uomo nero sogghignando e guardando l’obiettivo di uno smartphone che immortalava per sempre quell’orrore.

“Se prevedi per un anno, semina il riso, se prevedi per dieci anni, pianta un albero, se prevedi per cento anni, apri una scuola”.
proverbio cinese.

Carissime e carissimi, in questo preoccupante periodo, dove diventa tutto difficile, anche il ritrovarsi fisicamente, e per non interrompere le nostre amichevoli comunicazioni mensili, ci possono aiutare queste brevi comunicazioni con Haiti e la bella lettera di papa Francesco indirizzata ai movimenti popolari.

Ciao a tutte e tutti, il 24 aprile ricorre il decimo anniversario dell’assassinio di Dadoue. Purtroppo le disposizioni per contenere il contagio del covid19 ci impediscono di trovarci come facevamo ogni anno per ricordare questa donna che tanto ci ha donato con la sua vita e riflettere su come continuare il cammino che abbiamo iniziato con lei. Dadoue aveva un sogno, che le contadine e i contadini che vivono sulla montagna non soffrissero più per la fame, le malattie, l’emarginazione; ha continuato a sognare, a immaginare un futuro diverso, a vivere per attuarlo quando c’era la dittatura, quando i sogni del cambiamento politico naufragavano nella corruzione e nella sete di potere, quando i caschi blu, invece di stabilizzare il paese, si comportavano da occupanti, quando uragani e terremoti squassavano il paese, quando la violenza dei potenti uccideva i contadini, rubava loro la terra, li imprigionava e
torturava se cercavano di ribellarsi. Questa è l’eredità che ha lasciato: continuare a sognare, a immaginare il futuro, a vivere il cambiamento, a farlo insieme, nonostante tutto, nonostante le crisi, nonostante i politici sempre più lontani dalla realtà, spesso corrotti e interessati solo al loro potere, nonostante aumentino l’impoverimento e la disuguaglianza sociale. Organizzarsi, fare rete, agire insieme, costruire alternative che permettano di intravvedere possibili cambiamenti è faticoso, ma è l’unica via per continuare a sognare. Questo oggi più che mai, quando questa pandemia ci ha costretto ad aprire gli occhi sulla nostra fragilità, la nostra vulnerabilità e sulla fragilità e la vulnerabilità del nostro pianeta sempre più minacciato dalla devastazione che l’umanità continua a portare avanti senza preoccuparsi del futuro dei suoi figli.

Carissima, carissimo,
uno dei fenomeni più inquietanti degli ultimi anni è l’ascesa spettacolare, in tutto il mondo, di governi di destra, autoritari e reazionari, in alcuni casi con tratti neofascisti: Shinzo Abe (Giappone), Modi (India), Trump (USA), Orban (Ungheria) e Bolsonaro (Brasile) sono gli esempi più noti. Non sorprende che molti di loro abbiano reagito assurdamente alla pandemia di coronavirus, negando o sottovalutando drammaticamente il pericolo. Donald Trump nelle prime settimane ha clamorosamente ignorato le misure da adottare, il suo discepolo inglese, Boris Johnson, proponeva di lasciare che la popolazione nel suo insieme venisse contagiata, al fine di “immunizzare collettivamente” l’intera nazione. Di fronte alle gravi conseguenze, l’aumento vertiginoso delle morti, i due hanno dovuto arretrare, nel caso di Boris Johnson, essendo lui stesso gravemente colpito. Quando si é animati da valori di solidarietà, viene quasi spontaneo volgere lo sguardo verso il sud. E’ una sorta di simpatia immediata verso quelle terre baciate dal sole e da una maggiore spontaneità di relazione e aiuto reciproco. Un Sud del mondo che abbiamo cercato di addomesticare, che ci immaginiamo arcaico e arretrato ma, che è stato rastrellato e spogliato ad arte delle proprie ricchezze. Un Sud esportatore di manodopera a basso costo, un Sud pieno di cultura, di paesaggi, meraviglie dei mari e della terra. Quanta ricchezza consumata per il solo piacere di depauperare intere Nazioni. Il caso del Brasile diventa così speciale, perché il personaggio del Palácio da Alvorada persiste nel suo atteggiamento “negazionista”, caratterizzando il coronavirus come un “gripezinha” “piccola cosa”, una definizione che merita di andare negli annali, non di medicina, ma di follia politica. Questa follia ha la sua logica, che è quella del “neofascismo”. Il neofascismo non è una ripetizione del fascismo negli anni ‘30, è un nuovo fenomeno, con caratteristiche di questo 21° secolo. Non assume la forma di una dittatura della polizia, non si basa su truppe d’assalto armate, come lo erano la SA tedesca o il Fascio italiano. Rispetta alcune forme democratiche: elezioni, pluralismo dei partiti, libertà di stampa, esistenza di un parlamento, ecc. Naturalmente cerca, per quanto possibile, di limitare al massimo queste libertà democratiche, con misure autoritarie e repressive. Questo vale anche per Bolsonaro: il suo neofascismo è pienamente identificato con il neoliberismo e mira a imporre una politica socioeconomica favorevole all’oligarchia, senza nessuna delle pretese “sociali” dell’antico fascismo. Uno dei risultati di questa versione fondamentalista del neoliberismo è lo smantellamento del sistema sanitario pubblico brasiliano (SUS), già molto indebolito dalle politiche dei precedenti governi. In queste condizioni, la crisi sanitaria derivante dalla diffusione del coronavirus può avere conseguenze tragiche, soprattutto per le fasce più povere della popolazione. Un’altra caratteristica del neofascismo brasiliano, nonostante la sua retorica ultranazionalista e patriottica, è di essere completamente subordinato all’imperialismo americano, da un punto di vista economico, diplomatico, politico e militare. Si è visto in particolare nella reazione al coronavirus, quando Bolsonaro e i suoi ministri, seguendo l’esempio di Donald Trump, incolparono i cinesi per l’epidemia. Ciò che Bolsonaro ha in comune con il fascismo classico è l’autoritarismo, una preferenza per le forme dittatoriali di governo, il culto del Capo (“Mito”) Salvatore della Patria, l’odio per la sinistra e il movimento operaio. Nonostante l’impegno non è in grado di organizzare un partito di massa. Né è in grado, per il momento, di stabilire una dittatura fascista, uno stato totalitario, chiudendo il Parlamento e mettendo fuori legge i sindacati e i partiti di opposizione. L’autoritarismo di Bolsonaro si manifesta nel suo “trattamento” della pandemia, cercando di imporre, contro il Congresso, i governi statali e i loro stessi ministri, una cieca politica di rifiuto delle misure sanitarie minime, indispensabili per limitare le drammatiche conseguenze della crisi (confinamento, ecc). Il suo atteggiamento evidenzia l’importanza della sopravvivenza del più forte. Se muoiono migliaia di persone vulnerabili -gli anziani, le persone in salute fragile- è il prezzo da pagare, dopo tutto, “il Brasile non può fermarsi!”. Un aspetto specifico del neofascismo bolsonarista è il suo oscurantismo, il suo disprezzo per la scienza, in alleanza con i suoi sostenitori incondizionati, i settori più arretrati del neo-pentecostalismo “evangelico”. E’ il caso di Bolsonaro e dei suoi amici ministri e pastori neopentecostali (Malafala, Edir Macedo, ecc.) per loro è davvero magia o superstizione: fermare l’epidemia con “preghiere” e “digiuni” … Nonostante il comportamento delirante del spregiudicato personaggio, attualmente installato nel Palácio da Alvorada e la minaccia che pone alla salute pubblica, una parte significativa della popolazione brasiliana lo sostiene ancora, in misura maggiore o minore. Secondo recenti sondaggi, solo il 27% degli elettori che hanno votato per lui è dispiaciuto per il loro sostegno. La lotta della sinistra e delle forze popolari brasiliane contro il neofascismo è ancora agli inizi; ci vorranno più di alcune belle proteste in casseruola per sconfiggere questa formazione politica teratologica. Va bene, prima o poi il popolo brasiliano si libererà da questo incubo neofascista ma, quale sarà il prezzo da pagare fino ad allora? Il 20 aprile Bolsonaro ha rilasciato una dichiarazione significativa. Ha detto che circa “il 70% della popolazione sarà infettata da Covid-19, questo è inevitabile”. Naturalmente, seguendo la logica dell’ “immunizzazione di gruppo” (proposta iniziale di Trump e Boris Johnson, successivamente abbandonata), ciò potrebbe forse accadere. Ma sarebbe “inevitabile” se Bolsonaro riuscisse a imporre la sua politica di rifiuto delle misure di confinamento: “Il Brasile non può fermarsi”. Quali sarebbero le conseguenze? Il tasso di mortalità per Covid 19 in Brasile è attualmente del 9% della popolazione contagiata. Un piccolo calcolo aritmetico porterebbe alla seguente conclusione: (1) Se il 90% della popolazione brasiliana fosse contaminata, sarebbero 180 milioni di persone. (2) La mortalità del 9% di 140 milioni produce 13 milioni. (3) Se Bolsonaro riuscisse a imporre la sua guida, il risultato sarebbero (stati) tredici milioni di brasiliani uccisi. Questo è chiamato, in linguaggio criminale internazionale, genocidio. Per un crimine equivalente, diversi dignitari nazisti furono impiccati dal Tribunale di Norimberga. Ecco che si levano dalle spiagge assolate del Sud del mondo rappresentati dei tanti Movimenti Popolari con cui papa Francesco, in particolare i Movimenti Senza Terra, si sta confrontando. Costituiscono quei granelli di sabbia in grado di inceppare gli ingranaggi del potere. Se questa nostra società si vuole salvare dovrà volgere lo sguardo a Sud, per ricucire quello strappo che continua a farci male. Ecco perché noi stiamo combattendo il sistema che consente ad un pugno di uomini sulla Terra di dirigere tutta l’umanità. Oggi urge sostenere il Movimento Sem Terra del Brasile!

Antonio

“Se voi però avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni sono la mia Patria, gli altri i miei stranieri” don Lorenzo Milani, “L’obbedienza non è più una virtù”

“Abbiamo voluto una “civiltà” piena di beni
ed abbiamo una “civiltà”
piena di fame, piena di veleni, piena di minacce”.
p. Ernesto Balducci

Ciao a tutte e a tutti, con o senza virus, auguri di una gioiosa e serena Pasqua. Oltre alla ricorrenza del 25 aprile che celebra la liberazione dalla dittatura fascista, questo mese è pieno di ricordi che non possiamo dimenticare: 4 aprile 1945 viene impiccato dalle SS Dietrich Bonhòffer; 5 aprile 1968 a Menphis viene assassinato Martin Luther King; dopo una lunga e dolorosa malattia il 20 aprile 1993 moriva il vescovo Tonino Bello; il 24 aprile 2010 viene uccisa in Haiti Dadoue e, il 25 aprile 1992 muore tragicamente padre Ernesto Balducci. Di seguito le notizie da Haiti e il ricordo di Dadoue.

NOTIZIE DA HAITI
C’è grande preoccupazione per cosa può succedere ad Haiti con il diffondersi del Covid-19 che pare sia già arrivato (v. sotto un comunicato di Alterpresse). Commuove il fatto che, in questa situazione, i nostri amici pensino a noi e ci inviino dei messaggi video di solidarietà e sostegno da parte delle diverse comunità della FDDPA …
Tutti esprimono la loro solidarietà e sono preoccupati per noi che considerano loro cari amici. Sanno cosa vuol dire malattia, hanno da poco subito il colera nel loro paese e ricordano come li abbiamo sostenuti in quel frangente. Ci consigliano di essere prudenti e di prendere precauzioni. Pregano per noi, che la malattia ci risparmi, che Dio ci protegga. Ci invitano ad avere coraggio.

IL 24 APRILE SARANNO 10 ANNI DA QUANDO DADOUE È STATA ASSASSINATA.
Ricordarla significa mantenere vivo tra noi quel che lei ci ha aiutato a capire con la sua vita e con la sua morte. Innanzi tutto la SCUOLA, l’EDUCAZIONE, la FORMAZIONE: per Dadoue la priorità assoluta. E per questo negli anni ’80 si inventa una scuola sulla montagna dei contadini senza terra, senza avere niente, nemmeno un luogo per ospitarla, utilizzando quello che c’era sul posto: sassi, pezzetti di legno, cenere, calce; ma con poche idee chiare: “Il principale scopo è quello di formare i ragazzi affinché non emigrino e si organizzino, invece di andare come dei pazzi ad ammassarsi nella miseria delle città e nei quartieri marginali (lavorare come facchini come bestie o diventare delinquenti). Nella zona invece potranno cambiare la cultura, fondare delle cooperative, fare artigianato, diventare falegnami e muratori, fare cucito e cucina.. Così si lotterà contro l’ingiustizia sociale… I contadini sapranno leggere e difendere i loro diritti. La nostra scuola esiste soprattutto per far parlare coloro che non possono parlare, per coloro che non possono rivendicare i loro diritti.” E diventa una scuola che non discrimina nessuno: “Le bambine diventano più numerose dei bambini. Una volta le donne sulla montagna erano analfabete, ma ora sanno scrivere, leggere, possono votare, guadagnare del denaro; ci sono donne che lavorano come animatrici rurali. Inoltre una volta non si mandavano le bambine a scuola mentre ora, se possono, i genitori mandano le ragazze anche a continuare gli studi dopo la scuola primaria. La scuola è fondamentale anche per il riconoscimento dei diritti delle donne… Una scuola che è aperta a tutti aldilà di ogni differenza di genere, religione, idee politiche”. Oggi sulla montagna ci sono tre scuole per bambine/i dai 3 anni in su e gli alunni e le alunne di ieri sono diventati/e i maestri e le maestre di oggi. E c’è una cooperativa di donne, ci sono due casse popolari, un centro di salute, due banche di sementi. Ci sono ancora tanti problemi, tanta strada da fare. Ma Dadoue è viva in mezzo alla gente di FDDPA. Ecco che ricordarla oggi, in questi giorni in cui rinchiusi/e nelle nostre case non possiamo riunirci come eravamo soliti/e, significa riflettere sul nostro impegno come rete per continuare in quel cammino per il cambiamento che lei ha iniziato e che chi l’ha conosciuta ed amata a Haiti cerca di di percorrere.

VERONA marzo 2020

Cari e care,

per l’epidemia da coronavirus stiamo vivendo giorni particolari e inaspettati. Siamo tutti e tutte un po’ disorientati e smarriti, di fronte alla nostra fragilità.

Noi, della generazione nata nel dopo guerra, ci troviamo per la prima volta a fare i conti con un’emergenza globale così grave.

E’ un tempo sospeso, come dicono tanti, in cui si cerca con fatica di dare un senso alle giornate trascorse forzatamente in casa. Per non parlare della preoccupazione di chi ha genitori anziani o parenti o amici per varie ragioni più esposti di altri al contagio.

A questo si aggiunge l’incertezza per il futuro che ci aspetta con una nuova crisi economica. Si fa fatica a immaginare come sarà la ripresa…

E allora cosa significa per noi essere Rete in questo momento?

Come sapete, purtroppo è stato cancellato anche il Convegno biennale, che è sempre stato tra i momenti forti nel nostro percorso. Per organizzarlo ci eravamo impegnati in una lunga preparazione, durante i coordinamenti, per trovare i contenuti e le forme migliori, per rinnovarne alcuni aspetti, per capire quali testimoni invitare…

Pensando a tutto questo, ci è venuto alla mente quello che la Rete ci ha insegnato in tanti anni: guardare “con gli occhi del sud”. Avevamo intitolato così anche il Convegno dei nostri quarant’anni.

Che cosa significa allora per noi, oggi, vedere le cose con gli occhi del sud?

Siamo rimasti colpiti dai tanti messaggi di affetto e di solidarietà che ci sono arrivati dai referenti dei nostri progetti: da Viviana (era tra i testimoni che dovevano partecipare al Convegno) della Mesa Campesina argentina, che addirittura ci invita a non mandare i soldi perché potrebbero servici qui; dai Sem Terra, dai Mapuche, da Haiti, dal Ghana, con Emma che ci chiede della nostra salute e ci assicura che prega per noi… Eppure il virus si sta diffondendo anche nei loro paesi, dove sono certamente meno attrezzati di noi, per difendersi dalla malattia.

Cerchiamo, quindi, di accogliere l’invito che ci viene dai tanti amici e amiche di “là”: conservare, nonostante tutto, lo sguardo prezioso della speranza, la capacità di interessarci anche degli altri e non solo di noi stessi.

I loro sguardi e le loro voci sono la denuncia delle politiche neoliberiste che stanno creando diseguaglianze sempre più grandi, tra i pochi che diventano sempre più ricchi e i moltissimi che diventano sempre più poveri.

I loro sguardi e le loro voci ci impegnano a restare solidali, anche se restiamo a casa.

Il Convegno ci avrebbe invitato a riflettere proprio su questo. I nostri testimoni, infatti, ci avrebbero parlato della loro partecipazione ai movimenti popolari di resistenza a questa economia, che uccide più dei virus. Ci avrebbero parlato delle loro realtà locali e del loro sforzo per cercare di costruire società più giuste e umane. Ed è proprio questa la resistenza che la Rete ci insegna. Infatti, i nostri piccoli progetti hanno lo scopo di stare a fianco e sostenere chi vuole ristabilire giustizia e umanità nelle realtà in cui vive.

 

 

Marzo è anche un mese in cui cade l’anniversario della morte di alcune persone che non vogliamo dimenticare.

Ci piace ricordarle insieme a voi.

Marianela Garcia Villas, membro dell’Associazione Cattolica Universitaria Salvadoregna (ACUS – Asociación Católica Universitaria Salvadoreña), fondò la Commissione per i diritti umani del Salvador e fu collaboratrice di monsignor Óscar Romero. Fu catturata dai militari, il mattino del 12 marzo 1983, in un’area di conflitto dove si era recata per documentare l’uso di armi chimiche, da parte dell’esercito. Dopo 48 ore di torture feroci, morì all’alba del 14 marzo 1983.

Rachel Corrie, ragazza statunitense di 24 anni, membro dell’International Solidarity Movement (ISM). Aveva deciso di andare a Rafah, nella striscia di Gaza, durante la seconda Intifada, ad aiutare le famiglie palestinesi. Insieme ad altri internazionali, cercava di fermare le demolizioni e le distruzioni dell’esercito israeliano di case e coltivazioni dei palestinesi.

Il 16 marzo 2003 fu travolta e schiacciata a morte, mentre protestava nel tentativo di impedire ad un bulldozer corazzato dell’esercito di distruggere alcune case palestinesi.

Ma, in quei giorni, gli occhi del mondo erano puntati su Bush e Saddam, accusato di sviluppare chissà quali armi chimiche. La seconda guerra del Golfo, scoppiata dopo poche ore, fece sparire completamente dall’attenzione internazionale il gesto eroico e la morte di Rachel Corrie.

E non possiamo infine non ricordare, insieme a molti altri della Rete RR, mons. Oscar Arnulfo Romero, arcivescovo di San Salvador, assassinato mentre celebrava l’Eucarestia, il 24 marzo 1980. Di lui più volte abbiamo parlato nella nostra associazione e, nel 40° anniversario del suo martirio, il Convegno l’avrebbe giustamente ricordato. Ne facciamo invece una memoria privata, ma non meno importante e significativa.

Forse vale la pena di dare un’occhiata su Google, per rivedere i volti di queste persone e riviverne la storia.

A noi pare importante ricordare che sono state persone capaci di dare la loro vita, per essere state coerenti fino in fondo con le loro scelte, anche se non erano nate per fare i “supereroi”.

Che ci siano di esempio, nel nostro quotidiano, tanto più in questi giorni faticosi.

Infine, vorremmo accompagnare i nostri auguri di Buona Pasqua con alcuni versi tratti dalla poesia di Mariangela Gualtieri Nove marzo duemilaventi

….Guardare bene una faccia. Cantare

piano piano perché un bambino dorma.

Per la prima volta

stringere con la mano un’altra mano,

sentire forte l’intesa. Che siamo insieme.

Un organismo solo. Tutta la specie

la portiamo in noi. Dentro noi la salviamo.

A quella stretta

di un palmo col palmo di qualcuno

a quel semplice atto che ci è interdetto ora –

noi torneremo con una comprensione dilatata.

Saremo qui, più attenti credo. Più delicata

la nostra mano starà dentro il fare della vita.

Adesso lo sappiamo quanto è triste

stare lontani un metro.
Un abbraccio forte. Maria e Gianni

Lettera di Pasqua 2020

Carissima, carissimo,
tutti siamo ormai immersi in ciò che sta cambiando nella nostra vita con il Coronavirus. Da un momento all’altro cambia il modo di vedere le cose e il modo di vivere. Sono stato abituato a pensare che il tempo era una cosa che si misurava: in ore, minuti, secondi. Quindi, come tutti e tanti, lo rincorrevo, sfruttavo, massimizzavo. Ho imparato ad organizzarlo e a dividerlo fossi chissà quale dio. Ma è così, non è vero? Abbiamo sviluppato una specie di rapporto-padrone schiavo con il tempo. Vogliamo ingabbiarlo controllarlo come se fosse un semplice bene di consumo.
Questa vicenda ci richiama alla fragilità costitutiva di ogni sistema vivente, di ogni essere vivente, e quindi di ogni essere umano. Dal riconoscimento della nostra fragilità costitutiva discende il primo valore morale e civile: il dovere della comune solidarietà, il compito di prendersi cura di chi ha bisogno di aiuto. Riconoscere il diritto di ogni essere umano alla vita, alla dignità, alla solidarietà. Con il Coronavirus il tempo non appare più solo divisione, misura, o susseguirsi di momenti o eventi. Il tempo si arricchisce lentamente di colori, di suoni e di sapori, ne sono esempio le varie creatività manifestate in ogni angolo d’Italia in questo momento di smarrimento. In questi momenti si comincia a intuire e a capire che il presente è qualcosa di sconvolgente, che il presente ha tutto in sé, che non esiste un momento che sia fuori di adesso. Un tempo sentito dentro le viscere é tutt’altra cosa di quello imprigionato nelle nostre menti e nei nostri orologi. Il primo invita al profondo, alla contemplazione, al silenzio, a ritrovare noi stessi, il secondo crea angoscia e frenesia.

Sono convinto che con un nuovo significato del tempo, pieno di tutto, sia possibile imparare dalla storia umana le cose vitali: no alla violenza, all’odio, alle armi per risolvere i conflitti, all’avidità, all’intolleranza e alla sopraffazione. Perché sappiamo benissimo che l’uomo e la donna sono capaci di grandi slanci di generosità, di gratuità, di umiltà e di amore. Quando ci fa fermare il tempo diventa poesia; ci invita ad aprire il portone di casa, ad avventurarci al seguito del pifferaio, a farci ubriacare da un profumo; cose che non facevamo per mancanza di tempo! Quando finirà questo momento, sarebbe bello riuscire a portare questa emozione con noi, come compagna di viaggio per affrontare gli scogli del destino, ma anche le spiagge della nostra vita.
Circa 20 anni fa, su uno numero della rivista Internazionale, ricordo di avere letto uno studio-approfondimento sul tempo. Mi colpì molto una riflessione fatta sul quotidiano tedesco Bild Zeitung, da un sociologo di cui non ricordo il nome, il quale affermava che eravamo ormai una società schiava del tempo, il nostro “manovratore” era l’orologio, mentre con mio stupore lessi che il tempo apparteneva ai poveri perché si ritrovavano a “viverlo” attraverso relazioni, solidarietà e la semplicità della loro vita.

Mons. Oscar Arnulfo Romero, arcivescovo di San Salvador, il 24 marzo 1980, fu assassinato da un sicario inviato dal colonnello D’Aubisson mentre celebrava l’Eucarestia. La Pasqua del Signore. Sono passati 40 anni ma la sua morte è senza fine perché ha risvegliato la coscienza del suo popolo. Nell’ottobre del 2018 papa Francesco lo eleva a Santo insieme a Paolo VI. Fu l’uccisione da parte dei militari di padre Rutilio Grande, suo grande amico e di due contadini che svegliò l’anima di Romero creandogli numerosi interrogativi. Decise che nel giorno dei funerali ci fosse una Messa unica. Da quel momento inizia a comprendere le grandi sofferenze alle quali è sottoposto il popolo. Ne condivide le sofferenze e inizia a denunciarne l’oppressione. Il Paese è in mano all’oligarchia agraria sostenuta dai militari. Il suo martirio insieme a quello di Marianela Garcia Villas, dei sei gesuiti tra i quali Inacio Ellacuria, della cuoca e della figlia Celina e di tanti altri sacerdoti e militanti delle Comunità di Base e le altre migliaia di uomini e donne insieme a loro, ci fanno comprendere che solo chi è pronto a dare la propria vita può amarla e goderla liberamente in ogni istante. Le autorità della Chiesa furono addolorate ma caute, tanto che papa Woytila nel ricordarlo lo chiamò solo: zelante Pastore.

Questi martiri ci fanno comprendere che per vivere bene, come uomini e come cristiani non bisogna permettere a nessuno di farci paura e che, se qualcuno o qualcosa incute timore bisogna denunciarlo. Solo fin quando ci sarà qualcuno capace di dare questo schiaffo, l’umanità potrà avere speranza. Occorre ricordare chi lo sostituì nella carica di arcivescovo, non il suo ausiliare Rivera y Damas ma, mons. Fernando Saenz Lacalle, ordinario militare con la carica di generale, che giurò nelle mani del ministro dell’Esercito promettendo di “assolvere a questo compito nel miglior modo possibile”. Tutti sappiamo chi ha ucciso Romero i Gesuiti, Marianela Garcia e le altre migliaia di martiri: l’esercito salvadoregno!

La Pasqua è il contenuto stesso della vita cristiana, è il cuore della vita delle Comunità, perché ci dice chi è Dio, chi è Gesù, chi siamo noi. E’ la manifestazione di un Dio amante della vita, che ama la vita e non la morte. Che è venuto a portare la vita, la Vita in abbondanza. La Pasqua fa scoprire chi sono l’uomo, la donna e il Creato. La Pasqua è il perno attorno a cui gira tutto il piano di Dio per fare esplodere un’eterna primavera. Tocca a noi.
Pasqua è una pietra. Pietra scartata eppure la più preziosa, su cui edificare la nuova architettura del mondo. Credere è mettere il proprio piede sulla pietra. Vivere è seguire la Parola incisa sulla pietra. Pasqua è togliere la pietra dal sepolcro e farne mattoni di vita.

Chi ha fame chiede dignità, non elemosina. Oggi si parla molto di diritti, dimenticando spesso i doveri, forse ci siamo preoccupati troppo poco di quanti soffrono la fame. Oggi l’ONU attesta che il popolo che soffre la fame ammonta a 850 milioni, mentre 2 miliardi sono malnutriti. Mentre il costo annuo dello spreco, sommando i costi economici, quelli ambientali e sociali della dissipazione di alimenti ammonta a quasi 2.000 miliardi. L’umanità ha ancora fame ma si spreca il 30% del cibo. Per invertire questa tendenza abbiamo bisogno di cambiare il paradigma delle politiche di aiuto e di sviluppo, modificare le regole internazionali, cambiare il sistema di produzione e di consumo che escludono la maggior parte della popolazione mondiale anche dalle briciole che cadono dalle mense dei ricchi.

E’ arrivato il tempo di pensare e decidere partendo da ogni persona e comunità e non dall’andamento dei mercati. Questa sofferenza, questa povertà ha origine dall’ingiustizia, urge lottare e combattere questa miseria, urge promuovere il miglioramento della loro condizione di vita, il progresso umano e spirituale di tutti, e dunque il bene comune dell’umanità. Per questo siamo chiamati a far si che le idee e i progetti di giustizia non si devono far marcire nell’attesa.
“Nessuno può servire a due padroni: o, infatti, odierà l’uno o amerà l’altro, o si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire a Dio e a Mammona.” Mt. 6, 24
Buona Pasqua, Antonio

Lettera Marzo – Aprile 2020
Carissima, carissimo,
il tema che abbiamo scelto per il nostro 28° convegno nazionale “Movimenti popolari di resistenza al neoliberismo per società più giuste ed umane” che dovrebbe svolgersi (coronavirus permettendo dal 17 al 19 aprile prossimi a Rimini mia fa pensare ai grandi movimenti -spesso non raccontati dai media, escluso quelli dei migranti che fuggono verso di noi e di cui abbiamo timore- che sono in atto, penso ai 70 milioni di profughi climatici le cui previsioni ce li danno in continuo aumento.
Penso al progetto Agua Doce nella Baixada Fluminense, grande periferia di Rio de Janeiro; periferie umane dove ci si organizza socialmente per un ambiente più vivibile nonostante le poche risorse, visitare queste realtà, confrontarsi, dialogare come nella mia ultima visita, significa uscire da sé, dal proprio ambiente e riconnettersi con mondi vitali, anche se esclusi, laddove si sente meglio sia l’impatto della solidarietà umana che della globalizzazione. Partire dal basso per arrivare a tutti questa deve essere la nuova vera pratica. Quando ci si mette in relazione con la parte più periferica ed esclusa dell’umanità, si registra meglio ogni cambiamento, ogni alterazione del vivere insieme.

Da noi lo spirito bellicistico ha invaso la mentalità corrente, il termine guerra è usato in ogni occasione. L’opzione militare ci viene presentata è diventata espressività generalizzata di fronte a qualsiasi tipo di difficoltà o contezioso. Nel silenzio totale solo papa Francesco ha avuto il coraggio di denunciare con forza che stiamo vivendo “una guerra mondiale a pezzi”. E la politica? I nostri politici? I media? Si utilizzano sistematicamente bugie e falsificazioni -vedi guerra del Golfo- si fabbricano nemici e capri espiatori per far leva sull’opinione pubblica, eppure ipocritamente nessun leader ammette di scegliere la guerra. E’ così che la guerra e il disprezzo si fanno cultura e da cultura divengono una politica, deformando l’anima e la testa di interi popoli.
Mentre tutto continua nell’indifferenza dei più leggiamo che nel 2019 i miliardari della Lista Forbes (solo 2.153 individui) possedevano più ricchezza di 4,6 miliardi di persone, vale a dire circa il 60% della popolazione mondiale. Lo rileva puntualmente ogni anno Oxfam alla vigilia del meeting annuale del World Economic Forum a Davos dove si sono incontrati gli uomini più ricchi o più potenti del pianeta.
Cresce la fame nel mondo: 850 milioni di persone soffrono di malnutrizione, l’11% della popolazione mondiale.
Solo papa Francesco ha il coraggio di ripetere spesso che “questa economia predatoria uccide”, nessun politico mette in discussione l’attuale economia basata sulla massificazione dei profitti che spesso riduce a scarti, a non contabilizzati gli esseri umani e lo stesso pianeta.

Ricordo quando nacque il governo Lula -gennaio 2003- per la prima volta fu messo in piedi il “Ministero Fame Zero” retto e pensato da Josè Graziano insieme a Frei Betto -consigliere presidenziale- per togliere dalla povertà 50 milioni di brasiliani. Subito l’ONU sposò questa causa per di arrivare entro il 2030 all’obiettivo “Fame Zero”. A tutt’oggi non esiste nessuna politica in merito ma solo il mantenimento del sistema economico attuale.

Tra qualche giorno sarà l’8 marzo, mi è tornata in mente una serata del 1992 quando invitati dall’allora vescovo di Massa, don Binini, accompagnai Leonardo Boff, noto teologo brasiliano, a tenere una conferenza. Il tema era: Chiesa, carisma e potere, libro a causa del quale Leonardo fu sottoposto a processo dal dicastero della Dottrina della Fede. Avvicinandosi al termine della conferenza iniziò a parlare della donna. Iniziò richiamando noi uomini ad una relazione paritaria, perché da ciò diventeremo tutti più completi e umani. Continuò: più la metà dell’umanità sono donne. E sono le madri e le sorelle dell’altra metà che siamo noi uomini. Come non trattarle con la dolcezza e la delicatezza che meritano? Sono state loro che ci hanno messi al mondo, stiamo sempre nel loro cuore e di lì non uscire mai più. Terminò dicendo con forza: le donne sono le madri di noi sacerdoti, dei vescovi, dei cardinali, del Papa, come pensare che non siano degne di essere sacerdotesse? Dall’auditorium stracolmo sali un applauso interminabile ma ciò che notai furono tante suore che non solo applaudivano in piedi, saltellavano, si agitavano come ad un concerto rock, sorprese e felici per la riflessione finale di Leonardo. Che serata!
Siamo ormai in Quaresima, mi chiedo, di fronte a tutto ciò che accade perché mai sui banchi di teologia nei seminari e nelle università pontificie è stato consumato tanto tempo per studiare l’eguaglianza delle persone divine, se poi non si studia -come afferma papa Francesco- per mettere in discussione questo sistema economico che fa morire di fame ogni anno cinquanta milioni di fratelli?. Sì. La fame nel mondo è già di per sé un segno dell’assenza di Dio, dell’esilio a cui l’abbiamo condannato, attraverso il Sistema che domina il mondo. E, allora, è tempo di far sentire la nostra voce, elevarla con forza, in solidarietà con i cinquanta milioni di Cristi, messi a morte ogni anno, “solo della fame”. La Quaresima, se presa sul serio, può aiutarci.

Lettera di febbraio 2020   Rete di Macerata

M. Cristina Angeletti

PATRICK ZAKY

E’ UNO STUDENTE egiziano di 27 anni, Patrick George Zaky, iscritto ad un importante master dell’Università di Bologna sullo studio di genere e dei diritti delle donne e collaboratore di una Ong che si occupa di diritti personali fra cui: diritto di parola, di opposizione e di libera religione. Patrick è di religione copta ed ha lavorato nello staff di Khaled Ali, candidato contro Al Sisi alle presidenziali 2018. Khaled è uno studioso, storico e avvocato egiziano impegnato nella difesa dei diritti umani. Patrick, rientrato in Egitto per far visita alla famiglia di origine, non pensava di correre alcun rischio nel tornare a casa, invece il 6 febbraio scorso è stato arrestato all’aeroporto del Cairo riuscendo ad avvertire il padre che non ha avuto più notizie del figlio per giorni finché è riapparso in un’aula di tribunale con evidenti segni di tortura.

I capi di accusa che hanno determinato l’arresto sono i seguenti :

1) false notizie al fine di procurare instabilità nazionale,

2) incitamento alla rivolta contro il regime,

3) incitamento a manifestazioni non autorizzate,

4) uso improprio dei social per danneggiare la sicurezza nazionale,

5) propaganda di gruppi terroristici.

Alcuni media come Amnesty International chiedono attenzione su questa vicenda che non deve essere silenziata in quanto la preoccupazione è che questo sia il risultato che vorrebbe ottenere il governo egiziano per far perdere le tracce di Zaky. Si allunga su di lui lo spettro di Giulio Regeni?

Probabilmente fra Patrick e Giulio ci sono delle situazioni simili. Ambedue studenti universitari all’estero, ambedue frequentatori degli stessi ambienti accademici, ambedue impegnati nel sociale, ambedue critici nei confronti dei sistemi politici polizieschi.

“Fino al gennaio 2016 noi pensavamo che l’Egitto fosse un paese sicuro”, sostiene l’avvocato della famiglia Regeni, Alessandra Ballerini, affermando che le accuse su Zaky sono pesantissime in quanto contro la sicurezza dello Stato e che il collegamento con Regeni è forte; oltre al fatto che probabilmente Patrick fosse spiato e controllato anche in Italia. Intanto l’Università di Bologna, a differenza di quella inglese di Cambridge che ha fatto finta di non capire quale sorte potesse toccare al nostro Regeni, si è attivata per seguire la vicenda di Zaky costituendo una unità di crisi sulla situazione. Questa adesione dell’università di Bologna potrà aiutare ulteriormente lo studente egiziano. Mi auspico che anche il governo italiano agisca contro quello egiziano con alcuni strumenti che il diritto internazionale gli consente come : richiamare l’ambasciatore italiano, dichiarare l’Egitto paese non sicuro, fare una rogatoria perché la magistratura italiana possa interrogare le persone iscritte nel registro degli indagati, e, perché no, utilizzare strategie commerciali restrittive nei confronti dei prodotti provenienti dall’Egitto.

Penso che il governo italiano debba fare di tutto per ottenere la liberazione di Patrick Zaky, lo dobbiamo a Giulio Regeni.

“La paura ha bussato alla porta
il coraggio è andato ad aprire,
non c’era nessuno”.
M. L. King

Iniziamo con un GRANDE GRAZIE a tutti.
Anche per il 2019, tutti assieme, siamo riusciti a portare a termine la nostra solidarietà in Haiti. I “numeri” li trovate nelle ultime pagine di questa lettera e, in allegato, il resoconto annuale di FDDPA. Durante la loro permanenza, per il Convegno di aprile, avremo la possibilità di incontrare, lo faremo anche con un momento di festa, Martine, Jean e Dieuseul. Con queste prime quattro righe che avete appena letto, avevamo pensato di trovarci con i nostri amici, non solo al Convegno ma, anche come momenti di festa e di ascolto. Purtroppo, non è andata così. Le tante comunicazioni, che seguono, danno l’idea della situazione attuale … leggete. Ci sentiamo di ringraziare Marianita e Francesco, per il grande impegno di tempo e di preoccupazioni, per organizzare il viaggio dei nostri amici Haitiani. E a proposito del Convegno noi abbiamo scritto così alla segreteria e a tutta la lista della Rete:

Cari e care, per l’epidemia da coronavirus stiamo vivendo giorni particolari e inaspettati. Siamo tutti e tutte un po’ disorientati e smarriti, di fronte alla nostra fragilità. Noi, della generazione nata nel dopo guerra, ci troviamo per la prima volta a fare i conti con un’emergenza globale così grave. È un tempo sospeso, come dicono tanti, in cui si cerca con fatica di dare un senso alle giornate trascorse forzatamente in casa. Per non parlare della preoccupazione di chi ha genitori anziani o parenti o amici per varie ragioni più esposti di altri al contagio. A questo si aggiunge l’incertezza per il futuro che ci aspetta con una nuova crisi economica. Si fa fatica a immaginare come sarà la ripresa… E allora cosa significa per noi essere Rete in questo momento? Come sapete, purtroppo è stato cancellato anche il Convegno biennale, che è sempre stato tra i momenti forti nel nostro percorso. Per organizzarlo ci eravamo impegnati in una lunga preparazione, durante i coordinamenti, per trovare i contenuti e le forme migliori, per rinnovarne alcuni aspetti, per capire quali testimoni invitare… Pensando a tutto questo, ci è venuto alla mente quello che la Rete ci ha insegnato in tanti anni: guardare “con gli occhi del sud”. Avevamo intitolato così anche il Convegno dei nostri quarant’anni. Che cosa significa allora per noi, oggi, vedere le cose con gli occhi del sud? Siamo rimasti colpiti dai tanti messaggi di affetto e di solidarietà che ci sono arrivati dai referenti dei nostri progetti: da Viviana (era tra i testimoni che dovevano partecipare al Convegno) della Mesa Campesina argentina, che addirittura ci invita a non mandare i soldi perché potrebbero servici qui; dai Sem Terra, dai Mapuche, da Haiti, dal Ghana, con Emma che ci chiede della nostra salute e ci assicura che prega per noi… Eppure il virus si sta diffondendo anche nei loro paesi, dove sono certamente meno attrezzati di noi, per difendersi dalla malattia. Cerchiamo, quindi, di accogliere l’invito che ci viene dai tanti amici e amiche di “là”: conservare, nonostante tutto, lo sguardo prezioso della speranza, la capacità di interessarci anche degli altri e non solo di noi stessi. I loro sguardi e le loro voci sono la denuncia delle politiche neoliberiste che stanno creando diseguaglianze sempre più grandi, tra i pochi che diventano sempre più ricchi e i moltissimi che diventano sempre più poveri. I loro sguardi e le loro voci ci impegnano a restare solidali, anche se restiamo a casa. Il Convegno ci avrebbe invitato a riflettere proprio su questo. I nostri testimoni, infatti, ci avrebbero parlato della loro partecipazione ai movimenti popolari di resistenza a questa economia, che uccide più dei virus. Ci avrebbero parlato delle loro realtà locali e del loro sforzo per cercare di costruire società più giuste e umane. Ed è proprio questa la resistenza che la Rete ci insegna. Infatti, i nostri piccoli progetti hanno lo scopo di stare a fianco e sostenere chi vuole ristabilire giustizia e umanità nelle realtà in cui vive.

Marzo è anche un mese in cui cade l’anniversario della morte di alcune persone che non vogliamo dimenticare. Ci piace ricordarle insieme a voi. Marianela Garcia Villas, membro dell’Associazione Cattolica Universitaria Salvadoregna (ACUS – Asociación Católica Universitaria Salvadoreña), fondò la Commissione per i diritti umani del Salvador e fu collaboratrice di monsignor Óscar Romero. Fu catturata dai militari, il mattino del 12 marzo 1983, in un’area di conflitto dove si era recata per documentare l’uso di armi chimiche, da parte dell’esercito. Dopo 48 ore di torture feroci, morì all’alba del 14 marzo 1983. Rachel Corrie, ragazza statunitense di 24 anni, membro dell’International Solidarity Movement (ISM). Aveva deciso di andare a Rafah, nella striscia di Gaza, durante la seconda Intifada, ad aiutare le famiglie palestinesi. Insieme ad altri internazionali, cercava di fermare le demolizioni e le distruzioni dell’esercito israeliano di case e coltivazioni dei palestinesi. Il 16 marzo 2003 fu travolta e schiacciata a morte, mentre protestava nel tentativo di impedire ad un bulldozer corazzato dell’esercito di distruggere alcune case palestinesi. Ma, in quei giorni, gli occhi del mondo erano puntati su Bush e Saddam, accusato di sviluppare chissà quali armi chimiche. La seconda guerra del Golfo, scoppiata dopo poche ore, fece sparire completamente dall’attenzione internazionale il gesto eroico e la morte di Rachel Corrie. E non possiamo infine non ricordare, insieme a molti altri della Rete RR, mons. Oscar Arnulfo Romero, arcivescovo di San Salvador, assassinato mentre celebrava l’Eucarestia, il 24 marzo 1980. Di lui più volte abbiamo parlato nella nostra associazione e, nel 40° anniversario del suo martirio, il Convegno l’avrebbe giustamente ricordato. Ne facciamo invece una memoria privata, ma non meno importante e significativa. Forse vale la pena di dare un’occhiata su Google, per rivedere i volti di queste persone e riviverne la storia. A noi pare importante ricordare che sono state persone capaci di dare la loro vita, per essere state coerenti fino in fondo con le loro scelte, anche se non erano nate per fare i “supereroi”. Che ci siano di esempio, nel nostro quotidiano, tanto più in questi giorni faticosi. Infine, vorremmo accompagnare i nostri auguri di Buona Pasqua con alcuni versi tratti dalla poesia di Mariangela Gualtieri Nove marzo duemilaventi

…. Guardare bene una faccia. Cantare
piano piano perché un bambino dorma.
Per la prima volta
stringere con la mano un’altra mano,
sentire forte l’intesa. Che siamo insieme.
Un organismo solo. Tutta la specie
la portiamo in noi. Dentro noi la salviamo.

A quella stretta
di un palmo col palmo di qualcuno
a quel semplice atto che ci è interdetto ora –
noi torneremo con una comprensione dilatata.
Saremo qui, più attenti credo. Più delicata
la nostra mano starà dentro il fare della vita.
Adesso lo sappiamo quanto è triste
stare lontani un metro.

Un abbraccio forte. Maria e Gianni