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“La guerra è solo una fuga codarda dai problemi della pace”
Thomas Mann

Cari e care della nostra Rete, si usa dire: anno nuovo, vita nuova. Ma, la realtà politica, economica e sociale che stiamo vivendo ci obbliga a dire che la vita continua anche peggio dell’anno appena passato. La lettera nazionale “consiglia” alcune iniziative nel tentativo di cambiare.

Incontro di Rete, dicembre 2018
Il mese scorso, ci siamo ritrovati per l’incontro di Rete di fine anno. L’incontro è stato ricco di persone e notizie, la nostra piccola organizzazione può contare sull’impegno concreto di molti e un particolare ringraziamento va agli amici di Chiarano e ai giovani di Operazione Mato Grosso che hanno contribuito molto per il buon esito della campagna di raccolta fondi “dritto alla scuola”; questi giovani, conosciuti ad un incontro estivo, hanno organizzato due giorni di raccolta ferro e metalli il cui ricavato è stato messo a disposizione del progetto della Rete. Grazie e complimenti davvero! La situazione haitiana è sempre molto problematica; Jean e Martine ci scrivono per rassicurarci del buon andamento della vita di Fddpa, mentre il paese è in continua protesta (con morti e feriti) per il caso “Petrocaribe”. Di questo abbiamo informato recentemente come i governi – compreso l’attuale – abbiano nel tempo rubato i fondi destinati ai servizi sociali per circa 3,8 miliardi di dollari, una cifra enorme per Haiti. Le proteste si sono estese a tutto il paese e il governo di destra di Moise è in crisi. FDDPA ha già dato avvio ai lavori di costruzione di un’aula a Fondol di cui si era rilevato una grande urgenza perché la partecipazione alle scuole è aumentata, portandosi ai livelli di un tempo, dopo che il programma di governo “PSUGO” di dotare tutte le comunità di scuole primarie sostenute dallo stato è fallito. Si prospettano aiuti anche per borse di studio specifiche nel campo dell’agricoltura e della salute. Tra le questioni discusse perché in via di attuazione, rileviamo la questione latrine comunitarie. A metà novembre Anna Zumbo di Popoli in Arte con Jean e Martine hanno visitato un paio di esperienze di speciali latrine che separano i liquidi dai solidi, sono permanenti e non impiegano acqua. Si vedrà nel futuro come continuare, l’idea è buona ma è stata poco sperimentata nel paese, anche i costi di costruzione sembrano elevati. Ci siamo scambiati anche notizie della rete nazionale, con l’invito a partecipare al prossimo convegno sulla figura di Ettore Masina presso l’università Roma3 in cui Ercole Ongaro farà un intervento a nome della Rete. L’incontro si è concluso con gli auguri di buon anno e la speranza di continuare a mantenere vivo l’interesse e l’impegno con i nostri amici di Haiti.

Carissima, carissimo, in questi ultimi decenni ci siamo ubriacati di falsi valori che hanno avuto la conseguenza, dietro un apparente benessere, di peggiorare la vita di tutti. Guardiamoci intorno: siamo circondati da rapporti umani pietosi, la terra è malata, l’aria irrespirabile, il cibo avvelenato. Per questo credo sia necessario ricominciare da ciò che, dentro queste macerie, può aiutarci a ricostruire qualcosa di autentico. Innanzitutto renderci conto che bisogna capovolgere la logica di questo consumismo, viviamo con la smania di avere sempre di più, convinti che solo appagandola si può stare meglio. In realtà ognuno di noi ha bisogno di pochissime cose per rendere giustizia del fatto che vive. Ognuno di noi ha bisogno di sentire il valore della sua umanità. Oggi pensiamo di aver capito tutto, di non aver bisogno di nessuno. E invece abbiamo bisogno di imparare da tutti. Dom Helder Camara, grande vescovo brasiliano dei poveri, affermava: “Nessuno è talmente ricco da non aver bisogno degli altri, nessuno è talmente povero da non dare qualcosa agli altri”. Oggi viaggiamo con ritmi folli, con la continua ansia di correre. Ritrovare la lentezza, come scriveva il nostro amico Ercole Ongaro, anni fa, non vuol dire fare meno cose, ma fare una cosa alla volta. In questo periodo, forse perché gli anni che passano, mi commuovo sempre più spesso, a volte piango, mi è successo in questo mio novembre passato in Brasile visitando periferie impoverite dall’egoismo dei pochi, ne ho parlato nella lettera di dicembre, il dolore visto e ascoltato è stato troppo grande anche se vedi che il nostro condividere con loro momenti concreti, fatto di relazione e aiuto attraverso il sostegno ad alcuni progetti, restituisce loro la vita. Le lacrime ripuliscono gli occhi, ti fanno sentire la densità della vita, ti aprono dentro e senti dentro il nocciolo della vita. Oggi stiamo atrofizzando la nostra sensibilità. Stiamo perdendo il contatto carne a carne con l’altro. A me non interessa sapere se una persona crede o non crede, mi interessa piuttosto sapere se, davanti a uno che sta male, si ferma a soccorrerlo o passa oltre. E’ qui che rinnoviamo continuamente la nostra umanità, la nostra sensibilità, i nostri valori. Ho visto moltitudini di donne uomini e bambini senza dignità, fuori dalla vita, abbandonati sui marciapiedi o sotto viadotti. Oggi, in piena era della globalizzazione i virus non conoscono frontiere, di fronte a ciò come si possono combattere se non invitando a denunciarli con chiarezza e franchezza. In Italia il virus più virulento è quello dell’ignoranza che si porta con se due compari altrettanto pericolosi e invadenti: la violenza e la menzogna. Ne vediamo tutti i giorni i frutti, nella vita quotidiana, come nella politica. Sono virus tanto più insidiosi e pericolosi perché si istillano a piccole dosi e sono veicolati spesso dalla retorica, dal pensiero dominante. In buona sostanza, non se ne parla. La retorica dominante non ha interesse a parlarne e allora possono agire indisturbati. A questi virus che si propagano i più esposti sono i piccoli, i poveri, gli emarginati, quelli che fanno fatica, che il sistema tende a moltiplicare e a mettere l’uno contro l’altro. Lo vediamo molto bene attraverso il rigurgito di indecorose manifestazioni fasciste, sulle quali è giusto intervenire con fermezza, nonostante l’attuale ministro dell’interno abbia fatto suo l’antico slogan di Forza Nuova: Prima gli italiani! Di fronte a ciò urge un profondo esame di coscienza che guardi alle cause di questi fenomeni. Siamo di fronte ad una emergenza che va affrontata: l’ignoranza. Servono, dunque, anticorpi. Ma siamo in grado di produrli? E, poi, di diffonderli in modo che agiscano con efficacia? Rispondere a questi interrogativi forti non è facile, comporta che ciascuno, a partire dall’élite, si assuma le proprie responsabilità. Ma se non cominciamo a dire le cose con franchezza e sviluppare un vero dibattito civile, ci limiteremo, come sempre, alla pur sacrosanta indignazione del momento, che non impedisce ai processi di svilupparsi, mentre ciascuna parte si limita a tutelare i propri interessi, a partire da quelli elettorali. Cosa ci serve oggi per stare bene: amicizie, incontri, affetto. Non si tratta di fare un elenco, ma di alimentare la voglia di individuarle, non so se voi sentite quanta inconcludenza ci sia nell’andamento frenetico delle nostre giornate. Spesso giriamo a vuoto, come se ci mancasse un fulcro, come se non trovassimo un punto di appoggio. Eppure c’è. Ci deve essere. E cercarlo è indispensabile per star bene, vivere bene, godere dell’aver appoggiato la propria vita al posto giusto nel mosaico del mondo. Nessuno può fare questo al posto nostro. Possiamo però farci ispirare dalla forza di qualche esperienza, di qualche testimone. Ciò ci obbliga a scavare, guardarsi dentro, infine bussare alla porta del proprio io, del proprio cuore. Un inizio di risposta sarebbe già una buona partenza. E’ tempo di Natale, un caro amico della Rete, Luca Soldi ha scritto una riflessione a dir poco “meravigliosa”, che ci interroga su un fatto accaduto a Pistoia alcuni giorni fa, è con questa che ci facciamo gli auguri.
Antonio

Solo i topi lo hanno trovato di Luca Soldi
Le luminarie, i parcheggi pieni, i centri commerciali affollati per i regali di Natale sono stati disturbati poco da questo ragazzo, ormai uomo di 35 anni che aveva deciso di arrendersi. Pistoia non si è accorta di niente, ma la colpa non è della città. Poteva essere così per qualsiasi altro luogo, a Prato, a Firenze come a Roma o Napoli, il rito non può essere certo annullato per un fantasma che vuole farla finita con tutto. Forse adesso la notizia sarà arrivata nel suo Villaggio del Ghana. Forse una mamma e dei fratelli potranno piangere. Anche lui da sempre invisibile aveva percorso la solita odissea, era sbarcato nel 2011 a Lampedusa. In quei momenti, nei suoi occhi, nella mente aveva la disperazione di un viaggio fatto di angherie accompagnate però dalla speranza di essere arrivato in un mondo migliore. Ed invece le umiliazioni non erano mai finiti, le prospettive non erano mai arrivate. Era caduto nella trappola dei malvagi che alimentano le illegalità. Un po’ di elemosina offerta con un sorriso alleviava la miseria. E poi i nostri giorni, i documenti scaduti, il senso di oppressione e paura. Nessuno che ti considera. La preoccupazione per i propri cari che si aspettano un aiuto. Così ha deciso di farla finita, per sempre, in solitudine mentre a poche decine di metri la gente strusciava indaffarata nelle strade del centro. Si è impiccato, ma nessuno se n’è accorto. Lo ha fatto dove aveva trovato rifugio, in uno di quei tanti ruderi industriali che affollano di macerie le nostre città. Solo i topi dalle fogne se ne sono accorti. Ma anche loro si sono accaniti verso di lui dopo di che lo avevano fatto gli uomini. Lo hanno trovato quattro o cinque giorni dopo. La pietà umana lo ha raccolto devastato nel corpo e nello spirito. Adesso anche lui andrà a fare parte del Presepe. Diventerà anche lui, ultimo degli ultimi, un personaggio di quel Presepe che poco piace ai padroni del nostro destino. Troverà posto accanto ad un fuoco, per riscaldarsi, mai solo. Dove non ti allontanano per il colore della pelle, perché vieni dalla Giudea, dalla Palestina, perché sei del Ghana. Troverà un posto accanto a quel Bambino a cui diciamo di credere.

“Se voi però avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni sono la mia Patria, gli altri i miei stranieri” don Lorenzo Milani, “L’obbedienza non è più una virtù”

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale Radiè Resch di Padova Dicembre 2018

“Ci sono uomini che lottano un giorno e sono bravi,
altri che lottano un anno e sono più bravi,
ci sono quelli che lottano più anni e sono ancora più bravi,
però ci sono quelli che lottano tutta la vita: essi sono gli indispensabili.”
(Bertolt Brecht)

Buon Natale, Felice anno nuovo. Sono questi gli auguri che normalmente ci scambiamo, alla fine di questo mese.
Ci scambieremo gli AUGURI la sera di mercoledì 12 dicembre ore 20,30. Non solo auguri ma una serata di notizie da Haiti, dal nostro gruppo, di quanto si sta pensando e proponendo dalla Rete Nazionale: seminari regionali sull’informazione, solidarietà a Riace, seminario presso l’Università di Roma Tre dedicato a Ettore Masina (di seguito troverete la circolare nazionale a cura di Clotilde). Siamo continuamente di corsa. Abbiamo la necessità di fermarci per qualche momento, a riflettere. Fermarci per pensare sul futuro del nostro impegno con Haiti, scambiarci pensieri, preoccupazioni, guardare avanti per capire, per fare. Ritornare e ritrovarci nella casa di Gianna, ci fa ripensare alle sue sensibilità, al suo impegno telefonico per ricordarci l’incontro serale. Questo invito è anche il suo invito. Facciamo in modo di ritrovarci in tanti, invitiamo altri e passiamo parola.

Rete di Quarrata – Lettera Dicembre 2018

Carissima, carissimo, un tempo il mare che vide partire le caravelle dei conquistatori, oggi vede passare i figli dei conquistati, i quali chiedono giustizia e riparazione anche a costo della vita. A tutt’oggi i morti in mare sono ormai quasi trenta mila; padre Ernesto Balducci, autore tra altri, del magnifico libro “L’uomo planetario”, queste parole le scriverebbe e le urlerebbe, oggi. Lui con il suo scrivere profetico e precursore dei tempi, queste parole le urlerebbe con voce ferma e ammonitrice rinforzata dall’agitare l’indice della mano destra, ricordandoci che non possiamo essere felici da soli, ne creare muri. In questo tempo, in Italia si parla tanto di frontiere: la frontiera chiude, è sempre e solo uno sbarrare il passo. Eppure come Comunità Europea siamo stati capaci di unirci coltivando la cultura della diversità. La diversità è un valore e la dobbiamo salvaguardare, come la biodiversità in natura. Le nostre differenze sono una ricchezza ma, la diversità estremizzata diventa una spada brandita contro l’alterità. Diventa un solco invalicabile. Quando comprenderemo che la chiave di ogni uomo e ogni donna si trova negli altri, che è il contatto con il prossimo che ci fa capire realmente chi siamo? Per questo possiamo solo maturare quando sentiamo che è più grande la nostra preoccupazione per gli altri che non per noi stessi. Nei giorni delle sue conferenze dei primi di novembre in Italia, Frei Betto ci ha ricordato che il Samaritano di cui ci racconta Gesù non da lezioni di buona educazione, ma di amore. Davanti all’uomo in difficoltà non fa come il sacerdote o il levita, i quali mettono avanti i loro impegni religiosi, ma si china su di lui per vedere dove è la sua ferita. Un fratello. È così difficile pensare che l’altro sia così prossimo a noi? Ognuno di noi è imparentato con il mondo, carne della stessa carne, eppure viviamo sempre di più rafforzando quella scorza di individualismo e di egocentrismo che è l’origine di tutte le nostre sofferenze. La vita non è fatta per chiuderci nella nostra introspezione ma, per farci sentire che condividiamo con tutti gli stessi bisogni; ognuno di noi vuol sentirsi capito, ascoltato, amato. Il nostro vivere quotidiano, così cerebrale ha bisogno di spazi nuovi, appartati, per riscoprire la nostra umanità e uscire così dal guscio delle paure e delle differenze. La parabola del Samaritano ci chiede questo. Quando la vita di qualcuno è ferita, siamo disponibili a caricarcela sulle spalle? Quando siamo in difficoltà, sappiamo di poterci affidare alle braccia calde di un fratello o una sorella? In entrambi i casi l’aiuto più vero consiste nel sentire che non siamo soli. Diamo forza all’amore per spingere il carro del mondo. I muri creano separazione non solo nello spazio, ma anche nel tempo. Non nella geografia ma nella storia; soprattutto il muro non solo estromette il forestiero, l’emarginato, il muro chiude dentro il privilegiato e lo condanna all’asfissia. Da pochi giorni sono rientrato dal Brasile dove il tempo non solo sembra essersi fermato ma addirittura si profila un ritorno lontano nel tempo e nello spazio. Si respira un’aria di blocco dove ogni parola che non è funzionale al nuovo sistema Sergio Moro*-Jair “Messias”** Bolsonaro*** è guardata con sospetto e forte giudizio. I Movimenti popolari sono ancora scioccati e spaesati di fronte a tanta protervia del nuovo potere. Una mattina insieme a Emerson, educatore del centro San Martino de Porres di San Paolo, decidiamo di fare una passeggiata nella periferia est, dove la povertà si è moltiplicata in questi ultimi due anni, dopo il golpe istituzionale contro la presidente eletta Dilma che ha causato la chiusura dell’80% dei progetti sociali del governo. Lungo i muri della ferrovia sono nati interminabili accampamenti di legno, cartone e plastica di due metri per uno, quanto è largo il marciapiede, dove il vecchio e il nuovo popolo della strada si ripara la notte. Incontriamo José, nato nel nordest 69 anni fa. A 21 anni si è trasferito a San Paolo dopo essersi spaccato la schiena fin da piccolo lavorando da schiavo in una grande fattoria. Racconta che è arrivato senza saper ne leggere ne scrivere, riconosceva solo i soldi, pur avendone maneggiati pochi, attraverso i quali aveva imparato un po’ a contare. Iniziò a lavorare il giorno e a studiare la notte, fino alla terza media. Da 12 anni vive per strada, la notte si ritirava in un dormitorio pubblico ma 20 mesi fa è stato chiuso per mancanza di fondi. Grazie alle pratiche che l’assistente sociale del Centro gli ha aiutato a fare è riuscito ad avere una pensione sociale, insufficiente per pagare l’affitto di una stanza e bagno. Afferma con orgoglio che non è un mendicante, che è cosciente della sua condizione, evidenziando che tutti nel Brasile dovrebbero avere una vita degna, un alloggio, il diritto al cibo e alla salute, perché il Brasile è un Paese ricco. Si è abituato alla vita della strada, racconta che nel tempo che passa al Centro oltre a vedere la Tv giocare a biliardino, fare piccoli lavori con la carta, parla con i suoi compagni della carenza dei servizi sociali,denunciando che il comune e lo stato non hanno nessun interesse e nessuna iniziativa in relazione alla loro condizione. Dalla strada ci spostiamo nel Centro dove Emerson lavora (che come Rete di Quarrata sosteniamo attraverso un progetto). Gli addetti stanno distribuendo il pranzo principale del giorno, ci sono circa 500 persone, alcune decine di donne con bambini, tutti ordinatamente in fila: le donne con bambini usufruiscono di una via preferenziale. Ognuno è chinato sul proprio piatto, il silenzio la fa da padrone, solo rumori di spostamento di stoviglie e pentole enormi. Incontro Roberto seduto al tavolo, ha terminato di mangiare da poco, dopo qualche sbadiglio mi chiede di sedermi, inizia subito a parlare raccontando la sua vita. L’abbandono della madre in un collegio quando era piccolo, fino a 18 anni, quando il giudice intimò alla madre di andare a prenderlo perché maggiorenne, ma non lo portò a casa, non lo volle, lo lasciò da una parente con la quale si era accordata. “In quella casa non stavo bene, per me erano estranei, mi sentivo escluso, così decisi di andarmene e vivere in strada” racconta, dove continua a vivere. “Questo abbandono ha condizionato e rovinato la mia vita. Non ho ricevuto nessun aiuto psicologico, questa è una ferita che mi porterò sempre dentro. Qui incontro persone come me, che hanno sofferto, che hanno perso il lavoro, conversiamo, mangiamo e ci raccontiamo ciò che viviamo e vediamo ogni giorno”. Roberto si alza e mi saluta inserendosi raggiungendo pochi metri più in là un piccolo gruppo di amici. Si avvicina a noi Gustavo avendo notato che siamo stranieri, a domanda gli rispondo: italiani. Con il dito indica subito un gruppo di persone: “quelli sono tutti di origine italiana, vado a chiamarne qualcuno”. Lo fermo dicendogli che preferivo conoscere la sua storia. Mi guarda sorpreso ma felice. Ha 26 anni, apparentemente è forte, racconta che è un raccoglitore di carta (catadores), uno dei tanti che la notte pulisce la città dai cartoni che i commercianti lasciano sui marciapiedi. “Sono felice di pulire la città ma, il nostro lavoro non è riconosciuto. Siamo mal visti, giudicati, esclusi, la maggioranza delle persone pensano che siamo dei vagabondi. Non si domandano al mattino quando escono da casa perché è tutto pulito. Vorrei che chi ci giudica per una notte si mettesse al nostro posto: “un carretto da tirare su e giù per la città, fermarsi, caricare, legare, fino a riempirlo, spesso con un carico più alto di me anche di un metro”. Improvvisamente si alza, penso che se ne vada, invece mi invita fuori del centro per farmi vedere il suo carretto. “Vedi questi pezzi di copertoni di macchine messi uno sopra l’altro e legati a due assi di legno, servono per frenare nella discesa quando siamo carichi, altrimenti non avrei forza sufficiente per tenere il carico e ne sarei travolto, devo cambiare i pezzi di gomma almeno una volta la settimana. Non siamo vagabondi!.” Mentre lo afferma con severa autorità guarda alcuni suoi compagni e dice: “ognuno di loro ha il suo carretto, li vedi come sono ben parcheggiati lungo la strada, siamo una bella squadra”. Rientriamo è arrivato il suo turno (sono 6 i turni del pranzo… 500 persone) ci invita a mangiare con lui, accettiamo. Vado a comunicarlo a Francisco, l’educatore si unisce a noi. Riso, fagioli, pollo e insalata, piatto unico. Ottimo per noi, figuriamoci per Gustavo, un piatto che sembra un monte, il mangiare va in salita. Dopo averlo terminato si alza e ne chiede ancora, torna con metà piatto pieno. Infine un budino. Dopo qualche risata ci salutiamo, Gustavo va a riposare, sorridente ci dice: “questa notte sarà lunga e faticosa”. L’attenzione per i poveri non può essere un fatto occasionale, sporadico, deve essere una priorità politica. Ad ognuno la propria riflessione.

Buon tutto, Antonio

 

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale
Radiè Resch di Padova Novembre 2018

La bellezza è
negli occhi di chi la guarda

Ciao a tutte e a tutti.In attesa delle “festività”, anche se il tempo non è molto clemente, auguriamo un buon autunno dai caldi colori. Di seguito trovate l’odg, del prossimo coordinamento del 24-25 novembre a Pistoia. Per partecipare e/o indicazioni: mariellaborelli@gmail.com Rete di Quarrata. Nelle pagine seguenti, abbiamo riportato la scheda del “Progetto don Milani” che è inserita nel sito della Rete. L’aggiunta finale ci ricorda il lancio della “Campagna per il diritto alla scuola”. Nella prossima lettera di Dicembre ci sarà l’invito per l’incontro del nostro gruppo. Segnatelo per tempo nel calendario…ci scambieremo anche gli auguri.

NOTIZIE E ATTIVITÀ DEL GRUPPO RETE LOCALE
Le Reti di Padova, Battaglia Terme e Isola Vicentina sono gruppi che si riuniscono periodicamente. Oltre a sostenere il progetto Dofiné – mantenendo costanti relazioni con il referente haitiano, visitando periodicamente le località dove FDDPA opera e invitando più volte responsabili e membri e altri membri dell’organizzazione in Italia – sono state attivate altre iniziative complementari coinvolgendo anche persone e gruppi esterni alla Rete per borse di studio, micro credito alle donne, sostegno alle banche sementi, corsi di formazione su tematiche legate alla salute. Esistono alcune pubblicazioni relative al progetto Don Lorenzo Milani, curate dalla Rete di Padova:
– Dofiné, una comunità che cresce (diario di viaggio), agosto 1998
– Viaggio ad Haiti, Padova 2009
– Marianita De Ambrogio, Dadoue Printemps. In cammino verso il cambiamento, ed. Imprimenda, Padova 2014

Aggiunta finale.
Oltre al progetto che avete appena letto ricordiamo l’impegno annuale per sostenere la scuola professionale e le sezioni per l’infanzia “Gianna Bambini” per un costo annuale di 2.000 €. Campagna per il diritto allo studio: per costruire e attrezzare una sezione per l’infanzia a Fondol servono 8.000 €; per una borsa di studio annuale per una scuola professionale agraria servono 525 €; per una borsa di studio annuale per una scuola infermieristica servono 660€. Per far conoscere queste iniziative abbiamo preparato un pieghevole che… può essere utile per le vicine festività.

Lettera di novembre 2018

dalla Rete di Macerata
M. Cristina Angeletti

Carissimi/e, la recente notizia del crollo del ponte di Genova ha messo sotto i riflettori una delle industrie italiane fra le più rappresentative del capitalismo di casa nostra: la Benetton. Ho avuto, così, lo spunto per fare alcune considerazioni relative al cambiamento dell’imprenditoria italiana da ieri a oggi. Devo dire che i colori accesi nell’abbigliamento degli anni ’60 portano il nome di Benetton e sono stati l’inizio di una grande storia imprenditoriale che ha rappresentato la novità nell’industria tessile di quegli anni; più tardi la trasformazione industriale dalla produzione ai servizi con l’ingresso in autostrade, autogrill, aeroporti e con investimenti finanziari molto diversi da quelli di partenza hanno cambiato la storia di questa azienda simbolo del miracolo economico italiano. Bisogna riconoscere che i Benetton sono passati dai distretti industriali territoriali veneti a un’attività economica globale, tuttavia hanno rappresentato e rappresentano anche i limiti di tutto il capitalismo italiano un po’ pigro che vive più di rendita che di produzione. L’immagine di questo capitalismo è fortemente segnata da contrasti, perché da un lato abbiamo il ricordo di un imprese giovani, emergenti, quelle del miracolo economico degli anni ’60 e dall’altro di quelle odierne che si occupano di finanza, di delocalizzazioni, di cessioni; non ultima la recente cessione del gruppo Magneti Marelli ad una importante società giapponese. La nostra economia ha espresso delle dinamiche molto vitali negli anni ’60, ’70, anche attraverso piccole imprese, però questa spinta da tempo è venuta meno. Un motivo potrebbe essere che esse non hanno avuto la capacità di consolidare i risultati economici raggiunti, un altro che non sono riuscite a proseguire nel tempo la performance iniziale. Ecco quindi la parabola dei Benetton che nascono come imprenditori di successo nell’abbigliamento inventando le lane colorate e ottenendo uno straordinario consenso nel mondo anche grazie ad un marketing molto efficace e campagne pubblicitarie intelligenti con le fotografie di Oliviero Toscani. Poi quella inventiva nel tessile si è spenta e la famiglia Benetton, come altre famiglie industriali italiane, ha trasferito i suoi investimenti nel settore dei servizi che, pur essendo importanti nella nostra economia, sono legati allo Stato e alle tariffe pubbliche concordate; un fare azienda in modo diverso non più basato sul principio della concorrenza e dell’innovazione. Con queste scelte si è passati da un’economia reale forte e dinamica a un’economia dove l’intermediazione finanziaria ha la necessità di trovare delle intese con lo Stato e con altri Stati cambiando la natura di queste forze imprenditoriali. A tutto questo si aggiungano le privatizzazioni che lo Stato italiano è stato costretto a fare per entrare nell’euro. In quel momento Autostrade fu messa sul mercato con un’asta pubblica che fu aggiudicata ai Benetton per 8,4 miliardi di euro. Con quel passo è iniziato lo spostamento degli interessi dell’azienda non solo verso autostrade, ma anche traffico aereo con l’aeroporto di Roma, compagnie aeree (come quella spagnola), scali in Costa Azzurra, rete ferroviaria in Patagonia, l’Azienda Agricola a Maccarese di circa 4.500 ettari ( nata negli anni ’30, poi ceduta alla Banca Commerciale Italiana poi all’IRI, infine acquistata nel 1998 dalla Holding del Gruppo Benetton nell’ambito del programma di privatizzazioni avviate dal Governo). Se pensiamo alle immagini pubblicitarie della Benetton alcuni hanno interpretato il messaggio come apertura al diverso e altri come la faccia buona di una globalizzazione in realtà feroce che delocalizza ed emargina. Difficile tenere insieme queste anime. Da un lato c’è da dire che i quattro fratelli Benetton hanno fatto storia nel “self made man“, hanno fondato la holding “Edizioni” che si colloca, in termini di ricavi, immediatamente alle spalle dell’Eni, il colosso semipubblico nel settore energetico, quasi affiancando la holding della famiglia Agnelli detentrice, fra l’altro, di quote di Fca, Telecom Italia, Finmeccanica e Edison. Hanno realizzato anche una fondazione benefica di studi e ricerche rivolgendo una particolare attenzione alle tematiche ambientali di comune interesse, ma è bene anche ricordare lo sfruttamento dei terreni in Patagonia e Cile per l’allevamento di ovini e lo scontro con le popolazioni indigene, come i mapuche del Cile di cui si è parlato all’ultimo convegno nazionale della Rete dove dalla voce di un attivista “Josè Nain Perez” abbiamo appreso le grandi difficoltà affrontate da questo popolo per affermare il proprio diritto a esistere e non essere soffocato da altre culture ma sopratutto dalle multinazionali. Delocalizzazione e finanziarizzazione sono tipiche del capitalismo italiano, molte aziende, una volta raggiunto l’apice della loro intuizione imprenditoriale e del successo, invece di perseguire gli stessi obiettivi di partenza, hanno spostato i loro investimenti in altri settori economici e in altri paesi. E’ una dinamica storica che si ripete: al momento attuale il declino di queste formule imprenditoriali che hanno rappresentato il miracolo economico non viene sostituita da altrettanta energia imprenditoriale come quella manifestata in precedenza; manca, quindi, un processo di sostituzione con un’analoga presenza di forze che vadano a rigenerare quello spazio nella concorrenza imprenditoriale che un tempo fu presidiato da imprese quali Benetton, Agnelli, Lamborghini, Ducati, Gruppo Ferretti, Zanussi, Indesit, Ginori, Poltrona Frau, Sorelle Fontana, Valentino e che ora hanno quasi tutte spostato le loro attività fuori dall’Italia. Secondo un recente studio di Confartigianato le imprese italiane delocalizzate all’estero sono oltre 6.500, con un fatturato di 217 miliardi di euro e l’impiego di circa 835 mila operai e addetti lontani dai confini italiani. Il manifatturiero, in misura maggiore rispetto ad altri settori economici, sta migrando all’estero anche per quanto riguarda gli stabilimenti produttivi. E’ allarme da parte del centro ricerche di Confindustria sul manifatturiero italiano che perde unità produttive e posti di lavoro. I vari governi che si sono succeduti negli anni hanno, a mio avviso, una grossa responsabilità politica per non essere riusciti a definire nelle privatizzazioni regole e condizioni il più possibile favorevoli al pubblico interesse come il controllo e la sicurezza di cui oggi sentiamo tanto il bisogno a partire dalle autostrade fino alla raccolta dei rifiuti; né a realizzare politiche di investimento, forse rivoluzionarie, per riportare le produzioni in Italia in barba ai fogli Excel di costi e benefici che a rigore di matematica ancora spingono per la delocalizzazione. E’ quello che hanno capito gli Stati Uniti dove il governo sta incentivando le aziende che decidono di riportare in patria le produzioni.

Rete di Padova Ottobre 2018

Trova il tempo di riflettere: è la fonte della forza.
Trova il tempo di giocare: è il segreto della giovinezza.
Trova il tempo di leggere: è la base del sapere.
Trova il tempo di essere gentile: è la strada della felicità.
Trova il tempo di sognare: è il sentiero che porta alle stelle.
Trova il tempo di amare: è la vera gioia di vivere.
Trova il tempo d’essere felice: è la musica dell’anima.
Sapienza Irlandese

Carissime/i, apriamo questa circolare con la triste notizia della morte di Riccardo Pergolis, marito di Sandra Romano, alcuni di noi sono stati al funerale e abbiamo dato l’abbraccio della nostra rete di Padova e Battaglia Terme. Vi invitiamo a leggere le numerose comunicazioni da Haiti, la Circolare Nazionale a cura della nostra rete e il breve riassunto dell’ultimo coordinamento.

Rete di Macerata Ottobre 2018

Cari amici e amiche, l’arresto di Domenico Lucano, Mimmo lo Curdo, o meglio, Mimì Capatosta, accusato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, di fraudolento affidamento del servizio di raccolta dei rifiuti a due cooperative prive dei requisiti necessari, di aver celebrato matrimoni per garantire il permesso di soggiorno ad uno o una straniera, ma allo stesso tempo protagonista di un modello di accoglienza virtuoso, come era stato descritto da tante testate giornalistiche, ha messo in crisi molti, fra cui la sottoscritta. Il tema della disobbedienza civile è stato messo al centro della discussione: “…fare del bene anche violando alcune leggi …” (parole di Lucano intercettate), e mi sembra opportuno approfondire il nostro rapporto con la giustizia e la legge. Quando si parla di “ modello Riace” si parla di un sindaco eletto tre volte dalla sua comunità nel 2004,nel 2009, nel 2014, per il quale lo stesso Gip ha rigettato le accuse di interesse personale nella gestione dell’accoglienza; c’è, però, una esplicita violazione di leggi dello Stato, ammessa dallo stesso Lucano che ha giustificato il suo comportamento definendo tali leggi “violazioni innanzi tutto di diritti umani” pertanto “da non rispettare in quanto ingiuste”, davanti alle quali è necessaria la ”disobbedienza civile”. Questo primo cittadino di un paesino calabrese di 2000 anime, è stato inserito dalla rivista Fortune fra i 50 personaggi più importanti del mondo come miglior sindaco del mondo; oggi rischia di veder falliti i suoi sforzi non solo per il comune di Riace che si stava ripopolando anche con immigrati provenienti dall’Afganistan, dalla Siria, dal Kurdistan e da tanti altri paesi africani (circa 450 tra rifugiati e immigrati nel corso degli anni si sono stabiliti a Riace, rivitalizzando il paese e consentendo di evitare la chiusura della scuola), ma anche per tutte le persone lì accolte che si troveranno da regolari a irregolari a causa del decreto sicurezza approvato qualche giorno fa dal Consiglio dei ministri. E’ stata minata, inoltre, la possibilità di applicare il modello Riace da altre parti e, quindi, di realizzare una convivenza pacifica fra italiani e immigrati, con l’unico modo possibile per ottenere la sicurezza sociale: mettere tutti in regola, quindi responsabili delle proprie azioni. Il tema gigantesco della disobbedienza civile riguarda le leggi morali, quindi non scritte che vanno oltre le leggi positive scritte, a cui si ricorre in momenti storici in cui vengono meno valori fondamentali del vivere insieme, come la libertà o la vita; mi domando come la mettiamo con gli italiani che aiutarono gli ebrei e i partigiani a sfuggire alle rappresaglie nazi-fasciste? non furono forse disobbedienti per umanità, giudicando quelle leggi ingiuste? Come mai Lucano non ha ricevuto un’avviso di garanzia invece degli arresti domiciliari che vengono comminati per aver commesso un reato grave o il tentativo di manipolare le prove? E se il sistema di accoglienza creato a Riace funzionasse, se dimostrasse che sono le regole a creare disfunzioni nell’accoglienza? e quando la Lega istigava alla disobbedienza fiscale? “La legge nasce per difendere il più debole e non per sancire i diritti del più forte a due condizioni: che la coscienza sia retta e che si sia disposti a pagare di persona la propria disobbedienza” (don Milani). Mi pare proprio questo il caso. Forse dovremmo ammettere che abbiamo bisogno del lavoro degli immigrati oltre a quello dei nostri giovani, il nostro appennino e con esso buona parte del sud è desertificato per spopolamento e abbandoni; non dimentichiamo che Domenico Lucano partì con il suo progetto nel ’99 ottenendo un prestito da Banca Etica per realizzare un turismo solidale nel tentativo di tenere vivo il suo paese; in questo progetto fu sostenuto dalla Rete dei Comuni Solidali, solo dopo arrivarono i contributi dello Stato. I dati ci dicono che in Calabria sono a rischio estinzione 150 comuni, purtroppo non sono diverse le condizioni della Basilicata o dell’Abruzzo. I giuristi danno torto a Lucano perché ha infranto la legge, io so che avrei agito come lui in quanto condivido il pensiero di Bertold Brecht: “i posti dalla parte della ragione erano occupati, così ci sedemmo dalla parte del torto”. Oltre 17.000 sono le vittime delle migrazioni dal gennaio 2014 al settembre scorso. Se entrassimo nell’ordine delle idee che l’immigrazione è da intendersi come risorsa riporteremmo il dibattito sul piano della realtà poiché quello che è avvenuto nel nostro paese è stato un racconto sempre in grigio, scuro , sull’invasione, mentre intendendo l’immigrazione come risorsa sarebbero evidenti alcune pratiche dell’accoglienza che pur rispettando i diritti dei migranti tutelano le comunità, si fanno carico delle paure , riattivano economie locali, ribaltando il paradigma che normalmente viene utilizzato su questo tema. La notizia di oggi è che a Lucano sono stati revocati gli arresti domiciliari ma è una vittoria a metà perché è stato sospeso da sindaco con il divieto di dimora, quindi deve lasciare il comune di Riace. Questo provvedimento cautelare mi pare ancora peggiore rispetto all’altro. E’ STATO MESSO AL CONFINO COME I MAFIOSI!

Rete di Quarrata – Lettera Ottobre-Novembre 2018

Carissima, carissimo,
le giuste lotte per l’emancipazione e la giustizia sociale che sono sfociate nelle rivoluzioni hanno sì provocato la caduta dei leader politici o di cambi di regime, ma non hanno trasformato l’animo umano in maniera radicale. È tempo della rivoluzione della compassione. La compassione infatti è vitale. Viene erroneamente paragonata a un nobile ideale, a un sentimento elevato. Si cresce in società così materialistiche e individualiste che mostrare compassione può sembrare un segno di debolezza, E questo vuol dire dimenticare che la compassione è prima di tutto l’energia positiva che sostiene la vita. Guardando oggi alle nostre vite, esorto ad osservare come l’egoismo chiuda tutte le porte, mentre l’altruismo le dischiude. La filosofia, l’ideologia, la politica e la teoria economica occidentali hanno diffuso la convinzione che la competizione, alimentata dalla rivalità, dall’invidia, dalla gelosia e dal risentimento conferiscano creatività e dinamismo alla società. Il Novecento ha esacerbato la competizione distruttiva, in una convivenza segnata da mutua indifferenza e chiusura. Alcune mattine fa sono andato al palazzetto dello sport ad ascoltare l’ex giudice Giancarlo Caselli che si è intrattenuto con i giovani delle scuole superiori sulla legalità a partire dalle mafie che controllano varie filiere alimentari. Eravamo arrivati tutti a piedi. Al termine abbiamo fatto la strada inversa insieme ad alcuni amici. Dopo aver fatto defluire un migliaio di giovani presenti, con stupore abbiamo iniziato a trovare per strada mozziconi di sigarette, pacchetti vuoti di sigarette, contenitori di Esta té con relativa cannuccia e fogli di carta appallata. Ho scritto ciò per tracciare le abitudini dei giovani d’oggi, (chiaro che non sono tutti così e non molto diversi da quelle dei giovani di ieri) ma non è questo l’obiettivo della mia riflessione. Quello che mi preme rilevare è la mancata educazione alla legalità che, al di là dei grandi proclami, dovrebbe nutrirsi di piccole cose, di azioni quotidiane che, anche se apparentemente insignificanti in sé, contribuiscono a cambiare il nostro approccio al mondo e a renderlo migliore. In questi giorni papa Francesco sta incontrando i giovani in Vaticano gli sta ricordando con forza che non sono venuti al mondo per vegetare, per passarsela comodamente, per fare della vita un divano che gli addormenti; al contrario, sono venuti al mondo per un’altra cosa, per lasciare la loro impronta, per essere creativi, trasgressivi, insoddisfatti e solidali. Che scegliere la comodità, fa confondere la felicità con il consumare, è qui che inizia la loro perdita di libertà, perché è il sistema che non vuole che siano liberi. Oggi noi adulti abbiamo bisogno abbiamo bisogno dei giovani, per insegnarci a convivere nella diversità, nel dialogo, nel condividere la multiculturalità non come una minaccia ma come una opportunità. Abbiate il coraggio di insegnarci che è più facile costruire ponti che innalzare i muri. Che siate voi i nostri accusatori, che siamo noi a creare muri, a creare inimicizie, a creare guerre. Munitevi di coraggio e iniziate ad essere attori politici, persone che pensano, animatori e agitatori sociali. Tutto ciò è politica, ma la politica non è tutto. Dipende da come viene esercitata. Senza utopia la politica si riduce a un mero gioco di potere in funzioni delle ambizioni personali e degli interessi corporativi. Oggi sta emergendo sempre con più forza il virus dell’ignoranza, che porta con se due compari altrettanto pericolosi e invadenti: la violenza e la menzogna. Ne vediamo ogni giorni i frutti, nella vita quotidiana come nell’attualità politica. Sono virus tanto più insidiosi e pericolosi perché si instillano a piccole dosi e sono veicolati spesso dalla retorica, dal pensiero dominante. In buona sostanza non se ne parla, ovvero la retorica dominante non ha interesse a parlarne e allora possono agire indisturbati. Ovviamente a questi virus che si propagano sul registro delle idee, dell’etica e della cultura, i più esposti sono le persone semplici, i poveri, quelli emarginati che il sistema attuale tende a moltiplicare. Lo vediamo molto bene a proposito delle indecorose gazzarre a sfondo fascista delle ultime settimane, su cui è giusto intervenire e ribellarsi con grande fermezza. Ma all’interno di un quadro coerente, che non può che essere anche un esame di coscienza, che guardi alle cause di questi fenomeni.
C’é una emergenza ignoranza che non si può risolvere scaricandola sulle inadempienze di un sistema scolastico e formativo soggetto da decenni alle più varie intrusioni, ad una sistematica delegittimazione, senza un adeguato piano di investimenti in risorse umane e strutturali. Le gazzarre fasciste per l’Italia ricordano il fascismo vero, quello di un secolo fa che non può certo ritornare come tale, si era nutrito proprio di questo. Servono, dunque, anticorpi. Ma siamo in grado di produrli? E poi, di diffonderli in modo che agiscano con efficacia? Rispondere a questi interrogativi forti non è facile, comporta che ciascuno, a partire dalle élite, si assuma le proprie responsabilità. Ma se non cominciamo a dire queste cose con franchezza e così sviluppare un vero dibattito civile, ci limiteremo come sempre, alla pur sacrosanta indignazione del momento, che non impedisce ai processi di svilupparsi, mentre ciascuna parte si limita a tutelari i propri interessi, a partire da quelli elettorali. Il 18 ottobre si è celebrata la “Giornata mondiale dell’alimentazione” che quest’anno si collega al 70esimo anniversario della dell’adozione della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, il 10 dicembre 1948, e il 70esimo anniversario della Costituzione italiana, che al suo articolo 3 afferma: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. I dati richiamati dall’amico (padre del progetto Fame Zero in Brasile) direttore generale della FAO, sono drammatici: la fame è tornata a crescere negli ultimi per il terzo anno consecutivo arrivando a 821 milioni le persone nel mondo che soffrono la fame, di cui 7.000 bambini muoiono ogni giorno di fame. Mentre sono 150 milioni i bambini in età scolare che hanno ritardi cognitivi e della crescita dovuti alla malnutrizione, mentre il 33% delle donne in età riproduttiva soffrono per la scarsità di cibo ecc… Questi non sono numeri, sono bambine, bambini, donne e uomini in carne ed ossa che chiedono di poter fare parte della Famiglia Umana. Pensiamo a cosa perdiamo in scienza, in poesia, in letteratura in relazioni ecc… lasciandoli morire. In ognuno di loro dentro c’era un progetto, una speranza, una forza, un desiderio. L’idea di “aiutarli a casa loro” era di Renzi come oggi è di Salvini, ma era principalmente della FAO e del vertice mondiale dell’alimentazione che nel 1996 aveva stabilito che ogni Paese dovesse destinare la quota dell’1% del proprio PIL agli aiuti ai Paesi poveri (impoveriti) e aveva perfino coltivato il sogno di dimezzare la fame nel mondo entro il 2015: ma povertà e fame sono aumentati e verso i poveri del Sud sono cadute a sfamare e illudere i poveri solo le briciole, quelle che il ricco epulone faceva cadere dalla propria lauta mensa e che Lazzaro condivideva con i cani. L’Italia non è mai riuscita a dare più dello 0,2%. Una vergogna!
Ad ognuno la propria risposta.
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Domenica 28 ottobre si è svolto il ballottaggio per le presidenziali in Brasile, ha vinto, ahimè, Jair BOLSONARO, un incapace e stolto deputato, ex militare che ha urlato ai venti le sue cattiverie, contro i gay, le donne, gli indios, i negri, gli abitanti del nord-est, che ha impostato una campagna intollerante basata sulla paura. E’ fuggito da qualsiasi dibattito pubblico, conscio della sua incapacità e inconsistenza politica, ha difeso la dittatura, affermando che se fosse stata seria, Dilma non sarebbe mai potuta diventare presidente, perché dovevano farla fuori insieme a tutti gli altri prigionieri politici, ha difeso la violenza della polizia, lo scorso anno ci sono stati quasi 70.000 omicidi, ha elogiato il ritorno alla tortura. Si è sciacquato continuamente la bocca con la parola Dio, lui che ha fatto campagna elettorale insieme alla “Bancada Evangelica”. In Parlamento dopo che una deputata del Partito dei lavoratori aveva fatto il suo intervento, si è alzato in piedi apostrofandola “non ti stupro perché non lo meriti”. Questo è il nuovo presidente! Continua la vergogna: venerdì mattina 2 novembre, il giudice Sergio MORO, che ha inquisito, condannato e imprigionato Lula senza nessuna prova, si è presentato a casa del presidente eletto Bolsonaro accettando di fare il Ministro della Giustizia, della Sicurezza e della Corruzione, con l’impegno che ogni poliziotto che uccide qualcuno nella strada non deve essere giudicato ma “premiato”. Quando aveva inquisito Lula, erano uscite sue interviste con titoli cubitali sui giornali, dove affermava che lui mai sarebbe entrato in “politica”. Adesso che il suo gioco sporco ha portato i suoi frutti: non avere permesso a Lula di candidarsi, cadono la sua maschera e la sua ipocrisia. Adesso urge la costituzione di un fronte amplio di resistenza contro questo nuovo presidente e contro il governo. Da parte nostra deve essere forte la volontà e la capacità di sostenere i movimenti popolare e le nuove iniziative che si stanno già mettendo in pratica, penso alla scuola di “Fede e Politica” per giovani dai 18 ai 18 anni messa su da Frei Betto, Leonardo Boff, Plinio Arruda Sampaio, Marcelo Barros e molti altri sociologi, pedagogisti e intellettuali, al fine di formare una nuova classe politica. E’ uscito in questi giorni un libro di Frei Betto che tratta di questo da noi edito, potete richiedercelo.
Antonio

Rete di Padova Agosto-Settembre 2018

Non dire mai una parola
che non sia d’amore
(manifesto delle donne)

Le nostre lettere iniziano quasi sempre con, carissime/i oppure ciao a tutti. Questa volta incominciamo con: un saluto a tutte/i. Dopo un agosto molto caldo, non solo meteorologicamente, arriva il mese di settembre dai caldi colori. Le notizie, dopo due mesi di silenzi sono tante. Haiti ci riporta dentro alle difficoltà della faticosa vita di tutti i giorni. Da quanto il “Diario” ci ha raccontato, il nostro legame continua con la proposta di un impegno straordinario del “Diritto allo studio”, di cui trovate informazioni nell’ultima pagina. Fabiano, per “rinfrescarsi” un po’, è andato in Ciad – Africa a trovare il comboniano padre Filippo Ivardi e ha avuto l’occasione di parlare di padre Ezechiele anche in quelle terre.