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Un fiore selvaggio riesce sempre a sopravvivere,
perché ai fiori selvaggi non importa dove crescono.
DOLLY PARTON

Un saluto a tutti e, buon mese di maggio…votazione europee permettendo. Si diceva “marzo pazzerello, guarda il sole e prendi l’ombrello”, adesso, questo proverbio vale per tutta la primavera. Ci siamo incontrati domenica 28/4 a casa di Nicoletta e Riccardo (azienda agricola Dofinè) per ricordare Dadoue. Il brutto tempo non ci ha impedito di passare una giornata di ricordi e di amicizia. Ricordare Dadoue significa parlare anche del nostro impegno verso i nostri amici in Haiti. I progetti continuano e, le tante corrispondenze ci aiutano reciprocamente. Le notizie haitiane che seguono sono il segno di questa amicizia. Il 24 aprile di 9 anni fa a Cité Soleil, periferia di Port-au-Prince, veniva assassinata Dadoue Printemps, fondatrice e animatrice della FDDPA (Forza per la difesa dei diritti dei contadini haitiani) e delle scuole per i figli dei contadini che vivono sulla montagna ad Haiti. La sua morte aveva gettato nello sconforto quante e quanti in lei avevano trovato una guida, una maestra, una sorella. Sono passati anni e – con grande umiltà e consapevolezza delle difficoltà da affrontare – Jean, Martine si sono assunti il compito di proseguire il lavoro di Dadoue.
Ecco cosa ci scrivono:

Buon giorno Tita, oggi i membri della FDDPA celebrano una giornata speciale dedicata a Dadoue, in particolare nelle scuole dell’associazione coscentizzando i giovani sul lavoro e il sogno di Dadoue. E’ una giornata in cui gli insegnanti si incaricheranno di fare questo lavoro di riconoscimento. E sabato 27 ci sarà a Dofiné un grande raduno a cui parteciperanno i membri di tutte le località per riflettere insieme. Io parto venerdì per Dofiné. Ti informeremo di tutto quanto accadrà. Abbracci, ciao ciao, saluta tutti. Jean
24 Aprile 2010 – 24 Aprile 2019. Sono passati 9 anni da quando proviamo a continuare a lottare, proviamo a realizzare l’ultimo sogno della nostra cara Dadoue. Grazie a voi Tita, alla RETE, e a tutti le/i amici che amavano e accompagnavano Dadoue, non riusciamo a sopravvivere. E noi, i/le contadini non cesseremo mai di dirvi «Chapeau!!! ». C’è un proverbio che dice che è nell’avversità che si riconoscono i/le veri amici. Chapeau a voi!!! Noi sicuramente avanziamo. E tutto ciò ci incoraggia. Martine

… da Willot
Salve Tita, come stai tu e tutti i membri della tua famiglia? Molte grazie per questa canzone di Victor Jara, in occasione dell’anniversario del decesso della nostra cara Dadoue. Questa canzone ci fa pensare anche alla madre di Benedetta e alla nostra amata Gianna. Tutte queste persone ci hanno lasciato fisicamente ma noi sappiamo che loro sono sempre tra noi. Ad Haiti, la crisi continua con un governo di incompetenti e corrotti sostenuto apertamente dagli Stati Uniti. Per quanto riguarda la FDDPA, tutto procede bene. Entro la fine di questa settimana, ti invierò le foto della costruzione della piccola scuola dei bambini di Gianna a Fondol. Invio i miei calorosi saluti a te, François, Brunia, Benoit e la sua famiglia. Cordialmente, Willot

Salve Tita, ho appena verificato in banca stamattina. Il denaro è arrivato e siamo ancora una volta molto contenti di poter beneficiare di questa solidarietà del gruppo di Chiarano…. Noi scriveremo loro inviando la ricevuta e per esprimere la nostra gratitudine. Grazie a te e al gruppo di Padova che lavora senza sosta per la causa degli oppressi. Grazie ancora.

Ti informo che abbiamo ricevuto in due occasioni la visita di due persone che fanno parte della Caritas Svizzera raccomandate da Anna. Volevano conoscere il nostro modello per poter lavorare con i contadini del sud, la zona dove operano. Sembravano molto soddisfatti di questa visita di conoscenza. Hanno manifestato l’intenzione di collaborare con noi. Uno di loro è italiano, l’altro cileno. Ancora grazie Tita per il tempo di cui ti priviamo. Ciao, ciao… Abrazo fuerte…

Carissima, carissimo,
in ottobre si terrà il Sinodo straordinario Pan amazzonico che coinvolge 10 Paesi ed occupa il 43% della superficie del Sudamerica, dove sono presenti 390 etnie, 127 delle quali vivono in isolamento o non sono mai venute a contatto con altre popolazioni. L’attuale governo brasiliano vuole iniziare a sfruttare l’Amazzonia in modo sistematico, lo dimostra la non ultima proposta di legge che apriva alla attività estrattiva per varie compagnie straniere ben 46.000 Kmq di foresta amazzonica, proposta momentaneamente ritirata dopo varie manifestazioni nazionali e internazionali. Cosa ancor più grave è stata la scoperta che i servizi segreti brasiliani, teneva sotto controllo cardinali, vescovi, sacerdoti e i laici che periodicamente si riuniscono per preparare il documento su cui discutere al Sinodo di ottobre a Roma. Ciò ha sollevato critiche anche di una gran parte della Chiesa, che a tutt’oggi era stata silente se non connivente con l’elezione del presidente Bolsonaro. Lunedì 6 maggio scorso ad Aparecida è stato letto il nuovo presidente della CNBB (conferenza dei vescovi brasiliani) la seconda al mondo per numero, è stato eletto Dom Walmor Oliveira de Azevedo, arcivescovo di Belo Horizonte (Minas Gerais). L’assemblea ha eletto anche i due vicepresidenti: dom Jaime Spengler, arcivescovo di Porto Alegre (Rio Grande do Sul) e dom Mário Antonio Silva, vescovo di Roraima. I tre vescovi sono espressioni di tre diverse zone dell’immenso Paese sudamericano: il centro di Belo Horizonte, il profondo sud di Porto Alegre (roccaforte del presidente Bolsonaro), il nord amazzonico. Martedì 7 c’è stata una reazione della parte conservatrice dei vescovi che ha portato all’elezione di Joel Portella, ausiliare di Rio de Janeiro, a segretario della CNNB. Il nuovo presidente, che succede al cardinale Sergio da Rocha, arcivescovo di Brasilia, ha 65 anni. Nato a Côcos (Bahia), ha conseguito la licenza in teologia biblica alla Pontificia Università Gregoriana. Negli ultimi anni ha più volte alzato la sua voce contro lo sfruttamento delle risorse minerarie e nella sua diocesi sono accadute le tragedie più grandi causate dalla rottura di dighe nelle miniere: a Mariana, tre anni fa, e a Brumadinho, nel gennaio scorso. In quest’ultima occasione, di fronte al crollo della diga che ha causato circa 300 vittime, dom Oliveira de Azevedo, aveva detto: “Servono cambiamenti profondi, sia a livello legislativo, sia a livello di cultura e mentalità, va promosso lo sviluppo integrale della persona”. La nuova CNBB ha denunciato con forza la legge che istituisce il foro privilegiato, che dava il via a due giustizie, una per le autorità (garantendo loro l’impunità) e l’altra per i cittadini comuni, sulla riforma della previdenza, che non esentava dal contributo le istituzioni filantropiche, sulla riforma della previdenza, che privava della protezione le persone maggiormente esposte alla vulnerabilità sociale, mantenendo inalterata quella per i militari. Ne è seguita la lettera del vescovo di Volta Redonda, Francesco Biasin. Una lettera “forte” che sintetizzata tutte le aree del malessere. La lettera denunciava con decisione l’ingiustizia di far ricadere sui lavoratori e sui poveri le conseguenze di una cattiva gestione delle risorse, tutelando gli interessi del grande capitale e imponendo ai poveri enormi sacrifici. Si contestava la ventilata riforma delle scuole superiori, l’abbassamento dell’età penale per poter condannare gli adolescenti, le conseguenze disastrose per le classi più povere se fosse passata la riforma della previdenza, la cancellazione dei diritti dei lavoratori. E ancora: leggi che intaccavano la famiglia, la dignità dei nascituri, l’identità sessuale delle persone. E tutto ciò in un contesto in cui aumenta il traffico di droga, si allarga la disoccupazione, aumentano la fame e la disperazione, mentre 85 vescovi hanno finora hanno reso pubblico il loro appoggio allo sciopero generale di alcuni giorni fa riguardante le modifiche delle pensioni e della sicurezza sociale. Noi cosa possiamo fare oltre ad aiutare la gente a non perdere la speranza? Aiutarli a credere nella Comunità, nei piccolo gruppi dove ci si può incontrare, riflettere e conoscersi meglio e sostenere con il nostro aiuto le loro nuove battaglie.
Antonio

“Ponti e non muri. Restiamo umani”

Quello che oggi noi viviamo come un fenomeno del nostro tempo, l’ “Immigrazione”, in realtà è un tema antichissimo, che attraversa tutta la storia dell’umanità. Da sempre i popoli si sono mossi, spinti dalla necessità vitale di sopravvivere a condizioni economiche estreme o alla guerra. Ma anche spinti semplicemente dalla sete di conoscenza. A volte anche dalla sete di rapina di risorse economiche ed umane (pensiamo al colonialismo in africa, alla conquista dell’America, allo schiavismo ecc..). Interi popoli si sono formati dall’incrocio con altri: non ultimo noi siciliani, nelle cui vene scorre sangue greco, cartaginese, arabo, spagnolo, tedesco, inglese, francese…. Da sempre il rapporto con lo straniero ha avuto un duplice aspetto: da una parte la curiosità e l’accoglienza, dall’altra la paura di essere invasi e di perdere la propria identità e la propria storia. In questo momento, non vogliamo parlare delle paure indotte ad arte (di cui abbiamo parlato nelle precedenti lettere), ma dello stato d’animo di chi si trova a convivere nello stesso spazio con chi porta modi di essere, culture ed usanze molto diverse.. Anselm Grun, monaco e psicoterapeuta tedesco, nel suo libro “Ero straniero e mi avete accolto” (2017-ed. Messaggero Padova) affronta l’argomento partendo proprio dalle paure dello straniero, che egli dice sono spesso la proiezione della propria “ombra”, che bisogna interrogarre. La diffidenza ed il timore sono legittimi e non vanno repressi in nome di un moralistico obbligo di accoglienza, che non funziona. Se ne deve poter parlare tranquillamente, senza giudicare. Ma attraverso la Storia apprenderemo che la presenza dello straniero può essere una buona opportunità di rinnovamento e di nuove conoscenze. Perché questo sia possibile occorre incontrarsi, conoscersi, dialogare. Occorre rafforzare la propria identità ma non per difendersi ma per incontrare lo straniero nel rispetto e nell’arricchimento reciproco. Ci viene in mente anche Alexander Langer, grande ecologista scomparso anni fa, che diceva come culture diverse non devono mescolarsi per dare origine ad un sincretismo amorfo, ma ciascuna deve potere avere spazi propri in cui poter esplicitarsi liberamente e spazi comuni in cui incontrarsi. Ma ciò implica che ci siano persone che da una parte e dall’altra siano disponibili a svolgere un ruolo di mediazione. occorrono “Costruttori di ponti”.
VI ASPETTIAMO AL NOSTRO PROSSIMO INCONTRO! Sabato 6 Aprile 2019 ore 18:30 contrada Tilibelli (casa di Giuseppe e M Rita Tel 329-4440024)
Parteciperanno all’incontro Papi e Jori, due giovani immigrati senegalesi.che ci racconteranno tutto quello che hanno dovuto affrontare per arrivare in Italia e, come in Febbraio Placida e Lorenzo, ci parleranno di come, da giovani, africani e musulmani, vivono questo tempo: le difficoltà, le attese, le speranze. Li accompagnerà Don Carlo D’Antona, parroco siracusano di frontiera, da tanti anni dedito all’accoglienza degli immigrati ed alla difesa dei loro diritti. Continueremo con una cena conviviale, a cui ciascuno può contribuire portando qualcosa di pronto da condividere. Chi fa parte della Rete Radié Resch o chiunque vuole, potrà fare la propria autotassazione per sostenere il progetto di solidarietà in Argentina a favore delle comunità indigene Piloga’ dicui la nostra rete locale é referente.

Resoconto della raccolta di Febbraio
Durante l’incontro di Febbraio abbiamo raccolto € 190,00, inviati al Tesoriere per il progetto Eduposan in favore della comunità indigena “Pilogà” di S. Martin (Prov. di Formosa). Il progetto riguarda un aiuto in termini di formazione dei capifamiglia per l’allevamento di animali e per i giovani indigeni nell’organizzazione di piccole fiere locali. Ad essi abbiamo aggiunto € 50,00 unendoci alla raccolta straordinaria della rete di Brescia, per le comunità Mapuche cilene, flagellate da devastanti incendi. Intere comunità sono finite in cenere e tanta gente non ha più di che mangiare per sé e per gli animali. Sono stati raccolti ed inviati circa 6.000 euro.

per il Gruppo locale
cari saluti
Maria Rita Vella

Carissima, carissimo,
al tempo di Gesù, la questione della democrazia era già stata posta, però in una regione molto lontana dalla Palestina: la Grecia. Dominata dall’Impero Romano, la Palestina era governata da uomini nominati o approvati da Roma, il re Erode, il governatore Ponzio Pilato e il sommo sacerdote Caifa. Gesù impresse un’ottica diversa al potere. Per lui non era una funzione di comando, ma di servizio, lo dimostrò rapidamente quando affermò che il Figlio dell’Uomo non è venuto per essere servito ma per servire e si è inginocchiato per lavare i piedi ai suoi discepoli. Cos’è che portò Gesù a rovesciare l’ottica del potere, è la domanda che dobbiamo farci: a cosa deve servire il potere in una società diseguale e ingiusta? Alla liberazione dei poveri -risponde- alla cura degli ammalati, all’accoglienza degli esclusi. Questo è il compito per eccellenza dei potenti: liberare l’oppresso, incoraggiarlo, fare in modo che anche lui acquisti potere. Per questo i poveri sono “beati”. Per questo molti si attaccano al potere, perché diviene il desiderabile possibile. Conferisce capacità da attrarre su di lui venerazione, invidia, sottomissione e applausi. Perché il potente non si lasci ubriacare dalla carica che occupa, Gesù propone che egli osi sottomettersi alla critica dei suoi subalterni, Chi di noi è capace di fare questo? Quale è il parroco che si informa o sollecita i suoi parrocchiani ad entrare in dialogo e farsi dire con serenità cosa pensano di lui? Quale politico chiede ai suoi elettori che lo critichino? Gesù non ebbe paura di chiedere ai discepoli cosa pensavano di lui e, come se non bastasse, chiese anche che cosa pensava di lui il popolo (Mt 16,13-20). La questione del potere è il cuore della democrazia, parola che significa, come ci ricordava nelle scorse settimane Aleida Guevara la figlia del Che, durante il suo tour in Italia, “governo del popolo per il popolo”. Tuttavia, resta ancora, nella maggioranza dei paesi, ad uno stato meramente rappresentativo. Per diventare partecipativa, la democrazia deve essere espressione del rafforzamento dei Movimenti popolari. Il potere di una classe dominante non commette abusi nella misura in cui si confronta con un altro potere: quello del popolo organizzato. Questa è la condizione che fa si che la democrazia fondi la libertà individuale e i diritti umani nella giustizia sociale e nell’equità economica. E’ falsa quella democrazia che concede a tutti libertà virtuale ed esclude la maggioranza dai beni economici essenziali, come l’accesso all’alimentazione, alla salute, all’educazione, alla casa, al lavoro, alla cultura e allo svago. Gesù non ha formulato una proposta di società, se non per la strada opposta, criticando il modello predominante in Palestina, dove la ricchezza dei pochi era il frutto della povertà dei molti. Per questo si mise a lato dei poveri e sostenne i loro diritti: “Sono venuto perché tutti abbiano vita e vita in abbondanza” (Gv 10, 10). Questo è il criterio per capire se una società è o non è giusta, il diritto di tutti alla vita piena, non del “prima gli italiani”. Poiché la vita è il maggior dono che ognuno di noi riceve. Oggi, tanta gente di buona volontà, è un po’ presa dalla paura, che è la predica usuale dei populismi. Si semina paura e poi si prendono delle decisioni. La paura è l’inizio delle dittature. Seminare paura è fare una raccolta di crudeltà, di chiusure e anche di sterilità. Pensate alla mancanza di memoria storica: l’Europa è stata fatta da migrazioni e questa è la sua ricchezza. Ma Se l’Europa così generosa vende le armi allo Yemen per ammazzare dei bambini come fa l’Europa a essere coerente?. È vero, che un Paese non può ricevere tutti, ma c’è tutta l’Europa per distribuire i migranti. Se un Paese non può integrare deve pensare subito a parlare con altri Paesi. Ci vuole generosità, con la paura non andremo avanti, con i muri rimarremo chiusi in questi muri. Infine, perché non ci interpelliamo sui meccanismi che determinano la fuga dai loro Paesi, chi è che gestisce le loro politiche, le loro classi dirigenti, chi è che sfrutta e guadagna sulle loro materie prime? Solo iniziando ad approfondire ciò potremmo capire che ancora una volta siamo noi che gli creiamo le condizioni di non poter vivere nelle loro amate terre! Di fronte a tutto ciò si comprende che la solidarietà da sola non è sufficiente ma urge che la politica cambi la sua visione e la sua azione. le migrazioni sono unicamente la conseguenza di un sistema che ha depredato i Sud del mondo. I loro arrivi sono unicamente deportazioni indotte dalle nostre politiche scellerate tese a far si che i ricchi siano sempre più ricchi e i poveri sempre più impoveriti. Di fronte a tutto ciò la propaganda del ministro Salvini cerca di trasformare le vittime in colpevoli. Ciò è inaccettabile! Basta con la politica della Paura. Tra poco è Pasqua, anche noi abbiamo bisogno di una parola che ci scaldi il cuore, di un brivido sulla pelle, noi che quotidianamente siamo mendicanti di luce, abbiamo bisogno di piangere lacrime innamorate che portino tutti a sentirsi umani. Per dire con forza che non abbiamo bisogno di cose morte che non portano tenerezza e dolcezza al nostro cuore, ma che abbiamo bisogno di sentirci vivi, liberi dalla stanchezza per rimettersi in cammino. Abbiamo bisogno di sentirci chiamare per nome, e in quel nome riconoscersi, per una vita piena, non di affanni, non di fretta e oppressioni, ma di dolcezza. La dolcezza che ci chiama, che ci sussurra che ogni giorno è una novità, un cambiamento, ma soprattutto il sorgere di una nuova vita. Questo è il mio augurio.
Antonio

“La cultura è l’unico bene dell’umanità che, diviso fra tutti, anziché diminuire diventa più grande” ( Hans Georg Gadamer)

La lezione di Greta

Giovani e futuro sono sinonimi. Il futuro in primo luogo, biologicamente, appartiene a loro. Da sempre. In un pianeta, però, meno ricco di risorse e con problemi nuovi, questa relazione è diventata meno scontata. Il futuro, almeno come lo abbiamo conosciuto nella seconda parte del XX secolo, quando era ovvio che le nuove generazioni avrebbero avuto una qualità della vita migliore delle precedenti (almeno per molti e in occidente) è un concetto che semplicemente non esiste più. Per i ragazzi attivarsi per il cambiamento è diventata oggi una priorità. Una domanda ricorrente: Perché studiare per un futuro, quando non ci sarà un futuro? In questo senso una storia interessante è quella di Greta Thunberg, la ragazzina svedese di 15 anni che ha scelto di scioperare dalle lezioni e sedersi sotto il Parlamento per costringere i politici ad agire sul cambiamento climatico. Anche lei, come migliaia di suoi concittadini, ha visto questa estate bruciare in Svezia ettari di foreste: centinaia di alberi e terreni aridi trasformati in muri di fuoco anche a causa del riscaldamento globale. Greta è stata capace di dare corpo alla sua protesta dall’agosto 2018, grazie al climate strike, lo sciopero per il climate change. La sua azione ha attirato l’attenzione non solo di altri giovani ma di un’ampia comunità consapevole dell’urgenza del problema. Greta ha poi fatto sentire la sua voce a COP24, la conferenza delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico che si è svolta a Katowice in Polonia. Ha inventato l’iniziativa “Venerdì per il futuro”che il 15 marzo 2019 ha coinvolto i giovani di 1659 piazze sparse in 105 paesi del mondo. Uno sciopero scolastico in nome della scienza. Un’altra domanda ricorrente: Il modo in cui i grandi organizzano il futuro è affare loro o soprattutto di chi quel futuro lo vivrà? Per ricordarcelo serviva una ragazzina bionda con un cartello in mano, che non ha mai smesso di crederci. La studentessa, che il Time ha inserito nella lista delle teenager più influenti al mondo, ha impartito una lezione ai potenti del mondo. I giovani con la loro energia e la loro creatività saranno i veri agenti del cambiamento. Saranno loro a raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile e a costruire un futuro migliore per l’uomo e l’ambiente. . Con questa protesta i ragazzi non solo chiedono la riduzione delle emissioni dei gas serra nel rispetto degli accordi di Parigi del 2015, ma anche l’adozione di nuove politiche ambientali per evitare quello che oggi appare come un destino già scritto. Lo slogan più utilizzato: “Perché gli adulti che tra quaranta/cinquanta anni non ci saranno più possono permettersi di distruggere il futuro delle nuove generazioni? “In poche settimane migliaia di ragazzi e ragazze dalla Svezia all’Australia hanno quindi aderito ai Fridays for Future disertando le aule per invadere le strade e manifestare contro decenni di inquinamento che hanno innalzato sensibilmente le temperature globali, sfalzato l’equilibrio di interi ecosistemi e innescato il veloce scioglimento dei grandi ghiacciai antartici. Greta è in visita in Italia, venerdì 19 aprile a Roma a Piazza del Popolo ha manifestato con i ragazzi di FridayForFuture, in vista della Giornata mondiale della Terra del 22 aprile. Ma essere o meno dell’età di Greta, ossia dei nativi ecologici, non cambia: ci sono tante piccole azioni per contribuire al cambiamento e fare ciascuno – indirizzando i governi a fare altrettanto – la propria parte. MyClimateAction.
Ecco 10 spunti, piccolissime azioni per fare la differenza:
1) Beviamo acqua del rubinetto, aboliamo la pratica (in Italia siamo al top) di utilizzare acqua in bottiglie di plastica per uso domestico e portiamo sempre con noi una bottiglia personale continuando ad usare sempre quella. Già questo nel nostro piccolo cambierà qualcosa
2) Non sprechiamo l’acqua potabile facendo docce brevi, tenendo i rubinetti aperti solo quando occorre, usando detergenti naturali come l’aceto che non necessitano di grandi risciacqui
3) Torniamo al caro, vecchio sapone evitando così flaconi di plastica. Ora in solido si trova di tutto dallo shampoo al balsamo
4) Usiamo spazzole e spazzolini in bambù, igienico e ecologico
5) Pic-nic al parco no plastic: per le nostre gite usiamo materiale compostabile o meglio ancora lavabile. Ognuno porti il suo cestino
6) Usiamo i piedi, le bici, i mezzi pubblici. Insomma lasciamo il più possibile a casa la macchina. La mobilità sharing è in pieno sviluppo, sulle piste ciclabili invece siamo all’inizio
7) Conserviamo il cibo nel vetro e nella ceramica. Al bando pellicole e alluminio inquinanti
8) Illuminiamo in modo ragionevole con lampadine a basso consumo. Ricordiamoci poi di spegnere le luci quando lasciamo una stanza e usiamo l’aria condizionata solo se è indispensabile
9) Facciamo l’orto: un modo per aumentare la quota di cibo a km zero, il verde in città e l’attività antistress per chi lo cura. Che siano vasetti in balcone o piante in giardino, va bene tutto per cambiare rotta
10) Ricicliamo il più possibile e compriamo meno: che sia il passaggio di vestiti ad amici o parenti, che sia il corretto smaltimento dei rifiuti, che sia rinunciare all’acquisto destinato in breve al dimenticatoio, anche così facciamo azioni buone per il clima e per noi stessi.
Da insegnante tifo per Greta e per i giovani motivati al rispetto dell’ambiente, nella convinzione che loro potranno realmente contribuire al cambiamento di mentalità coinvolgendo tutti, per primi noi adulti in gran parte responsabili, più o meno consapevolmente, dei danni causati all’ambiente.

“Gli uomini saggi sono sempre veritieri sia nella loro condotta, sia nei loro discorsi.
Non dicono tutto quello che pensano, ma pensano tutto quello che dicono”.
Gotthold E. Lussing

Carissime/i, riprendiamo con la segnalazione di un articolo apparso su Avvenire dal titolo “Il mondo è ancora più disuguale”, che ci dà questa notizia: ”Da un recente studio in 13 paesi in via di sviluppo risulta che; Investimenti in istruzione e salute hanno determinato il 69% della riduzione totale delle disuguaglianze”. È una buona notizia che ci aiuta nel nostro impegno solidale con le scuole e le borse di studio in Haiti. La lettera di Jean e Martine, che segue, ci conferma la “notizia”. Con un altro articolo diamo notizia anche dei migranti haitiani nel lontano Cile che volontariamente ritornano in patria con un programma umanitario. Notizie: La “circolare nazionale” di questo mese è scritta dalla Rete di Celle-Varazze. Oltre la sintesi delle decisioni assunte dal coordinamento nazionale di fine gennaio a Roma, alleghiamo il verbale della “assemblea straordinaria dei soci” che rappresenta una novità formale del modo con cui la Rete si colloca nel panorama giuridico delle organizzazioni di solidarietà italiane.

SINTESI DELLE DECISIONI ASSUNTE DAL COORDINAMENTO
Assemblea straordinaria dei soci: vedi allegato
I seminari regionali si trasformano in un Seminario unico nazionale, indicativamente a maggio 2019, sul tema “Nuove Tecnologie e Manipolazione del Consenso”, con coinvolgimento di un gruppo di giovani su un percorso parallelo e possibilità di laboratori misti membri della Rete – giovani.
a) Si dà mandato alla Segreteria di “bloccare” una possibile sede.
b) Si decide di creare una commissione per elaborare il progetto, composta da Marco Zamberlan (che potrebbe introdurre l’argomento al seminario) Fulvio Gardumi, Giorgio Gallo, Pier Pertino e la presenza di un giovane
Progetti in discussione
MST – Scuola Florestan Fernandez – Brasile – Rete di Roma. Il Coordinamento decide di:
a) versare il contributo 2018 con modalità concordate con Benedetta Malvolti;
b) Rinnovare il progetto alle stesse condizioni per due anni, con possibilità di estenderlo al terzo anno;
c) Concordare con il comitato italiano SEM TERRA futuri contatti e collaborazioni, con possibile proposta di un viaggio giovani.
Tavus – Armenia – Rete di Quarrata: si approva come progetto straordinario, il versamento €. 1.670 per un anno, per l’acquisto di un macchinario per la produzione di miele bianco (si tratta, in realtà, del terzo anno di un progetto già approvato).
Progetto Lualaba – scuole in Congo – Rete di Mogliano Veneto: si decide di tenere in sospeso il progetto, in attesa di maggiori informazioni.
Case Verdi – Gaza – Rete di Salerno: si decide di tenere ancora in sospeso il progetto, in attesa dell’esito del viaggio a Gaza, in fase di organizzazione per questa estate.

Lettera dalla direzione di FDDPA del 18.1.2019
Cara Tita, che piacere farti ancora una volta il bilancio delle nostre spese, per darlo ai nostri amici della Rete che non cessano ormai da una ventina d’anni di cooperare con la FDDPA. Senza questa solidarietà, la FDDPA non sarebbe mai dove si trova ora. Ancora una volta, con la mia voce esprimo la gratitudine a tutte e tutti della Rete e di altri gruppi amici che non si sono mai scoraggiati continuando a darci il loro supporto e la loro solidarietà per tutti questi anni. GRAZIE E’ anche il momento per noi della FDDPA di formularvi i nostri migliori auguri per questo nuovo anno, malgrado la disperazione, l’egoismo, il razzismo e la xenofobia che continuano a caratterizzare il nostro mondo… La situazione politica resta ancora caotica, infatti le condizioni di vita sono ancora peggiori e le classi dominanti fanno di tutto per conservare i loro privilegi e mantengono la popolazione nello Statu quo. Dopo aver dilapidato il Fondo del Petro Caribe, il governo ha suscitato l’indignazione di tutta la popolazione quando ha votato la risoluzione delle Nazioni Unite che condanna la rielezione del presidente Maduro, questo stesso governo che si era felicitato con Maduro per la sua vittoria alle elezioni. L’amicizia tra Haiti e il Venezuela è storica e dura da 200 anni quando il presidente Pétion ha permesso a Bolivar, il liberatore dell’America latina di trovare armi et munizioni. Dunque, quest’anno si annuncia già nel segno della protesta e noi ci attendiamo agitazioni in tutto il paese. Le scuole funzionano tutte molto bene, e anche quest’anno abbiamo registrato l’aumento del numero degli alunni e io mi preparo a visitare Dofiné nei prossimi giorni. Abbiamo ottenuto la risposta per il progetto di mensa che Willot aveva richiesto per le scuole a una Missione Americana che si trova a Source Matlas, è stata accettata la richiesta per Fondol, si spera bene. Aspettiamo di vedere se funzionerà e poi, se tutto va bene, proveremo a fare domanda per le altre scuole. Per il progetto Gianna – come sapete – abbiamo fatto degli acquisti ed è iniziata la costruzione dell’aula che speriamo di terminare nel corso di quest’anno. Per lo spazio di Dofiné, uno degli ostacoli maggiori è la strada e il trasporto. Con la fine della stagione delle piogge, la FDDPA e altre Associazioni si sono unite per lavorare sulla strada. Questo ha richiesto parecchi giorni e siamo riusciti a trovare un trattore per facilitare il lavoro, ma con l’aumento del prezzo del carburante, la situazione è complicata, ma la strada è sistemata fino a Katien. Proveremo, prima che arrivi la stagione delle piogge, a trasportare i materiali che abbiamo già acquistato. Martine ha cominciato in Ottobre la scuola per analisti e spera di terminare in Agosto. Chrismene, non riesce ancora a trovare una scuola che l’accetti perché i suoi documenti scolastici non sono sufficienti. Ma speriamo di trovare una scuola che possa accettarla. Progetto di Radio di Willot: è un progetto che ho discusso con Willot dopo la visita che ho fatto con voi a Dajabon (con Toni, Duccio, Beppe, Tita, Cesco, Martine, Jean e Balansé), il modello e l’esperienza della Radio Comunitaria Marien che Padre Regino ci ha fatto visitare, mi aveva colpito molto. Mais, come hai potuto comprendere, la questione della fattibilità di un tale progetto è difficile; infatti per noi la realtà per installare una radio è molto complessa. Per quanto riguarda l’energia elettrica, non si può contare sull’elettricità pubblica, perché praticamente non esiste. Questo aumenta il costo di funzionamento, e aggravato ancora oggi per la crisi del carburante. Ci capita ora anche col denaro in mano di non poter nemmeno trovare nei distributori il carburante per alimentare la nostra camionetta. La situazione energetica è difficile. Dunque, la radio richiederebbe un’alimentazione con pannelli fotovoltaici, che costa ancora molto. Infine siamo coscienti che un progetto del genere costerebbe troppo, anche se l’esistenza di una stazione Radio costituirebbe uno strumento estremamente importante per lo sviluppo comunitario. A Verrettes c’è la stazione Radio di Balancé che accompagna i contadini, e noi vediamo e sappiamo già quanto è difficile fare funzionare questa radio. Tuttavia Willot cerca alcuni organismi che hanno l’abitudine di finanziare le radio comunitarie. Ma il problema con questi organismi, è che alcuni di loro possono rendere il funzionamento della radio dipendente, perché impongono a volte delle condizioni e la loro linea ideologica, è il caso per esempio di USAID che impone perfino la loro programmazione. Dunque è un buon progetto, ma che richiede molto per farlo decollare e funzionare.L’incontro con Anna è andato molto bene, infatti siamo andati insieme fino alla città di Belladeres sulla frontiera haitiana per vedere un’esperienza di toilette secca. Abbiamo preso tutte le informazioni relative a costi e funzionamento, ma il problema si pone con i “Boss”, perché bisogna farli venire da Belladeres per fare la costruzione. I nostri “boss”, che abbiamo a Cabaret non hanno ancora la competenza per questo tipo di costruzione. Ma sarebbe una buona esperienza se tuttavia potessimo cominciare a Dubuisson, facendo partecipare il nostro “Boss” nella costruzione per poter apprendere e comprendere la tecnica di costruzione. Dunque è stata una bellissima giornata, ricca e fruttuosa. Per quanto riguarda la partecipazione all’incontro nazionale sull’educazione popolare a Croix des Bouquets, abbiamo inviato 5 membri di diverse comunità che avevano partecipato ai seminari sulla Salute, per partecipare, e tutto è andato bene anche se Anna non ha avuto il tempo di animare l’incontro nazionale a causa dei problemi politici che avevano messo il paese in effervescenza. Spero di aver detto tutto e ti auguro buona lettura per il rapporto. Saluta tutti. Abbracci. Ciao, Ciao. Con molto amore, Jean e Martine, che vi portano nel cuore. Grazie.

DRAMMATICHE NOTIZIE DA HAITI: in questi ultimi giorni il Paese è attraversato da una protesta generale che sta paralizzando la vita quotidiana, in particolare della capitale, e che chiede le dimissioni del presidente Jovenal Moise. Si conta già una decina di morti e molti feriti. Di seguito alcune informazioni

“Salve Tita! Va tutto bene per voi? Sono appena arrivata a casa, ci sono barricate sulle strade dell’Artibonite, Jean ha rischiato di restare sulle montagne di Dofiné e di Katien dove si trovava da 3 giorni. Da 7 giorni il paese è in agitazione. Qui a Haiti non va per niente bene con il governo. Il paese è bloccato, non funziona niente, non si può circolare, il popolo reclama la partenza del governo da 7 giorni e di giorno in giorno è più determinato. Tutti sono bloccati nella loro casa. Ma qui a Dubuisson siamo al riparo da ogni pericolo. Martine.”

“Salve Tita,noi attraversiamo un momento molto difficile nel nostro paese, ci sono proteste dappertutto, è tutto il popolo che si rivolta per dire no al regime di Jovnel Moise simbolo della corruzione, che difende gli interessi dei ricchi a danno dei poveri. Noi da 9 giorni siamo chiusi a casa, perché tutto il paese è bloccato e la vita comincia a diventare ancora più difficile, i più vulnerabili sono diventati ancora più vulnerabili, i bambini, le donne incinte, gli anziani e le persone con mobilità ridotta. Infatti gli uffici, le banche e le case di transfert non funzionano più. Dunque, siamo preoccupati, perché in certi quartieri di Port au Prince, la popolazione è in preda al problema di mancanza di cibo e acqua. Io resto in contatto con le diverse realtà di FDDPA, ma ad ogni modo le rivendicazioni e le proteste restano in ambito urbano. Anche noi nella casa di Dadoue stiamo bene, resistiamo, con noi ci sono due amici che erano di passaggio a casa nostra e che non possono rientrare a Port au Prince. Ciao, ciao Jean che ti abbraccia”

Haiti: il presidente annuncia di non volersi dimettere, di Barbara Castelli
dal sito Vatican News
“Non lascerò il Paese nelle mani di gruppi armati e trafficanti di droga”. Con queste parole il presidente haitiano, Jovenel Moïse, ha palesato la sua intenzione a non dimettersi, all’indomani di violenti scontri a Port-au-Prince tra polizia e manifestanti. Dallo scorso 7 febbraio il Paese caraibico è stato travolto da animate proteste per chiedere la destituzione del capo di Stato. I gruppi di opposizione accusano il governo di corruzione e di aver sottratto denaro per la ricostruzione del Paese, devastato dopo il terremoto del 2010. Le manifestazioni di piazza hanno indotto il Dipartimento di stato americano a richiamare tutto il personale statunitense; mentre il Canada ha chiuso la sua ambasciata a tempo indeterminato.

Dichiarata l’emergenza economica nazionale
Jovenel Moïse ha ribadito che resterà in carica per l’intero mandato di cinque anni, limitandosi a chiedere alprimo ministro, Jean Henry Céant, di decretare l’emergenza economica nazionale. L’opposizione, in particolare, denuncia la scomparsa di quasi quattro miliardi di dollari legati al progetto Petrocaribe di vendita da parte del Venezuela di carburante a basso costo. Il meccanismo prevede che Caracas assicuri forniture di greggio pagate metà a prezzo corrente e l’altra metà in una ventina d’anni, a un tasso tra l’1 e il 2% a seconda degli accordi. Con i soldi risparmiati, i singoli governi possono fare gli investimenti interni di cui hanno bisogno. I problemi di ordine pubblico, intanto, sono ulteriormente aggravati dalla fuga di 78 detenuti della prigione di Aquin, nel sud di Haiti.

Haiti-Cile : 175 migranti haitiani tornano all’ovile
P-au-P, 17 dic. 2018 [AlterPresse]
Un gruppo di 175 haitiani registrati nel programma “Piano di ritorno umanitario”, del governo cileno è rientrato a Port-au-Prince, il 17 dicembre 2018. Il governo cileno, che aveva istituito un programma di ritorno volontario per i migranti in ottobre 2018, ha appena attuato un terzo imbarco di immigrati haitiani dopo aver ricondotto due gruppi di cittadini stranieri lo scorso novembre. I passeggeri che sono stati convocati al dipartimento per l’Immigrazione A Santiago, sono stati imbarcati sullo stesso aereo militare che aveva fatto i due primi viaggi. Secondo il sotto-segretario del ministero dell’interno cileno, Rodrigo Ubilla, la lista degli Haitiani registrati nel programma è ancora molto lunga. Su 2000 persone registrate, ne restano circa 1500 da ricondurre a Haiti. «Ci sono molti cittadini haitiani che vivono in Cile che non si sono ambientati. Anche se molti di loro hanno ottenuto il visto di residenza temporanea, hanno preferito di tornare volontariamente nel loro paese», dichiara questo responsabile cileno alla stampa. Secondo i dati del governo, il Cile conta attualmente circa 1.090.000 immigrati, i più numerosi sono i Venezuelani, i Peruviani, gli Haitiani e i Colombiani. In base alle modalità e alle condizioni di questo programma, coloro che sono stati ricondotti in patria non dovranno ritornare in Cile nei prossimi 9 anni. Questo programma non riguarda esclusivamente gli immigrati haitiani. In questo piano di ritorno volontario, il governo cileno conta 48 cittadini della Colombia, 10 del Venezuela, 8 dell’Ecuador, 9 della Repubblica dominicana, 5 di Cuba e 1 del Peru.

Carissima, carissimo, ecco la nostra consueta lettera, questa volta approfitto di due interessantissime riflessioni inviatemi in questi giorni dall’amico scrittore Erri De Luca e da una giovane emiliana, Giorgia Ansaloni per farle nostre e riflettere insieme su due temi importantissimi: i diritti e l’economia e i migranti. Inizia Erri, a seguire Giorgia. Un caro saluto, Antonio

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Erri. Negli anni delle rivolte politiche ho conosciuto il pubblico coraggio di una gioventù intransigente. Era possibile a conseguenze anche gravi perché c’era un legame di lealtà e di solidarietà che aumentava il valore di ognuno. Per contro non so immaginare il coraggio personale di chi svolge in solitudine un suo compito rischioso. Penso a Giulio Regeni, sequestrato, torturato e ucciso tre anni fa in Egitto. Sapeva di essere seguito, spiato, intercettato dai reparti della sicurezza di Stato, mentre svolgeva le sue ricerche di studioso per conto di una università inglese che qui non merita di essere nominata. Abitava una città metà trappola e metà labirinto. Leggendo le avventure di Teseo nella mitologia Greca non mi sono immaginato un suo particolare coraggio nell’imboccare l’ingresso del Labirinto di Creta. Era un vendicatore della sua gioventù immolata al Minotauro, era armato e conosceva il terreno, grazie al filo dipanato all’ingresso, dono di Arianna. Per Giulio Regeni devo immaginare invece la dote di un coraggio personale inflessibile, ribadito come una disciplina. Non arrivo però a immaginare quello dei giorni di sequestro e di macelleria sommaria del suo corpo. Perciò mi viene di accostarlo alla figura di Pasolini, entrambi intellettuali che volevano conoscere sul campo le condizioni di vita e i temi che li interessavano. Entrambi sono stati assassinati in infami agguati dei quali si continua a chiedere conto. Nessun governo ha operato allora e adesso per forzare ostacoli alla verità. Se Giulio Regeni fosse stato tedesco, francese, inglese, l’Europa avrebbe reagito in coro. Invece la diplomazia italiana ha toccato il punto più basso di servilismo e inefficienza. Ognuno può scegliere tra incapacità e omertà. Oggi a Il Cairo c’è imperturbabile un ambasciatore italiano che continua il suo ruolo di procacciatore di affari. Un governo ha per compito la tutela dei propri cittadini in Italia e all’estero. Se antepone a questo dovere quello di agevolare traffici, si comporta con le stesse priorità della Mafia, che subordina perfino le vite dei propri familiari all’arricchimento. Lo Stato che abdica alla ricerca della verità per un suo cittadino assassinato da servizi di uno Stato dichiarato amico e sicuro, si degrada a trafficante. L’Egitto non è uno Stato sicuro e questo dev’essere ben scritto nell’informativa del Ministero degli Esteri a beneficio dei cittadini italiani che intendono recarvisi. L’ambasciatore italiano dev’essere richiamato in patria, finché non sarà crepato il muro di omertà del governo egiziano intorno ai responsabili. In occasione della fiaccolata e dell’assemblea convocata a Fiumicello da Claudio, Paola e Irene Regeni ho espresso la mia gratitudine. Non si sono chiusi nel loro dolore impenetrabile, non hanno contrapposto il loro silenzio privato a quello pubblico di governi che antepongono i commerci al sacrosanto diritto di giustizia. La famiglia Regeni è perciò esempio di valore civile e chiama a raccolta le energie migliori della nostra sfilacciata comunità. È compatto, spesso, il silenzio dei governi sugli assassini di Stato del nostro cittadino Giulio Regeni. Ma sono più robuste di quel silenzio le nostre nocche che battono a quel muro e non temono di spellarsi, e le nostre voci di sgolarsi per scippare verità e giustizia dovute a Giulio Regeni, alla sua famiglia e a noi.”

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Mi chiamo Giorgia, ho 19 anni, abito a Nonantola, un paese in provincia di Modena. Ero alla fine della terza superiore quando ho iniziato a fare servizio, attraverso gli scout, alla scuola di italiano per stranieri “Frisoun”. Mi sono subito affezionata a questo ambiente sempre accogliente e “colorato”, non solo per le diverse sfumature della pelle, ma anche per la moltitudine dei sorrisi e delle storie di vita che ogni lezione regala. Ho iniziato quando gli studenti a scuola erano solo gli stranieri residenti a Nonantola da tempo che non si erano ancora integrati del tutto o da poco arrivati legalmente in Italia per ricongiungersi con i parenti, per cercare un lavoro. Il 26 aprile 2017 era prevista una delle riunioni di programmazione delle lezioni successive, ma la sera stessa mi arrivò un SMS: quella sera avremmo conosciuto “i nuovi profughi”, una decina, che sarebbero stati ospitati a Nonantola. All’epoca conoscevo le storie dei migranti solo per le notizie sugli sbarchi a Lampedusa, perché i telegiornali non facevano altro che parlare di quello da diverso tempo, ma incontrarli di persona quella sera ha avuto un effetto ben diverso. Erano in cerchio, in silenzio, in attesa – l’ennesima del loro lungo viaggio – prima di essere trasferiti in un nuovo edificio, non si conoscevano tutti tra di loro e soprattutto avevano gli sguardi che parlavano da soli: c’era chi scambiava qualche mormorio col vicino, chi aveva la faccia assonnata, chi si guardava intorno incuriosito. Questo è stato il primo incontro con loro e due cose mi hanno subito colpito: la loro completa fiducia in chi li stava accogliendo (erano in balìa di decisioni prese da altri) e il fatto che fossero tutti giovani – avevano giusto qualche anno in più di me se non addirittura la stessa età – e io sarei diventata una loro maestra. Ora a Nonantola sono accolti circa una sessantina di richiedenti asilo e un buon numero di questi frequenta la scuola di italiano insieme agli altri studenti di vecchia data. Inizialmente facevo fatica a parlare con loro, a confrontarmi con il loro passato doloroso. Mi facevano vedere le foto della loro famiglia lontana, mi raccontavano del fratello o della sorella che avrebbero voluto rivedere, della casa che era andata distrutta durante un’alluvione, della Libia, del lungo viaggio, e tuttora a volte sento di non avere le parole giuste per confortarli, impotente di fronte alla loro sofferenza. Una volta andai a cena a casa di un gruppo di ragazzi (Mohammed, Ablaye, Mansoor, Adama) e rimasi scandalizzata quando, dopo aver posto al centro del tavolo un unico grande piatto di cous cous, iniziarono a mangiare da quello con le mani, senza le posate. Abituata ad un mondo in cui si mantengono sempre le distanze, subito rimasi perplessa, ma questa tradizione africana ti dimostra che per essere accoglienti non basta fornire i mezzi per vivere, offrire una casa e del cibo, che ovviamente sono fondamentali, ma è necessario mettersi intorno allo stesso tavolo, in un rapporto di parità, sentirsi fratelli e condividere ciò che si ha con molta semplicità. A scuola io provo ad insegnare le lettere e la grammatica italiana, i ragazzi migranti mi insegnano invece l’importanza delle relazioni, la bellezza di un “grazie” sentito col cuore, la ricchezza di tante prospettive, la pazienza, ad avere speranza nel futuro, perché, come mi ha detto Bacari l’altro giorno: “un bambino quando nasce non corre subito”. Ora quando cammino per Nonantola e mi capita di incontrare uno di loro sono tranquilla, mi fa piacere scambiare due chiacchiere con lui, gli ricordo di essere puntuale a scuola e se sono insieme ad altri amici lo presento anche a loro: se tutti noi aprissimo il nostro cuore scopriremmo che i migranti non sono qualcosa di cui avere paura, ma sono un dono di Dio nella nostra vita. Questa è stata la mia esperienza ed auguro a tutti di accogliere l’invito di papa Francesco, che è l’invito di Gesù, e di scoprire così che nei migranti Dio ci dona dei fratelli che arricchiscono la nostra vita e quello di Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna che una volta mi ha detto “la vita è tenersi per mano”.

“Se voi però avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni sono la mia Patria, gli altri i miei stranieri” don Lorenzo Milani, “L’obbedienza non è più una virtù”

Cari amici della Rete, Castelnuovo di Porto, il centro richiedenti asilo alle porte di Roma, è stato svuotato in seguito al decreto sicurezza. Le cronache parlano di migranti che vivevano lì in situazione di integrazione, bambini che andavano a scuola, collaborazioni di vario genere perfino nella squadra di calcio: la Castelnuovese. Questa la grande novità nella gestione dell’immigrazione nel nostro paese. L’operazione assume quasi la forma dello sgombero: a Castelnuovo di Porto erano accolte circa 500 persone di cui 300 verranno ricollocate in altri centri di otto regioni italiane in quanto richiedenti asilo, mentre chi non ha traumatica. ottenuto l’asilo, ma gode della protezione umanitaria rischia di restare fuori della rete di accoglienza; è questa l’incognita di molte di quelle persone che possono ritrovarsi in mezzo a una strada, per non parlare dei dieci bambini che andavano a scuola e che non potranno più frequentarla. Forse l’intenzione del governo è di lasciare per strada i migranti in possesso di protezione umanitaria a cui il decreto Salvini non riconosce più alcun valore. Mi chiedo come la mettiamo, sul piano giuridico, con chi aveva avuto tale protezione prima del 5 ottobre, ovvero prima dell’entrata in vigore del decreto sicurezza? Tali persone erano in accoglienza sulla base delle normative preesistenti che prevedevano la conclusione di un percorso di integrazione per ottenere lo status di rifugiato. Si possono interrompere questi percorsi senza alcuna motivazione? Con le nuove norme solo i minori non accompagnati e chi ha ottenuto lo status di rifugiato può essere titolare di protezione umanitaria. Il metodo usato per svuotare il cara è stato un bliz mattutino senza offrire alcuna alternativa praticabile meno traumatica. Lo Sprar ( Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) è nato con l’idea di trasformare l’accoglienza in un meccanismo di erogazione di servizi socio assistenziali nel territorio, tutto basato sull’inclusione sociale; parliamo di una sperimentazione che tutta Europa ha guardato con interesse, che ha avuto enorme successo e che per nessuna ragione logica o giuridica era da spazzare via dopo 18 anni di funzionamento. Una vicenda incredibile l’eliminazione dello Sprar in favore di che cosa? In favore di centri emergenziali che sono un ritorno al passato? Torniamo indietro di 20 anni nell’accoglienza dei richiedenti asilo e dei rifugiati? Il tentativo evidente è di isolare le persone, impedendone l’integrazione. Dimostra quanto appena affermato che nei bandi dei futuri centri di accoglienza che partiranno da quest’ anno non sono previsti corsi di Italiano, non c’è integrazione sociale e i costi vengono dimezzati perché i servizi vengono appiattiti, trasformando i centri in “pollai “che sono il contrario dell’esperienza cresciuta nel corso dei 18 anni di applicazione. Come detto prima, le notizie che arrivano dal centro di Castelnuovo, nonostante i suoi limiti, sono di lavoro, scuola, gioco del calcio, lavori socialmente utili, amicizie…… Spezzare questo processo di integrazione con la scusa di rendere più efficienti gli Sprar mi sembra un grossolano errore che creerà solo situazioni emergenziali. C’è sempre un clima ideologico che circonda la questione “immigrazione” dividendo una parte dall’altra e brandendo i migranti come unica causa dei nostri disastri. Pur cercando di tenere i toni bassi dobbiamo ammettere che i rifugiati provenienti dall’Africa sono l’espressione della globalizzazione e che comunque la contrapposizione non aiuta ad affrontare il problema; o torniamo a una gestione vera di questo cambiamento sociale, lo accettiamo decidendo che l’integrazione è il nostro obiettivo e facciamo progetti diffusi in tutt’Italia, affidati, ad esempio, agli enti locali per la gestione dell’inclusione oppure andremo sempre più verso una gestione emergenziale, cioè una non gestione, verso il parcheggio delle persone che non faranno nulla tutto il giorno, che non avranno un percorso di inclusione e che quando otterranno una qualsiasi protezione sarà come se fossero arrivati il giorno prima anche se sono in Italia da uno o più anni. Voglio, inoltre, esaminare quali sono gli interessi in Africa dell’Europa, in particolare della Francia, e della Cina, più recentemente. Il neo colonialismo francese in Africa può considerarsi la causa dell’impoverimento africano e dei flussi migratori da quel continente al nostro? Lo strumento adottato è il franco africano utilizzato dal 1945 quando la Francia negoziò la parità del franco francese e del franco che aveva nei 15 paesi delle sue colonie: il franco Cfa. Questa moneta è rimasta in uso anche dopo aver ottenuto l’indipendenza dalla Francia e ha un tasso fisso di cambio dapprima con il franco e poi con l’euro per dare stabilità e impedire spinte inflazionistiche dannose a economie molto fragili come quella africane; la contromisura è stata il deposito di una riserva che oggi ammonta a 14 miliardi di euro presso il Tesoro francese sulla quale la Francia paga interessi fissi dello 0,75%. Una delle accuse rivolte alla Francia è che essa investe tali somme a interessi ben più alti; il dibattito esiste in quanto questa situazione viene considerata un retaggio coloniale. I paesi parafricani, accettando questa situazione dopo 60 anni dall’indipendenza, vogliono mettersi, così, al riparo da spinte inflazionistiche nonché avere la garanzia della convertibilità universale sul mercato finanziario; è chiaro che questo favorisce gli investimenti francesi e, poiché parliamo di euro, anche gli altri paesi della zona euro sono avvantaggiati se investono in Africa. Voglio aggiungere che il cambio fisso se penalizza l’esportazione di prodotti africani privandoli dello strumento della svalutazione, protegge i nostri produttori. Non penso che il franco Cfa (comunità finanziaria africana) sia l’unico retaggio neocoloniale in Africa in quanto tutti i paesi occidentali (Italia compresa), l’Arabia Saudita, la Turchia, la Cina stanno attuando massicciamente politiche neocoloniali in Africa che si manifestano con canali commerciali, influenze sulle produzioni alimentari, alienazione di terre, presenza di multinazionali, guerre di potere, corruzione; esse sono viste come armi per sottomettere gli stati africani e come causa di impoverimento di economie emergenti. In questi giorni è in Italia il presidente del Consiglio dell’Etiopia che ha dichiarato: “ Sono qui in Italia per cercare di contrastare la grande influenza degli investimenti cinesi nel mio Paese”. Mi auguro che l’Africa possa diventare tanto importante nei prossimi 50 anni e possa cominciare a reagire come qua e là si comincia a vedere: il fatto di bruciare il Cfa da parte dei giovani africani mi sembra una manifestazione di una maggiore consapevolezza delle giovani generazioni africane e che questo possa portare a un futuro migliore in cui associazioni, gruppi e movimenti rappresentino in prospettiva il vivaio di nuove classi dirigenti. E basta col paternalismo occidentale!

Maria Cristina Angeletti

“La guerra è solo una fuga codarda dai problemi della pace”
Thomas Mann

Cari e care della nostra Rete, si usa dire: anno nuovo, vita nuova. Ma, la realtà politica, economica e sociale che stiamo vivendo ci obbliga a dire che la vita continua anche peggio dell’anno appena passato. La lettera nazionale “consiglia” alcune iniziative nel tentativo di cambiare.

Incontro di Rete, dicembre 2018
Il mese scorso, ci siamo ritrovati per l’incontro di Rete di fine anno. L’incontro è stato ricco di persone e notizie, la nostra piccola organizzazione può contare sull’impegno concreto di molti e un particolare ringraziamento va agli amici di Chiarano e ai giovani di Operazione Mato Grosso che hanno contribuito molto per il buon esito della campagna di raccolta fondi “dritto alla scuola”; questi giovani, conosciuti ad un incontro estivo, hanno organizzato due giorni di raccolta ferro e metalli il cui ricavato è stato messo a disposizione del progetto della Rete. Grazie e complimenti davvero! La situazione haitiana è sempre molto problematica; Jean e Martine ci scrivono per rassicurarci del buon andamento della vita di Fddpa, mentre il paese è in continua protesta (con morti e feriti) per il caso “Petrocaribe”. Di questo abbiamo informato recentemente come i governi – compreso l’attuale – abbiano nel tempo rubato i fondi destinati ai servizi sociali per circa 3,8 miliardi di dollari, una cifra enorme per Haiti. Le proteste si sono estese a tutto il paese e il governo di destra di Moise è in crisi. FDDPA ha già dato avvio ai lavori di costruzione di un’aula a Fondol di cui si era rilevato una grande urgenza perché la partecipazione alle scuole è aumentata, portandosi ai livelli di un tempo, dopo che il programma di governo “PSUGO” di dotare tutte le comunità di scuole primarie sostenute dallo stato è fallito. Si prospettano aiuti anche per borse di studio specifiche nel campo dell’agricoltura e della salute. Tra le questioni discusse perché in via di attuazione, rileviamo la questione latrine comunitarie. A metà novembre Anna Zumbo di Popoli in Arte con Jean e Martine hanno visitato un paio di esperienze di speciali latrine che separano i liquidi dai solidi, sono permanenti e non impiegano acqua. Si vedrà nel futuro come continuare, l’idea è buona ma è stata poco sperimentata nel paese, anche i costi di costruzione sembrano elevati. Ci siamo scambiati anche notizie della rete nazionale, con l’invito a partecipare al prossimo convegno sulla figura di Ettore Masina presso l’università Roma3 in cui Ercole Ongaro farà un intervento a nome della Rete. L’incontro si è concluso con gli auguri di buon anno e la speranza di continuare a mantenere vivo l’interesse e l’impegno con i nostri amici di Haiti.

Carissima, carissimo, in questi ultimi decenni ci siamo ubriacati di falsi valori che hanno avuto la conseguenza, dietro un apparente benessere, di peggiorare la vita di tutti. Guardiamoci intorno: siamo circondati da rapporti umani pietosi, la terra è malata, l’aria irrespirabile, il cibo avvelenato. Per questo credo sia necessario ricominciare da ciò che, dentro queste macerie, può aiutarci a ricostruire qualcosa di autentico. Innanzitutto renderci conto che bisogna capovolgere la logica di questo consumismo, viviamo con la smania di avere sempre di più, convinti che solo appagandola si può stare meglio. In realtà ognuno di noi ha bisogno di pochissime cose per rendere giustizia del fatto che vive. Ognuno di noi ha bisogno di sentire il valore della sua umanità. Oggi pensiamo di aver capito tutto, di non aver bisogno di nessuno. E invece abbiamo bisogno di imparare da tutti. Dom Helder Camara, grande vescovo brasiliano dei poveri, affermava: “Nessuno è talmente ricco da non aver bisogno degli altri, nessuno è talmente povero da non dare qualcosa agli altri”. Oggi viaggiamo con ritmi folli, con la continua ansia di correre. Ritrovare la lentezza, come scriveva il nostro amico Ercole Ongaro, anni fa, non vuol dire fare meno cose, ma fare una cosa alla volta. In questo periodo, forse perché gli anni che passano, mi commuovo sempre più spesso, a volte piango, mi è successo in questo mio novembre passato in Brasile visitando periferie impoverite dall’egoismo dei pochi, ne ho parlato nella lettera di dicembre, il dolore visto e ascoltato è stato troppo grande anche se vedi che il nostro condividere con loro momenti concreti, fatto di relazione e aiuto attraverso il sostegno ad alcuni progetti, restituisce loro la vita. Le lacrime ripuliscono gli occhi, ti fanno sentire la densità della vita, ti aprono dentro e senti dentro il nocciolo della vita. Oggi stiamo atrofizzando la nostra sensibilità. Stiamo perdendo il contatto carne a carne con l’altro. A me non interessa sapere se una persona crede o non crede, mi interessa piuttosto sapere se, davanti a uno che sta male, si ferma a soccorrerlo o passa oltre. E’ qui che rinnoviamo continuamente la nostra umanità, la nostra sensibilità, i nostri valori. Ho visto moltitudini di donne uomini e bambini senza dignità, fuori dalla vita, abbandonati sui marciapiedi o sotto viadotti. Oggi, in piena era della globalizzazione i virus non conoscono frontiere, di fronte a ciò come si possono combattere se non invitando a denunciarli con chiarezza e franchezza. In Italia il virus più virulento è quello dell’ignoranza che si porta con se due compari altrettanto pericolosi e invadenti: la violenza e la menzogna. Ne vediamo tutti i giorni i frutti, nella vita quotidiana, come nella politica. Sono virus tanto più insidiosi e pericolosi perché si istillano a piccole dosi e sono veicolati spesso dalla retorica, dal pensiero dominante. In buona sostanza, non se ne parla. La retorica dominante non ha interesse a parlarne e allora possono agire indisturbati. A questi virus che si propagano i più esposti sono i piccoli, i poveri, gli emarginati, quelli che fanno fatica, che il sistema tende a moltiplicare e a mettere l’uno contro l’altro. Lo vediamo molto bene attraverso il rigurgito di indecorose manifestazioni fasciste, sulle quali è giusto intervenire con fermezza, nonostante l’attuale ministro dell’interno abbia fatto suo l’antico slogan di Forza Nuova: Prima gli italiani! Di fronte a ciò urge un profondo esame di coscienza che guardi alle cause di questi fenomeni. Siamo di fronte ad una emergenza che va affrontata: l’ignoranza. Servono, dunque, anticorpi. Ma siamo in grado di produrli? E, poi, di diffonderli in modo che agiscano con efficacia? Rispondere a questi interrogativi forti non è facile, comporta che ciascuno, a partire dall’élite, si assuma le proprie responsabilità. Ma se non cominciamo a dire le cose con franchezza e sviluppare un vero dibattito civile, ci limiteremo, come sempre, alla pur sacrosanta indignazione del momento, che non impedisce ai processi di svilupparsi, mentre ciascuna parte si limita a tutelare i propri interessi, a partire da quelli elettorali. Cosa ci serve oggi per stare bene: amicizie, incontri, affetto. Non si tratta di fare un elenco, ma di alimentare la voglia di individuarle, non so se voi sentite quanta inconcludenza ci sia nell’andamento frenetico delle nostre giornate. Spesso giriamo a vuoto, come se ci mancasse un fulcro, come se non trovassimo un punto di appoggio. Eppure c’è. Ci deve essere. E cercarlo è indispensabile per star bene, vivere bene, godere dell’aver appoggiato la propria vita al posto giusto nel mosaico del mondo. Nessuno può fare questo al posto nostro. Possiamo però farci ispirare dalla forza di qualche esperienza, di qualche testimone. Ciò ci obbliga a scavare, guardarsi dentro, infine bussare alla porta del proprio io, del proprio cuore. Un inizio di risposta sarebbe già una buona partenza. E’ tempo di Natale, un caro amico della Rete, Luca Soldi ha scritto una riflessione a dir poco “meravigliosa”, che ci interroga su un fatto accaduto a Pistoia alcuni giorni fa, è con questa che ci facciamo gli auguri.
Antonio

Solo i topi lo hanno trovato di Luca Soldi
Le luminarie, i parcheggi pieni, i centri commerciali affollati per i regali di Natale sono stati disturbati poco da questo ragazzo, ormai uomo di 35 anni che aveva deciso di arrendersi. Pistoia non si è accorta di niente, ma la colpa non è della città. Poteva essere così per qualsiasi altro luogo, a Prato, a Firenze come a Roma o Napoli, il rito non può essere certo annullato per un fantasma che vuole farla finita con tutto. Forse adesso la notizia sarà arrivata nel suo Villaggio del Ghana. Forse una mamma e dei fratelli potranno piangere. Anche lui da sempre invisibile aveva percorso la solita odissea, era sbarcato nel 2011 a Lampedusa. In quei momenti, nei suoi occhi, nella mente aveva la disperazione di un viaggio fatto di angherie accompagnate però dalla speranza di essere arrivato in un mondo migliore. Ed invece le umiliazioni non erano mai finiti, le prospettive non erano mai arrivate. Era caduto nella trappola dei malvagi che alimentano le illegalità. Un po’ di elemosina offerta con un sorriso alleviava la miseria. E poi i nostri giorni, i documenti scaduti, il senso di oppressione e paura. Nessuno che ti considera. La preoccupazione per i propri cari che si aspettano un aiuto. Così ha deciso di farla finita, per sempre, in solitudine mentre a poche decine di metri la gente strusciava indaffarata nelle strade del centro. Si è impiccato, ma nessuno se n’è accorto. Lo ha fatto dove aveva trovato rifugio, in uno di quei tanti ruderi industriali che affollano di macerie le nostre città. Solo i topi dalle fogne se ne sono accorti. Ma anche loro si sono accaniti verso di lui dopo di che lo avevano fatto gli uomini. Lo hanno trovato quattro o cinque giorni dopo. La pietà umana lo ha raccolto devastato nel corpo e nello spirito. Adesso anche lui andrà a fare parte del Presepe. Diventerà anche lui, ultimo degli ultimi, un personaggio di quel Presepe che poco piace ai padroni del nostro destino. Troverà posto accanto ad un fuoco, per riscaldarsi, mai solo. Dove non ti allontanano per il colore della pelle, perché vieni dalla Giudea, dalla Palestina, perché sei del Ghana. Troverà un posto accanto a quel Bambino a cui diciamo di credere.

“Se voi però avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni sono la mia Patria, gli altri i miei stranieri” don Lorenzo Milani, “L’obbedienza non è più una virtù”