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VERONA marzo 2020

Cari e care,

per l’epidemia da coronavirus stiamo vivendo giorni particolari e inaspettati. Siamo tutti e tutte un po’ disorientati e smarriti, di fronte alla nostra fragilità.

Noi, della generazione nata nel dopo guerra, ci troviamo per la prima volta a fare i conti con un’emergenza globale così grave.

E’ un tempo sospeso, come dicono tanti, in cui si cerca con fatica di dare un senso alle giornate trascorse forzatamente in casa. Per non parlare della preoccupazione di chi ha genitori anziani o parenti o amici per varie ragioni più esposti di altri al contagio.

A questo si aggiunge l’incertezza per il futuro che ci aspetta con una nuova crisi economica. Si fa fatica a immaginare come sarà la ripresa…

E allora cosa significa per noi essere Rete in questo momento?

Come sapete, purtroppo è stato cancellato anche il Convegno biennale, che è sempre stato tra i momenti forti nel nostro percorso. Per organizzarlo ci eravamo impegnati in una lunga preparazione, durante i coordinamenti, per trovare i contenuti e le forme migliori, per rinnovarne alcuni aspetti, per capire quali testimoni invitare…

Pensando a tutto questo, ci è venuto alla mente quello che la Rete ci ha insegnato in tanti anni: guardare “con gli occhi del sud”. Avevamo intitolato così anche il Convegno dei nostri quarant’anni.

Che cosa significa allora per noi, oggi, vedere le cose con gli occhi del sud?

Siamo rimasti colpiti dai tanti messaggi di affetto e di solidarietà che ci sono arrivati dai referenti dei nostri progetti: da Viviana (era tra i testimoni che dovevano partecipare al Convegno) della Mesa Campesina argentina, che addirittura ci invita a non mandare i soldi perché potrebbero servici qui; dai Sem Terra, dai Mapuche, da Haiti, dal Ghana, con Emma che ci chiede della nostra salute e ci assicura che prega per noi… Eppure il virus si sta diffondendo anche nei loro paesi, dove sono certamente meno attrezzati di noi, per difendersi dalla malattia.

Cerchiamo, quindi, di accogliere l’invito che ci viene dai tanti amici e amiche di “là”: conservare, nonostante tutto, lo sguardo prezioso della speranza, la capacità di interessarci anche degli altri e non solo di noi stessi.

I loro sguardi e le loro voci sono la denuncia delle politiche neoliberiste che stanno creando diseguaglianze sempre più grandi, tra i pochi che diventano sempre più ricchi e i moltissimi che diventano sempre più poveri.

I loro sguardi e le loro voci ci impegnano a restare solidali, anche se restiamo a casa.

Il Convegno ci avrebbe invitato a riflettere proprio su questo. I nostri testimoni, infatti, ci avrebbero parlato della loro partecipazione ai movimenti popolari di resistenza a questa economia, che uccide più dei virus. Ci avrebbero parlato delle loro realtà locali e del loro sforzo per cercare di costruire società più giuste e umane. Ed è proprio questa la resistenza che la Rete ci insegna. Infatti, i nostri piccoli progetti hanno lo scopo di stare a fianco e sostenere chi vuole ristabilire giustizia e umanità nelle realtà in cui vive.

 

 

Marzo è anche un mese in cui cade l’anniversario della morte di alcune persone che non vogliamo dimenticare.

Ci piace ricordarle insieme a voi.

Marianela Garcia Villas, membro dell’Associazione Cattolica Universitaria Salvadoregna (ACUS – Asociación Católica Universitaria Salvadoreña), fondò la Commissione per i diritti umani del Salvador e fu collaboratrice di monsignor Óscar Romero. Fu catturata dai militari, il mattino del 12 marzo 1983, in un’area di conflitto dove si era recata per documentare l’uso di armi chimiche, da parte dell’esercito. Dopo 48 ore di torture feroci, morì all’alba del 14 marzo 1983.

Rachel Corrie, ragazza statunitense di 24 anni, membro dell’International Solidarity Movement (ISM). Aveva deciso di andare a Rafah, nella striscia di Gaza, durante la seconda Intifada, ad aiutare le famiglie palestinesi. Insieme ad altri internazionali, cercava di fermare le demolizioni e le distruzioni dell’esercito israeliano di case e coltivazioni dei palestinesi.

Il 16 marzo 2003 fu travolta e schiacciata a morte, mentre protestava nel tentativo di impedire ad un bulldozer corazzato dell’esercito di distruggere alcune case palestinesi.

Ma, in quei giorni, gli occhi del mondo erano puntati su Bush e Saddam, accusato di sviluppare chissà quali armi chimiche. La seconda guerra del Golfo, scoppiata dopo poche ore, fece sparire completamente dall’attenzione internazionale il gesto eroico e la morte di Rachel Corrie.

E non possiamo infine non ricordare, insieme a molti altri della Rete RR, mons. Oscar Arnulfo Romero, arcivescovo di San Salvador, assassinato mentre celebrava l’Eucarestia, il 24 marzo 1980. Di lui più volte abbiamo parlato nella nostra associazione e, nel 40° anniversario del suo martirio, il Convegno l’avrebbe giustamente ricordato. Ne facciamo invece una memoria privata, ma non meno importante e significativa.

Forse vale la pena di dare un’occhiata su Google, per rivedere i volti di queste persone e riviverne la storia.

A noi pare importante ricordare che sono state persone capaci di dare la loro vita, per essere state coerenti fino in fondo con le loro scelte, anche se non erano nate per fare i “supereroi”.

Che ci siano di esempio, nel nostro quotidiano, tanto più in questi giorni faticosi.

Infine, vorremmo accompagnare i nostri auguri di Buona Pasqua con alcuni versi tratti dalla poesia di Mariangela Gualtieri Nove marzo duemilaventi

….Guardare bene una faccia. Cantare

piano piano perché un bambino dorma.

Per la prima volta

stringere con la mano un’altra mano,

sentire forte l’intesa. Che siamo insieme.

Un organismo solo. Tutta la specie

la portiamo in noi. Dentro noi la salviamo.

A quella stretta

di un palmo col palmo di qualcuno

a quel semplice atto che ci è interdetto ora –

noi torneremo con una comprensione dilatata.

Saremo qui, più attenti credo. Più delicata

la nostra mano starà dentro il fare della vita.

Adesso lo sappiamo quanto è triste

stare lontani un metro.
Un abbraccio forte. Maria e Gianni

Lettera di Pasqua 2020

Carissima, carissimo,
tutti siamo ormai immersi in ciò che sta cambiando nella nostra vita con il Coronavirus. Da un momento all’altro cambia il modo di vedere le cose e il modo di vivere. Sono stato abituato a pensare che il tempo era una cosa che si misurava: in ore, minuti, secondi. Quindi, come tutti e tanti, lo rincorrevo, sfruttavo, massimizzavo. Ho imparato ad organizzarlo e a dividerlo fossi chissà quale dio. Ma è così, non è vero? Abbiamo sviluppato una specie di rapporto-padrone schiavo con il tempo. Vogliamo ingabbiarlo controllarlo come se fosse un semplice bene di consumo.
Questa vicenda ci richiama alla fragilità costitutiva di ogni sistema vivente, di ogni essere vivente, e quindi di ogni essere umano. Dal riconoscimento della nostra fragilità costitutiva discende il primo valore morale e civile: il dovere della comune solidarietà, il compito di prendersi cura di chi ha bisogno di aiuto. Riconoscere il diritto di ogni essere umano alla vita, alla dignità, alla solidarietà. Con il Coronavirus il tempo non appare più solo divisione, misura, o susseguirsi di momenti o eventi. Il tempo si arricchisce lentamente di colori, di suoni e di sapori, ne sono esempio le varie creatività manifestate in ogni angolo d’Italia in questo momento di smarrimento. In questi momenti si comincia a intuire e a capire che il presente è qualcosa di sconvolgente, che il presente ha tutto in sé, che non esiste un momento che sia fuori di adesso. Un tempo sentito dentro le viscere é tutt’altra cosa di quello imprigionato nelle nostre menti e nei nostri orologi. Il primo invita al profondo, alla contemplazione, al silenzio, a ritrovare noi stessi, il secondo crea angoscia e frenesia.

Sono convinto che con un nuovo significato del tempo, pieno di tutto, sia possibile imparare dalla storia umana le cose vitali: no alla violenza, all’odio, alle armi per risolvere i conflitti, all’avidità, all’intolleranza e alla sopraffazione. Perché sappiamo benissimo che l’uomo e la donna sono capaci di grandi slanci di generosità, di gratuità, di umiltà e di amore. Quando ci fa fermare il tempo diventa poesia; ci invita ad aprire il portone di casa, ad avventurarci al seguito del pifferaio, a farci ubriacare da un profumo; cose che non facevamo per mancanza di tempo! Quando finirà questo momento, sarebbe bello riuscire a portare questa emozione con noi, come compagna di viaggio per affrontare gli scogli del destino, ma anche le spiagge della nostra vita.
Circa 20 anni fa, su uno numero della rivista Internazionale, ricordo di avere letto uno studio-approfondimento sul tempo. Mi colpì molto una riflessione fatta sul quotidiano tedesco Bild Zeitung, da un sociologo di cui non ricordo il nome, il quale affermava che eravamo ormai una società schiava del tempo, il nostro “manovratore” era l’orologio, mentre con mio stupore lessi che il tempo apparteneva ai poveri perché si ritrovavano a “viverlo” attraverso relazioni, solidarietà e la semplicità della loro vita.

Mons. Oscar Arnulfo Romero, arcivescovo di San Salvador, il 24 marzo 1980, fu assassinato da un sicario inviato dal colonnello D’Aubisson mentre celebrava l’Eucarestia. La Pasqua del Signore. Sono passati 40 anni ma la sua morte è senza fine perché ha risvegliato la coscienza del suo popolo. Nell’ottobre del 2018 papa Francesco lo eleva a Santo insieme a Paolo VI. Fu l’uccisione da parte dei militari di padre Rutilio Grande, suo grande amico e di due contadini che svegliò l’anima di Romero creandogli numerosi interrogativi. Decise che nel giorno dei funerali ci fosse una Messa unica. Da quel momento inizia a comprendere le grandi sofferenze alle quali è sottoposto il popolo. Ne condivide le sofferenze e inizia a denunciarne l’oppressione. Il Paese è in mano all’oligarchia agraria sostenuta dai militari. Il suo martirio insieme a quello di Marianela Garcia Villas, dei sei gesuiti tra i quali Inacio Ellacuria, della cuoca e della figlia Celina e di tanti altri sacerdoti e militanti delle Comunità di Base e le altre migliaia di uomini e donne insieme a loro, ci fanno comprendere che solo chi è pronto a dare la propria vita può amarla e goderla liberamente in ogni istante. Le autorità della Chiesa furono addolorate ma caute, tanto che papa Woytila nel ricordarlo lo chiamò solo: zelante Pastore.

Questi martiri ci fanno comprendere che per vivere bene, come uomini e come cristiani non bisogna permettere a nessuno di farci paura e che, se qualcuno o qualcosa incute timore bisogna denunciarlo. Solo fin quando ci sarà qualcuno capace di dare questo schiaffo, l’umanità potrà avere speranza. Occorre ricordare chi lo sostituì nella carica di arcivescovo, non il suo ausiliare Rivera y Damas ma, mons. Fernando Saenz Lacalle, ordinario militare con la carica di generale, che giurò nelle mani del ministro dell’Esercito promettendo di “assolvere a questo compito nel miglior modo possibile”. Tutti sappiamo chi ha ucciso Romero i Gesuiti, Marianela Garcia e le altre migliaia di martiri: l’esercito salvadoregno!

La Pasqua è il contenuto stesso della vita cristiana, è il cuore della vita delle Comunità, perché ci dice chi è Dio, chi è Gesù, chi siamo noi. E’ la manifestazione di un Dio amante della vita, che ama la vita e non la morte. Che è venuto a portare la vita, la Vita in abbondanza. La Pasqua fa scoprire chi sono l’uomo, la donna e il Creato. La Pasqua è il perno attorno a cui gira tutto il piano di Dio per fare esplodere un’eterna primavera. Tocca a noi.
Pasqua è una pietra. Pietra scartata eppure la più preziosa, su cui edificare la nuova architettura del mondo. Credere è mettere il proprio piede sulla pietra. Vivere è seguire la Parola incisa sulla pietra. Pasqua è togliere la pietra dal sepolcro e farne mattoni di vita.

Chi ha fame chiede dignità, non elemosina. Oggi si parla molto di diritti, dimenticando spesso i doveri, forse ci siamo preoccupati troppo poco di quanti soffrono la fame. Oggi l’ONU attesta che il popolo che soffre la fame ammonta a 850 milioni, mentre 2 miliardi sono malnutriti. Mentre il costo annuo dello spreco, sommando i costi economici, quelli ambientali e sociali della dissipazione di alimenti ammonta a quasi 2.000 miliardi. L’umanità ha ancora fame ma si spreca il 30% del cibo. Per invertire questa tendenza abbiamo bisogno di cambiare il paradigma delle politiche di aiuto e di sviluppo, modificare le regole internazionali, cambiare il sistema di produzione e di consumo che escludono la maggior parte della popolazione mondiale anche dalle briciole che cadono dalle mense dei ricchi.

E’ arrivato il tempo di pensare e decidere partendo da ogni persona e comunità e non dall’andamento dei mercati. Questa sofferenza, questa povertà ha origine dall’ingiustizia, urge lottare e combattere questa miseria, urge promuovere il miglioramento della loro condizione di vita, il progresso umano e spirituale di tutti, e dunque il bene comune dell’umanità. Per questo siamo chiamati a far si che le idee e i progetti di giustizia non si devono far marcire nell’attesa.
“Nessuno può servire a due padroni: o, infatti, odierà l’uno o amerà l’altro, o si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire a Dio e a Mammona.” Mt. 6, 24
Buona Pasqua, Antonio

Lettera Marzo – Aprile 2020
Carissima, carissimo,
il tema che abbiamo scelto per il nostro 28° convegno nazionale “Movimenti popolari di resistenza al neoliberismo per società più giuste ed umane” che dovrebbe svolgersi (coronavirus permettendo dal 17 al 19 aprile prossimi a Rimini mia fa pensare ai grandi movimenti -spesso non raccontati dai media, escluso quelli dei migranti che fuggono verso di noi e di cui abbiamo timore- che sono in atto, penso ai 70 milioni di profughi climatici le cui previsioni ce li danno in continuo aumento.
Penso al progetto Agua Doce nella Baixada Fluminense, grande periferia di Rio de Janeiro; periferie umane dove ci si organizza socialmente per un ambiente più vivibile nonostante le poche risorse, visitare queste realtà, confrontarsi, dialogare come nella mia ultima visita, significa uscire da sé, dal proprio ambiente e riconnettersi con mondi vitali, anche se esclusi, laddove si sente meglio sia l’impatto della solidarietà umana che della globalizzazione. Partire dal basso per arrivare a tutti questa deve essere la nuova vera pratica. Quando ci si mette in relazione con la parte più periferica ed esclusa dell’umanità, si registra meglio ogni cambiamento, ogni alterazione del vivere insieme.

Da noi lo spirito bellicistico ha invaso la mentalità corrente, il termine guerra è usato in ogni occasione. L’opzione militare ci viene presentata è diventata espressività generalizzata di fronte a qualsiasi tipo di difficoltà o contezioso. Nel silenzio totale solo papa Francesco ha avuto il coraggio di denunciare con forza che stiamo vivendo “una guerra mondiale a pezzi”. E la politica? I nostri politici? I media? Si utilizzano sistematicamente bugie e falsificazioni -vedi guerra del Golfo- si fabbricano nemici e capri espiatori per far leva sull’opinione pubblica, eppure ipocritamente nessun leader ammette di scegliere la guerra. E’ così che la guerra e il disprezzo si fanno cultura e da cultura divengono una politica, deformando l’anima e la testa di interi popoli.
Mentre tutto continua nell’indifferenza dei più leggiamo che nel 2019 i miliardari della Lista Forbes (solo 2.153 individui) possedevano più ricchezza di 4,6 miliardi di persone, vale a dire circa il 60% della popolazione mondiale. Lo rileva puntualmente ogni anno Oxfam alla vigilia del meeting annuale del World Economic Forum a Davos dove si sono incontrati gli uomini più ricchi o più potenti del pianeta.
Cresce la fame nel mondo: 850 milioni di persone soffrono di malnutrizione, l’11% della popolazione mondiale.
Solo papa Francesco ha il coraggio di ripetere spesso che “questa economia predatoria uccide”, nessun politico mette in discussione l’attuale economia basata sulla massificazione dei profitti che spesso riduce a scarti, a non contabilizzati gli esseri umani e lo stesso pianeta.

Ricordo quando nacque il governo Lula -gennaio 2003- per la prima volta fu messo in piedi il “Ministero Fame Zero” retto e pensato da Josè Graziano insieme a Frei Betto -consigliere presidenziale- per togliere dalla povertà 50 milioni di brasiliani. Subito l’ONU sposò questa causa per di arrivare entro il 2030 all’obiettivo “Fame Zero”. A tutt’oggi non esiste nessuna politica in merito ma solo il mantenimento del sistema economico attuale.

Tra qualche giorno sarà l’8 marzo, mi è tornata in mente una serata del 1992 quando invitati dall’allora vescovo di Massa, don Binini, accompagnai Leonardo Boff, noto teologo brasiliano, a tenere una conferenza. Il tema era: Chiesa, carisma e potere, libro a causa del quale Leonardo fu sottoposto a processo dal dicastero della Dottrina della Fede. Avvicinandosi al termine della conferenza iniziò a parlare della donna. Iniziò richiamando noi uomini ad una relazione paritaria, perché da ciò diventeremo tutti più completi e umani. Continuò: più la metà dell’umanità sono donne. E sono le madri e le sorelle dell’altra metà che siamo noi uomini. Come non trattarle con la dolcezza e la delicatezza che meritano? Sono state loro che ci hanno messi al mondo, stiamo sempre nel loro cuore e di lì non uscire mai più. Terminò dicendo con forza: le donne sono le madri di noi sacerdoti, dei vescovi, dei cardinali, del Papa, come pensare che non siano degne di essere sacerdotesse? Dall’auditorium stracolmo sali un applauso interminabile ma ciò che notai furono tante suore che non solo applaudivano in piedi, saltellavano, si agitavano come ad un concerto rock, sorprese e felici per la riflessione finale di Leonardo. Che serata!
Siamo ormai in Quaresima, mi chiedo, di fronte a tutto ciò che accade perché mai sui banchi di teologia nei seminari e nelle università pontificie è stato consumato tanto tempo per studiare l’eguaglianza delle persone divine, se poi non si studia -come afferma papa Francesco- per mettere in discussione questo sistema economico che fa morire di fame ogni anno cinquanta milioni di fratelli?. Sì. La fame nel mondo è già di per sé un segno dell’assenza di Dio, dell’esilio a cui l’abbiamo condannato, attraverso il Sistema che domina il mondo. E, allora, è tempo di far sentire la nostra voce, elevarla con forza, in solidarietà con i cinquanta milioni di Cristi, messi a morte ogni anno, “solo della fame”. La Quaresima, se presa sul serio, può aiutarci.

Lettera di febbraio 2020   Rete di Macerata

M. Cristina Angeletti

PATRICK ZAKY

E’ UNO STUDENTE egiziano di 27 anni, Patrick George Zaky, iscritto ad un importante master dell’Università di Bologna sullo studio di genere e dei diritti delle donne e collaboratore di una Ong che si occupa di diritti personali fra cui: diritto di parola, di opposizione e di libera religione. Patrick è di religione copta ed ha lavorato nello staff di Khaled Ali, candidato contro Al Sisi alle presidenziali 2018. Khaled è uno studioso, storico e avvocato egiziano impegnato nella difesa dei diritti umani. Patrick, rientrato in Egitto per far visita alla famiglia di origine, non pensava di correre alcun rischio nel tornare a casa, invece il 6 febbraio scorso è stato arrestato all’aeroporto del Cairo riuscendo ad avvertire il padre che non ha avuto più notizie del figlio per giorni finché è riapparso in un’aula di tribunale con evidenti segni di tortura.

I capi di accusa che hanno determinato l’arresto sono i seguenti :

1) false notizie al fine di procurare instabilità nazionale,

2) incitamento alla rivolta contro il regime,

3) incitamento a manifestazioni non autorizzate,

4) uso improprio dei social per danneggiare la sicurezza nazionale,

5) propaganda di gruppi terroristici.

Alcuni media come Amnesty International chiedono attenzione su questa vicenda che non deve essere silenziata in quanto la preoccupazione è che questo sia il risultato che vorrebbe ottenere il governo egiziano per far perdere le tracce di Zaky. Si allunga su di lui lo spettro di Giulio Regeni?

Probabilmente fra Patrick e Giulio ci sono delle situazioni simili. Ambedue studenti universitari all’estero, ambedue frequentatori degli stessi ambienti accademici, ambedue impegnati nel sociale, ambedue critici nei confronti dei sistemi politici polizieschi.

“Fino al gennaio 2016 noi pensavamo che l’Egitto fosse un paese sicuro”, sostiene l’avvocato della famiglia Regeni, Alessandra Ballerini, affermando che le accuse su Zaky sono pesantissime in quanto contro la sicurezza dello Stato e che il collegamento con Regeni è forte; oltre al fatto che probabilmente Patrick fosse spiato e controllato anche in Italia. Intanto l’Università di Bologna, a differenza di quella inglese di Cambridge che ha fatto finta di non capire quale sorte potesse toccare al nostro Regeni, si è attivata per seguire la vicenda di Zaky costituendo una unità di crisi sulla situazione. Questa adesione dell’università di Bologna potrà aiutare ulteriormente lo studente egiziano. Mi auspico che anche il governo italiano agisca contro quello egiziano con alcuni strumenti che il diritto internazionale gli consente come : richiamare l’ambasciatore italiano, dichiarare l’Egitto paese non sicuro, fare una rogatoria perché la magistratura italiana possa interrogare le persone iscritte nel registro degli indagati, e, perché no, utilizzare strategie commerciali restrittive nei confronti dei prodotti provenienti dall’Egitto.

Penso che il governo italiano debba fare di tutto per ottenere la liberazione di Patrick Zaky, lo dobbiamo a Giulio Regeni.

“La paura ha bussato alla porta
il coraggio è andato ad aprire,
non c’era nessuno”.
M. L. King

Iniziamo con un GRANDE GRAZIE a tutti.
Anche per il 2019, tutti assieme, siamo riusciti a portare a termine la nostra solidarietà in Haiti. I “numeri” li trovate nelle ultime pagine di questa lettera e, in allegato, il resoconto annuale di FDDPA. Durante la loro permanenza, per il Convegno di aprile, avremo la possibilità di incontrare, lo faremo anche con un momento di festa, Martine, Jean e Dieuseul. Con queste prime quattro righe che avete appena letto, avevamo pensato di trovarci con i nostri amici, non solo al Convegno ma, anche come momenti di festa e di ascolto. Purtroppo, non è andata così. Le tante comunicazioni, che seguono, danno l’idea della situazione attuale … leggete. Ci sentiamo di ringraziare Marianita e Francesco, per il grande impegno di tempo e di preoccupazioni, per organizzare il viaggio dei nostri amici Haitiani. E a proposito del Convegno noi abbiamo scritto così alla segreteria e a tutta la lista della Rete:

Cari e care, per l’epidemia da coronavirus stiamo vivendo giorni particolari e inaspettati. Siamo tutti e tutte un po’ disorientati e smarriti, di fronte alla nostra fragilità. Noi, della generazione nata nel dopo guerra, ci troviamo per la prima volta a fare i conti con un’emergenza globale così grave. È un tempo sospeso, come dicono tanti, in cui si cerca con fatica di dare un senso alle giornate trascorse forzatamente in casa. Per non parlare della preoccupazione di chi ha genitori anziani o parenti o amici per varie ragioni più esposti di altri al contagio. A questo si aggiunge l’incertezza per il futuro che ci aspetta con una nuova crisi economica. Si fa fatica a immaginare come sarà la ripresa… E allora cosa significa per noi essere Rete in questo momento? Come sapete, purtroppo è stato cancellato anche il Convegno biennale, che è sempre stato tra i momenti forti nel nostro percorso. Per organizzarlo ci eravamo impegnati in una lunga preparazione, durante i coordinamenti, per trovare i contenuti e le forme migliori, per rinnovarne alcuni aspetti, per capire quali testimoni invitare… Pensando a tutto questo, ci è venuto alla mente quello che la Rete ci ha insegnato in tanti anni: guardare “con gli occhi del sud”. Avevamo intitolato così anche il Convegno dei nostri quarant’anni. Che cosa significa allora per noi, oggi, vedere le cose con gli occhi del sud? Siamo rimasti colpiti dai tanti messaggi di affetto e di solidarietà che ci sono arrivati dai referenti dei nostri progetti: da Viviana (era tra i testimoni che dovevano partecipare al Convegno) della Mesa Campesina argentina, che addirittura ci invita a non mandare i soldi perché potrebbero servici qui; dai Sem Terra, dai Mapuche, da Haiti, dal Ghana, con Emma che ci chiede della nostra salute e ci assicura che prega per noi… Eppure il virus si sta diffondendo anche nei loro paesi, dove sono certamente meno attrezzati di noi, per difendersi dalla malattia. Cerchiamo, quindi, di accogliere l’invito che ci viene dai tanti amici e amiche di “là”: conservare, nonostante tutto, lo sguardo prezioso della speranza, la capacità di interessarci anche degli altri e non solo di noi stessi. I loro sguardi e le loro voci sono la denuncia delle politiche neoliberiste che stanno creando diseguaglianze sempre più grandi, tra i pochi che diventano sempre più ricchi e i moltissimi che diventano sempre più poveri. I loro sguardi e le loro voci ci impegnano a restare solidali, anche se restiamo a casa. Il Convegno ci avrebbe invitato a riflettere proprio su questo. I nostri testimoni, infatti, ci avrebbero parlato della loro partecipazione ai movimenti popolari di resistenza a questa economia, che uccide più dei virus. Ci avrebbero parlato delle loro realtà locali e del loro sforzo per cercare di costruire società più giuste e umane. Ed è proprio questa la resistenza che la Rete ci insegna. Infatti, i nostri piccoli progetti hanno lo scopo di stare a fianco e sostenere chi vuole ristabilire giustizia e umanità nelle realtà in cui vive.

Marzo è anche un mese in cui cade l’anniversario della morte di alcune persone che non vogliamo dimenticare. Ci piace ricordarle insieme a voi. Marianela Garcia Villas, membro dell’Associazione Cattolica Universitaria Salvadoregna (ACUS – Asociación Católica Universitaria Salvadoreña), fondò la Commissione per i diritti umani del Salvador e fu collaboratrice di monsignor Óscar Romero. Fu catturata dai militari, il mattino del 12 marzo 1983, in un’area di conflitto dove si era recata per documentare l’uso di armi chimiche, da parte dell’esercito. Dopo 48 ore di torture feroci, morì all’alba del 14 marzo 1983. Rachel Corrie, ragazza statunitense di 24 anni, membro dell’International Solidarity Movement (ISM). Aveva deciso di andare a Rafah, nella striscia di Gaza, durante la seconda Intifada, ad aiutare le famiglie palestinesi. Insieme ad altri internazionali, cercava di fermare le demolizioni e le distruzioni dell’esercito israeliano di case e coltivazioni dei palestinesi. Il 16 marzo 2003 fu travolta e schiacciata a morte, mentre protestava nel tentativo di impedire ad un bulldozer corazzato dell’esercito di distruggere alcune case palestinesi. Ma, in quei giorni, gli occhi del mondo erano puntati su Bush e Saddam, accusato di sviluppare chissà quali armi chimiche. La seconda guerra del Golfo, scoppiata dopo poche ore, fece sparire completamente dall’attenzione internazionale il gesto eroico e la morte di Rachel Corrie. E non possiamo infine non ricordare, insieme a molti altri della Rete RR, mons. Oscar Arnulfo Romero, arcivescovo di San Salvador, assassinato mentre celebrava l’Eucarestia, il 24 marzo 1980. Di lui più volte abbiamo parlato nella nostra associazione e, nel 40° anniversario del suo martirio, il Convegno l’avrebbe giustamente ricordato. Ne facciamo invece una memoria privata, ma non meno importante e significativa. Forse vale la pena di dare un’occhiata su Google, per rivedere i volti di queste persone e riviverne la storia. A noi pare importante ricordare che sono state persone capaci di dare la loro vita, per essere state coerenti fino in fondo con le loro scelte, anche se non erano nate per fare i “supereroi”. Che ci siano di esempio, nel nostro quotidiano, tanto più in questi giorni faticosi. Infine, vorremmo accompagnare i nostri auguri di Buona Pasqua con alcuni versi tratti dalla poesia di Mariangela Gualtieri Nove marzo duemilaventi

…. Guardare bene una faccia. Cantare
piano piano perché un bambino dorma.
Per la prima volta
stringere con la mano un’altra mano,
sentire forte l’intesa. Che siamo insieme.
Un organismo solo. Tutta la specie
la portiamo in noi. Dentro noi la salviamo.

A quella stretta
di un palmo col palmo di qualcuno
a quel semplice atto che ci è interdetto ora –
noi torneremo con una comprensione dilatata.
Saremo qui, più attenti credo. Più delicata
la nostra mano starà dentro il fare della vita.
Adesso lo sappiamo quanto è triste
stare lontani un metro.

Un abbraccio forte. Maria e Gianni

“L’uomo che non è capace di sognare
è un povero diavolo.
L’uomo che è capace di sognare
e di trasformare i sogni in realtà
è un rivoluzionario.
L’uomo che è capace di amare
e di fare dell’amore
uno strumento di cambiamento
è anch’egli un rivoluzionario.
Il rivoluzionario quindi è un sognatore,
è un amante e un poeta,
perché non si può essere rivoluzionari
senza lacrime negli occhi
e senza tenerezza nelle mani”.
Thomas Borge

A tutti/e buona primavera, arrivata in anticipo. Di seguito trovate l’ultima comunicazione da Haiti. Oltre alle drammatiche notizie che sta attraversando il Paese, Jean ci ha inviato il resoconto economico che, riassuntivamente, assieme al ns bilancio, pubblicheremo nelle prossime lettere mensili. Per il momento diamo la notizia che i nostri amici haitiani saranno presenti al Convegno di aprile a Rimini e per alcuni giorni avremo la possibilità di incontrarli come Rete locale. Questa nostra lettera continua con la circolare Nazionale e con le prime notizie per partecipare al Convegno.

Peccato che tutti quelli che saprebbero governare il paese
siano già occupati a guidare taxi e tagliare capelli.
George Bums

Anno nuovo, vita nuova.
E’ il tradizionale slogan che da sempre ripetiamo ad ogni inizio dell’anno. Ma, se stiamo alle cronache e agli avvenimenti, molto preoccupanti, di questo inizio di anno non possiamo che affermare: tutto come prima. Alcune nostre iniziative ci ricordano che questo è l’anno del Convegno Nazionale a Rimini nel prossimo aprile. Questo 2020 ci ricorda il 10° anniversario del tremendo terremoto in Haiti (12 gennaio), il 10° anniversario dell’uccisione della Daduoe (24 aprile). Per tutto questo vi invitiamo a leggere con attenzione le “notizie importanti” che trovate qui sotto. Per l’incontro del 2 febbraio.

Notizie importanti:
1) Carta e penna per annotare e ricordarsi che: domenica 2 febbraio ore 16.00 dai Comboniani – sala Comboni – incontro con LUCIA CAPUZZI, giornalista e inviata del quotidiano Avvenire, attualmente al lavoro in Haiti e autrice dell’articolo che segue. Inoltreremo un avviso-invito da divulgare.
2) Coordinamento nazionale: Care amiche e cari amici della Rete, vi inviamo l’Ordine del Giorno del prossimo Coordinamento, che si terrà a Rimini all’Hotel Continental, viale Vespucci 40, sabato 25 e domenica 26 gennaio. Con l’occasione sollecitiamo anche chi non ha ancora inviato la propria adesione a farlo entro il 15 gennaio

ODG COORDINAMENTO RIMINI: ore 14.30: relazione tesoriera su bilancio 2019
Ore 15.30: Convegno Rete 2020: temi, titolo, relatori, testimoni
Ore 17.00: pausa
Ore 17.30: convegno Rete 2020, programma, organizzazione, chi fa che cosa
Ore 19.30: cena
Ore 21.00: Convegno Rete 2020, ripresa dibattito
Domenica 26 gennaio: ore 9.00: Convegno Rete 2029
Ore 10.00: presentazione Nuovi progetti
Ore 11.00: pausa
Ore 11.30: prossime circolari e località/date prossimi coordinamenti
Ore 12.00: aggiornamenti, varie ed eventuali
Ore 13.00: pranzo
Nei prossimi giorni la Commissione Convegno invierà a tutti una sintesi delle proposte finora condivise, su cui ci confronteremo a Rimini, cercando di arrivare a conclusioni altrettanto condivise.

Cari saluti a tutte e tutti
La Segreteria Maria Angela Abbadessa, Maria Cristina Angeletti, Fulvio Gardumi

mercoledì 8 gennaio 2020
Post terremoto. Haiti, le promesse tradite dagli aiuti esteri
Lucia Capuzzi, inviata di Avvenire ad Haiti

Rete di Quarrata – Lettera Natale 2019

Carissima, carissimo,
possiamo passare tutta la vita seduti nelle certezze: anche questa è una scelta, se i fatti non vengono a sconvolgerla di forza. L’altro, lo straniero, è quello che, accostandosi a noi, viene a risvegliarci, a raccontarci il mondo da un altro punto di vista. Che inevitabilmente mette in questione il nostro modo di vedere: “E qui comando io, e questa è casa mia…” Le cifre delle migrazioni nel mondo potrebbero aiutarci ad essere più veri nei nostri pensieri: ovunque le migrazioni sono in atto, solo il 20% dei rifugiati va oltre i Paesi vicini, tanti Paesi senza batter ciglio accolgono, pur poveri, milioni di rifugiati; altri conoscono episodi di rifiuto anche più gravi dei nostri. Insomma. la migrazione è una delle caratteristiche del nostro mondo. I colonizzatori pensavano di detenere la chiave dei Paesi del sud del mondo e di tener ben nascosta quella di casa propria. E invece, quella chiave s’è trovata e, con la tenacia di chi non vuol capire che non vogliamo che entrino, queste popolazioni in fuga la girano nella toppa di casa nostra. Fatichiamo ancora molto a pensarci abitanti di una casa comune, partecipi di un’eredità da condividere, né ci vogliamo inquietare chiedendoci perché noi e non gli altri dovremmo avere diritto al consumo illimitato e a tutti i beni possibili. Anche se vengono dallo sfruttamento di altre terre, da salari di fame, da un commercio invasivo, da foreste bruciate, da guerre alimentate, da regimi corrotti sostenuti a distanza. Penetrare nei meandri del sistema di sfruttamento mondiale gela il cuore e lascia attoniti. E allora bisogna scegliere da che parte stare. Perlomeno di non fare la guerra alle vittime. A chi si precipita in casa mia perché la sua casa brucia non posso far lezione di buona educazione: “Non si fa così”. Devo trovare gli incendiari, e magari scopro che un cerino l’ho gettato anche io. Una strada umile e semplice è quella di ascoltare. Dare la parola nei nostri quartieri, nei nostri paesi, nelle nostre parrocchie, nei centri sociali, nei centri ricreativi e culturali, a queste persone che a volte vivono fra noi come in un mondo a sé. Liberare i loro racconti le loro vite, le loro sofferenze, i loro sogni, liberare davanti a loro anche le nostre domande e inquietudini. E un altro passo é quello di restituire. Di tutto quanto abbiamo, nulla ci appartiene in assoluto, neppure noi stessi: perché la Famiglia umana viva felice in questo mondo così bello. È Natale. Voglio aprire tutte le porte del mio essere e lasciar libero il bambino che c’è in me. Desidero un Natale ricco di sorprese: un Dio è venuto al mondo dalla porta di servizio. Eccolo, senza un tetto, a occupare terre lontane nel ventre della storia. Ecco il Bambino coraggiosamente generato nella paura infanticida di Erode. Dio fatta Bambino emerge nella conflittualità umana. Questo Natale non ascoltiamo il suadente richiamo del consumismo. Al posto dei regali, facciamoci regalo. Alla Messa preghiamo affinché le paure che ci attanagliano si trasformino in fede, il contrario del coraggio. Chiediamo meno maldicenza e più benevolenza. Innalziamo tutte le intenzioni che ci chiamano alla coerenza, e chiediamo perdono, coscienti che nostre trasgressioni pesano meno delle nostre omissioni. Come regalo di Natale gli donerei una colomba, un ramo d’olivo nel becco, affinché la sua misericordia ci liberi dal diluvio della nostra ingratitudine. All’alba prendiamo in braccio il globo terrestre per accarezzarne ogni volto. Asciugando le lacrime dalle guerre, dagli attentati, dalla fame, dalle migrazioni e dalle discriminazioni. Questo Natale non cerchiamo una cena ricca di abbondanza sorda alle grida di abbandono. Dividiamo quello che abbiamo. Oggi ci sono molte persone, all’interno del clero e della Curia, che non comprendono e non accettano le parole del Papa. Pochi giorni fa un suo rappresentante ha affermato davanti alla stampa che anche “la misericordia di Dio ha dei limiti”, senza peraltro dire quali fossero questi limiti che, probabilmente, sono solo i suoi e non quelli di Dio. Tra vari funzionari della Curia si dice che il Papa sta soffrendo di “misericordite”, ossia una mania di insistere unicamente sulla misericordia. Ciò che si può rispondere è che Gesù soffriva della stessa malattia, desideroso che i suoi discepoli si lasciassero contagiare per espanderla nel mondo. La misericordia è l’attitudine di chi ha compassione per la miseria altrui. Per la fede cristiana, misericordia significa l’amore solidale che coinvolge ogni persona nei confronti del prossimo, della Terra e della natura ferita dalla disumanità del sistema che domina il mondo. Oggi dobbiamo mettere al servizio della giustizia tutte le nostre capacità umane, intellettuali, religiose e relazionali. Il Papa ha ragione quando insiste dicendo che non si tratta solamente di assumere attitudini e gesti di misericordia come principio e bussola orientatrice di tutta la nostra vita, un modo di essere permanente. Monsignor O. Romero, affermava: oggi non si tratta più solo di qualche persona ferita sul proprio cammino. Sono interi popoli di essere crocifissi, e noi li dobbiamo togliere dalla croce. Per questo ciò che non è condiviso ci deve lasciare inquieti. Ci sono solitudini che potrebbero essere guarite da nuove presenze. Incamminati così, ci troveremo a pochi metri dal povero spazio di Betlemme. Se ancora non lo sapremo riconoscere, si preoccuperà Lui di dircelo un giorno: “Non c’era posto per me e tu mi hai accolto…”. Questo spazio l’ho visto con chiarezza qualche settimana fa in Brasile, dove tutti gli interventi nella Baixada Fluminense dove si sviluppa il progetto Agua Doce che sosteniamo, sono ispirati ai criteri di assistere sempre gli ultimi degli ultimi, riservando a loro il ruolo di protagonisti nel processo di recupero ed emancipazione, promuovendo programmi di rispetto e integrazione degli uomini e delle donne con la natura, coinvolgendo il potere pubblico, politicizzando la questione della miseria e della esclusione, creando una cultura del dialogo locale e globale, della cura dei deboli e degli impoveriti. Adesso che la crisi è acuta e si fa sentire seriamente nello stomaco, sempre più vuoto, causa la chiusura della politica sociale da parte del governo Bolsonaro che dice pubblicamente in TV che per lui i poveri e gli indios non sono un problema, possono anche morire. Di fronte a questa politica, Agua Doce si propone di espandere la coscienza umana attraverso l’apertura dei loro cuori ad altri cuori, anche noi dovremmo aprire il nostro cuore all’altro, creando giorno dopo giorno il profondo senso della comunità, condividendo tra gruppi di famiglie ciò che hanno.

Buon Natale, Antonio

Ricordo ad ognuno di noi l’autotassazione libera nella quantità e continuativa nel tempo a sostegno dei progetti

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Indicando sempre la causale

Infine ricordiamo il contributo alla nostra rivista: In Dialogo
contributo ordinario 2020 € 35
contributo sostenitore 2020 € 50
contributo amicizia 2020 € 100
contributo vitalizio 2020 € 1.000

Chi invia il contributo di sostenitore, amicizia o vitalizio riceverà un libro in omaggio.

“Se voi però avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni sono la mia Patria, gli altri i miei stranieri” don Lorenzo Milani, “L’obbedienza non è più una virtù”

Cari e care, il Convegno nazionale della Rete si avvicina e ci sembra importante e utile condividere anche con il gruppo di Verona quanto è emerso dal confronto che c’è stato al coordinamento di Pistoia lo scorso 23/24 novembre. Al di là del dibattito (come sempre un po’ farraginoso…) sul titolo più opportuno, ci si è trovati sostanzialmente d’accordo sui contenuti fondamentali e le modalità che dovrebbe esprimere il Convegno. Abbiamo accolto l’invito di Giorgio Gallo a riflettere sull’importanza di una dimensione politica rinnovata e più forte. Qui è chiaro che parliamo di politica come impegno per il bene comune e non di scegliere uno dei partiti attuali. Questo sguardo politico ci dovrà aiutare a valutare e guidare le nostre operazioni. Infatti, in questa fase storica stiamo assistendo a un moltiplicarsi di ribellioni, a livello globale. Protagonisti sono in genere i giovani. Pensiamo al Cile, a Haiti, al Libano, all’Iraq, all’Algeria, all’Iran, e anche a diversi paesi dell’Africa, ma anche, con diverse caratteristiche, alla Bolivia, a Hong Kong e alla Catalogna. Molte di queste ribellioni sono il frutto dell’impoverimento e dell’aumento delle insicurezze e delle disuguaglianze che ha prodotto il neoliberismo. La gente, i giovani soprattutto, cominciano a dire basta. Non dimentichiamo, però, che questo profondo disagio sociale può prendere anche la forma del populismo di cui vediamo, per esempio in Italia, gli effetti nefasti. Di tutto questo vorremmo tenere conto nel Convegno. In concreto pensiamo di chiedere ai testimoni che inviteremo di spiegare i contesti in cui operano le organizzazioni di base e i movimenti di cui fanno parte, di dirci delle lotte che portano avanti, contro un sistema che in ogni parte del mondo esclude buona parte della popolazione (creando quegli “scarti” di cui parla papa Francesco). Crediamo che proprio da qui nasce la necessità di ricostruire relazioni e impegno sociale, a partire da piccole comunità e gruppi solidali come è la nostra Rete: ciò però non sarà possibile se non saremo coscienti dell’ampio orizzonte politico in cui viviamo. Per quanto riguarda gli spazi all’interno del Convegno, è stata lanciata la proposta di confrontarci tra le Reti, di scambiarci esperienze e modalità di azione all’interno delle diverse realtà in cui i vari gruppi locali operano. Questo scambio potrebbe essere collocato nelle serate di venerdì e di sabato.
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Anche per quanto riguarda il progetto locale della concessione in comodato dell’appartamento dell’ATER, in collaborazione con la comunità di s. Nicolò, lentamente la burocrazia si muove. Abbiamo avuto assicurazione scritta che saremo chiamati a firmare il contratto di comodato entro il febbraio 2020.
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Alleghiamo alla nostra circolare la circolare nazionale di novembre, curata dalla Rete di Castelfranco, dal titolo significativo di “Africa in positivo”. Riporta quello che p. Richard (p. Richard aveva partecipato a un nostro Convegno di qualche anno fa) riferisce sulla situazione attuale della Repubblica Democratica del Congo, ma anche propone una lettura che sfata gli stereotipi con cui si è soliti guardare all’Africa; piuttosto apre alla speranza perché sottolinea la vitalità e la creatività degli africani nonostante le molte difficoltà e contraddizioni di cui ancora il continente soffre.
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Infine, per tenere sempre vivo il nostro impegno nei confronti della Palestina, abbiamo avuto due appuntamenti importanti in quest’ultimo periodo. Il 20 novembre c’è stato l’incontro con Rashid Khudeiri, accompagnato e presentato da Luisa Morgantini. Rashid è presidente del Jordan Valley Solidarity, un movimento di contadini che nella valle del Giordano resiste in modo non violento all’occupazione israeliana, ricostruendo case, scuole, e qualsiasi altro tipo di edificio sistematicamente distrutti dall’esercito. C’è chi ha ricostruito ben 34 volte la sua casa. In questo modo si vuole affermare il proprio diritto di esistere. Quattro di noi, poi, hanno partecipato alla giornata ONU di solidarietà con la Palestina. Quest’anno l’incontro si è svolto a Milano, dove siamo stati accolti dalla comunità dei palestinesi della Lombardia. Erano presenti anche personalità istituzionali, ma i momenti più interessanti sono stati i gruppi di lavoro in cui è stato possibile ascoltare le testimonianze di chi ogni giorno lotta contro l’occupazione e per una società libera, come per esempio le donne di Gaza strette tra una società tradizionale, e quindi maschilista, e appunto l’occupazione militare israeliana.

Un caro saluto,
Maria