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Un antropologo propose un gioco ad alcuni bambini di una tribù africana. Mise un cesto di frutta vicino ad un albero e disse ai bambini che chi sarebbe arrivato prima avrebbe vinto tutta la frutta. Quando gli fu dato il segnale per partire, tutti i bambini si presero per mano e si misero a correre insieme, dopodiché, una volta preso il cesto si sedettero e si godettero insieme il premio. Quando fu chiesto ai bambini perché avessero voluto correre insieme, visto che uno solo avrebbe potuto prendersi tutta la frutta, risposero “Ubuntu: come potrebbe uno essere felice se tutti gli altri sono tristi?”.
(“Ubuntu” nella cultura africana sub-sahariana vuol dire “Io sono perché noi siamo”).

Carissime/i, da tanto tempo, da tanti anni adoperiamo questa comunicazione mensile per trasmettervi notizie, inviti della Rete in generale e, in particolare, del nostro gruppo. Il riassunto dell’ultimo incontro, a cura di Maria Rosa e Sandra, mette assieme una bella “storia” e anticipa le date del Convegno del 2018. Come sempre, i nostri amici Haitiani ci aggiornano sull’attività nelle varie comunità e sulle scuole. Sabato 25 e domenica 26 novembre a Pescia, ci sarà il Coordinamento che, come potete vedere nell’odg allegato, definirà il programma del prossimo Convegno Nazionale. Ricordiamo che ai Coordinamenti tutti possono partecipare.

Riassunto serata
Nell’incontro di Rete di Lunedì 23 ottobre a casa di Gianna e Elvio, si è fatto il punto sulla situazione ad Haiti e celebrato il primo anniversario della morte di Gianna. E’ stato un momento di ricordo collettivo, insieme a molti della sua famiglia. Per ricordare il suo affetto e l’attenzione per ogni persona che incontrava, vicina o lontana, sono stati raccolti in un libretto testimonianze di vita, scritti e pensieri che Gianna ci ha lasciato. Il libretto è a disposizione di chi lo desidera. (*) A Souprann dove si trova il Centro professionale, il 23 luglio sono stati consegnati i diplomi a 13 donne. In questa occasione la scuola è stata intitolata ufficialmente a Giovanna Mocellin. Scrive Willot: “Si tratta di una scuola professionale fondata da Dadoue Printemps nel villaggio di Souprann, una, per dare alle donne contadine l’opportunità di apprendere un mestiere che rappresenta un aspetto importante nella loro lotta per l’emancipazione sociale ed economica. Il giorno della consegna dei diplomi abbiamo fatto una presentazione di Gianna, della sua vita e del suo impegno per cambiare la vita dei bambini e delle donne di Haiti e di tutto il mondo. Abbiamo anche detto che Gianna era una sarta. Per celebrare la sua vita e onorare la sua memoria, abbiamo intitolato ufficialmente questa piccola scuola professionale “Centro professionale Giovanna Mocellin”. In questa occasione, 13 donne che hanno perseverato nello studio per tre anni hanno ricevuto il loro diploma”. Questa scuola era stata gravemente danneggiata, ma la solidarietà ha permesso di rimettere in sesto il tetto distrutto dalla violenza degli uragani; per fortuna Haiti è stata risparmiata dall’ultimo uragano Irma. In agosto si è concluso il quarto seminario sulla salute, centrato sulla potabilizzazione dell’acqua. Altre notizie: il Convegno Nazionale si terrà il 13-14-15 aprile 2018 a Trevi sul tema “Cosa significa essere solidali oggi”. Il prossimo convegno avrà una novità perché, in contemporanea, si svolgerà il seminario giovani.

Cari amici della solidarietà della Rete Radié Resch di Verona, siamo un po’ in ritardo con le circolari mensili, anche perché abbiamo aspettato la circolare nazionale. Questa si riferisce a due mesi, a ottobre e novembre 2017; la prossima sarà in dicembre. Tre riferimenti per questa circolare, il primo riferito alla Rete Nazionale, al Coordinamento di ottobre e al prossimo Convegno nazionale 2018. Il secondo tema, centrale in questa comunicazione, si riferisce al Ghana e al nostro Progetto là, e al recente viaggio di 7 amici veronesi in quel paese, di cui parleremo brevemente qui sotto, anche con espressioni dirette degli africani ghanesi, anzi dell’africana. Il terzo argomento si riferisce al nostro prossimo incontro veronese, fissato al 7 novembre, dove rinnoveremo le cariche sociali, a partire dal coordinatore o presidente, che dir si voglia, che finora sono stato io che firmo qui sotto. Al Coordinamento di Brescia del 7 e 8 ottobre è intervenuto anche padre Mussie Zerai, il sacerdote di origine eritrea che aiuta con forza e determinazione i migranti, dall’Eritrea e da altri luoghi d’Africa. L’abbiamo già ascoltato al Convegno 2016 a Trevi, ricorderete, ed a Brescia ha ripreso il tema della solidarietà con l’altro, un obbligo morale e religioso, perché la crisi della solidarietà è anche crisi dell’umanità, della fede, della legalità. E il titolo del Convegno 2018 sarà proprio “La solidarietà, dovere morale o reato ?”. I prossimi Coordinamenti definiranno la struttura del Convegno, scegliendo i testimoni e impostando le riflessioni miste, fra noi ed i referenti delle nostre operazioni. Sul secondo argomento hanno preparato un testo gli amici che hanno visitato Adjumako, la città del Ghana dove è iniziato due anni fa il nostro impegno diretto con l’Africa. Ecco il testo:

Cari amici,siamo da poco rientrati dal viaggio in Ghana, e portiamo ancora vivi nel cuore e nella mente i suoni, i colori, gli odori e soprattutto le emozioni forti che abbiamo sperimentato. Condividiamo con voi solo qualche impressione, in attesa di trovarci prossimamente per una narrazione più dettagliata, corredata da testimonianze e immagini. Prima di tutto l’ospitalità generosa, semplice e calorosa di cui abbiamo goduto da parte di auntie/zia Olivia e della sua fitta rete di parenti e amici; poi l’inevitabile cambiamento delle nostre abitudini, con la necessità di adattarci, per esempio, a tempi diversi, dettati vuoi dal traffico caotico delle grandi città su strade spesso impraticabili, vuoi dalla tranquilla mancanza di fretta delle persone; o ancora l’atmosfera dei luoghi della schiavitù e della deportazione, in cui ci si immerge nelle tragedie della storia umana (disumana!); o infine lo stupore di fronte all’accoglienza e alla festa riservateci dalla popolazione di Adjumako e dai suoi rappresentanti. Come sapete da due anni sosteniamo il progetto per le ragazze di Adjumako di Full Life, l’associazione fondata da Olivia e da sua nipote Emma. Per farvi capire con quale spirito Emma lavora al progetto, condividiamo con voi il bel discorso che ha tenuto alla festa di Adjumako: Emma Ghartey (è la coordinatrice ghanese, la nostra referente, e queste sono le sue parole pronunciate all’assemblea ad Adjumako, Adjumako Durbar, presente la delegazione veronese):

Re e Anziani di questa città, vi saluto. Tutti noi concordiamo sull’importanza dell’istruzione. L’istruzione è luce. Io penso che accanto a Gesù Cristo l’altra grande luce per il mondo sia l’istruzione. L’istruzione è essenziale per una vita feconda. Inoltre, come il Signore Gesù dà la forza alle persone di vivere vite vittoriose, così l’istruzione permette loro di vivere bene. L’istruzione rende le persone più utili alla loro comunità. Comunque, non tutti hanno avuto questa opportunità. Nella storia del mondo, se c’è un gruppo di persone emarginate e discriminate, questo gruppo sono le donne. Nessun altro gruppo gli si avvicina. Sento spesso neri lamentarsi di subire discriminazione, di essere emarginati. Ma la discriminazione nei confronti delle donne supera ogni altra. Ma le donne non si lamentano. Non la vediamo nemmeno. Perciò sono molto felice che alle donne sia offerta questa opportunità di riscatto. E devo dire che ciò non va a vantaggio solo delle donne. Perchè quando una donna è istruita, è tutto il mondo intorno a lei che ne trae beneficio. Il mondo ne trae beneficio, l’ambiente ne trae beneficio, la società ne trae beneficio, I suoi figli ne traggono beneficio, il marito trae grande beneficio da una moglie istruita. E così noi siamo felici che la Rete Radié Resch sia qui per sostenere le nostre ragazze, le nostre future mogli e madri. Per ora è qualcosa di piccolo. Il nostro conto in banca non è molto ricco. Ma noi lo vediamo come un seme di senape. Che contiene un albero enorme nascosto dentro di sé, che a sua volta contiene milioni di semi con milioni di alberi e così via. Voglio solo immaginarmi Adjumako fra cent’anni. Una grande città piena di gente istruita. E tutto grazie a questo seme che la Rete sta seminando qui. Sono certa che la capitale del Ghana sarà spostata da Accra ad Adjumako! Nel marzo del 2015 il dottor Gianfranco Rigoli di Verona (Italia) ha visitato Adjumako. Non è venuto da turista ma da amico. Il 19 marzo 2015 ci ha incontrati in questa stessa scuola portandoci un messaggio da parte del suo gruppo della Rete Radié Resch di Verona. Due cittadini di Adjumako sono stati scelti per aprire un conto bancario, e nell’agosto del 2015 il progetto per le ragazze di Adjumako ha ricevuto la prima donazione di 2000 €. Finora 49 ragazze della comunità di Adjumako hanno beneficiato del progetto. Abbiamo ragazze nella prima, seconda e terza classe della Junior High School (scuola media). Abbiamo ragazze nella prima, seconda, terza classe della Senior High School (scuola superiore). E abbiamo una ragazza che sta facendo l’esame di recupero per entrare all’università. Questo processo di selezione ha varie fasi. Coinvolge il preside della scuola e gli insegnanti, i membri dell’associazione Full Life e il comitato di gestione della scuola (del quale fanno parte anche genitori degli alunni). Noi offriamo alle ragazze le cui madri sono in difficoltà economiche il pagamento delle tasse scolastiche, le divise scolastiche, l’iscrizione all’esame finale del WAEC (West African Examinations Council). Inoltre le aiutiamo attraverso interventi di counseling e di orientamento. Si vedono già i risultati. Tutti possono testimoniare:
Eliminate le dilaganti gravidanze adolescenziali.
Completamente eliminati gli abbandoni scolastici.
Aumento delle iscrizioni femminili.
100% di successi negli esami finali del WAEC.
Per tutto ciò diciamo un grande grazie a Dio Onnipotente.
Diciamo un grande grazie a voi della Rete Radié Resch di Verona.
E diciamo grazie a Zia Olivia.

Non appena saremo pronti a raccontarvi con parole ed immagini il nostro viaggio solidale vi inviteremo ad una serata di condivisione. Intanto vi salutiamo caramente
Gianco, Maria, Gianni, Pierina, Renzo, Francesca, Roberto

E infine il terzo argomento: il nostro prossimo appuntamento come gruppo Rete veronese, al quale siete tutti invitati. E’ fissato per martedì 7 novembre prossimo, alle ore 21, a casa Rigoli Valotto, in via Nicola Mazza 75. Parleremo certamente del Ghana, del viaggio e del Progetto, anche se la serata con foto e filmati e con tutto ciò che riguarda il viaggio avrà successivamente un suo spazio autonomo. E parleremo della vita della Rete, locale e nazionale, di Palestina e del Giro d’Italia che vuol partire da Gerusalemme, con le prime tre tappe in Israele ! E dopo questo parleremo del nostro gruppo e di come gestire nel modo migliore le comunicazioni e il coordinamento sociale, cioé la nostra azione di impegno solidale, ed io propongo un cambio di presidente e coordinatore, ormai necessario, dopo tanti anni.
Arrivederci allora al 7/11, a presto. Un cordiale saluto
Dino con Silvana

La vicenda spagnola della crisi catalana è argomento dominante di questi giorni. Ma le notizie date dai giornali sono spesso fuorvianti, confondono e manipolano l’opinione pubblica, dando solo una interpretazione della realtà. Partiamo proprio dalla Catalogna e da come la questione è stata proposta dalle nostre testate giornalistiche: la Stampa così introduce la questione catalana : “La Catalogna al voto un test per l’Europa…” mentre il Sole 24 ore : “….Attivisti contro la polizia… Madrid annulla il referendum ….la battaglia per l’indipendenza della Catalogna”. Il Corriere della Sera : “ Tutto il mondo osserva la Catalogna per capire se e come in una democrazia si possa tentare di sottrarre ad uno Stato un quinto del suo pil e un sesto della sua popolazione”. Nessuno che faccia notare che la Catalogna è già una Regione Autonoma, ha un suo Parlamento, è bilingue parlando una sua lingua diversa dallo spagnolo (il catalano), ha un suo Presidente che non ha terroristi in azione o truppe sul terreno, ma ha il sostegno del popolo. Nessuno che ponga l’accento sul fatto che il separatismo catalano è esploso in seguito alla mal gestita crisi economica spagnola legata a quella mondiale del 2008, all’opposizione di Madrid di concedere maggiore autonomia finanziaria e alle carenze di democrazia della Spagna intera, troppo dirigista e neo liberista. Mi sembra che ci sia una lacunosità allarmante nell’informazione italiana, da una parte sono state fatte analisi confuse dove si metteva in parallelo quella situazione con il nostro nord , o con quello curdo, che non aiutano a capire. Anche le altre analisi fanno perdere lo specifico di una questione che è politica. Piuttosto sarebbe stato interessante fare un racconto di come è maturata questa situazione, guardando alle politiche centraliste e autoritarie spagnole, all’attacco al sistema della scuola bilingue che in Catalogna funziona benissimo non creando ghettizzazioni (come quelle esistenti ad esempio in Alto Adige), bilinguismo totalmente combattuto dal potere centrale; queste cose hanno unito i catalani contro il potere di Madrid, pur ammettendo essi stessi di essere divisi sul referendum. Molta più gente, se non ci fosse stata la prova muscolare del Governo, forse avrebbe votato per il no. La stampa italiana dovrebbe dare prova di maggiore professionalità nel presentare e raccontare le situazioni in modo obiettivo ed esauriente risalendo alle cause degli eventi e non sempre al semplice fatterello. Penso che tante questioni nascano quasi sempre da mosse sbagliate dei governi centrali, la Spagna ne è un esempio con l’opposizione al referendum, solo consultivo, (anche questo particolare messo poco in evidenza dai media) ha ampliato a dismisura la base dell’indipendentismo e ora le parti sono in un vicolo cieco, un processo che potrebbe coinvolgere sia pure in maniere differenti altre realtà europee esaurendo le materie prime più necessarie alla convivenza: buon senso e tolleranza.
Sulla superficialità con cui vengono trattate le notizie si possono fare tanti altri esempi come le manifestazioni di protesta al “Festival del lavoro” di Torino, città devastata dalle trasformazioni del lavoro senza più l’impresa dominante, la Fiat, strumentalizzate, non comprese e manipolate contro gli stessi manifestanti. Oppure la questione migranti che vengono proposti come la causa dei nostri problemi, in quanto colpevoli di rubare agli italiani il welfare, la casa, il lavoro senza che nessuno ci faccia pensare al perché tutta questa gente sia qui, lasciando i propri affetti e rischiando la morte per trovarsi in una Europa che non li vuole, che li ghettizza e , se può, li sfrutta; nessun media che si soffermi seriamente a considerare o faccia emergere che essi lasciano violenze, fame , guerre, o che è ora di cambiare il modello di rapporto con l’Africa, smettendo con le economie di rapina delle loro risorse e con la devastazione del loro territorio facendoci considerare che essi servono per sfogare la rabbia che un tempo serviva per indurire gli scontri politici, sociali e di lavoro fra italiani; così nasce l’incattivito razzismo italiano. Per non parlare dei palestinesi considerati dai nostri mezzi di comunicazioni i terroristi numero uno e non gli oppressi per eccellenza con sempre meno diritti umani, con continue espulsioni di famiglie dalle loro case, revoca di residenze, demolizione di abitazioni ed espansione di colonie israeliane; non si parla mai dell’occupazione militare della Palestina da parte israeliana, un particolare trascurabile nel silenzio dei giornali italiani. Ce n’è stato forse uno che si è schierato contro la decisione di far partire il giro d’Italia da Israele?
Infine è di ieri la notizia che un partito politico di governo non di opposizione (faccio notare), il PD, ha presentato alla Camera una mozione “per individuare una figura più idonea a ricoprire la carica di Governatore della Banca d’Italia una volta scaduto il mandato di Ignazio Visco”. Riporto di seguito il Testo Unico che parla delle attribuzioni del Governatore della Banca D’Italia: “Il governatore della Banca d’Italia ha il compito di rappresentare l’istituto bancario con terzi, di presiedere l’assemblea, e di informare il governo italiano in materia di finanza estera o interna. Fino a prima dell’introduzione dell’Euro si occupava, anche, della politica monetaria nazionale. Tale funzione ora viene esercitata collegialmente insieme alle altre banche centrali dell’area Euro. L’articolo 19, comma 8, della Legge 28 dicembre 2005, n. 262 (Disposizioni per la tutela del risparmio e la disciplina dei mercati finanziari[1]) afferma che la nomina del governatore è disposta con decreto del presidente della Repubblica, su proposta del Presidente del Consiglio dei ministri, previa deliberazione del Consiglio dei ministri, sentito il parere del Consiglio superiore della Banca d’Italia. Il procedimento si applica anche per la revoca del governatore. La sua carica, fino al 2005 senza limite di mandato, dura sei anni, rinnovabile una sola volta (art. 19 L. 262/2005).
Non mi sembra ci sia stato una rete televisiva o altro media che abbia riportato la notizia chiarendo che un partito non ha il titolo per fare una mozione del genere e che la vigilanza della B.I. può arrivare fino a un certo punto; la B.I. ha commissariato le banche cha hanno causato il crack finanziario ( fra cui Monte dei Paschi e Banca Etruria) e non poteva fare altro, il resto è in mano alla Magistratura. Noto che la cosa ancora più grave, secondo me, è stata la nomina di una Commissione d’Inchiesta da parte della Camera, il che vuol dire che tale Commissione procederà alle indagini con gli stessi poteri dell’autorità giudiziaria. Se il Parlamento vuole cambiare le regole che disciplinano i poteri degli organi dello Stato che sono voluti dalla Costituzione indipendenti fra loro, deve approvare una legge, altrimenti deve stare al suo posto, e con lui anche i partiti politici.
Chiedo venia per lo sfogo ma sono veramente stanca di assistere a questa politica che pensa solo ai voti e alle sedie da occupare dopo aver abbandonato il ruolo di guidare i bisogni collettivi, violando continuamente le regole istituzionali.
Ricordiamo l’autotassazione libera, ma continuativa a sostegno dei progetti della Rete come nostra forma di giustizia restituiva

“Tutti i figli di Adamo formano un solo corpo,
sono della stessa essenza.
Quando il tempo affligge con il dolore una parte del corpo
le altre parti soffrono.
Se tu non senti la pena degli altri
non meriti di essere chiamato uomo”.
(Versi di un poeta persiano che stanno all’entrata del palazzo dell’ONU, a New York.)

Ciao a tutte e a tutti, ritorniamo con questa lettera, mese dopo mese, a darvi notizie della “vita” di Rete e, in particolare del nostro impegno in Haiti. La Rete si è ritrovata a Brescia il 7 ottobre a conclusione dei seminari regionali, per una giornata di riflessione sul significato oggi della Solidarietà che ha visto la partecipazione di molte reti. A margine del seminario si è svolto un incontro aperto al pubblico con don Mussie Zerai, scalabriniano della Eritrea, attivo da anni nella problematica delle migrazioni e che recentemente è stato indagato per favoreggiamento delle migrazioni clandestine. Pubblichiamo alcune sue riflessioni sul tema “ius solis” e quanto riportato da “Giornale di Brescia” del suo intervento all’incontro. Nella mattinata successiva, domenica 8, il coordinamento ha impostato le basi per il Convegno nazionale del prossimo anno. Il tema, la località e tutta la fase organizzativa saranno definiti nel prossimo Coordinamento di novembre che si terrà a Pescia. In Haiti si sono svolti i “seminari di salute”, con la partecipazione e l’aiuto dell’associazione “Popoli in Arte”, un aiuto davvero importante e che Fddpa ritiene, nel metodo, in grado di favorire la partecipazione allargata agli obiettivi comunitari. Per approfondire quanto questa circolare ha solo accennato, ci ritroviamo Lunedì 23 ottobre alle ore 20,45 a casa di Gianna e Elvio in via Spalato 9 Padova. Il 23 ottobre di un anno fa Gianna ha lasciato questa vita ma rimane viva in noi con tutta la ricchezza che ci ha donato negli anni in cui abbiamo camminato con lei. Per ricordarla è stato preparato un libretto che lunedì verrà presentato e distribuito.

Da Haiti
In seguito agli ultimi eventi meteorologici che hanno visto la formazione di vari uragani nei Caraibi, scrive Jean:
“In effetti il più colpito è il nord-est, la zona frontaliera tra Wanaminthe e Dajabon. Per il Nord-ovest, il rischio è stato grande, c’era vento accompagnato da pioggia, ma niente perdite di vite e bestiame. Per l’Artibonite, la montagna di Verrettes, Katienne e Dofiné lo stesso, solo i corsi d’acqua sono in piena, ma sinora i contadini sono salvi. Anche per Fondol vento e pioggia, ma non abbiamo registrato grandi danni, a Dubuisson invece [casa di Dadoue e sede di FDDPA], le piantagioni di banane sono state inondate, e quasi tutte le casette di Dubuisson allagate. Ma non ci sono stati morti e restiamo vigilanti perché sono annunciati altri cicloni: speriamo di essere ancora risparmiati. Grazie per aver pensato ed esservi preoccupati per noi, vi terremo informati”
Altra bella notizia: Willot ci informa che nel Nord-ovest, a Souprann dove si trova il Centro professionale, il 23 luglio sono stati consegnati i diplomi a 13 donne. In questa occasione la scuola è stata intitolata ufficialmente a Giovanna Mocellin. Scrive Willot: “Si tratta di una scuola professionale fondata da Dadoue Printemps nel villaggio di Souprann, una piccola località del comune di Môle Saint-Nicolas (Nord-Ovest, Haiti), per dare alle donne contadine l’opportunità di apprendere un mestiere che rappresenta un aspetto importante nella loro lotta per l’emancipazione sociale ed economica.
Il giorno della consegna dei diplomi abbiamo fatto una presentazione di Gianna, della sua vita e del suo impegno per cambiare la vita dei bambini e delle donne di Haiti e di tutto il mondo. Abbiamo anche detto che Gianna era una sarta. Per celebrare la sua vita e onorare la sua memoria, abbiamo intitolato ufficialmente questa piccola scuola professionale “Centro professionale Giovanna Mocellin”. In questa occasione, 13 donne che hanno perseverato nello studio per tre anni hanno ricevuto il loro diploma.” Infine, nella seconda metà di agosto si è tenuta a Dubuisson la quarta fase del seminario di salute animato da Maria Paola Rottino di Popoli in Arte. Alla fine del corso si è deciso che ci siano uno o più agenti di salute per comunità che diano alle comunità almeno un giorno di lavoro al mese gratuitamente o solo a rimborso spese. Ci sarà un coordinatore del progetto di igiene a livello di FDDPA che sarà Jumelle, giovane uomo cresciuto nella casa di Dadoue. Gli agenti locali in coordinazione con l’agente “generale” faranno sempre formazione sistematica sull’igiene e sulla fabbricazione del cloro per potabilizzare l’acqua. I partecipanti al seminario hanno calcolato quanto tempo occorrerà per comprarsi da soli il kit base e, se tutto va bene, in sei mesi dovrebbe partire davvero una campagna di sensibilizzazione e fabbricazione del cloro. E’ davvero un risultato importante per la salute delle persone che vivono sulla montagna.

Seminario Rete
Ius soli: una porta verso il futuro
don Mussie Zerai, presidente Agenzia Habeschia
E’ preoccupante la piega che ha assunto tra i partiti politici la polemica sullo ius soli a proposito della nuova legge sulla cittadinanza in discussione al Senato dopo essere stata approvata alla Camera alla fine del 2015. E’ un tema importante: si tratta della vita di migliaia di bambini e ragazzi e si tratta di allineare l’Italia a gran parte dei Paesi europei, senza contare l’intero continente americano, a cominciare dagli Stati Uniti e dal Canada. Eppure – nonostante il ritardo sia già enorme, visto che l’ultima legge italiana sulla cittadinanza risale al 1992 – nella maggior parte dei casi si va avanti per slogan e per barricate. Con tutta una serie di no. E il peggio è che si ha come l’impressione che non ci si renda conto di cosa significhino, in concreto, tutti questi no. Negare la realtà e negare uno dei diritti umani fondamentali: questo significa, innanzi tutto, dire no alla ius soli. La realtà che il mondo intero va verso una società multietnica e multiculturale. Il diritto di ciascuna persona di non subire discriminazioni di alcun genere, qualunque sia il colore della sua pelle, il credo religioso, le idee politiche, il luogo di provenienza, ecc. Significa, in altri termini, rimanere ancorati a un “diritto del sangue” anacronistico, di sapore razzista e non a caso difeso con forza dal fascismo, che su questa base è arrivato a ipotizzare delitti contro la stirpe “ariano-romana”. E’ risibile l’obiezione che si tratta di “difendere l’italianità” e “l’integrità della cultura italiana”. I ragazzi a cui è indirizzato lo ius soli parlano italiano, pensano italiano, sono di cultura italiana, si sentono italiani ed europei. Con una mentalità aperta al mondo e senza pregiudizi. Ovvero, non solo non minacciano ma arricchiscono “l’essere italiani” oggi. Già oggi i genitori di questi ragazzi a cui è negata la cittadinanza stanno dando un grande contributo a questa Italia che nega il futuro per i loro figli. I 2,3 milioni d’immigrati che lavorano in Italia hanno prodotto nel 2015 ben 127 miliardi di ricchezza (8,8% del valore aggiunto nazionale). Il contributo all’economia di lavoratori stranieri si traduce in quasi 11 miliardi di contributi previdenziali pagati ogni anno, in 7 miliardi di Irpef versata, in oltre 550 mila imprese d’immigrati che producono ogni anno 96 miliardi di valore aggiunto. Di contro, la spesa pubblica italiana destinata agli immigrati è pari all’1,75% del totale. Grazie a loro lo stato paga 640 mila pensioni, gli immigrati in cambio ricevono ogni giorno tanti attacchi e insulti di ogni genere oltre che essere criminalizzati in ogni dove, tutto questo per un paese che si ritiene civile è uno spettacolo indegno e desolante. Ecco, dire di no allo ius soli significa non capire quello che è già il “presente” del nostro Paese. Perché già oggi la “società giovane”, quella dei nostri ragazzi, è una società multietnica, che vede nelle linee di confine un punto di incontro e confronto: non di isolamento e chiusura. Lo dimostra in particolare la scuola, frequentata da migliaia di alunni arrivati in Italia quando erano piccolissimi o che addirittura in Italia ci sono nati, da genitori immigrati e ormai inseriti a pieno titolo nella nostra società, contribuendo in grande misura all’economia del Paese. Sono tanti questi bambini e ragazzi “stranieri”: secondo uno studio della Fondazione Moressa su dati Istat, in tutto risultano circa 1 milione e 65 mila. E 634.592 quelli nati in Italia da madri straniere, a partire dal 1999. Tantissimi studiano: secondo i dati ministeriale, nell’anno scolastico 2014-15 ne risultavano iscritti 814.187 dei quali 291.782 alle scuole primarie (10,4 per cento del totale); 167.068 nella scuola media di primo grado (9,6 per cento); 187.357 nella media di secondo grado (7 per cento); 167.980 nelle scuole dell’infanzia (10,2 per cento). Giovani e giovanissimi che faranno parte, anzi, saranno essenziali per l’Italia di domani. Molti di loro, ad esempio, potrebbero diventare i migliori ambasciatori” dell’italianità e della “proposta italiana”, lanciando un ponte tra la Penisola e i Paesi d’origine: nella cultura, ad esempio, o nell’università e nella ricerca, nella diplomazia, nei piani di sviluppo e cooperazione, nei programmi economici, nello stesso processo di integrazione dei migranti che, in un mondo sempre più “piccolo” e globalizzato, sicuramente continueranno ad arrivare. Ci sono già esempi importanti in questo senso: negli Stati Uniti, in Canada, nel Regno Unito, in Francia… Del resto è accaduto esattamente lo stesso con le comunità dei milioni di italiani che, nel tempo, le circostanze e le necessità della vita hanno sparso in tutto il pianeta. Chiudere la porta in faccia a questi ragazzi, negando lo ius soli, significa allora anche voltare le spalle al futuro. Significa condannare l’Italia a una gretta, miope mentalità localistica, chiusa, egoista, sospettosa. A farne un paese sempre più fermo, spento, avvitato su se stesso. Un paese senza domani. Vecchio. La battaglia, allora, non è solo per la sorte dei ragazzi stranieri nati o arrivati piccolissimi in Italia: è per tutti i giovani del nostro paese. Per come vogliamo che sia l’Italia di oggi e soprattutto quella di domani.

LA SOLIDARIETÀ NON È UN CRIMINE
Giornale di Brescia, 8 ottobre 2017, Salvatore Montillo
Appena ha saputo di essere sotto inchiesta, ha preso carta e penna e ha scritto un comunicato per affermare la sua innocenza, ma soprattutto per spiegare a gran voce che «la solidarietà non è un crimine». Parole ribadite ieri a Brescia da don Mussei Zerai, sacerdote eritreo che da anni vive in Italia ed è punto di riferimento per migliaia di suoi concittadini che affrontano il viaggio verso l’Europa in cerca di speranza. Don Mosè è finito nell’indagine della procura di Trapani insieme alle Ong con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, colpevole di segnalare gli arrivi dei migranti in alcune chat segrete dei capitani delle navi umanitarie. Nella parrocchia di Santa Maria in Silva, di fronte a un folto numero di persone, don Mosè non si è difeso, anzi. Ha attaccato, spiegando a suo dire perché oggi si è arrivati a tanto. «Non volendo intervenire sugli Stati che in Africa causano la fuga di milioni di persone e non potendo fermare i trafficanti – ha affermato – si è preferito colpire le organizzazioni umanitarie. Subito dopo si è avviata la nuova politica sull’immigrazione, quella del ministro Minniti. La politica
dell’occhio non vede cuore non duole. Le due cose stanno insieme». Secondo padre Mussei oggi viene impedito a chi fugge da guerra e fame di arrivare in Europa a chiedere protezione. «Si è voluto chiudere le porte senza preoccuparsi a cosa vanno incontro queste persone e nelle mani di chi li stiamo consegnando. E’ una politica pilatesca – ha aggiunto -, cui manca il piano b. Va bene interrompere il viaggio via mare, che finanzia i trafficanti. Ma quale alternativa danno i governi europei a questa gente?». Governi che hanno le loro responsabilità, secondo don Mosè, almeno rispetto alla massiccia presenza in Africa. «Solo a Gibuti – ha detto – ci sono cinque basi militari europee. Che fanno lì? – si domanda -. Curano gli interessi dei loro Stati, ma non si preoccupano di affrontare quei problemi che potrebbero impedire la fuga di milioni di persone. L’Europa negli ultimi settant’anni è vissuta in pace, facendo però la guerra a casa degli altri. La Libia ce lo insegna». Parole di denuncia pronunciate col solo scopo di risvegliare le coscienze rispetto alla drammatica situazione umanitaria che il continente africano sta attraversando e scuotere gli Stati affinché si proceda a una vera politica di accoglienza e di sostegno alle popolazioni a rischio, anche privandoci di un po’ di quello che ci serve. «E’ facile essere solidali quando per aiutare chi soffre ci si priva del superfluo – ha concluso don Mosè -. I problemi nascono quando mi viene chiesto un sacrificio. Questo mette in crisi i miei valori di riferimento. E la criminalizzazione della solidarietà nasce da questo, dalla crisi di identità che stiamo attraversando»

Care amiche e cari amici della Rete trentina, la circolare nazionale di questo mese, curata dalla Rete di Udine, ci parla di un progetto davvero molto interessante che coinvolge studenti delle scuole superiori di quattro comuni friulani: in particolare la simulazione che hanno sperimentato (vivere l’esperienza di essere profughi in fuga da un paese in guerra e di essere respinti o ostacolati in tutti i modi) è stata una prova che li ha colpiti nel profondo. Vi invito a leggere nei dettagli questa esperienza, riportata nella circolare allegata: penso che potrebbe essere riproposta anche nelle nostre scuole superiori. Alcune e alcuni di voi hanno risposto positivamente alla richiesta di versare un contributo specifico per sostenere il nostro progetto profughi in un momento particolarmente delicato. Se anche altri fossero in grado di farlo entro la fine dell’anno sarebbe davvero una bella cosa. Nel frattempo, il coordinamento denominato “Oltre l’Accoglienza – Volontari in rete per l’integrazione”, che riunisce varie esperienze trentine di volontariato a favore dei migranti e di cui la nostra Rete è fra i promotori, sta proseguendo il suo lavoro. Nell’ incontro dell’8 ottobre scorso, dal titolo “Dall’accoglienza all’integrazione”, proposto dal CNCA del Trentino Alto Adige nell’ambito della Settimana dell’accoglienza, al quale erano presenti volontari provenienti da Trento, Rovereto, Mori, Arco, Riva, Nago-Torbole, Mezzolombardo, Giudicarie e altre zone, è stato presentato il percorso di formazione di “Oltre l’Accoglienza”, le attività in corso e i progetti per il futuro. Nel dibattito sono emerse esperienze positive di volontariato in atto, che facilitano il dialogo e l’inclusione dei migranti attraverso la conoscenza diretta e la vicinanza umana. E’ emerso che spesso le paure iniziali si sciolgono e nascono rapporti di collaborazione e di amicizia; che i progetti di accoglienza sono più incisivi se radicati in ambiti territoriali e associativi (parrocchie, associazioni, gruppi …), perché in grado di produrre maggiori sinergie e coinvolgere progressivamente più persone; che un grande valore ha lo scambio di esperienze, che fa crescere le conoscenze e mette positivamente in crisi le certezze di ognuno. Sono emerse anche le criticità dei progetti di accoglienza, come il fatto che molte persone accolte sono analfabete o scarsamente scolarizzate ed è difficile accertare subito questo fenomeno, perché chi è in questa condizione cerca di mascherarla. Sarebbe quindi importante individuare da subito chi ha più difficoltà e predisporre dei piani di accompagnamento allo studio specifici. Senza un’attività mirata in questo senso, si vanifica l’impatto dei corsi di italiano e di tutte le varie attività proposte per adeguare le persone arrivate da noi alla nuova realtà. E’ emerso anche che alcuni comuni, spesso i più ricchi, non si fanno carico dell’accoglienza ai profughi, e che la Provincia, che in Trentino gestisce il sistema di accoglienza, è forse troppo timida con queste comunità. In alcune realtà territoriali, spesso quelle dove le amministrazioni non si occupano del tema, i volontari agiscono in solitudine, vivendo così una realtà frustrante che non corrisponde all’impegno messo in campo. In Trentino l’accoglienza istituzionale nella prima fase è garantita: quello che più preoccupa è il post-accoglienza, quando i migranti ottengono lo status di rifugiati e si trovano a dover cercare un lavoro, che spesso non c’è, ed un alloggio, che è altrettanto difficile da reperire. L’impegno di molti volontari si rivolge a questo momento del percorso di integrazione. Tra le proposte emerse, la creazione di una piattaforma che raccolga tutte le informazioni utili a tutti i volontari; la predisposizione di progetti comuni a tutto il territorio provinciale; la stesura di linee guida e di proposte operative da sottoporre alle istituzioni pubbliche; la pubblicizzazione del lavoro dei volontari, che metta in luce gli aspetti positivi dell’accoglienza, spesso oscurati dalle notizie negative; la proposta di percorsi educativi sia nelle scuole sia attraverso altre istituzioni educative; il coordinamento dei progetti di post-accoglienza. Come si può vedere, il lavoro non manca. E anche la nostra Rete è chiamata a fare la propria parte, sia per l’esperienza maturata in questi anni sia per la sua stessa natura di realtà che fin dalle origini si interroga e cerca risposte ai fenomeni di ingiustizia che caratterizzano i rapporti Nord-Sud. E per concludere questa circolare, voglio ricordare un grande personaggio della Rete Radié Resch di Roma, Agnese “Anissa” Manca, scomparsa lo scorso mese di settembre. Docente di lingua araba, ha insegnato e vissuto in diverse parti del mondo attuando diversi progetti di solidarietà. Il suo impegno principale è stato sempre rivolto alla Palestina, dove ha svolto un lavoro di volontariato nei campi profughi, in favore dei bambini feriti di Gaza e della popolazione carceraria. Il suo impegno lavorativo e di volontariato ha sempre mirato alla condivisione di ideali e culture a favore di un mondo amico e solidale. Era lei che teneva regolarmente informata la Rete su quanto avveniva in Palestina, inviando a tutti documenti, appelli, notizie, approfondimenti. E nonostante la drammaticità della situazione, Anissa ha sempre invitato alla speranza.
Un caro saluto a tutte e tutti
Fulvio Gardumi

Carissima, carissimo, oggi il Brasile, vive una crisi generalizzata gravissima, si fa sentire come un barcone alla deriva, abbandonato alla mercé dei venti e delle onde. Il timoniere, il presidente Temer, è accusato di crimini, circondato da marinai-pirati, in maggioranza (con nobili eccezioni) ugualmente corrotti o accusati di altri crimini. E’ incredibile che un presidente detestato dal 96% della popolazione, senza nessuna credibilità, senza carisma, voglia stare al timone di una nave mal governata. Non so se per ostinazione o vanità, elevata a potenza in grado stratosferico. Ma, impavido, continua a stare là nel Palazzo, comprando voti, distribuendo benefici, corrompendo per evitare che risponda allo STF (supremo tribunale federale) a pesanti accuse di cui è imputato. E’ praticamente prigioniero di se stesso. In qualsiasi posto appaia in pubblico, sente subito il grido: “Via, Temer”. E’ una vergogna internazionale essere arrivati a questo punto, dopo aver conosciuto l’ammirazione di tanti altri paesi per e politiche coraggiose fatte a favore delle grandi maggioranze impoverite, grazie ai governi progressisti Lula e Dilma. Può la diffamazione degli oppositori, di tutti i mass media appoggiati da gruppi legati allo establishment internazionale che vuole mettere tutti in linea con le sue strategie, tentare di demonizzare la figura di Lula e smontare il merito dei benefici che lui aveva offerto ai diseredati della terra? Non riescono ad arrivare al cuore della gente. Il popolo sa e testimonia, nonostante errori ed equivoci, è innegabile che Lula ha sempre amato i poveri e stava al nostro fianco. Più che pane, luce, casa, accesso all’educazione tecnica o superiore, ha restituito dignità; sono persone umane e non sono più condannati all’invisibilità sociale. Vogliono distruggere Lula come leader politico e come persona. Non ci riusciranno, perché la menzogna, la distorsione, la volontà rabbiosa e persecutoria di un giudice giustiziere che giudica più con la lotta politica che attraverso il diritto, mai potranno cancellare l’immagine di uno che si è trasformato in un simbolo e in archetipo in Brasile e nel mondo. Lula si è trasformato in un simbolo per la sua vita e per il bene che ha fatto agli altri, diventando indistruttibile agli occhi dei poveri. È diventato il simbolo di un potere politico che per la prima volta ha dato segnali chiari di inclusione ai poveri, agli esclusi, a uomini e donne segnati da profonde ferite. Il simbolo penetra il profondo delle persone. Rende superflue le parole. Parla per se stesso. Il simbolo possiede un carattere misterioso che attrae l’attenzione di chi ascolta, persino degli scettici. Il carisma è l’irradiazione più potente che conosciamo. Lula possiede questo carisma che si traduce in tenerezza per gli umili e per il vigore con cui porta avanti la causa per la liberazione. Questi, a cui l’attuale presidente sta togliendo tutti i diritti guadagnati con le amministrazioni Lula e Dilma, messi a tacere, adesso si sentono nuovamente rappresentati da lui. Oltre che simbolo, Lula è diventato un archetipo del leader che ha cura e che serve. E’ un leader che serve una causa che è superiore a lui stesso, la causa dei senza nome e senza voce, dei senza diritti. Essi sostengono che questo tipo di leader fa cose che sembrano impossibili. Questo l’ho ascoltato e percepito in queste settimane passate in Brasile nelle parole di molti che dicono: “Scegliendo lui, noi stiamo votando per noi stessi. Fino ad oggi eravamo obbligati a votare qualcuno tra i nostri oppressori, adesso votiamo uno dei nostri che può rinforzare la nostra liberazione”. L’azione politica di Lula possiede una rilevanza di magnitudo storica. Lui ha la coscienza di questa sfida è basata sul sapere se il Brasile avrà un futuro come Nazione che conta nella costruzione di un nuovo Brasile e una nuova umanità, oppure se prevarranno ancora una volta chi ha tenuto soggiogato e sottomesso il suo popolo per secoli. Il popolo sta soffrendo molto nel costatare che l’attuale governo è unicamente impegnato a cancellare e interrompere il processo di partecipazione e di dignità per tutti, ha cancellato l’80% del programma sociale, violando la democrazia e la Costituzione, con riforme e privatizzazioni, perfino con la vendita di terre nazionali a stranieri. E’ iniziata una nuova colonizzazione per essere meri esportatori di “commodities” invece di creare le condizioni per trasformarle direttamente nello stesso Brasile, questo fa si che l’attuale presidente e il suo governo siano dei venditori ambulanti delle ricchezze del loro paese, cinicamente indifferenti alla sorte di milioni di brasiliani che dalla povertà dignitosa stanno cadendo sempre più nella miseria e dalla miseria nell’indigenza. Gli attuali “gestori” della politica non solo stanno tradendo le aspettative della gente, ma rappresentano soprattutto interessi personali e corporativi, in particolar modo di coloro che gli hanno finanziato la campagna elettorale. Incontrando i referenti dei nostri progetti, ho taccato con mano la trasformazione in atto nel Paese. Sono decuplicate le persone che vivono in strada, i centri sociali e le associazioni sono continuamente visitate da persone che hanno perso il lavoro e che chiedono un pasto ecc… Domanda: perché oggi in generale nella nostra società neoliberista e in particolare nella Chiesa è quasi impossibile parlare dei poveri e dei meccanismi che li creano? Papa Francesco incita continuamente ad essere pastori in mezzo al gregge e non capi del gregge, proprio per sentire “l’odore delle pecore”. Don Tonino Bello, grande vescovo, morto prematuramente, richiamava la Chiesa per esigenze evangeliche, a far proprio il potere dei segni e non adottare e praticare i segni del potere: la “Chiesa del grembiule”. Perché non fosse una “povera Chiesa” ma una “Chiesa povera”. Oggi molti rappresentanti della gerarchia della Chiesa e varie associazioni laiche a lei legate sono contrarie alla linea di papa Francesco. Vari sono gli atteggiamenti che li contraddistinguono, dalle manifeste denunzie, al mormorazioni contrarie o silenzi premeditati in merito alla sua predicazione, sostenendo una tradizione unicamente preconciliare e antievangelica. Come può ancora sussistere questo tipo di Chiesa di fronte a fatti inaccettabili, come la denuncia fatta all’inizio dell’anno dall’associazione inglese Oxfam nel suo rapporto sulla povertà, dove si afferma che otto miliardari hanno un reddito pari alla metà della popolazione mondiale, 3,6 miliardi. Come si può parlare di esclusione sociale, di lotta al terrorismo, di pace tra i popoli se una notizia come questa è finita nel nulla. Chi ne parla, la politica? Ecco i nominativi degli otto miliardari: Bill Gates, Amancio Ortega, Warren Buffett, Carlos Slim Helu, Jeff Bezos, Mark Zuckerberg, Larry Ellison e Michael Bloomberg. A riprova che l’attuale sistema economico finanziario mondiale continua peccaminosamente a favorire l’accumulazione di risorse nelle mani di pochi nababbi ai danni dei più poveri, in maggioranza donne. Ciò evidenzia come le multinazionali e i potenti continuano ad alimentare l’esclusione sociale, facendo ricorso all’evasione fiscale, massimizzando i profitti comprimendo verso il basso i salari e usando il loro potere per influenzare la politica e finanziare l’economia. Il sistema è incentrato su investimenti di denaro che generano denaro e poi ancora denaro a non finire. Con il risultato che l’economia reale, quella della ricchezza prodotta dal lavoro, è di fatto soppiantata da quella finanziaria. Basta pensare che l’import-export di beni e servizi, a livello mondiale, è stimato intorno ai 17 mila miliardi di dollari all’anno, mentre il mercato valutario ha superato abbondantemente i 5.000 miliardi al giorno. Ecco che allora, alla prova dei fatti, nel mondo circola più denaro in quattro giorni sui circuiti finanziari che in un anno nell’economia produttiva reale. Credo che sia urgente, utile e necessario iniziare a disaffezionarsi da tutto ciò che è personale e scoprire giorno dopo giorno l’aspetto collettivo, la contiguità e l’interazione, solo così possiamo dare un contributo a questa nostra società incancrenita dall’egoismo e dell’egocentrismo, e accettare la sfida del “NOI”. Chiudo questa lettera manifestando solidarietà all’amico don Massimo Biancalani parroco di Vicofaro (Pistoia) per le gravi minacce ricevute anche in questi giorni, in virtù della sua scelta di aver ospitato migranti e senza casa italiani nelle sue due parrocchie. Sono quattro i verbi che papa Francesco ha richiamato nel suo discorso del febbraio scorso all’incontro “Migrazioni e pace”: accogliere, proteggere, promuovere e integrare.
L’accoglienza è la base del Vangelo, chi ha fatto l’esperienza di essere ignorato, rifiutato, abbandonato sa quanto è importante sentirsi accolto. Il Vangelo dà la parola a persone che si aprono, che fanno spazio, per essere riempiti. Accogliere è apertura, accogliere non è solo ospitare ma ricevere, accogliere è sovversivo, rompe la fede dei muri. L’accoglienza di don Massimo è una risposta al mare che vide un giorno partire le caravelle dei conquistatori e oggi vede arrivare i figli dei conquistati, che chiedono giustizia e riparazione anche a costo della propria vita.
Antonio

Care e cari,
alla ripresa autunnale, anche la nostra associazione ricomincia la sua attività. Come forse saprete, otto di noi sono in partenza per il Ghana. L’amica Olivia ha organizzato una visita nella sua terra e un incontro con le ragazze della scuola di Adjumako e le loro famiglie. E’ il villaggio dove Olivia è cresciuta. Per queste ragazze Olivia ha chiesto alla Rete di Verona di sostenere un progetto contro l’abbandono scolastico e per la promozione sociale delle famiglie. Ci fermeremo in Ghana una dozzina di giorni dove avremo modo di conoscere anche altre realtà del paese, oltre che di visitare alcuni luoghi di importanza storica e naturalistica. Sarà bello, in ottobre, ritrovarci e confrontarci su questo nostro progetto solidale, nato e sviluppato a Verona, dove rientreremo il 6 ottobre. SABATO 7 OTTOBRE c’è un importante appuntamento nazionale della nostra associazione: a Brescia, in occasione del coordinamento, tutta la giornata di sabato sarà dedicata al SEMINARIO NAZIONALE per un confronto su quanto è emerso nei vari seminari macro regionali, dove avevamo lavorato sul tema: Che cosa significa oggi solidarietà ? Come si concretizza? Come accennato in precedenti circolari, non abbiamo la pretesa di risolvere i problemi planetari, ma, a 55 anni dalla nostra fondazione, molte situazioni sono radicalmente cambiate e sono emersi nuovi problemi che richiedono nuove risposte. Il fatto più evidente è la presenza tra noi degli immigrati, persone che fuggono da guerre e carestie, o che semplicemente sperano in un miglioramento delle loro condizioni economiche. Al riguardo, l’ipocrisia dell’Europa e del governo italiano è, a dir poco, scandalosa. Pensiamo in particolare alle recenti disposizioni messe in atto dal ministro Minniti, precedute e accompagnate dal tentativo di criminalizzare alcune ONG e perfino padre Zerai, nostro ospite al convegno nazionale del 2016. Per questo vi rimandiamo al comunicato dello stesso p. Zerai e all’appello della sua associazione (Habeshia) alla società civile dell’Europa (li trovate in internet cliccando: comunicato padre Zerai). Mentre si fanno accordi con governi fantoccio in regioni come la Libia, che le nostre bombe hanno contribuito a destabilizzare, giunge in questi giorni l’ennesimo comunicato di Medici senza frontiere che denuncia come, proprio in Libia, sia insostenibile la situazione dei campi di raccolta dove sono bloccati o, meglio dire, detenuti i migranti, sottoposti quotidianamente a stupri, torture e violenze di ogni genere. Ma ciò che importa è tenere queste persone lontane dalle nostre coste e poter dire che gli sbarchi sono diminuiti, inseguendo gli slogan più beceri della destra e contribuendo così a sgretolare l’dea di una società aperta e solidale. Che cosa può fare una piccola associazione come la Rete Radié Resch? Come non tenere conto che i nostri modi di renderci visibili e di fare politica difficilmente coinvolgono chi ha 30 o 40 anni meno di noi? Di questo e altro parleremo al SEMINARIO NAZIONALE RETE RADIE’ RESCH SABATO 7 OTTOBRE 2017: L’incontro si svolgerà a BRESCIA, presso il Centro parrocchiale di s. Maria in Silva, via Sardegna 24, indicativamente dalle 9.30 alle 18.30 (ci accoglie il parroco don Fabio Corazzina). Il pranzo è al sacco, all’insegna della sobrietà. Per chi potrà fermarsi a dormire, la successiva domenica mattina sarà dedicata al coordinamento nazionale e alla prima bozza di programma per il convegno della primavera del 2018. Vogliamo concludere parlando di Palestina, che rimane sempre al centro dei nostri pensieri. I recenti tentativi di Fatah e Hamas di riprendere una collaborazione, certamente interessanti, sembrano abbastanza marginali rispetto all’aggressività dell’espansione coloniale promossa dall’attuale governo israeliano. Forte del sostegno americano, rinforzato dalla presidenza Trump, Benjamin Netanyahu sta incrementando fortemente gli insediamenti in Gerusalemme Est e nei Territori Occupati. Per fortuna la campagna internazionale BDS (boicottaggio, disinvestimento e sanzioni) contro le politiche di apartheid del suo governo ottiene risultati positivi e si diffonde. La preoccupazione del governo israeliano è tale che sta varando leggi per criminalizzare questa forma di lotta assolutamente non violenta. Noi, da sempre sostenitori del BDS, siamo molto contenti dell’attenzione al problema palestinese che abbiamo contribuito a richiamare in questo ultimo anno e mezzo. Insieme al Monastero del Bene Comune di Sezano abbiamo organizzato in 18 mesi una decina di incontri molto partecipati (una media di un centinaio di persone per volta). Sono stati invitati palestinesi, ebrei impegnati per la pace e i diritti umani, rappresentanti del BDS in Italia, volontari dell’associazione Colomba. Pensiamo senz’altro di continuare anche nel prossimo anno con incontri periodici di aggiornamento, molto necessari per capire come evolve la situazione. Terminiamo proponendovi questa frase, citata dalla teologa Cristina Simonelli nel suo ultimo libro “Dio-Patrie-Famiglie. Le traiettorie plurali dell’amore” ed. PIEMME 2016):
“CHI E’ UNO STRANIERO? E’ COLUI CHE TI FA CREDERE DI ESSERE A CASA TUA”
(E. Jabes, poeta ebreo francese, nato al Cairo).
da Maria e Gianni

Care amiche e cari amici, questa lettera si differenzia dalle solite circolari. Voglio qui rievocare in breve la mia frequentazione, durata più di 50 anni, col nostro fondatore Ettore Masina, scomparso il 28 giugno scorso, al fine di porre in evidenza quanto ha significato per me conoscerlo e lavorare con lui per scopi nobili e umanitari che hanno segnato la mia vita. Spero che il carattere così personale del mio scritto venga accettato da tutti, anche perché è probabile che le idee e l’operato di Ettore come hanno influito su di me possano aver influenzato molti di voi. Premetto che in precedenza altre due persone avevano contribuito sensibilmente alla mia maturazione in età giovanile. La prima fu Laura Ingrao, mia insegnante di lettere all’Istituto magistrale; una donna straordinaria per intelligenza, cultura e disponibilità verso gli altri (dopo il diploma frequentai la sua casa per piccoli cenacoli letterari, rimasi in contatto con lei, che alcune volte venne alle iniziative della rete romana versando piccoli contributi). La seconda persona fu un prete romagnolo, don Antonio Penazzi, di cui non tesserò le lodi bastandomi dirvi che lo considero ancora oggi il mio vero maestro di vita (morì purtroppo a soli 59 anni, di cancro; era maggiore di me di appena dieci anni, come la mia sorella maggiore). Fu proprio don Penazzi a far conoscere Ettore a me e a tutti gli amici del circolo “A.F. Ozanam” che io avevo presieduto al suo nascere nel 1956. Don Antonio, sempre attento a fatti e persone interessanti, lo invitò da noi una sera dell’autunno del ’66 perché ci parlasse della Rete di solidarietà che aveva costituito l’anno prima di ritorno dal viaggio in Terra Santa di Paolo VI, da lui seguito come vaticanista. Convinti dalle sapienti parole di Masina e stimolati dall’entusiasta amico prete, aderimmo in moltissimi alla Rete impegnandoci per i versamenti mensili. Maria Paola era presente anche lei quella sera e, persuasa quanto me della bontà e della novità (per quei tempi) dell’iniziativa, mi sostenne per lunghi anni perché dessi il meglio di me alla Rete, incoraggiandomi nei momenti di difficoltà; questo fino a quando la malattia la condusse lentamente alla morte. Nei primi anni l’adesione di noi romani alla Rete si concretizzò soltanto con i versamenti sul c.c.p. di Ettore e nel ricevere le sue circolari. Dopo due tentativi falliti di creare una rete romana riuscii infine nell’intento nel 1978. Da allora e per trent’anni fui il coordinatore del gruppo, ebbi un mio c.c.p. per i versamenti, convocai gli incontri, tenni assidui contatti con Ettore (che invitavo alle riunioni), diffondendo la sua circolare a Roma e ai gruppi locali. Il testo andavo a prenderlo da lui e lavorando con la Olivetti, il ciclostile, la fotocopiatrice e la posta riuscivo in pochi giorni a diramare la sua circolare a tutti gli aderenti. Poi cominciai a scrivere una mia lettera ai romani, che spedivo ai destinatari insieme a quella nazionale. Dopo l’istituzione del coordinamento nazionale organizzai le sue riunioni, che Ettore volle quasi sempre a Roma (mi aiutò Loris Nobili, per qualche tempo anche tesoriere nazionale, a seguito della costituzione della Rete in associazione riconosciuta davanti al notaio), provvedendo io stesso al verbale che diramavo a tutti i gruppi. Tutto ciò significava che i contatti personali tra lui e me erano frequenti, con scambi di vedute che mi erano utili per capire sempre meglio il suo pensiero, la profondità dei suoi concetti e le caratteristiche del suo lavoro giornalistico, di scrittore e quindi di parlamentare. Come pure potei vedere quanto gli fosse di sostegno Clotilde e la sollecitudine dei genitori verso i loro tre figli che vidi crescere. Voglio dire insomma che, pur facendo io prevalentemente “il portatore d’acqua”, come si dice in gergo ciclistico, la nostra amicizia si rafforzò via via, mentre aumentava la mia stima per lui vedendolo impegnato come pochi a favore dei popoli del Terzo Mondo (era il termine in uso allora), incurante della mole di lavoro che doveva svolgere, veramente molto considerevole, accanto agli impegni professionali peraltro mai trascurati. Ci fu tra noi qualche piccola incomprensione, non lo nego, in tanti anni di assidua frequentazione; ma di scarsa entità, risolta subito. E ci fu anche qualche elogio per il mio lavoro, sia per quello svolto in ambito Rete sia per quanto di buono riuscii a combinare, di culturale, nel mio lavoro “ministeriale”. Ettore era per natura un uomo che sapeva riconoscere i meriti delle persone a lui vicine, come pure scorgere gli errori che esse potevano commettere. Grazie a Ettore affinai la mia sensibilità per i numerosi e diversi problemi del Terzo Mondo, conobbi tante persone di valore e l’importanza delle questioni che ci sottoponevano, strinsi con molte di loro vincoli amichevoli che durarono nel tempo (Dario Canale, già vittima dei torturatori brasiliani, divenne un amico carissimo, un’amicizia interrotta solo dalla sua tragica fine parecchi anni dopo). Quando Ettore iniziò a cimentarsi con le opere di narrativa – dopo aver pubblicato libri d’altra natura noti a tutti voi – mi permisi, forte della mia lunga esperienza di recensore, di muovergli dei rilievi che lui accettò di buon grado. Fui contento invece di poter lodare “Il Vincere”, finalista del Premio Strega, a mio parere il più riuscito dei suoi romanzi. Ma in genere tutta la sua produzione di scrittore dimostrò la profondità del suo pensiero. Cercai sempre di andare alle presentazioni dei suoi libri e talvolta intervenni nella discussione. Mi resi conto che in tutti i suoi scritti egli trasfondeva con passione le sue convinzioni profonde a beneficio dei lettori. Delle trasmissioni culturali che curò, una volta lasciata l’informazione religiosa, mi fu cara in particolare “Gulliver”, che riscosse infatti grande successo. Mentre dell’intensa attività parlamentare, durata nove anni, ho sempre ricordato la battaglia che condusse, con argomenti più che validi, contro il rinnovamento del Concordato con la Santa Sede voluto da Craxi. “Nord Sud, un solo futuro”, da lui ideato, mi parve una grande intuizione, e lo era. Non andò a buon fine, malgrado il suo impegno, perché i tempi non erano maturi: forze politiche e mondo culturale non erano preparati, a mio parere, a una simile rivoluzione “copernicana”, troppo attaccati alle proprie vedute intrecciate spesso a meschini interessi di parte. Oltre a ciò vi giocò, sempre secondo il mio modesto parere, l’eccessiva irruenza di Ettore nel tentare di convincere personalità importanti sui suoi propositi innovatori. Ma quell’esperienza dimostrò tuttavia a me e a tanti amici che Ettore possedeva una visione del mondo e del futuro non riscontrabile facilmente in tanti intellettuali anche di fama. Sono fermamente convinto che conoscere Ettore e aver lavorato per la Rete Radiè Resch, da lui creata (col sostegno di Clotilde e l’ispirazione avutane da Paul Gauthier), essere stato suo amico e collaboratore abbiano segnato profondamente la mia vita. Non avrei compreso così a fondo i problemi del pianeta e l’importanza, l’obbligo morale, di spendermi, insieme a tante altre persone di buona volontà, a favore degli “ultimi”, delle vittime di tirannidi, di carestie, di odii di religione. A proposito di religione ammirai la costante sua ispirazione cristiana, presente in tutto il suo operato, insieme al rispetto per ogni credo e per chi si diceva ateo. Parlò anzi di “fede nell’uomo” da parte di coloro che, pur certi del nulla dopo la vita terrena, si adoperavano con zelo e sacrificio per recare sollievo alle pene materiali e spirituali dei dannati della Terra. Una opinione alquanto singolare, da porre accanto al concetto di “fratellanza universale”, da me spesso citata. In conclusione: per me, destinato a condurre una vita professionale lontana dalle mie aspirazioni (diversamente da tanti amici più fortunati e capaci), conoscere, frequentare Ettore, avere la sua amicizia e fare la mia parte nella Rete è stato un grande dono del Cielo. Eterna riconoscenza a lui (e un grazie affettuoso a voi per la pazienza dedicatami).
Mauro Gentilini (della rete di Roma)

“Ho un’enorme fiducia nei libri,
nello studio e nella cultura
come strumenti di vero riscatto per un Paese”.
(Silvia Avallone)

Ciao a tutte/i, dopo questo caldissimo estate, aspettando l’autunno dai dolci colori, ricordiamo assieme la figura di Ettore Masina attraverso il “pensiero” dello storico della Rete Radiè Resch, Ercole Ongaro. Per chi volesse partecipare al prossimo seminario nazionale sulla solidarietà, in cui si farà sintesi dei seminari regionali, vi informiamo che l’appuntamento è per sabato 7 ottobre 2017 a Brescia, indicativamente dalle 9.30 alle 18.30 presso il Centro parrocchiale di s. Maria in Silva, via Sardegna 24..
Il pranzo è al sacco, all’insegna della sobrietà. Chiamare: 030 2090539, 339 8154551 per informazioni. Nella prossima circolare daremo tutte le notizie sulla situazione di Haiti, in particolare dei risultati del 4 seminario di salute comunitaria che anche quest’anno è stato animato da MariaPaola Rottino di “Popoli in arte”.

Cari amici della solidarietà della Rete Radié Resch di Verona, durante le vacanze estive la circolare mensile rallenta, di solito si ferma in agosto, o comunque quella di luglio serve anche per agosto. E sarà così anche ora. A fine giugno ci ha lasciati Ettore Masina, colui che ha fondato la Rete negli anni 60, giornalista al seguito di Paolo VI in Palestina, dove conobbe il prete francese Paul Gauthier, che costruiva case per i palestinesi e lanciò poi analoghe iniziative in Brasile con i compagnons batisseurs, sostenute dalla nuova organizzazione di supporto chiamata Rete, poi dedicata ad una bamibna palestinese. Le notizie su Ettore sono moltissime, e ne abbiamo parlato spesso; allego una memoria che ci hanno mandato gli amici di Lecco, con una foto. Ma vi invito a procurarvi un libro che parli specificamente di lui, o a raccogliere notizie sulla rete web, in Internet insomma. Ma ci saranno presto nuove iniziative per ricordare Ettore. E ne parleremo spesso: ciao Ettore! Ricordiamo fra le altre cose che Ettore volle lasciare il suo coordinamento personale della Rete, istituendo una segreteria a rotazione, tuttora funzionante, per cui la sua persona potè essere sostituita dal coordinamento, che prima era unitaria. E così le iniziative di solidarietà, le operazioni di aiuto, poterono svilupparsi in grande autonomia, con tante persone e tante sensibilità, in un mondo che cambia. Abbiamo mantenuto l’attenzione alla Palestina, e all’America Latina, ma tutte le iniziative sull’Africa sono partite per la sensibilità di persone dei diversi gruppi, perché sono le amicizie personali che creano legami e solidarietà. Il mondo negli anni 60 era molto diverso da quello di oggi, e sono le persone che si adattano alle diverse realtà, concretizzando la vera solidarietà degli scambi e dela conoscenza. Anche noi di Verona ci siamo avviati in un percorso di solidarietà con un luogo dell’Africa, con Adjumako, nel Ghana. E ci sarà presto un viaggio formale di un gruppo veronese, in ottobre, come si legge dalle parole sotto riportate, come già abbiamo riferito nei nostri incontri. E’ quindi tempo di interessarsi del Ghana e dell’Africa, un continente di cui si parla poco, e anzi ci cerca di rifiutare l’accoglienza e il sostegno, come se fossero i paesi dell’Africa che depredano di risorse i paesi “civili”, dell’Occidente, e per questo gli africani vogliono venire a rubarci il lavoro e le ricchezze. E si parla che è necessario aiutarli a casa loro: ci sono già amici che vivono “a casa loro”, e ci possono dare notizie dirette: basta leggere cosa scrivono su “Combonifem” le amiche suore comboniane, che dicono proprio questo, loro abitano là, come abitano in luoghi dove c’è bisogno di aiuto (pensate alla sorelle nella casa di Betania, in una casa divisa violentemente dal muro di separazione di Gerusalemme, mezza da una parte e mezza dall’altra!). Alex Zanotelli ha inviato un accorato invito ai giornalisti, ed a tutti quelli che si interessano di Africa, per essere più informati su quello che avviene in questo immenso continente, pieno di gente povera ed emarginata, che non conta niente perché non ha capitali, non determina le scelte di chi disponde di denaro e del potere. Ed anzi quelle popolazioni sono proprio depredate delle loro ricchezze. E padre Alex elenca i paesi africani in massima difficoltà, denunciando che è insopportabile il silenzio su questi stati così deboli e martirizzati, dall’interno e dall’esterno Allora il nostro prossimo impegno sarà di interessarci di più dei paesi africani, iniziando proprio dal Ghana, che è stato uno dei primi paesi a togliersi dal dominio coloniale, con Nkruma, alla fine degli anni 50. Ed è uno dei pochi paesi dove i dirigenti politici si alternano, dai vari partiti, interrompendo così la corruzione prevalente in strutture deboli e senza tutele. Mi piacerebbe affrontare come gruppo veronese della Rete uno studio generale dell’Africa, in relazione alla fine del colonialismo. Noi della Rete in ogni incontro con altre persone che si interessano di paesi lontani, quasi sempre poveri, abbiamo sempre fatto bella figura perché siamo trai pochi che conoscono la storia e la politica di quei paesi, perché chi vuol capire le ragioni della povertà deve sempre andare ad investigare su chi li ha dominati, e come. Iniziando dal Congo, che si è chiamato “belga”, guarda caso, perché era proprietà personale del Re del Belgio, e dal Sudafrica con l’oro e i diamanti, ed ora il coltan, dove Mandela sembra ormai quasi dimenticato! Ne parleremo presto anche nei nostri incontri, magari utilizzando le riviste comboniane ed i loro esperti-testimoni, ed ascoltando naturalmente le testimonianze dei viaggiatori che visiteranno il Ghana e gli amici di quel paese così interessante e così a rischio. Il percorso dell’indipendenza e dell’autonomia è sempre difficile e complicato, e non possiamo certo dire nemmeno noi, come italiani ed europei, di averlo percorso tutto e completato, e di aver raggiunto la democrazia! Un caro saluto a tutti, buona estate!
A presto
Dino e Silvana