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Carissima, carissimo, oggi 29 luglio è il giorno in cui la Terra ha esaurito le risorse di questo anno. Tutto ciò riflette ogni giorno nel mondo attraverso non solo i cambiamenti climatici ma con continue devastazioni ad ogni longitudine e latitudine. E noi? Si può sperare se riusciremo ad evitare la catastrofe ambientale e a spegnere gli spiriti di odio, che l’umanità proceda all’unità nella diversità, alla pluralità delle vie verso il compimento umano. Nell’immediato occorre denunciare le politiche crudeli, liberare i poveri dall’inganno del pifferaio che li scatena contro altri poveri, per usarli come servi del suo potere. Il tema politico è: quale umanità? Forse se ci aiutiamo tutti, ci riusciremo. La politica è coscienza prima che azione. La discriminante essenziale, che divide gli uomini, è quella fra chi, nonostante tutto, crede alla loro dignità, si impegna per gli oppressi, lotta per dar voce e spazio alle speranze più profonde e vere di ogni uomo e chi, invece non crede sia più possibile questa trasformazione e si consegna, arrendendosi, a quelle forze che tendono, per il loro dominio, a ignorare le diverse situazioni ed esigenze degli uomini. Ciò chiaramente vale per credenti e non credenti. Mentre i Grandi della terra, che accumulano armi di distruzione di massa e si combattono nei mercati in tutto il mondo, non sanno che pesci prendere, non sanno che fare per i profughi, non sanno che fare per le guerre, non sanno che fare per evitare la catastrofe ambientale, non sanno che fare per promuovere un’economia che tenga in vita sette miliardi e mezzo di abitanti della terra, l’unica cosa che decidono è di disarmare la politica e di armare i mercati, di creare restrizioni nel commercio e speculazioni finanziarie e di legittimare le repressione politica. Trasformando il capitalismo da cultura a natura, promuovendolo da ideologia a legge universale, da storicità a trascendenza, trasformando sempre di più il Terzo Mondo un teatro di conquista, senza nessuna preoccupazione verso i miliardi di abitanti che lo abitano. Un accessorio e un pozzo da sfruttare per i propri bisogni e i propri arricchimenti. Tutto ciò si è spostato anche da noi, facendo si che i poveri diventano sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi. Il capitalismo prende (dalla natura e dai rivali) più di ciò che dà, così fa alcuni straricchi e molti poveri. L’altruismo dà più di quanto prende, così è creatore. Crea anzitutto dei beni di relazione umana che son le prime ricchezze, poi, con la condivisone materiale, riduce la scarsità e distribuisce la prosperità, evitando discriminazioni e rivendicazioni. La cosi detta ‘moltiplicazione’ evangelica dei pani e dei pesci non è altro che condivisone e questo, a fronte della storia dell’avidità, è il miracolo possibile, di cui abbiamo sempre bisogno.L’impero del denaro, avido e costrittivo, crea solo strumenti e distrugge relazioni. Cosa serve parlare col vicino che incontri del buongiorno. Serve a comunicare, a stare in relazione. Vale, non serve a qualcosa. Parlare è riconoscere, è quasi far esistere. La persona a cui nessuno parla, non esiste per nessuno. C’è un silenzio saggio, pensoso, e anche un silenzio cattivo, violento, negatore. Una parola semplice come il buongiorno, come chiacchierare del sole, della pioggia, è creativa, fa essere. Qualche volta, osservando bene che non sia sgradito o malinteso, mi piace attaccare discorso alla fermata del tram. La società si forma qui, nel grado elementare di relazione umana. Mentre tra quelli che sono sempre connessi si diffonde una forma di solitudine da narcisismo che produce una patologia specifica. Sono dati scientifici! La patologia procura dolori e indebolimento del sistema immunitario. Solitudine e dolore vengono elaborati nella stessa area cerebrale.
Antonio

Carissima, carissimo, nelle elezioni europee, l’effetto moltiplicatore più devastante per la democrazia l’ ha esercitata il M5S. Esso ha pagato l’aver fornito la manovalanza per l’erezione al trono di Salvini e aver offerto lo sgabello ai suoi piedi, e averlo fatto senza calcolo, il che è ancora più grave che farlo per un calcolo sbagliato. Sventatezza politicamente imperdonabile; ma essa aveva una causa che la rendeva inevitabile: il disprezzo della politica come arte, come cultura, come professione, con la conseguenza di una incapacità dei giovani del M5S di capire la politica, di riconoscerla, proprio nel momento in cui dovevano farla. La democrazia non perdona gli errori, gli sgarri, li fa pagare ad usura. Essa ha un effetto moltiplicatore, e come moltiplica straordinariamente i rapporti positivi immessi nel corpo sociale, così moltiplica il negativo della cattiva politica e del maldestro pensiero. Non è politica stabilire di farla a termine per non contaminarsi. Non è politica chiudere occhi, orecchi e cuore a tutto il resto, purché passi il reddito di cittadinanza. Non è politica non cambiare politica dopo la scudisciata del voto. E ora, se si può, si torni alla politica, cioè ai problemi veri su cui non si è votato, perché taciuti in una campagna elettorale dedita a tutt’altro, sono i veri nodi della situazione presente: il clima, il commercio selvaggio, il denaro sul trono, le armi messe sopra a tutto, l’epidemia della povertà, l’esclusione, il diritto a migrare, i profughi in fuga da guerre, da fame e dal degrado ambientale, le donne negate, il diritto perduto, la Costituzione stracciata, il furto di futuro, l’uomo digitale, potenziato è programmato dalla tecnica, perché oggi si sta affermandola rete digitale, che erroneamente, strategicamente e furbescamente ci viene chiamata da chi la gestisce con potere: rete sociale. Sociale è comunicazione tra persone, pensare e confrontarsi insieme, dialogando a partire dalla ricchezza delle differenze.
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La lobby del petrolio contro Greta. Il rapporto di InfluenceMap denuncia l’ipocrisia dei giganti del petrolio che dal 2015, ogni anno hanno investito 200 milioni di $ per frenare le politiche ambientali e ostacolare la legislazione internazionale in materia di difesa del clima. Queste compagnie si chiamano BP, Schell, ExxonMobil, Chevron e Mobil. BP è quella che ha investito di più, 53 milioni di $ all’anno. Seguono le americane Shell (49 milioni di $), Exxon-Mobil (41 milioni di $), Chevron (29 milioni di $), e la francese Total 29 milioni di $). Dal 2015 per promuovere la loro falsa immagine “verde” hanno speso 197 milioni di $. Queste 5 compagnie hanno realizzato nel 2018 un fatturato di 55 miliardi di dollari, anno record in materia di emissioni di gas serra, ma che candidamente sostengono di abbracciare i principi sul clima di Parigi del 2015. Penso che dovremmo boicottare queste cinque compagnie petrolifere. Pochi giorni fa, il Brasile è stato attraversato da una delle maggiori manifestazioni pubbliche degli anni più recenti. In più di 240 città brasiliane, studenti, professori, funzionari pubblici e la popolazione in generale, son stati in strada ed in piazza per manifestare il loro disappunto per le misure proposte dall’attuale governo contro l’educazione e nell’irrispettosa non autonomia delle Università pubbliche. I vescovi brasiliani, riunitisi ad Aparecida, nel loro “messaggio al popolo brasiliano” hanno denunciato “l’opzione per un liberalismo esacerbato e perverso che va contro le politiche sociali e favorisce ancor di più le diseguaglianze”. Denunciando che le riforme proposte dal governo e già in andamento, come quella del lavoro e della previdenza, hanno aumentato la disoccupazione, (13 milioni di disoccupati e 29 milioni di lavoratori precari). Hanno denunciato le minacce che pesano sopra il popolo indigeno e l’aggravamento della crisi etica, politica ed economica. Come anche la grave crisi ecologica e i programmi di esplorazione del governo sull’Amazzonia. Davanti a questa situazione, è incredibile constatare come i poveri resistono e insistono nella lotta per la Vita. Le organizzazioni sociali, indipendentemente dall’essere perseguite, si rafforzano ed uniscono nella lotta. Dal 12 al 14 luglio prossimo, a Natal si riuniranno 5.000 giovani, rappresentanti del Movimento Fé e Politica di tutto il Paese per elaborare una piattaforma su cui contrastare le azioni e le leggi che il governo Bolsonaro sta mettendo in atto per creare sempre più disuguaglianza tra ricchi e poveri, per realizzare una società subalterna al potere economico e finanziario. Da alcune decadi, il cammino per la liberazione si è rafforzato con la testimonianza di donne e uomini che hanno dato la loro vita nella lotta. Molti di questi e queste martiri, erano cristiani e cristiane, e morirono per la loro consacrazione nella missione condividendo con i più poveri la fedeltà al Vangelo, vissuta in situazioni di conflitto. Diedero la loro vita per i loro fratelli che soffrivano. Altri di questi uomini e donne, assassinati nella lotta per la giustizia, sebbene non fossero stati legati a nessuna chiesa o religione, sono martiri, come testimoni del progetto di giustizia e liberazione. Come affermò Gesù nel vangelo: siano benedetti/e perché furono perseguitati/e per causa della giustizia (Mt 5, 1- 12). Celebriamo in queste settimane la memoria di vari fratelli e sorelle che diedero la loro vita per la causa della giustizia. Fra altri che diedero la vita per la giustizia, ne voglio ricordare uno, la cui memoria è molto cara a tutti noi. Nel giorno 10 di maggio 1986 a Imperatriz (MA), fu assassinato padre Josimo Tavares davanti alla porta del vescovato, era fortemente impegnato con la lotta dei lavoratori. Ricordo ancora quando alla fine degli anni ‘80 la invitammo a Quarrata sua madre, una donna esilissima, dolce, mite che parlava di Josimo come se fosse ancora in vita. In Brasile ed in vari paesi del continente, al di là dei e delle martiri della lotta per la terra, la lotta degli indios per la loro liberazione, della difesa della natura e dei diritti umani, le comunità hanno convissuto diariamente con gli assassinii dei giovani delle periferie, con il traffico di droga che ne porta tanta sofferenza, rischi, violenza… Ogni volta di più, i martiri non sono più questa o quella persona, ma popoli interi crocifissi. Questo significa concretamente appoggiare progetti politici impegnati con la gente più povera e con più criticità in relazione al capitalismo dominante che, come dice Papa Francesco, “questo sistema uccide”.
Credere insieme a chi soffre ed agli oppressi, da senso e forza per vivere insieme e lottare .

ULTIMISSIME dal Brasile
Il manifesto – Internazionale di Claudia Fanti
La trama dei giudici per escludere Lula dal voto
Brasile. «The Intercept» svela come Sérgio Moro, oggi ministro della Giustizia di Bolsonaro, incalzava i colleghi. Tre reportage per confermare la natura politica dell’ inchiesta «Lava Jato»
Edizione del 11.06.2019
Mancavano quattro giorni alla presentazione della denuncia contro Lula per il caso dell’appartamento di tre piani a Guarujá, il famoso triplex, e il coordinatore della task force della Lava Jato a Curitiba, Deltan Dallagnol, era macerato dai dubbi sulla solidità dell’impianto accusatorio contro l’ex presidente. E non su aspetti marginali, ma proprio sul punto centrale: sul fatto cioè che Lula avesse ricevuto l’appartamento in cambio di favori all’impresa di costruzione Oas relativamente ad alcuni contratti con la Petrobras. «Diranno che lo stiamo accusando in base alla notizia di un giornale e a deboli indizi, scriveva ai colleghi: «Sono preoccupato per il collegamento tra Petrobras e arricchimento e (…) per la storia dell’immobile». C’È QUESTO E MOLTO ALTRO nei tre esplosivi reportage pubblicati domenica dal sito The Intercept a proposito della reale natura dell’operazione Lava Jato – spesso e impropriamente paragonata a Mani Pulite – e dei suoi protagonisti, a cominciare da Dallagnol e dall’ex giudice di prima istanza a Curitiba Sérgio Moro, oggi degno ministro del governo Bolsonaro. E oltretutto i tre servizi, fanno sapere da Intercept, sarebbero solo l’inizio di una inchiesta giornalistica più ampia, basata su un’enorme quantità di materiali inviati da una fonte anonima – messaggi privati, audio, video, foto, documenti giudiziari -, riguardo non solo alla Lava Jato ma a «esponenti dell’oligarchia, dirigenti politici, gli ultimi presidenti e persino leader internazionali accusati di corruzione». Ma già con quanto è stato pubblicato domenica tutto ciò che le forze democratiche hanno denunciato fino a perdere la voce trova inoppugnabili conferme: la supercelebrata Lava Jato non è stata altro che un’operazione politica e ideologica diretta a escludere Lula dalla competizione elettorale che avrebbe di sicuro vinto, aprendo così la strada al governo autoritario dell’attuale presidente. Come dimostra Intercept, i pm della Lava Jato, in pubblico sempre molto decisi a definirsi imparziali e apolitici, esprimevano apertamente il desiderio di scongiurare la vittoria del Pt, concordando misure per raggiungere l’obiettivo. Fino al punto di tramare segretamente per impedire a Lula (come poi puntualmente verificatosi) di rilasciare un’intervista prima delle presidenziali per paura che avvantaggiasse Haddad. E SE, AL MOMENTO dello scambio dei messaggi riportati il 20 settembre del 2018, sembrava che il «Piano A», quello di ribaltare la decisione giudiziaria, avesse «possibilità zero», il pm Januário Paludo suggeriva di limitare perlomeno l’impatto dell’intervista, trasformandola in una conferenza stampa aperta a tutti i giornalisti. Mentre Athayde Ribeiro Costa e Julio Noronha invitavano a premere affinché l’intervista fosse fatta dopo le elezioni: «In tal modo – scriveva Ribeiro Costa – sarebbe possibile evitarla senza disattendere il mandato giudiziario». Nel frattempo, Dallagnol conversava con un’amica e confidente identificata su Telegram come «Carol PGR» a proposito dell’importanza della preghiera: «Sono molto preoccupata – scriveva l’amica – di un possibile ritorno del Pt, ma ho pregato molto perché Dio illumini la nostra popolazione».
MA I REPORTAGE SI SPINGONO anche oltre, mostrando come Sérgio Moro, nel momento stesso in cui offriva di sé l’immagine di imparziale e integerrimo arbitro della partita, collaborasse segretamente con la task force della Lava Jato per allestire l’impianto accusatorio contro Lula. I messaggi tra il magistrato e il coordinatore della task force inviati dalla fonte anonima abbracciano un periodo di due anni (dal 2015 al 2017), durante il quale Moro suggerisce cambiamenti nelle fasi delle operazioni («Forse sarebbe il caso di invertire l’ordine delle due programmate»), indica fonti e offre piste di indagine («la deputada Mara Gabrili mi ha mandato il testo qui sotto, date un’occhiata. È riservato»). A volte persino muovendo rimproveri a Dallagnol, neanche fosse il suo superiore gerarchico. Addirittura, l’8 maggio 2017, due giorni prima che Lula deponesse per la prima volta dinanzi a Moro, il magistrato, dinanzi alla possibilità che l’interrogatorio fosse rimandato, invia un irritatissimo messaggio a Dallagnol: «Che storia è questa che volete rinviare? State scherzando?». Il giorno stesso la richiesta della difesa viene respinta. E tutto questo avviene malgrado i timori interni al pool sull’assenza di un collegamento tra il triplex e gli atti di corruzione relativi alla Petrobras, senza il quale il caso non avrebbe potuto essere giudicato a Curitiba dall’affidabilissimo Moro. Tant’è che, ancora alla vigilia della presentazione della denuncia, Dallagnol commentava: «L’opinione pubblica è decisiva e questo è un caso costruito con prova indiretta e la parola di collaboratori contro un’icona passata indenne per il mensalão» (il primo scandalo esploso sotto il governo Lula). IL GIORNO DOPO, il 14 settembre 2016, in una sala riunioni di un hotel di lusso a Curitiba, Dallagnol avrebbe presentato la denuncia illustrando il caso con un power point su cui si sarebbero riversate ondate di scherno. E pronunciato la sua memorabile frase: «Non abbiamo prove, ma abbiamo convinzioni».

Antonio

“Se voi però avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni sono la mia Patria, gli altri i miei stranieri” don Lorenzo Milani, “L’obbedienza non è più una virtù”

Per ricordare p. Lele.

Se ne vanno, di solito i migliori, se ne vanno così,
semplicemente,
quasi con impazienza,
e noi, un po’ smarriti, un po’ traditi, frughiamo nelle loro vite
per trovare, chissà,
un frammento del segreto che gli ha resi tali.
Se ne vanno,
e dopo poco, nonostante, a noi pare,
abituati all’assenza,
sentiamo una insolita tenerezza
lambita da un pizzico di tristezza
o forse è solo nostalgia.
Immensa.

Se ne vanno, così di Elisa Kidanè

Un “caldo” saluto a tutti/e. La circolare nazionale, riassume il seminario sull’informazione che si è svolto a Sasso Marconi il 18/19 maggio. Ricordiamo l’appuntamento annuale per commemorare l’uccisione di padre Ezechiele (Lele) Ramin, che si terrà mercoledì 24 luglio nella chiesa di San Giuseppe, alle 19.00. Notizie da Haiti Haiti dovrebbe rompere con la politica “anti-popolo” “anti-democratica”, “anti-repubblicana”, ha detto Nou p ap Domi (non staremo a dormire), una nuova organizzazione sociale che riesce a mobilitare migliaia di persone mediante l’uso di internet e che è comparsa ultimamente nel vasto panorama del movimento Petrochalllengers, tutte iniziative di lotta che si oppongono al presente governo di Jovenel Moise chiedendone le dimissioni. Diverse persone sono morte in giugno durante le manifestazioni indette dall’opposizione haitiana in diverse città del paese per chiedere le dimissioni del presidente, Jovenel Moise. Migliaia di haitiani sono scesi per le strade di Port-au-Prince e in altre città dopo che la Corte dei Conti Superiore ha pubblicato un rapporto che coinvolge una società leader, la Agritrans, che ha ricevuto milioni di dollari di fondi Petrocaribe per l’esecuzione di diversi progetti mai realizzati. Allo stesso modo, il testo reso pubblico rivela che esiste una rete di funzionari all’interno del governo haitiano che gestisce l’ottenimento di contratti per gli amici dell’ex presidente del paese Michel Martelly, così come per l’ex ministro Laurent Lamothe e dell’attuale presidente Moise. Diversi testimoni hanno riferito che un membro della polizia ha ucciso una persona di fronte alla residenza del Presidente della Repubblica, ma agenti della guardia presidenziale hanno accusato un gruppo di manifestanti, lasciando un morto e diversi feriti. Altri due morti tra i partecipanti alla manifestazione a Cap Haitian, nel nord del paese. Il portavoce del settore democratico, André Michel, ha dichiarato in una conferenza stampa che “abbiamo contato sette morti e oltre un centinaio di feriti, mentre la popolazione manifestava pacificamente. Il movimento cittadino Petrochalenger dichiara come il comportamento di molti agenti di polizia sia inaccettabile, volto a creare panico e uccidere i civili. Allo stesso modo, il testo rivela che esiste una rete di funzionari all’interno del governo haitiano che gestisce l’ottenimento di contratti per gli amici dell’ex presidente del paese Michel Martelly, così come per l’ex ministro Laurent Lamothe. Willot Joseph, membro attivo di Fddpa, scrive: “Come è risaputo, l’ex presidente del Venezuela Hugo Chavez Frias ha reso possibile che Haiti, assieme ad altri stati caraibici, beneficiassero dei fondi di Petrocaribe (3,8 miliardi di dollari originatesi da quando gli accordi presero vigore) per togliere dalla povertà gli haitiani più vulnerabili. Purtroppo i fondi sono stati rubati e dilapidati dai governi di destra, utilizzati anche per pagare consulenti e specialisti in grado di manipolare le elezioni. Come risultato, il partito di destra che sostiene Moise, una marionetta nelle mani di Washington, ha vinto il 90% dei seggi della Camera dei rappresentanti e così anche nei municipi nazionali. Contemporaneamente, la sinistra già indebolita dalla disorganizzazione e dalla mancanza di fondi si è affossata. Va detto che esiste una opposizione al governo da parte dei partiti conservatori, ma la meta della loro azione non è quella di soddisfare le rivendicazioni della gente ma di preservare i propri interessi. Infatti, la maggioranza dei leader della opposizione si comporterebbero allo stesso modo dell’attuale governo. Quello che non si dice è che i media di comunicazione principali, spesso operanti attraverso il web, sono una macchina di propaganda diretta e finanziata dai poteri economici forti, internazionali, in grado di decidere chi deve governare e questo si sviluppa sotto un mantello di valori democratici. Nel caso haitiano, durante i 10 giorni di protesta di massa, cominciati il 7 febbraio di quest’anno – data che coincide con l’espulsione nel 1986 dei Duvalier – il popolo riuscì a bloccare tutte le vie di comunicazione terrestre, agendo nelle maggiori città. Durante questo blocco generale, nessun mezzo, pubblico o privato, poteva circolare; la paralisi è stata totale. Il presidente scomparve per poi riapparire quando ebbe certezze che gli USA lo stavano appoggiando. Nel frattempo, i media non fecero un lavoro serio di informazione su ciò che stava accadendo nel paese. Per i milioni di cittadini espatriati era quindi necessario sintonizzarsi sui canali radio haitiani per avere notizie. Contemporaneamente, la crisi haitiana si innestava su quella venezuelana, bersagliata da notizie false sul governo di Nicolas Maduro. In altre parole, l’opinione pubblica è stata manipolata attraverso la mancanza di notizie e la diffusione di cattive informazioni, allo scopo di favorire interessi di corporazioni multinazionali. E’ necessario far fronte comune tra i paesi che come Haiti soffrono di queste ingerenze, mantenendosi informati attraverso mezzi che diano notizie veritiere perché basate sul lavoro di gente e organizzazioni oneste, impegnate nel campo della solidarietà e dell’impegno civile.”

Un fiore selvaggio riesce sempre a sopravvivere,
perché ai fiori selvaggi non importa dove crescono.
DOLLY PARTON

Un saluto a tutti e, buon mese di maggio…votazione europee permettendo. Si diceva “marzo pazzerello, guarda il sole e prendi l’ombrello”, adesso, questo proverbio vale per tutta la primavera. Ci siamo incontrati domenica 28/4 a casa di Nicoletta e Riccardo (azienda agricola Dofinè) per ricordare Dadoue. Il brutto tempo non ci ha impedito di passare una giornata di ricordi e di amicizia. Ricordare Dadoue significa parlare anche del nostro impegno verso i nostri amici in Haiti. I progetti continuano e, le tante corrispondenze ci aiutano reciprocamente. Le notizie haitiane che seguono sono il segno di questa amicizia. Il 24 aprile di 9 anni fa a Cité Soleil, periferia di Port-au-Prince, veniva assassinata Dadoue Printemps, fondatrice e animatrice della FDDPA (Forza per la difesa dei diritti dei contadini haitiani) e delle scuole per i figli dei contadini che vivono sulla montagna ad Haiti. La sua morte aveva gettato nello sconforto quante e quanti in lei avevano trovato una guida, una maestra, una sorella. Sono passati anni e – con grande umiltà e consapevolezza delle difficoltà da affrontare – Jean, Martine si sono assunti il compito di proseguire il lavoro di Dadoue.
Ecco cosa ci scrivono:

Buon giorno Tita, oggi i membri della FDDPA celebrano una giornata speciale dedicata a Dadoue, in particolare nelle scuole dell’associazione coscentizzando i giovani sul lavoro e il sogno di Dadoue. E’ una giornata in cui gli insegnanti si incaricheranno di fare questo lavoro di riconoscimento. E sabato 27 ci sarà a Dofiné un grande raduno a cui parteciperanno i membri di tutte le località per riflettere insieme. Io parto venerdì per Dofiné. Ti informeremo di tutto quanto accadrà. Abbracci, ciao ciao, saluta tutti. Jean
24 Aprile 2010 – 24 Aprile 2019. Sono passati 9 anni da quando proviamo a continuare a lottare, proviamo a realizzare l’ultimo sogno della nostra cara Dadoue. Grazie a voi Tita, alla RETE, e a tutti le/i amici che amavano e accompagnavano Dadoue, non riusciamo a sopravvivere. E noi, i/le contadini non cesseremo mai di dirvi «Chapeau!!! ». C’è un proverbio che dice che è nell’avversità che si riconoscono i/le veri amici. Chapeau a voi!!! Noi sicuramente avanziamo. E tutto ciò ci incoraggia. Martine

… da Willot
Salve Tita, come stai tu e tutti i membri della tua famiglia? Molte grazie per questa canzone di Victor Jara, in occasione dell’anniversario del decesso della nostra cara Dadoue. Questa canzone ci fa pensare anche alla madre di Benedetta e alla nostra amata Gianna. Tutte queste persone ci hanno lasciato fisicamente ma noi sappiamo che loro sono sempre tra noi. Ad Haiti, la crisi continua con un governo di incompetenti e corrotti sostenuto apertamente dagli Stati Uniti. Per quanto riguarda la FDDPA, tutto procede bene. Entro la fine di questa settimana, ti invierò le foto della costruzione della piccola scuola dei bambini di Gianna a Fondol. Invio i miei calorosi saluti a te, François, Brunia, Benoit e la sua famiglia. Cordialmente, Willot

Salve Tita, ho appena verificato in banca stamattina. Il denaro è arrivato e siamo ancora una volta molto contenti di poter beneficiare di questa solidarietà del gruppo di Chiarano…. Noi scriveremo loro inviando la ricevuta e per esprimere la nostra gratitudine. Grazie a te e al gruppo di Padova che lavora senza sosta per la causa degli oppressi. Grazie ancora.

Ti informo che abbiamo ricevuto in due occasioni la visita di due persone che fanno parte della Caritas Svizzera raccomandate da Anna. Volevano conoscere il nostro modello per poter lavorare con i contadini del sud, la zona dove operano. Sembravano molto soddisfatti di questa visita di conoscenza. Hanno manifestato l’intenzione di collaborare con noi. Uno di loro è italiano, l’altro cileno. Ancora grazie Tita per il tempo di cui ti priviamo. Ciao, ciao… Abrazo fuerte…

Carissima, carissimo,
in ottobre si terrà il Sinodo straordinario Pan amazzonico che coinvolge 10 Paesi ed occupa il 43% della superficie del Sudamerica, dove sono presenti 390 etnie, 127 delle quali vivono in isolamento o non sono mai venute a contatto con altre popolazioni. L’attuale governo brasiliano vuole iniziare a sfruttare l’Amazzonia in modo sistematico, lo dimostra la non ultima proposta di legge che apriva alla attività estrattiva per varie compagnie straniere ben 46.000 Kmq di foresta amazzonica, proposta momentaneamente ritirata dopo varie manifestazioni nazionali e internazionali. Cosa ancor più grave è stata la scoperta che i servizi segreti brasiliani, teneva sotto controllo cardinali, vescovi, sacerdoti e i laici che periodicamente si riuniscono per preparare il documento su cui discutere al Sinodo di ottobre a Roma. Ciò ha sollevato critiche anche di una gran parte della Chiesa, che a tutt’oggi era stata silente se non connivente con l’elezione del presidente Bolsonaro. Lunedì 6 maggio scorso ad Aparecida è stato letto il nuovo presidente della CNBB (conferenza dei vescovi brasiliani) la seconda al mondo per numero, è stato eletto Dom Walmor Oliveira de Azevedo, arcivescovo di Belo Horizonte (Minas Gerais). L’assemblea ha eletto anche i due vicepresidenti: dom Jaime Spengler, arcivescovo di Porto Alegre (Rio Grande do Sul) e dom Mário Antonio Silva, vescovo di Roraima. I tre vescovi sono espressioni di tre diverse zone dell’immenso Paese sudamericano: il centro di Belo Horizonte, il profondo sud di Porto Alegre (roccaforte del presidente Bolsonaro), il nord amazzonico. Martedì 7 c’è stata una reazione della parte conservatrice dei vescovi che ha portato all’elezione di Joel Portella, ausiliare di Rio de Janeiro, a segretario della CNNB. Il nuovo presidente, che succede al cardinale Sergio da Rocha, arcivescovo di Brasilia, ha 65 anni. Nato a Côcos (Bahia), ha conseguito la licenza in teologia biblica alla Pontificia Università Gregoriana. Negli ultimi anni ha più volte alzato la sua voce contro lo sfruttamento delle risorse minerarie e nella sua diocesi sono accadute le tragedie più grandi causate dalla rottura di dighe nelle miniere: a Mariana, tre anni fa, e a Brumadinho, nel gennaio scorso. In quest’ultima occasione, di fronte al crollo della diga che ha causato circa 300 vittime, dom Oliveira de Azevedo, aveva detto: “Servono cambiamenti profondi, sia a livello legislativo, sia a livello di cultura e mentalità, va promosso lo sviluppo integrale della persona”. La nuova CNBB ha denunciato con forza la legge che istituisce il foro privilegiato, che dava il via a due giustizie, una per le autorità (garantendo loro l’impunità) e l’altra per i cittadini comuni, sulla riforma della previdenza, che non esentava dal contributo le istituzioni filantropiche, sulla riforma della previdenza, che privava della protezione le persone maggiormente esposte alla vulnerabilità sociale, mantenendo inalterata quella per i militari. Ne è seguita la lettera del vescovo di Volta Redonda, Francesco Biasin. Una lettera “forte” che sintetizzata tutte le aree del malessere. La lettera denunciava con decisione l’ingiustizia di far ricadere sui lavoratori e sui poveri le conseguenze di una cattiva gestione delle risorse, tutelando gli interessi del grande capitale e imponendo ai poveri enormi sacrifici. Si contestava la ventilata riforma delle scuole superiori, l’abbassamento dell’età penale per poter condannare gli adolescenti, le conseguenze disastrose per le classi più povere se fosse passata la riforma della previdenza, la cancellazione dei diritti dei lavoratori. E ancora: leggi che intaccavano la famiglia, la dignità dei nascituri, l’identità sessuale delle persone. E tutto ciò in un contesto in cui aumenta il traffico di droga, si allarga la disoccupazione, aumentano la fame e la disperazione, mentre 85 vescovi hanno finora hanno reso pubblico il loro appoggio allo sciopero generale di alcuni giorni fa riguardante le modifiche delle pensioni e della sicurezza sociale. Noi cosa possiamo fare oltre ad aiutare la gente a non perdere la speranza? Aiutarli a credere nella Comunità, nei piccolo gruppi dove ci si può incontrare, riflettere e conoscersi meglio e sostenere con il nostro aiuto le loro nuove battaglie.
Antonio

“Ponti e non muri. Restiamo umani”

Quello che oggi noi viviamo come un fenomeno del nostro tempo, l’ “Immigrazione”, in realtà è un tema antichissimo, che attraversa tutta la storia dell’umanità. Da sempre i popoli si sono mossi, spinti dalla necessità vitale di sopravvivere a condizioni economiche estreme o alla guerra. Ma anche spinti semplicemente dalla sete di conoscenza. A volte anche dalla sete di rapina di risorse economiche ed umane (pensiamo al colonialismo in africa, alla conquista dell’America, allo schiavismo ecc..). Interi popoli si sono formati dall’incrocio con altri: non ultimo noi siciliani, nelle cui vene scorre sangue greco, cartaginese, arabo, spagnolo, tedesco, inglese, francese…. Da sempre il rapporto con lo straniero ha avuto un duplice aspetto: da una parte la curiosità e l’accoglienza, dall’altra la paura di essere invasi e di perdere la propria identità e la propria storia. In questo momento, non vogliamo parlare delle paure indotte ad arte (di cui abbiamo parlato nelle precedenti lettere), ma dello stato d’animo di chi si trova a convivere nello stesso spazio con chi porta modi di essere, culture ed usanze molto diverse.. Anselm Grun, monaco e psicoterapeuta tedesco, nel suo libro “Ero straniero e mi avete accolto” (2017-ed. Messaggero Padova) affronta l’argomento partendo proprio dalle paure dello straniero, che egli dice sono spesso la proiezione della propria “ombra”, che bisogna interrogarre. La diffidenza ed il timore sono legittimi e non vanno repressi in nome di un moralistico obbligo di accoglienza, che non funziona. Se ne deve poter parlare tranquillamente, senza giudicare. Ma attraverso la Storia apprenderemo che la presenza dello straniero può essere una buona opportunità di rinnovamento e di nuove conoscenze. Perché questo sia possibile occorre incontrarsi, conoscersi, dialogare. Occorre rafforzare la propria identità ma non per difendersi ma per incontrare lo straniero nel rispetto e nell’arricchimento reciproco. Ci viene in mente anche Alexander Langer, grande ecologista scomparso anni fa, che diceva come culture diverse non devono mescolarsi per dare origine ad un sincretismo amorfo, ma ciascuna deve potere avere spazi propri in cui poter esplicitarsi liberamente e spazi comuni in cui incontrarsi. Ma ciò implica che ci siano persone che da una parte e dall’altra siano disponibili a svolgere un ruolo di mediazione. occorrono “Costruttori di ponti”.
VI ASPETTIAMO AL NOSTRO PROSSIMO INCONTRO! Sabato 6 Aprile 2019 ore 18:30 contrada Tilibelli (casa di Giuseppe e M Rita Tel 329-4440024)
Parteciperanno all’incontro Papi e Jori, due giovani immigrati senegalesi.che ci racconteranno tutto quello che hanno dovuto affrontare per arrivare in Italia e, come in Febbraio Placida e Lorenzo, ci parleranno di come, da giovani, africani e musulmani, vivono questo tempo: le difficoltà, le attese, le speranze. Li accompagnerà Don Carlo D’Antona, parroco siracusano di frontiera, da tanti anni dedito all’accoglienza degli immigrati ed alla difesa dei loro diritti. Continueremo con una cena conviviale, a cui ciascuno può contribuire portando qualcosa di pronto da condividere. Chi fa parte della Rete Radié Resch o chiunque vuole, potrà fare la propria autotassazione per sostenere il progetto di solidarietà in Argentina a favore delle comunità indigene Piloga’ dicui la nostra rete locale é referente.

Resoconto della raccolta di Febbraio
Durante l’incontro di Febbraio abbiamo raccolto € 190,00, inviati al Tesoriere per il progetto Eduposan in favore della comunità indigena “Pilogà” di S. Martin (Prov. di Formosa). Il progetto riguarda un aiuto in termini di formazione dei capifamiglia per l’allevamento di animali e per i giovani indigeni nell’organizzazione di piccole fiere locali. Ad essi abbiamo aggiunto € 50,00 unendoci alla raccolta straordinaria della rete di Brescia, per le comunità Mapuche cilene, flagellate da devastanti incendi. Intere comunità sono finite in cenere e tanta gente non ha più di che mangiare per sé e per gli animali. Sono stati raccolti ed inviati circa 6.000 euro.

per il Gruppo locale
cari saluti
Maria Rita Vella

Carissima, carissimo,
al tempo di Gesù, la questione della democrazia era già stata posta, però in una regione molto lontana dalla Palestina: la Grecia. Dominata dall’Impero Romano, la Palestina era governata da uomini nominati o approvati da Roma, il re Erode, il governatore Ponzio Pilato e il sommo sacerdote Caifa. Gesù impresse un’ottica diversa al potere. Per lui non era una funzione di comando, ma di servizio, lo dimostrò rapidamente quando affermò che il Figlio dell’Uomo non è venuto per essere servito ma per servire e si è inginocchiato per lavare i piedi ai suoi discepoli. Cos’è che portò Gesù a rovesciare l’ottica del potere, è la domanda che dobbiamo farci: a cosa deve servire il potere in una società diseguale e ingiusta? Alla liberazione dei poveri -risponde- alla cura degli ammalati, all’accoglienza degli esclusi. Questo è il compito per eccellenza dei potenti: liberare l’oppresso, incoraggiarlo, fare in modo che anche lui acquisti potere. Per questo i poveri sono “beati”. Per questo molti si attaccano al potere, perché diviene il desiderabile possibile. Conferisce capacità da attrarre su di lui venerazione, invidia, sottomissione e applausi. Perché il potente non si lasci ubriacare dalla carica che occupa, Gesù propone che egli osi sottomettersi alla critica dei suoi subalterni, Chi di noi è capace di fare questo? Quale è il parroco che si informa o sollecita i suoi parrocchiani ad entrare in dialogo e farsi dire con serenità cosa pensano di lui? Quale politico chiede ai suoi elettori che lo critichino? Gesù non ebbe paura di chiedere ai discepoli cosa pensavano di lui e, come se non bastasse, chiese anche che cosa pensava di lui il popolo (Mt 16,13-20). La questione del potere è il cuore della democrazia, parola che significa, come ci ricordava nelle scorse settimane Aleida Guevara la figlia del Che, durante il suo tour in Italia, “governo del popolo per il popolo”. Tuttavia, resta ancora, nella maggioranza dei paesi, ad uno stato meramente rappresentativo. Per diventare partecipativa, la democrazia deve essere espressione del rafforzamento dei Movimenti popolari. Il potere di una classe dominante non commette abusi nella misura in cui si confronta con un altro potere: quello del popolo organizzato. Questa è la condizione che fa si che la democrazia fondi la libertà individuale e i diritti umani nella giustizia sociale e nell’equità economica. E’ falsa quella democrazia che concede a tutti libertà virtuale ed esclude la maggioranza dai beni economici essenziali, come l’accesso all’alimentazione, alla salute, all’educazione, alla casa, al lavoro, alla cultura e allo svago. Gesù non ha formulato una proposta di società, se non per la strada opposta, criticando il modello predominante in Palestina, dove la ricchezza dei pochi era il frutto della povertà dei molti. Per questo si mise a lato dei poveri e sostenne i loro diritti: “Sono venuto perché tutti abbiano vita e vita in abbondanza” (Gv 10, 10). Questo è il criterio per capire se una società è o non è giusta, il diritto di tutti alla vita piena, non del “prima gli italiani”. Poiché la vita è il maggior dono che ognuno di noi riceve. Oggi, tanta gente di buona volontà, è un po’ presa dalla paura, che è la predica usuale dei populismi. Si semina paura e poi si prendono delle decisioni. La paura è l’inizio delle dittature. Seminare paura è fare una raccolta di crudeltà, di chiusure e anche di sterilità. Pensate alla mancanza di memoria storica: l’Europa è stata fatta da migrazioni e questa è la sua ricchezza. Ma Se l’Europa così generosa vende le armi allo Yemen per ammazzare dei bambini come fa l’Europa a essere coerente?. È vero, che un Paese non può ricevere tutti, ma c’è tutta l’Europa per distribuire i migranti. Se un Paese non può integrare deve pensare subito a parlare con altri Paesi. Ci vuole generosità, con la paura non andremo avanti, con i muri rimarremo chiusi in questi muri. Infine, perché non ci interpelliamo sui meccanismi che determinano la fuga dai loro Paesi, chi è che gestisce le loro politiche, le loro classi dirigenti, chi è che sfrutta e guadagna sulle loro materie prime? Solo iniziando ad approfondire ciò potremmo capire che ancora una volta siamo noi che gli creiamo le condizioni di non poter vivere nelle loro amate terre! Di fronte a tutto ciò si comprende che la solidarietà da sola non è sufficiente ma urge che la politica cambi la sua visione e la sua azione. le migrazioni sono unicamente la conseguenza di un sistema che ha depredato i Sud del mondo. I loro arrivi sono unicamente deportazioni indotte dalle nostre politiche scellerate tese a far si che i ricchi siano sempre più ricchi e i poveri sempre più impoveriti. Di fronte a tutto ciò la propaganda del ministro Salvini cerca di trasformare le vittime in colpevoli. Ciò è inaccettabile! Basta con la politica della Paura. Tra poco è Pasqua, anche noi abbiamo bisogno di una parola che ci scaldi il cuore, di un brivido sulla pelle, noi che quotidianamente siamo mendicanti di luce, abbiamo bisogno di piangere lacrime innamorate che portino tutti a sentirsi umani. Per dire con forza che non abbiamo bisogno di cose morte che non portano tenerezza e dolcezza al nostro cuore, ma che abbiamo bisogno di sentirci vivi, liberi dalla stanchezza per rimettersi in cammino. Abbiamo bisogno di sentirci chiamare per nome, e in quel nome riconoscersi, per una vita piena, non di affanni, non di fretta e oppressioni, ma di dolcezza. La dolcezza che ci chiama, che ci sussurra che ogni giorno è una novità, un cambiamento, ma soprattutto il sorgere di una nuova vita. Questo è il mio augurio.
Antonio

“La cultura è l’unico bene dell’umanità che, diviso fra tutti, anziché diminuire diventa più grande” ( Hans Georg Gadamer)

La lezione di Greta

Giovani e futuro sono sinonimi. Il futuro in primo luogo, biologicamente, appartiene a loro. Da sempre. In un pianeta, però, meno ricco di risorse e con problemi nuovi, questa relazione è diventata meno scontata. Il futuro, almeno come lo abbiamo conosciuto nella seconda parte del XX secolo, quando era ovvio che le nuove generazioni avrebbero avuto una qualità della vita migliore delle precedenti (almeno per molti e in occidente) è un concetto che semplicemente non esiste più. Per i ragazzi attivarsi per il cambiamento è diventata oggi una priorità. Una domanda ricorrente: Perché studiare per un futuro, quando non ci sarà un futuro? In questo senso una storia interessante è quella di Greta Thunberg, la ragazzina svedese di 15 anni che ha scelto di scioperare dalle lezioni e sedersi sotto il Parlamento per costringere i politici ad agire sul cambiamento climatico. Anche lei, come migliaia di suoi concittadini, ha visto questa estate bruciare in Svezia ettari di foreste: centinaia di alberi e terreni aridi trasformati in muri di fuoco anche a causa del riscaldamento globale. Greta è stata capace di dare corpo alla sua protesta dall’agosto 2018, grazie al climate strike, lo sciopero per il climate change. La sua azione ha attirato l’attenzione non solo di altri giovani ma di un’ampia comunità consapevole dell’urgenza del problema. Greta ha poi fatto sentire la sua voce a COP24, la conferenza delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico che si è svolta a Katowice in Polonia. Ha inventato l’iniziativa “Venerdì per il futuro”che il 15 marzo 2019 ha coinvolto i giovani di 1659 piazze sparse in 105 paesi del mondo. Uno sciopero scolastico in nome della scienza. Un’altra domanda ricorrente: Il modo in cui i grandi organizzano il futuro è affare loro o soprattutto di chi quel futuro lo vivrà? Per ricordarcelo serviva una ragazzina bionda con un cartello in mano, che non ha mai smesso di crederci. La studentessa, che il Time ha inserito nella lista delle teenager più influenti al mondo, ha impartito una lezione ai potenti del mondo. I giovani con la loro energia e la loro creatività saranno i veri agenti del cambiamento. Saranno loro a raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile e a costruire un futuro migliore per l’uomo e l’ambiente. . Con questa protesta i ragazzi non solo chiedono la riduzione delle emissioni dei gas serra nel rispetto degli accordi di Parigi del 2015, ma anche l’adozione di nuove politiche ambientali per evitare quello che oggi appare come un destino già scritto. Lo slogan più utilizzato: “Perché gli adulti che tra quaranta/cinquanta anni non ci saranno più possono permettersi di distruggere il futuro delle nuove generazioni? “In poche settimane migliaia di ragazzi e ragazze dalla Svezia all’Australia hanno quindi aderito ai Fridays for Future disertando le aule per invadere le strade e manifestare contro decenni di inquinamento che hanno innalzato sensibilmente le temperature globali, sfalzato l’equilibrio di interi ecosistemi e innescato il veloce scioglimento dei grandi ghiacciai antartici. Greta è in visita in Italia, venerdì 19 aprile a Roma a Piazza del Popolo ha manifestato con i ragazzi di FridayForFuture, in vista della Giornata mondiale della Terra del 22 aprile. Ma essere o meno dell’età di Greta, ossia dei nativi ecologici, non cambia: ci sono tante piccole azioni per contribuire al cambiamento e fare ciascuno – indirizzando i governi a fare altrettanto – la propria parte. MyClimateAction.
Ecco 10 spunti, piccolissime azioni per fare la differenza:
1) Beviamo acqua del rubinetto, aboliamo la pratica (in Italia siamo al top) di utilizzare acqua in bottiglie di plastica per uso domestico e portiamo sempre con noi una bottiglia personale continuando ad usare sempre quella. Già questo nel nostro piccolo cambierà qualcosa
2) Non sprechiamo l’acqua potabile facendo docce brevi, tenendo i rubinetti aperti solo quando occorre, usando detergenti naturali come l’aceto che non necessitano di grandi risciacqui
3) Torniamo al caro, vecchio sapone evitando così flaconi di plastica. Ora in solido si trova di tutto dallo shampoo al balsamo
4) Usiamo spazzole e spazzolini in bambù, igienico e ecologico
5) Pic-nic al parco no plastic: per le nostre gite usiamo materiale compostabile o meglio ancora lavabile. Ognuno porti il suo cestino
6) Usiamo i piedi, le bici, i mezzi pubblici. Insomma lasciamo il più possibile a casa la macchina. La mobilità sharing è in pieno sviluppo, sulle piste ciclabili invece siamo all’inizio
7) Conserviamo il cibo nel vetro e nella ceramica. Al bando pellicole e alluminio inquinanti
8) Illuminiamo in modo ragionevole con lampadine a basso consumo. Ricordiamoci poi di spegnere le luci quando lasciamo una stanza e usiamo l’aria condizionata solo se è indispensabile
9) Facciamo l’orto: un modo per aumentare la quota di cibo a km zero, il verde in città e l’attività antistress per chi lo cura. Che siano vasetti in balcone o piante in giardino, va bene tutto per cambiare rotta
10) Ricicliamo il più possibile e compriamo meno: che sia il passaggio di vestiti ad amici o parenti, che sia il corretto smaltimento dei rifiuti, che sia rinunciare all’acquisto destinato in breve al dimenticatoio, anche così facciamo azioni buone per il clima e per noi stessi.
Da insegnante tifo per Greta e per i giovani motivati al rispetto dell’ambiente, nella convinzione che loro potranno realmente contribuire al cambiamento di mentalità coinvolgendo tutti, per primi noi adulti in gran parte responsabili, più o meno consapevolmente, dei danni causati all’ambiente.

“Gli uomini saggi sono sempre veritieri sia nella loro condotta, sia nei loro discorsi.
Non dicono tutto quello che pensano, ma pensano tutto quello che dicono”.
Gotthold E. Lussing

Carissime/i, riprendiamo con la segnalazione di un articolo apparso su Avvenire dal titolo “Il mondo è ancora più disuguale”, che ci dà questa notizia: ”Da un recente studio in 13 paesi in via di sviluppo risulta che; Investimenti in istruzione e salute hanno determinato il 69% della riduzione totale delle disuguaglianze”. È una buona notizia che ci aiuta nel nostro impegno solidale con le scuole e le borse di studio in Haiti. La lettera di Jean e Martine, che segue, ci conferma la “notizia”. Con un altro articolo diamo notizia anche dei migranti haitiani nel lontano Cile che volontariamente ritornano in patria con un programma umanitario. Notizie: La “circolare nazionale” di questo mese è scritta dalla Rete di Celle-Varazze. Oltre la sintesi delle decisioni assunte dal coordinamento nazionale di fine gennaio a Roma, alleghiamo il verbale della “assemblea straordinaria dei soci” che rappresenta una novità formale del modo con cui la Rete si colloca nel panorama giuridico delle organizzazioni di solidarietà italiane.

SINTESI DELLE DECISIONI ASSUNTE DAL COORDINAMENTO
Assemblea straordinaria dei soci: vedi allegato
I seminari regionali si trasformano in un Seminario unico nazionale, indicativamente a maggio 2019, sul tema “Nuove Tecnologie e Manipolazione del Consenso”, con coinvolgimento di un gruppo di giovani su un percorso parallelo e possibilità di laboratori misti membri della Rete – giovani.
a) Si dà mandato alla Segreteria di “bloccare” una possibile sede.
b) Si decide di creare una commissione per elaborare il progetto, composta da Marco Zamberlan (che potrebbe introdurre l’argomento al seminario) Fulvio Gardumi, Giorgio Gallo, Pier Pertino e la presenza di un giovane
Progetti in discussione
MST – Scuola Florestan Fernandez – Brasile – Rete di Roma. Il Coordinamento decide di:
a) versare il contributo 2018 con modalità concordate con Benedetta Malvolti;
b) Rinnovare il progetto alle stesse condizioni per due anni, con possibilità di estenderlo al terzo anno;
c) Concordare con il comitato italiano SEM TERRA futuri contatti e collaborazioni, con possibile proposta di un viaggio giovani.
Tavus – Armenia – Rete di Quarrata: si approva come progetto straordinario, il versamento €. 1.670 per un anno, per l’acquisto di un macchinario per la produzione di miele bianco (si tratta, in realtà, del terzo anno di un progetto già approvato).
Progetto Lualaba – scuole in Congo – Rete di Mogliano Veneto: si decide di tenere in sospeso il progetto, in attesa di maggiori informazioni.
Case Verdi – Gaza – Rete di Salerno: si decide di tenere ancora in sospeso il progetto, in attesa dell’esito del viaggio a Gaza, in fase di organizzazione per questa estate.

Lettera dalla direzione di FDDPA del 18.1.2019
Cara Tita, che piacere farti ancora una volta il bilancio delle nostre spese, per darlo ai nostri amici della Rete che non cessano ormai da una ventina d’anni di cooperare con la FDDPA. Senza questa solidarietà, la FDDPA non sarebbe mai dove si trova ora. Ancora una volta, con la mia voce esprimo la gratitudine a tutte e tutti della Rete e di altri gruppi amici che non si sono mai scoraggiati continuando a darci il loro supporto e la loro solidarietà per tutti questi anni. GRAZIE E’ anche il momento per noi della FDDPA di formularvi i nostri migliori auguri per questo nuovo anno, malgrado la disperazione, l’egoismo, il razzismo e la xenofobia che continuano a caratterizzare il nostro mondo… La situazione politica resta ancora caotica, infatti le condizioni di vita sono ancora peggiori e le classi dominanti fanno di tutto per conservare i loro privilegi e mantengono la popolazione nello Statu quo. Dopo aver dilapidato il Fondo del Petro Caribe, il governo ha suscitato l’indignazione di tutta la popolazione quando ha votato la risoluzione delle Nazioni Unite che condanna la rielezione del presidente Maduro, questo stesso governo che si era felicitato con Maduro per la sua vittoria alle elezioni. L’amicizia tra Haiti e il Venezuela è storica e dura da 200 anni quando il presidente Pétion ha permesso a Bolivar, il liberatore dell’America latina di trovare armi et munizioni. Dunque, quest’anno si annuncia già nel segno della protesta e noi ci attendiamo agitazioni in tutto il paese. Le scuole funzionano tutte molto bene, e anche quest’anno abbiamo registrato l’aumento del numero degli alunni e io mi preparo a visitare Dofiné nei prossimi giorni. Abbiamo ottenuto la risposta per il progetto di mensa che Willot aveva richiesto per le scuole a una Missione Americana che si trova a Source Matlas, è stata accettata la richiesta per Fondol, si spera bene. Aspettiamo di vedere se funzionerà e poi, se tutto va bene, proveremo a fare domanda per le altre scuole. Per il progetto Gianna – come sapete – abbiamo fatto degli acquisti ed è iniziata la costruzione dell’aula che speriamo di terminare nel corso di quest’anno. Per lo spazio di Dofiné, uno degli ostacoli maggiori è la strada e il trasporto. Con la fine della stagione delle piogge, la FDDPA e altre Associazioni si sono unite per lavorare sulla strada. Questo ha richiesto parecchi giorni e siamo riusciti a trovare un trattore per facilitare il lavoro, ma con l’aumento del prezzo del carburante, la situazione è complicata, ma la strada è sistemata fino a Katien. Proveremo, prima che arrivi la stagione delle piogge, a trasportare i materiali che abbiamo già acquistato. Martine ha cominciato in Ottobre la scuola per analisti e spera di terminare in Agosto. Chrismene, non riesce ancora a trovare una scuola che l’accetti perché i suoi documenti scolastici non sono sufficienti. Ma speriamo di trovare una scuola che possa accettarla. Progetto di Radio di Willot: è un progetto che ho discusso con Willot dopo la visita che ho fatto con voi a Dajabon (con Toni, Duccio, Beppe, Tita, Cesco, Martine, Jean e Balansé), il modello e l’esperienza della Radio Comunitaria Marien che Padre Regino ci ha fatto visitare, mi aveva colpito molto. Mais, come hai potuto comprendere, la questione della fattibilità di un tale progetto è difficile; infatti per noi la realtà per installare una radio è molto complessa. Per quanto riguarda l’energia elettrica, non si può contare sull’elettricità pubblica, perché praticamente non esiste. Questo aumenta il costo di funzionamento, e aggravato ancora oggi per la crisi del carburante. Ci capita ora anche col denaro in mano di non poter nemmeno trovare nei distributori il carburante per alimentare la nostra camionetta. La situazione energetica è difficile. Dunque, la radio richiederebbe un’alimentazione con pannelli fotovoltaici, che costa ancora molto. Infine siamo coscienti che un progetto del genere costerebbe troppo, anche se l’esistenza di una stazione Radio costituirebbe uno strumento estremamente importante per lo sviluppo comunitario. A Verrettes c’è la stazione Radio di Balancé che accompagna i contadini, e noi vediamo e sappiamo già quanto è difficile fare funzionare questa radio. Tuttavia Willot cerca alcuni organismi che hanno l’abitudine di finanziare le radio comunitarie. Ma il problema con questi organismi, è che alcuni di loro possono rendere il funzionamento della radio dipendente, perché impongono a volte delle condizioni e la loro linea ideologica, è il caso per esempio di USAID che impone perfino la loro programmazione. Dunque è un buon progetto, ma che richiede molto per farlo decollare e funzionare.L’incontro con Anna è andato molto bene, infatti siamo andati insieme fino alla città di Belladeres sulla frontiera haitiana per vedere un’esperienza di toilette secca. Abbiamo preso tutte le informazioni relative a costi e funzionamento, ma il problema si pone con i “Boss”, perché bisogna farli venire da Belladeres per fare la costruzione. I nostri “boss”, che abbiamo a Cabaret non hanno ancora la competenza per questo tipo di costruzione. Ma sarebbe una buona esperienza se tuttavia potessimo cominciare a Dubuisson, facendo partecipare il nostro “Boss” nella costruzione per poter apprendere e comprendere la tecnica di costruzione. Dunque è stata una bellissima giornata, ricca e fruttuosa. Per quanto riguarda la partecipazione all’incontro nazionale sull’educazione popolare a Croix des Bouquets, abbiamo inviato 5 membri di diverse comunità che avevano partecipato ai seminari sulla Salute, per partecipare, e tutto è andato bene anche se Anna non ha avuto il tempo di animare l’incontro nazionale a causa dei problemi politici che avevano messo il paese in effervescenza. Spero di aver detto tutto e ti auguro buona lettura per il rapporto. Saluta tutti. Abbracci. Ciao, Ciao. Con molto amore, Jean e Martine, che vi portano nel cuore. Grazie.

DRAMMATICHE NOTIZIE DA HAITI: in questi ultimi giorni il Paese è attraversato da una protesta generale che sta paralizzando la vita quotidiana, in particolare della capitale, e che chiede le dimissioni del presidente Jovenal Moise. Si conta già una decina di morti e molti feriti. Di seguito alcune informazioni

“Salve Tita! Va tutto bene per voi? Sono appena arrivata a casa, ci sono barricate sulle strade dell’Artibonite, Jean ha rischiato di restare sulle montagne di Dofiné e di Katien dove si trovava da 3 giorni. Da 7 giorni il paese è in agitazione. Qui a Haiti non va per niente bene con il governo. Il paese è bloccato, non funziona niente, non si può circolare, il popolo reclama la partenza del governo da 7 giorni e di giorno in giorno è più determinato. Tutti sono bloccati nella loro casa. Ma qui a Dubuisson siamo al riparo da ogni pericolo. Martine.”

“Salve Tita,noi attraversiamo un momento molto difficile nel nostro paese, ci sono proteste dappertutto, è tutto il popolo che si rivolta per dire no al regime di Jovnel Moise simbolo della corruzione, che difende gli interessi dei ricchi a danno dei poveri. Noi da 9 giorni siamo chiusi a casa, perché tutto il paese è bloccato e la vita comincia a diventare ancora più difficile, i più vulnerabili sono diventati ancora più vulnerabili, i bambini, le donne incinte, gli anziani e le persone con mobilità ridotta. Infatti gli uffici, le banche e le case di transfert non funzionano più. Dunque, siamo preoccupati, perché in certi quartieri di Port au Prince, la popolazione è in preda al problema di mancanza di cibo e acqua. Io resto in contatto con le diverse realtà di FDDPA, ma ad ogni modo le rivendicazioni e le proteste restano in ambito urbano. Anche noi nella casa di Dadoue stiamo bene, resistiamo, con noi ci sono due amici che erano di passaggio a casa nostra e che non possono rientrare a Port au Prince. Ciao, ciao Jean che ti abbraccia”

Haiti: il presidente annuncia di non volersi dimettere, di Barbara Castelli
dal sito Vatican News
“Non lascerò il Paese nelle mani di gruppi armati e trafficanti di droga”. Con queste parole il presidente haitiano, Jovenel Moïse, ha palesato la sua intenzione a non dimettersi, all’indomani di violenti scontri a Port-au-Prince tra polizia e manifestanti. Dallo scorso 7 febbraio il Paese caraibico è stato travolto da animate proteste per chiedere la destituzione del capo di Stato. I gruppi di opposizione accusano il governo di corruzione e di aver sottratto denaro per la ricostruzione del Paese, devastato dopo il terremoto del 2010. Le manifestazioni di piazza hanno indotto il Dipartimento di stato americano a richiamare tutto il personale statunitense; mentre il Canada ha chiuso la sua ambasciata a tempo indeterminato.

Dichiarata l’emergenza economica nazionale
Jovenel Moïse ha ribadito che resterà in carica per l’intero mandato di cinque anni, limitandosi a chiedere alprimo ministro, Jean Henry Céant, di decretare l’emergenza economica nazionale. L’opposizione, in particolare, denuncia la scomparsa di quasi quattro miliardi di dollari legati al progetto Petrocaribe di vendita da parte del Venezuela di carburante a basso costo. Il meccanismo prevede che Caracas assicuri forniture di greggio pagate metà a prezzo corrente e l’altra metà in una ventina d’anni, a un tasso tra l’1 e il 2% a seconda degli accordi. Con i soldi risparmiati, i singoli governi possono fare gli investimenti interni di cui hanno bisogno. I problemi di ordine pubblico, intanto, sono ulteriormente aggravati dalla fuga di 78 detenuti della prigione di Aquin, nel sud di Haiti.

Haiti-Cile : 175 migranti haitiani tornano all’ovile
P-au-P, 17 dic. 2018 [AlterPresse]
Un gruppo di 175 haitiani registrati nel programma “Piano di ritorno umanitario”, del governo cileno è rientrato a Port-au-Prince, il 17 dicembre 2018. Il governo cileno, che aveva istituito un programma di ritorno volontario per i migranti in ottobre 2018, ha appena attuato un terzo imbarco di immigrati haitiani dopo aver ricondotto due gruppi di cittadini stranieri lo scorso novembre. I passeggeri che sono stati convocati al dipartimento per l’Immigrazione A Santiago, sono stati imbarcati sullo stesso aereo militare che aveva fatto i due primi viaggi. Secondo il sotto-segretario del ministero dell’interno cileno, Rodrigo Ubilla, la lista degli Haitiani registrati nel programma è ancora molto lunga. Su 2000 persone registrate, ne restano circa 1500 da ricondurre a Haiti. «Ci sono molti cittadini haitiani che vivono in Cile che non si sono ambientati. Anche se molti di loro hanno ottenuto il visto di residenza temporanea, hanno preferito di tornare volontariamente nel loro paese», dichiara questo responsabile cileno alla stampa. Secondo i dati del governo, il Cile conta attualmente circa 1.090.000 immigrati, i più numerosi sono i Venezuelani, i Peruviani, gli Haitiani e i Colombiani. In base alle modalità e alle condizioni di questo programma, coloro che sono stati ricondotti in patria non dovranno ritornare in Cile nei prossimi 9 anni. Questo programma non riguarda esclusivamente gli immigrati haitiani. In questo piano di ritorno volontario, il governo cileno conta 48 cittadini della Colombia, 10 del Venezuela, 8 dell’Ecuador, 9 della Repubblica dominicana, 5 di Cuba e 1 del Peru.

Carissima, carissimo, ecco la nostra consueta lettera, questa volta approfitto di due interessantissime riflessioni inviatemi in questi giorni dall’amico scrittore Erri De Luca e da una giovane emiliana, Giorgia Ansaloni per farle nostre e riflettere insieme su due temi importantissimi: i diritti e l’economia e i migranti. Inizia Erri, a seguire Giorgia. Un caro saluto, Antonio

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Erri. Negli anni delle rivolte politiche ho conosciuto il pubblico coraggio di una gioventù intransigente. Era possibile a conseguenze anche gravi perché c’era un legame di lealtà e di solidarietà che aumentava il valore di ognuno. Per contro non so immaginare il coraggio personale di chi svolge in solitudine un suo compito rischioso. Penso a Giulio Regeni, sequestrato, torturato e ucciso tre anni fa in Egitto. Sapeva di essere seguito, spiato, intercettato dai reparti della sicurezza di Stato, mentre svolgeva le sue ricerche di studioso per conto di una università inglese che qui non merita di essere nominata. Abitava una città metà trappola e metà labirinto. Leggendo le avventure di Teseo nella mitologia Greca non mi sono immaginato un suo particolare coraggio nell’imboccare l’ingresso del Labirinto di Creta. Era un vendicatore della sua gioventù immolata al Minotauro, era armato e conosceva il terreno, grazie al filo dipanato all’ingresso, dono di Arianna. Per Giulio Regeni devo immaginare invece la dote di un coraggio personale inflessibile, ribadito come una disciplina. Non arrivo però a immaginare quello dei giorni di sequestro e di macelleria sommaria del suo corpo. Perciò mi viene di accostarlo alla figura di Pasolini, entrambi intellettuali che volevano conoscere sul campo le condizioni di vita e i temi che li interessavano. Entrambi sono stati assassinati in infami agguati dei quali si continua a chiedere conto. Nessun governo ha operato allora e adesso per forzare ostacoli alla verità. Se Giulio Regeni fosse stato tedesco, francese, inglese, l’Europa avrebbe reagito in coro. Invece la diplomazia italiana ha toccato il punto più basso di servilismo e inefficienza. Ognuno può scegliere tra incapacità e omertà. Oggi a Il Cairo c’è imperturbabile un ambasciatore italiano che continua il suo ruolo di procacciatore di affari. Un governo ha per compito la tutela dei propri cittadini in Italia e all’estero. Se antepone a questo dovere quello di agevolare traffici, si comporta con le stesse priorità della Mafia, che subordina perfino le vite dei propri familiari all’arricchimento. Lo Stato che abdica alla ricerca della verità per un suo cittadino assassinato da servizi di uno Stato dichiarato amico e sicuro, si degrada a trafficante. L’Egitto non è uno Stato sicuro e questo dev’essere ben scritto nell’informativa del Ministero degli Esteri a beneficio dei cittadini italiani che intendono recarvisi. L’ambasciatore italiano dev’essere richiamato in patria, finché non sarà crepato il muro di omertà del governo egiziano intorno ai responsabili. In occasione della fiaccolata e dell’assemblea convocata a Fiumicello da Claudio, Paola e Irene Regeni ho espresso la mia gratitudine. Non si sono chiusi nel loro dolore impenetrabile, non hanno contrapposto il loro silenzio privato a quello pubblico di governi che antepongono i commerci al sacrosanto diritto di giustizia. La famiglia Regeni è perciò esempio di valore civile e chiama a raccolta le energie migliori della nostra sfilacciata comunità. È compatto, spesso, il silenzio dei governi sugli assassini di Stato del nostro cittadino Giulio Regeni. Ma sono più robuste di quel silenzio le nostre nocche che battono a quel muro e non temono di spellarsi, e le nostre voci di sgolarsi per scippare verità e giustizia dovute a Giulio Regeni, alla sua famiglia e a noi.”

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Mi chiamo Giorgia, ho 19 anni, abito a Nonantola, un paese in provincia di Modena. Ero alla fine della terza superiore quando ho iniziato a fare servizio, attraverso gli scout, alla scuola di italiano per stranieri “Frisoun”. Mi sono subito affezionata a questo ambiente sempre accogliente e “colorato”, non solo per le diverse sfumature della pelle, ma anche per la moltitudine dei sorrisi e delle storie di vita che ogni lezione regala. Ho iniziato quando gli studenti a scuola erano solo gli stranieri residenti a Nonantola da tempo che non si erano ancora integrati del tutto o da poco arrivati legalmente in Italia per ricongiungersi con i parenti, per cercare un lavoro. Il 26 aprile 2017 era prevista una delle riunioni di programmazione delle lezioni successive, ma la sera stessa mi arrivò un SMS: quella sera avremmo conosciuto “i nuovi profughi”, una decina, che sarebbero stati ospitati a Nonantola. All’epoca conoscevo le storie dei migranti solo per le notizie sugli sbarchi a Lampedusa, perché i telegiornali non facevano altro che parlare di quello da diverso tempo, ma incontrarli di persona quella sera ha avuto un effetto ben diverso. Erano in cerchio, in silenzio, in attesa – l’ennesima del loro lungo viaggio – prima di essere trasferiti in un nuovo edificio, non si conoscevano tutti tra di loro e soprattutto avevano gli sguardi che parlavano da soli: c’era chi scambiava qualche mormorio col vicino, chi aveva la faccia assonnata, chi si guardava intorno incuriosito. Questo è stato il primo incontro con loro e due cose mi hanno subito colpito: la loro completa fiducia in chi li stava accogliendo (erano in balìa di decisioni prese da altri) e il fatto che fossero tutti giovani – avevano giusto qualche anno in più di me se non addirittura la stessa età – e io sarei diventata una loro maestra. Ora a Nonantola sono accolti circa una sessantina di richiedenti asilo e un buon numero di questi frequenta la scuola di italiano insieme agli altri studenti di vecchia data. Inizialmente facevo fatica a parlare con loro, a confrontarmi con il loro passato doloroso. Mi facevano vedere le foto della loro famiglia lontana, mi raccontavano del fratello o della sorella che avrebbero voluto rivedere, della casa che era andata distrutta durante un’alluvione, della Libia, del lungo viaggio, e tuttora a volte sento di non avere le parole giuste per confortarli, impotente di fronte alla loro sofferenza. Una volta andai a cena a casa di un gruppo di ragazzi (Mohammed, Ablaye, Mansoor, Adama) e rimasi scandalizzata quando, dopo aver posto al centro del tavolo un unico grande piatto di cous cous, iniziarono a mangiare da quello con le mani, senza le posate. Abituata ad un mondo in cui si mantengono sempre le distanze, subito rimasi perplessa, ma questa tradizione africana ti dimostra che per essere accoglienti non basta fornire i mezzi per vivere, offrire una casa e del cibo, che ovviamente sono fondamentali, ma è necessario mettersi intorno allo stesso tavolo, in un rapporto di parità, sentirsi fratelli e condividere ciò che si ha con molta semplicità. A scuola io provo ad insegnare le lettere e la grammatica italiana, i ragazzi migranti mi insegnano invece l’importanza delle relazioni, la bellezza di un “grazie” sentito col cuore, la ricchezza di tante prospettive, la pazienza, ad avere speranza nel futuro, perché, come mi ha detto Bacari l’altro giorno: “un bambino quando nasce non corre subito”. Ora quando cammino per Nonantola e mi capita di incontrare uno di loro sono tranquilla, mi fa piacere scambiare due chiacchiere con lui, gli ricordo di essere puntuale a scuola e se sono insieme ad altri amici lo presento anche a loro: se tutti noi aprissimo il nostro cuore scopriremmo che i migranti non sono qualcosa di cui avere paura, ma sono un dono di Dio nella nostra vita. Questa è stata la mia esperienza ed auguro a tutti di accogliere l’invito di papa Francesco, che è l’invito di Gesù, e di scoprire così che nei migranti Dio ci dona dei fratelli che arricchiscono la nostra vita e quello di Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna che una volta mi ha detto “la vita è tenersi per mano”.

“Se voi però avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni sono la mia Patria, gli altri i miei stranieri” don Lorenzo Milani, “L’obbedienza non è più una virtù”