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Carissima, carissimo,
niente è più umanitario, sociale, politico, etico e spirituale che soddisfare la fame dei poveri della Terra. Dom Helder Camara, brasiliano, vescovo dei poveri diceva: “Se tu fossi in estasi davanti a Dio e un affamato bussasse alla tua porta, lascia il Dio dell’estasi e vai a servire l’affamato. Il Dio che hai lasciato nell’estasi è meno sicuro del Dio che troverai nell’affamato”. Gesù stesso era pieno di compassione e ha soddisfatto con pane e pesci centinaia di persone affamate che lo seguivano. Al centro del suo messaggio c’è il Padre Nostro e il Pane Nostro quotidiano. È erede di Gesù solamente chi tiene sempre insieme il Padre Nostro con il Pane Nostro. Solo questa persona può dire Amen=Si a Dio!.
I livelli di povertà globali sono scioccanti. Secondo Oxfam, che misura ogni anno i livelli di disuguaglianza nel mondo, nel gennaio 2017 si accertò che 8 persone da sole hanno un reddito equivalente a quello di 3,6 miliardi di persone, vale a dire circa la metà dell’umanità. Questo fatto è più significativo della semplice parola “disuguaglianza”. Eticamente e politicamente questo fatto si traduce in una spaventosa ingiustizia sociale e, nell’ambito della fede giudaico-cristiana, questa ingiustizia sociale è un peccato sociale e strutturale. La povertà è sistemica, perché è il risultato di un tipo di società che si propone di accumulare sempre più beni materiali senza alcuna considerazione umanitaria (giustizia sociale) o ambientale (giustizia ecologica) papa Francesco con la sua Laudato si, le ha accorpate in “ecologia integrale”. Questa società presuppone persone crudeli, ciniche e senza alcun senso di solidarietà, quindi, un contesto di elevata disumanizzazione e di barbarie. In Brasile, anche se molto è stato fatto per fare uscire il paese dallo spettro della fame, dopo il grande progetto Fame Zero di Lula, che ha tolto dalla fame 40 milioni di impoveriti, ci sono ancora 20 milioni di persone che vivono in estrema povertà. Con il suo programma “Brasile amorevole” la legittima presidenta Dilma Rousseff si era prefissa lo scopo di portare tutte queste persone fuori da questa situazione disumana.
La Teologia della Liberazione e la chiesa che sta alle sue spalle, nascono da un attento studio della povertà. La povertà si legge come oppressione. Il suo opposto non è la ricchezza, ma la giustizia sociale e la liberazione. L’opzione per i poveri contro la povertà è il marchio di fabbrica della Teologia della Liberazione. Ha distinto tre tipi di povertà. La prima è quella di chi non ha accesso al paniere alimentare di base né ai minimi servizi sanitari. L’approccio tradizionale è stato: quelli che hanno aiutino a quelli che non hanno. Così è nata una vasta rete di assistenzialismo e di paternalismo che aiuta puntualmente i poveri, ma li tiene dipendenti da altri. La seconda lettura del povero sosteneva che i poveri hanno qualcosa; possiedono infatti l’intelligenza e la capacità di professionalizzarsi. Così possono entrare nel mercato del lavoro e organizzare la propria vita. Questa strategia è corretta, ma politicamente non prende conoscenza del carattere conflittuale del rapporto sociale, mantenendo chi esce dalla povertà all’interno del sistema che continua a produrre poveri. Lo rafforza inconsciamente. La terza interpretazione del povero parte da quello che il povero ha e, quando viene a conoscenza dei meccanismi che rendono poveri (sono impoveriti e oppressi), si organizzano, pianificano un nuovo sogno di una società più giusta ed egualitaria, diventano una forza storica in grado, insieme ad altri, di dare nuova direzione alla società. Da questo punto di vista sono nati i principali movimenti sociali, sindacali e altri gruppi coscientizzati della società e delle chiese. Da loro si aspettano trasformazioni sociali.
Brasile e politica. Dopo la destituzione della presidente Dilma Rousseff con un “golpe di Stato”, un altro impeachment si avvicina al vertice del potere politico brasiliano, stavolta per il presidente Temer, espressione della più alta borghesia, che ha allungato la giornata lavorativa a 12 ore, aumentato l’età pensionabile, tagliato le spese sociali dell’80%, tolto il ministero dello Sviluppo Agrario ecc…
Temer sta avendo il grande pregio di ricompattare i Movimenti Sociali e i partiti di opposizione i quali stanno occupando piazze e strade nelle più importanti città, chiedendo con forza elezioni anticipate.
Migranti e accoglienza. Non servono le polemiche strumentali in merito ai salvataggi dei migranti da parte delle ONG ma fare chiarezza se ci sono dubbi. Questo è l’invito da fare a chi mette in dubbio l’operato delle stesse. Perché chi protesta non si imbarca sulle navi per verificare direttamente il loro operato? Altrimenti si fa solo una polemica sterile e senza prove. Credo che le ONG sarebbero predisposte ad accoglierli. La polemica è portata avanti da chi non prospetta alcuna soluzione per salvare vite in mare.
Urge e necessita per fugare ogni dubbio, per salvaguardare il duro lavoro a cui sono sottoposti questi operatori, per la dignità dei richiedenti asilo e rifugiati che tutti sappiamo che fino a quando non si creeranno canali legali di ingresso, l’opinione pubblica farà l’equazione più grave, semplicistica e populistica, cioè che viaggi e tratta delle persone stanno finanziando il terrorismo e la morte in Europa.
Urge e necessita che le indagini vadano avanti per togliere ogni dubbio senza e non per distrarre l’attenzione dal problema vero, che è salvaguardare le vite di tanti richiedenti asilo e rifugiati.
Strumentale è l’ipocrisia e la vergogna di politici chiusi e ottusi, al solo fine di non salvaguardare un diritto fondamentale in democrazia; salvare vite umane, perchè stanno morendo sempre più donne, uomini e bambini, non solo nel Mediterraneo. Non è altro che una polemica strumentale per portare lontano dall’impegno vero che dovrebbe essere di tutti i Paesi europei e i cittadini, di fronte a un dramma che sta continuamente crescendo e chiede più accoglienza.
Urge e necessita più Europa aperta, più capacità di fare un salto di qualità: organizzare canali umanitari sicuri e il ricollocamento dei migranti nel contesto europeo, per dare un reale segno di responsabilità.
Il solo soccorso in mare non può essere la sola risposta e non sarebbe così necessario se l’Europa stabilisse vie legali di accesso, decidendo di gestire in maniera progettuale l’arrivo dei migranti e soprattutto non lasciando morire le persone in mare come di fatto sta facendo da molti anni, lasciando principalmente all’Italia il compito di ruolo umanitario. In questi primi mesi dell’anno fonti ufficiali registrano un forte aumento di migranti rispetto allo stesso periodo del 2106. Fino a questo momento gli accordi con le “autorità” libiche, con la finalità di contenere emigrazioni e contrastare il traffico, non si sono rivelate efficaci. Si tratta, quindi, di un sostanziale nulla di fatto: le persone continuano a morire in mare, le traversate sono sempre più pericolose e l’Europa continua a non affrontare in un modo politico serio e unitario il problema. I Governi devono attivare canali umanitari sicuri per chi fugge, il solo soccorso in mare non può mai essere “la soluzione”. L’Italia con l’operazione Mare Nostrum prima e adesso con il soccorso delle navi di ONG, é da sempre in prima linea nel salvataggio di vite umane. Azione fondamentale che ci fa onore , ma che non sarebbe così necessaria se l’Europa stabilisse vie legali d’accesso, decidendo di gestire in maniera progettuale l’arrivo dei migranti e soprattutto non lasciando morire le persone in mare. Lasciarli morire in mare o direttamente in Libia non fa alcune differenza. L’Europa ha la responsabilità politica di evitare che muoiano innocenti, facendosi promotrice di “veri” tavoli diplomatici che pongano fine alle principali crisi in atto. Fermare l’invio di armi che l’alimentano è il vero imperativo. Negli ultimi 15 anni gli Stati Uniti hanno speso in interventi operativi diretti in Medio Oriente 6.000 miliardi di dollari, una cifra attraverso la quale si può ricreare il mondo.Infine, mi ha fatto molto riflettere una scritta a pennarello su un foglio di carta che ho trovato all’ingresso dello studio nella casa di amici di Brescia che alcune settimane fa mi ha ospitato nella loro casa: “fino  a quando noi venderemo armi, loro ci invieranno rifugiati”.
Il 26 giugno di 50 anni fa moriva don Lorenzo Milani, una malattia trascurata ce lo ha portato via giovanissimo. Un prete incandescente, ma lontano anni luce dallo stereotipo del prete ribelle. Un prete perseguitato da una Chiesa che ha sempre amato e che non ha mai voluto lasciare. Un prete che amava la Chiesa come papa Francesco.
Per la brevità della sua vita, per l’intensità della sua esistenza, don Lorenzo è stato vittima fin da subito e per sempre di un forte riduzionismo. Non aveva la vocazione dell’eroe solitario: voleva essere parte, voce, espressione della Chiesa. Ha sempre rivendicato questo, anche in modo violentissimo. Ha subito dalla sua Chiesa, un trattamento di ferocia inaudita. E’ stato perseguitato, non semplicemente criticato; la stessa scelta di inviarlo da Calenzano a Barbiana è stata presa non per punirlo, ma per ucciderlo, per spezzarlo. E’ stata solo la sua anima profonda che ha fatto si che Barbiana, invece che una prigione, diventasse un trono e una cattedra. La Chiesa cattolica non si può limitare a rendergli onore tardivo; tutto deve essere risarcito non con benevolenza, ma attraverso atti di giustizia, che dica davanti a dio che quella di don Milani è una testimonianza cristiana. Che papa Francesco, incontrando il mondo della scuola, pronunciasse il suo nome in piazza San Pietro, nessuno lo avrebbe immaginato, comevisitarlo a Barbiana, dopo aver reso omaggio a don Primo Mazzolari a Bozzolo. Credo che la figura di don Milani sia utile per conoscere alcuni tratti di Francesco. L’accusa che gli veniva fatta dalla Chiesa era di essere un comunista, un agitatore sociale; espressioni, queste, usate dal fronte opposto come un complimento. La cosa che va compresa è che in don Milani non c’è una militanza politica chiusa dentro un linguaggio politico, ma una forza profetica. I gesti di don Milani sono gesti profetici. Tutto ciò ci aiuta a capire Francesco; la predicazione del Vangelo nelle periferie, in uscita, non vuole dare parole d’ordine o ideologiche alla Chiesa. Per il Papa ha un senso se esprime l’autenticità cristiana del Vangelo, costi quel che costi.
Antonio

Roma, 12 maggio 2017
Carissimi amiche e amici,
conforta e incoraggia vedere come tante reti locali, in specie quelle delle località meno grandi (a parte la veronese) si attivano nel lavorare ai rispettivi progetti stabilendo contatti e visite coi referenti, qui e là, compiendo quindi anche viaggi impegnativi.
L’attenzione posta poi alla questione del come e se cambiare il tipo di solidarietà in un mondo tanto mutato è segno di sensibilità non comune che lascia ben sperare sulla vitalità della Rete. Sono infatti evidenti le ragioni che indurrebbero a lasciar perdere, o ad attenuare l’impegno, rinchiudendosi nel proprio guscio: non v’è continente o singolo Paese (e il nostro non fa eccezione, anzi) in cui vicende dolorose e angoscianti imperversino recando danni, soprattutto ai più indifesi, che paiono irreparabili.
Prendiamo il tema delle migrazioni, uno dei più gravi e controversi. Secondo più enti – rispettabili e attendibili – le persone che arrivano in Europa fuggono dai loro paesi d’origine a causa di situazioni di conflitto, di attacchi terroristici, di inaccessibilità al cibo e all’acqua, di catastrofi ambientali, della rapina dei loro terreni coltivabili. I migranti in fuga, è noto, provengono dal Medioriente (siriani, afghani, iracheni, pakistani); oppure dal Nord Africa (nigeriani, somali, eritrei). Tutti devono attraversare il Mediterraneo correndo rischi e sofferenze gravi dopo quelli affrontati per giungere sulle sue sponde. E quando riescono ad arrivare in Europa in quali condizioni sono e che tipo di accoglienza ricevono?
Per quanto concerne l’Italia sappiamo bene l’infinità di polemiche scoppiate sul tema, sull’accoglienza, sulle speculazioni, sul disordine causato dall’intromissione delle mafie o di altri affaristi, come pure per l’incapacità delle istituzioni a mettere ordine. Così che passano in seconda linea gli eroismi dei soccorritori in mare e delle popolazioni della terraferma sovente impegnate nel fornire i primi aiuti in specie alle donne e ai bambini. Papa Francesco, recatosi a Lampedusa tempo addietro, disse memorabili parole di pace e di misericordia, capaci di incoraggiare la buona accoglienza di tanti disperati, ma inascoltate da chi avrebbe il compito di facilitare la sistemazione e la distribuzione sul territorio degli scampati. Non si sono ancora placate le discordie e, visti gli interessi politici in ballo, si presume che le diatribe continueranno a lungo trovando sempre nuovo alimento nell’intensificarsi degli arrivi.
Quel che dispiace è che nelle dispute sull’accoglienza dei profughi, sulle accuse e contraccuse circa le speculazioni effettuate da ignobili profittatori relative a intese delinquenziali tra scafisti e alcuni singoli appartenenti alle Ong tra le molte intervenute nella vicenda (impossibile, secondo il mio modesto parere e quello di persone ben più autorevoli) che manchino i disonesti nelle circostanze anche tragiche e complesse; dispiace, dicevo, è che vi siano rimasti coinvolti i Medici Senza Frontiere, certamente incolpevoli, con i quali i nostri Medici Contro la Tortura hanno da poco stabilito, come sapete, un accordo di collaborazione (sul quale ho appreso i particolari avendo partecipato alla recente assemblea annuale dei soci di MCT).
Ma motivi di rammarico li abbiamo avuti di recente anche in altre occasioni. Una è stata la celebrazione della Liberazione: contese accese si sono registrate in particolare a Roma sulla sempre contrastata partecipazione della Brigata Ebraica, i cui rappresentanti si sono stavolta rifiutati di sfilare in presenza, nel corteo, di bandiere e striscioni palestinesi. Il 25 aprile, va ricordato sempre, è la festa della Liberazione dalla tirannide nazista-repubblichina, ottenuta con l’eroica lotta partigiana sostenuta dagli alti ideali della libertà e della democrazia che dettero vita alla Costituente repubblicana, base ancor oggi, nonostante i recenti tentativi di stravolgimento, del nostro quotidiano vivere civile. Sono perciò inammissibili i penosi litigi avutisi, quali che fossero le ragioni che li hanno causati.
Un altro motivo di dispiacere è stato, per me almeno, vedere al sit-in di largo Argentina del 19 aprile per la Palestina e al presidio per i prigionieri politici palestinesi (ora in sciopero della fame) tenutosi a Montecitorio il 3 maggio la partecipazione di poche persone (e in parte palestinesi) tutte anziane o molto anziane. L’assenza dei giovani rattrista perché significa la non conoscenza o l’indifferenza della gioventù alle sofferenze inflitte con sempre maggiore inumanità a un popolo da gran tempo martirizzato da Israele. Eppure qualche notizia sugli avvenimenti in quella terra e le condanne inflitte dagli organi internazionali allo Stato israeliano anche di recente sono trapelate sui media e sul web. Impossibile spiegare tutto con le pur vere preoccupazioni dei giovani per il loro presente e l’ancor più oscuro futuro. E allora?
Dopo le presidenziali francesi e la vittoria dell’enigmatico Macron sulla Le Pen si discute molto pure da noi sul futuro della UE e dell’euro, sui cui destini gravano anche le prossime elezioni politiche francesi. Tuttavia a casa nostra prevalgono le lotte intestine tese agli interessi di partito o dei singoli molto più che al destino economico-sociale della gente (preoccupante l’aumento della povertà). E molto altro vi sarebbe da dire su tanti temi. Tralascio, per esempio, le sciocchezze del New York Times sulla questione dei vaccini in Italia o sulle dispute sul Comune di Roma; si vede che nell’era Trump anche la libera stampa Usa non è più attendibile come un tempo.
Diciamolo con chiarezza: niente qui va per il verso giusto. Tra scandali, corruzione, evasione fiscale, attacchi ai magistrati impegnati, alcuni a rischio della vita, nel tentare di porre un limite al malaffare e alla criminalità organizzata il Paese è sceso così in basso che solo grazie a una parte della popolazione che conserva, direi eroicamente, i valori dell’onestà e dell’altruismo si resiste al pericolo di affondare nelle sabbie mobili in cui i super sconfitti del 4 dicembre e i loro ignobili cortigiani (“vil razza dannata”) tentano in tutti i modi di trascinarci con la pavida complicità di un inquilino di Palazzo Chigi del tutto succube a cotanti padroni; mentre si attende trepidi che il titolare del Quirinale, sembrato risvegliarsi da un lungo torpore, faccia seguire ai suoi recenti ammonimenti gesti decisivi e per quanto possibile salvifici.
Perdonate, amiche e amici, questa cruda digressione sulle vicende italiane. Altro ancora vorrei aggiungere, ma non è questa la sede opportuna. Forse non tutti avranno le mie stesse opinioni, ma per me tutto si lega. Le frasi iniziali di questa lettera acquistano maggior valore e meglio si comprendono se consideriamo il quadro opprimente in cui ci muoviamo tentando di portare sollievo – parziale quanto si vuole – a coloro che l’Occidente e i nuovi satrapi di ogni dove hanno in larga contribuito a ridurre alla disperazione.
Resistiamo con fede, incoraggiati dalle decise iniziative degli amici più giovani e dei meno giovani tuttora intraprendenti ispirate ai principi della Rete che in anni lontani Ettore, con il convinto supporto di Clotilde e a seguito delle parole ispiratrici di Paul seppe creare e consolidare. Auguri vivissimi di buon lavoro.
Un abbraccio molto affettuoso.

(per la rete di Roma Mauro Gentilini)

Lettera di maggio 2017 da Maria Cristina Angeletti Gruppo di Macerata

Cari amici,

voglio riepilogare alcuni recenti eventi intervenuti intorno alla questione palestinese e alla campagna con cui Israele cerca di mettere a tacere il movimento BDS ( acronimo di Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni), la più grande coalizione della società civile palestinese che sostiene il boicottaggio dei prodotti israeliani provenienti dalle colonie, il disinvestimento imprenditoriale in Israele da parte di imprese straniere e le necessarie sanzioni da applicare allo Stato Israeliano per gli evidenti crimini contro i palestinesi privati di ogni diritto. E’ da precisare che la Rete Radie’ Resch aderisce a questo movimento opponendosi all’apartheid israeliana ( Coordinamento lombardo per la Palestina, Reteromanapalestina). Andiamo in ordine di tempo:

17 Marzo 2017 – La Dottoressa Rima Khalaf, Direttrice della Commissione Economica e Sociale delle Nazioni Unite per l’Asia Occidentale (ESCWA), si è dovuta dimettere dal suo incarico a seguito di pressioni esercitate dagli Stati Uniti e da Israele a proposito di una relazione pubblicata dalla Commissione che documenta le politiche di apartheid di Israele nei confronti del popolo palestinese e incoraggia il sostegno al BDS a favore dei diritti e della libertà dei palestinesi. La Dottoressa Khalaf ha spiegato la sua decisione affermando: “Mi sono dimessa perché è mio dovere non nascondere un crimine evidente, e avallo tutte le conclusioni della relazione.”

Queste le parole di Mahmoud Nawajaa, il Coordinatore Generale del Comitato Nazionale Palestinese del BDS (BNC):

La relazione storica dell’ESCWA ha centrato due precedenti epocali sulla Palestina. È la prima volta che un’ agenzia delle Nazioni Unite ha stabilito, attraverso uno studio scrupoloso e rigoroso, che Israele ha imposto un regime di apartheid contro l’intero popolo palestinese. Inoltre la Commissione esprimendosi a favore del BDS, in quanto efficace strumento per ritenere Israele responsabile di crimini di guerra, ha creato un precedente importante nel sistema delle Nazioni Unite. I Palestinesi sono profondamente grati alla direttrice dell’ESCWA, Dottoressa Rima Khalaf, che ha preferito dimettersi con dignità piuttosto che cedere ai suoi principi di fronte al bullismo di Stati Uniti e Israele. In questo momento buio della nostra storia, con la repressione crescente di Israele, inclusa quella verso i difensori non violenti dei diritti umani, il furto continuo di terra palestinese e il peggioramento delle politiche di apartheid. I palestinesi sperano che questo rapporto rivoluzionario annunci l’avvento di una nuova era in cui si consideri l’ingiusto regime di Israele come è stato fatto contro l’apartheid del Sud Africa”.

21 marzo 2017 – Il ministro israeliano della Pubblica Sicurezza, Gilad Erdan, ha annunciato che il suo ministero si propone di creare un nuovo database dei cittadini israeliani che sostengono il movimento civile di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni..

Di nuovo il Comitato Nazionale Palestinese per il BDS (BNC)ha affermato::

Questo nuovo database è coerente con i tentativi del governo israeliano di reprimere il movimento BDS, proprio perché esso sta crescendo sia all’interno di Israele sia in tutto il mondo. A questo database che colpisce i cittadini israeliani che sostengono il BDS se ne aggiunge un altro rivolto ai sostenitori del B

Lettera dfi maggio 2017 da Maria Cristina Angeletti Gruppo di Macerata

Cari amici,

voglio riepilogare alcuni recenti eventi intervenuti intorno alla questione palestinese e alla campagna con cui Israele cerca di mettere a tacere il movimento BDS ( acronimo di Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni), la più grande coalizione della società civile palestinese che sostiene il boicottaggio dei prodotti israeliani provenienti dalle colonie, il disinvestimento imprenditoriale in Israele da parte di imprese straniere e le necessarie sanzioni da applicare allo Stato Israeliano per gli evidenti crimini contro i palestinesi privati di ogni diritto. E’ da precisare che la Rete Radie’ Resch aderisce a questo movimento opponendosi all’apartheid israeliana ( Coordinamento lombardo per la Palestina, Reteromanapalestina). Andiamo in ordine di tempo:

17 Marzo 2017 – La Dottoressa Rima Khalaf, Direttrice della Commissione Economica e Sociale delle Nazioni Unite per l’Asia Occidentale (ESCWA), si è dovuta dimettere dal suo incarico a seguito di pressioni esercitate dagli Stati Uniti e da Israele a proposito di una relazione pubblicata dalla Commissione che documenta le politiche di apartheid di Israele nei confronti del popolo palestinese e incoraggia il sostegno al BDS a favore dei diritti e della libertà dei palestinesi. La Dottoressa Khalaf ha spiegato la sua decisione affermando: “Mi sono dimessa perché è mio dovere non nascondere un crimine evidente, e avallo tutte le conclusioni della relazione.”

Queste le parole di Mahmoud Nawajaa, il Coordinatore Generale del Comitato Nazionale Palestinese del BDS (BNC):

La relazione storica dell’ESCWA ha centrato due precedenti epocali sulla Palestina. È la prima volta che un’ agenzia delle Nazioni Unite ha stabilito, attraverso uno studio scrupoloso e rigoroso, che Israele ha imposto un regime di apartheid contro l’intero popolo palestinese. Inoltre la Commissione esprimendosi a favore del BDS, in quanto efficace strumento per ritenere Israele responsabile di crimini di guerra, ha creato un precedente importante nel sistema delle Nazioni Unite. I Palestinesi sono profondamente grati alla direttrice dell’ESCWA, Dottoressa Rima Khalaf, che ha preferito dimettersi con dignità piuttosto che cedere ai suoi principi di fronte al bullismo di Stati Uniti e Israele. In questo momento buio della nostra storia, con la repressione crescente di Israele, inclusa quella verso i difensori non violenti dei diritti umani, il furto continuo di terra palestinese e il peggioramento delle politiche di apartheid. I palestinesi sperano che questo rapporto rivoluzionario annunci l’avvento di una nuova era in cui si consideri l’ingiusto regime di Israele come è stato fatto contro l’apartheid del Sud Africa”.

21 marzo 2017 – Il ministro israeliano della Pubblica Sicurezza, Gilad Erdan, ha annunciato che il suo ministero si propone di creare un nuovo database dei cittadini israeliani che sostengono il movimento civile di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni..

Di nuovo il Comitato Nazionale Palestinese per il BDS (BNC)ha affermato::

Questo nuovo database è coerente con i tentativi del governo israeliano di reprimere il movimento BDS, proprio perché esso sta crescendo sia all’interno di Israele sia in tutto il mondo. A questo database che colpisce i cittadini israeliani che sostengono il BDS se ne aggiunge un altro rivolto ai sostenitori del BDS di altri paesi; una legge israeliana recentemente approvata cerca di impedire ai sostenitori internazionali dei diritti dei palestinesi di entrare in Israele e nei Territori Palestinesi Occupati. Esiste anche una legge approvata nel 2011, che prevede che vengano depositate cause civili contro i cittadini israeliani che invitano al boicottaggio. Ora, il governo israeliano cerca di reprimere ulteriormente i suoi cittadini per il loro pensiero politico e per il loro impegno sui diritti umani.”

Non è affatto sorprendente che il governo spii i cittadini sia ebrei che palestinesi, o che crei una banca dati di coloro che sostengono il BDS, al fine di colpire tutti coloro che lavorano per la libertà, la giustizia e l’uguaglianza dei palestinesi. Il supporto per il movimento BDS è, negli ultimi anni, in crescita in tutto il mondo e sempre più persone riconoscono la realtà brutale del regime di apartheid di Israele in quasi 50 anni di occupazione militare. Gli sforzi repressivi di Israele per sopprimere il movimento BDS illustrano ulteriormente la legittimità della nostra causa e saranno quindi solo destinati a rafforzare il sostegno in tutto il mondo per la nostra lotta non violenta a favore della nostra libertà e dei nostri diritti.”

22 marzo 2017 – Nella mattina di domenica 19 marzo, le autorità fiscali israeliane hanno fatto irruzione a casa di Omar Barghouti, noto difensore dei diritti umani palestinesi e co-fondatore del movimento di Boicottaggio, Divestmento e Sanzioni (BDS). Hanno trattenuto e interrogato Omar e la sua moglie Safa per 16 ore in quel primo giorno. Omar attualmente sta subendo altri interrogatori.

Questa la risposta del Comitato Nazionale palestinese per il BDS: “Di fronte agli sforzi sistematici del governo israeliano per criminalizzare il movimento BDS, intimidire gli attivisti ed impedire la libertà di parola, facciamo notare che un noto difensore dei diritti umani palestinese e co-fondatore del movimento BDS, Omar Barghouti, da anni è stato sottoposto a intense minacce, intimidazioni e repressione da parte di vari organi del governo israeliano di estrema destra, considerando il movimento una “minaccia strategica”.

Ad un congresso nel marzo 2016 a Gerusalemme occupata, parecchi ministri del governo israeliano hanno minacciato Omar e altri difensori dei diritti umani di primo piano del BDS fino a parlare di’“eliminazione civile mirata”, un eufemismo per dire assassinio civile. Il Ministero degli Affari Strategici l’anno scorso ha costituito una “unità di infangamento”, come rivelato nel quotidiano israeliano Haaretz allo scopo di rovinare la reputazione dei difensori dei diritti umani e delle reti del BDS.

È in questo contesto che deve essere intesa l’indagine del dipartimento fiscale israeliano su Omar e sua moglie Safa. Dopo che il governo non è riuscito ad intimidire Omar con la minaccia della revoca della residenza permanente in Israele e dopo che il divieto di viaggiare si è dimostrato inutile nel fermare il suo lavoro sui diritti umani, il governo israeliano ha fatto ricorso alla presunta evasione fiscale sui redditi percepiti da Omar fuori da Israele per infangare la sua immagine.

Il fatto che il divieto di viaggiare sia arrivato alcune settimane prima del previsto viaggio di Omar Barghouti negli Stati Uniti per ricevere il premio per la pace Gandhi insieme a Ralph Nader in una cerimonia all’università di Yale la dice lunga sui reali motivi israeliani.

Qualunque siano le misure estreme di repressione che Israele brandisce contro il movimento BDS e la sua vasta rete di sostenitori, non potrà fermare questo movimento per i diritti umani. Prepotenza e repressione possono difficilmente avere effetto su un movimento di base che si sviluppa nei cuori e nelle menti delle persone, mettendole in grado di fare la cosa giusta e di schierarsi dalla parte giusta della storia.”

Riporto il sito del BDS per chi volesse informarsi di più : www.bdsmovement.net

 

DS di altri paesi; una legge israeliana recentemente approvata cerca di impedire ai sostenitori internazionali dei diritti dei palestinesi di entrare in Israele e nei Territori Palestinesi Occupati. Esiste anche una legge approvata nel 2011, che prevede che vengano depositate cause civili contro i cittadini israeliani che invitano al boicottaggio. Ora, il governo israeliano cerca di reprimere ulteriormente i suoi cittadini per il loro pensiero politico e per il loro impegno sui diritti umani.”

Non è affatto sorprendente che il governo spii i cittadini sia ebrei che palestinesi, o che crei una banca dati di coloro che sostengono il BDS, al fine di colpire tutti coloro che lavorano per la libertà, la giustizia e l’uguaglianza dei palestinesi. Il supporto per il movimento BDS è, negli ultimi anni, in crescita in tutto il mondo e sempre più persone riconoscono la realtà brutale del regime di apartheid di Israele in quasi 50 anni di occupazione militare. Gli sforzi repressivi di Israele per sopprimere il movimento BDS illustrano ulteriormente la legittimità della nostra causa e saranno quindi solo destinati a rafforzare il sostegno in tutto il mondo per la nostra lotta non violenta a favore della nostra libertà e dei nostri diritti.”

22 marzo 2017 – Nella mattina di domenica 19 marzo, le autorità fiscali israeliane hanno fatto irruzione a casa di Omar Barghouti, noto difensore dei diritti umani palestinesi e co-fondatore del movimento di Boicottaggio, Divestmento e Sanzioni (BDS). Hanno trattenuto e interrogato Omar e la sua moglie Safa per 16 ore in quel primo giorno. Omar attualmente sta subendo altri interrogatori.

Questa la risposta del Comitato Nazionale palestinese per il BDS: “Di fronte agli sforzi sistematici del governo israeliano per criminalizzare il movimento BDS, intimidire gli attivisti ed impedire la libertà di parola, facciamo notare che un noto difensore dei diritti umani palestinese e co-fondatore del movimento BDS, Omar Barghouti, da anni è stato sottoposto a intense minacce, intimidazioni e repressione da parte di vari organi del governo israeliano di estrema destra, considerando il movimento una “minaccia strategica”.

Ad un congresso nel marzo 2016 a Gerusalemme occupata, parecchi ministri del governo israeliano hanno minacciato Omar e altri difensori dei diritti umani di primo piano del BDS fino a parlare di’“eliminazione civile mirata”, un eufemismo per dire assassinio civile. Il Ministero degli Affari Strategici l’anno scorso ha costituito una “unità di infangamento”, come rivelato nel quotidiano israeliano Haaretz allo scopo di rovinare la reputazione dei difensori dei diritti umani e delle reti del BDS.

È in questo contesto che deve essere intesa l’indagine del dipartimento fiscale israeliano su Omar e sua moglie Safa. Dopo che il governo non è riuscito ad intimidire Omar con la minaccia della revoca della residenza permanente in Israele e dopo che il divieto di viaggiare si è dimostrato inutile nel fermare il suo lavoro sui diritti umani, il governo israeliano ha fatto ricorso alla presunta evasione fiscale sui redditi percepiti da Omar fuori da Israele per infangare la sua immagine.

Il fatto che il divieto di viaggiare sia arrivato alcune settimane prima del previsto viaggio di Omar Barghouti negli Stati Uniti per ricevere il premio per la pace Gandhi insieme a Ralph Nader in una cerimonia all’università di Yale la dice lunga sui reali motivi israeliani.

Qualunque siano le misure estreme di repressione che Israele brandisce contro il movimento BDS e la sua vasta rete di sostenitori, non potrà fermare questo movimento per i diritti umani. Prepotenza e repressione possono difficilmente avere effetto su un movimento di base che si sviluppa nei cuori e nelle menti delle persone, mettendole in grado di fare la cosa giusta e di schierarsi dalla parte giusta della storia.”

Riporto il sito del BDS per chi volesse informarsi di più : www.bdsmovement.net

 

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

Radiè Resch di Padova – Aprile 2017

“Immaginate allora di vedere gli stranieri derelitti,

coi bambini in spalla, e i poveri bagagli

arrancare verso i porti e le coste in cerca di trasporto,

e che voi vi asseggiate come re dei vostri desideri

-l’autorità messa a tacere dal vostro vociare alterato-

e ve ne possiate stare tutti tronfi nella gorgiera della vostra presunzione.

Che avrete ottenuto? Ve lo dico io: avete insegnato a tutti

che a prevalere devono essere l’insolenza e la mano pesante.”

(William Shakespeare 1564-1616)

Ciao a tutte e a tutti, auguri di una gioiosa e serena Pasqua. oltre alla ricorrenza del 25 aprile che celebra la liberazione dalla dittatura fascista, questo mese è pieno di ricordi che non possiamo dimenticare: 4 aprile 1945 viene impiccato dalle SS Dietrich Bonhòffer; 5 aprile 1968 a Menphis viene assassinato Martin Luther King; 25 aprile 1992 muore tragicamente padre Ernesto Balducci; dopo una lunga e dolorosa malattia il 20 aprile 1993 moriva il vescovo Tonino Bello e, il 24 aprile 2010 viene uccisa in Haiti Dadoue. Tante date e tante persone, alcune a noi vicine, che vogliamo ricordare nel prossimo incontro di Rete Venerdì 21 aprile alle ore 21 a casa di Gianna e Elvio a Padova. Vi aspettiamo numerosi e puntuali. Durante la serata dopo un breve aggiornamento sull’ultimo coordinamento, in vista del prossimo seminario interregionale rifletteremo insieme sul significato oggi della solidarietà alla luce dell’eredità che ci hanno lasciato Dadoue e Gianna. Di seguito alcuni spunti di riflessione emersi durante l’ultimo coordinamento, un articolo sulla situazione haitiana e la circolare nazionale a cura della Rete di Verona.

Percorso “Quale Solidarietà?”

“Ridefinire il Noi per meglio continuare a dare voce agli ultimi”

Si tratta di un percorso che toccherà l’identità della Rete, e che occuperà tutto il mandato della segreteria passando dal confronto nei seminari macro-regionali e nazionale fino al Convegno Nazionale del 2018.

In estrema sintesi tale cammino dovrebbe raccogliere:

–          le riflessioni personali dei singoli aderenti alla Rete confrontate

–          nella Rete locale da qui portate

–          nei lavori dei Seminari Macroregionali per convergere nel

–          Seminario Nazionale del 7-8 Ottobre 2017 al Centro Paolo VI di Brescia infine il

–          Convegno Nazionale della Rete 2018 che dovrebbe raccogliere “lo sguardo esterno” di coloro che la Rete l’hanno vissuta (forse subita) da esterni. Ad esempio figli/figlie, sorelle/fratelli, compagni/compagne ed i referenti locali delle nostre operazioni.

Per favorire una discussione tra noi, riportiamo stralci delle riflessioni avute nell’ultimo coordinamento.

–        Confrontiamoci con i nostri referenti e le comunità con cui facciamo solidarietà.

–        La Rete è partita con l’intuizione della necessità di restituzione per tutte le “rapine” perpetrate verso i paesi poveri. Questo ci impone di dare alla solidarietà una maggiore connotazione di tipo politico.

–        Il seminario deve fare un lavoro di approfondimento all’interno oppure ragionare sui temi della solidarietà all’esterno?

–        Dare una risposta alla mancanza di adesioni. Il futuro sono i giovani ed è loro che dobbiamo interrogare per capire dove andare.

–        Il presente ed il futuro si possono capire solo alla luce dell’analisi del passato.

–        La Rete resta artigiana della solidarietà.

–        Non si può usare l’approccio del passato. Dobbiamo metabolizzare il cambiamento

–        Occorre fermarsi e ascoltare noi stessi ed il tempo che abitiamo. Dobbiamo essere in grado di guardare il cielo sopra i tetti. Gli aderenti alla Rete della nostra generazione non vede successori. La nostra responsabilità è chiederci a chi consegniamo il testimone.

–        Fare attenzione che la solidarietà non sostituisca il welfare. In questa prospettiva, l’analisi politica deve essere al primo posto.

–        Riguardo al futuro, sembra che noi lo dobbiamo cogliere il segno dei tempi.

–        Ciò che cambia è il contesto storico. Quello narrato dai “vecchi della Rete” è molto lontano da quello che oggi viviamo. La questione è come poter parlare alle generazioni future, così lontane dalla realtà che ha visto nascere la Rete. Quando si parla di confronto con gli esterni, non è solo con i nostri figli, ma anche con i testimoni. Dobbiamo decidere se abbracciare questo schema di percorso: partire dal passato, analizzare il presente e decidere che eredità dobbiamo lasciare a generazioni povere di stimoli e di umanità.

–        Una delle caratteristiche della Rete è l’etica della cura, prendersi cura del mondo.

–        I valori fondanti sono rimasti invariati. I giovani oggi vivono in un ambiente interculturale. In realtà i giovani sanno adattarsi. Se noi non riusciamo a capire che c’è anche una pancia, lasceremo che a gestire la politica siano i Salvini di turno.

–        Non dobbiamo continuare ad interrogarci guardando il passato. Non dobbiamo avere paura perché le cose ci vengono incontro. Il testimone si può passare in tanti modi. Si semina ma non è detto che si debba anche raccogliere. Non è detto che i figli o i giovani debbano fare le stesse cose che facciamo noi.

AYIBOBO ! La partenza della Minustah da Haiti è imminente !

Marcel Duret – AlterPresse, 21 marzo 2017

«Dopo 13 anni la Minustah se ne va il prossimo ottobre» dichiara un rappresentante dell’Onu. Dovrei essere felice per questa buona e meravigliosa notizia. Dovrei dirmi che finalmente un periodo di vergogna e umiliazione del mio paese è alla fine del tunnel. Il popolo haitiano dovrebbe forse rallegrarsi! Ma un’angoscia profonda, un dolore insopportabile invadono il mio cuore e la mia anima. Perché questa ansietà mi insegue ogni minuto, ogni secondo della mia vita? Innanzi tutto avrei desiderato che fossimo stati noi Haitiani a chiedere questa partenza. Perché il Senato della Repubblica ha scelto di votare urgentemente la risoluzione relativa a Guy Philippe e quella contro la diffamazione invece di prendere una decisione che potrebbe ridarci un po’ della nostra fierezza collettiva di fronte all’ignominia di essere stati occupati così a lungo? Perché l’epidemia di prostituzione provocata dalla presenza della Minustah non è stata considerata urgente dai nostri parlamentari? Quante ragazze sono state iniziate alla vendita del loro corpo e della loro anima per dare da mangiare alla loro famiglia! Quante madri di famiglia hanno vilmente chiuso gli occhi sul lavoro immorale delle loro figlie, o addirittura le hanno incoraggiate? Quante ragazze o ragazzi sono state violentate? Quante persone sono morte di colera? Quante hanno contratto questa malattia e ne hanno sofferto terribilmente? La Minustah, forza militare e poliziesca di occupazione, ha contribuito a una certa stabilità nella vita politica e sociale del paese anche con la creazione e formazione del nostro nuovo corpo di polizia: non avremmo potuto riuscirci da soli? La grande domanda è: cosa facciamo oggi per preparare questa prossima partenza? Cosa pianifichiamo per evitare una ripetizione di questa occupazione del nostro territorio in un prossimo futuro? Quando, come popolo, prenderemo il nostro destino in mano? Quando questo NOI collettivo rinascerà? Leggendo l’enunciato di politica generale del nuovo Primo Ministro, guardando la guerricciola tra i parlamentari su delle quisquiglie, e il mutismo del potere giudiziario, queste considerazioni non sembrano preoccupare i nostri dirigenti. Sarà l’ultimo dei loro pensieri? Quale piano nazionale di salvaguardia della nostra società è stato elaborato dai nostri futuri dirigenti per imbarcare tutto il popolo in una crociata di rilancio della nostra sovranità e dignità dei popolo? Come stimolare la partecipazione di tutte le forze vive della nazione all’elaborazione di questa visione comune? Sì, mi fa male il corpo e il cuore per il senso d’impotenza davanti alla dimensione del disastro che ci siamo inflitti. Quel che è fatto è fatto! Non possiamo tornare indietro. Dobbiamo invece prevedere e costruire il nostro futuro. Non possiamo più affidare la nostra sorte agli stranieri o ad altri paesi. Allora, in tutta coscienza, mi permetto di fare i seguenti suggerimenti al Presidente Jovenel Moise: I) Promuovere al più presto la creazione di un gran Consiglio di stato formato da ex Primi Ministri, un gruppo di personalità di alta moralità della società civile, tecnici di alto livello e alcuni presidenti di commissione delle due camere. Questo Consiglio di stato accompagnerebbe il Presidente durante tutto il suo mandato. Il Primo Ministro e i Ministri sono esecutori di vari programmi concepiti e elaborati dal Presidente e dal Consiglio di stato. Ciò dovrà suscitare la partecipazione di tutti e in particolare dell’ambiente rurale all’elaborazione dei vari programmi. Il Presidente della Repubblica dovrebbe astenersi dal prendere decisioni unilateralmente senza l’approvazione di questo Consiglio. L’errore commesso da quasi tutti i nostri capi di stato è stato di pensare che potevano risolvere da soli tutti i problemi del paese; II) Si deve iniziare una campagna sulla partenza della Minustah il più presto possibile per mettere in rilievo i lati buoni e cattivi di questa occupazione e soprattutto sulla nostra determinazione di evitare che questa occupazione non si rinnovi mai più in futuro. Quest’azione prenderebbe la forma di una campagna nazionale sul civismo; III) Pensare all’utilizzazione delle infrastrutture della Minustah nel quadro di un programma di Servizio Civico Obbligatorio sotto la responsabilità interministeriale dei Ministeri della Difesa, della Gioventù e sport e del Servizio Civico, con la collaborazione del Ministero dell’Educazione e Formazione Professionale. Era ora che la Minustah liberasse il territorio nazionale! Ma è indispensabile che noi Haitiani individualmente e collettivamente prendiamo in mano il nostro destino affinché i nostri figli e nipoti possano godere di un paese prospero dove è bello vivere. Che tutti gli dei della terra ci benedicano e benedicano Haiti! AYIBOBO! La partenza della Minustah avverrà ben presto!

Carissima, carissimo,
oggi urge creare sempre di più relazioni profonde e durature basate sul dialogo e l’incontro con l’altro, unico antidoto che ci spinge ad emanciparsi da qualsiasi dogmatismo, da qualsiasi forma di dipendenza e di contrapposizione; ciò sprona ad abbattere ogni tipo di barriere e ad aprirsi. Ciò porta ad aprirsi al mondo, alla laicità, alla scienza, al corpo, ad altri credi religiosi, a filosofie difformi dalle nostre e a ideologie diverse.
Acquisire questa libertà è faticoso, è fatica saper discernere, essere sempre attivi, non lasciarsi guidare dalle mode e acquisire la disponibilità ad imparare dai nostri errori. Chi è che non ne commette? La perfezione a mio parere è un puro concetto astratto, dobbiamo prenderci la libertà di agire per quello che crediamo, a costo di sbagliare, è così che potremmo migliorare e guardare alla società e a noi stessi con la serenità dell’essersi messi in gioco. Dobbiamo abituarci a non considerare come punto di riferimento noi stessi, ma allargare il nostro orizzonte verso gli emarginati, gli esclusi, i poveri, i senza voce, gli scartati.
Oggi sappiamo che uno sparuto gruppetto di persone controllano le risorse di mezzo mondo, non possiamo permetterlo! Non possono persone e popoli interi aver diritto a raccogliere e vivere di solo “briciole”. Nessuno può sentirsi tranquillo e dispensato non solo dagli imperativi morali, ma principalmente dalla sofferenza che miliardi di persone che vivono quotidianamente nella propria vita questa brutale sofferenza, dalla corresponsabilità della gestione del pianeta, una corresponsabilità più volte ribadita dalla comunità politica internazionale ai massimi livelli.
Fare giustizia deve essere il nuovo imperativo, basta perpetuare logiche di sfruttamento di persone e territori, che rispondono al più cinico uso del mercato, per incrementare il benessere di pochi.
E’ a causa di questi meccanismi che milioni di persone fuggono dalle loro terre, dalle loro case, che sommatiti a quelli che fuggono dalle guerre costituiscono un popolo in cammino, spesso senza meno, se non dal fuggire dalla loro situazione di sofferenza e di fame, create da chi determina il mondo.
Accogliere, proteggere, promuovere e integrare sono i quattro verbi che ognuno di noi deve coniugare in prima persona singolare e in prima persona plurale, per una comune risposta al fenomeno delle migrazioni.
Accogliere, anzitutto, che non equivale ad aspettare, attendere i migranti, ma fare pressione sui governi e la comunità internazionale, per favorire canali umanitari accessibili e sicuri e preparare le nostre comunità a un’accoglienza diffusa, istituzionale, personale e familiare.
Proteggere, tutelare i migranti dallo sfruttamento, dall’abuso, dalla violenza, attuando una vera lotta contro i trafficanti di esseri umani, ma anche rafforzando e non indebolendo gli strumenti politici di tutela dei migranti, no a nuovi CIE, no al disegno di legge Minniti-Orlando!
Promuovere, lavorando per lo sviluppo, la giustizia, la pace e la salvaguardia del creato, perchè le migrazioni forzate di oggi nascono dall’impossibilità delle persone di vivere nella loro terra, causa lo sfruttamento continuo e costante delle multinazionali, costrette a vivere nelle guerre volute da interessi stranieri per accaparrarsi le loro risorse, disastri ambientali causati da chi tratta queste terre come cortile di case dove si può tutto.
Integrare, un processo di mutuo riconoscimento, che nasca dal basso, evitando ghettizzazioni, facilitazioni del ricongiungimento familiare.
Quattro verbi che attendono di essere messi in pratica per superare le ingiustizie causate da una non equa distribuzione dei beni.
Penso alla Siria, ad Aleppo, caduta dopo oltre quattro anni di assedio, che adesso prova a rialzare la testa. Non si tratta solo di riedificare la città, i suoi servizi ecc., ma di rimettere insieme anche i pezzi della società colpita con violenza anche nella sua millenaria tradizione di convivenza e di tolleranza. Una sfida difficile che vede la comunità in prima fila per vincerla con le armi pacifiche dell’amicizia e della solidarietà concreta tra diversi.
La speranza della popolazione civile é che la tregua regga, come regga l’unità sociale. La riconciliazione nazionale, forse è proprio questa la sfida che che attende la Siria e Aleppo, anche se la guerra non è del tutto completamente finita. Ma è forte la voglia di rinascere.
Penso al Sud Sudan, lo stato più giovane del mondo, dove è in atto un grande esodo di massa causato da i continui assalti dei ribelli alle popolazioni civili, costrette a rifugiarsi nei campi profughi in Uganda. Un popolo disperato in marcia, spesso senza acqua e cibo, verso una insicura possibilità di vita, perchè cosciente che la vita vince sempre sulla morte.
Penso: sono gli abitanti di Aleppo della Siria, gli uomini e le donne impoverite del Sud Sudan, colpevoli della loro situazione, o sono gli ennesimi segni di una disumanità enorme e noi dobbiamo chiederci quanto queste violenze siano frutto di un clima di egoismo, indifferenza e ostilità verso le persone più deboli o diverse. Persone fragili esposte all’indifferenza ma anche alla violenza verbale.
Leggo parole di odio ogni giorno anche sui social network. Oggi di fronte a tutto ciò abbiamo bisogno di parole autentiche, ferme e inequivocabili. Capaci di mordere le coscienze ed esprimere dolore, compassione e di speranza.
Viviamo anni di solitudine, è una delle povertà più gravi, a fianco di quella materiale, culturale e relazionale. Una solitudine che si dilata e diventa ansia, paura. Su questo dobbiamo lavorare. C’é chi si autoesclude, perciò servono politiche di inclusione e di sostegno e non nuove discariche di esseri umani.
Urge uscire dalle incertezze e dagli egoismi facendosi viandanti di speranza per le persone escluse, emarginate e umiliate.
Ci sarà un motivo per cui piace cosi tanto Papa Francesco? Me lo chiedevo giusto ieri pomeriggio davanti alla tv, ascoltando e vedendo il bagno di folla milanese di Bergoglio. Un milione di persone sono tante per la presenza di un Papa qualunque. Ma Francesco di qualunque non ha niente. È un papa speciale. Unico. Nessuno può ormai più gridare al bluff. Le sue non solo parole. Il santo padre agisce incoraggia ama. Ama soprattutto gli ultimi, i diseredati. All’ odio xenofobo di quattro scalmanati sparsi per il mondo risponde ad esempio con una frase forte che scalda i cuori. La rivoluzione della tenerezza. Amore bontà ottimismo coraggio. Lotta dura contro le ingiustizie, contro le angherie dei padroni del mondo. Si dia voce alla giustizia sociale, alla uguaglianza, sembra dire, e in fondo dice, Francesco. Se non fossero i concetti sposati da un pontefice si potrebbe pensare al discorso di un capo di stato iperprogressista. Di quella fraternità migliore, quello che vuole una società più giusta e solidale. In fondo, se ci pensate bene, sono gli stessi concetti di Nostro Signore. Ricordate i mercanti del tempio? Ecco. Tra un attacco ai bulli di tutto il mondo e una carezza ai fratelli carcerati di san Vittore che hanno sbagliato ma possono ancora redimersi, Francesco non fa mistero di avercela con le multinazionali e il mondo della finanza con banchieri senza cuore e imprenditori avidi. Sono loro ad avere ucciso la gioia. Cioè quegli speculatori senza scrupoli, come li chiama Francesco, che hanno tolto la speranza ad intere famiglie privandole del lavoro e della giustizia sociale per meri e squallidi interessi economici. Sono loro ad aver trasformato il sogno della globalizzazione che abbatte barriere e fa cooperare i popoli, in un incubo in cui si innalzano muri e si sfruttano migranti schiavi per osceni calcoli di potere. L’1% di sprezzanti ricchi del mondo che dopo aver depredato i territori del terzo mondo ora vuole alimentare una guerra tra poveri abbassando i salari per una irrefrenabile, folle ed incomprensibile sete di accumulo di altra ricchezza. Fa capire tutto questo ed altro ancora papa Francesco, nella splendida giornata di sole milanese. Ed ecco perché un milione di persone ha risposto all’ appello del santo Padre, affollando lo spazio di Monza e lo stadio San Siro. Mai così pieno da tanti anni a questa parte. Quelle persone lo hanno fatto perché credono in lui. Credono in questo papa ‘comunista’ che al momento è l’unico capo di stato davvero autorevole al mondo. L’unico capace di parlare diretto al cuore della gente. Gente che sta senza se e senza ma dalla sua parte. Un papa, senza ombra di dubbio il più grande papa della storia moderna, che ai muri Anti immigrati preferisce i ponti per accogliere il prossimo. Per abbattere i muri ideali e quelli concreti tra nazioni che per secoli si sono fatte la guerra.
Sì, a papa Francesco sono sicuro che i costruttori di ponti piacciono tantissimo.
E’ in questa prospettiva che dobbiamo vivere -per chi è cristiano- una Pasqua che cambi realmente le nostre relazioni.

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Quarrata – Marzo/Aprile 2017

Carissima, carissimo, oggi urge creare sempre di più relazioni profonde e durature basate sul dialogo e l’incontro con l’altro, unico antidoto che ci spinge ad emanciparsi da qualsiasi dogmatismo, da qualsiasi forma di dipendenza e di contrapposizione; ciò sprona ad abbattere ogni tipo di barriere e ad aprirsi. Ciò porta ad aprirsi al mondo, alla laicità, alla scienza, al corpo, ad altri credi religiosi, a filosofie difformi dalle nostre e a ideologie diverse. Acquisire questa libertà è faticoso, è fatica saper discernere, essere sempre attivi, non lasciarsi guidare dalle mode e acquisire la disponibilità ad imparare dai nostri errori. Chi è che non ne commette? La perfezione a mio parere è un puro concetto astratto, dobbiamo prenderci la libertà di agire per quello che crediamo, a costo di sbagliare, è così che potremmo migliorare e guardare alla società e a noi stessi con la serenità dell’essersi messi in gioco. Dobbiamo abituarci a non considerare come punto di riferimento noi stessi, ma allargare il nostro orizzonte verso gli emarginati, gli esclusi, i poveri, i senza voce, gli scartati. Oggi sappiamo che uno sparuto gruppetto di persone controllano le risorse di mezzo mondo, non possiamo permetterlo! Non possono persone e popoli interi aver diritto a raccogliere e vivere di solo “briciole”. Nessuno può sentirsi tranquillo e dispensato non solo dagli imperativi morali, ma principalmente dalla sofferenza che miliardi di persone che vivono quotidianamente nella propria vita questa brutale sofferenza, dalla corresponsabilità della gestione del pianeta, una corresponsabilità più volte ribadita dalla comunità politica internazionale ai massimi livelli. Fare giustizia deve essere il nuovo imperativo, basta perpetuare logiche di sfruttamento di persone e territori, che rispondono al più cinico uso del mercato, per incrementare il benessere di pochi. E’ a causa di questi meccanismi che milioni di persone fuggono dalle loro terre, dalle loro case, che sommatiti a quelli che fuggono dalle guerre costituiscono un popolo in cammino, spesso senza meno, se non dal fuggire dalla loro situazione di sofferenza e di fame, create da chi determina il mondo. Accogliere, proteggere, promuovere e integrare sono i quattro verbi che ognuno di noi deve coniugare in prima persona singolare e in prima persona plurale, per una comune risposta al fenomeno delle migrazioni. Accogliere, anzitutto, che non equivale ad aspettare, attendere i migranti, ma fare pressione sui governi e la comunità internazionale, per favorire canali umanitari accessibili e sicuri e preparare le nostre comunità a un’accoglienza diffusa, istituzionale, personale e familiare. Proteggere, tutelare i migranti dallo sfruttamento, dall’abuso, dalla violenza, attuando una vera lotta contro i trafficanti di esseri umani, ma anche rafforzando e non indebolendo gli strumenti politici di tutela dei migranti, no a nuovi CIE, no al disegno di legge Minniti-Orlando! Promuovere, lavorando per lo sviluppo, la giustizia, la pace e la salvaguardia del creato, perchè le migrazioni forzate di oggi nascono dall’impossibilità delle persone di vivere nella loro terra, causa lo sfruttamento continuo e costante delle multinazionali, costrette a vivere nelle guerre volute da interessi stranieri per accaparrarsi le loro risorse, disastri ambientali causati da chi tratta queste terre come cortile di case dove si può tutto. Integrare, un processo di mutuo riconoscimento, che nasca dal basso, evitando ghettizzazioni, facilitazioni del ricongiungimento familiare. Quattro verbi che attendono di essere messi in pratica per superare le ingiustizie causate da una non equa distribuzione dei beni. Penso alla Siria, ad Aleppo, caduta dopo oltre quattro anni di assedio, che adesso prova a rialzare la testa. Non si tratta solo di riedificare la città, i suoi servizi ecc., ma di rimettere insieme anche i pezzi della società colpita con violenza anche nella sua millenaria tradizione di convivenza e di tolleranza. Una sfida difficile che vede la comunità in prima fila per vincerla con le armi pacifiche dell’amicizia e della solidarietà concreta tra diversi. La speranza della popolazione civile è che la tregua regga, come regga l’unità sociale. La riconciliazione nazionale, forse è proprio questa la sfida che attende la Siria e Aleppo, anche se la guerra non è del tutto completamente finita. Ma è forte la voglia di rinascere. Penso al Sud Sudan, lo stato più giovane del mondo, dove è in atto un grande esodo di massa causato da i continui assalti dei ribelli alle popolazioni civili, costrette a rifugiarsi nei campi profughi in Uganda. Un popolo disperato in marcia, spesso senza acqua e cibo, verso una insicura possibilità di vita, perché cosciente che la vita vince sempre sulla morte. Penso: sono gli abitanti di Aleppo della Siria, gli uomini e le donne impoverite del Sud Sudan, colpevoli della loro situazione, o sono gli ennesimi segni di una disumanità enorme e noi dobbiamo chiederci quanto queste violenze siano frutto di un clima di egoismo, indifferenza e ostilità verso le persone più deboli o diverse. Persone fragili esposte all’indifferenza ma anche alla violenza verbale. Leggo parole di odio ogni giorno anche sui social network. Oggi di fronte a tutto ciò abbiamo bisogno di parole autentiche, ferme e inequivocabili. Capaci di mordere le coscienze ed esprimere dolore, compassione e di speranza. Viviamo anni di solitudine, è una delle povertà più gravi, a fianco di quella materiale, culturale e relazionale. Una solitudine che si dilata e diventa ansia, paura. Su questo dobbiamo lavorare. C’è chi si autoesclude, perciò servono politiche di inclusione e di sostegno e non nuove discariche di esseri umani. Urge uscire dalle incertezze e dagli egoismi facendosi viandanti di speranza per le persone escluse, emarginate e umiliate. Ci sarà un motivo per cui piace così tanto Papa Francesco? Me lo chiedevo giusto ieri pomeriggio davanti alla tv, ascoltando e vedendo il bagno di folla milanese di Bergoglio. Un milione di persone sono tante per la presenza di un Papa qualunque. Ma Francesco di qualunque non ha niente. È un papa speciale. Unico. Nessuno può ormai più gridare al bluff. Le sue non solo parole. Il santo padre agisce incoraggia ama. Ama soprattutto gli ultimi, i diseredati. All’ odio xenofobo di quattro scalmanati sparsi per il mondo risponde ad esempio con una frase forte che scalda i cuori. La rivoluzione della tenerezza. Amore bontà ottimismo coraggio. Lotta dura contro le ingiustizie, contro le angherie dei padroni del mondo. Si dia voce alla giustizia sociale, alla uguaglianza, sembra dire, e in fondo dice, Francesco. Se non fossero i concetti sposati da un pontefice si potrebbe pensare al discorso di un capo di stato iperprogressista. Di quella fraternità migliore, quello che vuole una società più giusta e solidale. In fondo, se ci pensate bene, sono gli stessi concetti di Nostro Signore. Ricordate i mercanti del tempio? Ecco. Tra un attacco ai bulli di tutto il mondo e una carezza ai fratelli carcerati di san Vittore che hanno sbagliato ma possono ancora redimersi, Francesco non fa mistero di avercela con le multinazionali e il mondo della finanza con banchieri senza cuore e imprenditori avidi. Sono loro ad avere ucciso la gioia. Cioè quegli speculatori senza scrupoli, come li chiama Francesco, che hanno tolto la speranza ad intere famiglie privandole del lavoro e della giustizia sociale per meri e squallidi interessi economici. Sono loro ad aver trasformato il sogno della globalizzazione che abbatte barriere e fa cooperare i popoli, in un incubo in cui si innalzano muri e si sfruttano migranti schiavi per osceni calcoli di potere. L’1% di sprezzanti ricchi del mondo che dopo aver depredato i territori del terzo mondo ora vuole alimentare una guerra tra poveri abbassando i salari per una irrefrenabile, folle ed incomprensibile sete di accumulo di altra ricchezza. Fa capire tutto questo ed altro ancora papa Francesco, nella splendida giornata di sole milanese. Ed ecco perché un milione di persone ha risposto all’ appello del santo Padre, affollando lo spazio di Monza e lo stadio San Siro. Mai così pieno da tanti anni a questa parte. Quelle persone lo hanno fatto perché credono in lui. Credono in questo papa ‘comunista’ che al momento è l’unico capo di stato davvero autorevole al mondo. L’unico capace di parlare diretto al cuore della gente. Gente che sta senza se e senza ma dalla sua parte. Un papa, senza ombra di dubbio il più grande papa della storia moderna, che ai muri Anti immigrati preferisce i ponti per accogliere il prossimo. Per abbattere i muri ideali e quelli concreti tra nazioni che per secoli si sono fatte la guerra. Sì, a papa Francesco sono sicuro che i costruttori di ponti piacciono tantissimo. E’ in questa prospettiva che dobbiamo vivere -per chi è cristiano- una Pasqua che cambi realmente le nostre relazioni.

Antonio

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Padova – Marzo 2017

“Vi è un solo mezzo al mondo per rendere bella una persona o una cosa: quello di amarla.”

(Robert Musil)

Ciao a tutti/e, iniziamo questa lettera mensile lasciando spazio alla circolare della Segreteria. E’ uno scritto che ci porta dentro alla storia della Rete. Subito dopo troverete un breve riassunto, messo assieme da Marianita, che fa il punto sui lavori di riparazione delle scuole danneggiate dall’uragano. Allegato alla prossima circolare mensile ci sarà anche il resoconto economico 2016. La sensibilità di tante persone, alle volte anche anonime, di associazioni, di gruppi e di piccole attività hanno permesso, con la loro disponibilità, non solo di garantire la continuità del progetto don Milani, ma anche di far fronte al drammatico momento dei disastri causati dall’uragano. Al “normale” impegno dei progetti che da tanti anni seguiamo, ora si è aggiunto anche il sostegno economico alla scuola professionale di Marrouge intitolato a Gianna, con un costo annuo di 2.000 €. Di questo nuovo progetto abbiamo dato notizia nella precedente lettera di Febbraio.

Un grande grazie a tutti.

Lettera circolare della Rete di solidarietà internazionale

 Radiè Resch di Verona – Marzo 2017

Cari amici della solidarietà della Rete Radié Resch di Verona, comincio con due notizie negative da due luoghi del mondo che ci stanno molto a cuore. La prima dalla Palestina, da Gerusalemme, dove Israele intende eliminare la cosiddetta scuola delle Gomme, sostenuta dalla solidarietà italiana e internazionale. La scuola delle Gomme si chiama così perché non ha fondamenta di edilizia, ma posa su vecchie gomme di automobili e camions, con un Progetto tecnico studiato da una associazione italiana. Lì ci vanno i figli dei beduini della zona, in territorio cisgiordano, fra Gerusalemme Est e Gerico, che è vicina al Mar Morto, ma i coloni ebrei che hanno i loro insediamenti sopra il luogo della scuola, vogliono portare il muro di separazione fino a lì, quindi vogliono demolire la scuola e spianare tutto con i bulldozers, e i bambini andranno a scuola in un altra struttura, dove dicono gli israeliani. L’altra brutta notizia viene dal Guatemala, dove una ventina di ragazze (14-17 anni) sono rimaste uccise da un rogo nella casa d’accoglienza dove erano ospitate. Era una casa particolare, gestita dallo Stato, per ospitare minori e ragazze in difficoltà, bambini ragazzi di strada vittime di violenze familiari; le ragazze che avevano recentemente protestato per le violenze che subivano nella casa, di tutti i tipi, quindi l’incendio era probabilmente doloso. Sono fatti che capitano nei paesi poveri, a chi non ha mezzi né diritti, a chi non gode di minima protezione, dove la criminalità è forte e spesso collusa con potere, in Guatemala, in Messico, in Salvador, come in tanti altri paesi dell’America Latina, si verificano ancora molti episodi di sfruttamento di vario tipo. Questi luoghi sono molto vicini al nostro gruppo di solidarietà, la Palestina è il luogo dove Paul Gauthier iniziò il suo cammino di vicinanza e di lotta all’ingiustizia, ingiustizia costituita dall’azione di Israele, che continua anche oggi la sua azione di annientamento dei palestinesi, della Cisgiordania e di Gaza. E il Guatemala lo seguiamo da 20 anni e più, e stiamo per riprendere un Progetto. Sono episodi che ci ricordano come sia importante dare aiuto e sostegno a chi non ne ha. E questo è uno dei nostri impegni, accanto alla colletta, conoscere e far conoscere cosa succede nel mondo, dove abbiamo stretto amicizie, e cerchiamo di aiutare concretamente, per sostenere le iniziative locali. Per saperne di più ci sono un paio di appuntamenti prossimi, mirati alla Palestina e all’Africa, e poi avremo presto anche un testimone del Guatemala, ma di questo parleremo in seguito, perché Nicolasa, una delle collaboratrici di padre Clemente, verrà in Italia e a Verona in maggio. Di Palestina parlerà il prof. Washim Dahmash il prossimo 17 marzo, venerdì prossimo, al Monastero di Sezano alle 20.45. Dahmash l’abbiamo già ascoltato più volte, é docente universitario all’Università italiana “La Sapienza” di Roma, parla un italiano perfetto e sa chiarire tutto quello che è successo in Palestina dopo il 1947, dopo la nascita dello stato di Israele. Parlerà della vicenda palestinese, di linguaggi e racconti; è l’occasione di riascoltare la narrazione della storia e di sentire quali sono le prospettive dei palestinesi più impegnati e illuminati, e di chiarire quindi a noi qual è la situazione e quali sono le prospettive di sviluppo, geografico storico e politico, di quelle regioni così particolari e martoriate. In aprile ci sarà poi un altro importante appuntamento per conoscere di più e meglio l’Africa: Lunedì 7 aprile in una delle sale del Tempio Votivo ci verranno a parlare di Congo e di Mwamwayi, nella regione di Kabinda, gli amici della Rete di Castelfranco, Fabio e Marta Corletto. Li abbiamo già sentiti qualche anno fa, hanno fatto partire da Castelfranco una grande azione di solidarietà in Congo, costruendo un centro salute e una scuola, ma soprattutto sostenendo con grande attenzione e con aiuto concreto ciò che stanno cercando di fare gli africani di là. Noi di Verona, che stiamo gemellandoci con il Ghana, con le ragazze di Ajumako che potranno continuare la scuola superando grandi difficoltà, abbiamo l’impegno di sapere meglio cosa succede in questo continente enorme, che diventerà sempre più importante nel panorama mondiale, dove ha agito San Daniele Comboni, da dove provengono tanti migranti che ci sollecitano variamente. E il Congo è un delle regioni più particolari di tutta l’Africa. Allora vi propongo nei prossimi giorni due date e due appuntamenti: il 17 marzo alle 20.45 a Sezano, il prof. Damash a parlarci di Palestina, e il 7 aprile alle 21 al Tempio Votivo, Fabio e Marta Corletto a parlarci di Congo, Kabinda e Mwamwayi. E poi fra un mese aspettiamo l’ospite del Guatemala. Un caro saluto a tutti, a presto.

Dino e Silvana

Radiè Resch di Macerata – Marzo 2017

Cari amici, se oggi dovessi descrivere la nostra società ai miei nonni o bisnonni, una cosa, credo, non riuscirei a spiegare: spendiamo molto più denaro e fatica in diete e cure, rispetto a quanto ne usiamo per procurarci da mangiare. Forse il più grande successo (ma solo in Occidente) dell’ultimo secolo è l’aver debellato la fame, ma negli ultimi decenni siamo andati incontro ad un problema antitetico, siamo all’overdose di cibo. Proprio la nutrizione costituisce una delle contraddizioni più aberranti della nostra epoca, a fronte di 842 milioni di persone che soffrono la fame, ci sono circa 1 miliardo e mezzo di obesi. Dati come questo hanno spinto Riccardo Valentini (premio Nobel per la Pace 2007 con l’IPCC) a riflettere sulla necessità di modificare l’attuale sistema di produzione e di consumazione del cibo. La ricetta di Valentini non si basa su un’ideologia ambientalista o terzomondista, ma su una constatazione di natura economica: l’attuale sistema è inefficiente e non sostenibile nel lungo periodo, tanto da poter divenire causa di una crisi alimentare profonda quando, nel 2050 secondo le previsioni, la popolazione mondiale dagli attuali 7 miliardi, salirà a 9 miliardi. È necessario, dunque, agire per risolvere i tre paradossi del sistema della produzione alimentare attuale: 1. un terzo della produzione mondiale viene buttata (quantità quadrupla rispetto a quella che servirebbe a relegare la “fame nel mondo” nei libri di storia) 2. una grande percentuale di territorio viene usato per produrre biocarburanti o foraggio per bestiame 3. la già ricordata compresenza di obesi e persone che soffrono la fame. Sulla base di queste considerazioni è nata la bozza del Protocollo di Milano (di cui Valentini è stato relatore all’Expo), ovvero una traccia da condividere con i cittadini, per vincolare i governi ad adottare alcune azioni concrete, che costituiscano un circolo virtuoso tra produzione, tutela dell’ambiente, nutrizione, salute ed educazione, ma anche democrazia.” È necessario, ricorda sempre il ricercatore, ribaltare la tradizionale stesura di protocolli, discussi negli uffici dell’Onu o dalle diplomazie degli stati ed aprire la discussione a tutti”. Le statistiche dicono che l’Italia è il paese “meno obeso” d’Europa, ma se limitiamo l’analisi ai più piccoli, balziamo addirittura al primo posto. Possediamo una cultura del mangiare tra le più ricche e importanti del mondo, ma stiamo perdendo la capacità di trasmetterla alle generazioni più giovani, con effetti devastanti sulla salute e l’ambiente. È quindi necessario applicarsi per recuperare questa situazione, non solo facendo dell’Italia una capofila nelle iniziative di respiro internazionale, ma anche promuovendo all’interno del Paese la filosofia della filiera corta, dell’agricoltura biologica, della qualità del prodotto a partire dal processo di produzione e dall’educazione alimentare. L’applicazione dei semplici concetti contenuti nel Protocollo di Milano, non solo aiuta a preservare il territorio in cui viviamo, ma può rappresentare un contributo indispensabile per uscire dall’attuale crisi finanziaria ed alleviare le difficoltà economiche delle famiglie italiane. Come è accaduto che l’agricoltura che ci nutre si è trasformata in un’industria che è la più inquinante del pianeta? La gestione dell’economia e della qualità del cibo è diventata una sfida globale tra le più complesse da affrontare e richiede la formazione di figure manageriali che riguardano diversi aspetti da quelli giuridici a quelli finanziari. Non mancano pregevoli iniziative sul tema come l’app inaugurata dalle università di Torino e di Scienze gastronomiche di Pollenzo, che si propone di offrire a studenti, provenienti da realtà e paesi diversi, gli strumenti per rispondere in modo concreto agli interrogativi di un settore che genera conflitti profondi. Il cibo è drammaticamente vittima della finanza tanto che i colossi finanziari investono in catene di distribuzione anche di quelle che fanno della sostenibilità e della resilienza la propria bandiera. Pertanto i consumatori, ignari, continuano a comprare prodotti che fanno male attirati da marchi illusori pagando i prodotti stessi a prezzi alti. Una cosa che non tutti sanno è che l’80% del cibo consumato in tutto il mondo viene prodotto dall’agricoltura familiare di piccoli produttori; il fatto viene nascosto accuratamente per far sembrare che sono le multinazionali a cibare il mondo. E’ importante che i sistemi legislativi si adattino ai movimenti dei lavoratori del cibo che nascono dal basso; i gruppi locali che si organizzano incontrano spesso intoppi legislativi che li bloccano; bisogna riuscire a creare spazi in cui le persone e i privati possano sperimentare nuove soluzioni per realizzare produzioni più sostenibili.

 Radiè Resch di Verona – Febbraio 2017

Cari amici della solidarietà della Rete Radié Resch di Verona, la scelta di aderire e partecipare alle scelte di un’associazione che vuole essere solidale con chi ha bisogno e mettere a disposizione una parte delle proprie risorse individuali o di famiglia, richiede riflessione, ricerca, discussione, informarsi e concretizzare certe azioni in progetti veri e propri. La discussione avviene in incontri particolari, fra di noi e con testimoni, e in lettere che mantengono la coesione nel gruppo. E questo vuol essere questa lettera mensile, inaugurata da Ettore Masina più di 50 anni fa, che continua ancora abbastanza regolarmente, con una parte di rilevanza nazionale e una seconda parte più locale, di amici che si sono uniti in territori più limitati. Abbiamo ricordato il mese scorso un sacerdote particolare di origini francesi, Paul Gauthier, che volle recarsi in luoghi dove la povertà e l’oppressione avevano creato una situazione di forte ingiustizia. E Paul diceva a Ettore che non c’è bisogno che andassero tutti a Nazaret, o poi in Brasile: per cambiare le cose in posti così lontani bastava un impegno a casa nostra, perché per cambiare lo cose là, bisognava cambiare alcune situazioni qua, la politica internazionale si può attuare anche a casa nostra. E questo ci ha ricordato Matteo Mennini, uno storico studioso di Paul Gauthier, che ci ha presentato a Roma, nell’ultimo Coordinamento, il suo ultimo libro sulla vita di Paul Gauthier, che nel Concilio, nei primi anni 60, diede vita ad un forte movimento chiamato “la Chiesa dei poveri” (che è anche il titolo del nuovo libro di Mennini), il quale testimoniò con le sue scelte l’impegno e lo sforzo personale per costruire un nuovo mondo più giusto, fondando un gruppo, i “compagnons batisseurs”, che poi proseguirono l’impegno spostandosi dalla Palestina al Brasile, dopo la violenta e disastrosa guerra dei 6 giorni, nel 1967, disastrosa per i palestinesi. Lo slogan di Paul Gauthier, ripreso da Masina con le nostre operazioni di soliedarità e con la colletta mensile, e cioé il cambiare qui per cambiare là, potrebbe essere utilizzato anche ora per i cosiddetti migranti: come modificare economie e politiche nei paesi poveri, creando ricchezze e opportunità in quei paesi, in modo che la lorounica speranza di vita non sia la fuga, la migrazione ? Sì, dalla guerra si può solo fuggire, dalle grandi calamità naturali, ma dove guerra non c’è né calamità particolari, come si può creare una nuova speranza ? Non si può pensare ad un esodo collettivo, che tutti gli africani pensino di spostarsi tutti in Europa, occorrono scelte adeguate, scelte politiche, africane, europee, mondiali. L’accordo dell’Italia e dell’Europa con la Libia, per evitare la partenza di migliaia di migranti, dovrebbe andare in questa direzione, senza dare contributi solo ai potenti di quei paesi, ma creando occasioni di lavoro e di distribuzione più equa delle ricchezze. Ma anche il nostro tentativo di creare nuove opportunità di vita in alcune regioni del mondo può opporsi ad una fuga generalizzata, con i nostri Progetti, in Congo, in Palestina, in Argentina, ed ora anche in Guatemala. Abbiamo proposto, ed il Coordinamento ha approvato, il Progetto di padre Clemente nella sua nuova parrocchia, a San Antonio Ilotenango, nel Quiché, un paesino fra la capitale della regione Santa Cruz del Quiché e il lago Atitlan, perché i ragazzi di quella zona sperduta possano andare a scuola, imparando la storia dei Maya e non solo la storia dei conquistadores, come prevedono i programmi delle scuole pubbliche locali, ed anche acquisendo competenze professionali con laboratori di falegnameria, di panetteria e di cucito. Padre Clemente è venuto più volte a trovarci, anche noi siamo andati a casa sua, in quel magnifico paese dell’istmo centramericano, pieno di vulcani, di colori, di aree archeologiche maya; sappiamo come lavora e come sostiene l’educazione dei giovani maya, opponendosi concretamente alla fuga verso gli Stati Uniti, ora avversata dal nuovo presidente Trump (i migranti dai paesi centroamericani sono considerati tutti messicani); fuga quasi sempre tragica per chi si imbarca in viaggi disastrosi, per i criminali (i narcos, le maras) che perseguitano nel viaggio tutti i fuggitivi, catturano i poveri chapinos (così si chiamano gli indigeni, i maya), li fanno contattare le famiglie rimaste a casa, che si indebitano enormemente per poter riavere i loro figli o congiunti. I progetti di educazione sono l’unica arma efficace contro la volontà di fuga e contro questa vera persecuzione. In aprile verrà a trovarci una delle collaboratrici del padre Clemente, Nicolasa Mendoza, che abbiamo già conosciuto, e ci parlerà delle varie iniziative che abbiamo sostenuto e sosteniamo (aveva lavorato col padre anche nei precedenti progetti sostenuti dalla rete). Sarà la prossima occasione di conoscere meglio il Guatemala e le sue prospettive. Il mese scorso (il 20 gennaio) ci siamo incontrati nella Biblioteca delle suore comboniane, a Combonifem, a riflettere sulle modalità di una nuova pace in questo momento storico. Abbiamo ascoltato 3 relazioni molto interessanti, 2 relatori erano veronesi, Mao Valpiana, del Movimento nonviolento, e Sergio Paronetto, di Pax Christi, che hanno descritto la ricerca della pace e l’opposizione alla guerra coma azione nonviolenta di ispirazione gandhiana, e come azione di misericordia, secondo le indicazioni della chiesa e di papa Francesco. Il terzo relatore era l’avvocato Marco Lacchin, della Rete di Varese, che ha ricordato l’importanza del disarmo e dell’opposizione al commercio delle armi, che muove capitali distruttivi enormi molti dei quali italiani. E’ possibile vedere la registrazione dei 3 interventi su Internet, sul sito di You Tube, scrivendo il titolo “Quale pace oggi ? Nonviolenza, disarmo, misericordia”. Ci saranno altri incontri e testimonianze del genere nei mesi prossimi. Il 10 marzo ci verranno a trovare gli amici della Rete di Castelfranco, che seguono da anni un progetto di salute in Congo, e ci parleranno di cosa si sta muovendo in quel luogo così lontano, nel cuore dell’Africa nera, portando foto e racconti di contatti ed esperienze, davvero interessanti e nuove. Non abbiamo ancora scelto il luogo dell’incontro, ne daremo adeguata comunicazione. In Africa come sapete stiamo cercando di agire anche noi di Verona, con un Progetto in Ghana, con cui far studiare le ragazze, che a 14 anni invece si vuole che facciano figli subito senza alcuna possibilità di crescita e sviluppo, in tutti i sensi. Il Progetto lo sta curando l’amico medico dott. Gianfranco Rigoli, che ora sta preparando un viaggio in Ghana per il prossimo maggio; già la settimana prossima il gruppo dei primi viaggiatori s’incontra per concordare le modalità del viaggio, la sera di venerdì 10, casa Rigoli, in via Nicola Mazza 75, tel. 3282681709. I possibili interessati si facciano vivi, non si lascino vincere dalla pigrizia e dalla poltroneria: si va in Ghana, no poltròn. Ci saranno anche altri incontri prossimi, di cui daremo adeguata e puntuale comunicazione. Sperando di incontrarvi e di rinnovare così l’amicizia e il confronto. Un caro saluto a tutti, a presto. Dino