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CIRCOLARE NAZIONALE LUGLIO-AGOSTO 2019 – A CURA DELLA COMMISSIONE SEMINARIO
Questa circolare propone alcune riflessioni di Pier Pertino, Marco Zamberlan, Fulvio Gardumi e Giorgio Gallo, componenti della Commissione che ha organizzato il Seminario della Rete “L’informazione ai tempi del web: tra liberazione e controllo”, svoltosi il 18/19 maggio scorso. 1.La scelta del tema del Seminario di Sasso Marconi è stata quanto mai attuale ed opportuna. Stiamo vivendo un cambiamento epocale, quello della rivoluzione digitale. Marc Prensky, l’inventore della metafora dei nativi e degli immigrati digitali, paragona il nostro tempo ad un momento di svolta della storia dell’uomo comparabile a quelli in cui sono comparse scrittura e stampa. Oggi come allora non mancano i detrattori delle nuove tecnologie. Socrate, fermamente contrario alla scrittura, sosteneva che la sua diffusione avrebbe fortemente indebolito la memoria dell’uomo. Analoghi esempi si possono fare con la stampa, con la macchina a vapore e così via … Certo esistono criticità, ma mi pare che come Rete, sia assolutamente necessario cercare di capire e cogliere le novità del nostro tempo, soprattutto se questi nuovi aspetti hanno la connotazione di una vera e propria rivoluzione. Per noi oggi, stare collocati nel “Vento della Storia” presuppone provare a capire gli strumenti digitali del nostro tempo, analizzandoli senza pregiudiziali ma considerandoli, in quanto strumenti appunto, neutri. Non è facile da immigrati digitali. Le neuroscienze sostengono che l’utilizzo di tali strumenti abbia mutato e stia mutando la fisiologia del cervello umano. Organo estremamente duttile e plastico il nostro encefalo si sta adattando al fiume di continue stimolazioni che costantemente riceve. Già oggi il cervello di un nativo digitale è strutturalmente diverso da quello di un immigrato digitale e tali differenze sono destinate ad accentuarsi sempre di più. Forse la profezia passa oggi dall’analisi e dal tentativo di capire queste nuove forme comunicative con relativi aspetti negativi e positivi. Al seminario, alcuni gruppi di lavoro hanno provato ad incarnare il tema delle “nuove tecnologie comunicative” nel vivere quotidiano della nostra associazione. Ci si è interrogati su come i social abbiano cambiato la relazione con i nostri amici / testimoni / referenti locali delle operazioni che abbiamo sparse nel mondo. Legato a ciò è anche emerso il problema del controllo e quindi della sicurezza delle persone che vengono profilate dentro quella relazione. Soprattutto nel “là” dove la persona può arrivare a rischiare l’incolumità fisica. E’ poi emersa l’assoluta necessità di informare e sensibilizzare i giovani, categoria più esposta, ai rischi nell’uso delle nuove tecnologie digitali. Si è auspicata la formazione di una equipe capace di produrre materiali e comunicazioni adeguate per “renderli consapevoli del proprio percorso nel loro tempo ” magari con la realizzazione di un Seminario giovani. 2. Quanto è stato stimolante e provocatorio il tema del Seminario per noi sarà il tempo a dirlo: sicuramente ci ha aperto gli occhi di fronte al potente utilizzo che le nuove tecnologie e le piattaforme social fanno dei nostri dati, delle nostre abitudini, dei nostri interessi. Questo è il nuovo petrolio delle mutinazionali. La profilazione (cioè la raccolta dei nostri dati personali) che avviene in molti modi diversi è sempre di più lo strumento principe per rendere più efficaci le proposte pubblicitarie, politiche, economiche e sotto molti aspetti siamo noi stessi a provocarle attraverso le nostre ricerche su internet. Di fronte al disorientamento di un sistema legislativo quasi assente ed impotente contro le società transnazionali ed un sistema politico impreparato ad educare ma pronto a sfruttare le potenzialità dei social a fini propagandistici, si rimane quasi impauriti e spesso si cerca di rimanerne fuori. Mantenere però un atteggiamento di rifiuto e di esclusione ci espone ad un “luddismo” che ci emargina e non ci permette di cogliere anche gli aspetti positivi delle nuove tecnologie. Un primo aspetto è la possibilità di mantenere i contatti con persone anche molto lontane in tempo reale, di poterle vedere, oltre che sentire, attraverso un telefono. Questo ci permette di cogliere anche quelle dimensioni del reale che sovente ci sfuggono. Disporre di notizie immediate, quasi in contemporanea all’accaduto è ormai un’abitudine per tutti, e questo ci rende partecipi dell’accaduto in prima persona. Certo manca tutto l’aspetto necessario della riflessione, dell’analisi, del confronto, ma la velocità delle notizie è parte fondamentale di questa epoca. Utilizzare infine un canale comunicativo come i social è trasversale tra generazioni diverse, permette contatti altrimenti difficili, la circolazione di notizie ed idee su contesti molto ampi, la diffusione di opinioni su molti aspetti (anche se spesso, purtroppo, a scapito dell’esperienza e della professionalità). E’ però fondamentale – ce lo ricordava Orlowski – essere presenti nelle piattaforme social, far sentire la nostra opinione prediligendo la qualità e rinunciare al tranello della provocazione. Solo così si evita di lasciare tutto lo spazio a poche persone, facendo credere che questo sia ormai l’unico pensiero collettivo. Occorre uno sforzo di presenza attiva con le nuove tecnologie e sui social per dare voce, ancora una volta, al pensiero solidale e umano per non permettere al populismo qualunquista di renderci tutti omologati ed impotenti spettatori, ma vivaci interlocutori per la democrazia. 3. I vantaggi delle nuove tecnologie li conosciamo tutti, tanto è vero che ognuno di noi le utilizza. Il Seminario è servito a renderci consapevoli di aspetti meno noti, in qualche caso preoccupanti. In particolare le nuove tecnologie sono concentrate in pochissime mani: Google, Facebook, Apple, Amazon…, aziende che hanno costruito una ricchezza mai vista, in grado di comprare tutto. E in grado di conoscere tutto di noi (i nostri dati) e di poterci manipolare anche politicamente: se internet è gratis, quello che stanno vendendo siamo noi. Inoltre, la gratuità di internet, lungi dall’essere segno di uguaglianza, ha creato nuove povertà e svilito la dignità del lavoro: distribuendo contenuti gratis, chi guadagna non è chi produce ma chi distribuisce. 4. Una delle caratteristiche proprie del nostro essere Rete è stato sin dall’inizio lo sforzo di analizzare criticamente le dinamiche a livello globale del mondo in cui viviamo. Da questo punto di vista il libro di Soshana Zuboff sul “Capitalismo della sorveglianza” presentato al nostro Seminario fornisce strumenti preziosi per comprendere i profondi cambiamenti strutturali che la rivoluzione digitale ha provocato nell’economia globale. Noi tutti frequentando i social o navigando in rete, spesso senza rendercene conto, lasciamo una enorme quantità di dati, che permette di conoscere noi, i nostri gusti e orientamenti, e soprattutto, grazie alle sempre più sofisticate tecniche dell’intelligenza artificiale, di prevedere i nostri comportamenti. Si tratta di una nuova “merce” capace di generare profitti immensi. Il capitalismo ha sin dall’inizio funzionato prendendo beni e realtà esistenti e portandole dentro il mercato, rendendole “merci”. La natura è diventata ad esempio terra che produce beni per il mercato, la stessa vita umana è diventata “forza lavoro” e le relazioni di scambio hanno prodotto il “denaro” come bene a sé stante. Oggi sono le nostre molteplici attività sulla rete che producono la nuova merce, cioè i nostri comportamenti. È una nuova fase del capitalismo, in cui si generano ricchezze (capitalizzazione e profitti) che il capitalismo del passato non aveva mai conosciuto. E chi ha in mano la conoscenza dettagliata dei nostri comportamenti può esercitare una sorveglianza così estesa ed efficace che nessun regime poliziesco era mai riuscito a eguagliare nella storia dell’umanità. “Loro” sanno tutto di noi, ma noi non sappiamo chi essi siano e cosa davvero sappiano. Sono però in grado di inviarci stimoli e sollecitazioni che ci spingono a modificare i nostri comportamenti nel senso da loro voluto. Il vecchio capitalismo era caratterizzato da una sorta di “reciprocità” derivante dal fatto che i lavoratori erano anche consumatori, cioè destinatari dei beni prodotti. Nel 1914 Ford raddoppia la paga giornaliera dei suoi operai e così contribuisce a rendere possibile la produzione di massa del suo “modello T”. Oggi nel nuovo capitalismo la reciprocità scompare. L’indipendenza del “capitalismo della sorveglianza” dalle persone produce una fortissima asimmetria e genera esclusione. La conseguenza è anche un disinteresse di questo capitalismo per la democrazia e per l’informazione libera. Contro queste nuove realtà, che causano disuguaglianze economiche e sociali di proporzioni mai viste, non esistono al momento tutele legali efficaci: gli Stati e la stessa Ue balbettano. Le conclusioni di Soshana Zuboff sono un invito a reagire: “La democrazia può essere sotto assedio, ma non possiamo permettere che le sue numerose ferite ci allontanino dalla fedeltà alla sua promessa … Il muro di Berlino è caduto per molte ragioni, ma soprattutto perché la gente di Berlino Est ha detto: “Basta!””.

CIRCOLARE NAZIONALE GIUGNO 2019
A CURA DELLA SEGRETERIA DELLA RETE E DELLA COMMISSIONE SEMINARIO
Il Seminario nazionale della Rete “L’informazione ai tempi del web: tra liberazione e controllo”, svoltosi a Sasso Marconi il 18 e 19 maggio, è stato accolto da tutti i partecipanti con grande interesse. La scottante attualità dell’argomento è emersa in tutta la sua evidenza proprio nella campagna elettorale per le Europee, nella quale per la prima volta, come documenta uno studio, la propaganda tramite i social ha sorpassato in Italia quella tradizionale. E nella quale è evidente che chi maggiormente ha usato i social (la Lega, secondo lo stesso studio, li ha usati in misura tripla rispetto agli altri) ha vinto, ripetendo l’esperienza delle elezioni di Trump e Bolsonaro. Lo stesso coordinatore della macchina propagandistica di Salvini, Luca Morisi, ha dichiarato a Gad Lerner: “Ritengo che la rivoluzione digitale e l’iperaccelerazione nell’informazione che i nuovi media hanno portato con sé, abbiano modellato e determinato l’attuale quadro politico, non solo in Italia. Si tratta di modificazioni profonde della società che hanno riflesso in tutti gli ambiti. La tecnica agisce oggi più che mai come forza profonda della storia” (da Repubblica, 29/5(2019). In attesa di pubblicare sul sito della Rete (www.reterr.it) le relazioni del Seminario, vi diamo in questa circolare una sintesi di quanto emerso. Stefano Draghi, docente di ICT (Information and Communication Tecnology) all’Università IULM di Milano, ha introdotto il Seminario con una relazione su “L’informazione ai tempi del web: internet e i pericoli per la democrazia”. Draghi è partito dagli sviluppi delle tecnologie informatiche negli ultimi decenni per arrivare all’attuale era digitale, in cui suono, voce, testo, immagini e immagini in movimento vengono veicolate attraverso strumenti alla portata di tutti, come gli smartphone, favoriti dalla rete cellulare e satellitare che consente collegamenti immediati in tutto il mondo. Tutto questo ha creato una enorme concentrazione di interessi economici, politici e sociali. Tutti gli aspetti della vita odierna dipendono da queste tecnologie: il lavoro richiede la loro conoscenza e la scuola è rimasta indietro. Il rischio è la marginalità di chi non si adegua. Altro fenomeno collegato è quello dei “Big-data”, il nuovo petrolio dell’epoca digitale. Ognuno di noi produce ogni giorno un’enorme quantità di dati. Tutto ciò che facciamo in rete viene registrato e questo enorme patrimonio di dati è accumulato da poche multinazionali, che hanno così il dominio su miliardi di persone (solo Facebook ha 2 miliardi e 300 milioni di utenti attivi). Ogni smartphone ha da 10 a 15 sensori che mandano in continuazione dati a queste multinazionali. Lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, cioè di macchina in grado di “imparare”, sta sempre più sostituendo l’uomo. In futuro le reti permetteranno di far dialogare tra loro gli oggetti (si parla già di internet delle cose, IOT) e saranno sempre più sviluppate le tecnologie immersive nella realtà virtuale, che permettono esperienze quasi reali, ma sbiadendo la differenza tra reale e virtuale. Draghi ha parlato delle speranze create dalle nuove tecnologie e degli effetti perversi che hanno provocato. Si sperava in una democrazia diretta, partecipativa, senza intermediazioni: in realtà la partecipazione è ai minimi storici. Si sperava che la facilità di comunicazione con tutti avrebbe permesso di superare le barriere culturali, religiose, etniche, ma non è andata così. Si sperava in un’estensione del diritto alla libertà di espressione allargato a tutti: in realtà solo pochissimi hanno approfittato di queste tecnologie per concentrare un potere smisurato nelle proprie mani. Qualche effetto positivo c’è stato: ad esempio le “primavere arabe” sono state la prova di quello che le nuove tecnologie avrebbero potuto essere. Ma basta guardare che cosa sta accadendo ora in Egitto, Siria, Libia, Tunisia, Algeria, Yemen… Gli effetti positivi delle nuove tecnologie li conosciamo tutti, ma ci sono due grandi categorie di effetti negativi: gli effetti di natura socio-psicologica, conseguenza del rimanere chiusi in un sistema di social network che finisce per essere una vera e propria gabbia che lentamente ci porta a credere ad una realtà che non è quella vera e che può creare dipendenza; e gli effetti politici. Le tecnologie interattive non hanno aumentato la partecipazione dei cittadini alla cosa pubblica perché hanno aggravato la delegittimazione della classe politica e la democrazia rappresentativa si è indebolita perché c’è stato un processo di disintermediazione. La democrazia diretta si è rivelata un mito, che porta la gente a pensare di poter decidere anche su questioni molto complicate pur non avendo alcuna competenza. Questo ha alimentato il populismo, grazie all’uso spregiudicato dei nuovi mezzi di informazione da parte di certi politici. I social network non hanno incrementato le occasioni di dialogo ma segmentato le opinioni pubbliche in tanti piccoli sottogruppi, ognuno diviso nella sua “bolla”, in cui incontra e parla solo con chi la pensa come lui. Gli individui non sono più in grado di fare sintesi ma sono incentivati a contrapporsi e a odiarsi reciprocamente. Questo è un elemento che mina alla base la democrazia perché senza una sintesi tra opinioni diverse non c’è più governo ma c’è un litigio perenne tra le forze politiche e tra cittadini. Infine, i social media violano continuamente le regole delle campagne elettorali e agiscono senza controllo per determinarne l’esito. Facebook ha avuto influssi determinanti nella Brexit, nell’elezione di Trump negli Usa e di Bolsonaro in Brasile, ma anche nel referendum in Italia del 2016, nelle elezioni politiche del 2018 e sta accadendo ora nelle Europee. Naturalmente la coscienza civile si sta svegliando e sono già cominciati i movimenti per evitare che tutto questo degeneri. Draghi è del parere che le soluzioni non possano essere tecniche ma che serva un’azione politica a livello internazionale per cambiare il modello di business che scambia gratuità con l’impossessamento della nostra vita. Ad esempio i nuovi regolamenti Ue vanno in quella direzione. In secondo luogo i protagonisti dell’informazione devono combattere la falsità con la verità. Infine la battaglia dei diritti della rete: c’è la Carta dei diritti in internet, elaborata da Stefano Rodotà e fatta propria dal nostro Parlamento. All’università di Milano si tiene un corso di “Tecnicivismo” per insegnare ad esercitare questi diritti che sono: diritto all’accesso, al servizio universale, ad un’educazione consapevole su come si usa la rete, ad usufruire di servizi pubblici e privati, alla trasparenza, ad essere informati, ad essere ascoltati e consultati in tutte le decisioni che ci riguardano, ad un coinvolgimento attivo alle scelte politiche, alla partecipazione, e infine diritto alla verità. Come dicevano gli antichi greci: la democrazia altro non è che la verità al potere. Il secondo relatore, Alex Orlowski, è entrato nei retroscena dei social, forte della sua attività di consulente politico e di creatore di campagne elettorali social in Italia e all’estero. Orlowski ha spiegato come la rete può influenzare il voto europeo: le forze sovraniste si sono organizzate e hanno imparato dalle campagne di Trump e di Bolsonaro, il cui “burattinaio” è Steve Bannon. In Italia le sta usando molto bene Salvini. Le varie tecniche puntano a manipolare la comunicazione in rete assecondando la “pancia” della gente, cioè le emozioni e le pulsioni di base. Tra gli esempi citati vi è la cosiddetta “bad information” (cattiva informazione), che partendo da una notizia di una certa importanza, la diffonde in modo confuso, che permette fraintendimenti se non la si legge fino in fondo. Ed è accertato che chi legge notizie sui social non arriva neppure a metà dell’articolo. Non sono fake news, ma lo diventano. Specialisti in questi meccanismi sono due siti russi, Russia Today e Sputnik, molto attivi durante le campagne elettorali, con migliaia di post. Anche in Francia, dietro la protesta dei Gilet Gialli, si è giocata una partita internazionale di disinformazione, in cui si sono buttati a capofitto siti russi, americani, turchi, brasiliani, cinesi … Uno degli scopi di questo attivismo, secondo Orlowski, è quello di verificare la propria potenza di fuoco, oltre che indebolire Macron, nemico dei sovranisti. Altro esempio è il voto recente in Spagna, dove per la prima volta è entrato in Parlamento un partito di estrema destra, Vox, che ha fatto un uso enorme dei social, soprattutto Whatasapp ed è stato sostenuto da Salvini. In queste campagne elettorali grande peso hanno i “Bot” (da robot), cioè profili falsi, chat o programmi che hanno ‘vita propria’ e sono in grado di dialogare sui social con un grande numero di persone: così fanno credere di essere più numerosi e quindi più importanti. Ci sono poi i “Troll”, messaggi provocatori tesi a disturbare la comunicazione in rete. Orlowski guida un team che analizza la propaganda politica in rete: tra le scoperte, mostrate al seminario, quella che gli account di Facebook, Twitter, Instagram ecc. che hanno utilizzato più di altri le fake news seguono come massimo leader Salvini, il quale, tra l’altro, ha speso cifre molto elevate per la sua campagna social. Un altro aspetto inquietante dell’esposizione di Orlowski è il collegamento di tutti questi gruppi con fabbriche di armi di tutto il mondo. La conclusione di Orlowski è che, al momento del voto, le persone poco attente alla politica, che sono la maggior parte, si basano sullo slogan che hanno sentito ripetere migliaia di volte e sono convinte che, essendo condiviso da tantissime persone, rappresenti la scelta giusta. Giovanni Ziccardi, docente di informatica giuridica all’Università di Milano, non ha potuto partecipare al seminario per motivi di salute e quindi ha inviato un breve intervento filmato, nel quale ha sintetizzato la sua relazione, che aveva per titolo “Informazione, hacking, protezione dati, alterazione degli equilibri politici: possibili modalità di difesa”. Ziccardi è partito dal suo recente libro “Tecnologie per il potere” (Raffaello Cortina, 2019), nel quale analizza l’uso dei social in politica. Filo conduttore del libro è l’idea che oggi la tecnologia possa condizionare la politica, cioè alterare gli equilibri democratici, interferendo su principi fondamentali come la libertà di informazione, la libertà del voto, la formazione e l’espressione del consenso. Ziccardi ha ricordato che il primo utilizzo delle nuove tecnologie in politica si può far risalire ad Obama, ma è con Trump che si assiste ad un uso massiccio e spregiudicato, che poi è stato esportato in altri paesi e in Europa. Alcuni studiosi di Oxford e Cambridge hanno analizzato i tweet di Trump, suddividendoli in categorie: i tweet lanciati al mattino presto per aprire il dibattito del giorno e dettare l’agenda; i tweet per aggredire gli avversari; i tweet per veicolare notizie false (fake news); i tweet per distrarre l’attenzione dai veri problemi o dalle proprie difficoltà. Questo metodo è stato usato anche in Italia nelle recenti campagne elettorali. Altro aspetto analizzato da Ziccardi è quello della “profilazione”, cioè la possibilità, grazie all’intelligenza artificiale, di arrivare ad anticipare le intenzioni di voto e di orientarle, attraverso l’analisi dell’attività dei singoli utenti su Facebook. Ciò significa che tutto quello che facciamo ogni giorno online non solo viene osservato, ma può generare ulteriore informazione. Attraverso la profilazione degli utenti dei social vengono veicolate le fake news, inviate a ciascuno in base alla propria predisposizione ad accoglierle. Questo limita la libertà di valutare le informazioni e condiziona la libertà del voto. Altro tema toccato da Ziccardi è quello della sicurezza delle campagne elettorali. L’agenzia di cibersecurity dell’UE ha lanciato l’allarme in vista delle elezioni europee, mettendo in guardia dal rischio di attacchi informatici. Ci si sta rendendo conto che anche la politica va protetta come si fa con i sistemi bancari o le infrastrutture più delicate. Non c’è solo il rischio di brogli (quasi tutti i Paesi stanno rinunciando ormai al voto elettronico, proprio per i rischi che comporta) ma anche di disinformazione programmata da parte di paesi stranieri. E anche la sicurezza degli strumenti usati dai politici è un problema: la violazione delle password di Hilary Clinton ha permesso di trafugare tutte le sue mail e i suoi dati riservati, creando le premesse per la sua sconfitta elettorale. Anche in Italia un recente processo ha condannato i fratelli Occhionero, che erano riusciti a impadronirsi di decine di migliaia di password, tra cui quelle di Renzi, di Draghi, del governatore della Banca d’Italia, della Camera e del Senato. L’ultima relazione del Seminario è stata tenuta da Giorgio Gallo della Rete di Pisa-Viareggio che ha parlato del recente libro della studiosa americana Soshana Zuboff, “L’età del Capitalismo della sorveglianza”. All’inizio del nuovo millennio, con Google inizia un nuovo paradigma. Fornendo servizi di ricerca su internet, Google dispone di enormi basi di dati relativi alle nostre ricerche: sono dati che all’inizio servono per rendere più efficace e mirata la ricerca stessa. Più tardi anche i social media come Facebook e altri hanno cominciato a ricavare una quantità enorme di dati dalle diverse attività che svolgiamo sui social. Ci si rende presto conto che questa enorme quantità di dati, che permette di conoscere noi, i nostri gusti e orientamenti, e soprattutto, grazie alle sempre più sofisticate tecniche dell’intelligenza artificiale, di prevedere i nostri comportamenti, costituisce una nuova “merce” capace di generare profitti immensi. Il capitalismo ha sin dall’inizio funzionato prendendo beni e realtà esistenti e portandole dentro il mercato, rendendole “merci”. La natura è diventata ad esempio terra che produce beni per il mercato, la stessa vita umana è diventata “forza lavoro” e le relazioni di scambio hanno prodotto il “denaro” come bene a sé stante. Oggi sono le nostre molteplici attività sulla rete che producono la nuova merce, cioè i nostri comportamenti. È una nuova fase del capitalismo, che Zuboff definisce “della sorveglianza”, perché gli enormi archivi di dati sui nostri “comportamenti” stanno diventando il materiale più prezioso oggi sul mercato, tanto è vero che le multinazionali del web, da Google a Facebook, da Apple a Amazon, possiedono ricchezze (capitalizzazione e profitti) che il capitalismo del passato non aveva mai conosciuto. E chi ha in mano la conoscenza dettagliata dei nostri comportamenti può esercitare una sorveglianza così estesa ed efficace che nessun regime poliziesco era mai riuscito a eguagliare nella storia dell’umanità. “Loro” sanno tutto di noi, ma noi non sappiamo chi essi siano e cosa davvero sappiano. Sono però in grado di inviarci stimoli e sollecitazioni che ci spingono a modificare i nostri comportamenti nel senso da loro voluto. Il vecchio capitalismo era caratterizzato da una sorta di “reciprocità” derivante dal fatto che i lavoratori erano anche consumatori, cioè destinatari dei beni prodotti. Nel 1914 Ford raddoppia la paga giornaliera dei suoi operai e così contribuisce a rendere possibile la produzione di massa del suo “modello T”. Oggi la reciprocità scompare. L’indipendenza del capitalismo della sorveglianza dalle persone produce una fortissima asimmetria e genera l’esclusione. Parafrasando Polanyi, che a proposito delle appropriazioni dei terreni comuni (le enclosures) essenziali per la rivoluzione industriale in Gran Bretagna, aveva parlato di “rivoluzione dei ricchi contro i poveri”, Zuboff dice che oggi stiamo assistendo non a un coup d’état ma piuttosto a un coup de gens: è il popolo a essere dispossessato e rovesciato. La conseguenza è anche un disinteresse di questo capitalismo per la democrazia e per l’informazione libera: Google e Facebook si sono sovrapposti al giornalismo professionale, inondando la rete di notizie senza alcuna garanzia di serietà delle fonti, senza mediazione e senza distinzione di importanza. Contro queste nuove realtà, che causano disuguaglianze economiche e sociali di proporzioni mai viste, non esistono al momento tutele legali efficaci: gli Stati e la stessa Ue balbettano. Le conclusioni di Zuboff sono un invito a reagire: “La democrazia può essere sotto assedio, ma non possiamo permettere che le sue numerose ferite ci allontanino dalla fedeltà alla sua promessa … Il muro di Berlino è caduto per molte ragioni, ma soprattutto perché la gente di Berlino Est ha detto: “Basta!””

Maggio è il mese dei diritti dei bambini

Cari amiche e amici, è incredibile quante siano le guerre attualmente nel mondo e quanto incidano sulla vita dei bambini: uno su cinque vive in aree di conflitto, precisamente il 90% dei bambini yemeniti, il 70% di quelli siriani, il 60% dei bambini somali, come dice il manifesto che ho riportato sopra. I più vulnerabili non sono protetti dagli orrori della guerra e questo è un affronto alla nostra umanità. E’ ora che i governi capiscano che non riuscire a proteggere i più vulnerabili è il fallimento di qualsiasi politica. Da Anna Frank ai bambini di oggi sono sempre loro a subire le guerre dei grandi; per non parlare di quelli arruolati, armati e costretti a combattere nonostante la tenera età. Elenco alcuni dei punti caldi nel mondo:Africa: Punti Caldi: Burkina Faso (scontri etnici), Egitto (guerra contro militanti islamici), Libia (guerra civile in corso), Mali (scontri tra esercito e gruppi ribelli), Mozambico (scontri con ribelli RENAMO), Nigeria (guerra contro i militanti islamici), Repubblica Centrafricana (scontri armati tra musulmani e cristiani), Repubblica Democratica del Congo (guerra contro i gruppi ribelli), Somalia (guerra contro i militanti islamici di al-Shabaab), Sudan (guerra contro i gruppi ribelli nel Darfur), Sud Sudan (scontri con gruppi ribelli)Asia: Punti Caldi: Afghanistan (guerra contro i militanti islamici), Birmania-Myanmar (guerra contro i gruppi ribelli), Filippine (guerra contro i militanti islamici), Pakistan (guerra contro i militanti islamici), Thailandia (colpo di Stato dell’esercito Maggio 2014)Europa: Punti Caldi: Cecenia (guerra contro i militanti islamici), Daghestan (guerra contro i militanti islamici), Ucraina (Secessione dell’autoproclamata Repubblica Popolare di Donetsk e dell’autoproclamata Repubblica Popolare di Lugansk), Artsakh ex Nagorno-Karabakh (scontri tra esercito Azerbaijan contro esercito armeno e esercito del Artsakh (ex Nagorno-Karabakh) Medio Oriente: Punti Caldi: Iraq (guerra contro i militanti islamici dello Stato Islamico), Israele (guerra contro i palestinesi nella Striscia di Gaza), Siria (guerra civile), Yemen (coalizione guidata dall’Arabia Saudita contro i ribelli Houthi) Americhe: Punti Caldi: Colombia (guerra contro i gruppi ribelli), Messico (guerra contro i gruppi del narcotraffico), Cile ( oppressione del popolo Mapuche vittima della negazione della propria identità oltre ad essere defraudato delle sue risorse naturali), Venezuela ( crisi politico-militare fra Maduro e Guaidò- due presidenti nello stesso  Stato), Brasile (Bolsonaro guerra agli indios dell’Amazzonia ritenuti ostacoli al sistema finanziario speculativo di cui egli è il portavoce)

TOTALE:

Totale degli Stati coinvolti nelle guerre 69

Totale Milizie-guerriglieri e gruppi terroristi-separatisti-anarchici coinvolti 822

Una buona iniziativa: Ripresa congiuntamente da “Rete italiana per il Disarmo”, “Sbilanciamoci!” e “Rete della Pace” la nuova fase di mobilitazione (che nelle prossime settimane vedrà concretizzarsi diverse iniziative a livello nazionale e territoriale) che ha come obiettivo la richiesta al Governo e al Parlamento dello stop definitivo della partecipazione italiana al programma Joint Strike Fighter. Un impegno che, dopo i primi 4 miliardi già spesi e almeno 26 velivoli già acquisiti o in produzione, costerà, se confermato, almeno altri 10 miliardi di euro, destinati ad aerei d’attacco e con capacità nucleare.“Oggi abbiamo fatto un appello ai Parlamentari di tutti gli schieramenti: dite basta a questa scelta insensata a problematica presentando e discutendo entro l’estate una Mozione per il blocco definitivo e completo del programma JSF”, ha commentato Giulio Marcon, coordinatore della campagna “Sbilanciamoci!.”“Le organizzazioni della società civile  hanno rilanciato la “mobilitazione NO F-35” chiedendo di destinare tali fondi a necessità più urgenti per l’Italia: welfare, lavoro, istruzione, diritti, ambiente. I soldi che si dovrebbero  spendere per gli F-35 nei prossimi 10 anni si potrebbero invece investire in: 100 elicotteri per l’elisoccorso in dotazione ai principali ospedali, 30 canadair per spegnere gli incendi durante l’estate, 5.000 scuole messe in sicurezza a partire da quelle delle zone sismiche e a rischio idrogeologico, 1.000 asili nido pubblici a favore di 30.000 bambini oltre a 10.000 posti di lavoro per assistenti familiari nel settore della non autosufficienza. Rilanciare la campagna contro l’acquisto dei cacciabombardieri F-35  è importante perché è  ora di dire basta a queste scelte che tolgono risorse allo sviluppo sostenibile e ai reali bisogni del Paese, e non fanno altro che alimentare la corsa al riarmo, a nuove guerre, a nuove dittature. E’ ora di costruire la pace con l’economia di pace e con la difesa civile e nonviolenta, con il rifiuto della guerra e con la messa al bando delle armi nucleari. Dobbiamo garantire l’accesso ai diritti fondamentali e universali a tutte le persone, perciò il Parlamento deve ascoltare e scegliere da che parte stare: dalla parte dei bisogni del paese e della pace o dalla parte dell’industria bellica? Tra il 2019 e il 2020 anche il nostro Paese dovrà decidere se sottoscrivere un contratto di acquisto pluriennale, diverso dagli acquisti annuali flessibili che sono stati condotti finora,  per cui siamo allo snodo fondamentale: dopo tale passaggio non sarà più possibile tornare indietro e risparmiare alcun euro, anzi il continuo lievitare dei costi ci costringerà ad aumentare anche i fondi attualmente stanziati.  Consideriamo che nella seconda parte del 2018 sono stati almeno 6 i nuovi contratti sottoscritti dall’Italia in prosecuzione all’acquisto di lotti  di F-35. I documenti della Difesa (come il DPP 2018) confermano  che anche il Governo Conte – così come gli Esecutivi precedenti – ha firmato contratti che configurano l’acquisto di nuovi aerei  spendendo  centinaia di milioni di denaro pubblico!!
Maria Cristina Angeletti

Siamo reduci dal nostro Coordinamento di Rete svoltosi a Sezano il 23 e 24 marzo. Come vedrete dal verbale, se la domenica è stata dedicata alla preparazione del Seminario Nazionale sull’informazione (WEB: strumento di liberazione o di controllo?),il sabato, invece, ha visto concretizzarsi il nostro statuto associativo con gli aggiornamenti richiesti dai cambiamenti avvenuti dalla fine degli anni novanta ad oggi. Diciamo questo perché vogliamo sottolineare il fatto che si è scelto di mantenere quello spirito leggero e poco burocratico che ci fa navigare da 55 anni (!).  A dire la verità, qui a Verona siamo reduci anche dal Congresso Mondiale delle Famiglie che ha riunito le destre italiane, europee e statunitensi in un clima pesante,di forte chiusura nei confronti di un’idea di società inclusiva e plurale. Molti dei relatori, come saprete, hanno preso a pretesto motivazioni etiche per seminare odio da “suprematisti bianchi”. Proprio questo è stato l’aspetto più preoccupante del Congresso: la sua dimensione politica in un momento in cui in paesi come la Polonia, l’Ungheria e l’Italia la destra populista è al governo.L’idea del Congresso delle Famiglie è nata negli Stati Uniti nel 2007, grazie all’impegno di personaggi molto vicini ad amministrazioni come quella di Reagan o di Trump. Negli stati Uniti, infatti, sono molto attivi i gruppi prolifeche hanno da sempre legami con la destra suprematista bianca. Altrettanto inquietante è stata la presenza di alcuni esponenti della chiesa ortodossa russa e di uomini molto vicini a Putin, che potrebbero aver contribuito in larga parte al finanziamento di questo congresso mondiale. Uno studio del sito britannico Open Democracy ha analizzato la lista dei partecipanti a tutti i Congressi delle Famiglie e ne è venuto fuori che almeno cento politici, in attività, di 25 paesi diversi hanno partecipato come minimo ad un Congresso; sessanta di loro erano europei e metà di questi provenivano da partiti dell’estrema destra (vedi Internazionale dell’1 aprile). Del resto, Forza Nuova è stata presente a pieno titolo al Congresso di Verona in compagnia di gruppi ultra fondamentalisti cattolici come Militia Christi o Alleanza Cattolica (interessante notare il lessico militaresco) e il comitato Pro Vita, anch’esso legato a FN. Molto interessanti sono state, a questo proposito, le dichiarazioni che l’avvocata della Sacra Rota, Michela Nacca, ha reso durante un incontro alla D. i. Re (Donne in Rete contro la violenza). La Nacca ha parlato del Congresso come “un’occasione per contarsi, partendo dall’Italia dove, in questa fase storica è in atto un esperimento sociale per riaffermare un movimento che sembra avere molti punti in comune con la destra fascista, il cui fulcro è tornare indietro rispetto ai diritti delle donne. Una vera Controriforma che, nella sua grammatica principale prevede anche l’omofobia e il razzismo….Il tema della famiglia, quindi, sarebbe solo un pretesto per arrivare alla creazione di un partito o di un movimento di massa popolare a livello internazionale….” La Nacca ha aggiunto: “Ritengo che noi cattolici non possiamo condividere la visione di famiglia che emergerà da questo Congresso” (fonte www.gaypost.it)
Per fortuna, contemporaneamente al Congresso, il pomeriggio di sabato 30 marzo, Verona è stata invasa, in modo assolutamente pacifico, dalla più grande manifestazione di massa che sia stata mai vista nella nostra città. Poco meno di centomila persone, provenienti da tutta Italia, hanno aderito all’appello di Non una di meno e sono venute a marciare festosamente per sostenere i diritti e la libertà delle donne e dire no ad ogni discriminazione di genere e non solo. Per esempio,tra i moltissimi cartelli portati in corteo si leggeva: “Quanto sono Pro-Vita i lager in Libia?” E’ stata davvero una bellissima festa. L’unico incidente con la polizia, di cui trovate traccia anche su Google, è stato causato da un sostenitore di Salvini, che ha insultato un’agente della DIGOS. Vi raccontiamo questo perché siamo sicuri che il clima pesante di questo periodo durerà a lungo. Ma, mentre sono evidenti le collusioni tra tutti i conservatorismi peggiori, in questo muro non mancano le crepe che anche noi, col nostro agire solidale, contribuiamo ad allargare ogni giorno. Come dice il poeta sardo Bruno Tognolini “non dobbiamo cantare, dunque, dei tempi bui, ma della luce, della gioia e della bellezza, della speranza… che sono sempre disciolte in tutti i tempi”.
BUONA PASQUA!
Maria per la Rete di Verona

Cambia il capitalismo: il fatto che già nel 2011 Apple abbia superato in termini di capitalizzazione Exxon Mobil e che oggi le due persone più ricche del mondo siano Jeff Bezos, capo di Amazon, e Bill Gates, fondatore di Microsoft, sono fatti indicativi. Cambia la nostra vita, sia negli aspetti materiali (cosa e dove compriamo …) che in quelli più immateriali (cultura, informazione, comunicazioni interpersonali …). Cambia il modo di fare politica e la politica stessa: i governanti comunicano non più attraverso conferenze stampa o comunicati ufficiali, ma via Facebook o Twitter, e pretendono di guidare il paese bypassando la prassi istituzionale, fatta di principi, regole e atti formali. Ma cambia anche la comunicazione privata e interpersonale, rendendo più frettolosi e superficiali i rapporti, frammentando la società e rinchiudendoci in una dimensione più individuale. Incapaci di “ricucire le lacerazioni”, siamo consumatori di relazioni usa e getta, sempre più soli con le nostre paure ma con tanti sempre nuovi amici virtuali, amici che non abbiamo mai visto in faccia e negli occhi. Questo porta poi spesso a espressioni virali di violenza un tempo inaudite, violenza che non sempre rimane a livello verbale. Non si tratta di demonizzare le nuove tecnologie o di ignorarle: volenti o nolenti ne siamo tutti condizionati. Se vogliamo che il nostro operare a livello sociale, politico e di solidarietà sia efficace, serve una maggiore e più approfondita consapevolezza e conoscenza della realtà in cui operiamo. E’ sempre una questione di stile di vita. Si tratta innanzitutto di dedicare tempo alla comprensione della realtà, alla ricerca critica, ai rapporti interpersonali. Dobbiamo sforzarci, da un lato di capire i cambiamenti in atto a livello sociale ed economico, e dall’altro di imparare a conoscere e ad usare in modo critico i nuovi strumenti che le tecnologie digitali ci forniscono. Per questo il Coordinamento della Rete ha deciso di dedicare ai temi dell’informazione nell’era digitale il Seminario di quest’anno, cioè il momento formativo e di approfondimento che la Rete promuove negli anni in cui non c’è il Convegno nazionale. La scelta del Coordinamento è stata quella di dedicare due giornate (il 18 e il 19 maggio) a questi temi, chiamando relatori ed esperti che ci aiuteranno ad analizzare e a capire meglio i vari aspetti di questi fenomeni. Il Seminario vuole tenere conto delle differenze generazionali: per i più giovani (i cosiddetti “nativi digitali”) il focus sarà soprattutto su come rapportarsi in modo critico alla realtà digitale, per loro naturale ma spesso vissuta in modo acritico; per i meno giovani si tratterà di acquisire gli strumenti per usarla in modo efficace e consapevole. La sede del Seminario sarà il Centro Congressi Ca’ Vecchia di Sasso Marconi (Bologna). Informazioni più dettagliate saranno fornite in seguito. Intanto la Segreteria invita tutte le reti locali a organizzarsi per garantire una buona partecipazione.
La Segreteria: Maria Angela, Maria Cristina, Fulvio

Fine Dicembre.
L’associazione Repubblica Nomade ci contatta per condividere un pezzo del loro ultimo cammino dal titolo : “ Il crollo e l’unione ”. L’idea è quella di unire simbolicamente l’icona dell’incuria del nostro tempo – il Ponte Morandi a Genova – con l’emblema della chiusura e di una Europa al capolinea – la frontiera di Ventimiglia, raccogliendo contemporaneamente nel tragitto confronti e testimonianze dalle associazioni e dalle realtà operanti sul territorio.

Quel camminare insieme non è puro atto atletico e/o turistico ma elegge spostamento, invenzione ed avventura a strumento per abbattere le barriere e costruire un modello sociale più equo e solidale. Acquisendo così una finalità politica molto forte. Tra i loro significativi percorsi citiamo quello del 2011, organizzato in occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia ed il cui cammino ha ricucito la penisola partendo da Milano – una delle metropoli più ricca d’Italia con Napoli -Scampia – una delle periferie più degradate. Questo gruppo di uomini e donne, diversi per età e provenienza, apre e stimola la relazione. Ognuno si può aggregare. Sia in senso fisico che metaforico. E le esperienze di ogni singolo, di ogni associazione diventano patrimonio comune, condiviso. Quell’ << interrogarsi camminando >> genera una reciproca immediata sintonia. Nel vento di Liguria, l’incedere dei passi è accompagnato dallo sventolio di una bandiera. Una bandiera che è simbolo di lotta, di resistenza ben conosciuta e sostenuta anche da noi. Quella del popolo Mapuche. Ci unisce alla Repubblica Nomade dinamicità, leggerezza, quella << ricerca scalza >>, quel non volersi istituzionalizzare per non spegnere lo spirito ma soprattutto la necessità di ascolto e di relazione.

Fine Gennaio.
Il seminario di Studi tenutosi a Roma all’Università Roma Tre ha definito Masina un << cattolico errante >> . Ettore ci ha consegnato come fondamentale la dimensione del cammino, del divenire …. La Rete ha raccolto valori, strumenti e modalità come una “anomalia resistente ” ( definizione dall’intervento al medesimo seminario di Ercole Ongaro ) Per garantirne la sopravvivenza, Ettore e Clotilde hanno avuto il personale coraggio e la profetica lungimiranza di << demasinizzare >> la Rete Radie Resch. Siccome le nostre energie e risorse stanno progressivamente riducendoci, forse noi dovremmo trovare l’ardire di saper rinunciare ad un po’ della nostra auto – referenzialità e decidere finalmente di disegnare in maniera sistematica percorsi comuni con altre realtà sintoniche ed affini. A cominciare dal nostro Convegno prossimo venturo ………………….
La Rete Locale di Celle – Varazze

“Aiutiamoli a casa loro”: questo slogan riecheggia spesso nella nostra epoca di rigurgiti po-pulisti e xenofobi. L’idea, in sé, non sarebbe neppure sbagliata: gran parte dei nostri simili sta bene a casa propria e, se migra, lo fa per bisogno o disperazione. Migliorare le condizioni di vita nei luoghi di provenienza, potrebbe realmente ridurre il fenomeno migratorio. Sbagliato è l’uso ipocrita che se ne fa: chi pronuncia questa frase, quasi sempre non ha la minima idea di come fare o, avendola, non ha la minima intenzione di farlo. Ecco, dunque, cinque “semplici” consigli, per “aiutarli a casa loro”.

1. Riconvertire la nostra industria bellica.
Secondo lo “Stockholm International Peace Research Institute”, l’Italia è al nono posto nel mondo ed al quinto in Europa tra i paesi esportatori di armi, con circa il 2,5 % del totale . Tra i maggiori acquirenti, Emirati Arabi Uniti, Turchia, Algeria, Israele, Marocco, Qatar, Taiwan e Singapore. Il nostro Paese ha una lunga tradizione in materia di produzione armiera: gli aerei e gli elicotteri in provincia di Varese, le mine e le pistole in provincia di Bresca, le navi a La Spezia, sono solo alcune delle “eccellenze”. In teoria, la vendita di armi a paesi stranieri è disciplinata dalla Legge 9 luglio 1990 n° 185 che prevede, tra l’altro, il divieto assoluto di vendita ai paesi in stato di conflitto armato o responsabili di violazione dei diritti umani. Divieto sistematicamente ignorato, come dimostrano le recenti forniture ad Arabia Saudita (conflitto in Yemen) e ad Israele (conflitto a Gaza). Per non parlare del-le c.d. “triangolazioni”, ossia vendite a paesi “puliti”, utilizzati come mere stazioni di transito. Inutile dire che i principali acquirenti di armi sono i paesi in guerra o che, a loro volta, arma-no milizie impegnate in guerre civili. Banalmente, le armi alimentano le guerre e le guerre produco-no morti e rifugiati. Vero è che l’industria armiera, come qualsiasi altra, crea ricchezza: ma a quale prezzo? Tra l’altro, molti studi hanno ormai accertato che l’aumento della spesa bellica non produce automatica-mente lavoro. Un programma di riconversione dell’industria bellica in industria civile potrebbe consentire al nostro paese di “chiamarsi fuori” da una delle principali cause di migrazione, senza incidere negativamente sull’occupazione.

2. Porre termine alle nostre “missioni di pace”.
L’art. 11 della nostra Costituzione stabilisce che “l’Italia ripudia la guerra … come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Infatti, ogni volta che, in ambito NATO, i nostri mili-tari sono impegnati all’estero, si parla di “missioni di pace”. Ma lo sono davvero? Iraq, Afghanistan, Libia, Siria sono terreni in cui abbiamo portato la pace? Con quali criteri sono stati scelti questi terreni? Perché, per esempio, non ci sono state “missioni di pace” per fermare le guerre civili in Repubblica Democratica del Congo o in Repubblica Centrafricana? Gheddafi era certamente un dittatore, ma non era l’unico e, probabilmente, neppure il più sanguinario. E’ evidente che l’impiego dei nostri militari risponde a logiche geopolitiche, più che umanitarie. E queste guerre, comunque si voglia definire la nostra partecipazione, hanno prodotto profughi, immigrati, richiedenti asilo. Basti pensare alla Libia divenuta, da paese accogliente per gli immigrati dell’Africa equatoriale, “porta” per il loro ingresso in Italia, attraverso il Mediterraneo.

3. Lottare concretamente contro i cambiamenti climatici.
Siccità, carestie, riduzione delle terre coltivabili sono la principale causa delle migrazioni c.d. “economiche”. Sempre che vi sia qualche differenza tra chi emigra per non morire in guerra e chi lo fa per non morire di fame. I cambiamenti climatici in atto stanno, del resto, colpendo principalmente i paesi poveri, in cui l’ecosistema è più fragile e l’economia si regge, in gran parte, sull’agricoltura di sussistenza. Con il triste paradosso che chi ne subisce le maggiori conseguenze è responsabile solo in minima parte della produzione dei “gas serra”, ormai quasi unanimemente indicati come causa del riscalda-mento globale. Eppure, il nord del mondo, che ne è invece il principale responsabile, non riesce assolutamente a trovare un accordo per limitare concretamente la loro produzione, malgrado l’esistenza, ormai da decenni, di valide tecnologie per la produzione di energia più pulita: basti pensare al foto-voltaico o ai motori ibridi, per le autovetture. E’ anche chiaro che, in questo ambito, l’iniziativa individuale serve a poco: è del tutto inutile, ad esempio, acquistare un’auto elettrica se, poi, l’energia che si usa è ancora prodotta da fonti fossili. Non solo: manca addirittura il coraggio di pubblicizzare e sostenere iniziative di “restituzione”, quale, ad esempio, la realizzazione, con il contributo di ONU e Banca Mondiale, della “Great green wall”, una muraglia di alberi larga 15 chilometri e lunga 8.000, destinata ad attraversare l’Africa dalla costa atlantica a quella dell’oceano indiano, per fermare l’espansione del deserto .

4. Boicottare le multinazionali agroalimentari e favorire il commercio equo.
Le multinazionali del settore alimentare fanno certamente parte del problema. Occupano il territorio con enormi appezzamenti di monocultura, distruggendo l’agricoltura di sussistenza ed impoverendo i terreni. Si appropriano delle risorse idriche, spesso scarse e le sfruttano in maniera indiscriminata (i nostri amici Mapuche ne sanno qualcosa). Utilizzano fertilizzanti chimici e pesticidi, senza preoccuparsi delle ricadute sull’ambiente e sulla popolazione. Sfruttano il lavoro dei locali, retribuendoli con paghe da fame. Tutto per portare sui banchi dei nostri supermercati le banane a 2 €. il chilo o il caffè a 2,5 €. la confezione e realizzare enormi profitti. Già molti anni fa, padre Alex Zanotelli diceva che oggi è possibile fare politica anche tra i banchi di un supermercato, semplicemente decidendo cosa comprare. Boicottare le grandi multinazionali e favorire il commercio equo, anche a costo di spendere di più, potrebbe essere un buon modo per “aiutarli a casa loro”.

5. Assumere iniziative internazionali contro il “land grabbing”.
Il “land grabbing” (accaparramento della terra) è un fenomeno geopolitico che consiste nel-l’acquisizione di terreni agricoli su scala globale da parte si soggetti stranieri, spesso con la connivenza del governo locale. Poco importa l’uso che poi se ne faccia: in realtà rurali, ciò causa l’allontanamento delle popolazioni che quella terra coltivavano da generazioni e la loro migrazione, nella migliore delle ipotesi, nelle grandi periferie urbane. Non si creda, poi, che tale modo di procedere sia una prerogativa esclusivamente cinese: basti pensare agli enormi latifondi della famiglia Benetton, in Argentina. E’ evidente che accordi internazionali volti a limitare il “land grabbing”, se concretamente rispettati, potrebbero rimuovere una delle cause del fenomeno migratorio.

Facile, vero? Sarebbe un modo per riconsegnare loro la speranza, l’unico vero motivo per non partire. Mentre ci organizziamo dovremmo, però, tutelare davvero chi, anche per causa nostra, attraversa deserti e mari per cercare, da noi, un mezzo per sopravvivere dignitosamente. Sarebbe un’occasione per restituire almeno una parte di quanto abbiamo loro tolto.
Rete di Varese

Circolare nazionale di dicembre 2018 – Clotilde Buraggi

27 novembre 2018
Carissimi amici della Rete, sono molto lieta di essere rientrata nella Rete e di essere stata accolta con tanto affetto. E’ stato giusto che Ettore abbia allontanato la sua presenza di fondatore per lasciare che la Rete si espandesse in modo più libero e comunitario, e i fatti hanno dimostrato che aveva ragione, sono poche infatti in Italia le associazioni che durano da tanti anni. Ma voi sapete che nonostante la nostra scelta voi siete rimasti sempre i nostri fratelli, se non di carne, di elezione e quando ci siamo allontanati abbiamo sofferto molto. Nel coordinamento Piemontese mi è stato affidato l’incarico di scrivere la circolare di dicembre, non l’ho mai fatto e mi sento abbastanza imbarazzata. Non essendo in grado di parlare delle operazioni, su cui non sono più aggiornata, ho pensato di riflettere con voi su un argomento che mi è venuto in mente proprio nel momento in cui lasciavo la Rete. Quale è il collante che ha tenuto insieme per tanti anni questa strana organizzazione senza capi e senza tessere? Sicuramente l’adesione a valori comuni che abbiamo cercato di incarnare. Ne elencherò solo alcuni non in modo esaustivo. La ricerca della giustizia e della verità anche in paesi lontani che presuppongono la conoscenza di realtà a noi sconosciute nel nostro ambito locale; la considerazione della profonda uguaglianza di tutti gli esseri umani anche diversi da noi e il rispetto per il loro ambiente. La consapevolezza come europei di dover risarcire quei popoli che con il nostro colonialismo abbiamo danneggiato. La particolare considerazione per i poveri e per gli impoveriti del pianeta a causa di sciagurate scelte politiche di cui magari siamo stati anche noi responsabili. L’attenzione al vicino, oltre che al lontano, una attenzione magari meno gratificante ecc. E’ ovvio che tutti questi sono valori umani, però la caratteristica peculiare e direi straordinaria della Rete è che convergono su questi valori persone che vi hanno aderito per motivazioni diverse, religiose e non religiose e stando tanti anni nella rete non mi è mai interessato sapere da quale motivazione derivasse il loro impegno e il loro generoso operare per gli altri. E ho osservato anche come tra gli uni e gli altri vi sia sempre stato un reciproco rispetto. I valori umani proprio perché sono valori sussistono come tali e quindi non hanno bisogno di altre spiegazioni, sono valori laici. Però si può arrivare alla scelta di questi valori per una motivazione religiosa e vorrei esplicitare che a questo riguardo la dottrina postconciliare si contrappone meno di quella preconciliare alla posizione laica e crea quindi meno divergenze tra le diverse motivazioni. Cerco di spiegarmi. Nella Chiesa preconciliare era prevalente l’opinione che non si potesse essere dei giusti, ossia vivere secondo certi valori, se non si apparteneva alla Chiesa. Infatti si riteneva che solo attraverso persone che avevano ricevuto gli ordini sacri potessero essere trasmessi i doni dello Spirito: ricevere cioè la grazia della giustificazione che dava l’accesso alla vita eterna. I membri ordinati della Chiesa avevano il compito di annunciare la buona novella della salvezza ma soprattutto il Pontefice aveva anche il grande potere di governare e di discernere quali valori fossero buoni o cattivi. Come sappiamo in alcuni momenti particolarmente oscuri nella vita della Chiesa vi fu l’uso della scomunica e della vendita delle indulgenze con cui si poteva barattare la grazia. Il Concilio Vaticano II non ha eliminato la sostanza di questa dottrina, (pur condannando le aberrazioni) però si sono aperte le porte della Chiesa. Durante il Concilio si sono infatti coniate le espressioni” Chiesa ad intra e ad extra”, ed è chiaro che l’espressione ad extra significava l’apertura della Chiesa a soggetti che non erano stati presi in considerazione in epoche precedenti. Se si volesse ricordare il Vaticano II per uno solo dei suoi pronunciamenti, e forse il più importante, si dovrebbe nominare il riconoscimento della libertà di coscienza, che ha dato anche a soggetti non credenti la piena responsabilità delle proprie convinzioni e del proprio operato. Nella Lumen Gentium (la costituzione dogmatica sulla Chiesa votata da tutti i Padri conciliari e dal Papa) è scritto: “Coloro che si sforzano di compiere fattivamente la volontà di Dio conosciuta attraverso il dettame della coscienza, costoro possono raggiungere la salvezza”. (LG pag.305, cap.327). Ma vi sono altri pronunciamenti che vale la pena di ricordare e che in qualche modo ribaltano una certa ottica ecclesiastica, perché invece di partire dalla grazia di Dio, che permette di fare il bene, partono dalla base, ossia che sono coloro che fanno il bene, sono coloro che mettono in pratica certi valori che ottengono la grazia di Dio e quindi la vita eterna. Nelle scritture ci sono entrambi questi punti di vista ma sappiamo che la Chiesa è anche un organismo terrestre e qualche volta ha privilegiato una dottrina che le dava più potere e cioè che la grazia per ottenere la salvezza poteva passare solo attraverso i suoi ministri. Nella Lumen Gentium è scritto: “Chiunque pratica la giustizia è gradito a Dio. (Atti 10,35) LG pag.309, cap.308. Ma forse il passo più forte è il seguente: “Ma lo Spirito Santo non si limita a santificare il popolo di Dio per mezzo dei sacramenti e dei ministeri… ma distribuisce pure tra i fedeli di ogni ordine grazie speciali §dispensando a ciascuno i propri doni come piace a lui§ (1 Cor. 12, 11)…§ la manifestazione dello Spirito viene data per l’utilità comune§ (1 Cor. 12,7) LG pag. 491, cap.317”. Lo Spirito Santo soffia dove e come vuole, non è un dato acquisito riservato ai membri della Chiesa, non può essere imbrigliato, e può anche abbandonare chi parla solo di certi valori ma non cerca di metterli in pratica.

Con tanto affetto la vostra Clotilde

Circolare nazionale di novembre 2018 – Rete di Alessandria

Care e cari,

La circolare è per noi un momento di riflessione e di discussione.

Oggi, più che mai, abbiamo bisogno di un’informazione alternativa a quella dei poteri.

Intendiamo poteri al plurale, ovvero politico, economico, sociale e anche culturale.

I mezzi di comunicazione ufficiali sono spesso ritenuti faziosi e non obiettivi.

A partire dal 68 la politica irruppe nella vita quotidiana e divenne patrimonio dei movimenti.

I vari soggetti – donne, giovani, operai – scoprirono che i poteri avevano livelli occulti e criminali, pronti a colpire le lotte e a negare le coscienze. (Il caso più clamoroso fu la strage di Piazza Fontana e i depistaggi seguiti nel corso del tempo).

Dobbiamo fare una controinformazione globale, ricordando che oggi la conoscenza è potere. Non solo in Europa, anche in America Latina i popoli sono stati nutriti di false notizie, tanto da scegliere con il voto pericolosi personaggi, razzisti e antidemocratici.

In Italia l’uso pubblico della storia inganna giovani e non, sul senso delle leggi razziali, sulle emigrazioni, sulla natura del fascismo.

Molti affascinati da Casa Pound, scendono nelle piazze a contrastare movimenti antifascisti e di lotta.

Le giovani donne fanno controinformazione sul tema dell’aborto, sul pensiero patriarcale diffuso in alcune scuole come in Piemonte, sulla aggressività globale misogina e intollerante verso il diverso.

L’inchiostro e il suo uso ai giorni nostri è come una bomba – una vera guerra -, basti pensare a quanti giornalisti, donne e uomini, vengono uccisi e messi a tacere.

(cfr. Aldo Giannuli, Bombe a inchiostro, BUR, 2008)

Mai come oggi si può dire con Carlo Levi che le parole sono pietre.

Maria Teresa e Gigi

CIRCOLARE DI OTTOBRE

a cura della Rete di Padova

Pensando a Serena

Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il vostro entusiasmo.

Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la vostra forza.

Studiate, perché avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza”

Antonio Gramsci

è tempo di riflessione e dibattito sui valori e le pratiche della Rete.

Vogliamo partire da questa citazione di Gramsci che compariva sotto una bella foto di Serena sul fascicoletto preparato per la celebrazione del suo funerale presso la Comunità Cristiana di Base di San Paolo a Roma, una bella cerimonia, molto partecipata con tante persone, vecchie e giovani, italiane e straniere, con storie diverse, ma unite dal condividere il desiderio di giustizia e l’impegno per realizzarla che hanno contraddistinto tutta la vita di Serena.

Una donna che ha saputo prendersi cura di chi le stava accanto come di chi, dall’altra parte dell’oceano, lottava per cambiare la realtà, una donna che sapeva entusiasmarsi, organizzarsi, una donna che studiava, rigorosa, senza fare sconti a nessuno.

Entusiasmo, forza, intelligenza: la Rete è ancora capace di entusiasmarsi, di organizzarsi, studiare, in questi tempi così difficili che mettono a dura prova la nostra umanità?

O è troppo vecchia, non sa staccarsi dai modelli del passato, non capisce chi è giovane e precario, è troppo concentrata sulle sue pratiche, non sa comunicare, ha paura del cambiamento, di intraprendere nuove strade?

E la discussione interna alla Rete risente – e non potrebbe essere altrimenti – delle trasformazioni che investono la nostra società segnata da crescente sperequazione tra poveri e ricchi, esclusi e titolari di diritti civili, politici, economici e sociali. Tra “noi” (i cittadini) e “loro” (gli stranieri provenienti da paesi anche appena più poveri e i loro figli esclusi dalla cittadinanza anche se di fatto italiani).

Dove è giusto agire ora? In quale scenario è più urgente e importante essere presenti con la nostra solidarietà?

Come rispondere a queste domande?

Quest’anno in marzo alcune/i di noi sono state/i ancora una volta ad Haiti. Tre settimane, girando per il paese, incontrando tante persone, ascoltando, osservando.

Haiti è un paese di emigrazione. Gli haitiani da anni cercano di sopravvivere anche fuggendo, nella vicina Repubblica Dominicana, ma ora anche in Brasile e in Cile. E questo esodo impoverisce ulteriormente il paese. Chi resta lo vive come una tragedia.

Ma questa tragedia viene da lontano: le cause della povertà (prime fra tutte la distruzione dell’ambiente, l’accaparramento delle terre fertili nelle mani di pochi) hanno una storia lunga, iniziata col colonialismo francese, continuata con l’occupazione e lo sfruttamento statunitense e i regimi dittatoriali che l’occupazione lasciò in eredità. Una storia che continua, sotto il segno delle politiche neoliberiste imposte dal Fondo Monetario Internazionale e dai paesi creditori.

Dai nostri amici e dalle nostre amiche di Haiti stiamo imparando ancora una volta come “il nostro mondo” continui ad opprimere, sfruttare, impoverire “gli altri mondi”.

Sostenere il loro lavoro quotidiano – difficile, faticoso, messo a dura prova dalle difficoltà quotidiane che ci possono sembrare insuperabili ma che sono la loro quotidianità – non ha nulla a che fare con l’ipocrita retorica dell’“Aiutiamoli a casa loro”. Né la scelta della solidarietà deve essere vista in contrapposizione con quella dell’accoglienza.

è vero, “gli altri mondi” vengono qui nel “nostro mondo” e noi dobbiamo accoglierli. Ma non basta. Dobbiamo studiare, capire le cause e cercare i rimedi, cogliere i legami tra quanto accade qui e là, avere uno sguardo che sappia andare oltre “il nostro mondo”. E per questo le relazioni con i nostri referenti lontani sono fondamentali.

Relazioni solidali che si traducono in sostegno materiale. Qualcuno potrebbe dire che non è uno scambio alla pari. È proprio così? Non riceviamo niente in cambio del nostro denaro? Ognuno rifletta su quanto queste relazioni hanno cambiato la propria vita.

Ma è proprio il sostegno materiale ad essere messo in discussione: molte persone – si dice – soprattutto giovani, sono precarie, vivono situazioni difficili, non hanno la possibilità di autotassarsi. Al seminario nazionale della Rete che si è tenuto a Brescia – dove già tutti questi temi erano stati discussi – padre Moussa Zerai ci disse: “Ci sentiamo impoveriti perché va in crisi il nostro stile di vita: finché possiamo dare il superfluo siamo solidali, se dobbiamo sacrificare qualcosa, allora c’è la crisi. Solidarietà vuol dire fare posto all’altro nel mio spazio, devo stringermi per accoglierlo, questa è vera solidarietà”.

Allora l’autotassazione è una scelta politica: ci permette di essere a fianco di chi spesso si sente solo nel suo cammino verso il cambiamento di società ingiuste. Ad Haiti questo l’abbiamo toccato con mano tante volte. Non stiamo facendo beneficienza, stiamo restituendo quel che è stato sottratto, rapinato, quel che si continua a sottrarre e rapinare, stiamo cercando di fare un po’ di giustizia.

Ha scritto Carla intervenendo sul dibattito in rete riguardo al sostegno da dare o meno all’esperienza di accoglienza dei migranti nel comune di Riace: occorre “dare una mano nel momento del bisogno perché chi ha fame e soffre non può morire mentre noi tentiamo di cambiare cose nel sistema… e contemporaneamente è del tutto necessario ‘cercare le cause’ dei disastri che succedono… e affrontarle per cambiare”.

Con la consapevolezza dei nostri limiti: non possiamo salvare il mondo. Ma possiamo prenderci cura di quante e quanti abbiamo incrociato nel nostro cammino, chi in Palestina, chi in America Latina, chi in Africa, chi in Italia. Senza creare gerarchie di dolore e necessità, cercando insieme soluzioni sostenibili a situazioni che possiamo affrontare con le nostre forze, mettendoci in gioco.

Alle domande poste all’inizio possiamo rispondere che dobbiamo metterci in ascolto di chi chiede giustizia e cercare insieme di cambiare le cose, accettando i nostri limiti, ma riconoscendo i percorsi compiuti.

Ti pa ti pa nap rive”, era scritto sulla carriola di un contadino haitiano: a piccoli passi arriveremo. Continuiamo a camminare.