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Nel gruppo di Torino della Rete Radiè Resh da tempo l’interesse ruota intorno al disagio che sentiamo di fronte ai pregiudizi che riguardano il mondo dei migranti. Sul bus, nella sala d’attesa del medico, al mercato, al lavoro, spesso anche tra parenti e amici ci è capitato di frequente di sentire un grande risentimento nei confronti dei migranti, vissuti come persone che vengono a toglierci qualcosa: il lavoro, le case, i soldi che altrimenti dovrebbero andare ai poveri italiani che faticano a sbarcare il lunario, la sicurezza in strada, il nostro modo di concepire e di organizzare la vita dal punto di vista sociale e religioso. Ancora più forte percepiamo la nostra difficoltà e impreparazione a rispondere a tali affermazioni con argomenti esposti con sicurezza e determinazione. Pensando a un modo per ribattere a difesa di queste persone che arrivano con un bagaglio di sofferenza incredibile, con vissuti di esistenze in pericolo e che certo faticano a sentirsi un pericolo per gli altri, siamo approdati alla mostra dei Saveriani, ( missionari laici che si ispirano alla spiritualità di San Guido Conforti), “Le mille e una rotta, popoli in movimento” che è stata esposta anche nell’ultimo convegno nazionale. Questa ha una parte iniziale nella quale si parla delle “male lingue” e cioè dei diversi pregiudizi rispetto ai migranti (es. ci rubano il lavoro, portano malattie…) che agiscono come delle spade che feriscono e allontanano. Contemporaneamente questi pregiudizi vengono smontati con dei dati oggettivi e così, avendo la mente più libera da pensieri ostili, si può passare alla parte delle storie personali. Qui avviene l’incontro con la narrazione di storie di singole persone che riportano la loro esperienza. E qui che i migranti diventano ”umani”, con un nome, una vita, dei sentimenti con i quali ci si può anche immedesimare empaticamente. La mostra prevede anche uno spazio dove vengono presentati dati sulla presenza dei migranti nei vari paesi del mondo ed in particolare in Europa, una puntualizzazione sulle varie parole che vengono usate per definirli e una riflessione sui motivi che spingono a intraprendere il viaggio (si parte per sogno o per bisogno?). Un altro spazio prevede l’esposizione di una barca (come simbolo della traversata del Mediterraneo) dove sono esposti gli oggetti personali ritrovati dalla Questura di Salerno proprio sui barconi. Si tratta, insieme alla narrazione delle storie, della parte più emotiva e forte della mostra. Abbiamo scelto di coinvolgere in questo lavoro la scuola (la Rete di scuole del Canavese) formando dei ragazzi delle superiori e di terza media che faranno da guide presentando la mostra. Essa sarà aperta sia alle scolaresche, a partire dalla quarta elementare, che alla cittadinanza. Nell’organizzazione abbiamo coinvolto tutta una serie di associazioni ed enti del territorio (alcune fondate e gestite da migranti e dai loro figli) creando il Tavolo MigrAzione. Questo ha permesso di conoscere e mettere in contatto le varie realtà del territorio del Canavese (una zona in provincia di Torino che si estende fino a Ivrea, ai confini con la Valle D’Aosta) che con progetti diversi già si stavano occupando si questo tema. Ora queste diverse realtà collaboreranno per questa mostra mettendo ciascuna del tempo, delle persone che si occuperanno di fare le guide (oltre agli studenti o affiancandoli) e di sorvegliare la struttura, dei soldi per finanziare tre eventi collaterali (due spettacoli serali più un intervento del senegalese Mohamed Ba nelle scuole). A questo si aggiunge la collaborazione del Comune di Rivarolo Canavese che ha messo a disposizione Villa Vallero, un ampio spazio dove collocare la mostra e l’oratorio di San Michele che offre gratuitamente il teatro parrocchiale per gli spettacoli. Questo naturalmente potrebbe essere l’inizio di una collaborazione costante nel tempo e ci impegneremo affinchè le conoscenze avviate vengano mantenute per l’avvio di altri progetti in comune. L’obiettivo che ci poniamo con la realizzazione di questa mostra, oltrechè una autoformazione del nostro gruppo, è di provare a smontare i pregiudizi e avvicinare le persone all’ascolto dell’altro. Questo ci sembra importante per “avvicinare” le persone alla tematica dell’immigrazione creando possibilmente un clima più accogliente e meno giudicante. La mostra si terrà a Rivarolo Canavese presso Villa Vallero, dal 21 al 29 ottobre 2017. Se qualcuno di voi volesse visitare la mostra, non esitate a contattarci!

Prima di concludere vogliamo ricordare con affetto e gratitudine Agnese Anissa Manca. Docente di lingua araba ha insegnato e vissuto in diverse parti del mondo attuando diversi progetti di solidarietà. Negli ultimi anni ha svolto un lavoro di volontariato nei campi profughi palestinesi in favore dei bambini feriti di Gaza e della popolazione carceraria. Il suo impegno lavorativo e di volontariato ha sempre mirato alla condivisione di ideali e culture a favore di un mondo amico e solidale. Per tutti è stata un esempio di praticità: ha vissuto cercando di realizzare i suoi ideali in modo concreto, nella vita di tutti i giorni. Grazie Anissa per il tuo impegno e per il tuo amore per la vita.
Il gruppo Rete Radiè Resh di Torino

Circolare nazionale Settembre 2017

A cura della rete di Salerno

Vorremmo raccontarvi la nostra attuale esperienza di accoglienza migranti, ma prima di scrivere e di leggere forse sarebbe meglio chiudere gli occhi e ricongiungerci al senso del nostro agire e cioè l’Amore per l’Altro che è in noi e accanto a noi.

Solo questo forse potrà rendere umano ogni nostro tentativo, supportare ogni errore, ogni fallimento e farci continuare a sperare in un mondo di vita piena per tutti, presupposto per vivere felici ed in pace.

Dopo un po’ di silenzio…ecco il racconto.

Nel febbraio 2016, Silvana, amica del nostro gruppo, torna da un campo profughi in Libano dove era in missione come volontaria di “Operazione Colomba” e dove si stavano tessendo i primi contatti per organizzare le partenze dei profughi siriani per l’Italia attraverso il corridoio umanitario promosso dalla Comunità di Sant’Egidio e la Tavola delle Chiese Valdesi.

La presenza dell’Operazione Colomba nei campi è stata di nodale importanza per la costruzione delle relazioni con queste famiglie e nella scelta dei casi più urgenti.

Non vorremmo dilungarci su come funzionano, ma sull’esperienza umana, a voi gli approfondimenti tecnici.

Silvana ha cominciato ad andare in giro a raccontare la sua esperienza e ha interpellato le nostre coscienze, perché non accogliere anche qui a Salerno e testimoniare che si può fare anche in un modo diverso?

La Rete Radiè Resch a livello nazionale si era già sentita interpellata dai Sud ormai qui ed aveva deciso di esserci, e così abbiamo deciso di esserci anche noi.

Naturalmente, però, non da soli e molti mesi sono stati impegnati nella costruzione di un gruppo che accogliesse “insieme”, man mano che Silvana continuava il suo giro di testimonianze, altri singoli ed associazioni si aggregavano.

Per candidarsi all’accoglienza, il Corridoio Umanitario prevede che ci sia chi accoglie e segua tutto il percorso in autonomia, e che ci sia una casa dove accogliere.

Questo è stato un po’ più difficile, finché nelle maglie di questa rete che si stava creando si è intessuto il filo di un frate francescano, Severo, che non vedeva l’ora di destinare ai bisognosi un convento in città ormai quasi disabitato.

E così il 19 novembre, mentre firmavamo la convenzione con il Provinciale dei Francescani, ci arriva anche la notizia che il 2 dicembre avremmo potuto accogliere una famiglia di 7 persone, senza pensarci su dicemmo subito di sì.

Pochissimo tempo per tante cose: pulizia e sistemazione del convento, approvvigionamento delle prime necessità, organizzazione delle prime cose da fare per loro e soprattutto il “come”; ma non potevamo indugiare.

E così, dal 2 dicembre scorso, a Salerno, nel convento di S. Anna in San Lorenzo, su una splendida veduta di tutto il Golfo di Salerno, vive la famiglia Al Zaidan: Maheer 37 anni, il papà, Abeer 34 anni, la mamma e poi Terkey 14 anni, Oudai 13 anni, Kousay 7 anni, Nour, l’unica femminuccia, e Jumah, due gemellini di circa 3 anni.

Se volessimo raccontarvi tutti questi nove mesi ci vorrebbe già un romanzo: tanta gioia, tante paure ed apprensioni, tanti errori determinati da queste, tante incomprensioni per la lingua, ma questo ci fa famiglia, famiglia che si allarga sempre più, famiglia che loro chiamano tutta “Al Zaidan”.

Solidarietà con loro ma anche fra noi, quest’esperienza sta facendo camminare insieme realtà diverse tra loro, per origine, per formazione, per età, in un percorso in cui si sta piano piano imparando a mettere da parte le nostre convinzioni per un “noi” ed un “loro”.

Questa modalità di accoglienza sta favorendo tanti incontri umani, sta facendo cadere tante paure e permette di aprirsi all’altro con fiducia.

Ma gli Al Zaidan hanno lasciato famiglie in Siria, fratelli e nipoti che vengono arrestati e spariscono, solo qualche settimana fa altri familiari sono scomparsi in Turchia.

A Salerno, inoltre, arrivano in tanti con gli sbarchi e chi ha possibilità di incontrarli e parlargli sa che c’è una grande differenza di accoglienza e di trattamento rispetto a chi arriva con il corridoio.

I corridoi umanitari, allora, non potrebbero correre il rischio di creare una discriminazione tra migranti se questa formula non viene assunta come regola di accoglienza per gli Stati?

Se non servono anche a dimostrare che con i tantissimi soldi impegnati nella “sicurezza”, nell’accoglienza di massa e impersonale, si potrebbe invece garantire vera sicurezza e diritti per tutti?

Possiamo fermarci all’accoglienza di una famiglia senza approfittare della loro presenza per andare “Oltre l’accoglienza”?

Rileggendo gli atti del nostro scorso convegno si evince che tutti i nostri testimoni ci hanno chiesto sopra ogni cosa informazione (situazioni, cause,…), boicottaggio ed azione politica.

Benissimo quindi come abbiamo fatto in questi giorni per il sostegno a p. Zerai e all’Argentina…non dovremmo forse studiare modalità per andare oltre i nostri circuiti (piazze, scuole,…) ed incrementare questo tipo di azioni?

Andar fuori per avere il coraggio di mettersi dalla parte di chi in questo momento è rifiutato, di chi scappa anche a causa nostra e per riflettere insieme su come quel sistema escludente e di “scarto” ormai attanaglia anche le nostre vite in occidente e che in definitiva siamo tutti sulla stessa “barca”?

Potrebbe essere questo un punto importante di riflessione del nostro prossimo seminario nazionale di Brescia?

Il nostro agire/essere, naturalmente, dovrà essere sempre consapevole che è di testimonianza e di semina e che per questo va verso tempi futuri ma ha bisogno di partire oggi ed ogni giorno.

Buona ripresa a tutti

La Rete Radiè Resch di Salerno.

Circolare nazionale Luglio-Agosto 2017
A cura della rete di Alessandria

Raccontiamo un’esperienza nella scuola primaria dell’alessandrino: mercoledì 12 aprile 2017 si è tenuta presso le Scuole di Solero (AL) la tradizionale “Giornata della memoria”, voluta e sostenuta dall’Associazione Comunicando, in collaborazione con la Rete Radié Resch, per stimolare negli alunni la riflessione su temi di attualità. Lo spunto di quest’anno è stato offerto dal docu-film Fuocoammare di Gianfranco Rosi, cui i ragazzi di terza media hanno lavorato, con fatica e buona volontà, per avvicinare un tema delicato quale l’immigrazione.
Parlano i ragazzi: “Onestamente, all’inizio abbiamo fatto un po’ di fatica a seguire il lungometraggio, per la lentezza dell’azione, per la lingua utilizzata – il dialetto siciliano che si mescola alle varie voci dei migranti – e per le immagini spesso buie, che riproducono il cielo cupo della notte e della tempesta.
Fuocoammare ci parla di una delle tante realtà dei nostri giorni – gli sbarchi di migranti che, con crescente frequenza, avvengono lungo le coste italiane – e lo fa attraverso la storia di un’isola che è diventata il simbolo dell’emergenza e dell’accoglienza: Lampedusa”.
Parlano i migranti: “Non potevamo restare in Nigeria, molti morivano, c’erano i bombardamenti. Siamo scappati nel deserto. Nel Sahara molti sono morti, sono stati uccisi, stuprati. Non potevamo restare. Siamo scappati in Libia, ma in Libia c’era l’ISIS e non potevamo rimanere.
Abbiamo pianto in ginocchio: -Cosa faremo? Le montagne non ci nascondevano, la gente non ci nascondeva, siamo scappati verso il mare. Nel viaggio in mare sono morti in tanti. Si sono persi in mare. La barca aveva novanta passeggeri. Solo trenta sono stati salvati, gli altri sono morti. Oggi siamo vivi.
Il mare non è un luogo da oltrepassare. Il mare non è una strada. Ma oggi siamo vivi. Nella vita è rischioso non rischiare, perché la vita stessa è un rischio… Siamo andati in mare e non siamo morti”.
E’ il sogno di una scuola nuova, attenta al presente. Vorremmo rendere attuale l’insegnamento di d. Milani, un profeta che ci interroga ancora oggi.
“Però chi era senza basi, lento o svogliato, si sentiva il preferito. Veniva accolto come voi accogliete il primo della classe. Sembrava che la scuola fosse tutta per lui. Finché non aveva capito, gli altri non andavano avanti.” (Lettera ad una professoressa pag. 12).
La scomparsa di Ettore ci induce ad accomunarlo all’azione ed al pensiero del sacerdote di Barbiana: la passione per gli ultimi e gli esclusi sono stati lo scopo della loro vita.
Ognuno di noi nel suo quotidiano può fare la sua parte nella lotta per un mondo più giusto e più uguale.
Anche noi terminiamo con un aneddoto Zen.
Un monaco disse a Joshu: “Sono appena entrato a far parte del monastero. Ti prego, istruiscimi”. Joshu domandò: ”Hai mangiato la tua zuppa di riso?”. Il monaco rispose: “L’ho mangiata”. Joshu disse: ”Allora faresti meglio a lavare la tua ciotola”.

CIRCOLARE NAZIONALE GIUGNO 2017 – RETE di CASALE MONF.TO.

Il 20 maggio ci siamo incontrati come reti del nord/ovest per confrontarci sul tema proposto e discusso negli ultimi coordinamenti nazionali. Abbiamo avuto una giornata di sole dopo un periodo con clima incerto e l’accoglienza gradevole nell’ambiente collinare della casa di Beppe e Cristiana a Quarti di Pontestura ha favorito sicuramente la disponibilità all’incontro e alla condivisione.

In questo percorso siamo stati aiutati da Anna Zumbo, che ha messo a disposizione la sua esperienza di facilitatrice dei lavori di gruppo. Il suo contributo è stato prezioso per metterci in sintonia e per attivare le nostre capacità di ascolto.

Iniziando con un gioco di conoscenza tra i partecipanti si è passati ad un lavoro singolare sulla propria cronistoria nella rete riscoprendo le tappe più significative. Si sono alternati momenti assembleari e momenti di confronto tra gruppi più ristretti in modo di dare a tutti la possibilità di esprimersi e di raccontare il perché la rete è conforme rispondendo alle aspettative ed alle storie di ognuno.

Queste storie si riflettono anche nei legami che si hanno con i referenti delle nostre operazioni diventando così un filo che lega i sentimenti e i cuori. Difatti la rete è fondata sulla relazione e la condivisione da attuare anche accanto al tuo compagno di cammino.

Anna ci ha invitato a riflettere a partire da alcuni “giochi” che da una parte hanno consentito a tutti di esprimere le loro idee chiave, dall’altra hanno offerto l’opportunità di fare una sintesi che facesse emergere le parole chiave rispettando le opinioni di ciascun partecipante.

In queste tecniche di approfondimento dei problemi ho ritrovato l’insegnamento di Paolo Freire che avevo conosciuto nelle parole e nell’esperienza vissuta di don Gino Piccio (1920-2014), vissuto negli ultimi 40 anni della sua vita in solitudine in una cascina nelle vicinanze di Ottiglio Monferrato, animatore di una singolare esperienza di condivisione fraterna e di ascolto che ha arricchito la storia personale delle persone che lo hanno incontrato e che ancora si ritrovano nella sua memoria.

Alcuni partecipanti hanno manifestato perplessità sul metodo di articolazione della giornata. Altri invece hanno valorizzato l’opportunità nuova di espressione delle idee, anche al fuori di documenti complessi e la possibilità di ascolto reciproco, con maggiore “leggerezza” rispetto alle discussioni, a volte faticose, dei coordinamenti.

Potrebbe nascere qui una riflessione sul nostro modo di affrontare i problemi come Rete: abbiamo ereditato modalità di espressione e di ascolto che sono ancorate ad una generazione di grandi dibattiti e di pensieri articolati, ma non sempre risultano efficaci in una società in cui tutti parlano e pochi ascoltano e spesso di questo ascolto percepiscono messaggi molto brevi, al limite dello slogan.

L’ascolto è veramente una delle vittime della nostra società mediatica. Il modello televisivo a cui siamo quotidianamente sottoposti è quello di persone che parlano molto e non ascoltano mai. Questo atteggiamento si trasferisce dalla scena della comunicazione pubblica all’ambito delle relazioni quotidiane fra gli individui. Non sappiamo e non vogliamo ascoltare gli altri: non rispondiamo alle domande, interrompiamo solo per prendere la parola e per tenerla il più possibile. Si direbbe che ci limitiamo ad ascoltare noi stessi mentre stiamo parlando, ma non accade neppure questo, perché se davvero ci ascoltassimo, avremmo di tanto in tanto qualche dubbio.

Spiegare una simile paradossale situazione non è così difficile se consideriamo il desiderio prevalente di esercitare con le nostre parole quel potere che oggi è la merce più ricercata e che diventa abitualmente una forma di prepotenza e di prevaricazione. La TV costruisce la sua apparente neutralità offrendoci il riferimento degli “indici di ascolto”.

Ma quale ascolto? Sulla scena televisiva delle molteplici trasmissioni sui migranti (su cui è stato costruito un nuovo soggetto politico!) nessuno sta davvero “ascoltando”: tutti i partecipanti si limitano a parlarsi addosso. Se già loro non si ascoltano, quello che fa il teleutente potremmo definirlo in tanti modi, ma non ha nulla a che vedere con un ascolto vero.

Essenziale è invece capire, restando alla pratica quotidiana di ciascuno di noi, che cosa implica un ascolto, quali trasformazioni di noi stessi richiede. Il campo di prova è il rapporto con l’altro. Questo “altro” può essere chiunque, quello che incontriamo fuori di casa nelle normali relazioni di vita o per caso, o solo chi sentiamo al telefono: può essere un amico, qualcuno che vive accanto a noi, una presenza costante, ma anche uno che non conosciamo affatto, uno sconosciuto in cui ci imbattiamo. Comunque lui non è noi, non diventa mai un alter ego, risulta sempre diverso, è un diverso, ha qualcosa di estraneo. Ascoltare non significa togliere di mezzo questa estraneità, al contrario c’è ascolto solo quando partiamo da essa e ne teniamo conto, solo se riusciamo a far nostra in qualche modo la sua estraneità, il suo essere “straniero”. Solo se attiviamo in noi stessi una zona di estraneità, per così dire parallela e congruente con la sua.

Non c’è neppure bisogno della parola perché una sintonia si realizzi, è sufficiente un atteggiamento di apertura, e spesso il silenzio è più adatto di tante parole a produrlo, come sa bene per esempio chi esercita il mestiere dell’insegnante. Ciò accade del resto in tutte le pratiche in cui l’incontro con gli altri è la posta in gioco della riuscita o dell’insuccesso.

Perché si realizzi un ascolto, occorre dunque mettere in atto una pratica di sé che è molto poco abituale nella società di oggi: bisogna riuscire a scavare una specie di vuoto dentro di noi, procurarsi uno spazio mentale (e anche fisico) attraverso il quale la cosiddetta “ospitalità” diventi la possibilità concreta dell’ascolto dell’altro.

(NDR. alcune di queste ultime frasi sono state riprese da un articolo di Pier Aldo Rovatti, modificando però alcune parti del testo. Spero che l’autore non se ne abbia a male!)

VUOTARE LA PROPRIA TAZZA

Un filosofo si recò un giorno da un maestro zen e gli dichiarò:

Sono venuto a informarmi sullo Zen, su quali siano i suoi principi ed i suoi scopi“.

Posso offrirti una tazza di tè?” gli domandò il maestro.
E incominciò a versare il tè da una teiera.

Quando la tazza fu colma, il maestro continuò a versare il liquido, che traboccò.

Ma che cosa fai?” sbottò il filosofo. “Non vedi che la tazza é piena?

Come questa tazza” disse il maestro “anche la tua mente è troppo piena di opinioni e di congetture perché le si possa versare dentro qualcos’altro ..

Come posso spiegarti lo Zen, se prima non vuoti la tua tazza ? ”

Beppe, Claudio e Roberto

CIRCOLARE NAZIONALE MAGGIO 2017 – RETE di CELLE – VARAZZE
da leggersi con l’ascolto consigliato del brano “ La Cura ” di Franco Battiato

Prendersi cura

Abbiamo provato a scrivere una circolare a più mani.
L’intento è quello di far conoscere un po’ di più le esperienze personali della nostra piccola rete locale. Sono testimonianze semplici in cui ci pare di ritrovare una
tessitura comune alla Rete tutta che è un patrimonio di base poco conosciuto che ogni tanto andrebbe svelato e condiviso. Come forma di reciproca speranza.

Prendersi cura ” ci pare l’espressione migliore per riassumere tali esperienze.
Un filo conduttore narrante. La nostra comune resilienza.

Resilienza a quella mancanza di cura che è segno peculiare del nostro tempo.
Una incuria generalizzata declinata nei confronti della nostra specie, ultimi ed impoveriti in testa, ma anche nei confronti di specie differenti, della biodiversità e della nostra madre terra. Heidegger sosteneva che :

Prendersi cura significa essere in continua relazione con il mondo”.

La relazione certo. Uno dei temi centrali e ricorrenti della nostra azione solidale di Rete.
Ma cosa ci muove verso l’altro ?
La ricerca di relazione ed il prendersi cura trova sempre radici nel
pathos. Nel sentimento.
E’ quell’attimo emotivo che ci rende sensibili e vulnerabili.
Quel lampo ci
stana, ci spinge alla partecipazione delle gioie e delle sofferenze dell’altro.
Ci lega al suo destino e ci obbliga ad uscire da sé per trovare il proprio baricentro nell’altro.


Il logos, la ragione, non trova mai argomentazioni sufficienti.

Il nostro quotidiano è già stretto di suo. Dal lavoro, dal tempo, dai bisogni.

Perché complicarsi la vita e andarsele a cercare ?


Padre Richard, nostro testimone referente del Congo, presente all’ultimo coordinamento di Rovereto ci ha definiti : “pazzi fuori dal mondo” …

C’è una irragionevole inquietudine che morde e spinge al “ non bastar a sé stessi …………

Stralci di cura :

Nel corso della mia esperienza lavorativa da insegnante di scuola dell’infanzia ho avuto modo di imparare dai bambini stessi quale fosse il valore del prendersi cura. I bambini grandi, adottando strategie differenti, riescono sempre a coinvolgere e a far sentire sicuri quelli più piccoli sia in ambito affettivo, che sociale e materiale.

Il sentirsi preso in carico, sapere che hai “un altro” su cui puoi fare affidamento, fa sentire la persona fragile sicuramente più gratificata e più spinta a proseguire nel cammino intrapreso. Altrettanto gratificato, però, è anche chi si prende cura di… , perché entrando in un rapporto di relazione, è inevitabile che la sua personalità venga modificata.

Così è successo per la nostra famiglia, con figlia unica, da quando si è deciso di prendere in affido un ragazzo ivoriano di 19 anni, per accompagnarlo nel difficile cammino d’inserimento nel nostro sistema nord-occidentale.

Mi viene da dire che la parola più significativa di questo viaggio è stata, sicuramente, INSIEME.

Insieme abbiamo intrapreso una strada che tenesse conto delle reciproche culture, religioni, modi di vivere il quotidiano, portando Karim al raggiungimento di traguardi, quali il diploma di licenza media, la patente di guida, il trovare un lavoro.

E’stato bello sentirsi chiamare mamma da un figlio del mondo dalla pelle nera; ma adesso è bello guardare oltre, quell’oltre che ci spingerà a viaggiare, ancora una volta insieme, verso la Costa d’Avorio per conoscere un’altra mamma: la sua.

Ci occupiamo da vent’anni di Commercio Equo e Solidale. Data importante che ci spinge a guardarci indietro per operare un piccolo bilancio di tanti anni di attività. Anni segnati da tanti volti che abbiamo accompagnato e che ci hanno accompagnato in un percorso di crescita personale e sociale, alla ricerca della giustizia e, attraverso questa, della pace, per il superamento di conflitti che sembrano non avere fine né soluzione.

Non è stato sempre facile, a volte abbiamo avuto la sensazione di fare solo “i bottegai“, commessi di un piccolo supermercato sempre in lotta per la sopravvivenza. Abbiamo combattuto, ci siamo scoraggiati ma mai arresi e abbiamo gioito dei successi dei produttori a cui davamo spazio e voce. Proprio l’incontro con loro che sono venuti a trovarci personalmente o con coloro che abbiamo conosciuto tramite i racconti di chi li aveva visitati, ci ha spinto ogni volta a rinnovare la scelta, consapevoli che, pur a distanza, ci stavamo prendendo cura di chi non aveva mezzi, voce, possibilità, dando loro visibilità e sostegno concreto. Anche l’incontro e il dialogo con chi, qui, attraverso noi, veniva a contatto con persone lontane ed i loro sogni, i loro progetti, la loro voglia di vivere e di riscattarsi con la forza del proprio lavoro: mostrare loro la potenza delle scelte quotidiane ci ha portato a prenderci cura anche de degli acquirenti, offrendo loro la possibilità di un cambiamento di mentalità, a partire da un gesto concreto a favore dell’esistenza di persone lontane e sconosciute, sostenendole nel miglioramento delle condizioni di vita.

Per l’educazione che abbiamo avuto, per le compagnie che abbiamo frequentato o forse per i cartoni animati visti da bambini abbiamo sempre avuto l’aspirazione ad essere supereroi e “salvare il mondo”.
C’è stato un periodo della nostra vita nel quale abbiamo capito che per “salvare il mondo” bisognava conoscerlo. Ci siamo interessati alle questioni di politica internazionale, abbiamo sostenuto le popolazioni indigene della foresta amazzonica e le donne del Bangladesh. Siamo andati a vedere come vivono le comunità delle Ande e i monaci thailandesi. Abbiamo visto anche situazioni di difficoltà e di sofferenza, ma al termine dei nostri viaggi e delle nostre esperienze noi eravamo felici.

C’è stato un periodo della nostra vita nel quale abbiamo pensato che per soddisfare la nostra aspirazione ad essere supereroi bisogna fare i genitori; siamo convinti che Batman e l’Uomo Ragno non siano sottoposti a prove più difficili rispetto a quelle che deve sostenere un genitore nell’educare il proprio figlio. Ma, al termine di ogni giorno che trascorriamo con nostro figlio Claudio, noi possiamo dire di sentirci felici.
Abbiamo capito che non saremo mai supereroi, non salveremo il mondo, ma possiamo “prendercene cura ”. Prendersi cura è un verbo riflessivo, cioè uno di quei verbi che indicano che l’azione si riflette direttamente sul soggetto. I supereroi salvano il mondo senza ottenere niente in cambio, noi invece ci prendiamo cura del mondo e questa azione si riflette su di noi rendendoci felici.

Oggi siamo in un periodo della nostra vita nel quale abbiamo deciso di prenderci cura del mondo più vicino a noi. Ci prendiamo cura di un piccolo appezzamento di terra vicino a casa che era abbandonato. Vedere che, con fatica, i pomodori, la lattuga e i tulipani vincono la loro battaglia contro la gramigna ci rende felici. Abbiamo deciso di prenderci cura di Giulia, una bambina di 5 anni, che è stata tolta alla famiglia e da 3 mesi vive con noi. Vediamo Giulia che gioca serena, canta sotto la doccia, sorride e, con fatica, vince la sua battaglia contro le paure e i brutti ricordi. E tutto questo ci rende felici.

Nonostante la vita ci presenti le più belle immagini nel nostro venire al mondo, a tutti viene presentata l ‘inquietudine della strada. Partiamo con un bagaglio emotivo che ci contraddistingue e ci aiuta ad affrontare in maniera differente l ‘uno dall’ altro le sfide quotidiane.
E proprio su quest’ultima , creiamo una rete di relazioni con un infinito mondo. È come avviarci tutti insieme da un unico blocco di partenza sprovvisti di qualsiasi strumento, e ,una volta oltrepassata la linea, comincia il proprio viaggio. Ed è dai primi passi che ci accorgiamo di quanto non si possa camminare soli, di quanto tutto questo vagare ci porta a confrontarci con tutto quello che ci sta intorno. Sia esso un nostro simile che la nostra madre terra. Per un attimo, a volte, ci guardiamo indietro e ci accorgiamo che noi stiamo dove stiamo perché chi ci ha generato si è preso cura di noi. Se il nostro cammino ha generato fiducia e amore nel nostro cuore , posiamo lo sguardo sulle persone che ci stanno accanto e cominciamo a tessere relazioni.  Non sempre però quello che vorremmo come traguardo ci è donato e così quello che una volta speravi potesse essere , non avverrà mai. E con l ‘aiuto e la forza di chi ti accompagna aggiungi un tassello al tuo carattere. Abbiamo cominciato a pensare che prendersi cura di qualcuno che irrompe nella tua vita attraverso il dono dei sentimenti potesse essere un buon proseguimento di strada e ci siamo accorti che continua a generare piccoli solchi che col tempo si trasformeranno in nuove strade percorribili da persone che non avremo modo e fortuna di conoscere. Ecco, forse, prendersi cura ad oggi può significare questo: allargare le braccia a coloro ai quali la strada era stata impedita. La natura ha voluto che la nostra famiglia avesse una sua storia.
Non ho sentito crescere un figlio nella pancia, non ho sentito il primo battito del suo cuore, non l’ho visto nascere. Essere mamma e papà per noi è stato veramente scegliere di esserlo, è stato accogliere Andrea e Michela nei nostri cuori. ASPETTARE e ACCOGLIERE
Aspettare che arrivasse il momento, che tutto fosse pronto, che ci fossero tutte le condizioni giuste, un lungo tempo dell’attesa con tanti sentimenti, emozioni, sensazioni e poi, in poco tempo, accogliere senza giudizio, semplicemente accogliere. Altro da me, altro da noi, ma subito amore.
Ohana significa famiglia, e famiglia vuol dire che nessuno viene abbandonato o dimenticato
(Lilo e Stich).

Anna & Fabio; Carola & Franco; Enrico & Valeria; Simona & Pier

E’ la cura che rende possibile la rivoluzione della tenerezza dando la priorità al sociale sull’individuale e orientando lo sviluppo verso il miglioramento della qualità di vita degli umani e degli altri organismi viventi. La cura manifesta l’essere umano complesso, sensibile, solidale, cordiale ed in connessione con tutto e con tutti nell’universo. ” Leonardo Boff

 

 

CIRCOLARE NAZIONALE, APRILE 2017

dalla Rete di Verona

Ripensavo a 2 grandi anniversari che ci hanno coinvolti in questo periodo, il centenario della Prima Guerra Mondiale, la Grande Guerra, che ha segnato profondamente l’Italia e l’Europa, le famiglie dei nostri nonni e padri, che hanno condizionato la nostra educazione e il nostro ieri, quindi anche tutta la nostra mentalità in formazione. Quale speranza si aspettava, dopo Caporetto 17, dopo tanti morti, invalidi, disastri, devastazioni ? Quale ricostruzione era possibile ? Quale solidarietà, verso popoli vicini che erano stati ed erano i nostri nemici ? Un termine che sembra lontanissimo, ma che è ancora usato verso certe persone, che non la pensano come noi, o che sono presentati così.

Il secondo anniversario è più vicino, e si riferisce ai 60 anni dai trattati di Roma, con la nascita dell’Europa unita, prima solo come Comunità economica, poi con l’Unione europea, che traballa fortemente, ma che comunque ci ha portato una pace insperata per decenni, dopo una guerra peggiore della prima, dopo i milioni di morti dei combattimenti, delle deportazioni e della Shoah, Unione che ha abbattuto le frontiere e ha permesso una nuova civiltà in Europa.

La nostra vita è cambiata dopo quelle ricorrenze, ed è stato più facile costruirsi una vita più solida e solidale, che cercasse una giustizia più vera e solida, col riconoscimento dei diritti di tutti, vicini e lontani, con leggi che tutelassero le nostre famiglie e i nostri figli. E quando Ettore Masina ci ha proposto di associarsi in questa piccola associazione (la Rete) a molti di noi è sembrato che fosse possbile realizzare quegli ideali di giustizia e di umanità anche con quelle piccole azioni che Paul Gauthier, e Ettore Masina con lui, proponevano, per essere concreti e non solo teorici, non solo con ragionamenti e ideologie, ma con azioni reali di sostegno, perché chi cercava più diritti per sé e più giustizia per i propri figli non ricevesse belle parole, ma un aiuto concreto di sostegno, e un’azione politica diretta anche nel nostro paese, non sui governi dei paesi lontani, su cui possiamo agire ben poco, in modo da favorire l’azione politica di chi nel suo paese cercava più libertà e diritti.

Quella ricerca di giustizia è passata, e passa ancora, attraverso relazioni e conoscenze, attraverso persone, attraverso discussioni e ascolti, tutti sempre fecondi e istruttivi, che hanno aiutato a costruire la nostra umanità e la nostra vita, non tanto a costruire un fondamento teorico e ideologico alle nostra idee politiche, ma piuttosto ad agire in modo da favorire le possibilità di tutti, non in nome di chi ha ragione, che non interessa, ma di chi possa vivere di più e meglio.

Vorrei indicare tre categorie di persone con le quali è stato possibile, e lo è ancora, anzi è necessario, discutere e confrontarsi, in 3 ambiti diversi e importantissimi. Il primo confronto è con gli amici, con cui ci siamo associati ed abbiamo fondato o aderito a questa associazione di solidarietà, con cui assistiamo a dibattiti, a prese di posizione, a proposte. Ed ogni volta che ci incontriamo con essi, con questi amici, siano del gruppo locale o siano del gruppo più ampio, a dimensione nazionale, come nei Convegni o nei Seminari, o nei Coordinamenti, vediamo negli altri il nostro stesso impegno per una società più giusta, per una famiglia aperta e alla ricerca di una giustizia più grande e profonda, e possiamo confrontarci più o meno alla pari, per capire dove sono arrivati gli altri, quali sono i loro interessi e il loro impegno, con le collette e i progetti di solidarietà, che non sono veri progetti, perché non ci sono obiettivi e controlli di efficienza dell’uso dei soldi.

La seconda categoria di persone con cui abbiamo imparato a confrontarci, sia pure con molti limiti e con pochi aspetti di confronto, è quella che si riferisce ai nostri referenti lontani, a chi ha proposto e gestisce queste piccole iniziative di sostegno in paesi poveri e lontani, a cominciare dalla Palestina, la regione in cui abbiamo iniziato il nostro impegno, per contrastare le enormi ingiustizie e le persecuzioni che hanno sopportato e continuano a sopportare, senza apparente speranza, con questo muro che divide con vergogna, con questi insediamenti che tolgono la terra e la dignità, e le possibilità di autonomia e resistenza. E abbiamo così conosciuto gente dappertutto, o quasi, nel Brasile dei perseguitati politici, nel Cile che cercava una nuova speranza politica, repressa ben presto nel sangue, nell’Argentina dei desaparecidos e di tante altre categorie di poveracci, nel Guatemala degli indios perseguitati e umiliati, nella Haiti della disperazione che una ragazza riesce a illuminare, dando nuove speranze di istruzione e di indipendenza, anche nei disastri del terremoto e della natura, e in tanti altri paesi dell’America Latina, nella Siria dei cristiani isolati e perseguitati, nel Congo, nella Repubblica Centrafricana, nel Ghana ora, e così via in tanti paesi e in tanti luoghi lontani dove qualcuno si è fatto carico di un progetto di nuova umanità che abbiamo sostenuto.

E ognuna di quelle persone che abbiamo conosciuto ci ha mostrato le sue difficoltà, ci ha insegnato la sua geografia, la sua storia, con cosa deve lottare per cercare nuove possibilità di vita e di autonomia, di giustizia, nel suo paese. E ognuno di noi della Rete ha così conosciuto delle persone che faticosamente danno un nuovo senso alla loro vita e al loro paese, con noi che col nostro piccolo aiuto ci mettiamo accanto a loro, per aiutare con la nostra piccola colletta di restituzione quel loro progetto, che faticosamente procede e dà nuove opportunità di umanità e di indipendenza. Sono conoscenze molto importanti, ci hanno segnato la vita, abbiamo aperto le nostre famiglie a nuove logiche e a nuove dimensioni, abbiamo imparato cosa significano certi nomi di luoghi lontani, che abbiamo anche visitato o che abbiamo ascoltato descritti da quei nuovi amici che ci sono venuti a conoscere e ad interpellare.

La terza categoria di persone con cui ci confrontiamo e ci siamo confrontati sono le nuove generazioni, sono i figli e i nipoti, che hanno un’altra mentalità e un’altra umanità, che probabilmente non proseguiranno il nostro impegno nella rete, ma che comunque proseguiranno bene o male il nostro impegno per una società più giusta, per avere loro un lavoro più dignitoso e sicuro, per creare una nuova società, che sarà certamente diversa, come loro saranno diversi.

Ecco perché sono partito dal centenario della grande guerra, per passare dai trattati di Roma e all’Europa degli ideali, dell’utopia, della profezia, come l’hanno proposto i nuovi segretari, Monica, Pier e Angelo, ideali che si sono meglio definiti nel confronto con gli amici e con i rappresentanti di tanti paesi lontani, che potrei descrivere con centinaia di nomi e di persone che ci hanno incontrato nella nostra piccola associazione, tutti con la loro gentilezza, la loro timidezza, e insieme la loro grande dignità e preparazione politica, costruita sulla loro pelle e con grande fatica, perché pochi hanno fatto scuole alte. E tutti ci hanno dato tanto, come esempio.

Vi propongo un paio di ricordi personali particolari, da vecchio della rete: viene a parlarci alla R di Verona un vecchio prete brasiliano, anni 75, bravissimo, della teologia della liberazione, di Sao Paulo, serio e concreto, e quando lo accompagno al mattino al treno, mi chiede a me veronese com’è l’Opera in Arena, e devo cantargli sottovoce il “Va’ pensiero”. Commovente ! O la Rigoberta Menchù, che dorme a casa nostra, non ancora Premio Nobel (90?), e la sera (alle 24) guarda alla nostra televisione un servizio su come la sua azione di denuncia in Guatemala aveva avuto una grande eco, importante, e per questo era stata imprigionata all’aeroporto: era stanchissima, ma si è subito rianimata, ha guardato tutto interessata e sorridendo, e ha chiesto un caffé.

Due piccoli esempi, ma tutti gli amici della Rete che hanno ospitato ospiti lontani hanno goduto questo rapporto previlegiato e fecondo, e possono raccontare episodi pregni e simpatici.

Ora il rapporto nuovo e importante è con le nuove generazioni, con la nuova società, con figli e nipoti, per costruire nel confronto la nuova umanità, una nuova giustizia, per eliminare il male e imparare il bene, come dice papa Francesco, il nostro nuovo profeta, non solo religioso (anche lui viene dalla fine del mondo), e sa insegnarci cose nuove, in questo nuovo mondo che attraversa crisi enormi, il clima e l’ambiente cambiano, cambia la tecnologia che sconvolge tutti e tutto, è globale, la finanza criminale si arricchisce sempre più a scapito dei poveri, che scappano e migrano, per fuggire dalla guerra e cercare una nuova vita. E vengono qui, e chiedono aiuto, aprendo nuovi problemi e scandali.

Un saluto affettuoso e un abbraccio solidale


Dino, R di Verona

CIRCOLARE NAZIONALE MARZO 2017

Buongiorno a tutti. Vorremmo Vi giungesse il fraterno, caloroso abbraccio della segreteria.
Soprattutto a coloro che non abbiamo ancora avuto occasione di incontrare personalmente.

Quel clima di famiglia allargata è forse l’aspetto più peculiare ed importante della Rete.
“ Un circuito di affetti profondissimi al servizio dei poveri a cui vengono negate giustizia e libertà ma che a questa negazione non si arrendono”. 1

Emozione in “ScalzaRicerca ” potremmo definirla. Che non è un laboratorio scientifico asettico di analisi ma una serie di piccoli, semplici testimonianze di “mondi diversi possibili ”.
Una ricerca che non si sceglie ma si scopre insieme, camminando. Con la lungimiranza di chi

“camminando si interroga ” sui motivi e le ricadute del proprio operato.

Già interrogarsi.

In questi primi mesi di segreteria abbiamo raccolto la forte esigenza di un confronto su

Quale Solidarietà la Rete debba metter in campo in questa modernità liquida “.

Da tempo questo argomento affiora inespresso nei nostri incontri. A Roma, in occasione dell’ultimo coordinamento, è divenuto esplicito con la richiesta alla segreteria di disegnare un percorso che ci aiuti a condividere una risposta a tale domanda.

Un quesito non originale che ha attraversato ciclicamente l’inquieto cammino della Rete. Soprattutto in periodi di grande fermento e trasformazione storico – sociale.
E se tempi e contesti mutano ci pare normale, anzi doveroso, ritornare a verificare il significato del proprio agire. Il tornante di storia che stiamo attraversando ha tutte queste caratteristiche.

Percepiamo tutti la difficoltà e la fatica a vivere un contesto inafferrabile, foriero di cambiamenti repentini ed epocali. In un tempo che si è fatto breve. 2

Forse davvero siamo chiamati all’Ascolto. Del Noi, del Qui e del Là.
Diamoci tempo. Concediamoci gli spazi di un confronto, di una comune riflessione.

Per non farsi travolgere da insicurezze e ansie. Per non cedere al “Demone della paura “.3

Interrogarsi sul “Quale solidarietà ? ” vuol dire interrogarsi su “Quale Rete ?

Cioè andare all’essenza della nostra stessa identità.

Non per ricercare appartenenze esclusive, omologate e uniformanti ma, appunto, per verificarsi e, se necessario, ridefinirsi al veloce mutare di questi attuali, liquidi contesti.
Se è certo che esista già una identità di Rete dalle forti radici, imprescindibile e da custodire4, è altrettanto vero che, nel contempo, vada ricercata una identità di Rete in divenire, dacostruire .

Lo scopo non è quello di individuare delle regole ma rifinire un Noi, plurale e inclusivo.
Perciò c’è necessità di un percorso capace di armonizzare le nostre unità e differenze.
Dentro e fuori. Perché identità e solidarietà sono interdipendenti.

Un percorso quindi, perché una riflessione seria su tale argomento deve avere spazi e tempi
consoni all’ascolto. Partire da noi cercando di arrivare agli aderenti della Rete tutta .

Tenteremo di disegnare quell’itinerario coinvolgendo Singoli, Reti Locali e Rete Nazionale.
Obiettivo ambizioso. Non sarà facile trovare modi e strumenti opportuni.
Ci proveremo. Anticipatamente chiediamo a tutti la disponibilità a “mettersi in gioco ”.

La Rete è un variopinto e ricchissimo macramè .
Del cui ordito, tessuto nel locale telaio, poco conosciamo. 5

All’interno del nostro gruppo ci sono storie di vita personali fantastiche.

Dovremmo imparare a godere un po’ di più di noi stessi.

Conoscersi e nutrire quella relazione che tanto auspichiamo nei rapporti con il “”.

Antidoto alle posizioni difensive, al “ non detto ”.
Al rischio di diventare il “consiglio di amministrazione delle nostre operazioni”.

Per ritrovare significati, valori condivisi ed affinità di intenti.

Memori della nostra innata precarietà e fragilità che regolarmente sperimentiamo nella frequentazione delle diversità.

Ribadiamo che la ridefinizione della nostra piccola, leggera struttura ha bisogno di tutti.

Di ogni piccolo mattoncino. Grande e Piccolo. Nuovo e Vecchio.

Salvaguardando le diverse e feconde attività dei gruppi locali, ritrovarsi resta indispensabile.
L’ incontro personale, l’affetto ed il calore sono momenti insostituibili per nutrire la relazione.

Come segreteria, rimarchiamo l’appello alla partecipazione dei singoli e delle reti più giovani.

I “veterani” della Rete non lesinano il loro apporto e la loro esperienza.

Non perdetevi questo patrimonio umano e la vita che ne fluisce.

Da più di cinquant’anni hanno costruito, arredato questa abitazione.
A volte ristrutturando, l’hanno resa calda, aperta, accogliente.

Scansando l’intento del far proseliti e l’ansia del perpetrarsi e pronti a “chiuder l’uscio” nel caso tale dimora avesse perso senso e funzione.

In conclusione se “questo gruppo di riferimento e non di appartenenza6 ha un qualche valore, l’invito è quello di investirci un po’ di energie e tempo.

Il salotto entro cui ora siete accolti sarete soprattutto Voi ad abitarlo.

Sempre che decidiate di raccoglierne l’eredità.

Un rinnovato abbraccio dalla segreteria
Angelo, Monica e Pier

1 Ettore Masina ( dal discorso di addio alla RRR).

2 Papa Francesco (EG 223) « Dare priorità al tempo significa occuparsi di iniziare processi più che di possedere spazi.
[..] Si tratta di privilegiare le azioni che generano nuovi dinamismi. [..]

Senza ansietà, però con convinzioni chiare e tenaci » .

3 Zygmunt Bauman

4 Lo spazio per la “Narrazione” dei nostri coordinamenti ha questo significato. Senza memoria non c’è profezia.
Senza salde radici non possiamo sporgersi verso l’altro.

5 Ne è un esempio la scheda raccolta delle esperienze personali e di Rete locale con Migranti e Richiedenti Asilo.

6 G. Montagnoli – E. Ongaro “ Vivere la Rete, tra memoria e futuro ”. Seminario Nazionale RRR – Rimini 1999

CIRCOLARE NAZIONALE FEBBRAIO 2017

“Parrocchie monasteri e santuari d’Europa accolgano una famiglia di profughi a iniziare da Roma e dal Vaticano” (Papa Francesco, appello del 6 settembre 2015)1.

“Visto che noi siamo, per voi, infedeli: ma perché non ve ne andate nel vostro CALIFFATO di Iraq con il santo califfo El Bagdadi il quale vive di armi e uccide a tutto spiano coloro con non sono sunniti?” (Parroco di Gorino (MN)), lettera affissa fuori dalla chiesa parrocchiale, 27 ottobre 2016)2.

“La gente è preoccupata perché non sa darsi ragione di quanto avviene e anche perché dubita che gli occupanti siano persone clandestine, senza alcun controllo e lasciati liberi di agire a piacimen-to. Gli avvenimenti recenti creano sospetti e inquietudini nella popolazione. Ricordo che i locali in oggetto sono collocati proprio di fronte all’Oratorio della Parrocchia ed i genitori vedono con preoccupazione questi insediamenti e occupazioni abusive” (Parroco di Villa San Giovanni (MI), lettera alla Questura, 30 dicembre 2016) 3.

Tre diverse prese di posizione della Chiesa, a diversi livelli e latitudini, rispetto al fenomeno dei mi-granti. Sono, credo, interessanti, sia perché la Chiesa Istituzione è, o pretende di essere, il maggiore riferimento etico nel nostro Paese, sia perché essa è una delle pochissime istituzioni, forse l’unica diffusa in modo uniforme e capillare.
Facile sarebbe liquidarle, tutte, in maniera superficiale:
L’appello del Papa è una presa di posizione animata da buone intenzioni, da parte di chi non ha la minima percezione dei problemi reali. Non a caso, l’ineffabile Salvini lo ha prontamen-te invitato ad iniziare con l’ospitare i migranti a casa propria.
La lettera del Parroco di Gorino è un volgare rigurgito di razzismo ed ignoranza.
Quella del Parroco di Villa San Giovanni, una reazione “di pancia” al fatto che pochi giorni prima, nella vicina Sesto San Giovanni, veniva ucciso Anis Amri, l’attentatore di Berlino.
Credo, invece, che esse siano facce della stessa medaglia, che ci offrono prospettive diverse e, a vol-te, spiacevoli di un fenomeno estremamente complesso. Facce particolarmente significative, perché provenienti, come dicevo, da un osservatorio molto qualificato.

Dobbiamo pur dircelo: l’accoglienza non è una passeggiata. E’ una strada irta di difficoltà sia per “noi”, spesso costretti nei nostri piccoli orizzonti e nelle nostre, altrettanto piccole, avarizie; sia per “loro”, che arrivano da mondi alieni, senza il bagaglio di un minimo di cultura e di esperienza di vi-ta. Immaginarla come una marcia dalle sorti inevitabili, magnifiche e progressive non è utopistico: è stupido.
La solidarietà ai migranti ci costringe a sporcarci le mani, ben consapevoli del rischio di scottature e delusioni. Farlo è, però, una scelta inevitabile: le migrazioni continueranno per decenni e non potre-mo tenere altrettanto a lungo la testa sotto la sabbia. E, poi, che uomini saremmo, se continuassimo a vivere le nostre piccole vite protette, senza neppure accorgerci del dramma epocale che sfiora le nostre porte?

Cosa fare, allora? Qualche volta, fortunatamente, la stessa realtà, ci offre le risposte. Questa la lette-ra scritta al quartiere, dagli occupanti dell’immobile di Villa San Giovanni, con l’evidente aiuto di qualche volontario o operatore sociale che già si interessa a loro.

Residenti del quartiere, non abbiate paura, chiediamo solo solidarietà

Il 21 dicembre siamo entrati negli ex uffici di via Fortezza, 27 alla ricerca di un riparo dal freddo inverno cittadino.
Siamo emigranti chi da pochi mesi chi da anni
Siamo fuggiti a causa di guerre, dittatori, rapitori di ragazzi per costrigerli a diventare militari, fabbricanti di armi.
Siamo fuggiti anche a causa di fame e povertà dovute alla scelte internazionali e delle multinazio-nali che hanno impoverito i nostri paesi
Siamo qui, senza distinzioni tra chi è emigrato per guerre o per ragioni economiche: in realtà sia-mo tutti vittime di guerre anche non dichiarate, come quelle economiche, le stesse che voi tutti state subendo a causa di questa crisi ed un sistema ingiusto
Dormivamo per strada, continuiamo a mangiare nelle mense dei poveri quando riusciamo, siamo capaci di lavorare e di fare tanti mestieri. Con il vostro aiuto e la vostra accoglienza possiamo di-ventare una risorsa per il quartiere e per la città.
Nei nostri paesi abbiamo imparato ad essere utili e potremmo esserlo anche qui se ci fosse la possi-bilità.
Vogliamo farci conoscere per costruire insieme un percorso di reciproco rispetto. Non è scatenan-do una guerra tra poveri che possiamo risolvere i problemi.
Vi chiediamo di abbandonare ogni forma di pregiudizio e di collaborare insieme per restituire al quartiere uno spazio che possiamo riqualificare con il nostro lavoro e la vostra solidarietà.
Vi invitiamo lunedì 9 a prendere il tè con noi, alle 20.30 per conoscerci, parlare e costruire insieme un percorso comune di condivisione degli spazi”4.

Aggiungere qualcosa rischia di essere presuntuoso o, almeno, ridondante. Mi limito ad osservare che questa è l’integrazione che serve; un’integrazione che passa, nel piccolo, dai rapporti tra le per-sone, che non è mai uguale a sé stessa, perché si adatta alle situazioni e che richiede duttilità e fan-tasia.
È quasi paradossale che un fenomeno dai numeri enormi, come quello degli attuali flussi migratori, trovi risposta nell’impegno, caso per caso, di singoli o di piccoli gruppi. Mi chiedo se ci saranno ab-bastanza uomini e donne di buona volontà per accettare questa sfida. Credo, però, che essa sia, pri-ma di tutto, un’opportunità per tutti noi, per uscire dalla prigione di agi e compromessi ci siamo costruiti intorno: un assetto sociale che scricchiola da tempo e, comunque, ci sta stretto.

Rete Radié Resch Varese

Lettera nazionale di gennaio 2017  da Maria Cristina Angeletti gruppo di Macerata

Cari amici,
gli Appennini scivolano verso l’Adriatico di 40 centimetri al secolo; ogni anno 20 mila terremoti in Italia,  ma gli studi di sismologia sono i meno finanziati in Europa.
Continua a tremare la terra in Centro Italia. Il 2 gennaio tanta paura nella zona di Perugia per una scossa del quarto grado della scala Richter; dopo gli strumenti hanno registrato ben 40 movimenti tellurici più lievi. Il commissario straordinario annuncia fondi per la ricostruzione ma ci vorrebbero anche tanti finanziamenti in più per la ricerca in un paese sismico come il nostro.
Sono passati 4 mesi dal primo violento terremoto del 24 agosto, ma per fare il punto della situazione “dobbiamo considerare che questi terremoti sono legati al fatto che gli Appennini si stanno estendendo lateralmente (lo dice Carlo Doglioni presidente dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia) verso l’Adriatico con un’apertura di circa 4 millimetri l’anno che in un secolo fa quaranta centimetri, in tre secoli 120 centimetri; quindi  elementi separati o blocchi della crosta collassano rilasciando energia”.
I terremoti sono, appunto, la dimostrazione della vitalità della terra e molti di questi sono sotto la soglia della sensibilità umana, ma vengono registrati solo dagli strumenti.
“Nel caso specifico abbiamo appurato che l’Appennino ha delle fette che scendono e collassano e, a seconda della dimensione di questi elementi o prismi della crosta, aumenta la magnitudo; più è grande l’elemento, più è grande il terremoto. Ad esempio il terremoto più grande degli ultimi anni quello dell’Irpinia è stato di magnitudo 6.9, la crosta si ruppe  per una lunghezza di 40/50 chilometri e una profondità di 15 Km, nel caso specifico dell’ultimo terremoto del centro Italia esso è avvenuto a una profondità di 10 Km e per una lunghezza di 30/40 Km”.
La terra, quindi,  dissipa energia attraverso terremoti e vulcani con un grande mistero per noi poiché conosciamo solo i primissimi Km che stanno sotto i nostri piedi; in un paese sismico come il nostro  investire in ricerca sarebbe vitale, eppure l’Istituto Naz. Di Geofisica e Vulcanologia per studiare l’interno della terra ha un finanziamento che  corrisponde a 1/10 di quelli europei.
“Il lavoro da fare è immenso, la carta geologica d’Italia è stata completata solo a metà, tante  sono le ricerche da portare avanti: per esempio, afferma sempre il geologo Carlo Doglioni, una tecnica molto importante per studiare il sottosuolo è quella della “ sismica riflessione”, una tecnica che è stata importata negli ospedali con l’ ecografia, che ci permette di avere una radiografia del sottosuolo e ci illumina su come sono posizionate le faglie. Un altro punto importante è cercare di capire come si distribuisce la sismicità in profondità in funzione della temperatura in quanto più la crosta è calda più  sottile è il livello di crosta che si comporta in maniera fragile e produce  terremoti; se la sismicità si concentra entro i 10 /15 Km che sono la parte fredda della crosta, la parte sottostante rimane in un regime stazionario, essendo la temperatura più alta, di conseguenza non si manifestano terremoti. Quindi studiare lo spessore di questo livello è già molto importante per determinare quali sono i volumi che potranno attivarsi e quindi la magnitudo dei terremoti. I terremoti si realizzano dopo secoli durante i quali la crosta viene dilatata o compressa e sono solo l’ultimo momento in cui si dissipa un gradiente di pressione che può essere o una pressione legata a un gradiente gravitazionale o una  pressione generata da un fenomeno elastico”.
Queste le nozioni che abbiamo appreso in seguito all’ultimo terremoto di agosto seguito dal più potente del 30 ottobre; ma le scosse seguitano tutti i giorni a migliaia; tutti i giornali locali hanno riportato teorie e studi sui terremoti e noi, terremotati, ci siamo resi conto di quanto sia fragile il nostro territorio visti i numerosi eventi sismici che lo hanno coinvolto e i gravi danni ad esso apportato. Ci consola saper che si tratta di energia che si irradia dalla terra; a me viene spontanea una domanda: perché non sfruttiamo questa energia invece di “dissiparla” come dice lo studioso di terremoti? So che esistono impianti geotermici per sfruttare il calore terrestre, ma un terremoto ne sprigiona moltissimo di più!
Ora nelle nostre regioni si parla di ricostruire tutto come prima ma, ho fatto un giro nei dintorni della mia città e devo dire che ci sono dei borghi completamente rasi al suolo come Pievetorina, Pievebovigliana, o  Caldarola, Camerino, Visso, Sanginesio, questi ultimi meno danneggiati, ma con centinaia di persone senza più una casa.
La tavola rotonda su “I centri storici da salvare” svoltasi nei locali del museo “La Tela” in vicolo Vecchio 6 a Macerata, che ha organizzato l’evento insieme all’Associazione “Arti e mestieri”, ha fatto emergere diverse criticità e non ha certo deluso i numerosi presenti desiderosi di ascoltare gli autorevoli interventi dell’onorevole Irene Manzi, Daniele Salvi, capo di Gabinetto della presidenza del consiglio regionale, il rettore dell’università di Camerino, Flavio Corradini, l’architetto della Soprintendenza Pierluigi Salvati, il presidente del Gal Sibilla Sandro Simonetti e il geologo Gilberto Pambianchi. Infatti tutti hanno esplicitato i propri concetti e le proposte più concrete dicendo “pane al pane” e “senza peli sulla lingua”. E’ emerso innanzitutto un concetto fondamentale: “Non si può ricostruire tutto come era prima sullo stesso posto” come erroneamente affermato dalle tante autorità istituzionali che hanno fatto visita ai terremotati. Infatti  spesso non è possibile perché il terreno è in frana e prima di avviare la ricostruzione bisognerà sentire i geologi per fare un sondaggio dell’area su cui poggiare le fondamenta.
Altro concetto fondamentale: “L’area interessata dal sisma da sempre è soggetta al terremoto. Pertanto la ricostruzione deve essere fatta in sicurezza”. Inutile ricostruire senza pensare che tra venti o trenta anni ci sarà un terremoto che forse (anche se speriamo di no) distruggerà di nuovo. Sarebbero soldi buttati via. Bisogna che l’investimento per ricostruire sia un investimento valido e solido e non una “perdita”.
Terzo concetto importante: “Bisogna ricostruire un edificio pubblico (municipio, ospedale, teatro) o un edificio di pubblico interesse (chiesa, museo, casa di riposo ecc.) non solo pensando che debbano avere la massima solidità e sicurezza ma anche che siano funzionali a determinati obiettivi”. Inutile ricostruire un teatro o una chiesa per tenerli chiusi. E’ la comunità che deve farsi carico di scegliere anche la propria vocazione (turistica, artigianale, commerciale ecc.) per far sì che quegli edifici siano vissuti, frequentati, utili per tutti. Questo ad evitare, come successo a Nocera Umbra dopo il sisma del 1997, che nonostante la ricostruzione degli edifici la gente  ha preferto stabilirsi in luoghi più sicuri.
E poi, nel mettere in sicurezza ad esempio una chiesa, non si può pretendere che tutto torni esattamente come prima anche perché sicuramente, anche in passato, per altri terremoti, avrà subito delle manomissioni. Quindi se si vede un cavo, un gancio o una staffa che sono indispensabili per la sicurezza dell’edificio non deve essere questo a farci gridare allo scandalo per una  ricostruzione approssimativa.  A questo proposito è stato fatto l’esempio della torre di piazza S.Marco a Venezia che è stata ricostruita sullo stesso posto ma non proprio come era prima. E’ stato anche riconosciuto che in passato, anche nel sisma del 1997 sono stati fatti degli errori. Innanzitutto perché c’era il concetto che i tetti dovessero essere ricostruiti in calcestruzzo senza pensare che i vecchi muri (vecchi anche più di cento anni) non avrebbero retto. Altro problema, vissuto nel 1997 ma che si ripeterà anche nella ricostruzione di oggi, è costituito dal fatto che non c’è la “storia degli edifici” e quindi non si sa come sono stati costruiti in origine. Si possono fare solo delle supposizioni. Così nel 1997 ci fu molta attenzione nella ricostruzione di edifici nobiliari e di palazzi storici con molte riunioni di tecnici specialisti delle varie materie, per esaminare tutti gli aspetti della ricostruzione. Ma non è stato sufficiente perché il sisma attuale li ha danneggiati come gli altri.
È stato sollevato anche il problema della proposta che sta emergendo da più parti e che non trova sicuramente l’adesione del popolo dei Sibillini. Proposta, avanzata sembra in alto loco (ovviamente per risparmiare), di creare, nella ricostruzione, degli edifici multifunzionali come ad esempio una casa di riposo unica per 4/5 Comuni, oppure un unico grande edificio in cui mettere tutte le opere d’arte. Seguendo questa ipotesi si potrebbe pensare anche ad un teatro unico per tutto l’alto maceratese, una sola chiesa, un solo cimitero e perché no una sola farmacia, un solo ospedale. Ma questo, per fortuna, non è stato ancora deciso, bensì lo spettro di questa soluzione è balenata in non pochi dei presenti alla “tavola rotonda”. Come è evidente i problemi sono tanti e la gente è impaurita e diffidente sulle scelte proposte.
Concludo con la nota positiva del  successo del cenone solidale organizzato a Macerata il 31 dicembre per raccogliere fondi per i terremotati. Collegamento in diretta con le zone terremotate. Buona compagnia, l’enogastronomia del territorio, l’attenzione alle popolazioni terremotate e divertimento semplice, sono stati questi gli ingredienti del capodanno”Ancora in piedi” curato da “Marche moto- Comitato pro scossi” e patrocinato dal comune di  Macerata. L’idea di festeggiare in sobrietà è piaciuta ai maceratesi. Oltre  mille i presenti a cena e altri mille sono arrivati dopo lo scoccare della mezzanotte. A parte il freddo, l’organizzazione ha registrato un successo su tutti i fronti: l’utilizzo in cucina dei prodotti di qualità selezionati tra i migliori messi a disposizione dalle aziende della zona, gli ottimi piatti preparati da cuochi nostrani, il perfetto  servizio di sicurezza e l’area bimbi che ha funzionato benissimo con 25 piccoli che hanno passato la serata tra gonfiabili e giochi, seguiti da volontari;  la presenza di tanti volontari delle zone terremotate e non, sono arrivati giovani da diverse regioni d’Italia e perfino da Hong Kong.
Tra i canti degli stornellatori e l’esibizione del “ Il Riciclato Circo Musicale”,  il cui motto è “Non buttate via mai niente, anzi…SUONATELO!”una band di quattro musicisti i cui strumenti sono fabbricati con materiali di riuso esplorando il mondo dei rifiuti tecnologici e del loro riutilizzo in musica, con nomi immaginari come la Cassettarra, il Bassolardo, lo Stirofon, il Barattolao, non è mancata la manifestazione di vicinanza alle popolazioni terremotate grazie a un collegamento con i vissani che sono voluti rimanere  nel loro comune di origine. I tanti terremotati presenti si sono sentiti a casa. E’ stato un modo per guardarci tutti negli occhi e capire che la solidarietà è importante. Uno degli organizzatori ha affermato: “ Stiamo pensando di organizzare un altro evento, questa volta nelle zone colpite dal sisma”.
BUONA EPIFANIA A TUTTI E…SPERIAMO IN UN ANNO MIGLIORE!!
Cristina

CIRCOLARE NAZIONALE DICEMBRE 2016 – RETE DEL TRENTINO

UTOPIA E RESPONSABILITÀ

Bisogna coltivare ogni giorno l’utopia e ispirarsi all’utopia in ogni azione quotidiana. Ma ci sono alcuni momenti nella vita in cui su tutto, anche sull’utopia, dovrebbe prevalere il principio di responsabilità.

Non è la massima di qualche filosofo, è una regola personale che mi sono costruito un po’ alla volta, riflettendo sull’impegno sociale e politico che anima anche noi della Rete, e che vorrei condividere con voi, anche se probabilmente non tutti saranno d’accordo con me. Ma è sempre utile confrontarsi. Approfitto della richiesta che mi è stata fatta, un po’ in extremis, di scrivere la circolare di dicembre, per esprimere alcune mie riflessioni personali anziché riferire su cose concrete come quelle raccontate dagli amici di Castelfranco Veneto nella bellissima circolare di novembre.

Anche noi come Rete trentina stiamo portando avanti iniziative concrete, con grande impegno e fatica, per dare il nostro contributo ai progetti di accoglienza dei tanti profughi e richiedenti asilo che arrivano ogni giorno. In questi anni di lavoro, in cui abbiamo incontrato tante difficoltà, burocrazia, ostilità, indifferenza e delusioni, se non fossimo stati mossi dall’utopia probabilmente ci saremmo arresi. E questo vale in generale per tutta la Rete, che da oltre 50 anni continua ostinatamente nella sua utopia nonostante sconfitte, fallimenti, senso di impotenza.

Perché nella mia riflessione iniziale contrappongo l’utopia al principio di responsabilità? Perché l’esperienza dimostra che ci sono momenti in cui si tratta di scegliere tra mali minori e mali peggiori. Il principio di responsabilità, cardine del pensiero del filosofo Hans Jonas, tedesco di origine ebraica, naturalizzato americano, riguarda soprattutto il rapporto tra l’uomo e l’ambiente naturale e si può sintetizzare nella massima: “Agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la sopravvivenza di un’autentica vita umana sulla terra”.

Ma questo principio si adatta a tutte le attività umane e in particolare alla politica. Negli ultimi tempi abbiamo assistito a comportamenti elettorali (Trump, Brexit …) in cui si intuisce che l’elemento determinante per la scelta degli elettori è stata la rabbia, un’emozione negativa che sta sostituendo motivazioni che in passato orientavano il voto, come l’idealismo, l’ideologia, il bene comune, o anche semplicemente motivi più terra terra, come l’interesse privato o il tornaconto personale. La democrazia sta attraversando una fase di stanchezza pericolosa: molte persone ritengono che andare a votare non sia poi così importante, che tanto le cose non cambiano mai, che votare l’uno o l’altro sia la stessa cosa. E’ proprio in questa apatia che si inseriscono gli avventurieri e i demagoghi. Si presentano come il pifferaio magico della fiaba, che promette mari e monti ma che alla fine porta tutti alla rovina. La storia è ricca di derive simili: basti pensare all’ascesa al potere di Hitler in Germania e di Mussolini in Italia. Spesso ci chiediamo come sia stato possibile e ci illudiamo che non possa più capitare. La delusione, il rancore, il risentimento si innestano sulla crisi economica, sull’ aumento delle disuguaglianze, sulle frustrazioni personali e sociali. La rabbia è un’emozione che oscura la razionalità. Quanto più il pifferaio urla, tanto più trova seguito in chi è arrabbiato. Tanto più esagerate sono le sue promesse, tanto più gli si crede. Per Grillo le elezioni americane sono state “un vaffa… generale”, un modo divertente per mandare tutto a catafascio. “Dare un calcio al sistema – scriveva tempo fa Ezio Mauro su Repubblica – risponde a un istinto di sovversione e di antagonismo più che a una domanda di politica e tantomeno di governo … Il voto è un rifugio di disagio,di rancore, di pretese più che di diritti, uno sfogo piuttosto che una scelta. Intanto diamo un calcio al tavolo del comando. Cosa ci sarà dopo il calcio? Nessuno se lo chiede. Le proposte del pifferaio non sono mantenibili, la rabbia fatica a trasformarsi in governo. Ma intanto rovesciamo il tavolo e godiamoci lo spettacolo, poi si vedrà”.

Dopo la Brexit e le elezioni americane, in Europa e in Italia tutti i movimenti populisti, razzisti e xenofobi si stanno preparando al loro momento di gloria: hanno capito che spararle molto grosse fa vincere le elezioni. Non importa se poi a pagare le conseguenze saranno proprio i più poveri e i più deboli, che sono anche i più arrabbiati. Domenica 4 dicembre le elezioni presidenziali in Austria sembrerebbero aver invertito questa tendenza, bocciando il candidato razzista e xenofobo. Ma le previsioni per le elezioni politiche austriache della prossima primavera non sono rosee. E’ proprio in vista di questi appuntamenti elettorali che il principio di responsabilità potrebbe fare la differenza. Ad esempio nelle ultime elezioni regionali in Francia, un accordo tra socialisti e centrodestra ha evitato la vittoria di Marine Le Pen e in Spagna il “sacrificio” dei socialisti che hanno accettato di astenersi sul nuovo governo, ha evitato un terzo pericoloso ricorso alle urne. In quest’ultimo caso si è assistito ad un classico esempio di contrapposizione tra utopia e responsabilità: la componente del partito socialista spagnolo che voleva “resistere” sui propri princìpi, insisteva per non offrire un aiuto al partito popolare, avversario storico, mentre la componente che ha optato per il senso di responsabilità ha preferito guardare all’interesse della nazione. Anche in Italia abbiamo avuto vari esempi di questa contrapposizione, ma il più emblematico penso sia stata la sfiducia al governo Prodi del 1998, caduto per un voto di Rifondazione Comunista, che ha aperto la strada ai governi Berlusconi. Sulle vere motivazioni di quel voto, e soprattutto sui registi occulti, molti sono ancora i misteri, ma i dilemmi di coscienza dei senatori del Prc furono reali: sostenere un governo non all’altezza delle aspettative della sinistra o farlo cadere e lasciare via libera alla destra peggiore?

Naturalmente chi sostiene che l’utopia deve sempre prevalere, contesterà questi ragionamenti. Ad esempio dirà che fra Trump e Clinton non c’era poi così grande differenza e che anche Obama non è stato propriamente un pacifista. Con questi ragionamenti, anche Mussolini andò al potere: i contrasti tra socialisti, popolari e liberali favorirono la sua ascesa e all’inizio quasi tutti si illusero che forse non sarebbe stato poi così male … La storia si incaricò di dimostrare il contrario.

Va da sé che il principio di responsabilità dovrebbe valere soprattutto pensando al bene comune e in particolare ai più deboli. Ad esempio, gli ultimi governi italiani a guida Pd non avranno fatto cose meravigliose in materia di immigrazione, anzi, ma di certo possiamo immaginare che cosa farebbero governi a guida leghista.

È evidente che non è sempre facile individuare quando una scelta politica può avere conseguenze talmente negative da richiedere di sacrificare l’utopia al realismo. Le difficoltà sono aumentate in Italia da quando non c’è più il sistema proporzionale, col quale si poteva votare scegliendo il partito o il candidato che ci sembravano migliori. Era un voto di testimonianza. Da quando c’è il sistema maggioritario si deve spesso scegliere tra chi ci sembra meno peggio. E non è proprio una scelta esaltante. Ma ricordo che anche quando vigeva il proporzionale, c’era una quota di maggioritario al Senato (almeno nelle regioni a statuto speciale): e succedeva sempre che i vari partiti a sinistra del Pci, piuttosto che votare il candidato comunista o socialista che aveva chance di riuscita (da notare che i socialisti a quell’epoca non erano ancora craxiani), preferiva disperdere il voto su candidati di bandiera, che regolarmente perdevano, col risultato di regalare tutti i senatori alla Dc.

Questa tendenza a far prevalere l’ideologia e la frammentazione sull’unità è una costante della sinistra e spesso anche dei vari movimenti che coltivano l’utopia. Ma a volte in vista del bene comune sarebbe più saggio cedere su qualche aspetto e cercare punti di incontro. Se l’utopia serve per continuare a camminare, come diceva Eduardo Galeano, e se è solo l’utopia (il miraggio) a mettere in moto le carovane, qualche volta il senso di responsabilità può far sì che le carovane non si perdano nel deserto.

Fulvio Gardumi