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“Aiutiamoli a casa loro”: questo slogan riecheggia spesso nella nostra epoca di rigurgiti po-pulisti e xenofobi. L’idea, in sé, non sarebbe neppure sbagliata: gran parte dei nostri simili sta bene a casa propria e, se migra, lo fa per bisogno o disperazione. Migliorare le condizioni di vita nei luoghi di provenienza, potrebbe realmente ridurre il fenomeno migratorio. Sbagliato è l’uso ipocrita che se ne fa: chi pronuncia questa frase, quasi sempre non ha la minima idea di come fare o, avendola, non ha la minima intenzione di farlo. Ecco, dunque, cinque “semplici” consigli, per “aiutarli a casa loro”.

1. Riconvertire la nostra industria bellica.
Secondo lo “Stockholm International Peace Research Institute”, l’Italia è al nono posto nel mondo ed al quinto in Europa tra i paesi esportatori di armi, con circa il 2,5 % del totale . Tra i maggiori acquirenti, Emirati Arabi Uniti, Turchia, Algeria, Israele, Marocco, Qatar, Taiwan e Singapore. Il nostro Paese ha una lunga tradizione in materia di produzione armiera: gli aerei e gli elicotteri in provincia di Varese, le mine e le pistole in provincia di Bresca, le navi a La Spezia, sono solo alcune delle “eccellenze”. In teoria, la vendita di armi a paesi stranieri è disciplinata dalla Legge 9 luglio 1990 n° 185 che prevede, tra l’altro, il divieto assoluto di vendita ai paesi in stato di conflitto armato o responsabili di violazione dei diritti umani. Divieto sistematicamente ignorato, come dimostrano le recenti forniture ad Arabia Saudita (conflitto in Yemen) e ad Israele (conflitto a Gaza). Per non parlare del-le c.d. “triangolazioni”, ossia vendite a paesi “puliti”, utilizzati come mere stazioni di transito. Inutile dire che i principali acquirenti di armi sono i paesi in guerra o che, a loro volta, arma-no milizie impegnate in guerre civili. Banalmente, le armi alimentano le guerre e le guerre produco-no morti e rifugiati. Vero è che l’industria armiera, come qualsiasi altra, crea ricchezza: ma a quale prezzo? Tra l’altro, molti studi hanno ormai accertato che l’aumento della spesa bellica non produce automatica-mente lavoro. Un programma di riconversione dell’industria bellica in industria civile potrebbe consentire al nostro paese di “chiamarsi fuori” da una delle principali cause di migrazione, senza incidere negativamente sull’occupazione.

2. Porre termine alle nostre “missioni di pace”.
L’art. 11 della nostra Costituzione stabilisce che “l’Italia ripudia la guerra … come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Infatti, ogni volta che, in ambito NATO, i nostri mili-tari sono impegnati all’estero, si parla di “missioni di pace”. Ma lo sono davvero? Iraq, Afghanistan, Libia, Siria sono terreni in cui abbiamo portato la pace? Con quali criteri sono stati scelti questi terreni? Perché, per esempio, non ci sono state “missioni di pace” per fermare le guerre civili in Repubblica Democratica del Congo o in Repubblica Centrafricana? Gheddafi era certamente un dittatore, ma non era l’unico e, probabilmente, neppure il più sanguinario. E’ evidente che l’impiego dei nostri militari risponde a logiche geopolitiche, più che umanitarie. E queste guerre, comunque si voglia definire la nostra partecipazione, hanno prodotto profughi, immigrati, richiedenti asilo. Basti pensare alla Libia divenuta, da paese accogliente per gli immigrati dell’Africa equatoriale, “porta” per il loro ingresso in Italia, attraverso il Mediterraneo.

3. Lottare concretamente contro i cambiamenti climatici.
Siccità, carestie, riduzione delle terre coltivabili sono la principale causa delle migrazioni c.d. “economiche”. Sempre che vi sia qualche differenza tra chi emigra per non morire in guerra e chi lo fa per non morire di fame. I cambiamenti climatici in atto stanno, del resto, colpendo principalmente i paesi poveri, in cui l’ecosistema è più fragile e l’economia si regge, in gran parte, sull’agricoltura di sussistenza. Con il triste paradosso che chi ne subisce le maggiori conseguenze è responsabile solo in minima parte della produzione dei “gas serra”, ormai quasi unanimemente indicati come causa del riscalda-mento globale. Eppure, il nord del mondo, che ne è invece il principale responsabile, non riesce assolutamente a trovare un accordo per limitare concretamente la loro produzione, malgrado l’esistenza, ormai da decenni, di valide tecnologie per la produzione di energia più pulita: basti pensare al foto-voltaico o ai motori ibridi, per le autovetture. E’ anche chiaro che, in questo ambito, l’iniziativa individuale serve a poco: è del tutto inutile, ad esempio, acquistare un’auto elettrica se, poi, l’energia che si usa è ancora prodotta da fonti fossili. Non solo: manca addirittura il coraggio di pubblicizzare e sostenere iniziative di “restituzione”, quale, ad esempio, la realizzazione, con il contributo di ONU e Banca Mondiale, della “Great green wall”, una muraglia di alberi larga 15 chilometri e lunga 8.000, destinata ad attraversare l’Africa dalla costa atlantica a quella dell’oceano indiano, per fermare l’espansione del deserto .

4. Boicottare le multinazionali agroalimentari e favorire il commercio equo.
Le multinazionali del settore alimentare fanno certamente parte del problema. Occupano il territorio con enormi appezzamenti di monocultura, distruggendo l’agricoltura di sussistenza ed impoverendo i terreni. Si appropriano delle risorse idriche, spesso scarse e le sfruttano in maniera indiscriminata (i nostri amici Mapuche ne sanno qualcosa). Utilizzano fertilizzanti chimici e pesticidi, senza preoccuparsi delle ricadute sull’ambiente e sulla popolazione. Sfruttano il lavoro dei locali, retribuendoli con paghe da fame. Tutto per portare sui banchi dei nostri supermercati le banane a 2 €. il chilo o il caffè a 2,5 €. la confezione e realizzare enormi profitti. Già molti anni fa, padre Alex Zanotelli diceva che oggi è possibile fare politica anche tra i banchi di un supermercato, semplicemente decidendo cosa comprare. Boicottare le grandi multinazionali e favorire il commercio equo, anche a costo di spendere di più, potrebbe essere un buon modo per “aiutarli a casa loro”.

5. Assumere iniziative internazionali contro il “land grabbing”.
Il “land grabbing” (accaparramento della terra) è un fenomeno geopolitico che consiste nel-l’acquisizione di terreni agricoli su scala globale da parte si soggetti stranieri, spesso con la connivenza del governo locale. Poco importa l’uso che poi se ne faccia: in realtà rurali, ciò causa l’allontanamento delle popolazioni che quella terra coltivavano da generazioni e la loro migrazione, nella migliore delle ipotesi, nelle grandi periferie urbane. Non si creda, poi, che tale modo di procedere sia una prerogativa esclusivamente cinese: basti pensare agli enormi latifondi della famiglia Benetton, in Argentina. E’ evidente che accordi internazionali volti a limitare il “land grabbing”, se concretamente rispettati, potrebbero rimuovere una delle cause del fenomeno migratorio.

Facile, vero? Sarebbe un modo per riconsegnare loro la speranza, l’unico vero motivo per non partire. Mentre ci organizziamo dovremmo, però, tutelare davvero chi, anche per causa nostra, attraversa deserti e mari per cercare, da noi, un mezzo per sopravvivere dignitosamente. Sarebbe un’occasione per restituire almeno una parte di quanto abbiamo loro tolto.
Rete di Varese

Circolare nazionale di dicembre 2018 – Clotilde Buraggi

27 novembre 2018
Carissimi amici della Rete, sono molto lieta di essere rientrata nella Rete e di essere stata accolta con tanto affetto. E’ stato giusto che Ettore abbia allontanato la sua presenza di fondatore per lasciare che la Rete si espandesse in modo più libero e comunitario, e i fatti hanno dimostrato che aveva ragione, sono poche infatti in Italia le associazioni che durano da tanti anni. Ma voi sapete che nonostante la nostra scelta voi siete rimasti sempre i nostri fratelli, se non di carne, di elezione e quando ci siamo allontanati abbiamo sofferto molto. Nel coordinamento Piemontese mi è stato affidato l’incarico di scrivere la circolare di dicembre, non l’ho mai fatto e mi sento abbastanza imbarazzata. Non essendo in grado di parlare delle operazioni, su cui non sono più aggiornata, ho pensato di riflettere con voi su un argomento che mi è venuto in mente proprio nel momento in cui lasciavo la Rete. Quale è il collante che ha tenuto insieme per tanti anni questa strana organizzazione senza capi e senza tessere? Sicuramente l’adesione a valori comuni che abbiamo cercato di incarnare. Ne elencherò solo alcuni non in modo esaustivo. La ricerca della giustizia e della verità anche in paesi lontani che presuppongono la conoscenza di realtà a noi sconosciute nel nostro ambito locale; la considerazione della profonda uguaglianza di tutti gli esseri umani anche diversi da noi e il rispetto per il loro ambiente. La consapevolezza come europei di dover risarcire quei popoli che con il nostro colonialismo abbiamo danneggiato. La particolare considerazione per i poveri e per gli impoveriti del pianeta a causa di sciagurate scelte politiche di cui magari siamo stati anche noi responsabili. L’attenzione al vicino, oltre che al lontano, una attenzione magari meno gratificante ecc. E’ ovvio che tutti questi sono valori umani, però la caratteristica peculiare e direi straordinaria della Rete è che convergono su questi valori persone che vi hanno aderito per motivazioni diverse, religiose e non religiose e stando tanti anni nella rete non mi è mai interessato sapere da quale motivazione derivasse il loro impegno e il loro generoso operare per gli altri. E ho osservato anche come tra gli uni e gli altri vi sia sempre stato un reciproco rispetto. I valori umani proprio perché sono valori sussistono come tali e quindi non hanno bisogno di altre spiegazioni, sono valori laici. Però si può arrivare alla scelta di questi valori per una motivazione religiosa e vorrei esplicitare che a questo riguardo la dottrina postconciliare si contrappone meno di quella preconciliare alla posizione laica e crea quindi meno divergenze tra le diverse motivazioni. Cerco di spiegarmi. Nella Chiesa preconciliare era prevalente l’opinione che non si potesse essere dei giusti, ossia vivere secondo certi valori, se non si apparteneva alla Chiesa. Infatti si riteneva che solo attraverso persone che avevano ricevuto gli ordini sacri potessero essere trasmessi i doni dello Spirito: ricevere cioè la grazia della giustificazione che dava l’accesso alla vita eterna. I membri ordinati della Chiesa avevano il compito di annunciare la buona novella della salvezza ma soprattutto il Pontefice aveva anche il grande potere di governare e di discernere quali valori fossero buoni o cattivi. Come sappiamo in alcuni momenti particolarmente oscuri nella vita della Chiesa vi fu l’uso della scomunica e della vendita delle indulgenze con cui si poteva barattare la grazia. Il Concilio Vaticano II non ha eliminato la sostanza di questa dottrina, (pur condannando le aberrazioni) però si sono aperte le porte della Chiesa. Durante il Concilio si sono infatti coniate le espressioni” Chiesa ad intra e ad extra”, ed è chiaro che l’espressione ad extra significava l’apertura della Chiesa a soggetti che non erano stati presi in considerazione in epoche precedenti. Se si volesse ricordare il Vaticano II per uno solo dei suoi pronunciamenti, e forse il più importante, si dovrebbe nominare il riconoscimento della libertà di coscienza, che ha dato anche a soggetti non credenti la piena responsabilità delle proprie convinzioni e del proprio operato. Nella Lumen Gentium (la costituzione dogmatica sulla Chiesa votata da tutti i Padri conciliari e dal Papa) è scritto: “Coloro che si sforzano di compiere fattivamente la volontà di Dio conosciuta attraverso il dettame della coscienza, costoro possono raggiungere la salvezza”. (LG pag.305, cap.327). Ma vi sono altri pronunciamenti che vale la pena di ricordare e che in qualche modo ribaltano una certa ottica ecclesiastica, perché invece di partire dalla grazia di Dio, che permette di fare il bene, partono dalla base, ossia che sono coloro che fanno il bene, sono coloro che mettono in pratica certi valori che ottengono la grazia di Dio e quindi la vita eterna. Nelle scritture ci sono entrambi questi punti di vista ma sappiamo che la Chiesa è anche un organismo terrestre e qualche volta ha privilegiato una dottrina che le dava più potere e cioè che la grazia per ottenere la salvezza poteva passare solo attraverso i suoi ministri. Nella Lumen Gentium è scritto: “Chiunque pratica la giustizia è gradito a Dio. (Atti 10,35) LG pag.309, cap.308. Ma forse il passo più forte è il seguente: “Ma lo Spirito Santo non si limita a santificare il popolo di Dio per mezzo dei sacramenti e dei ministeri… ma distribuisce pure tra i fedeli di ogni ordine grazie speciali §dispensando a ciascuno i propri doni come piace a lui§ (1 Cor. 12, 11)…§ la manifestazione dello Spirito viene data per l’utilità comune§ (1 Cor. 12,7) LG pag. 491, cap.317”. Lo Spirito Santo soffia dove e come vuole, non è un dato acquisito riservato ai membri della Chiesa, non può essere imbrigliato, e può anche abbandonare chi parla solo di certi valori ma non cerca di metterli in pratica.

Con tanto affetto la vostra Clotilde

Circolare nazionale di novembre 2018 – Rete di Alessandria

Care e cari,

La circolare è per noi un momento di riflessione e di discussione.

Oggi, più che mai, abbiamo bisogno di un’informazione alternativa a quella dei poteri.

Intendiamo poteri al plurale, ovvero politico, economico, sociale e anche culturale.

I mezzi di comunicazione ufficiali sono spesso ritenuti faziosi e non obiettivi.

A partire dal 68 la politica irruppe nella vita quotidiana e divenne patrimonio dei movimenti.

I vari soggetti – donne, giovani, operai – scoprirono che i poteri avevano livelli occulti e criminali, pronti a colpire le lotte e a negare le coscienze. (Il caso più clamoroso fu la strage di Piazza Fontana e i depistaggi seguiti nel corso del tempo).

Dobbiamo fare una controinformazione globale, ricordando che oggi la conoscenza è potere. Non solo in Europa, anche in America Latina i popoli sono stati nutriti di false notizie, tanto da scegliere con il voto pericolosi personaggi, razzisti e antidemocratici.

In Italia l’uso pubblico della storia inganna giovani e non, sul senso delle leggi razziali, sulle emigrazioni, sulla natura del fascismo.

Molti affascinati da Casa Pound, scendono nelle piazze a contrastare movimenti antifascisti e di lotta.

Le giovani donne fanno controinformazione sul tema dell’aborto, sul pensiero patriarcale diffuso in alcune scuole come in Piemonte, sulla aggressività globale misogina e intollerante verso il diverso.

L’inchiostro e il suo uso ai giorni nostri è come una bomba – una vera guerra -, basti pensare a quanti giornalisti, donne e uomini, vengono uccisi e messi a tacere.

(cfr. Aldo Giannuli, Bombe a inchiostro, BUR, 2008)

Mai come oggi si può dire con Carlo Levi che le parole sono pietre.

Maria Teresa e Gigi

CIRCOLARE DI OTTOBRE

a cura della Rete di Padova

Pensando a Serena

Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il vostro entusiasmo.

Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la vostra forza.

Studiate, perché avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza”

Antonio Gramsci

è tempo di riflessione e dibattito sui valori e le pratiche della Rete.

Vogliamo partire da questa citazione di Gramsci che compariva sotto una bella foto di Serena sul fascicoletto preparato per la celebrazione del suo funerale presso la Comunità Cristiana di Base di San Paolo a Roma, una bella cerimonia, molto partecipata con tante persone, vecchie e giovani, italiane e straniere, con storie diverse, ma unite dal condividere il desiderio di giustizia e l’impegno per realizzarla che hanno contraddistinto tutta la vita di Serena.

Una donna che ha saputo prendersi cura di chi le stava accanto come di chi, dall’altra parte dell’oceano, lottava per cambiare la realtà, una donna che sapeva entusiasmarsi, organizzarsi, una donna che studiava, rigorosa, senza fare sconti a nessuno.

Entusiasmo, forza, intelligenza: la Rete è ancora capace di entusiasmarsi, di organizzarsi, studiare, in questi tempi così difficili che mettono a dura prova la nostra umanità?

O è troppo vecchia, non sa staccarsi dai modelli del passato, non capisce chi è giovane e precario, è troppo concentrata sulle sue pratiche, non sa comunicare, ha paura del cambiamento, di intraprendere nuove strade?

E la discussione interna alla Rete risente – e non potrebbe essere altrimenti – delle trasformazioni che investono la nostra società segnata da crescente sperequazione tra poveri e ricchi, esclusi e titolari di diritti civili, politici, economici e sociali. Tra “noi” (i cittadini) e “loro” (gli stranieri provenienti da paesi anche appena più poveri e i loro figli esclusi dalla cittadinanza anche se di fatto italiani).

Dove è giusto agire ora? In quale scenario è più urgente e importante essere presenti con la nostra solidarietà?

Come rispondere a queste domande?

Quest’anno in marzo alcune/i di noi sono state/i ancora una volta ad Haiti. Tre settimane, girando per il paese, incontrando tante persone, ascoltando, osservando.

Haiti è un paese di emigrazione. Gli haitiani da anni cercano di sopravvivere anche fuggendo, nella vicina Repubblica Dominicana, ma ora anche in Brasile e in Cile. E questo esodo impoverisce ulteriormente il paese. Chi resta lo vive come una tragedia.

Ma questa tragedia viene da lontano: le cause della povertà (prime fra tutte la distruzione dell’ambiente, l’accaparramento delle terre fertili nelle mani di pochi) hanno una storia lunga, iniziata col colonialismo francese, continuata con l’occupazione e lo sfruttamento statunitense e i regimi dittatoriali che l’occupazione lasciò in eredità. Una storia che continua, sotto il segno delle politiche neoliberiste imposte dal Fondo Monetario Internazionale e dai paesi creditori.

Dai nostri amici e dalle nostre amiche di Haiti stiamo imparando ancora una volta come “il nostro mondo” continui ad opprimere, sfruttare, impoverire “gli altri mondi”.

Sostenere il loro lavoro quotidiano – difficile, faticoso, messo a dura prova dalle difficoltà quotidiane che ci possono sembrare insuperabili ma che sono la loro quotidianità – non ha nulla a che fare con l’ipocrita retorica dell’“Aiutiamoli a casa loro”. Né la scelta della solidarietà deve essere vista in contrapposizione con quella dell’accoglienza.

è vero, “gli altri mondi” vengono qui nel “nostro mondo” e noi dobbiamo accoglierli. Ma non basta. Dobbiamo studiare, capire le cause e cercare i rimedi, cogliere i legami tra quanto accade qui e là, avere uno sguardo che sappia andare oltre “il nostro mondo”. E per questo le relazioni con i nostri referenti lontani sono fondamentali.

Relazioni solidali che si traducono in sostegno materiale. Qualcuno potrebbe dire che non è uno scambio alla pari. È proprio così? Non riceviamo niente in cambio del nostro denaro? Ognuno rifletta su quanto queste relazioni hanno cambiato la propria vita.

Ma è proprio il sostegno materiale ad essere messo in discussione: molte persone – si dice – soprattutto giovani, sono precarie, vivono situazioni difficili, non hanno la possibilità di autotassarsi. Al seminario nazionale della Rete che si è tenuto a Brescia – dove già tutti questi temi erano stati discussi – padre Moussa Zerai ci disse: “Ci sentiamo impoveriti perché va in crisi il nostro stile di vita: finché possiamo dare il superfluo siamo solidali, se dobbiamo sacrificare qualcosa, allora c’è la crisi. Solidarietà vuol dire fare posto all’altro nel mio spazio, devo stringermi per accoglierlo, questa è vera solidarietà”.

Allora l’autotassazione è una scelta politica: ci permette di essere a fianco di chi spesso si sente solo nel suo cammino verso il cambiamento di società ingiuste. Ad Haiti questo l’abbiamo toccato con mano tante volte. Non stiamo facendo beneficienza, stiamo restituendo quel che è stato sottratto, rapinato, quel che si continua a sottrarre e rapinare, stiamo cercando di fare un po’ di giustizia.

Ha scritto Carla intervenendo sul dibattito in rete riguardo al sostegno da dare o meno all’esperienza di accoglienza dei migranti nel comune di Riace: occorre “dare una mano nel momento del bisogno perché chi ha fame e soffre non può morire mentre noi tentiamo di cambiare cose nel sistema… e contemporaneamente è del tutto necessario ‘cercare le cause’ dei disastri che succedono… e affrontarle per cambiare”.

Con la consapevolezza dei nostri limiti: non possiamo salvare il mondo. Ma possiamo prenderci cura di quante e quanti abbiamo incrociato nel nostro cammino, chi in Palestina, chi in America Latina, chi in Africa, chi in Italia. Senza creare gerarchie di dolore e necessità, cercando insieme soluzioni sostenibili a situazioni che possiamo affrontare con le nostre forze, mettendoci in gioco.

Alle domande poste all’inizio possiamo rispondere che dobbiamo metterci in ascolto di chi chiede giustizia e cercare insieme di cambiare le cose, accettando i nostri limiti, ma riconoscendo i percorsi compiuti.

Ti pa ti pa nap rive”, era scritto sulla carriola di un contadino haitiano: a piccoli passi arriveremo. Continuiamo a camminare.

Al termine del mandato biennale di Segreteria, abbiamo cercato di fare un breve bilancio del nostro servizio reso tirando le fila del tragitto percorso e di ciò che, in qualche modo, è rimasto in sospeso. Analogamente a quando accaduto quest’anno, anche noi, nel Giugno 2016, siamo stati nominati in contumacia. Auguriamo alla Nuova Segreteria che le analogie continuino perché seppur impegnativa la nostra esperienza è stata positiva. Ci siamo conosciuti, confrontati ed insieme siamo cresciuti facendo tesoro delle peculiarità di ciascuno sperimentando un circuito di affetti profondissimi che va ben oltre la funzione del mandato specifico.

Un testimone raccolto, in un momento particolare della storia della Rete. La dipartita di Ettore e dei tanti amici/amiche ci consegnano una non facile eredità. La sfida di restare “Nel vento della Storia camminando le strade degli esodi dei popoli”.

Il filo conduttore di questi due anni di cammino potrebbe riassumersi, in estrema sintesi, nel tentativo di: “Ridefinire un noi (associativo), capace di dare continuità a quella grande intuizione di Solidarietà che attinge la sua linfa vitale dall’alterità, dai sofferenti, dai popoli oppressi ma pieni di speranza “.

Usando narrazione e memoria siamo partiti dalle radici della Rete per riscoprire e rinnovare l’adesione a quei valori riconosciuti come irrinunciabili, cercando poi di contestualizzarli nella nostra contemporaneità. Un esempio, per meglio spiegarsi. Data per assodata l’adesione al valore restituzione, ci sembra importante riflettere se nell’attuale situazione socio – economica l’unica declinazione possibile, sia davvero soltanto l’autotassazione? L’analisi del presente non può prescindere da uno sguardo al futuro. Individuando le nuove sfide ed i nuovi attori. Immaginando e disegnando nuove strade. In questo caso l’esempio più significativo emerso ci pare la necessità di confronto con le nuove generazioni. Non per esigenze di proselitismo ma piuttosto per una fame di giustizia verticale, una sorta di restituzione generazionale. Nell’ipotesi di un percorso che mettesse a disposizione la nostra ricerca, le nostre consapevolezze come occasione di esperienza e relazione con “l’altro da sé ”.

Per far ciò, oltre agli abituali coordinamenti, si sono resi necessari dei momenti di incontro capaci di coinvolgere in maniera più allargata gli aderenti alla Rete. Ecco allora i Seminari Macro Regionali, il Seminario Nazionale di Brescia fino alle ultime recenti esperienze di Trevi con il Seminario Giovani ed il Convegno Nazionale dal titolo: “La solidarietà non è reato: Resistiamo umani”.

Questa frase, ci pare contenga contemporaneamente il punto di arrivo del nostro tragitto ed una proposta di riflessione per il cammino prossimo venturo.

La necessità di esprimere che la solidarietà non sia e non potrà mai esser un reato inquadra bene il clima in cui siamo chiamati ad operare. A ciò è strettamente legato il concetto di resistenza che segue perché con molta chiarezza dobbiamo riconoscere il nostro presente come un tempo di Resilienza. Cronaca ed esternazioni politiche, se fosse necessario, sono lì a ricordacelo. In questa eclissi dei diritti resta assolutamente necessario conservare tenacemente accesa la fiaccola del Restare Umani.

Perché una flebile luce può significare speranza ed appartenenza, per tutti coloro che, nel mezzo di questo crescente, disumano oscurantismo, si sentano profondamente alieni.

Non siamo mai stati neutrali. Abbiamo scelto con Chi camminare tra coloro che detengono il potere economico-finanziario, culturale, politico, religioso e color che ne sono vittime. In questo momento, è però assolutamente necessario, rendere evidente per Chi ci siamo schierati. Non solo a livello personale o di azioni locali ma fornendo un segno significativo ed inequivocabile a livello nazionale. In grado di rappresentare la Rete Radiè Resch tutta.

Nella mailing list si è acceso un interessante scambio di opinioni a proposito dell’esperienza di Riace. Quale significanza può avere una adesione della nostra piccole Rete? Certo abbiamo forze ed energie sempre più ridotte. Con tale realtà dobbiamo fare i conti, ma questo non può essere la ragione che frusta immaginazione e inventiva per la ricerca di nuove soluzioni.

Dovremo certo approfondire le collaborazioni con le altre realtà che hanno percorsi e temi comuni ai nostri. Nel dopo Convegno, abbiamo ricevuto numerosi attestati di stima da parte di diverse associazioni che sono rimaste colpite dal clima e dallo stile con cui i lavori si sono svolti. Cominciare con loro, ad esempio, non dovrebbe esser difficile.

Per concludere, dovremo affinare la comunicazione facendo diventare nostri quei linguaggi che sempre più persone usano e comprendono. In un generale “collasso della parola e della complessità ” al pari della testimonianza diventa necessario investire sul sito, sui social e su tutti quegli strumenti che possono, in tal senso, risultare utili.

Genova pare il palcoscenico adatto per le rappresentazioni tragiche e simboliche della nostra contemporaneità. E’ accaduto nel Luglio del 2001, con il G8 e la morte di Carlo Giuliani. Accade oggi, nell’Agosto del 2018 con il crollo del ponte Morandi. Una icona drammatica del livello di noncuranza e di indifferenza raggiunta. Risultato di una incuria strutturale, certo, ma primariamente politica. Quel ponte spezzato è il vallo tra popolo e rappresentanza, tra il potere ed il diritto. E’ la crudele, palese immagine della “mancanza di cura”.

Forse dovremmo semplicemente tornare a prenderci cura.
Del proprio lavoro. Del privato e del pubblico.
Del Presente e del Futuro.
Della Vita e della sua fragilità.
Della Natura e del Creato.

Promuovere un programma essenziale, il cui semplice testo sotto cui raccoglierci, potrebbe suonare così: “Torniamo ad occuparci e preoccuparci delle persone e delle cose”

Perché l’essenza dell’essere umano sta nella capacità di prendersi cura. Ed è forse questo il modo più pieno per riuscire a Resistere umani.
Angelo, Monica e Pier

Facciamo “circolare” frasi semplici.

La Rete di Quiliano è nata nel 2013 da azioni semplici – il gruppo Ginnastica Solidale garantisce l’autofinanziamento – fondate su concetti semplici quali mutualismo e reciprocità. Viviamo un tempo di ricerca in campo politico e di conseguenza nei modi della solidarietà. Nelle persone di G. e C. la rete si è impegnata a stendere tre bozze di operazioni “a impegno finanziario zero” , interamente sostenute con restituzione in ore di lavoro che saranno presentate ai prossimi coordinamenti.

Alcune immagini di solidarietà internazionale: M. ha un figlio adolescente,non gli ha mai proposto di partecipare ad attività di solidarietà, convegni, formazioni eppure si è spontaneamente impegnato con il gruppo Migrantes di Savona: ha respirato il messaggio portato dalla mamma; A. ed il marito vivono con una pensione che dedicano in parte a sostenere un percorso riabilitativo per un nipote in difficoltà, non manca mai il loro contributo per il Centrafrica; G. si è impegnata ad accompagnare una minore straniera per l’intero corso di studi, partite dalle elementari quest’anno hanno finito la terza superiore, G. ha qualche problema motorio per cui viene raggiunta a casa dalla sua allieva.

Alcune immagini di impegno politico: H. è titolare dell’attività “Africa Market” di Savona, martoriata da petizioni, irruzioni e perquisizioni, ha chiesto aiuto al coordinamento antifascista, abbiamo organizzato un partecipato presidio di fronte al negozio con volantinaggio e, a seguire, aperitivo e festa sulla spiaggia. Nel quartiere V. di Savona verrà aperta una sede di casa pound, è nato un comitato di resistenza, lunedì 16 ci sarà una fiaccolata, si sono già tenute due assemblee ed è sorto un presidio sociale nella SMS. I “Giornalisti de SE”, presenti al convegno RRR 2018 continuano la loro attività politica per la Repubblica Centrafricana condotta con la modalità dell’”esserci” silenzioso e carico di simboli.

Qualcuno di noi è stato attivo in campagna elettorale per le elezioni politiche 2018. La percezione è quella che al momento non esistano organizzazioni politiche mature per costruire un grande cambiamento. Ma esistono molte Persone mature, pronte e capaci di questo. Di diverse razze e culture. Lavorando concretamente stanno ricominciando a ritrovarsi. Nude dei simboli, loro stesse unite simbolo. Il grande coraggio della semplicità restituirà la Luce e la Strada da percorrere. Perché storicamente l’ha sempre fatto.

Con Fiducia
Rete di Quiliano

Perché usare le iniziali puntate? Perché il senso è nel gruppo.

A cura della Rete di Pisa-Viareggio

L’ultimo nostro convegno e i seminari che lo hanno preceduto avevano come tema la solidarietà. Da un lato ci siamo chiesti quale possa essere per noi, a 54 anni dalla nascita della Rete, il senso di questa parola, e dall’altro, più in generale, ci siamo chiesti quale sia il senso di questa parola nell’Italia di oggi, abbastanza diversa da quella di 50 anni fa, ma anche da quella di soli cinque o dieci anni fa. Crediamo che proprio i fatti di questi ultimi giorni, con l’Aquarius e il suo carico di disperati utilizzati come ostaggi in una vergognosa prova di forza, abbiano fatto tornare molti di noi con il pensiero al nostro convegno e in particolare alla “spiazzante” relazione di Gherardo Colombo. Colombo è riuscito a metterci in discussione. Alla sua domanda “Cosa è la solidarietà?” abbiamo risposto in diversi modi, tutti abbastanza scontati: “aiutare, condividere, …”. Colombo ci ha portato alla radice: dietro tutto ciò c’è il “riconoscimento” dell’altro, dell’altra, della sua dignità e della sua umanità. E quindi anche dei suoi diritti. E questo vale per tutti, indipendentemente dal colore della pelle (questo ci viene facile), dalla simpatia o antipatia, e anche dalle posizioni etiche e politiche (e questo è già più difficile). Ricordate la sua lettura dell’articolo 3 della Costituzione, dove si dice che “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale”? Per cittadino qui, ci ha spiegato, si intende persona, chiunque essa sia, indipendentemente dalla sua cittadinanza giuridica. E ricordate quando ci ha letto il punto XII delle Disposizioni transitorie, in cui si dice che le limitazioni “al diritto di voto e alla eleggibilità per i capi responsabili del regime fascista” sono comunque limitate a 5 anni? Questo in qualcuno ha creato un po’ di sconcerto. È facile per noi riconoscere i diritti e la dignità di chi del sistema è vittima, molto meno di chi del sistema che produce vittime è artefice. Questo essere rigorosi nel riconoscere pari dignità e diritti a tutti, anche a … Salvini (e capisco che non è facile), è quello che ci rende veramente credibili quando condanniamo chi fa distinzioni fra persone, chi nega i diritti e la dignità di chi è diverso o lontano. E qui ritorniamo di nuovo a Salvini. Quello che è successo in questi giorni è veramente ignobile. Oltre 600 persone (uomini, donne, anche incinte, e tanti bambini) usati come ostaggi per potere rivendicare qualcosa di fronte all’Europa, per dimostrare la linea dura del nuovo governo, un governo populista, autodefinitosi “governo del cambiamento”.
Certamente si tratta del governo più a destra della Repubblica, e questo è confermato dal fatto che nei media in questi primi giorni di vita si è presentato con la faccia di Salvini piuttosto che con quella del suo capo nominale, il premier Conte. Si tratta di un governo in linea con il crescente supporto che godono le forze politiche autocratiche, xenofobiche e populiste in tutta l’Europa. Un supporto che trova nel rifiuto dell’immigrazione la sua motivazione immediata, quella su cui fare leva. Da qui l’importanza che ha il nostro impegno come Rete sui temi delle migrazioni, dell’accoglienza e soprattutto del riconoscimento della dignità e dei diritti di tutti, proprio i temi al centro del nostro ultimo convegno. Ma questo non basta, per almeno due ordini di ragioni: La prima ce la suggerisce Carlo Freccero in un articolo apparso nel Manifesto del 6 giugno scorso, quando scrive: “Sono stupefatto di vedere che il buonismo di sinistra si limita all’accoglienza ma non si pone mai il problema delle cause”. Troppo spesso la sinistra con grande miopia ha guardato solo alle ultime fasi del processo migratorio. Si sono fatti accordi con la Turchia e con la Libia cercando di bloccare i flussi, poco preoccupandosi delle condizioni in cui i migranti venivano trattenuti in quei Paesi. Non è un caso che a Minniti, autore degli accordi con poteri locali libici, è arrivato un riconoscimento anche da Salvini. Ci si è preoccupati di contrastare i trafficanti di esseri umani (per altro con minore successo), poco curandosi del fatto che i “trafficanti” sono nei fatti l’unico mezzo di trasporto che noi, con la chiusura di tutti i canali legali, lasciamo a chi cerca di fuggire dalla violenza della guerra o anche dalla violenza di un sistema economico più neo coloniale che neo liberale, e del fatto che di entrambe queste forme di violenza noi portiamo una non trascurabile parte di responsabilità. Per ogni linea di traffico che noi chiudiamo altre più lunghe e più pericolose se ne aprono, ma il flusso di migranti difficilmente si ferma. Da qui la necessità per la Rete di non distogliere lo sguardo dall’altra parte del mondo, dal “rovescio della storia”, di non cedere alla tentazione di concentrarsi sul “qui” trascurando il “li”. Le realtà con cui siamo in contatto, i “nostri testimoni” sono le lenti che ci permettono di leggere, decifrare e svelare la vera faccia del sistema di oppressione che, come “Nord”, abbiamo creato e continuiamo a mantenere e alimentare. Questo è anche il “lascito” dell’impegno con i Sem Terra di Serena, la notizia della cui morte, inattesa e sconvolgente, ci ha raggiunti mentre scrivevamo questa lettera. Nel 1995, Serena, insieme a Maurizio Serra, andava, su incarico del coordinamento, in Brasile per rappresentare la Rete ad un Convegno del Cehila (Commissione di Studi di Storia della Chiesa in America Latina). Nel suo bel resoconto del viaggio, pubblicato sul numero del dicembre 1995 del nostro Notiziario, Serena inizia raccontando la sua emozione nel visitare, vicino a Goias Velho, un occupazione di terre, l’“assentamento Agapito”. Da questa prima esperienza nasce il suo fortissimo e quasi totalizzante impegno con i Sem Terra. Caratteristica dei Sem Terra brasiliani, e credo che proprio questo fosse all’origine della scelta fatta da Serena, è la capacità di avere uno sguardo globale, di vedere la loro lotta all’interno di un cammino che porti a quel “nuovo mondo possibile” che, dopo l’entusiasmo dei primi Social Forum mondiali, è rimasto un po’ in margine. La seconda ragione per cui l’impegno con i migranti non basta è che in realtà le cause di questa crescita dei movimenti populisti e xenofobi sono più profonde. Si chiamano insicurezza, precarietà e disuguaglianze. Già nel primo dopoguerra era stata la crisi economica all’origine della nascita dei fascismi, sia in Italia che in Germania. Nelle elezioni tedesche del 1928, in situazioni di relativa stabilità economica, il partito nazista era rimasto sotto il 3%. All’inizio della grande depressione nelle elezioni del luglio 1932 questa percentuale era salita al 37%, e il partito nazista era diventato il maggiore partito del Reichstag. Nel secondo dopoguerra abbiamo invece avuto inizialmente, almeno in Europa, una forte crescita economica, che ha portato benessere e sicurezza crescenti, crescita dei sindacati e dei movimenti operai, ampliamento dei diritti sociali e anche maggiore democrazia. Sono tante le cause che hanno prima rallentato e poi interrotto questo processo. Fra queste certamente il progresso tecnologico, che ha cambiato la struttura del lavoro nei processi produttivi, riducendo il ruolo e l’importanza del lavoro materiale, e soprattutto frammentandolo e precarizzandolo, e la finanziarizzazione dell’economia che ha portato non solo alla crisi economica di dieci anni fa, ma anche e soprattutto a un aumento fortissimo delle disuguaglianze. Quali siano state le cause, certamente la risposta della sinistra è stata del tutto inadeguata. Da un lato la logica del sistema economico neoliberale è stata nei fatti accettata (vedi la cosiddetta “Terza Via” di Blair), così come è stata accettata la riduzione dei diritti dei lavoratori e la precarizzazione del lavoro (vedi ad esempio il cosiddetto Job Act). Disuguaglianze, redistribuzione del reddito, tasse patrimoniali sono argomenti che non compaiono nei programmi e nelle azioni dei governi che si sono succeduti negli ultimi anni e di cui anche le opposizioni di sinistra parlano con molta cautela. Dall’altro la stessa prassi politica della sinistra ha contribuito alla crisi dei partiti come spazio di partecipazione e di elaborazione politica, o comunque nulla ha fatto per ostacolarla. Lo slittamento progressivo dalla partecipazione/rappresentatività alla governabilità/comando, ben illustrato dalle leggi elettorali che si sono succedute in Italia negli ultimi anni, dall’introduzione delle cosiddette primarie, e dalla retorica del “dobbiamo sapere chi governa la sera stessa delle elezioni!”, è tipico dei processi che portano alla nascita dei populismi. Processi in cui si passa da una cittadinanza in cui tutti hanno pari dignità e pari potere decisionale all’identificazione del popolo/massa con l’io ideale incarnato dal capo. L’argomento è molto complesso e meriterebbe una trattazione ben più articolata di quel che si può fare nello stretto spazio di una circolare. Forse potrebbe essere un interessante argomento per uno dei nostri seminari. Certamente è un tema, quello della democrazia nel nostro Paese e più in generale in Europa, da tenere sempre presente nel nostro impegno quotidiano come Rete se non vogliamo rischiare di ridurci alla sterilità della pura testimonianza. E questo era proprio il senso di un intervento di Serena, che in questi giorni è particolarmente presente nei nostri pensieri, in occasione di una discussione sullo stato della Rete nel coordinamento del 25 marzo 1995.

Dopo il nostro recente convegno, lasciamo ai singoli, alle reti locali e ai prossimi coordinamenti una valutazione su quanto di positivo ci siamo scambiati e su quanto poteva essere fatto meglio. Diciamo solo due parole. Ci pare importante essere ancora in piena ricerca dopo 54 anni e avere in testa e nel cuore più domande che risposte. Ma questo ci deve anche dare la misura concreta della nostra precarietà: quanto siamo disposti a cambiare nei nostri percorsi di solidarietà? Quanto abbiamo davvero offerto ai giovani che hanno partecipato al seminario? Avremo senz’altro modo di riparlarne. Come rete di Verona, aggiungiamo che siamo stati molto contenti di avere avuto con noi, al convegno, Emma Ghartey e sua zia Olivia Andoh, che fa parte del gruppo di Verona, le referenti del nostro progetto in Ghana contro l’abbandono scolastico delle ragazze. Come sempre, condividere con i nostri ospiti questi momenti serve a farli conoscere a tutta la Rete RR, ma permette anche a loro di capire meglio chi siamo, qual è il nostro punto di vista, come lavoriamo.
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Tra poche ore, in Israele, partirà il giro d’Italia. Più volte abbiamo detto come questa scelta scandalosa non abbia nulla di sportivo e, men che meno, possa essere giustificata dal fare memoria di Gino Bartali, come vorrebbe farci credere la narrazione ufficiale. Gino Bartali aveva aiutato gli ebrei perseguitati in Italia durante l’occupazione nazista, proprio perché erano perseguitati e non per difendere il progetto sionista di Israele. Lui ora non vorrebbe certo che il suo nome fosse strumentalizzato per avallare l’oppressione del popolo palestinese con politiche di apartheid e di repressione sempre più violenta. E’ sotto gli occhi di tutti quanto succede durante le manifestazioni pacifiche del venerdì a Gaza: perfino i nostri mass media non riescono a coprire del tutto le notizie di uccisioni a sangue freddo che avvengono su quel confine. In questi giorni il nostro pensiero va continuamente ad Anissa. Il vuoto che ha lasciato si fa sentire non solo tra noi, ma anche a livello della rete di contatti veri e profondi che aveva saputo tessere in nome del suo impegno per la Palestina. Ricordiamo la sua capacità di schierarsi senza tentennamenti, generosamente, impegnando azione e pensiero, oltre le miserie di tanti “egocentrismi” associativi. Per questo, anche in suo nome, continuiamo a partecipare ai coordinamenti delle associazioni che si interessano di Palestina. Pochi giorni fa, con Liviana, eravamo a Milano per l’incontro di Società Civile per la Palestina. Società Civile per la Palestina vuole essere un punto di confronto e di proposte operative tra molte realtà come Pax Christi con Ponti non Muri, Assopace, Vento di Terra, Invictapalestina, il BDS ed altri, compresi noi della ReteRR. E’ difficile dire se si riuscirà a manifestare in modo visibile il nostro dissenso nei confronti del giro d’Italia o se si riuscirà a costruire una controinformazione efficace (ovviamente, ben oltre il giro). In ogni caso crediamo che si debba resistere con speranza, nonostante tutto, nel “qui” come nel “la”. E’ questo il messaggio che, ancora una volta, ci hanno lasciato i testimoni che abbiamo invitato al convegno. A Verona, per esempio, il prof. Mazin Qumsiyeh (poi ospite a Trevi), in un incontro molto partecipato ha sottolineato in modo pacato ma profondo, come lui per primo coltivi una speranza concreta, legata anche alla lotta nonviolenta delle migliaia di palestinesi di Gaza e non solo.

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Da ultimo vorremmo ricordare quanto è accaduto domenica 22 aprile a Briancon. Volontari e migranti si erano mossi per protestare contro una manifestazione razzista, organizzata il giorno prima da fascisti francesi, senza che la polizia intervenisse. Invece la polizia è intervenuta pesantemente nei confronti dei volontari e dei migranti. Una volta arrivati a Briancon, sono stati fermati sei volontari e tre di loro si trovano attualmente in carcere a Marsiglia, perché accusati di favoreggiamento dell’immigrazione illegale, con l’aggravante di essersi organizzati in bande: “en bande organisée” recita testualmente il capo d’accusa. Tra loro c’è l’italiana Eleonora Laterza che studia mediazione interculturale a Torino (lunedì 30 Marianita De Ambrogio ha inviato sulla lista RRR una e-mail con lettera aperta di sostegno ai tre, che si può firmare scrivendo a firmaperitre@gmail.com ). Il dr. Gherardo Colombo ci ricordava a Trevi che esiste, prima di tutto, il diritto inviolabile di ogni persona al riconoscimento della sua dignità. Ci pare che la manifestazione del 22 aprile andasse esattamente in quella direzione. Questo ci ricorda ancora una volta come sia impegnativa la solidarietà quando può sfociare anche nella disobbedienza civile. Del resto se la Rete vive e ha ancora un senso è perché non chiude gli occhi di fronte alla realtà, ma anzi si pone domande, si confronta con i testimoni e cerca alleanze con chi percorre strade di resistenza. Poi ciascuno e ciascuna, singolarmente o in gruppo, vedrà come agire nella propria realtà, non lasciandosi andare a facili esaltazioni, ma anche senza timore. Non è detto che saremo proprio noi a veder nascere la pianta o, addirittura, a godere dei frutti, ma intanto sappiamo che molti semi vengono messi a dimora.

Un abbraccio resistente a tutte e a tutti.

Rete di Verona

CIRCOLARE NAZIONALE DI APRILE 2018 – Rete Radiè Resch di Castelfranco Veneto

Dal dramma del popolo congolese:
NON UN GRIDO DI DISPERAZIONE MA UN GRIDO DI RIVOLTA

“Siamo tutti pieni di gratitudine perché ci sappiamo supportati da voi e questo ci dà la forza di andare avanti. Volevo dirvi due parole per quanto riguarda la situazione attuale del Congo: la situazione è di grande sofferenza, dal punto di vista sociale il popolo non ha mai vissuto così male prima dei giorni di oggi. Oltre a questa sofferenza generalizzata, c’è la crudeltà del potere. Il popolo che non ce la fa più è riuscito ad alzarsi e dire di no alla dittatura, dire di no ai massacri, a dire di no a tutto quello che il potere sta facendo per impedire ogni presa di parola. È così che i cristiani, laici principalmente sostenuti dai sacerdoti, dalle religiose e dai religiosi hanno organizzato delle manifestazioni pacifiche per richiamare il governo e chiedere a chi è al potere di rispettare l’accordo di S. Silvestro. L’accordo che è stato firmato alla fine del 2016 con la mediazione della Chiesa perché è l’unica via che permette al paese di uscire dalla violenza, di trovare una via di uscita pacifica. Per questo i cristiani stanno organizzando delle manifestazioni pacifiche per chiedere la democrazia, per chiedere la organizzazione delle elezioni, per chiedere la pace e una vita dignitosa. Purtroppo in ogni occasione c’è stata una risposta crudele del potere. Il 31 dicembre 2017 c’è stata la prima manifestazione, la risposta del potere è stata la violenza nel sangue, hanno ucciso, hanno ferito, hanno sequestrato, hanno portato via, imprigionato dei cristiani che non avevano niente in mano se non la loro Bibbia, la croce e il rosario e stavano pregando. In quella occasione i poliziotti hanno profanato anche le chiese per creare un vero e proprio disastro. Questa è una situazione terribile che stiamo vivendo. Il 21 di gennaio 2018 è stata organizzata una seconda marcia e la risposta è stata uguale, c’è una crudeltà che non si capisce, si risponde con la violenza, ma grazie a Dio i cristiani sono più determinati di prima. Domenica 25 febbraio è stata programmata un’altra manifestazione pacifica e la protesta si sta allargando in tutte le Provincie. I cristiani sono determinati a chiedere lo stato di diritto. Questo è il grido del popolo e noi siamo grati al Santo Padre che ha programmato una giornata di preghiera per il popolo del Congo e del Sud Sudan, questi popoli stanno soffrendo fuori misura, sono bagnati di sangue. Sapete bene che in Congo da 20 anni a questa parte abbiamo avuto già 10 milioni di morti e ogni giorno ci sono dei morti. All’est del paese c’è una situazione di guerra permanente, stranieri entrano, uccidono e scappano, vogliono sterminare la popolazione. E oggi all’ovest del paese sono arrivati allevatori stranieri con migliaia di mucche che stanno distruggendo tutte le risorse di un popolo povero che vive dell’agricoltura, che non riesce più a ricavare i prodotti dai campi per questi allevatori armati e protetti dal potere. E’ una situazione drammatica che porta il popolo congolese a gridare, non è un grido di disperazione, questo è un grido di rivolta! Un popolo che non ce la fa più, chiede dignità, chiede umanità e chiede ai fratelli e alle sorelle cristiani degli altri paesi, degli altri continenti di sostenerlo affinché si possa fermare questo fiume di sangue. È il grido del sangue innocente di milioni di congolesi e del Sud Sudan. Noi sappiamo che voi siete con noi, e questo ci dà la forza, per questo vi ringraziamo sinceramente e vi chiediamo di continuare a pregare per noi perché abbiamo bisogno della forza e della speranza. Noi non vogliamo morire, noi vogliamo vivere, vogliamo andare avanti nonostante tutto. Aiutateci, gridate con noi, chiedete ai vostri governi di smettere con lo sfruttamento cieco delle risorse del Congo. Chiedete alle vostre multinazionali di smettere con lo sfruttamento delle risorse del Congo. Chiedete ai vostri dirigenti e ai vostri governi di smettere con il traffico delle armi che semina solo morte e sangue. Noi sappiamo che voi siete con noi e che anche voi state soffrendo nel vedere i massacri, le violenze e le ingiustizie che sta subendo il nostro popolo. Aiutateci a fermare questa spirale di violenza.
Grazie a tutti, pace e bene a tutti. Anche noi vi portiamo nella nostra preghiera.”

Cimetière du Trabuquet, Mentone (Francia) – 12 km dal confine di Ventimiglia. Mattina. Una sole splendente inonda il silenzio di questo cimitero aggrappato alla terra, tra ulivi e palme. Di fronte solo l’azzurro di cielo e mare attraversato dai gabbiani. Il luogo è deserto. Aiuta a liberare i pensieri. Una bella cartolina che dà pace. Solo sulla nostra sponda. Quel mare calmo e sereno, un tempo culla di civiltà, oggi inghiotte le vite di persone che hanno osato cullare il sogno di una vita dignitosa. Per sé e per i propri cari. Quella cartolina nella realtà è un cimitero davanti ad un cimitero.

Senza una precisa meta, continuiamo a vagare, in mezzo a centinaia di croci, tutte uguali. Sono quelle dei Tirailleurs sénégalais, un corpo di fanteria reclutato ( a forza ) nelle colonie e nei territori d’oltremare ed usato come carne da macello per la difesa dei confini francesi. I fucilieri, in realtà non solo senegalesi, hanno qui trovato pace. “Mort pour la France” recita l’epitaffio scritto sui bracci della croce. A lato garriscono le bandiere francesi. Libertè, Egalitè, Fraternitè.

Le generalità riporatate sulle croci sono Mustafà, Mamadou, Coulibaly, Diop, Traorè, Diarrà, … Gli stessi nomi di coloro che oggi stazionano nel greto del Roya, perché a Ventimiglia la frontiera italo – francese è stata unilateralmente chiusa . La medesima, difesa a prezzo della vita, dai loro nonni e trisavoli. Un sacrificio di intere generazioni che continua a perpetrarsi ….. Libertè, Egalitè, Fraternitè.

Casa di Cedric Herrou, Breil sur Roya (Francia) – 25 Km dal confine di Ventimiglia Pomeriggio. Saliamo nell’entroterra: nel piccolo comune di Breil sur Roya. Ospiti a casa di Cedric Herrou, l’agricoltore che è divenuto icona dell’accoglienza in quanto condannato per il «reato di solidarietà». Ulivi, coltivazioni a terrazza, terra strappata alla montagna, al corso del fiume Roya. Dopo aver percorso a piedi un sentiero tortuoso, ci ritroviamo in un campo con tende e caravan, allestito per l’ospitalità dei migranti di passaggio. C’è chi fa lezione di francese, chi cucina, chi lava i panni. Circolano in libertà persone ed animali. Seduti sotto una tettoia all’aperto, Cedric ci riceve. L’approccio non è facile. Persona ruvida, appare molto abbottonato, quasi restio. Capiamo che la telefonata di Don Rito Alvarez, il parroco di Ventimiglia, è stata determinante. Ci sta studiando. Spieghiamo il motivo della visita e lo invitiamo a Trevi. Declina. La recente condanna non gli permette di uscire dalla Francia. Quel confine, a pochi chilometri di distanza da qui, chiude anche Lui. Cerchiamo di approfondire la scelta del tema del convegno. Traducendogli il titolo, ci sorride : “la questione non è così semplice ”. Il clima si riscalda ed il suo racconto parte.

Al primo fermo, nonostante trasportasse con il proprio furgone tre clandestini eritrei (quindi in flagranza di reato) gli è stata riconosciuta “l’immunità per scopi umanitari”. Nessuno di loro aveva pagato e quindi lui non poteva essere configurato come passeur. Dopo che la sua attività, oltre che umanitaria, è diventata politica, le cose sono mutate. Alcune interviste pubblicate su numerose riviste (tra cui il New York Times) rendono evidente il vuoto di uno stato che, dopo aver chiuso le frontiere, si disinteressa completamente del problema. Da quel momento “tolleranza zero”. Ne seguono controlli ripetuti ed un monitoraggio costante della zona intorno alla sua casa. Cedric si assume la piena responsabilità dei fatti contestati e continua ad accogliere tutti coloro che lo raggiungono. Il tam tam tra i migranti è efficace. Arrivano da soli. Decide di interrompere l’iniziale attività e rientrare nella “legalità” per non mettere più a rischio la sorte dei migranti. Insieme all’associazione Roya citoyenne raccoglie le loro generalità, compila le domande di richiesta d’asilo e le consegna ufficialmente alla gendarmerie. Attualmente se le autorità francesi sorprendono un migrante oltreconfine, in una fascia di circa 20 km, questo viene automaticamente caricato e rispedito con il treno in Italia. Minori compresi !!!! Nessun documento è valido. Anzi sovente questi, quando esistono, vengono stracciati (1). “Per dare evidenza di ciò cerchiamo di fotografare i documenti prima che vengano distrutti. Ora chi compie un reato non siamo noi ma lo stato francese con la complicità di quello italiano“. Monsieur Herrou si definisce un whistleblower (2): “Mi sono messo nell’illegalità perché lo stato si è messo nell’illegalità. Bisogna rimettere al centro di tutto gli esseri umani. Dobbiamo impegnarci in quanto cittadini per fare in modo che ogni casa diventi uno spazio politico”.

L’analisi di Cedric Herrou và oltre. Ed è molto lucida. Il fenomeno dei migranti disvela il fallimento di tutti i nostri modelli di riferimento. Certo quello del neo-liberismo ma anche gli aspetti culturali più profondi. Filosofici e morali. La Libertè, Egalitè, Fraternitè viene regolarmente disattesa. Per una Europa che si fregia di essere depositaria di una tradizione e di un alto senso civile evidenziare tutto ciò non è sopportabile. Ed il sistema reagisce di conseguenza.

Verso il Convegno. Numerosi gli spunti di riflessioni. Ne evidenziamo alcuni:
– Le azioni umanitarie sono tollerate, anzi sovente incoraggiate in quanto vanno a coprire le responsabilità ed i buchi istituzionali. Diverso è se all’operazione umanitaria si associa l’azione politica che quelle responsabilità mette in evidenza.
– Le dichiarazioni dei diritti dell’uomo, fiore all’occhiello del pensiero europeo, si sgretolano di fronte al fenomeno migratorio e lasciano il posto a muri, paure e alle pericolose derive nazionaliste ( e razziste ) a cui stiamo assistendo.
– Le testimonianze di Padre Zerai e di Cedric Herrou mettono sempre più in luce il bisogno istituzionale di allineare le operazioni umanitarie. La criminalizzazione della solidarietà viene attuata soprattutto in quelle zone critiche di intervento che sono il limes europeo, mare, terra o montagna che sia (3). Qui gli “occhi ed orecchie ” non conformi sono scomodi ed i whistleblower sgraditi. Perciò si è scelto di esternalizzare la frontiere, finanziando interventi come quelli in Libia e Niger. Delocalizziamo il “nostro lavoro sporco” in luoghi poco accessibili ai riflettori mediatici e comunque soggetti a facili amnesie
– L’entrata in vigore della riforma del terzo settore del 1° Gennaio 2018 ( comprensivo di una richiesta di adeguamento dello statuto associativo alla normativa) non rischia di estendere quell’allineamento istituzionale a tutto il territorio nazionale ?

La solidarietà espressa dalla Rete è sempre stata “libera ” da vincoli istituzionali. L’autotassazione, oltre che testimonianza di una scelta personale dei propri aderenti, ha sempre garantito una autonomia da fondi ( e quindi vincoli ) governativi. Inoltre nel nostro recente percorso in cui ci siamo interrogati su Quale solidarietà dovesse esprimere la Rete, l’azione politica è stata confermata come prassi irrinunciabile. Se tali sono i principi che ci animano dovremo anche valutare le conseguenze delle scelte che effettueremo. Sia come singoli aderenti sia come associazione in toto.

Abitare la frontiera, vuol dire abitare la marginalità. Non solo come mero fatto fisico ma come condizione esistenziale. Apre inedite prospettive a chi crede nell’uomo. Ancora di più. Rappresenta il luogo propizio a cogliere il kairòs del nostro tempo. Perciò Ventimiglia è solo un esempio. Uno dei luoghi simbolo di confine in cui le contraddizioni si palesano. Laddove certo, il fenomeno della migrazione mette a nudo la profonda crisi dei nostri modelli, economici e culturali. Ma contemporaneamente rivela quotidiane scelte personali profondamente solidali. Un laboratorio ricco di attività e di creatività incredibili. Da un versante e dall’altro. Per il lato francese, Vi abbiamo scritto di Cedric Herrou. Per il lato italiano, ascolteremo al Convegno Don Rito Alvarez. Insieme agli altri testimoni e relatori scelti. Ed a noi stessi.

Ci informeremo, ci confronteremo e ci formeremo ……. per riempirci di quella indispensabile speranza necessaria a continuare il lavoro nel nostro locale. Ri-incontrarci sarà, al solito, un piacere. Vi aspettiamo !!

La segreteria
Angelo (Ciprari), Monica (Armetta) e Pier (Pertino)

(1) Comportamenti palesemente illegali per la stessa normativa francese e contrari all’articolo 2 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo.
(2) Persona che lavorando all’interno di un’organizzazione, di un’azienda, (in questo caso di uno stato) si trova ad essere testimone di un comportamento irregolare, illegale, potenzialmente dannoso per la collettività e decide di segnalarlo all’autorità giudiziaria o all’attenzione dei media, per porre fine a quel comportamento
(3) E’ interessante sottolineare che la cultura di chi vive in mare ed in montagna contenga profondamente radicato
il concetto di soccorso ed aiuto a chiunque sia in difficoltà. Senza distinzione alcuna.