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CIRCOLARE NAZIONALE DICEMBRE 2019

Melange du Senegal

Questi frammenti, vissuti e raccolti a 4 mani, sono i brandelli che il cuore e la memoria restituiscono di un viaggio estivo in Senegal. Per Monica e Marco una porta d’entrata sull’africa nera, per Simona e Pier l’assolvimento di un pellegrinaggio dovuto, alla tomba di Mar, caro amico ed orgoglioso Griot .
Qualcuno di voi, forse, ricorderà la sua presenza scenica, ad un Convegno della Rete a Rimini, in cui cantava la storia della sua gente suonando e ballando al ritmo del proprio Djembé.

Un Sereno Natale alla Rete tutta ___________________________________________________________________________________________________

Sulle foto che accompagnano sempre i miei viaggi cerco di fissare attraverso un’immagine ciò che i miei occhi vedono in quel preciso istante. Spesso accade che riguardando quelle stesse foto, io riesca a cogliere sfumature, particolari che inizialmente non avevo percepito. Vorrei perciò condividere i ricordi dei giorni vissuti in Senegal, come fossero fotografie, immagini che scorrendo rivelano i mille volti di un mondo apparentemente lontano: – tanti, tantissimi colori – tanti, tantissime persone, ovunque – bambini che corrono, che giocano, che lavorano – sorrisi – sguardi – poche parole, essenziali e pronunciate a bassa voce – il tempo che si dilata – la condivisione vissuta nel cibarsi allo stesso piatto usando semplicemente le proprie mani ; nella preghiera che scandisce i vari momenti della giornata e che, al richiamo del Muezzin vede i fedeli fermarsi con naturalezza in ogni angolo delle strade, inginocchiarsi e pregare e rialzarsi … e la vita continua; condivisione che vuol dire che ciò che si possiede possa essere usato anche da altri: sembra non esserci un confine definito tra ciò che “è mio” e ciò che “è tuo”. Per cui se sono stanco posso appoggiarmi ad un’auto parcheggiata anche se non è mia; se non so nuotare, so che posso usare il salvagente di qualcun altro; se non ho il tappetino per inginocchiarmi e pregare, qualcuno metterà il suo a disposizione; se non ci vedo, troverò una spalla a cui appoggiarmi che possa aiutarmi ad attraversare la strada.

Naturalmente molte sono le contraddizioni di quel popolo che sembra non aver ancora imparato come prendersi cura delle città o dei villaggi, come gestire la propria casa, come organizzare il lavoro, un dispensario medico o la scuola…secondo la “nostra prospettiva”, però!

Per cui un dubbio mi è rimasto: è giusto che siamo noi a dire quali debbano essere i criteri del vivere sociale di chi ha alle spalle una storia ed una cultura così diversa dalla nostra?

Ritengo che tutti abbiamo qualcosa da insegnare e qualcosa da imparare: solo nel confronto e nello scambio possiamo diventare migliori! ”. Monica – Rete Locale di Torino & Dintorni

E’ sbagliato scrivere di qualcuno senza averne condiviso un po’ la vita R. Kapuscinski

Delta del Sine Saloum, fiume del sud del Senegal, in attesa di essere attraversato.
Salgo su una chiatta insieme a macchine, camion, carretti , animali e persone affidandomi nelle mani del mio Dio per arrivare sull’ altra sponda.

Il mio sguardo è catturato da una donna seduta per terra con il suo bambino di tre quattro anni.

Vorrei fotografarla ma lei è islamica e la sua religione non ha mai saputo affrontare l’immagine del viso: la sua arte ignora il ritratto.

Lei bellissima, dai lineamenti fini sotto il velo, si volta, mentre il suo bambino mi osserva.
Cerco un contatto visivo, ma invano. Il suo sguardo rimane impassibile: d’altronde i poveri sono silenziosi.

Voglio immortalarli ma la chiatta è piccola e siamo in tanti, tutti pigiati nel fango e nel grasso. Mi ricordo, all’improvviso, della tecnica usata da nostra figlia in Iran e metto l’apparecchio fotografico al collo posato sul ventre schiacciando più volte alla rinfusa.

Più tardi, riguardando, mi accorgo di essere riuscita a cogliere un ritratto familiare che rimarrà stampato per sempre nella mia memoria africana con un sentimento di profonda nostalgia.

Ogni immagine è quindi un ricordo e niente più della fotografia ci dimostra la fragilità del tempo, la sua natura labile e fuggevole.” R. Kapuscinski

Simona – Rete di Celle Ligure – Varazze

La cosa che più mi ha colpito in Senegal è la presenza costante dei bambini. Tanti, ovunque.
Alle nostre latitudini non siamo più abituati. Certo è una realtà molto frequente per qualsiasi viaggiatore nel continente africano, tuttavia nella mia esperienza non posso fare a meno di soffermarmi sulla capacità di ogni singolo bambino di accogliere senza filtri, senza paura e con il sorriso. Un sorriso pieno di curiosità ed attesa, forse solo per un piccolo dono, una matita o una caramella. Dieci giorni in Senegal equivalgono a sei mesi altrove, ci si addentra in un mondo diverso, dove anche l’approccio col bambino è differente: un occidentale appena un bimbo piange si precipita a coccolarlo, a tirarlo su da terra … lì i bimbi crescono da soli, si accudiscono e si educano a vicenda ma lo fanno da bimbi, vivono la loro infanzia serenamente senza contaminazione da beni superflui o desideri dettati dai media, senza smania di prevaricazione sul prossimo. Tutto viene condiviso con un’educazione che passa dal più grande al più piccolo e rimane per tutta la vita.

Questo è l’aspetto più semplice ed immediato, poi ci si confronta con tradizioni che hanno radici lontane, legate ad un mondo semplice e rurale ma a volte anche difficili da comprendere, come la poligamia che ha un aspetto di naturalità per loro ma ha un impatto surreale su di noi.

Ho vissuto con un certo disagio la conoscenza delle due famiglie del nostro amico, sapendo che divide la sua settimana a metà tra le due case. Ma anche questo è motivo di riflessione sui nostri stereotipi e preconcetti.

Ed ancora il “senso di ovvietà ”, che vede un battello aspettare di essere al completo per partire ed il tempo ed il ritardo diventano relativi rispetto ai numero di persone che devono attraversare il fiume. Raramente si vedrà il battello partire con posti vuoti.

E poi ancora il mangiare condividendo lo stesso piatto, ed il modo di vestire colorato, di pregare o percorrere centinaia di chilometri senza un cartello stradale o un semaforo.

Il tutto in una cornice di natura imponente, gigantesca, capace di accogliere quando si è delicati.

Tutto questo ha un senso se ricollocato nei termini di rispetto e confronto. La nostra cultura per secoli ci ha abituato ad avere un atteggiamento di superiorità da cui spesso faccio fatica a staccarmi e nel viaggio ho ripercorso più volte la tentazione di semplificare, banalizzare o strumentalizzare.

La cultura è ciò che rimane quando si sono dimenticati tutti i concetti ”.

Marco – Rete Locale di Torino & Dintorni

La vera cultura è mettere radici e sradicarsi. Mettere radici nel più profondo della terra natia.
Nella sua eredità spirituale. Ma è anche sradicarsi e cioè aprirsi alla pioggia e al sole, ai fecondi rapporti delle civiltà straniere
Léopold Sédar Senghor

L’incontro con l’Africa Nera è, per me, sempre un incontro con la Vita.
Dal lato misterioso. Quello più corposo ed oscuro. In qualche modo temibile ….
Tutte quelle esistenze perennemente in movimento che scorrono in una realtà fluida. Circolare.
Senza soluzioni di continuità tra Vita&Morte.

Con la mia lanterna della ragione, osservo e misuro.
Un centimetro da sarta steso sull’onda di un flusso liquido.
Ci sarà un senso logico. Penso.

Sono necessarie dense emozioni e sentimenti forti. E … una buona dose di pazienza africana.

Dieci giorni di quotidianità condivisa, nel rispetto delle differenze, con una famiglia che Ti aspetta da anni. Uno scarno sepolcro musulmano. Le lacrime di Fatou, sorella di Mar, che Ti riconosce fratello solo per come Lui ti ha raccontato.

Recupero, nel sottoscala della ragione, qualcosa di ancestrale, sepolto da un oblio di efficientismo.

Allora, con il cuore, colgo davvero il significato delle parole di Senghor:
il reale diventa realtà spezzando il rigido involucro della ragione …….. e ancora ………….
gli oggetti non significano solo ciò che rappresentano ma ciò che suggeriscono o creano.

Pier – Rete Locale di Celle Ligure – Varazze

Circolare nazionale di Novembre 2019 dalla Rete di Castelfranco Veneto

L’Africa in positivo

Guerre, povertà, migrazioni, siccità, terrorismo, parole chiave che abitano il senso comune quando pensiamo al continente africano, spesso intrappolati nel pregiudizio piuttosto che ancorati nella realtà. Secondo una ricerca condotta dalla DOXA, con riferimento alle previsioni future, alle aspettative e alle speranze dei cittadini, l’Africa è il continente più OTTIMISTA di tutto il mondo … e non potrebbe essere diversamente avendo la popolazione più giovane in assoluto. Nell’ultimo incontro della Rete di Castelfranco Veneto l’abbé Richard, referente del progetto e scrupoloso testimone, per la prima volta, dopo tanti anni, ci ha portato notizie positive dalla REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO, segni concreti di speranza nel nuovo corso avviato dal nuovo Presidente Felix Tshiesekedi: liberazione dei prigionieri politici e rientro degli esiliati con chiusura delle carceri segrete; lotta alla corruzione, istruzione primaria gratuita, significativo aumento degli stipendi degli insegnanti, miglioramento delle strutture ospedaliere (in proposito, è stato assegnato un medico permanente al centro di sanità di Mwamwayi, sostenuto dalla Rete). Avviata pure la ricostruzione dell’esercito nazionale, con abolizione dell’esercito presidenziale e degli eserciti privati; ricerca di risoluzione dei conflitti minerari nel Nord Est, revisione delle concessioni estrattive predatorie alle multinazionali. In politica estera, promozione della pace con i paesi confinanti soprattutto Rwanda e Uganda. Il popolo appoggia e sostiene con speranza questo rinnovamento politico, pur con la presenza ingombrante dell’ex presidente Kabila che, tuttora, controlla il 70% dei parlamentari. In generale, sul versante ambientale, l’Africa è la prima vittima del cambiamento climatico, ma anche qui emergono segnali importanti. Nella lotta ai rifiuti in plastica, l’Africa si è mossa in anticipo rispetto al mondo industrializzato, adottando misure rigorose in 34 paesi; il RWANDA ha introdotto una legge per bandire i sacchetti di plastica fin dal 2008 e punta a diventare il primo paese plastic-free. In KENYA, un giovane studente, TOM OSBORN, preoccupato per l’uso della carbonella nelle necessità domestiche, con conseguente deforestazione, ha fondato una società, la Green Char per produrre combustibile ecologico a partire dagli scarti della canna da zucchero. Piccolo risultato che però si sta moltiplicando in altre esperienze simili. Il Nobel alternativo 2018 è stato assegnato ad un anziano contadino YA COUBA SAWA DOGO per la sua lotta alla desertificazione nel nord del BURKINA FASO. Recuperando tecniche agricole tradizionali ha rigenerato la fertilità del terreno, nel villaggio di Gourga, trasformando zone desertificate in foresta. “Questa terra mi ha dato la vita e volevo farla rinascere a tutti i costi”. Il movimento ambientalista in KENYA è riuscito a bloccare la costruzione di una centrale a carbone vicino a LAMU (insediamento swahili patrimonio dell’umanità). Energia geotermica e idroelettrica forniscono già i 2/3 della produzione del paese a cui si stanno affiancando le nuove tecnologie del sole e del vento. Rispetto ai numerosi conflitti armati, va segnalata la rivoluzione politica virtuosa in atto in ETIOPIA che ha portato alla Presidenza della Repubblica Shale-Work Zewde (in Africa attualmente unico capo di Stato donna) e al riconoscimento del premio Nobel per la pace 2019 al più giovane leader africano, il primo ministro Abyi Ahmed Ali, protagonista nella risoluzione dello storico conflitto con la vicina Eritrea. Anche se le violenze etnico-religiose non sono cessate e forte è l’opposizione all’agenda riformatrice di Abyi Ahmed. Così come nell’agosto di quest’anno, è stato siglato l’accordo di pace definitivo tra il presidente del MOZAMBICO Felipe Nyusi e il leader della RENAMO Ossufo Momade. L’Africa di oggi è ricca di una grande varietà di movimenti nati tra società civile, contadini, studenti, donne, sindacati. Dal MOZAMBICO una straordinaria storia di resistenza da parte di piccoli agricoltori per contrastare il progetto statale “Pro Savana”, basato sulla privatizzazione delle terre a favore di grandi aziende di esportazione della soia. Con un capillare lavoro di informazione nei villaggi e con l’ aiuto di organizzazioni locali e internazionali, la mobilitazione sociale in 19 distretti è riuscita a bloccare la cessione dei terreni. La scrittrice e analista keniana Nanjala Nyabola lo chiama “pan-africanismo dell’era digitale”. Il riferimento è alla circolazione sempre più diffusa, attraverso i social network, di idee e riflessioni tra i giovani di diversi paesi, coalizzati attorno a campagne comuni per la rivendicazione dei diritti sociali e politici, persone sparse in tutto il continente. “Negli ultimi anni – ha spiegato l’analista – giovani attivisti in Togo, Zimbabwe, Repubblica Democratica del Congo, Camerun, Tanzania e Uganda hanno manifestato sui social media. Un movimento nato in rete che si è concretizzato in iniziative pubbliche attraverso proteste e petizioni a sostegno di tante piccole grandi cause più o meno locali che attraversano l’Africa ed a sostegno della causa pan africana”. Ed intanto nel vecchio Occidente, c’è chi pretende di liquidare la questione Africa e immigrati con la chiusura dei porti e con lo slogan ipocrita AIUTIAMOLI A CASA LORO. Per mettere in chiaro il bilancio economico tra i due continenti (chi deve dare e chi deve avere) torna utile lo studio condotto da Maurizio Marchi ed altri esperti «QUANTO L’EUROPA DEVE RESTITUIRE ALL’AFRICA» (ed. Gedi), così presentato nel Blog di Daniele Barbieri: Gli autori e le autrici, dopo aver tracciato un quadro aggiornato e particolareggiato, da un punto di vista economico, storico e culturale dell’Africa nel colonialismo, nel neo-colonialismo e nei rapporti attuali con l’Europa, abbozzano una sorta di «Processo di Norimberga» dei misfatti europei nei secoli, arrivando a “tirare le somme” di quanto l’Europa deve restituire al continente nero. Una cifra enorme, ma realistica, fondata e perfino prudente, quantificata in oltre 70.000 miliardi di euro: se gli africani ottenessero questo risarcimento (è questa la parola chiave del libro) avrebbero diritto almeno a 70.000 euro ognuno, uomo, donna, bambino, vecchio. La vita cambierebbe per tutti, per gli africani ma anche per gli europei e per un mondo che ha fatto finora dell’ingiustizia e della sopraffazione la sua linea guida. La tratta degli schiavi, la colonizzazione storica, lo scambio ineguale di merci a prezzi fissati dagli europei, i genocidi di interi popoli inermi o resistenti, fino all’emigrazione forzata, un vero espianto degli organismi migliori (più giovani e forti) dal tessuto sociale africano: sono questi i principali crimini che vanno risarciti all’Africa, un continente ricchissimo di risorse umane e naturali che è stato ridotto nell’estrema povertà dall’aggressione europea e dal neoliberismo, recentemente dall’indebitamento e dalla militarizzazione.

Circolare nazionale Ottobre 2019 – A cura della Rete di Roma

Carissime e carissimi, il riscaldamento globale o questione ambientale, espressioni che racchiudono tutti i problemi della natura provocati dall’uomo col suo comportamento e che rischiano di condurre il pianeta al disastro con un’accelerazione sempre più rapida, destano profonde preoccupazioni e perfino i negazionisti ne trattano variamente. Inutile quindi esporne le cause e le terribili conseguenze, ormai ben note a tutti. Ne parlo perché la Rete, associazione di solidarietà e perciò umanitaria non può tenersene fuori, essendo evidente che i primi a esserne danneggiati sono i popoli poveri delle regioni più colpite, ai quali rivolgiamo abitualmente la nostra attenzione solidale. Causa infatti delle migrazioni di massa massicce e disperate – oltre le guerre, guerriglie, terrorismo – sono appunto i disastri naturali in pauroso aumento. Sorprende anzi che la Rete, almeno a livello nazionale, non si sia mossa per tempo, non foss’altro che per discutere del problema. L’ultimo numero della nostra rivista reca in merito un interessante articolo di U. Mazzantini ma che giunge però con qualche ritardo. Prima notazione da fare è l’indifferenza con la quale in Italia, popolazione e media, hanno guardato al riscaldamento globale. Seconda osservazione: mentre circa 150 Paesi hanno indetto grandi manifestazioni sul tema, da noi le dimostrazioni sono state poche e in piccoli centri, anche se la partecipazione, soprattutto giovanile, è stata convinta e vivace. Per esempio a Bra, nel cuneese, un giovane ha esposto un cartello con su scritto: “Nel 2050 voi sarete morti di vecchiaia – noi lo saremo per le vostre scelte”. Ecco, i giovani. E’ stranoto che loro si interessano numerosi all’inquinamento e alle colpe dei potenti, che tutto è cominciato con la sedicenne svedese Greta Thunberg e poi con la più giovane deputata degli Stati Uniti Alexandria Ocasio-Cortez (leggete il loro dialogo su Internazionale n.1324). In questi giorni e in queste ore per fortuna la mobilitazione sta crescendo e Greta il 23 settembre ha parlato all’ONU, finendo col dire che i giovani “terranno gli occhi addosso” ai responsabili dei cambiamenti climatici. Intanto però gli eurogruppi fanno poco o nulla e il nostro Paese non brilla in attivismo; tanto che bisogna salutare con piacere la decisione del ministro dell’Istruzione di consentire agli studenti di partecipare alle manifestazioni di venerdì 27 settembre (con la contrarietà di diversi presidi). Vogliamo parlare di speranza? La più decisa è Alexandria Ocasio-Cortez, che nella citata conversazione così si esprime a un certo punto: “Da quel momento ho capito che la speranza non è una cosa che hai: devi crearla con le tue azioni. La speranza è qualcosa che devi mostrare al mondo, e può essere contagiosa. Altre persone cominciano ad agire e la speranza cresce”. Ipotetica, più che fiduciosa, invece Greta (cito da pag. 58 del libretto di Luigi Ciotti Lettera a un razzista del terzo millennio): lei ha ricordato ai potenti del mondo che “se le soluzioni all’interno del sistema sono così impossibili da trovare, forse dovremmo cambiare il sistema”. Non si può trascurare quanto afferma papa Francesco nell’enciclica Laudato si’: “L’ambiente è un bene collettivo, patrimonio di tutta l’umanità e responsabilità di tutti. Chi ne possiede una parte è solo per amministrarla a beneficio di tutti. Se non lo facciamo, ci carichiamo sulla coscienza il peso di negare l’esistenza degli altri”. In chiusura citiamo le sagge, ammonitrici parole del notissimo esperto Luca Mercalli (il Fatto Quotidiano del 9 agosto): “Con una destra negazionista che ignora i problemi climatici e ambientali, una sinistra che si fa paladina di Greta Thunberg e poi dà man forte a costruire l’inutile supertunnel Susa-Saint-Jean-de Maurienne che emetterà almeno dieci milioni di tonnellate di Co2 contribuendo ad accelerare la catastrofe climatica, e in mezzo un micropartito verde che non approfitta di questo incredibile momento storico per riqualificarsi e conquistare i milioni di italiani che forse lo sosterrebbero se fosse presentabile. Si salvini chi può”. Aiutiamo i giovani e speriamo con loro.
Un sentito abbraccio
Mauro Gentilini

CIRCOLARE NAZIONALE, SETTEMBRE 2019 A CURA DELLA RETE DI CASALE MONFERRATO

Carissimi tutti,
la nostra lettera non può che partire dalle riflessioni sviluppate nel corso del seminario di Sasso Marconi (L’informazione ai tempi del web, 18-19 maggio 2019). Abbiamo avuto conferma dalle relazioni che alcuni eventi cruciali stanno modificando il nostro modo di vivere. Ne cito alcuni, senza pretesa di esaustività:
• La “convergenza digitale” potenziale di tutti gli oggetti di vita quotidiana in collegamento con l’uso sempre più invasivo dello smartphone.
• La profilazione della popolazione sulla base delle abitudini informatiche di ciascuno e la creazione di banche dati (i cosiddetti “Big Data”) utilizzabili per promuovere prodotti commerciali, ma anche per influenzare gli elettori in prossimità delle elezioni
Sul piano politico un passato recente ha visto il diffondersi del mito della tele-democrazia, attraverso forme di partecipazione diretta e individuale (non mediata dagli organismi rappresentativi, sempre più screditati), supportata da un sottostante ideale di un dialogo universale fra le culture. Tuttavia questo ideale deve tener conto di alcune tendenze di fatto che paiono andare in direzione opposta.
• I cittadini non hanno ampliato la loro partecipazione, se non quella legata ad interessi di nicchia, talvolta importanti politicamente, ma spesso limitati da un atteggiamento di contrapposizione a qualche grande opera o qualche grande evento, dunque con caratteristiche di territorialità ridotta.
• Le barriere fra gruppi nazionali e sociali non sono state colmate, anzi paiono approfondirsi con l’affermazione di movimenti identitari e sovranisti
• Il dibattito politico fa leva sempre di più su casi mediatici e sull’enfatizzazione delle emozioni. Le persone si coinvolgono, talvolta ingenuamente, attorno ad eventi simbolici (contrassegnati da amore/odio a prima vista), caratterizzati dal primato dell’immagine o del filmato, in un contesto in cui tendono a scomparire tutti i discorsi di approfondimento.
• Ne consegue la progressiva fragilità dei modelli di mediazione centrati su qualche forma di pensiero competente: intellettuali, anche prestigiosi, moltiplicano appelli, ma vengono spesso scherniti e contrapposti ad urlatori di piazza nei dibattiti televisivi. L’assenza di un dialogo informato, basato su stampa autorevole e indipendente, diventa l’humus su cui si sedimentano varie forme di populismo.
• L’opinione pubblica tende a frammentarsi in sottogruppi auto referenziali. I talk show televisivi diventano spesso cassa di risonanza per linguaggi estremizzati e contrapposti (che hanno una continuità esasperata con i cosiddetti “hate speech” veicolati ed amplificati dai social).
Da questo quadro emerge una democrazia sempre più fragile:
• Il personale politico è spesso delegittimato ed è visto con un certo disprezzo dalla maggioranza della popolazione. Il dibattito politico si accentra con sempre maggior frequenza attorno a brevissime battute di pochi leader che sembrano interpretare le tendenze popolari, ma spesso sono guidate da sondaggi preconfezionati.
• La democrazia del voto appare sempre più manipolabile e molte persone non vanno più a votare se non vengono richiamate da qualche evento mediatico. Le campagne elettorali sono spesso falsate da notizie emozionali enfatizzate ad arte e da messaggi tendenziosi rivolti a sottogruppi di elettori individuati grazie alle tecniche di profilazione informatica.
• Si rafforza la tendenza a distruggere la credibilità di coloro che tentano una conciliazione o una sintesi. Emerge il sospetto che alcune informazioni siano manipolate in modo da aizzare i progressisti gli uni contro gli altri. Mai come oggi l’area progressista è divisa e frammentata in numerose correnti, spesso in forte polemica fra loro.
Si tratta di linee di tendenza complesse, a cui non è facile dare una risposta. Fedeli al nostro ambito di piccoli gruppi di testimoni nella Rete possiamo impegnarci a riproporre costantemente il rapporto con la realtà, al di là delle manipolazioni emozionali basate su un numero esiguo di esempi. Si tratta di un compito serio ed anche severo, che recupera la sobrietà del linguaggio, nella consapevolezza che non esistono verità a senso unico, ma che la problematicità del reale e la vicinanza con chi soffre sono le vere linee di crescita di una condivisione politica.
Il cosiddetto “Decreto sicurezza bis” approvato ai primi di agosto sembra andare in direzione opposta. Da una parte il rafforzamento del mito della sicurezza come obiettivo politico, dall’altra la colpevolizzazione delle ONG, che accomuna nell’opinione pubblica i salvataggi in mare e le iniziative di solidarietà, tutte viziate da “buonismo” e da ingenuità, quando non direttamente colpevoli di attentare ai valori della nostra cultura.
Nel suo appello don Ciotti sottolinea che tutto ciò avviene nel più totale disprezzo dei trattati internazionali che anche l’Italia ha ratificato e che impongono anche al nostro Paese di prestare soccorso ai naufraghi e alle persone in difficoltà. Da sacerdote ricorda che quei principi esprimono lo spirito del Vangelo, cioè accogliere gli oppressi e i discriminati, denunciare le ingiustizie, costruire una società più umana a partire da questo mondo. Non nega la difficoltà di governare il fenomeno migratorio ma conclude: “Questo decreto sicurezza non è un segno di governo ma di una gestione cinica del potere, tramite mezzi di cui la storia del Novecento ci ha fatto conoscere gli esiti tragici: la rappresentazione della vittima e del debole come nemico”.
Resta più che mai necessario in questo momento ribadire l’esortazione “restiamo umani” di fronte al moltiplicarsi delle parole di odio. Non perché “buonisti”, ma perché consapevoli che l’umanità autentica è ancora da costruire, prima di tutto in noi stessi, lasciando aperta la porta dell’accoglienza.
Resta vivo e vitale il messaggio della Rete, soprattutto dove ci chiede di saper accogliere l’altro nella sua diversità, cercando di obbedire alla sua “verità”, provando a metterci in un atteggiamento di ascolto e provando a liberarci dalle precomprensioni che a volte ci inducono a selezionare solo una parte.
Aggiungo alcune suggestioni raccolte da un convegno in memoria di don Gino a Casale Monferrato.
• Ribadire il nostro no a coloro che pretendono di essere gli unici portatori di verità e che sono responsabili di una stagione politica sempre più povera di contenuti e sempre più attardata in dibattiti su argomenti marginali.
• Riscoprire la dimensione dell’aver cura come la dimensione fondamentale della vita, legata alla percezione della mancanza, della esigenza di un completamento e dell’impegno per mettere al riparo altri da ciò che è di ostacolo al loro completamento, mantenendo la gratitudine per ciò che ci è stato donato.
• Ritrovare l’impegno nella costruzione della comunità a partire da noi stessi. Il filosofo Plotino parlava di una statua interiore che ciascuno di noi scolpisce nella sua vita per sottrazione, togliendo di tanto in tanto qualche frammento inutile.
Con questa circolare il gruppo di Casale è vicino a quanti cercano di comprendere questi tempi lontani dalle sensibilità in cui è nata e cammina la Rete. Un abbraccio fraterno a TUTTI.

CIRCOLARE NAZIONALE LUGLIO-AGOSTO 2019 – A CURA DELLA COMMISSIONE SEMINARIO
Questa circolare propone alcune riflessioni di Pier Pertino, Marco Zamberlan, Fulvio Gardumi e Giorgio Gallo, componenti della Commissione che ha organizzato il Seminario della Rete “L’informazione ai tempi del web: tra liberazione e controllo”, svoltosi il 18/19 maggio scorso. 1.La scelta del tema del Seminario di Sasso Marconi è stata quanto mai attuale ed opportuna. Stiamo vivendo un cambiamento epocale, quello della rivoluzione digitale. Marc Prensky, l’inventore della metafora dei nativi e degli immigrati digitali, paragona il nostro tempo ad un momento di svolta della storia dell’uomo comparabile a quelli in cui sono comparse scrittura e stampa. Oggi come allora non mancano i detrattori delle nuove tecnologie. Socrate, fermamente contrario alla scrittura, sosteneva che la sua diffusione avrebbe fortemente indebolito la memoria dell’uomo. Analoghi esempi si possono fare con la stampa, con la macchina a vapore e così via … Certo esistono criticità, ma mi pare che come Rete, sia assolutamente necessario cercare di capire e cogliere le novità del nostro tempo, soprattutto se questi nuovi aspetti hanno la connotazione di una vera e propria rivoluzione. Per noi oggi, stare collocati nel “Vento della Storia” presuppone provare a capire gli strumenti digitali del nostro tempo, analizzandoli senza pregiudiziali ma considerandoli, in quanto strumenti appunto, neutri. Non è facile da immigrati digitali. Le neuroscienze sostengono che l’utilizzo di tali strumenti abbia mutato e stia mutando la fisiologia del cervello umano. Organo estremamente duttile e plastico il nostro encefalo si sta adattando al fiume di continue stimolazioni che costantemente riceve. Già oggi il cervello di un nativo digitale è strutturalmente diverso da quello di un immigrato digitale e tali differenze sono destinate ad accentuarsi sempre di più. Forse la profezia passa oggi dall’analisi e dal tentativo di capire queste nuove forme comunicative con relativi aspetti negativi e positivi. Al seminario, alcuni gruppi di lavoro hanno provato ad incarnare il tema delle “nuove tecnologie comunicative” nel vivere quotidiano della nostra associazione. Ci si è interrogati su come i social abbiano cambiato la relazione con i nostri amici / testimoni / referenti locali delle operazioni che abbiamo sparse nel mondo. Legato a ciò è anche emerso il problema del controllo e quindi della sicurezza delle persone che vengono profilate dentro quella relazione. Soprattutto nel “là” dove la persona può arrivare a rischiare l’incolumità fisica. E’ poi emersa l’assoluta necessità di informare e sensibilizzare i giovani, categoria più esposta, ai rischi nell’uso delle nuove tecnologie digitali. Si è auspicata la formazione di una equipe capace di produrre materiali e comunicazioni adeguate per “renderli consapevoli del proprio percorso nel loro tempo ” magari con la realizzazione di un Seminario giovani. 2. Quanto è stato stimolante e provocatorio il tema del Seminario per noi sarà il tempo a dirlo: sicuramente ci ha aperto gli occhi di fronte al potente utilizzo che le nuove tecnologie e le piattaforme social fanno dei nostri dati, delle nostre abitudini, dei nostri interessi. Questo è il nuovo petrolio delle mutinazionali. La profilazione (cioè la raccolta dei nostri dati personali) che avviene in molti modi diversi è sempre di più lo strumento principe per rendere più efficaci le proposte pubblicitarie, politiche, economiche e sotto molti aspetti siamo noi stessi a provocarle attraverso le nostre ricerche su internet. Di fronte al disorientamento di un sistema legislativo quasi assente ed impotente contro le società transnazionali ed un sistema politico impreparato ad educare ma pronto a sfruttare le potenzialità dei social a fini propagandistici, si rimane quasi impauriti e spesso si cerca di rimanerne fuori. Mantenere però un atteggiamento di rifiuto e di esclusione ci espone ad un “luddismo” che ci emargina e non ci permette di cogliere anche gli aspetti positivi delle nuove tecnologie. Un primo aspetto è la possibilità di mantenere i contatti con persone anche molto lontane in tempo reale, di poterle vedere, oltre che sentire, attraverso un telefono. Questo ci permette di cogliere anche quelle dimensioni del reale che sovente ci sfuggono. Disporre di notizie immediate, quasi in contemporanea all’accaduto è ormai un’abitudine per tutti, e questo ci rende partecipi dell’accaduto in prima persona. Certo manca tutto l’aspetto necessario della riflessione, dell’analisi, del confronto, ma la velocità delle notizie è parte fondamentale di questa epoca. Utilizzare infine un canale comunicativo come i social è trasversale tra generazioni diverse, permette contatti altrimenti difficili, la circolazione di notizie ed idee su contesti molto ampi, la diffusione di opinioni su molti aspetti (anche se spesso, purtroppo, a scapito dell’esperienza e della professionalità). E’ però fondamentale – ce lo ricordava Orlowski – essere presenti nelle piattaforme social, far sentire la nostra opinione prediligendo la qualità e rinunciare al tranello della provocazione. Solo così si evita di lasciare tutto lo spazio a poche persone, facendo credere che questo sia ormai l’unico pensiero collettivo. Occorre uno sforzo di presenza attiva con le nuove tecnologie e sui social per dare voce, ancora una volta, al pensiero solidale e umano per non permettere al populismo qualunquista di renderci tutti omologati ed impotenti spettatori, ma vivaci interlocutori per la democrazia. 3. I vantaggi delle nuove tecnologie li conosciamo tutti, tanto è vero che ognuno di noi le utilizza. Il Seminario è servito a renderci consapevoli di aspetti meno noti, in qualche caso preoccupanti. In particolare le nuove tecnologie sono concentrate in pochissime mani: Google, Facebook, Apple, Amazon…, aziende che hanno costruito una ricchezza mai vista, in grado di comprare tutto. E in grado di conoscere tutto di noi (i nostri dati) e di poterci manipolare anche politicamente: se internet è gratis, quello che stanno vendendo siamo noi. Inoltre, la gratuità di internet, lungi dall’essere segno di uguaglianza, ha creato nuove povertà e svilito la dignità del lavoro: distribuendo contenuti gratis, chi guadagna non è chi produce ma chi distribuisce. 4. Una delle caratteristiche proprie del nostro essere Rete è stato sin dall’inizio lo sforzo di analizzare criticamente le dinamiche a livello globale del mondo in cui viviamo. Da questo punto di vista il libro di Soshana Zuboff sul “Capitalismo della sorveglianza” presentato al nostro Seminario fornisce strumenti preziosi per comprendere i profondi cambiamenti strutturali che la rivoluzione digitale ha provocato nell’economia globale. Noi tutti frequentando i social o navigando in rete, spesso senza rendercene conto, lasciamo una enorme quantità di dati, che permette di conoscere noi, i nostri gusti e orientamenti, e soprattutto, grazie alle sempre più sofisticate tecniche dell’intelligenza artificiale, di prevedere i nostri comportamenti. Si tratta di una nuova “merce” capace di generare profitti immensi. Il capitalismo ha sin dall’inizio funzionato prendendo beni e realtà esistenti e portandole dentro il mercato, rendendole “merci”. La natura è diventata ad esempio terra che produce beni per il mercato, la stessa vita umana è diventata “forza lavoro” e le relazioni di scambio hanno prodotto il “denaro” come bene a sé stante. Oggi sono le nostre molteplici attività sulla rete che producono la nuova merce, cioè i nostri comportamenti. È una nuova fase del capitalismo, in cui si generano ricchezze (capitalizzazione e profitti) che il capitalismo del passato non aveva mai conosciuto. E chi ha in mano la conoscenza dettagliata dei nostri comportamenti può esercitare una sorveglianza così estesa ed efficace che nessun regime poliziesco era mai riuscito a eguagliare nella storia dell’umanità. “Loro” sanno tutto di noi, ma noi non sappiamo chi essi siano e cosa davvero sappiano. Sono però in grado di inviarci stimoli e sollecitazioni che ci spingono a modificare i nostri comportamenti nel senso da loro voluto. Il vecchio capitalismo era caratterizzato da una sorta di “reciprocità” derivante dal fatto che i lavoratori erano anche consumatori, cioè destinatari dei beni prodotti. Nel 1914 Ford raddoppia la paga giornaliera dei suoi operai e così contribuisce a rendere possibile la produzione di massa del suo “modello T”. Oggi nel nuovo capitalismo la reciprocità scompare. L’indipendenza del “capitalismo della sorveglianza” dalle persone produce una fortissima asimmetria e genera esclusione. La conseguenza è anche un disinteresse di questo capitalismo per la democrazia e per l’informazione libera. Contro queste nuove realtà, che causano disuguaglianze economiche e sociali di proporzioni mai viste, non esistono al momento tutele legali efficaci: gli Stati e la stessa Ue balbettano. Le conclusioni di Soshana Zuboff sono un invito a reagire: “La democrazia può essere sotto assedio, ma non possiamo permettere che le sue numerose ferite ci allontanino dalla fedeltà alla sua promessa … Il muro di Berlino è caduto per molte ragioni, ma soprattutto perché la gente di Berlino Est ha detto: “Basta!””.

CIRCOLARE NAZIONALE GIUGNO 2019
A CURA DELLA SEGRETERIA DELLA RETE E DELLA COMMISSIONE SEMINARIO
Il Seminario nazionale della Rete “L’informazione ai tempi del web: tra liberazione e controllo”, svoltosi a Sasso Marconi il 18 e 19 maggio, è stato accolto da tutti i partecipanti con grande interesse. La scottante attualità dell’argomento è emersa in tutta la sua evidenza proprio nella campagna elettorale per le Europee, nella quale per la prima volta, come documenta uno studio, la propaganda tramite i social ha sorpassato in Italia quella tradizionale. E nella quale è evidente che chi maggiormente ha usato i social (la Lega, secondo lo stesso studio, li ha usati in misura tripla rispetto agli altri) ha vinto, ripetendo l’esperienza delle elezioni di Trump e Bolsonaro. Lo stesso coordinatore della macchina propagandistica di Salvini, Luca Morisi, ha dichiarato a Gad Lerner: “Ritengo che la rivoluzione digitale e l’iperaccelerazione nell’informazione che i nuovi media hanno portato con sé, abbiano modellato e determinato l’attuale quadro politico, non solo in Italia. Si tratta di modificazioni profonde della società che hanno riflesso in tutti gli ambiti. La tecnica agisce oggi più che mai come forza profonda della storia” (da Repubblica, 29/5(2019). In attesa di pubblicare sul sito della Rete (www.reterr.it) le relazioni del Seminario, vi diamo in questa circolare una sintesi di quanto emerso. Stefano Draghi, docente di ICT (Information and Communication Tecnology) all’Università IULM di Milano, ha introdotto il Seminario con una relazione su “L’informazione ai tempi del web: internet e i pericoli per la democrazia”. Draghi è partito dagli sviluppi delle tecnologie informatiche negli ultimi decenni per arrivare all’attuale era digitale, in cui suono, voce, testo, immagini e immagini in movimento vengono veicolate attraverso strumenti alla portata di tutti, come gli smartphone, favoriti dalla rete cellulare e satellitare che consente collegamenti immediati in tutto il mondo. Tutto questo ha creato una enorme concentrazione di interessi economici, politici e sociali. Tutti gli aspetti della vita odierna dipendono da queste tecnologie: il lavoro richiede la loro conoscenza e la scuola è rimasta indietro. Il rischio è la marginalità di chi non si adegua. Altro fenomeno collegato è quello dei “Big-data”, il nuovo petrolio dell’epoca digitale. Ognuno di noi produce ogni giorno un’enorme quantità di dati. Tutto ciò che facciamo in rete viene registrato e questo enorme patrimonio di dati è accumulato da poche multinazionali, che hanno così il dominio su miliardi di persone (solo Facebook ha 2 miliardi e 300 milioni di utenti attivi). Ogni smartphone ha da 10 a 15 sensori che mandano in continuazione dati a queste multinazionali. Lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, cioè di macchina in grado di “imparare”, sta sempre più sostituendo l’uomo. In futuro le reti permetteranno di far dialogare tra loro gli oggetti (si parla già di internet delle cose, IOT) e saranno sempre più sviluppate le tecnologie immersive nella realtà virtuale, che permettono esperienze quasi reali, ma sbiadendo la differenza tra reale e virtuale. Draghi ha parlato delle speranze create dalle nuove tecnologie e degli effetti perversi che hanno provocato. Si sperava in una democrazia diretta, partecipativa, senza intermediazioni: in realtà la partecipazione è ai minimi storici. Si sperava che la facilità di comunicazione con tutti avrebbe permesso di superare le barriere culturali, religiose, etniche, ma non è andata così. Si sperava in un’estensione del diritto alla libertà di espressione allargato a tutti: in realtà solo pochissimi hanno approfittato di queste tecnologie per concentrare un potere smisurato nelle proprie mani. Qualche effetto positivo c’è stato: ad esempio le “primavere arabe” sono state la prova di quello che le nuove tecnologie avrebbero potuto essere. Ma basta guardare che cosa sta accadendo ora in Egitto, Siria, Libia, Tunisia, Algeria, Yemen… Gli effetti positivi delle nuove tecnologie li conosciamo tutti, ma ci sono due grandi categorie di effetti negativi: gli effetti di natura socio-psicologica, conseguenza del rimanere chiusi in un sistema di social network che finisce per essere una vera e propria gabbia che lentamente ci porta a credere ad una realtà che non è quella vera e che può creare dipendenza; e gli effetti politici. Le tecnologie interattive non hanno aumentato la partecipazione dei cittadini alla cosa pubblica perché hanno aggravato la delegittimazione della classe politica e la democrazia rappresentativa si è indebolita perché c’è stato un processo di disintermediazione. La democrazia diretta si è rivelata un mito, che porta la gente a pensare di poter decidere anche su questioni molto complicate pur non avendo alcuna competenza. Questo ha alimentato il populismo, grazie all’uso spregiudicato dei nuovi mezzi di informazione da parte di certi politici. I social network non hanno incrementato le occasioni di dialogo ma segmentato le opinioni pubbliche in tanti piccoli sottogruppi, ognuno diviso nella sua “bolla”, in cui incontra e parla solo con chi la pensa come lui. Gli individui non sono più in grado di fare sintesi ma sono incentivati a contrapporsi e a odiarsi reciprocamente. Questo è un elemento che mina alla base la democrazia perché senza una sintesi tra opinioni diverse non c’è più governo ma c’è un litigio perenne tra le forze politiche e tra cittadini. Infine, i social media violano continuamente le regole delle campagne elettorali e agiscono senza controllo per determinarne l’esito. Facebook ha avuto influssi determinanti nella Brexit, nell’elezione di Trump negli Usa e di Bolsonaro in Brasile, ma anche nel referendum in Italia del 2016, nelle elezioni politiche del 2018 e sta accadendo ora nelle Europee. Naturalmente la coscienza civile si sta svegliando e sono già cominciati i movimenti per evitare che tutto questo degeneri. Draghi è del parere che le soluzioni non possano essere tecniche ma che serva un’azione politica a livello internazionale per cambiare il modello di business che scambia gratuità con l’impossessamento della nostra vita. Ad esempio i nuovi regolamenti Ue vanno in quella direzione. In secondo luogo i protagonisti dell’informazione devono combattere la falsità con la verità. Infine la battaglia dei diritti della rete: c’è la Carta dei diritti in internet, elaborata da Stefano Rodotà e fatta propria dal nostro Parlamento. All’università di Milano si tiene un corso di “Tecnicivismo” per insegnare ad esercitare questi diritti che sono: diritto all’accesso, al servizio universale, ad un’educazione consapevole su come si usa la rete, ad usufruire di servizi pubblici e privati, alla trasparenza, ad essere informati, ad essere ascoltati e consultati in tutte le decisioni che ci riguardano, ad un coinvolgimento attivo alle scelte politiche, alla partecipazione, e infine diritto alla verità. Come dicevano gli antichi greci: la democrazia altro non è che la verità al potere. Il secondo relatore, Alex Orlowski, è entrato nei retroscena dei social, forte della sua attività di consulente politico e di creatore di campagne elettorali social in Italia e all’estero. Orlowski ha spiegato come la rete può influenzare il voto europeo: le forze sovraniste si sono organizzate e hanno imparato dalle campagne di Trump e di Bolsonaro, il cui “burattinaio” è Steve Bannon. In Italia le sta usando molto bene Salvini. Le varie tecniche puntano a manipolare la comunicazione in rete assecondando la “pancia” della gente, cioè le emozioni e le pulsioni di base. Tra gli esempi citati vi è la cosiddetta “bad information” (cattiva informazione), che partendo da una notizia di una certa importanza, la diffonde in modo confuso, che permette fraintendimenti se non la si legge fino in fondo. Ed è accertato che chi legge notizie sui social non arriva neppure a metà dell’articolo. Non sono fake news, ma lo diventano. Specialisti in questi meccanismi sono due siti russi, Russia Today e Sputnik, molto attivi durante le campagne elettorali, con migliaia di post. Anche in Francia, dietro la protesta dei Gilet Gialli, si è giocata una partita internazionale di disinformazione, in cui si sono buttati a capofitto siti russi, americani, turchi, brasiliani, cinesi … Uno degli scopi di questo attivismo, secondo Orlowski, è quello di verificare la propria potenza di fuoco, oltre che indebolire Macron, nemico dei sovranisti. Altro esempio è il voto recente in Spagna, dove per la prima volta è entrato in Parlamento un partito di estrema destra, Vox, che ha fatto un uso enorme dei social, soprattutto Whatasapp ed è stato sostenuto da Salvini. In queste campagne elettorali grande peso hanno i “Bot” (da robot), cioè profili falsi, chat o programmi che hanno ‘vita propria’ e sono in grado di dialogare sui social con un grande numero di persone: così fanno credere di essere più numerosi e quindi più importanti. Ci sono poi i “Troll”, messaggi provocatori tesi a disturbare la comunicazione in rete. Orlowski guida un team che analizza la propaganda politica in rete: tra le scoperte, mostrate al seminario, quella che gli account di Facebook, Twitter, Instagram ecc. che hanno utilizzato più di altri le fake news seguono come massimo leader Salvini, il quale, tra l’altro, ha speso cifre molto elevate per la sua campagna social. Un altro aspetto inquietante dell’esposizione di Orlowski è il collegamento di tutti questi gruppi con fabbriche di armi di tutto il mondo. La conclusione di Orlowski è che, al momento del voto, le persone poco attente alla politica, che sono la maggior parte, si basano sullo slogan che hanno sentito ripetere migliaia di volte e sono convinte che, essendo condiviso da tantissime persone, rappresenti la scelta giusta. Giovanni Ziccardi, docente di informatica giuridica all’Università di Milano, non ha potuto partecipare al seminario per motivi di salute e quindi ha inviato un breve intervento filmato, nel quale ha sintetizzato la sua relazione, che aveva per titolo “Informazione, hacking, protezione dati, alterazione degli equilibri politici: possibili modalità di difesa”. Ziccardi è partito dal suo recente libro “Tecnologie per il potere” (Raffaello Cortina, 2019), nel quale analizza l’uso dei social in politica. Filo conduttore del libro è l’idea che oggi la tecnologia possa condizionare la politica, cioè alterare gli equilibri democratici, interferendo su principi fondamentali come la libertà di informazione, la libertà del voto, la formazione e l’espressione del consenso. Ziccardi ha ricordato che il primo utilizzo delle nuove tecnologie in politica si può far risalire ad Obama, ma è con Trump che si assiste ad un uso massiccio e spregiudicato, che poi è stato esportato in altri paesi e in Europa. Alcuni studiosi di Oxford e Cambridge hanno analizzato i tweet di Trump, suddividendoli in categorie: i tweet lanciati al mattino presto per aprire il dibattito del giorno e dettare l’agenda; i tweet per aggredire gli avversari; i tweet per veicolare notizie false (fake news); i tweet per distrarre l’attenzione dai veri problemi o dalle proprie difficoltà. Questo metodo è stato usato anche in Italia nelle recenti campagne elettorali. Altro aspetto analizzato da Ziccardi è quello della “profilazione”, cioè la possibilità, grazie all’intelligenza artificiale, di arrivare ad anticipare le intenzioni di voto e di orientarle, attraverso l’analisi dell’attività dei singoli utenti su Facebook. Ciò significa che tutto quello che facciamo ogni giorno online non solo viene osservato, ma può generare ulteriore informazione. Attraverso la profilazione degli utenti dei social vengono veicolate le fake news, inviate a ciascuno in base alla propria predisposizione ad accoglierle. Questo limita la libertà di valutare le informazioni e condiziona la libertà del voto. Altro tema toccato da Ziccardi è quello della sicurezza delle campagne elettorali. L’agenzia di cibersecurity dell’UE ha lanciato l’allarme in vista delle elezioni europee, mettendo in guardia dal rischio di attacchi informatici. Ci si sta rendendo conto che anche la politica va protetta come si fa con i sistemi bancari o le infrastrutture più delicate. Non c’è solo il rischio di brogli (quasi tutti i Paesi stanno rinunciando ormai al voto elettronico, proprio per i rischi che comporta) ma anche di disinformazione programmata da parte di paesi stranieri. E anche la sicurezza degli strumenti usati dai politici è un problema: la violazione delle password di Hilary Clinton ha permesso di trafugare tutte le sue mail e i suoi dati riservati, creando le premesse per la sua sconfitta elettorale. Anche in Italia un recente processo ha condannato i fratelli Occhionero, che erano riusciti a impadronirsi di decine di migliaia di password, tra cui quelle di Renzi, di Draghi, del governatore della Banca d’Italia, della Camera e del Senato. L’ultima relazione del Seminario è stata tenuta da Giorgio Gallo della Rete di Pisa-Viareggio che ha parlato del recente libro della studiosa americana Soshana Zuboff, “L’età del Capitalismo della sorveglianza”. All’inizio del nuovo millennio, con Google inizia un nuovo paradigma. Fornendo servizi di ricerca su internet, Google dispone di enormi basi di dati relativi alle nostre ricerche: sono dati che all’inizio servono per rendere più efficace e mirata la ricerca stessa. Più tardi anche i social media come Facebook e altri hanno cominciato a ricavare una quantità enorme di dati dalle diverse attività che svolgiamo sui social. Ci si rende presto conto che questa enorme quantità di dati, che permette di conoscere noi, i nostri gusti e orientamenti, e soprattutto, grazie alle sempre più sofisticate tecniche dell’intelligenza artificiale, di prevedere i nostri comportamenti, costituisce una nuova “merce” capace di generare profitti immensi. Il capitalismo ha sin dall’inizio funzionato prendendo beni e realtà esistenti e portandole dentro il mercato, rendendole “merci”. La natura è diventata ad esempio terra che produce beni per il mercato, la stessa vita umana è diventata “forza lavoro” e le relazioni di scambio hanno prodotto il “denaro” come bene a sé stante. Oggi sono le nostre molteplici attività sulla rete che producono la nuova merce, cioè i nostri comportamenti. È una nuova fase del capitalismo, che Zuboff definisce “della sorveglianza”, perché gli enormi archivi di dati sui nostri “comportamenti” stanno diventando il materiale più prezioso oggi sul mercato, tanto è vero che le multinazionali del web, da Google a Facebook, da Apple a Amazon, possiedono ricchezze (capitalizzazione e profitti) che il capitalismo del passato non aveva mai conosciuto. E chi ha in mano la conoscenza dettagliata dei nostri comportamenti può esercitare una sorveglianza così estesa ed efficace che nessun regime poliziesco era mai riuscito a eguagliare nella storia dell’umanità. “Loro” sanno tutto di noi, ma noi non sappiamo chi essi siano e cosa davvero sappiano. Sono però in grado di inviarci stimoli e sollecitazioni che ci spingono a modificare i nostri comportamenti nel senso da loro voluto. Il vecchio capitalismo era caratterizzato da una sorta di “reciprocità” derivante dal fatto che i lavoratori erano anche consumatori, cioè destinatari dei beni prodotti. Nel 1914 Ford raddoppia la paga giornaliera dei suoi operai e così contribuisce a rendere possibile la produzione di massa del suo “modello T”. Oggi la reciprocità scompare. L’indipendenza del capitalismo della sorveglianza dalle persone produce una fortissima asimmetria e genera l’esclusione. Parafrasando Polanyi, che a proposito delle appropriazioni dei terreni comuni (le enclosures) essenziali per la rivoluzione industriale in Gran Bretagna, aveva parlato di “rivoluzione dei ricchi contro i poveri”, Zuboff dice che oggi stiamo assistendo non a un coup d’état ma piuttosto a un coup de gens: è il popolo a essere dispossessato e rovesciato. La conseguenza è anche un disinteresse di questo capitalismo per la democrazia e per l’informazione libera: Google e Facebook si sono sovrapposti al giornalismo professionale, inondando la rete di notizie senza alcuna garanzia di serietà delle fonti, senza mediazione e senza distinzione di importanza. Contro queste nuove realtà, che causano disuguaglianze economiche e sociali di proporzioni mai viste, non esistono al momento tutele legali efficaci: gli Stati e la stessa Ue balbettano. Le conclusioni di Zuboff sono un invito a reagire: “La democrazia può essere sotto assedio, ma non possiamo permettere che le sue numerose ferite ci allontanino dalla fedeltà alla sua promessa … Il muro di Berlino è caduto per molte ragioni, ma soprattutto perché la gente di Berlino Est ha detto: “Basta!””

Maggio è il mese dei diritti dei bambini

Cari amiche e amici, è incredibile quante siano le guerre attualmente nel mondo e quanto incidano sulla vita dei bambini: uno su cinque vive in aree di conflitto, precisamente il 90% dei bambini yemeniti, il 70% di quelli siriani, il 60% dei bambini somali, come dice il manifesto che ho riportato sopra. I più vulnerabili non sono protetti dagli orrori della guerra e questo è un affronto alla nostra umanità. E’ ora che i governi capiscano che non riuscire a proteggere i più vulnerabili è il fallimento di qualsiasi politica. Da Anna Frank ai bambini di oggi sono sempre loro a subire le guerre dei grandi; per non parlare di quelli arruolati, armati e costretti a combattere nonostante la tenera età. Elenco alcuni dei punti caldi nel mondo:Africa: Punti Caldi: Burkina Faso (scontri etnici), Egitto (guerra contro militanti islamici), Libia (guerra civile in corso), Mali (scontri tra esercito e gruppi ribelli), Mozambico (scontri con ribelli RENAMO), Nigeria (guerra contro i militanti islamici), Repubblica Centrafricana (scontri armati tra musulmani e cristiani), Repubblica Democratica del Congo (guerra contro i gruppi ribelli), Somalia (guerra contro i militanti islamici di al-Shabaab), Sudan (guerra contro i gruppi ribelli nel Darfur), Sud Sudan (scontri con gruppi ribelli)Asia: Punti Caldi: Afghanistan (guerra contro i militanti islamici), Birmania-Myanmar (guerra contro i gruppi ribelli), Filippine (guerra contro i militanti islamici), Pakistan (guerra contro i militanti islamici), Thailandia (colpo di Stato dell’esercito Maggio 2014)Europa: Punti Caldi: Cecenia (guerra contro i militanti islamici), Daghestan (guerra contro i militanti islamici), Ucraina (Secessione dell’autoproclamata Repubblica Popolare di Donetsk e dell’autoproclamata Repubblica Popolare di Lugansk), Artsakh ex Nagorno-Karabakh (scontri tra esercito Azerbaijan contro esercito armeno e esercito del Artsakh (ex Nagorno-Karabakh) Medio Oriente: Punti Caldi: Iraq (guerra contro i militanti islamici dello Stato Islamico), Israele (guerra contro i palestinesi nella Striscia di Gaza), Siria (guerra civile), Yemen (coalizione guidata dall’Arabia Saudita contro i ribelli Houthi) Americhe: Punti Caldi: Colombia (guerra contro i gruppi ribelli), Messico (guerra contro i gruppi del narcotraffico), Cile ( oppressione del popolo Mapuche vittima della negazione della propria identità oltre ad essere defraudato delle sue risorse naturali), Venezuela ( crisi politico-militare fra Maduro e Guaidò- due presidenti nello stesso  Stato), Brasile (Bolsonaro guerra agli indios dell’Amazzonia ritenuti ostacoli al sistema finanziario speculativo di cui egli è il portavoce)

TOTALE:

Totale degli Stati coinvolti nelle guerre 69

Totale Milizie-guerriglieri e gruppi terroristi-separatisti-anarchici coinvolti 822

Una buona iniziativa: Ripresa congiuntamente da “Rete italiana per il Disarmo”, “Sbilanciamoci!” e “Rete della Pace” la nuova fase di mobilitazione (che nelle prossime settimane vedrà concretizzarsi diverse iniziative a livello nazionale e territoriale) che ha come obiettivo la richiesta al Governo e al Parlamento dello stop definitivo della partecipazione italiana al programma Joint Strike Fighter. Un impegno che, dopo i primi 4 miliardi già spesi e almeno 26 velivoli già acquisiti o in produzione, costerà, se confermato, almeno altri 10 miliardi di euro, destinati ad aerei d’attacco e con capacità nucleare.“Oggi abbiamo fatto un appello ai Parlamentari di tutti gli schieramenti: dite basta a questa scelta insensata a problematica presentando e discutendo entro l’estate una Mozione per il blocco definitivo e completo del programma JSF”, ha commentato Giulio Marcon, coordinatore della campagna “Sbilanciamoci!.”“Le organizzazioni della società civile  hanno rilanciato la “mobilitazione NO F-35” chiedendo di destinare tali fondi a necessità più urgenti per l’Italia: welfare, lavoro, istruzione, diritti, ambiente. I soldi che si dovrebbero  spendere per gli F-35 nei prossimi 10 anni si potrebbero invece investire in: 100 elicotteri per l’elisoccorso in dotazione ai principali ospedali, 30 canadair per spegnere gli incendi durante l’estate, 5.000 scuole messe in sicurezza a partire da quelle delle zone sismiche e a rischio idrogeologico, 1.000 asili nido pubblici a favore di 30.000 bambini oltre a 10.000 posti di lavoro per assistenti familiari nel settore della non autosufficienza. Rilanciare la campagna contro l’acquisto dei cacciabombardieri F-35  è importante perché è  ora di dire basta a queste scelte che tolgono risorse allo sviluppo sostenibile e ai reali bisogni del Paese, e non fanno altro che alimentare la corsa al riarmo, a nuove guerre, a nuove dittature. E’ ora di costruire la pace con l’economia di pace e con la difesa civile e nonviolenta, con il rifiuto della guerra e con la messa al bando delle armi nucleari. Dobbiamo garantire l’accesso ai diritti fondamentali e universali a tutte le persone, perciò il Parlamento deve ascoltare e scegliere da che parte stare: dalla parte dei bisogni del paese e della pace o dalla parte dell’industria bellica? Tra il 2019 e il 2020 anche il nostro Paese dovrà decidere se sottoscrivere un contratto di acquisto pluriennale, diverso dagli acquisti annuali flessibili che sono stati condotti finora,  per cui siamo allo snodo fondamentale: dopo tale passaggio non sarà più possibile tornare indietro e risparmiare alcun euro, anzi il continuo lievitare dei costi ci costringerà ad aumentare anche i fondi attualmente stanziati.  Consideriamo che nella seconda parte del 2018 sono stati almeno 6 i nuovi contratti sottoscritti dall’Italia in prosecuzione all’acquisto di lotti  di F-35. I documenti della Difesa (come il DPP 2018) confermano  che anche il Governo Conte – così come gli Esecutivi precedenti – ha firmato contratti che configurano l’acquisto di nuovi aerei  spendendo  centinaia di milioni di denaro pubblico!!
Maria Cristina Angeletti

Siamo reduci dal nostro Coordinamento di Rete svoltosi a Sezano il 23 e 24 marzo. Come vedrete dal verbale, se la domenica è stata dedicata alla preparazione del Seminario Nazionale sull’informazione (WEB: strumento di liberazione o di controllo?),il sabato, invece, ha visto concretizzarsi il nostro statuto associativo con gli aggiornamenti richiesti dai cambiamenti avvenuti dalla fine degli anni novanta ad oggi. Diciamo questo perché vogliamo sottolineare il fatto che si è scelto di mantenere quello spirito leggero e poco burocratico che ci fa navigare da 55 anni (!).  A dire la verità, qui a Verona siamo reduci anche dal Congresso Mondiale delle Famiglie che ha riunito le destre italiane, europee e statunitensi in un clima pesante,di forte chiusura nei confronti di un’idea di società inclusiva e plurale. Molti dei relatori, come saprete, hanno preso a pretesto motivazioni etiche per seminare odio da “suprematisti bianchi”. Proprio questo è stato l’aspetto più preoccupante del Congresso: la sua dimensione politica in un momento in cui in paesi come la Polonia, l’Ungheria e l’Italia la destra populista è al governo.L’idea del Congresso delle Famiglie è nata negli Stati Uniti nel 2007, grazie all’impegno di personaggi molto vicini ad amministrazioni come quella di Reagan o di Trump. Negli stati Uniti, infatti, sono molto attivi i gruppi prolifeche hanno da sempre legami con la destra suprematista bianca. Altrettanto inquietante è stata la presenza di alcuni esponenti della chiesa ortodossa russa e di uomini molto vicini a Putin, che potrebbero aver contribuito in larga parte al finanziamento di questo congresso mondiale. Uno studio del sito britannico Open Democracy ha analizzato la lista dei partecipanti a tutti i Congressi delle Famiglie e ne è venuto fuori che almeno cento politici, in attività, di 25 paesi diversi hanno partecipato come minimo ad un Congresso; sessanta di loro erano europei e metà di questi provenivano da partiti dell’estrema destra (vedi Internazionale dell’1 aprile). Del resto, Forza Nuova è stata presente a pieno titolo al Congresso di Verona in compagnia di gruppi ultra fondamentalisti cattolici come Militia Christi o Alleanza Cattolica (interessante notare il lessico militaresco) e il comitato Pro Vita, anch’esso legato a FN. Molto interessanti sono state, a questo proposito, le dichiarazioni che l’avvocata della Sacra Rota, Michela Nacca, ha reso durante un incontro alla D. i. Re (Donne in Rete contro la violenza). La Nacca ha parlato del Congresso come “un’occasione per contarsi, partendo dall’Italia dove, in questa fase storica è in atto un esperimento sociale per riaffermare un movimento che sembra avere molti punti in comune con la destra fascista, il cui fulcro è tornare indietro rispetto ai diritti delle donne. Una vera Controriforma che, nella sua grammatica principale prevede anche l’omofobia e il razzismo….Il tema della famiglia, quindi, sarebbe solo un pretesto per arrivare alla creazione di un partito o di un movimento di massa popolare a livello internazionale….” La Nacca ha aggiunto: “Ritengo che noi cattolici non possiamo condividere la visione di famiglia che emergerà da questo Congresso” (fonte www.gaypost.it)
Per fortuna, contemporaneamente al Congresso, il pomeriggio di sabato 30 marzo, Verona è stata invasa, in modo assolutamente pacifico, dalla più grande manifestazione di massa che sia stata mai vista nella nostra città. Poco meno di centomila persone, provenienti da tutta Italia, hanno aderito all’appello di Non una di meno e sono venute a marciare festosamente per sostenere i diritti e la libertà delle donne e dire no ad ogni discriminazione di genere e non solo. Per esempio,tra i moltissimi cartelli portati in corteo si leggeva: “Quanto sono Pro-Vita i lager in Libia?” E’ stata davvero una bellissima festa. L’unico incidente con la polizia, di cui trovate traccia anche su Google, è stato causato da un sostenitore di Salvini, che ha insultato un’agente della DIGOS. Vi raccontiamo questo perché siamo sicuri che il clima pesante di questo periodo durerà a lungo. Ma, mentre sono evidenti le collusioni tra tutti i conservatorismi peggiori, in questo muro non mancano le crepe che anche noi, col nostro agire solidale, contribuiamo ad allargare ogni giorno. Come dice il poeta sardo Bruno Tognolini “non dobbiamo cantare, dunque, dei tempi bui, ma della luce, della gioia e della bellezza, della speranza… che sono sempre disciolte in tutti i tempi”.
BUONA PASQUA!
Maria per la Rete di Verona

Cambia il capitalismo: il fatto che già nel 2011 Apple abbia superato in termini di capitalizzazione Exxon Mobil e che oggi le due persone più ricche del mondo siano Jeff Bezos, capo di Amazon, e Bill Gates, fondatore di Microsoft, sono fatti indicativi. Cambia la nostra vita, sia negli aspetti materiali (cosa e dove compriamo …) che in quelli più immateriali (cultura, informazione, comunicazioni interpersonali …). Cambia il modo di fare politica e la politica stessa: i governanti comunicano non più attraverso conferenze stampa o comunicati ufficiali, ma via Facebook o Twitter, e pretendono di guidare il paese bypassando la prassi istituzionale, fatta di principi, regole e atti formali. Ma cambia anche la comunicazione privata e interpersonale, rendendo più frettolosi e superficiali i rapporti, frammentando la società e rinchiudendoci in una dimensione più individuale. Incapaci di “ricucire le lacerazioni”, siamo consumatori di relazioni usa e getta, sempre più soli con le nostre paure ma con tanti sempre nuovi amici virtuali, amici che non abbiamo mai visto in faccia e negli occhi. Questo porta poi spesso a espressioni virali di violenza un tempo inaudite, violenza che non sempre rimane a livello verbale. Non si tratta di demonizzare le nuove tecnologie o di ignorarle: volenti o nolenti ne siamo tutti condizionati. Se vogliamo che il nostro operare a livello sociale, politico e di solidarietà sia efficace, serve una maggiore e più approfondita consapevolezza e conoscenza della realtà in cui operiamo. E’ sempre una questione di stile di vita. Si tratta innanzitutto di dedicare tempo alla comprensione della realtà, alla ricerca critica, ai rapporti interpersonali. Dobbiamo sforzarci, da un lato di capire i cambiamenti in atto a livello sociale ed economico, e dall’altro di imparare a conoscere e ad usare in modo critico i nuovi strumenti che le tecnologie digitali ci forniscono. Per questo il Coordinamento della Rete ha deciso di dedicare ai temi dell’informazione nell’era digitale il Seminario di quest’anno, cioè il momento formativo e di approfondimento che la Rete promuove negli anni in cui non c’è il Convegno nazionale. La scelta del Coordinamento è stata quella di dedicare due giornate (il 18 e il 19 maggio) a questi temi, chiamando relatori ed esperti che ci aiuteranno ad analizzare e a capire meglio i vari aspetti di questi fenomeni. Il Seminario vuole tenere conto delle differenze generazionali: per i più giovani (i cosiddetti “nativi digitali”) il focus sarà soprattutto su come rapportarsi in modo critico alla realtà digitale, per loro naturale ma spesso vissuta in modo acritico; per i meno giovani si tratterà di acquisire gli strumenti per usarla in modo efficace e consapevole. La sede del Seminario sarà il Centro Congressi Ca’ Vecchia di Sasso Marconi (Bologna). Informazioni più dettagliate saranno fornite in seguito. Intanto la Segreteria invita tutte le reti locali a organizzarsi per garantire una buona partecipazione.
La Segreteria: Maria Angela, Maria Cristina, Fulvio

Fine Dicembre.
L’associazione Repubblica Nomade ci contatta per condividere un pezzo del loro ultimo cammino dal titolo : “ Il crollo e l’unione ”. L’idea è quella di unire simbolicamente l’icona dell’incuria del nostro tempo – il Ponte Morandi a Genova – con l’emblema della chiusura e di una Europa al capolinea – la frontiera di Ventimiglia, raccogliendo contemporaneamente nel tragitto confronti e testimonianze dalle associazioni e dalle realtà operanti sul territorio.

Quel camminare insieme non è puro atto atletico e/o turistico ma elegge spostamento, invenzione ed avventura a strumento per abbattere le barriere e costruire un modello sociale più equo e solidale. Acquisendo così una finalità politica molto forte. Tra i loro significativi percorsi citiamo quello del 2011, organizzato in occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia ed il cui cammino ha ricucito la penisola partendo da Milano – una delle metropoli più ricca d’Italia con Napoli -Scampia – una delle periferie più degradate. Questo gruppo di uomini e donne, diversi per età e provenienza, apre e stimola la relazione. Ognuno si può aggregare. Sia in senso fisico che metaforico. E le esperienze di ogni singolo, di ogni associazione diventano patrimonio comune, condiviso. Quell’ << interrogarsi camminando >> genera una reciproca immediata sintonia. Nel vento di Liguria, l’incedere dei passi è accompagnato dallo sventolio di una bandiera. Una bandiera che è simbolo di lotta, di resistenza ben conosciuta e sostenuta anche da noi. Quella del popolo Mapuche. Ci unisce alla Repubblica Nomade dinamicità, leggerezza, quella << ricerca scalza >>, quel non volersi istituzionalizzare per non spegnere lo spirito ma soprattutto la necessità di ascolto e di relazione.

Fine Gennaio.
Il seminario di Studi tenutosi a Roma all’Università Roma Tre ha definito Masina un << cattolico errante >> . Ettore ci ha consegnato come fondamentale la dimensione del cammino, del divenire …. La Rete ha raccolto valori, strumenti e modalità come una “anomalia resistente ” ( definizione dall’intervento al medesimo seminario di Ercole Ongaro ) Per garantirne la sopravvivenza, Ettore e Clotilde hanno avuto il personale coraggio e la profetica lungimiranza di << demasinizzare >> la Rete Radie Resch. Siccome le nostre energie e risorse stanno progressivamente riducendoci, forse noi dovremmo trovare l’ardire di saper rinunciare ad un po’ della nostra auto – referenzialità e decidere finalmente di disegnare in maniera sistematica percorsi comuni con altre realtà sintoniche ed affini. A cominciare dal nostro Convegno prossimo venturo ………………….
La Rete Locale di Celle – Varazze