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CIRCOLARE NAZIONALE DI APRILE 2018 – Rete Radiè Resch di Castelfranco Veneto

Dal dramma del popolo congolese:
NON UN GRIDO DI DISPERAZIONE MA UN GRIDO DI RIVOLTA

“Siamo tutti pieni di gratitudine perché ci sappiamo supportati da voi e questo ci dà la forza di andare avanti. Volevo dirvi due parole per quanto riguarda la situazione attuale del Congo: la situazione è di grande sofferenza, dal punto di vista sociale il popolo non ha mai vissuto così male prima dei giorni di oggi. Oltre a questa sofferenza generalizzata, c’è la crudeltà del potere. Il popolo che non ce la fa più è riuscito ad alzarsi e dire di no alla dittatura, dire di no ai massacri, a dire di no a tutto quello che il potere sta facendo per impedire ogni presa di parola. È così che i cristiani, laici principalmente sostenuti dai sacerdoti, dalle religiose e dai religiosi hanno organizzato delle manifestazioni pacifiche per richiamare il governo e chiedere a chi è al potere di rispettare l’accordo di S. Silvestro. L’accordo che è stato firmato alla fine del 2016 con la mediazione della Chiesa perché è l’unica via che permette al paese di uscire dalla violenza, di trovare una via di uscita pacifica. Per questo i cristiani stanno organizzando delle manifestazioni pacifiche per chiedere la democrazia, per chiedere la organizzazione delle elezioni, per chiedere la pace e una vita dignitosa. Purtroppo in ogni occasione c’è stata una risposta crudele del potere. Il 31 dicembre 2017 c’è stata la prima manifestazione, la risposta del potere è stata la violenza nel sangue, hanno ucciso, hanno ferito, hanno sequestrato, hanno portato via, imprigionato dei cristiani che non avevano niente in mano se non la loro Bibbia, la croce e il rosario e stavano pregando. In quella occasione i poliziotti hanno profanato anche le chiese per creare un vero e proprio disastro. Questa è una situazione terribile che stiamo vivendo. Il 21 di gennaio 2018 è stata organizzata una seconda marcia e la risposta è stata uguale, c’è una crudeltà che non si capisce, si risponde con la violenza, ma grazie a Dio i cristiani sono più determinati di prima. Domenica 25 febbraio è stata programmata un’altra manifestazione pacifica e la protesta si sta allargando in tutte le Provincie. I cristiani sono determinati a chiedere lo stato di diritto. Questo è il grido del popolo e noi siamo grati al Santo Padre che ha programmato una giornata di preghiera per il popolo del Congo e del Sud Sudan, questi popoli stanno soffrendo fuori misura, sono bagnati di sangue. Sapete bene che in Congo da 20 anni a questa parte abbiamo avuto già 10 milioni di morti e ogni giorno ci sono dei morti. All’est del paese c’è una situazione di guerra permanente, stranieri entrano, uccidono e scappano, vogliono sterminare la popolazione. E oggi all’ovest del paese sono arrivati allevatori stranieri con migliaia di mucche che stanno distruggendo tutte le risorse di un popolo povero che vive dell’agricoltura, che non riesce più a ricavare i prodotti dai campi per questi allevatori armati e protetti dal potere. E’ una situazione drammatica che porta il popolo congolese a gridare, non è un grido di disperazione, questo è un grido di rivolta! Un popolo che non ce la fa più, chiede dignità, chiede umanità e chiede ai fratelli e alle sorelle cristiani degli altri paesi, degli altri continenti di sostenerlo affinché si possa fermare questo fiume di sangue. È il grido del sangue innocente di milioni di congolesi e del Sud Sudan. Noi sappiamo che voi siete con noi, e questo ci dà la forza, per questo vi ringraziamo sinceramente e vi chiediamo di continuare a pregare per noi perché abbiamo bisogno della forza e della speranza. Noi non vogliamo morire, noi vogliamo vivere, vogliamo andare avanti nonostante tutto. Aiutateci, gridate con noi, chiedete ai vostri governi di smettere con lo sfruttamento cieco delle risorse del Congo. Chiedete alle vostre multinazionali di smettere con lo sfruttamento delle risorse del Congo. Chiedete ai vostri dirigenti e ai vostri governi di smettere con il traffico delle armi che semina solo morte e sangue. Noi sappiamo che voi siete con noi e che anche voi state soffrendo nel vedere i massacri, le violenze e le ingiustizie che sta subendo il nostro popolo. Aiutateci a fermare questa spirale di violenza.
Grazie a tutti, pace e bene a tutti. Anche noi vi portiamo nella nostra preghiera.”

Cimetière du Trabuquet, Mentone (Francia) – 12 km dal confine di Ventimiglia. Mattina. Una sole splendente inonda il silenzio di questo cimitero aggrappato alla terra, tra ulivi e palme. Di fronte solo l’azzurro di cielo e mare attraversato dai gabbiani. Il luogo è deserto. Aiuta a liberare i pensieri. Una bella cartolina che dà pace. Solo sulla nostra sponda. Quel mare calmo e sereno, un tempo culla di civiltà, oggi inghiotte le vite di persone che hanno osato cullare il sogno di una vita dignitosa. Per sé e per i propri cari. Quella cartolina nella realtà è un cimitero davanti ad un cimitero.

Senza una precisa meta, continuiamo a vagare, in mezzo a centinaia di croci, tutte uguali. Sono quelle dei Tirailleurs sénégalais, un corpo di fanteria reclutato ( a forza ) nelle colonie e nei territori d’oltremare ed usato come carne da macello per la difesa dei confini francesi. I fucilieri, in realtà non solo senegalesi, hanno qui trovato pace. “Mort pour la France” recita l’epitaffio scritto sui bracci della croce. A lato garriscono le bandiere francesi. Libertè, Egalitè, Fraternitè.

Le generalità riporatate sulle croci sono Mustafà, Mamadou, Coulibaly, Diop, Traorè, Diarrà, … Gli stessi nomi di coloro che oggi stazionano nel greto del Roya, perché a Ventimiglia la frontiera italo – francese è stata unilateralmente chiusa . La medesima, difesa a prezzo della vita, dai loro nonni e trisavoli. Un sacrificio di intere generazioni che continua a perpetrarsi ….. Libertè, Egalitè, Fraternitè.

Casa di Cedric Herrou, Breil sur Roya (Francia) – 25 Km dal confine di Ventimiglia Pomeriggio. Saliamo nell’entroterra: nel piccolo comune di Breil sur Roya. Ospiti a casa di Cedric Herrou, l’agricoltore che è divenuto icona dell’accoglienza in quanto condannato per il «reato di solidarietà». Ulivi, coltivazioni a terrazza, terra strappata alla montagna, al corso del fiume Roya. Dopo aver percorso a piedi un sentiero tortuoso, ci ritroviamo in un campo con tende e caravan, allestito per l’ospitalità dei migranti di passaggio. C’è chi fa lezione di francese, chi cucina, chi lava i panni. Circolano in libertà persone ed animali. Seduti sotto una tettoia all’aperto, Cedric ci riceve. L’approccio non è facile. Persona ruvida, appare molto abbottonato, quasi restio. Capiamo che la telefonata di Don Rito Alvarez, il parroco di Ventimiglia, è stata determinante. Ci sta studiando. Spieghiamo il motivo della visita e lo invitiamo a Trevi. Declina. La recente condanna non gli permette di uscire dalla Francia. Quel confine, a pochi chilometri di distanza da qui, chiude anche Lui. Cerchiamo di approfondire la scelta del tema del convegno. Traducendogli il titolo, ci sorride : “la questione non è così semplice ”. Il clima si riscalda ed il suo racconto parte.

Al primo fermo, nonostante trasportasse con il proprio furgone tre clandestini eritrei (quindi in flagranza di reato) gli è stata riconosciuta “l’immunità per scopi umanitari”. Nessuno di loro aveva pagato e quindi lui non poteva essere configurato come passeur. Dopo che la sua attività, oltre che umanitaria, è diventata politica, le cose sono mutate. Alcune interviste pubblicate su numerose riviste (tra cui il New York Times) rendono evidente il vuoto di uno stato che, dopo aver chiuso le frontiere, si disinteressa completamente del problema. Da quel momento “tolleranza zero”. Ne seguono controlli ripetuti ed un monitoraggio costante della zona intorno alla sua casa. Cedric si assume la piena responsabilità dei fatti contestati e continua ad accogliere tutti coloro che lo raggiungono. Il tam tam tra i migranti è efficace. Arrivano da soli. Decide di interrompere l’iniziale attività e rientrare nella “legalità” per non mettere più a rischio la sorte dei migranti. Insieme all’associazione Roya citoyenne raccoglie le loro generalità, compila le domande di richiesta d’asilo e le consegna ufficialmente alla gendarmerie. Attualmente se le autorità francesi sorprendono un migrante oltreconfine, in una fascia di circa 20 km, questo viene automaticamente caricato e rispedito con il treno in Italia. Minori compresi !!!! Nessun documento è valido. Anzi sovente questi, quando esistono, vengono stracciati (1). “Per dare evidenza di ciò cerchiamo di fotografare i documenti prima che vengano distrutti. Ora chi compie un reato non siamo noi ma lo stato francese con la complicità di quello italiano“. Monsieur Herrou si definisce un whistleblower (2): “Mi sono messo nell’illegalità perché lo stato si è messo nell’illegalità. Bisogna rimettere al centro di tutto gli esseri umani. Dobbiamo impegnarci in quanto cittadini per fare in modo che ogni casa diventi uno spazio politico”.

L’analisi di Cedric Herrou và oltre. Ed è molto lucida. Il fenomeno dei migranti disvela il fallimento di tutti i nostri modelli di riferimento. Certo quello del neo-liberismo ma anche gli aspetti culturali più profondi. Filosofici e morali. La Libertè, Egalitè, Fraternitè viene regolarmente disattesa. Per una Europa che si fregia di essere depositaria di una tradizione e di un alto senso civile evidenziare tutto ciò non è sopportabile. Ed il sistema reagisce di conseguenza.

Verso il Convegno. Numerosi gli spunti di riflessioni. Ne evidenziamo alcuni:
– Le azioni umanitarie sono tollerate, anzi sovente incoraggiate in quanto vanno a coprire le responsabilità ed i buchi istituzionali. Diverso è se all’operazione umanitaria si associa l’azione politica che quelle responsabilità mette in evidenza.
– Le dichiarazioni dei diritti dell’uomo, fiore all’occhiello del pensiero europeo, si sgretolano di fronte al fenomeno migratorio e lasciano il posto a muri, paure e alle pericolose derive nazionaliste ( e razziste ) a cui stiamo assistendo.
– Le testimonianze di Padre Zerai e di Cedric Herrou mettono sempre più in luce il bisogno istituzionale di allineare le operazioni umanitarie. La criminalizzazione della solidarietà viene attuata soprattutto in quelle zone critiche di intervento che sono il limes europeo, mare, terra o montagna che sia (3). Qui gli “occhi ed orecchie ” non conformi sono scomodi ed i whistleblower sgraditi. Perciò si è scelto di esternalizzare la frontiere, finanziando interventi come quelli in Libia e Niger. Delocalizziamo il “nostro lavoro sporco” in luoghi poco accessibili ai riflettori mediatici e comunque soggetti a facili amnesie
– L’entrata in vigore della riforma del terzo settore del 1° Gennaio 2018 ( comprensivo di una richiesta di adeguamento dello statuto associativo alla normativa) non rischia di estendere quell’allineamento istituzionale a tutto il territorio nazionale ?

La solidarietà espressa dalla Rete è sempre stata “libera ” da vincoli istituzionali. L’autotassazione, oltre che testimonianza di una scelta personale dei propri aderenti, ha sempre garantito una autonomia da fondi ( e quindi vincoli ) governativi. Inoltre nel nostro recente percorso in cui ci siamo interrogati su Quale solidarietà dovesse esprimere la Rete, l’azione politica è stata confermata come prassi irrinunciabile. Se tali sono i principi che ci animano dovremo anche valutare le conseguenze delle scelte che effettueremo. Sia come singoli aderenti sia come associazione in toto.

Abitare la frontiera, vuol dire abitare la marginalità. Non solo come mero fatto fisico ma come condizione esistenziale. Apre inedite prospettive a chi crede nell’uomo. Ancora di più. Rappresenta il luogo propizio a cogliere il kairòs del nostro tempo. Perciò Ventimiglia è solo un esempio. Uno dei luoghi simbolo di confine in cui le contraddizioni si palesano. Laddove certo, il fenomeno della migrazione mette a nudo la profonda crisi dei nostri modelli, economici e culturali. Ma contemporaneamente rivela quotidiane scelte personali profondamente solidali. Un laboratorio ricco di attività e di creatività incredibili. Da un versante e dall’altro. Per il lato francese, Vi abbiamo scritto di Cedric Herrou. Per il lato italiano, ascolteremo al Convegno Don Rito Alvarez. Insieme agli altri testimoni e relatori scelti. Ed a noi stessi.

Ci informeremo, ci confronteremo e ci formeremo ……. per riempirci di quella indispensabile speranza necessaria a continuare il lavoro nel nostro locale. Ri-incontrarci sarà, al solito, un piacere. Vi aspettiamo !!

La segreteria
Angelo (Ciprari), Monica (Armetta) e Pier (Pertino)

(1) Comportamenti palesemente illegali per la stessa normativa francese e contrari all’articolo 2 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo.
(2) Persona che lavorando all’interno di un’organizzazione, di un’azienda, (in questo caso di uno stato) si trova ad essere testimone di un comportamento irregolare, illegale, potenzialmente dannoso per la collettività e decide di segnalarlo all’autorità giudiziaria o all’attenzione dei media, per porre fine a quel comportamento
(3) E’ interessante sottolineare che la cultura di chi vive in mare ed in montagna contenga profondamente radicato
il concetto di soccorso ed aiuto a chiunque sia in difficoltà. Senza distinzione alcuna.

Tony ha 32 anni; ha lasciato moglie e figli in Costa d’Avorio. Lamin e Sherifo hanno 18 anni: vengono entrambi dal Gambia e si sono conosciuti in Libia. Eric è nigeriano: proviene dalla zona dei giacimenti petroliferi, dove è in corso la guerra civile. Tutti sono arrivati, attraversando il Mediterraneo, la scorsa primavera. Sono i richiedenti protezione internazionale, ospiti del progetto di accoglienza diffusa che ha avuto inizio da qualche mese presso la parrocchia San Massimiliano Kolbe di Varese. La Rete locale ne è parte integrante. Da anni, la Caritas Ambrosiana ha creato la Cooperativa Sociale “Intrecci”, che si occupa di servizi alla persona. Dopo gli inviti di Papa Francesco alle parrocchie, perché diventassero parte attiva nell’accoglienza dei migranti, si è dedicata anche a questa missione. Ha in carico, affidate dalla Prefettura, molte decine di persone (in maggioranza giovani adulti) che ospita, prevalentemente, in strutture di medie dimensioni. Gestisce lo SPRAR di Varese. Da circa due anni, ha avviato anche progetti di ospitalità diffusa. Il meccanismo è semplice: “Intrecci” gestisce tutti gli aspetti burocratici, amministrativi e sanitari, eroga agli ospiti la quota del finanziamento statale destinata al loro mantenimento ed il cosiddetto “pocket money” e provvede ai corsi base di italiano. Il gruppo di volontari si occupa dell’accoglienza, dell’accompagnamento e dell’integrazione, oltre che del sostegno all’apprendimento della nostra lingua. Recentemente, sono partiti anche piccoli progetti per l’inserimento degli ospiti nelle attività del Centro di Aggregazione Giovanile presente in parrocchia. L’aspetto più qualificante del progetto consiste nel fatto di riunire una quindicina di persone, di provenienza, opinioni politiche e sensibilità molto diverse, che hanno trovato un’occasione di impegno comune nel sostegno di quattro richiedenti asilo. Ciò ha creato un solido legame tra loro ma, soprattutto, ha sviluppato una forte sensibilità al tema delle migrazioni in uomini e donne che, sino a pochi mesi fa, poco ne sapevano. In una parola, un piccolo miracolo. Purtroppo, però, un miracolo circondato dall’indifferenza. Se, fortunatamente, non si è registrato alcun tipo di protesta o contestazione, le iniziative di sensibilizzazione sinora assunte (almeno due volantinaggi, la partecipazione al mercatino parrocchiale, l’inserimento, come si diceva, nel Centro di Aggregazione Giovanile) non hanno suscitato interesse; salvo, forse, nei più sensibili, il malcelato sollievo di sapere che altri si occupino della questione. Anche nel gruppo, per altri versi coeso, non c’è comunanza di vedute sull’opportunità di dare al progetto una valenza politica o, almeno, culturale. Inizia, invece, a serpeggiare la preoccupazione per il “dopo”: nell’arco di circa un anno, infatti, la Commissione Territoriale per il Riconoscimento dello Status di Rifugiato, convocherà gli ospiti e si pronuncerà sulla loro posizione. Se tale status verrà riconosciuto, essi proseguiranno altrove il loro percorso: ciò comporterà un distacco, ma avremo tutti la consapevolezza di averli accompagnati per un tratto della loro strada. Se, invece, la domanda dovesse essere respinta, ed il rigetto confermato dal Tribunale, il loro permesso di soggiorno sarà revocato e perderanno ogni diritto, compreso quello di vivere nella casa. Si troveranno, quindi, di fronte all’alternativa tra lasciare l’Italia o diventare clandestini. Nel frattempo, però, si sarà creato un legame affettivo con noi volontari e forse, con altre persone. Saremo pronti ad abbandonarli a sé stessi? Soprattutto, a quali conseguenze andrà incontro chi deciderà di continuare ad aiutarli? Ciò introduce il tema del nostro Convegno nazionale ( “ La Solidarietà non è reato. Resistiamo umani ” – Trevi 13-14-15 aprile): può un gesto di solidarietà essere punito come reato? Certamente in Italia, a differenza di altri Paesi europei, non potrà mai esistere un “reato di solidarietà”. Lo garantisce l’articolo 2 della nostra Costituzione, che impone a noi cittadini “l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”. I tempi che stiamo attraversando ci parlano, però, del tentativo, sempre più insistente, di usare norme penali previste ad altri fini, per punire chi si è più esposto nell’aiuto ai migranti: così le iniziative giudiziarie contro varie associazioni impegnate nei salvataggi nel mediterraneo o quelle, più mirate, contro Padre Mussa Zerai, l’ “Angelo dei rifugiati”. Tornando al nostro caso, l’articolo 12 del Decreto Legislativo 25 luglio 1998 n° 286 (cosiddetta “Legge Bossi – Fini”) prevede che “chiunque, al fine di trarre un ingiusto profitto dalla condizione di illegalità dello straniero … favorisce la permanenza di questi nel territorio dello Stato, in violazione delle norme del presente testo unico, è punito con la reclusione fino a quattro anni e con la multa fino ad €. 15.493”. Il reato è stato pensato per punire chi approfitta della condizione del clandestino per offrirgli alloggio a prezzi o condizioni inique (in tal senso si è sempre inteso il richiamo al fine di ingiusto profitto). Così, finora, è stato sempre applicato. E’ pensabile che qualcuno lo tenti di usare per punire chi offre alloggio, aiuto ed assistenza ad un clandestino, per semplice solidarietà?

La solidarietà non è reato

Care amiche, cari amici,
il cammino della Rete Radié Resch dopo l’ultimo Convegno (2016) è stato incentrato su un lavoro di riflessione su “ quale Rete, quale solidarietà ”. La solidarietà è la ragion d’essere della Rete, il suo carattere fondante. Da 54 anni la Rete pratica la solidarietà, ma nello stesso tempo ha continuato a interrogarsi su cosa significa, nel mutare del tempo, essere solidali con i poveri: ascoltando la loro domanda di giustizia, cercando le cause che producono impoverimento, cooperando con gli operatori di giustizia. Ma proprio nel corso del 2017 si è sviluppato un processo che ci ha colti di sorpresa: la solidarietà ha subìto una imprevista mutazione di significato presso l’opinione pubblica, da valore positivo si è trasformata in concetto negativo. Questa mutazione è diventata evidente l’estate scorsa con la campagna di denigrazione delle Ong che operavano i salvataggi in mare dei migranti, prima attraverso una campagna di disinformazione a mezzo stampa, poi con iniziative di alcune Procure, infine con la normativa del governo che imponeva alle Ong vincoli non previsti dal diritto internazionale e dai codici di navigazione. Passo dopo passo, incredibilmente, è stata configurata una inedita fattispecie di reato, che è definito “reato di solidarietà”. C’è stato in Italia un tempo in cui compiere atti di solidarietà verso una persona in pericolo veniva sanzionato con l’arresto o la deportazione o la fucilazione: dall’8 settembre 1943 al 25 aprile 1945, i tragici venti mesi dell’occupazione nazista e della Repubblica di Salò. Chi in quella metaforica notte tenne acceso fiammelle di speranza e salvò l’idea stessa di umanità? Quelli che, ascoltando la propria coscienza, scelsero di resistere, perché istintivamente o lucidamente compresero che l’autentico modo di salvare se stessi è di avere a cuore la salvezza degli altri. Perché, se resistere, disobbedendo alla legge dei nazi-fascisti, avesse pure avuto come conseguenza la perdita della vita, sarebbe però stata salva la propria umanità, il senso stesso del vivere. L’essenza della Resistenza è stato scegliere di restare umani in un mare di disumanità, di aprirsi all’altro che era nel bisogno e domandava aiuto, che era braccato e cercava una via di scampo. Fu una scelta di disobbedienza contro le leggi disumane dei nazi-fascisti, fu scoprire che scegliere di stare dalla parte dell’umanità offesa, negata, era liberante anche per la propria dimensione esistenziale. I “padri costituenti” che lavorarono alla redazione della nostra Costituzione tradussero la drammatica esperienza della scelta resistenziale nell’Art. 2: “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”. Nessun’altra Costituzione ha un pronunciamento così forte sulla solidarietà. Se qualcuno, fino al 2016, avesse cercato nella nostra letteratura giuridico – penale il tema della solidarietà, vi avrebbe trovato il “reato di omessa solidarietà” (omissione di soccorso di minore o incapace o di persona in pericolo). Nel corso del 2017 invece vi ha fatto irruzione il “reato di solidarietà”, che potrebbe anche essere denominato “reato di umanità”. La smagliatura giurisprudenziale a livello europeo è stata provocata da una Direttiva del Consiglio Europeo del 2002, n. 90: in essa si configurava come reato il favoreggiamento dell’ingresso, del transito e del soggiorno illegale di migranti, anche in assenza di profitto economico. La Direttiva invitava gli Stati dell’Unione a criminalizzare persone e organizzazioni che assistono i migranti illegali. È evidente che in Italia non potrà mai essere introdotto il “reato di solidarietà”, considerando l’art. 2 della Costituzione; ma anche in Italia nell’ultimo anno e mezzo sta avanzando una normativa che permette il perseguimento di comportamenti solidali nei confronti di migranti o di persone svantaggiate. Le misure che hanno colpito militanti solidali con i migranti non fanno che confermare e alimentare il sentire xenofobo e razzista che serpeggia in strati della popolazione e che deborda in manifestazioni deprecabili di chiusura e rifiuto. La Commissione Europea persiste in questo indirizzo, tanto che il 2 marzo 2017 ha emanato una “Raccomandazione” agli Stati in cui auspicava, entro dicembre, il rimpatrio forzoso di un milione di migranti irregolari. E l’Italia il 12 aprile ha adottato misure in attuazione della “Raccomandazione” europea per rendere più efficiente il sistema dei rimpatri forzosi, anche abolendo il secondo grado di giudizio per i richiedenti asilo che hanno presentato ricorso contro il diniego. Per contrastare tale tendenza si è svolta a Milano il 20 maggio 2017 una grande manifestazione, a seguito della quale è stata lanciata la “Carta di Milano”, sottoscritta da personalità dell’informazione, dell’arte, delle istituzioni: “Ci impegniamo a tutelare la libertà e i diritti della società civile in tutte le sue espressioni umanitarie: quando salva vite in mare; quando protegge e soccorre le persone in difficoltà ai confini; quando denuncia il mancato rispetto dei diritti fondamentali nelle procedure di trattenimento amministrativo e di allontanamento forzato; quando adempie al dovere inderogabile di solidarietà che fonda la Costituzione italiana. Gli atti di solidarietà non costituiscono reato e le organizzazioni umanitarie, così come i singoli attivisti, non possono essere messi sotto accusa per averli compiuti”. Il Tribunale Permanente dei Popoli, che si sta occupando dei “Diritti di migranti e rifugiati”, nella sessione di Palermo del 18 – 20 dicembre 2017 ha valutato che “le politiche dell’Unione Europea sulle migrazioni e l’asilo, a partire dalle intese e dagli accordi stipulati tra gli Stati dell’Unione Europea e i Paesi terzi, costituiscono una negazione dei diritti fondamentali delle persone e del popolo migrante, mortificandone la dignità definendoli “clandestini” e “illegali” e ritenendo “illegali” le attività di soccorso e di assistenza in mare”. Si comprende dunque l’importanza che il prossimo Convegno approfondisca questa complessa e decisiva questione, dichiarata già nel titolo del Convegno: “La solidarietà non è reato. Re-si-stiamo umani”. “Restiamo umani” era l’accorato grido che Vittorio Arrigoni lanciava ogni giorno – a conclusione dei suoi articoli o dei suoi collegamenti telefonici – dalla Striscia di Gaza investita dalla sanguinosa offensiva israeliana “Piombo fuso” nel gennaio del 2009. Ma “restare umani” – come già nei tragici venti mesi del 1943/45 – può comportare il “resistere”, scelte di resistenza, cioè di disobbedienza alla legge in vigore per non accettare una spirale di disumanizzazione. “Re-si-stiamo umani”. La Rete è sempre stata e non può che stare dalla parte di chi mette in atto comportamenti di umanità verso chi è in pericolo, è minacciato ed offeso nella sua dignità di persona. La Rete è solidale con chi resiste nel Sud del mondo (“là”) e nelle nostre società (“qui”), affinché i diritti di libertà, di dignità e di uguaglianza trovino attuazione nella vita concreta di tutti. La Rete non può rassegnarsi alla disumanizzazione della convivenza civile, veicolata anzitutto dalla de-umanizzazione dell’altro, dello straniero, del diverso, dell’emarginato, premessa a tempeste di violenza di proporzioni immani. Sulla soglia del nuovo anno rinnoviamo l’impegno a “restare umani”, senza smarrire la speranza.
Un augurante abbraccio, da Ercole con gli amici della rete di Milano.

Non camminare dietro a me, potrei non condurti. Non camminare dietro a me, potrei non condurti. Non camminarmi davanti, potrei non seguirti. Cammina soltanto accanto a me e sii mio amico.(Albert Camus)

Cari amici e care amiche, con la circolare di Dicembre vi parlerò dell’Amicizia. Dell’amicizia tra la Rete Radié Resch e la Mesa Campesina. All’inizio, nel lontano 2006 era l’adesione convinta ad un progetto per la sua valenza “politica”: la lotta dei campesinos criollos e Mapuche per il riconoscimento del diritto alla terra, nella lontana Patagonia, in un’ Argentina tra le prime vittime di una globalizzazione economica iniqua. Poi sono diventate “persone”, “storie”, “volti”, che abbiamo conosciuto attraverso relazioni, documentazione, comunicazioni e foto, la visita di Viviana qui, i miei viaggi lì ed il viaggio di gruppo organizzato da Fernanda nel 2014. Persone, storie e volti  che abbiamo imparato a stimare, ammirare ed amare. P. Marcelo Melani, vescovo della diocesi di Neuquen, Viviana e P. José Maria, della parrocchia di Loncopué, coraggiosi figli di una Chiesa locale povera accanto ai poveri ed alle loro attese di liberazione, ispiratori e coordinatori della Mesa Campesina; Mariela,l’agronoma che si è fatta tramite con le istituzioni agricole ed ha anche lavorato con la gente su tanti aspetti della vita campesina (ricordiamo, in particolare il lavoro sulle sementi e la sovranità alimentare), Christian e German, i due giovani avvocati che si sono fatti carico di tutti gli aspetti legali; Maria Rosa, che ha animato le lotte contro la miniera di rame a cielo aperto, Marcela che sta diventando medico per essere utile alla comunità, Susana che vive con il suo piccolo Julian sperduta nelle Ande con il padre, che ha dovuto ingiustamente pagare con la galera il reclamo del loro pezzo di terra; Hernan e Flavio, che hanno organizzato il silos per la conservazione e la distribuzione comunitaria dei foraggi, e tanti altri…volti di…. Gente semplice, campesinos e Mapuche, che vivono di piccola pastorizia, ai margini della società e che hanno avuto il coraggio (a volte pagato con una violenta repressione) di mettersi insieme e lottare per il proprio diritto alla terra e ad una terra non contaminata, unendosi anche alle istanze di liberazione di altri movimenti popolari locali e nazionali. Per loro è stato ed è un lungo e difficile cammino comunitario di coscientizzazione e liberazione, in mezzo a tante difficoltà, anche interne; ma finalmente, grazie alla Mesa non si sono più sentiti soli. Le manifestazioni per la terra, la presentazione di proposte di legge, le giornate di formazione sull’ambiente, il giornalino della Mesa, le lotte ed il referendum popolare comunale per fermare l’istallazione di una miniera di rame a cielo aperto (clamorosamente vinto), le lotte per la proroga della legge di riconoscimento dei territori delle comunità indigene (anch’essa con esito positivo)…, sono stati i momenti più significativi del cammino fatto in questi anni. E noi, li abbiamo sostenuti ed accompagnati non solo con le necessarie risorse economiche, ma anche con l’affetto e la condivisione profonda. E se all’inizio essi pensavano di essere oggetto di beneficenza di ricchi signori del Nord del mondo, con stupore e gioia hanno poi trovato compagni di strada con cui condividere la lotta e la speranza di un mondo distinto. Oggi, al termine del 2°progetto (iniziato nel 2014), gli amici della Mesa Campesina si congedano. Non presenteranno un nuovo progetto. Ritengono di dover proseguire da soli, dando la possibilità ad altri di poter usufruire delle risorse della Rete Radié Resch.…. “Finisce un progetto economico, ma Mai la nostra amicizia ed il nostro affetto”-dice Viviana nella sua ultima recente lettera, che abbiamo letto con commozione e gratitudine e che ora vogliamo condividere anche con tutti voi.

Loncopué  27 ottobre 2017

Hola, amiga! 

Che gioia ricevere la tua e-mail, Maria Rita!… e quello che hai voluto condividere del tuo viaggio in Ghana. Immagino il dolore e la sofferenza di questo Popolo… Tempo fa stavo guardando tutto il lavoro schiavo dei bambini per estrarre il Coltan e come vengono utilizzati per meschini interessi. Noi qui stiamo bene, con molto lavoro ed anche molte situazioni dolorose che riguardano  il popolo Mapuche e gli altri popoli originari… Qualcosa ti avrà raccontato Fernanda… ci sono molte informazioni nel mio facebook ed in quello di Endepa, però ricordo che non hai facebookSe in futuro avrai watsapp nel tuo cellulare, avvisami perché attraverso watsapp ti posso mandare molti audio e documenti. E’ un tempo molto triste nel nostro paese, a volte mi sento sconcertata!! Quello che mi preoccupa e mi duole é come la gente si lascia manipolare ed é spuntato un razzismo ed una xenofobia tanto grande nei confronti dei Mapuche che mi costa crederlo!!Come ciliegina sulla torta, la sparizione di Santiago Maldonado che dava solidarietà alle rivendicazioni Mapuche. Dopo  71 giorni senza sue notizie, Egli è stato ritrovato morto nel fiume…. con seri e fondati sospetti del coinvolgimento della Gendarmeria, coordinata dalla Ministra della Sicurezza del Governo… Grazie a Dio che continuano ad esserci persone tanto care che non abbassano le braccia nell’impegno in difesa della Vita… In mezzo a tanto egoismo, mancanza di solidarietà, disprezzo… ci sono Amici come voi che ci incoraggiano e ci accompagnano. Grazie per il Comunicato di appoggio che ci avete mandato quando sembrava difficile che riuscisse la Proroga della Legge 26160 per il Rilevamento territoriale delle Comunità Indigene… Dopo l’approvazione dei Senatori, abbiamo fiducia che anche i Deputati l’approveranno. Rispetto ai Campesinos, allevatori, sta terminando il tempo dei parti. In alcune zone si sono avute perdite a causa sia della siccità che di forti temporali- però, come sempre dice la gente campesina, ci sono anni in cui Dio dà di più  ed anni in cui non si ottiene tanto…Alcune organizzazioni, come “Quine Newen” si fanno più forti, con molto lavoro e responsabilità. Altre vanno avanti più lentamente, ma vogliono ugualmente camminare.Rispetto al progetto della Mesa Campesina, già abbiamo finito di utilizzare l’ultimo contributo ricevuto l’anno passato. Se Dio vuole spero di potere inviare la relazione ed  il rendiconto in questi giorni. L’anno passato abbiamo discusso coi delegati che partecipano alla Mesa circa il termine del contributo economico. Abbiamo solo parole di ringraziamento per tutto il tempo che ci avete accompagnato e sostenuto economicamente.Ora abbiamo  la sfida di assumere l’impegno di continuare a cercare- tra tutti- la maniera di sostenere spazi di formazione ed organizzazione che mancano e che dobbiamo fortificare.Però non vi presenteremo un nuovo progetto economico perché é già ora che voi possiate appoggiare un altro progetto, che lo facciate con un’altre organizzazione che ancora non ha potuto avere l’opportunità che abbiamo avuto noi in tutti questi anni.Naturalmente se  il ” progetto economico” termina, però MAI la nostra amicizia ed il nostro affetto.Inoltre, abbiamo sufficiente confidenza ed affetto per rivolgerci a voi per qualsiasi necessità urgente che dovessimo avere e che necessiterebbe che ci diate una “manina”.Volevo raccontarti che é venuto a visitarci Tommaso, un giovane italiano del Nord i cui genitori hanno sempre collaborato con la Rete (anche se non vi fanno parte), tramite una coppia della Rete comunicarono con Fernanda ed ella mi avvisò ed il giovane é stato qui con noi per una settimana (da poco é andato a Temuco). Bel ragazzo, fraterno, semplice che ha voluto condividere alcuni giorni con mapuche e campesinos… Abbiamo cercato di renderlo partecipe più che possibile delle nostre attività, quantunque la gente aveva molto lavoro a causa dei parti.Se ne é andato molto contento ed emozionato per quello che ha condiviso! Bene, Maria Rita, mi congedo. Ti mando un grande abbraccio, saluti alla famiglia e agli amici della Rete. Saluti da Padre José Maria e vi ricordiamo nelle preghiere. Che Tatita Dios  ti benedica ed accompagni

Vivi 

Maria Rita (ReteNoto)
BUON NATALE!

A cura della rete di Udine

Grado (GO), 16 ottobre 2017. Trecento cittadini in Consiglio comunale si ribellano di fronte alla Giunta comunale: rifiutano l’accoglienza di 18 migranti nella frazione di Fossalon, 18 migranti su una popolazione residente di 8.251 unità (dati 2016). Quando si parla di migrazione sulla stampa, in dibattiti televisivi, nelle aule della politica il termine “invasione” sembra ormai d’obbligo, corroborato da immagini e filmati. Ma cosa sono 18 persone su 8.251? Grado, la cosiddetta “isola d’oro”, è stata “invasa” da 18 migranti? Nel solo primo semestre 2017, Grado ha visto incrementare le presenze di turisti fino a 425.442 unità (+24.3%): di fronte a queste capacità ricettive, benché stagionali ovviamente, ci si spaventa per 18 migranti? In Italia nel 2016 hanno ottenuto il permesso di soggiorno per asilo politico o protezione umanitaria 155.177 persone e gli arrivi in totale sono stati 181.000. La popolazione italiana nello stesso anno ammontava a 60,7 milioni. Siamo stati “invasi” da 155.177 persone? Siamo stati invasi da 181.000 persone? Accogliere questi esseri umani solitamente sprovvisti di tutto ciò che consente la sopravvivenza è un problema che va affrontato seriamente, ma la distorta percezione del fenomeno apre la strada ad egoismi, violenze, manifestazioni razziste che rivelano anche l’indifferenza nei confronti delle sofferenze di queste persone e la mancanza di conoscenza delle situazioni da cui cercano disperatamente di fuggire. Quanti si preoccupano di cercare informazioni sui loro paesi di provenienza e su ciò che in essi accade, di conoscerne le vicende, come facciamo abitualmente con i nostri parenti (che poi, da un punto di vista puramente biologico, lo sono veramente)? La crisi economica ha sicuramente segnato anche ampie fasce della nostra popolazione. Ma pare che nell’immaginario collettivo stia scomparendo l’esperienza diretta o indiretta delle sofferenze della guerra, della fame, delle persecuzioni. La mancanza di esperienza o di qualcuno che ce la racconti fa la differenza. Quando hai vissuto, visto o sentito, il rapporto con l’altro si modifica. Quando hai sentito il racconto delle loro fughe rocambolesche nascosti sotto i camion, stipati in navi che spesso affondano consegnando al mare i loro corpi, delle botte, delle sevizie, degli abusi sessuali, forse, a quel punto, il termine “invasione” suona solo come una parola ridicola, nemmeno confortata dai numeri.

L’esperienza fa la differenza.

Studenti di età da 16 a 19 anni di alcuni istituti scolastici di 4 comuni friulani da settembre 2017 a settembre 2018 sono impegnati nel progetto CROSSROADS. Il progetto mira a diffondere la cultura dell’accoglienza partendo dalla storia locale come trampolino per acquisire un punto di vista ampio e la capacità di entrare in empatia con il diverso. Il progetto promuove i valori di appartenenza alla Comunità Europea, creando le basi per l’acquisizione di una cittadinanza attiva attraverso la conoscenza del vissuto dei cittadini di ieri, oggi e domani. Gli obiettivi specifici sono:
– creare, attraverso la simulazione, le condizioni affinché i partecipanti sperimentino il vissuto di chi scappa da condizioni di guerra e povertà;
– comprendere come gli atteggiamenti davanti a situazioni di pericolo e difficoltà siano comuni a tutti gli esseri umani;
– capire attraverso le storie raccontate da immigrati attualmente residenti sul nostro territorio quali sono state le paure e i pericoli che hanno corso per arrivare nel nostro paese;
– avere uno sguardo più ampio sul nostro passato e presente di emigranti raccogliendo le storie di chi ha abbandonato la propria terra;
– realizzare come sogni, paure e speranze uniscano le persone che a fatica lasciano la propria terra.
Il progetto CROSSROADS si sviluppa in 4 fasi e vede impegnati studenti e migranti supportati da volontari, insegnanti e psicologhe esperte. La 1^ fase è stata già realizzata e consisteva in una simulazione che ha visto impegnati studenti e migranti a ruolo invertito. I ragazzi sapevano che avrebbero fatto un’esperienza con dei migranti o sui migranti, ma non sapevano che sarebbero stati protagonisti della refugees simulation, mentre le famiglie erano state avvertite. Gli studenti nel ruolo di migranti hanno attuato una improvvisa fuga all’alba da un paese in guerra. Hanno affrontato l’inizio di un viaggio che li ha coinvolti come gruppo e come singoli in scelte e difficoltà da superare per arrivare in un luogo sicuro. Hanno sperimentato ostacoli e fatiche nel trovarsi improvvisamente a contrattare con persone senza scrupoli (ruolo svolto dai migranti) per attraversare un confine o per avere un pasto caldo, vivendo lo sforzo e la paura del non comprendere la lingua di chi sta contrattando sulla loro vita. Hanno toccato con mano, seppur per breve tempo, la fatica fisica e la solidarietà (o meno) all’interno del proprio gruppo e l’importanza del contatto umano con persone incontrate durante il cammino. Gli effetti della simulazione sono stati eclatanti e drammatici per l’intensità delle emozioni vissute dai partecipanti: chi ha ringraziato, chi ha affermato che gli è stata cambiata la vita, chi ha detto che finalmente ha capito, chi è scoppiato in lacrime … Ovviamente quanto vissuto è stato elaborato con il supporto delle psicologhe coinvolte nel progetto nel corso di due giornate di debriefing. Il progetto continuerà per la realizzazione delle altre fasi. Siamo convinti che dopo un’esperienza di questo tipo i migranti non verranno più visti come esseri pericolosi ma semplicemente per quello che sono: persone che affrontano grandi difficoltà, grandi sofferenze e grandi paure.

Nel gruppo di Torino della Rete Radiè Resh da tempo l’interesse ruota intorno al disagio che sentiamo di fronte ai pregiudizi che riguardano il mondo dei migranti. Sul bus, nella sala d’attesa del medico, al mercato, al lavoro, spesso anche tra parenti e amici ci è capitato di frequente di sentire un grande risentimento nei confronti dei migranti, vissuti come persone che vengono a toglierci qualcosa: il lavoro, le case, i soldi che altrimenti dovrebbero andare ai poveri italiani che faticano a sbarcare il lunario, la sicurezza in strada, il nostro modo di concepire e di organizzare la vita dal punto di vista sociale e religioso. Ancora più forte percepiamo la nostra difficoltà e impreparazione a rispondere a tali affermazioni con argomenti esposti con sicurezza e determinazione. Pensando a un modo per ribattere a difesa di queste persone che arrivano con un bagaglio di sofferenza incredibile, con vissuti di esistenze in pericolo e che certo faticano a sentirsi un pericolo per gli altri, siamo approdati alla mostra dei Saveriani, ( missionari laici che si ispirano alla spiritualità di San Guido Conforti), “Le mille e una rotta, popoli in movimento” che è stata esposta anche nell’ultimo convegno nazionale. Questa ha una parte iniziale nella quale si parla delle “male lingue” e cioè dei diversi pregiudizi rispetto ai migranti (es. ci rubano il lavoro, portano malattie…) che agiscono come delle spade che feriscono e allontanano. Contemporaneamente questi pregiudizi vengono smontati con dei dati oggettivi e così, avendo la mente più libera da pensieri ostili, si può passare alla parte delle storie personali. Qui avviene l’incontro con la narrazione di storie di singole persone che riportano la loro esperienza. E qui che i migranti diventano ”umani”, con un nome, una vita, dei sentimenti con i quali ci si può anche immedesimare empaticamente. La mostra prevede anche uno spazio dove vengono presentati dati sulla presenza dei migranti nei vari paesi del mondo ed in particolare in Europa, una puntualizzazione sulle varie parole che vengono usate per definirli e una riflessione sui motivi che spingono a intraprendere il viaggio (si parte per sogno o per bisogno?). Un altro spazio prevede l’esposizione di una barca (come simbolo della traversata del Mediterraneo) dove sono esposti gli oggetti personali ritrovati dalla Questura di Salerno proprio sui barconi. Si tratta, insieme alla narrazione delle storie, della parte più emotiva e forte della mostra. Abbiamo scelto di coinvolgere in questo lavoro la scuola (la Rete di scuole del Canavese) formando dei ragazzi delle superiori e di terza media che faranno da guide presentando la mostra. Essa sarà aperta sia alle scolaresche, a partire dalla quarta elementare, che alla cittadinanza. Nell’organizzazione abbiamo coinvolto tutta una serie di associazioni ed enti del territorio (alcune fondate e gestite da migranti e dai loro figli) creando il Tavolo MigrAzione. Questo ha permesso di conoscere e mettere in contatto le varie realtà del territorio del Canavese (una zona in provincia di Torino che si estende fino a Ivrea, ai confini con la Valle D’Aosta) che con progetti diversi già si stavano occupando si questo tema. Ora queste diverse realtà collaboreranno per questa mostra mettendo ciascuna del tempo, delle persone che si occuperanno di fare le guide (oltre agli studenti o affiancandoli) e di sorvegliare la struttura, dei soldi per finanziare tre eventi collaterali (due spettacoli serali più un intervento del senegalese Mohamed Ba nelle scuole). A questo si aggiunge la collaborazione del Comune di Rivarolo Canavese che ha messo a disposizione Villa Vallero, un ampio spazio dove collocare la mostra e l’oratorio di San Michele che offre gratuitamente il teatro parrocchiale per gli spettacoli. Questo naturalmente potrebbe essere l’inizio di una collaborazione costante nel tempo e ci impegneremo affinchè le conoscenze avviate vengano mantenute per l’avvio di altri progetti in comune. L’obiettivo che ci poniamo con la realizzazione di questa mostra, oltrechè una autoformazione del nostro gruppo, è di provare a smontare i pregiudizi e avvicinare le persone all’ascolto dell’altro. Questo ci sembra importante per “avvicinare” le persone alla tematica dell’immigrazione creando possibilmente un clima più accogliente e meno giudicante. La mostra si terrà a Rivarolo Canavese presso Villa Vallero, dal 21 al 29 ottobre 2017. Se qualcuno di voi volesse visitare la mostra, non esitate a contattarci!

Prima di concludere vogliamo ricordare con affetto e gratitudine Agnese Anissa Manca. Docente di lingua araba ha insegnato e vissuto in diverse parti del mondo attuando diversi progetti di solidarietà. Negli ultimi anni ha svolto un lavoro di volontariato nei campi profughi palestinesi in favore dei bambini feriti di Gaza e della popolazione carceraria. Il suo impegno lavorativo e di volontariato ha sempre mirato alla condivisione di ideali e culture a favore di un mondo amico e solidale. Per tutti è stata un esempio di praticità: ha vissuto cercando di realizzare i suoi ideali in modo concreto, nella vita di tutti i giorni. Grazie Anissa per il tuo impegno e per il tuo amore per la vita.
Il gruppo Rete Radiè Resh di Torino

Circolare nazionale Settembre 2017

A cura della rete di Salerno

Vorremmo raccontarvi la nostra attuale esperienza di accoglienza migranti, ma prima di scrivere e di leggere forse sarebbe meglio chiudere gli occhi e ricongiungerci al senso del nostro agire e cioè l’Amore per l’Altro che è in noi e accanto a noi.

Solo questo forse potrà rendere umano ogni nostro tentativo, supportare ogni errore, ogni fallimento e farci continuare a sperare in un mondo di vita piena per tutti, presupposto per vivere felici ed in pace.

Dopo un po’ di silenzio…ecco il racconto.

Nel febbraio 2016, Silvana, amica del nostro gruppo, torna da un campo profughi in Libano dove era in missione come volontaria di “Operazione Colomba” e dove si stavano tessendo i primi contatti per organizzare le partenze dei profughi siriani per l’Italia attraverso il corridoio umanitario promosso dalla Comunità di Sant’Egidio e la Tavola delle Chiese Valdesi.

La presenza dell’Operazione Colomba nei campi è stata di nodale importanza per la costruzione delle relazioni con queste famiglie e nella scelta dei casi più urgenti.

Non vorremmo dilungarci su come funzionano, ma sull’esperienza umana, a voi gli approfondimenti tecnici.

Silvana ha cominciato ad andare in giro a raccontare la sua esperienza e ha interpellato le nostre coscienze, perché non accogliere anche qui a Salerno e testimoniare che si può fare anche in un modo diverso?

La Rete Radiè Resch a livello nazionale si era già sentita interpellata dai Sud ormai qui ed aveva deciso di esserci, e così abbiamo deciso di esserci anche noi.

Naturalmente, però, non da soli e molti mesi sono stati impegnati nella costruzione di un gruppo che accogliesse “insieme”, man mano che Silvana continuava il suo giro di testimonianze, altri singoli ed associazioni si aggregavano.

Per candidarsi all’accoglienza, il Corridoio Umanitario prevede che ci sia chi accoglie e segua tutto il percorso in autonomia, e che ci sia una casa dove accogliere.

Questo è stato un po’ più difficile, finché nelle maglie di questa rete che si stava creando si è intessuto il filo di un frate francescano, Severo, che non vedeva l’ora di destinare ai bisognosi un convento in città ormai quasi disabitato.

E così il 19 novembre, mentre firmavamo la convenzione con il Provinciale dei Francescani, ci arriva anche la notizia che il 2 dicembre avremmo potuto accogliere una famiglia di 7 persone, senza pensarci su dicemmo subito di sì.

Pochissimo tempo per tante cose: pulizia e sistemazione del convento, approvvigionamento delle prime necessità, organizzazione delle prime cose da fare per loro e soprattutto il “come”; ma non potevamo indugiare.

E così, dal 2 dicembre scorso, a Salerno, nel convento di S. Anna in San Lorenzo, su una splendida veduta di tutto il Golfo di Salerno, vive la famiglia Al Zaidan: Maheer 37 anni, il papà, Abeer 34 anni, la mamma e poi Terkey 14 anni, Oudai 13 anni, Kousay 7 anni, Nour, l’unica femminuccia, e Jumah, due gemellini di circa 3 anni.

Se volessimo raccontarvi tutti questi nove mesi ci vorrebbe già un romanzo: tanta gioia, tante paure ed apprensioni, tanti errori determinati da queste, tante incomprensioni per la lingua, ma questo ci fa famiglia, famiglia che si allarga sempre più, famiglia che loro chiamano tutta “Al Zaidan”.

Solidarietà con loro ma anche fra noi, quest’esperienza sta facendo camminare insieme realtà diverse tra loro, per origine, per formazione, per età, in un percorso in cui si sta piano piano imparando a mettere da parte le nostre convinzioni per un “noi” ed un “loro”.

Questa modalità di accoglienza sta favorendo tanti incontri umani, sta facendo cadere tante paure e permette di aprirsi all’altro con fiducia.

Ma gli Al Zaidan hanno lasciato famiglie in Siria, fratelli e nipoti che vengono arrestati e spariscono, solo qualche settimana fa altri familiari sono scomparsi in Turchia.

A Salerno, inoltre, arrivano in tanti con gli sbarchi e chi ha possibilità di incontrarli e parlargli sa che c’è una grande differenza di accoglienza e di trattamento rispetto a chi arriva con il corridoio.

I corridoi umanitari, allora, non potrebbero correre il rischio di creare una discriminazione tra migranti se questa formula non viene assunta come regola di accoglienza per gli Stati?

Se non servono anche a dimostrare che con i tantissimi soldi impegnati nella “sicurezza”, nell’accoglienza di massa e impersonale, si potrebbe invece garantire vera sicurezza e diritti per tutti?

Possiamo fermarci all’accoglienza di una famiglia senza approfittare della loro presenza per andare “Oltre l’accoglienza”?

Rileggendo gli atti del nostro scorso convegno si evince che tutti i nostri testimoni ci hanno chiesto sopra ogni cosa informazione (situazioni, cause,…), boicottaggio ed azione politica.

Benissimo quindi come abbiamo fatto in questi giorni per il sostegno a p. Zerai e all’Argentina…non dovremmo forse studiare modalità per andare oltre i nostri circuiti (piazze, scuole,…) ed incrementare questo tipo di azioni?

Andar fuori per avere il coraggio di mettersi dalla parte di chi in questo momento è rifiutato, di chi scappa anche a causa nostra e per riflettere insieme su come quel sistema escludente e di “scarto” ormai attanaglia anche le nostre vite in occidente e che in definitiva siamo tutti sulla stessa “barca”?

Potrebbe essere questo un punto importante di riflessione del nostro prossimo seminario nazionale di Brescia?

Il nostro agire/essere, naturalmente, dovrà essere sempre consapevole che è di testimonianza e di semina e che per questo va verso tempi futuri ma ha bisogno di partire oggi ed ogni giorno.

Buona ripresa a tutti

La Rete Radiè Resch di Salerno.

Circolare nazionale Luglio-Agosto 2017
A cura della rete di Alessandria

Raccontiamo un’esperienza nella scuola primaria dell’alessandrino: mercoledì 12 aprile 2017 si è tenuta presso le Scuole di Solero (AL) la tradizionale “Giornata della memoria”, voluta e sostenuta dall’Associazione Comunicando, in collaborazione con la Rete Radié Resch, per stimolare negli alunni la riflessione su temi di attualità. Lo spunto di quest’anno è stato offerto dal docu-film Fuocoammare di Gianfranco Rosi, cui i ragazzi di terza media hanno lavorato, con fatica e buona volontà, per avvicinare un tema delicato quale l’immigrazione.
Parlano i ragazzi: “Onestamente, all’inizio abbiamo fatto un po’ di fatica a seguire il lungometraggio, per la lentezza dell’azione, per la lingua utilizzata – il dialetto siciliano che si mescola alle varie voci dei migranti – e per le immagini spesso buie, che riproducono il cielo cupo della notte e della tempesta.
Fuocoammare ci parla di una delle tante realtà dei nostri giorni – gli sbarchi di migranti che, con crescente frequenza, avvengono lungo le coste italiane – e lo fa attraverso la storia di un’isola che è diventata il simbolo dell’emergenza e dell’accoglienza: Lampedusa”.
Parlano i migranti: “Non potevamo restare in Nigeria, molti morivano, c’erano i bombardamenti. Siamo scappati nel deserto. Nel Sahara molti sono morti, sono stati uccisi, stuprati. Non potevamo restare. Siamo scappati in Libia, ma in Libia c’era l’ISIS e non potevamo rimanere.
Abbiamo pianto in ginocchio: -Cosa faremo? Le montagne non ci nascondevano, la gente non ci nascondeva, siamo scappati verso il mare. Nel viaggio in mare sono morti in tanti. Si sono persi in mare. La barca aveva novanta passeggeri. Solo trenta sono stati salvati, gli altri sono morti. Oggi siamo vivi.
Il mare non è un luogo da oltrepassare. Il mare non è una strada. Ma oggi siamo vivi. Nella vita è rischioso non rischiare, perché la vita stessa è un rischio… Siamo andati in mare e non siamo morti”.
E’ il sogno di una scuola nuova, attenta al presente. Vorremmo rendere attuale l’insegnamento di d. Milani, un profeta che ci interroga ancora oggi.
“Però chi era senza basi, lento o svogliato, si sentiva il preferito. Veniva accolto come voi accogliete il primo della classe. Sembrava che la scuola fosse tutta per lui. Finché non aveva capito, gli altri non andavano avanti.” (Lettera ad una professoressa pag. 12).
La scomparsa di Ettore ci induce ad accomunarlo all’azione ed al pensiero del sacerdote di Barbiana: la passione per gli ultimi e gli esclusi sono stati lo scopo della loro vita.
Ognuno di noi nel suo quotidiano può fare la sua parte nella lotta per un mondo più giusto e più uguale.
Anche noi terminiamo con un aneddoto Zen.
Un monaco disse a Joshu: “Sono appena entrato a far parte del monastero. Ti prego, istruiscimi”. Joshu domandò: ”Hai mangiato la tua zuppa di riso?”. Il monaco rispose: “L’ho mangiata”. Joshu disse: ”Allora faresti meglio a lavare la tua ciotola”.

CIRCOLARE NAZIONALE GIUGNO 2017 – RETE di CASALE MONF.TO.

Il 20 maggio ci siamo incontrati come reti del nord/ovest per confrontarci sul tema proposto e discusso negli ultimi coordinamenti nazionali. Abbiamo avuto una giornata di sole dopo un periodo con clima incerto e l’accoglienza gradevole nell’ambiente collinare della casa di Beppe e Cristiana a Quarti di Pontestura ha favorito sicuramente la disponibilità all’incontro e alla condivisione.

In questo percorso siamo stati aiutati da Anna Zumbo, che ha messo a disposizione la sua esperienza di facilitatrice dei lavori di gruppo. Il suo contributo è stato prezioso per metterci in sintonia e per attivare le nostre capacità di ascolto.

Iniziando con un gioco di conoscenza tra i partecipanti si è passati ad un lavoro singolare sulla propria cronistoria nella rete riscoprendo le tappe più significative. Si sono alternati momenti assembleari e momenti di confronto tra gruppi più ristretti in modo di dare a tutti la possibilità di esprimersi e di raccontare il perché la rete è conforme rispondendo alle aspettative ed alle storie di ognuno.

Queste storie si riflettono anche nei legami che si hanno con i referenti delle nostre operazioni diventando così un filo che lega i sentimenti e i cuori. Difatti la rete è fondata sulla relazione e la condivisione da attuare anche accanto al tuo compagno di cammino.

Anna ci ha invitato a riflettere a partire da alcuni “giochi” che da una parte hanno consentito a tutti di esprimere le loro idee chiave, dall’altra hanno offerto l’opportunità di fare una sintesi che facesse emergere le parole chiave rispettando le opinioni di ciascun partecipante.

In queste tecniche di approfondimento dei problemi ho ritrovato l’insegnamento di Paolo Freire che avevo conosciuto nelle parole e nell’esperienza vissuta di don Gino Piccio (1920-2014), vissuto negli ultimi 40 anni della sua vita in solitudine in una cascina nelle vicinanze di Ottiglio Monferrato, animatore di una singolare esperienza di condivisione fraterna e di ascolto che ha arricchito la storia personale delle persone che lo hanno incontrato e che ancora si ritrovano nella sua memoria.

Alcuni partecipanti hanno manifestato perplessità sul metodo di articolazione della giornata. Altri invece hanno valorizzato l’opportunità nuova di espressione delle idee, anche al fuori di documenti complessi e la possibilità di ascolto reciproco, con maggiore “leggerezza” rispetto alle discussioni, a volte faticose, dei coordinamenti.

Potrebbe nascere qui una riflessione sul nostro modo di affrontare i problemi come Rete: abbiamo ereditato modalità di espressione e di ascolto che sono ancorate ad una generazione di grandi dibattiti e di pensieri articolati, ma non sempre risultano efficaci in una società in cui tutti parlano e pochi ascoltano e spesso di questo ascolto percepiscono messaggi molto brevi, al limite dello slogan.

L’ascolto è veramente una delle vittime della nostra società mediatica. Il modello televisivo a cui siamo quotidianamente sottoposti è quello di persone che parlano molto e non ascoltano mai. Questo atteggiamento si trasferisce dalla scena della comunicazione pubblica all’ambito delle relazioni quotidiane fra gli individui. Non sappiamo e non vogliamo ascoltare gli altri: non rispondiamo alle domande, interrompiamo solo per prendere la parola e per tenerla il più possibile. Si direbbe che ci limitiamo ad ascoltare noi stessi mentre stiamo parlando, ma non accade neppure questo, perché se davvero ci ascoltassimo, avremmo di tanto in tanto qualche dubbio.

Spiegare una simile paradossale situazione non è così difficile se consideriamo il desiderio prevalente di esercitare con le nostre parole quel potere che oggi è la merce più ricercata e che diventa abitualmente una forma di prepotenza e di prevaricazione. La TV costruisce la sua apparente neutralità offrendoci il riferimento degli “indici di ascolto”.

Ma quale ascolto? Sulla scena televisiva delle molteplici trasmissioni sui migranti (su cui è stato costruito un nuovo soggetto politico!) nessuno sta davvero “ascoltando”: tutti i partecipanti si limitano a parlarsi addosso. Se già loro non si ascoltano, quello che fa il teleutente potremmo definirlo in tanti modi, ma non ha nulla a che vedere con un ascolto vero.

Essenziale è invece capire, restando alla pratica quotidiana di ciascuno di noi, che cosa implica un ascolto, quali trasformazioni di noi stessi richiede. Il campo di prova è il rapporto con l’altro. Questo “altro” può essere chiunque, quello che incontriamo fuori di casa nelle normali relazioni di vita o per caso, o solo chi sentiamo al telefono: può essere un amico, qualcuno che vive accanto a noi, una presenza costante, ma anche uno che non conosciamo affatto, uno sconosciuto in cui ci imbattiamo. Comunque lui non è noi, non diventa mai un alter ego, risulta sempre diverso, è un diverso, ha qualcosa di estraneo. Ascoltare non significa togliere di mezzo questa estraneità, al contrario c’è ascolto solo quando partiamo da essa e ne teniamo conto, solo se riusciamo a far nostra in qualche modo la sua estraneità, il suo essere “straniero”. Solo se attiviamo in noi stessi una zona di estraneità, per così dire parallela e congruente con la sua.

Non c’è neppure bisogno della parola perché una sintonia si realizzi, è sufficiente un atteggiamento di apertura, e spesso il silenzio è più adatto di tante parole a produrlo, come sa bene per esempio chi esercita il mestiere dell’insegnante. Ciò accade del resto in tutte le pratiche in cui l’incontro con gli altri è la posta in gioco della riuscita o dell’insuccesso.

Perché si realizzi un ascolto, occorre dunque mettere in atto una pratica di sé che è molto poco abituale nella società di oggi: bisogna riuscire a scavare una specie di vuoto dentro di noi, procurarsi uno spazio mentale (e anche fisico) attraverso il quale la cosiddetta “ospitalità” diventi la possibilità concreta dell’ascolto dell’altro.

(NDR. alcune di queste ultime frasi sono state riprese da un articolo di Pier Aldo Rovatti, modificando però alcune parti del testo. Spero che l’autore non se ne abbia a male!)

VUOTARE LA PROPRIA TAZZA

Un filosofo si recò un giorno da un maestro zen e gli dichiarò:

Sono venuto a informarmi sullo Zen, su quali siano i suoi principi ed i suoi scopi“.

Posso offrirti una tazza di tè?” gli domandò il maestro.
E incominciò a versare il tè da una teiera.

Quando la tazza fu colma, il maestro continuò a versare il liquido, che traboccò.

Ma che cosa fai?” sbottò il filosofo. “Non vedi che la tazza é piena?

Come questa tazza” disse il maestro “anche la tua mente è troppo piena di opinioni e di congetture perché le si possa versare dentro qualcos’altro ..

Come posso spiegarti lo Zen, se prima non vuoti la tua tazza ? ”

Beppe, Claudio e Roberto