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Circolare Nazionale Rete Radiè Resch

Gennaio 2016

scrive un gruppo di laici e preti, in dialogo su fatti e problemi del nostro tempo, alla ricerca del bene comune:

OSSERVATORIO SUL FENOMENO MIGRATORIO (novembre 2015)

La diffusa disinformazione di chi non si assume alcuna responsabilità o deforma la realtà per motivi ideologici è un crimine che generando paura sopprime la libertà di comprendere e impedisce alla gente comune di cogliere la dimensione drammatica di tante situazioni umane, favorendo giudizi superficiali e pretestuosi di tipo egoistico. E’ quello che sta accadendo per la straordinaria crisi umanitaria delle migrazioni di massa provenienti soprattutto dal vicino Oriente e dall’Africa sconvolti dalla guerra e dalla povertà e dirette verso l’Europa attraverso il Mediterraneo e i Balcani. Un sondaggio dell’IPSOS, agenzia europea di rilevazione, evidenzia come gli italiani siano fra i peggio informati sul fenomeno migratorio: statistiche infondate, confusione nei numeri fra immigrati in fuga e immigranti stanziali integrati da anni che contribuiscono col loro lavoro alla previdenza sociale e alla ricchezza del paese che li ospita; non conoscenza della provenienza europea dei fondi destinati all’Italia per l’emergenza migratoria, che pertanto non grava sulle casse dello Stato italiano, timori per pericoli inesistenti di epidemie e così via …. Una recente lettera pastorale dei vescovi di Treviso e Vittorio Veneto cerca di “dare una risposta che, partendo dalla considerazione essenziale della dignità dell’uomo, possa far superare preclusioni di principio che generano paura nella gente, e quindi recuperare la libertà interiore di pensare ed agire secondo alcuni valori irrinunciabili”. Dimenticare che il “fenomeno migratorio”, esperienza costante dell’umanità di tutti i tempi, è fatto da uomini in carne ed ossa, con le loro storie drammatiche, le loro speranze, le loro paure e le loro debolezze, significa regredire all’uomo selvatico, chiuso nel proprio egoismo, nemico di tutti, anche di se stesso e tradire la fede in un Padre comune, come hanno ricordato i nostri vescovi. La Fondazione Leone Moressa della CGIA di Mestre monitorando 846 articoli pubblicati nel 2014 dai principali giornali italiani (Il Sole 24 Ore, La Repubblica e il Corriere della Sera) dedicati all’immigrazione, ha evidenziato che essi nell’88% dei casi si dedicano agli aspetti negativi dell’emergenza, ai pericoli sanitari, alle proteste e alla criminalità, e solo nel 12% ai bisogni della persona e agli aspetti positivi del fenomeno: quali la necessità crescente di un rinnovo generazionale che contrasti l’attuale “trend” negativo delle nascite in tutta Europa e soprattutto in Italia, che ci condurrà nel prossimo futuro verso una società di anziani bisognosi di assistenza, il rilevante contributo previdenziale degli immigrati stanziali, che in Italia ammonta a più di 10 miliardi, (fonte INPS 2014) e, non per ultima, la ricchezza dell’incontro vitale fra culture diverse … Qualche Numero: La stessa fondazione Moressa e l’INPS rilevano (nel 2014) che gli immigrati stanziali nel nostro paese (“nuovi italiani”) sono circa 5 milioni, di essi 3,5 milioni lavorano e dichiarano al fisco redditi di lavoro per 45,6 miliardi di euro, pagando 6,8 miliardi di euro di IRPEF, cui si aggiungono 10,3 miliardi di contributi INPS; se calcoliamo che lo stato spende per loro 12,6 miliardi per servizi, scuola, sanità, etc. resta un saldo attivo di 4,5 miliardi indispensabili per pagare la pensione a 625 mila anziani italiani. Non possiamo dimenticare che noi Europei nella Storia, più che l’esperienza dell’incontro e dello scambio con gli altri popoli, abbiamo sempre privilegiato la conquista, di cui il mercato degli schiavi e il colonialismo sono l’esempio più eclatante. Per anni li abbiamo colonizzati spogliandoli della propria libertà e depredandoli delle loro ricchezze sopra e sotto la terra, e continuiamo ancora oggi corrompendo le loro classi dirigenti. Oggi che sono disperati chiedono il nostro aiuto, ma noi glielo neghiamo …. ci fanno paura, quasi per timore che vogliano restituito quanto abbiamo loro rubato … non ci facevano paura quando li strappavamo alle loro case per venderli come schiavi e li trasportavamo come bestie oltre oceano per lavorare le piantagioni del “nuovo mondo” Né possiamo dimenticare quanto l’Italia nella prima metà del ‘900 fu terra di emigrazione e quanto le “risorse” dei nostri migranti furono importanti per uscire dalla miseria; Castelfranco Veneto non fece eccezione e lo dimostra l’apertura nel 1945 del consolato del Canada per facilitare le pratiche di emigrazione, allora così numerose …. ma a differenza di allora emerge sempre più chiaramente che oggi si tratta di “migranti forzati”, come giustamente li definisce la lettera pastorale, poco importa se fuggono da guerre o persecuzioni (profughi con diritto di asilo politico nel paese in cui vengono identificati ) o spinti da cause ambientali ed economiche invivibili (migranti senza diritto di asilo, “clandestini” perseguibili e rimpatriabili se senza lavoro); in ogni caso si tratta di milioni di disperati (definiti complessivamente ”rifugiati” dalla stampa anglosassone) che rischiano tutto, anche la vita, per un futuro possibile. La guerra siriana e l’espansionismo dell’ISI in Medio Oriente e in Africa, responsabili principali dell’ondata migratoria giunta in Europa nel corso dell’estate attraverso la rotta balcanica e mediterranea, hanno già provocato 150.000 morti e 9 milioni di profughi; critica è anche la situazione in Afganistan, lo stesso in Libia e in altri paesi dell’Africa responsabili dei flussi mediterranei diretti soprattutto in Italia ed in Grecia; in Libano i profughi siriani attualmente sono circa 2 milioni, 2 milioni in Giordania, altri 2 milioni in Turchia, altri ancora in Egitto. SECONDO L’UNHCR (AGENZIA DELL’ONU PER I RIFUGIATI) questi “migranti forzati” o “rifugiati” sono oggi nel mondo circa 58 milioni, compresi quelli ospitati nei “campi profughi” ONU: si tratta della più grande crisi umanitaria dalla seconda guerra mondiale. Essi chiedono ai popoli e ai governi dell’Europa il superamento degli accordi di Dublino, fonte di tale artificiosa distinzione, e chiedono maggiore generosità, non solo riguardo al salvataggio e all’accoglienza immediata, quanto piuttosto alla loro integrazione nel tessuto sociale ed economico europeo. L’OCSE (Agenzia Europea per la Cooperazione e lo Sviluppo) prevede per il 2016 un flusso migratorio verso l’Europa di più di un milione di persone, ma al momento in essa, rispetto a questa tragedia epocale, e soprattutto nei paesi dell’Est, si alzano muri e barriere di filo spinato, si mobilita la polizia e l’esercito, ci si scontra sulle quote di ripartizione e si fomenta irresponsabilmente la paura facendo avanzare i partiti xenofobi. E’ chiaro per tutti che la vera soluzione del problema sta nel risolverne le cause che lo hanno generato: guerre, fame, persecuzioni religiose, desertificazione, espropriazione neocolonialista delle risorse, comprese le terre fertili, inquinamento, corruzione, vendita di armi. Papa Francesco nelle sue encicliche e nel suo recente discorso all’ONU ne ha delineato il quadro e ne ha definito le responsabilità. Un’analisi sociopolitica ed economica seria e non ideologica non potrebbe che ribadire il ruolo rilevante del mondo occidentale, cosiddetto ricco e progredito, cioè di noi stessi, nella genesi di questa catastrofe umanitaria e nel trovarne la soluzione: ignorarlo è ipocrisia, prenderne coscienza ed operare per non ipotecare il futuro è un obbligo morale.

Dagli amici della rete di Castelfranco Veneto

Fabio Corletto e Marta

Circolare Nazionale Rete Radiè Resch

Dicembre 2015

La Rete ha compiuto i suoi 50 anni, e sono già tanti. Si è avviata a proseguire, a volte persino stupita di essere arrivata fin qui; e naturalmente incrociata da varie domande nuove, poste in specie negli incontri di coordinamento o in alcune mail nel corso degli ultimi due anni: pareri, spunti di riflessione. Anche severi. Di grande peso. Ad esempio su come la Rete è, come si è gradualmente trasformata, come dovrebbe essere. Chi faceva un confronto di carattere storico sulla fisionomia della Rete nei primi tempi e ai tempi d’oggi osservava anche che gli aderenti alla Rete più giovani sono consapevoli di non aver vissuto i primi tempi brucianti e di non conoscerli abbastanza. Realtà e generazioni sono cambiate, oggi “abbiamo meno speranze”, – dicevano. È vero che gli anni ’60 e ’70 del secolo scorso hanno presentato subito per noi, appena nati come gruppo, un impatto col mondo imprevisto e in parte sconcertante e pieno di insegnamenti: da un lato per esempio, le provocazioni anticipatrici di Paul Gauthier che, fin da principio, senza tanti problemi, con l’autorità di chi dentro i fatti viveva, ci scolpiva quella frase che ci richiamiamo sempre: ” Importante è che, mentre noi la’ viviamo tra gli operai, voi qui agiate sulle strutture sociali. Voi non potete dare parte della vostra intelligenza, preghiera, denaro per aiutare i poveri se nello stesso tempo non lottate con tutte le vostre forze per sopprimere le strutture che fabbricano i poveri.” Così si apriva la prima interpretazione politica di fatti che normalmente vengono vissuti solo come ” beneficenza “. E su questo Ettore Masina per anni ha scavato. Era una lettura anticipatrice, evidentemente. Stiamo cominciando oggi, in quanto società, con grande fatica a tentar di realizzare qualcosa in questa direzione, affrontare ” le cause “; e chissà quanto tempo ci impiegheremo! Quando poi la Rete è finita nello sconosciuto Brasile, con grande timidezza, mossa solo dalla notizia di mille povertà presenti anche lì, siamo piombati in pieno clima di dittatura militare e ci è stato chiesto inaspettatamente di essere presenti da lontano, ma con la forza in parte nuova di una relazione tra popoli. La fisionomia politica del fatto era stavolta ancora più chiara ed è durata a lungo. Sì, è stato istintivo partecipare, ma anche traumatico. E poi, come succede spesso per le cose difficili, è diventata un’esperienza piena di fascino e di insegnamenti di cui siamo riconoscenti. Da lì negli anni testimoni come Luisella Ancis, la sarda ormai divenuta brasiliana, nei suoi fiumi di lettere a Masina, che finivano in parte nelle circolari, descriveva quale fosse la situazione sociale ed economica di quel paese, cosa volesse dire lottare per il posto di lavoro, difendersi dagli abusi del potere, dover correre a difendere i compagni (nascondendoli, nella fretta, magari in una cabina telefonica …) durante una manifestazione. Scriveva della classe media, la più colpita in tempi di crisi, e noi vedevamo poi l’onda arrivare da noi, e oggi brutalmente. Scriveva delle prime multinazionali, comprese le italiane, che cominciavano a introdursi in silenzio. Prime avvisaglie. Tra molti altri amici e testimoni, davvero tanti, Giovanni Baroni il veneto ormai brasiliano anche lui, ci faceva sapere fra mille cose affascinanti come dopo tante lotte i lavoratori erano riusciti a ottenere nelle grandi fabbriche le 40 ore settimanali di lavoro. E noi qui le avevamo contrattate da poco. Senza ancora saperlo vedevamo spuntare primi aspetti di globalizzazione. Intanto si costruivano, tra qualche puntino sulla carta geografica del nord del mondo e qualche altro puntino al sud, legami di fiducia; assolutamente alternativi, e semplici. Ce n’è uno proprio speciale, passeggero, permettiamoci di farlo rivivere per un momento. È poesia pura: con le sue atmosfere, l’intensità tranquilla, i tanti significati. Viveva in quei tempi a Roma un ragazzo, di nome Carlo. Ben presto la vita lo aveva privato del padre a cui era legatissimo, e di seguito praticamente di tutte le possibilità economiche. Anche del suo pianoforte, grande risorsa per la sua povera persona provata. Ed era comparsa la droga. Ettore sapeva che se si fosse potuto ricomprare un pianoforte sarebbe stata probabilmente la salvezza. Ma i soldi della Rete erano tutti impegnati nelle operazioni. Decise di chiedere a una comunità di amici contadini del Nordest del Brasile: se raccoglieremo altri soldi per voi possiamo provvisoriamente usarli per acquistare un piano che possa ridare a Carlo la voglia di vivere? Arriva la risposta: – Quando abbiamo letto la tua domanda ci siamo seduti e per prima cosa ci siamo chiesti cosa fosse un pianoforte. Per saperlo abbiamo mandato due compagni in città. Sono tornati e ci hanno spiegato che si tratta di uno strumento musicale. Noi siamo, come sai, molto poveri, ma ciascuno di noi ha una chitarra o un flauto e sappiamo quanto la musica ci aiuti nel momento del dolore. Compra dunque un pianoforte a Carlo. E digli che i poveri hanno fiducia in lui… – Alla lettera una donna aggiunge: vuoi che la nostra gente non sia d’accordo? Si sono stupiti che tu che hai tutto in mano abbia chiesto a loro questo permesso. Sono così poco abituati al fatto che qualcuno gli chieda il permesso … Carlo riuscì a dimenticare la droga. Sì certo, esperienze come tutte queste e molte altre in diversi paesi lasciano il segno e chi non le ha vissute può rammaricarsene. Ma ci sono altre osservazioni e richieste emerse durante gli ultimi due anni rispetto al modo di essere della Rete. Torna con più forza la questione sul cercare ” le cause” delle ingiustizie. E poi, netta e esigentissima, tipica di oggi, quella del non accettare di fare coi nostri interventi solo qualcosa che ” aiuti a rendere più tollerabili ” le ingiustizie, lasciando intatti i meccanismi che le generano. Per questo la Rete ha deciso ad esempio di affrontare il tema della Finanza internazionale speculativa e i suoi crimini. Ha fatto bene. Oggi i temi sono più gelidi di un tempo e si è riprivatizzata la compagine sociale. Ma essendo temi che rappresentano cause centrali dello star male oggi e domani di miliardi di persone è necessario affrontarli, in tanti insieme, con competenza, per metterli a nudo anzitutto. Siccome sono costretti dai fatti, persino alcuni “poteri forti ” di malavoglia iniziano a parlarne; e a volte questo rende più vicina qualche soluzione. E ancora altre domande sono state proposte a un esame su aspetti ancor più interni alla vita della Rete: la spinta iniziale dei fondatori oggi è affievolita? Oggi abbiamo meno speranze, realtà cambiate, nemici più sconosciuti, situazioni impalpabili. La Rete rischia di svuotarsi? Le reti locali sono un po’ ferme, un po’ abitudinarie? A volte ognuna troppo affezionata al proprio progetto e poco coinvolta in tutti gli altri? Questioni troppo importanti per non discuterne. E l’elenco, come sappiamo, non è neanche finito. Sappiamo di avere le nostre criticità, e il metterle a fuoco serve. Inoltre i diversi ambiti che nel frattempo si sono aperti in Occidente nel rapporto nord- sud, come il problema stesso delle migrazioni, vengono a richiedere nuove forze e sintonie.

Buon Natale e buon Anno nuovo a tutti e tutte voi.

Carla Grandi

Circolare Nazionale Rete Radiè Resch

Novembre 2015

Sulla speranza

Nelle circostanze attuali, mondiali e italiane, parlare di speranza può sembrare illusorio ma non può, non deve essere così. La speranza nel futuro è connaturata all’uomo, non ne può prescindere, altrimenti si voterebbe a un destino dove i valori umani perderebbero ogni significato e si piomberebbe nelle tenebre. Poiché nessuna persona ragionevole si rassegna a questo, quel briciolo di speranza che ciascuno coltiva in fondo all’animo deve essere alimentato con cura affinché produca i suoi frutti benefici per sé e per la comunità umana. Allora bisogna guardare attentamente a quel che accade intorno a noi o in luoghi lontani alla ricerca dei motivi che ci diano la forza di agire nella giusta direzione, suscitando speranze non effimere capaci di costruire – al termine di un lungo percorso – concordia e pace nella società e in un mondo oggi devastato da tragedie, dolore e disperazione. Limitandoci per il momento al nostro paese, voglio citare qualche esempio a sostegno della mia convinzione. Il 4 aprile 1944 il partigiano Paolo Braccini, condannato a morte dai fascisti, scriveva alla moglie e alla figlia nell’ultima sua lettera: “Il mondo migliorerà, siatene certe: e se per questo è stata necessaria la mia vita, sarete benedette”. In una intervista data a Enzo Biagi per “il Corriere della Sera” del 19 gennaio 1975 Giorgio La Pira alla domanda su cosa fosse più urgente fare così rispondeva: “Dare il gusto della speranza, che c’è davanti. Qualcosa deve morire in noi per rifiorire. Si pota perché poi vengono i frutti”. Giovanni Falcone nella sua celebre frase (vado a memoria): “La mafia sparirà un giorno come tutte le cose umane” esprimeva una speranza più che una certezza, nonostante la formulazione usata. Il suo assunto assolveva la funzione di rafforzare la volontà in tutti gli onesti di combattere strenuamente il fenomeno mafioso, tuttora in espansione, ma che vede anche la volontà di tanti giusti di estendere il contrasto al crimine organizzato (si pensi all’esperienza di “Libera” e al coraggio di taluni imprenditori e a quello di molti giovani nelle regioni meridionali). E’ stato assegnato al “Quartetto del dialogo” tunisino il Nobel per la pace, dopo che le varie primavere arabe avevano fallito, con il ritorno al potere delle consuete tiranniche dittature militari. Segno che le speranze alimentate in Tunisia dalla Rivoluzione dei gelsomini non erano del tutto sopite. Alcune persone determinate e animate da forte speranza sono riuscite a salvare l’obiettivo del loro popolo. Se ne parla poco ma, anche per dar loro coraggio bisogna continuare a scriverne e a seguire il processo democratico avviato. In queste settimane gli avvenimenti terribili in Israele-Palestina, dolorosissimi per entrambi i popoli e forieri di più ampi disastri (si parla di “terza Intifada dei coltelli”, totalmente diversa dalle precedenti) paiono aver risvegliato l’attenzione della sempre dormiente comunità internazionale finalmente accortasi, almeno in certi settori, che il dominio incontrastato dell’occupazione israeliana che dura dal 1948 e che dal 1967 ha assunto il carattere di vera e propria dominazione coloniale va fermato in un modo o nell’altro, nella certezza che le infinite sofferenze dei palestinesi non cesseranno con una ripresa degli eterni e inutili “colloqui di pace” tra le parti. In questo caso dove si devono cercare elementi di speranza? Solo, a mio avviso, nella volontà di pochi cittadini di Israele (e alcune loro associazioni) che volenterosamente da anni tentano di far comprendere le ragioni che dovrebbero indurre i loro compatrioti a non considerare nemici da opprimere i vicini palestinesi, e a trattarli con umanità ed equità, riconoscendo la lunga serie dei propri torti e porvi riparo. Possibile che i secoli di persecuzione subiti dai loro antenati durante la diaspora ebraica non insegnino nulla agli attuali figli d’Israele? Ascoltino le voci autorevoli e sensate di persone come Gideon Levy e di altri intellettuali, ma anche quelle di umili cittadini e cittadine – per ora poche in verità, ma ci auguriamo in aumento – invitanti alla calma, alla riflessione e alla buona volontà. Noi facciamo voti perché lo spirito di pace e l’amor di giustizia si facciano strada nel cuore degli israeliti, decisi come siamo a collaborare da lontano in tutti i modi possibili al conseguimento di tale sacrosanto obiettivo. Sulle speranze suscitate dalla venuta di papa Francesco, simili a quelle destate a suo tempo da papa Giovanni, non occorre soffermarsi. Colui che ha voluto prendere il nome del poverello di Assisi ha già suscitato aspettative luminose specialmente tra i popoli oppressi. Sta a tutti noi ascoltarlo e dar seguito alle sue ispirate esortazioni. Chi ha fede preghi perché il suo cammino non subisca intralci malevoli. A questo punto voglio collegare le speranze nel mondo a quelle che i Medici Contro la Tortura, operanti a Roma (uno dei nostri impegni storici), resuscitano nelle vittime di tortura di cui si prendono cura, provenienti da molti Paesi in cui infuriano guerre, tirannie, fame, malattie. Da poco si è stabilito un collegamento operativo tra i MCT e “Medici senza frontiere”, altra organizzazione assai benemerita e conosciutissima perché impegnata a diverse latitudini. La notizia mi ha fatto gioire e credo che altrettanto accadrà a chi mi legge. E non dimentichiamo Emergency, voluta e guidata dall’italiano Gino Strada, esempio di volontariato silenzioso ed eroico in più continenti (da qualche anno presente pure nel nostro Meridione), sempre in soccorso dei colpiti dalla barbarie di guerre assurde e dal terrorismo cieco. Torno all’Italia e alle tante attività mosse dalla speranza di arrecare sollievo materiale e spirituale a quella parte del nostro prossimo che più necessita di attenzioni fraterne e disinteressate. Innanzitutto il volontariato, nelle sue infinite versioni talvolta geniali. Impossibile citarle anche solo in parte, ma mi sembra giusto ricordare almeno chi si adopera a favore dei carcerati, uomini e donne che non si sentono più membri della società umana e che invece, grazie ai volontari, capiscono di potervi rientrare. Uno di loro ha detto “che i volontari sono un filo colorato che li tiene legati al mondo, ai loro cari, alla speranza di un futuro diverso” (dalla rivista della “Caritas”). Ancora altri modi esistono per essere solidali con le genti del Sud del mondo. Uno di questi è rappresentato dal “commercio equo e solidale”, che paga il giusto prezzo alle cooperative che producono le materie prime che poi vengono lavorate e vendute in Italia; mitigando così il dominio dei mercati internazionali che pagano a prezzi irrisori il frutto delle fatiche dei produttori. E a ben vedere ogni progetto della nostra Rete non è forse animato dalla sottintesa speranza di compiere, per molto o poco che sia, azione di giustizia verso chi è stato ed è depredato dall’Occidente (ora anche dalla Cina), con l’intento di “restituire” un poco del maltolto? Teniamo presente che i bambini “rifugiati” nel mondo assommano a oltre 30 milioni. Sono dati dell’UNHCR (l’Unione ONU per i rifugiati) e quindi attendibili. Il triste fatto deve farci riflettere e lo faremo. Della speranza si parla molto nell’Antico e nel Nuovo Testamento. Persino nel Corano si dice più volte di sperare nel perdono di Allah. Presumo che ogni religione includa il concetto della speranza. Tutti i giorni, può dirsi ora dopo ora, pervengono da ogni angolo del pianeta notizie inquietanti, tali da farci temere il peggio. Possiamo però opporgli la nostra speranza in un futuro migliore; spetta a noi – se ne saremo degni – e a tutti gli uomini amanti della pace e della giustizia per correre senza indugi questa via. Vi lascio con questo augurio nella certezza che sia condiviso da voi tutti.

Mauro Gentilini

Rete di Roma

Circolare Nazionale Rete Radiè Resch

Ottobre 2015

Due notizie rivestono oggi una particolare importanza nel panorama italiano e internazionale, non adeguatamente diffuse da giornali e telegiornali. L’entrata della Palestina nell’assemblea dell’ONU, con la bandiera esposta e il primo discorso del presidente dell’autorità palestinese Abu Mazen, e la produzione di nuove bombe atomiche da parte USA per l’Italia e per tutti i paesi della NATO. La Palestina era stata ammessa all’ONU come osservatore nel 2012, ora entra a pieno titolo tra gli stati. La sua bandiera è stata issata il 30 settembre, accanto a tutte le altre al Palazzo di vetro di New York, e la sua voce assume quindi un peso internazionale diverso. Nel suo discorso al Palazzo di Vetro, il presidente dell’autorità palestinese Abu Mazen ha chiesto protezione internazionale da Israele, perché Tel Aviv ponga fine “all’occupazione più lunga della storia” e smetta di “colpire i luoghi sacri dell’Islam e della cristianità a Gerusalemme”, avvertendo che “Senza la creazione dei due Stati, si incoraggia l’estremismo”. Abbiamo assistito nelle scorse settimane all’ennesima aggressione dei soldati israeliani davanti alle moschee di Gerusalemme, dove più volte si sono verificate aggressioni e sfide di Israele contro chi frequenta le moschee, puntualmente denunciate da tutte le istituzioni internazionali che cercano la pace e la soluzione, anche parziale, dell’occupazione israeliana dei territori palestinesi; in particolare la denuncia di Invictapalestina mi è sembrata molto precisa e forte, e l’ho mandata in rete, sulla lista postale, perché tutti ne avessero informazione. All’ONU Abu Mazen ha chiesto protezione internazionale dai continui abusi di Israele: speriamo che questo accorato appello in una sede così alta possa avere migliori sviluppi delle denunce precedenti, del tutto ignorate quando non derise, perché cessino le continue ed enormi occupazioni illegali dei coloni, condannate a livello internazionale, e cessi il blocco di Gaza, interrompendo le enormi sofferenze della popolazione, rispettando finalmente gli accordi presi tra le parti e le risoluzioni ONU. Non ci resta che sperare che ci sia un’evoluzione positiva di una situazione tragica che la Rete conosce bene e segue con attenzione fin dalla sua nascita, tanto da avere un nome di intestazione di una bambina palestinese. Teniamoci informati. Noi a Verona abbiamo una suora comboniana reduce da molti anni in Palestina, nella zona occupata, suor Alicia, le abbiamo chiesto di tenerci informati e lo farà, anche su Combonifem, rivista delle suore comboniane, e sul sito web visibile a tutti, sempre molto interessante, oltre a Invictapalestina. La seconda notizia importante ci viene segnalata da Franco Dinelli, dell’Università della Pace di Pisa, e si riferisce alla bombe atomiche di nuova produzione assegnate alle forze NATO, ed in particolare all’Italia: stanno per arrivare in Italia le nuove bombe nucleari statunitensi B61-12, che sostituiscono le precedenti B61. E lo conferma da Washington, con prove documentate, la Federazione degli scienziati americani (Fas). Il programma del Pentagono prevede la costruzione di 400-500 B61-12, con un costo di 8-12 miliardi di dollari. Importante non è però solo l’aspetto quantitativo, quante bombe e quanto denaro: quella che arriverà tra non molto in Italia e in altri paesi europei, non è una semplice versione ammodernata della B61, ma una nuova arma nucleare polivalente, che sostituirà le bombe vecchie B61 nell’attuale arsenale nucleare Usa e Nato. La B61-12 ha una potenza media di 50 kiloton (circa il quadruplo della bomba di Hiroshima), e svolgerà la funzione di più bombe, comprese quelle penetranti, progettate per «decapitare» il paese nemico, distruggendo i bunker dei centri di comando e altre strutture sotterranee. A differenza delle B61 sganciate in verticale sull’obiettivo, le B61-12 possono essere sganciate anche a grande distanza (100 km) e si dirigono verso l’obiettivo guidate da un sistema satellitare, cancellando così la differenza tra armi nucleari strategiche a lungo raggio e armi tattiche a corto raggio. L’ex sottosegretario di Stato parlamentare Willy Wimmer (dello stesso partito della cancelliera Merkel, la quale ha sempre ignorato la decisione del Bundestag del 2009 che il territorio tedesco fosse liberato da tutte le armi nucleari), ha dichiarato che lo schieramento delle nuove bombe nucleari Usa in Germania costituisce ovviamente «una consapevole provocazione contro il nostro vicino russo». Non c’è quindi da stupirsi che la Russia prenda delle contromisure. Alexander Neu, parlamentare della Sinistra, ha denunciato che la presenza dell’arsenale nucleare Usa in Germania viola il Trattato di non-proliferazione delle armi nucleari, e ciò vale anche per l’Italia. Gli Stati Uniti, Stato in possesso di armi nucleari, sono obbligati dal Trattato a non trasferirle ad altri (Art. 1). Italia, Germania, Belgio, Olanda e Turchia, stati non-nucleari, hanno l’obbligo di non riceverle da altri (Art. 2). E nel 1999 gli alleati europei firmarono un accordo (sottoscritto dal premier D’Alema, non sottoposto al Parlamento) sulla «pianificazione nucleare collettiva» della Nato, in cui si stabiliva che «l’Alleanza conserverà forze nucleari adeguate in Europa». Un uso anche parziale di questo arsenale cancellerebbe l’Europa dalla faccia della Terra. Basti pensare che una bomba nucleare da 1 megaton vaporizza persone e cose, scioglie l’acciaio e il vetro, fa scoppiare il cemento. In un raggio di 3 km, tutte le persone muoiono all’istante e la distruzione è totale. A circa 7 km il calore scioglie l’asfalto delle strade, incendia legno e stoffe all’interno delle abitazioni. Tutte le persone all’aperto subiscono ustioni mortali; molte restano accecate dal lampo e perdono l’udito per la rottura dei timpani. A circa 14 km il calore è ancora abbastanza forte da provocare ustioni di terzo grado. Il maggior numero di vittime viene provocato dalla successiva ricaduta radioattiva, in un’area di circa 10mila km2. A seconda dell’esposizione, le radiazioni uccidono in giorni, settimane, mesi od anni, e danneggiano le generazioni successive. Ho riportato per esteso queste notizie, riportate da Dinelli dal Manifesto e ignote ai più, per segnalare l’impegno enorme dei vari stati, e dell’Italia in particolare, sugli armamenti, e su armamenti devastanti da ogni punto di vista, da tener presente quando qualcuno dei politici parla di carenza di risorse e di convinto impegno per la pace! Un’ultima considerazione sui Diritti, che una volta venivano considerati universali ed inalienabili, la base di ogni libertà, ed ora sono diventati una merce che si ottiene solo se si hanno i soldi per il loro acquisto, sul “mercato libero”! I Diritti devono tornare ad essere l’obiettivo di ogni azione di libertà e solidarietà, perché permettono di godere dei beni comuni senza dipendere solo dal denaro ed essere così riservati solo a chi ne possiede. Sono molti gli enti e le associazioni che cercano di difendere quei diritti, di noi italiani, degli europei (sempre noi) e di tutti i popoli del mondo. Faccio riferimento solo ad alcuni nomi che ci sono molto vicini e sono i nostri interlocutori permanenti. L’Associazione del Monastero del Bene Comune, a Sezano vicino a Verona, è stata sede di molti nostri Coordinamenti, quindi è un luogo che conosciamo bene, e con Petrella, ospite ai nostri Convegni, sta gestendo lo studio, la presa di coscienza e la difesa dei beni comuni, iniziando dall’acqua, che il Referendum non ha saputo-potuto difendere adeguatamente. Un secondo nome che suggerisco, ben noto a noi della Rete sia per vicende storiche antiche sia per prospettive future vicinissime, è il Tribunale Permanente dei Popoli, che studia i crimini contro i Diritti dei Popoli in tutto il mondo, ispirato dal Tribunale Russell, collegato alla Fondazione Basso. La sigla che spesso si incontra è TPP, da non confondere con Ttip, che richiama invece il trattato transatlantico per il libero commercio, che stiamo faticosamente cercando di fermare in Europa. Di TPP abbiamo parlato anche nell’ultimo Coordinamento, prevedendo un suo importante intervento nel prossimo Convegno nazionale 2016, Convegno che non sarà a Rimini come d’abitudine, ma in Umbria, dall’8 al 10 aprile 2016. La sede sarà a Trevi, fra Foligno e Spoleto, il tema sarà i Migranti, ma arriveranno notizie più dettagliate nelle prossime circolari. Una nota finale sulla prossima operazione della rete di Verona, che segue il cammino di altre reti in Africa. Parte in ottobre un’operazione in Ghana (la Rete non fa progetti, con piani, obiettivi e controlli: s’impegna solo a sostenere progetti di altri, in paesi lontani), per far proseguire gli studi alle ragazze di Adjumako, in Ghana ovest, che altrimenti devono abbandonare la scuola, fare figli e lavorare nei campi o nelle industrie come operaie semplici. Questa operazione non graverà sul bilancio nazionale, ma solo su Verona; nelle prossime circolari veronesi seguiranno descrizioni più dettagliate.

Un saluto solidale di cuore

per la Rete di Verona Dino Poli

Circolare Nazionale Rete Radiè Resch

Settembre 2015

MIGRANTI

Questo 2015 è certamente un anno di grandi cambiamenti, dei più vari generi, ma il cambiamento epocale, che cambia le dinamiche sociali del mondo, è forse quello legato alle migrazioni, per il numero di persone coinvolte, per la diffusione geografica del fenomeno, e per la quantità di storie che richiama, dalle guerre agli sfruttamenti alla varia disperazione dei paesi del mondo, alla criminalità che spesso sovrintende agli spostamenti. Migrazione, viaggio, fuga, esplorazione, sopravvivenza, metafora dell’esistenza. Perché non c’è cultura, popolo, nazione che non abbia sperimentato l’urgenza di uscire dai propri recinti per esplorare nuove opportunità di vita. Non per nulla questa peculiarità dell’essere umano è riconosciuta fra i diritti universali proclamati dall’Onu: «Ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi Paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio Paese» (art. 13). Ma la reazione a questo fenomeno di massa è ben diversa, da stato a stato, da partito politico a partito politico, reazioni che obbediscono a stereotipi ideologici, vecchi quindi, a storie spesso lontane, alla difesa di interessi particolari e conservativi. Manca la ricerca, la discussione, la riflessione, l’umiltà, non si sono ancora individuate analisi all’altezza del fenomeno, prevalgono la paura, il rifiuto, l’alzare muri, che però si rivelano subito inadeguati. Generazioni di uomini, donne, giovani, vecchi, bambini in cerca di spazi di vita, vengono lasciati in balia dei mercanti. Prima ammassati, poi abbandonati in mare e ora ridotti a “quote” di una sorta di mercato che l’Europa, di malavoglia, cerca di spartirsi tra liti e incomprensioni. “Bombardare” le carrette del mare avrà costi esorbitanti, ed ormai è una soluzione vecchia, fuori luogo. Perché non cercare di investire invece per cambiare le cose nei luoghi da dove partono i migranti? investire in progetti educativi, in ospedali, per sostenere l’economia di cooperative locali, o anche per individuare modi alternativi per rendere possibile l’emigrazione attraverso un percorso dignitoso? Sarebbe meno oneroso e s’impedirebbero ulteriori violenze e sofferenze. La Rete di Verona sta impostando un nuovo progetto in Ghana, per mandare a scuola le ragazze. Da una prima analisi della situazione territoriale locale emerge che la vecchia agricoltura di sussistenza non ha più dignità, nessuna apertura agli orti come soluzione locale di vita; dappertutto ci sono (ci “devono” essere) piantagioni di caucciù, impianti per l’estrazione degli idrocarburi, miniere d’oro, ed ogni incarico statale è legato alla corruzione. Come ritrovare autonomia e dignità in Ghana? come promuovere la consapevolezza dei ghanesi di questa situazione di sfruttamento e impoverimento? E poi ci meravigliamo se vogliono scappare in Europa. Ormai il fenomeno migratorio è arrivato dappertutto, sono milioni, e nessuno stato europeo può più ritenersene immune, e anche gli Usa ne sono coinvolti, soprattutto alla frontiera col Messico. Dovrà cambiare l’approccio, non si possono più usare strumenti antichi perché occorrono occhi nuovi, perché sta cambiando tutto il contesto; sta cambiando il clima, cambia la tecnologia, con i telefonini e con Internet tutta l’umanità è ormai collegata. Cambia la società, ma aumentano sempre di più i poveri, perché le ricchezze si concentrano in modo esagerato nelle mani di pochi. E le grandi organizzazioni mondiali non sanno ancora trovare strumenti e processi in grado di affrontare questi cambiamenti epocali. Siamo all’inerzia completa dell’ONU, all’inadeguatezza dell’Unione Europea, che forse solo ora comincia a muoversi, col rischio però che la soluzione non risolva il problema, ma peggiori ancor più la situazione. E l’Unione Africana dov’è? Dov’è lo spirito dei padri fondatori delle nazioni africane indipendenti? Almeno una timida presa di posizione, un minimo di indignazione… Niente. Mentre i figli e le figlie d’Africa annegano, l’Unione Africana si volta dall’altra parte. Quando smetteremo, noi africani (sono parole di Elisa Kidané, già direttrice di Combonifem), di nasconderci dietro le (reali) colpe occidentali? Papa Francesco è forse uno dei pochi a proporre nuovi modi di ragionare e di riflettere, è l’unico a proporre nuove logiche di speranza, con la sua Enciclica Laudato Si; ma come ci si può opporre al dio denaro e al suo potere? al grande capitale ? I nostri incontri di studio come Rete sulla finanza criminale con i seminari di maggio sono stati una grande occasione di riflessione, offerta a tutte le reti, un tentativo di riflettere insieme su una nuova società, perché sappia trovare nuove regole, perché i beni comuni possano essere a disposizione di tutti, anche di chi non è europeo, di chi non riesce a sopravvivere in ambienti di guerra, di carestia e miseria, alle violenze quotidiane e fondamentaliste. Trovare soluzioni valide, evitare violenze, cercare procedure attente alla vita, è una necessità attuale, e la discussione deve essere una delle grandi possibilità, anche nel piccolo dei nostri gruppi. Questa circolare, come lettera periodica e costante, è un tentativo di sostenere la discussione, di portarla in tutte le reti, di provare a sollecitare la riflessione con i più svariati stili di chi le redige, tanti modi di dire, proporre, scrivere, con tanti autori, distribuiti nei vari luoghi e che si alternano, sfruttando così le conoscenze e le amicizie personali createsi con i nostri referenti delle varie operazioni. Chi ha conosciuto persone impegnate in ambienti poveri, difficili, i referenti delle nostre operazioni, ha maturato una sensibilità diversa, ed ognuno di noi ha le sue esperienze, le sue amicizie, i suoi amici diversi. Per tutti noi l’attenzione alla Palestina ed a quell’Israele violenta, che non permette ai palestinesi di godere dei loro diritti minimi, che infrange regolarmente e spudoratamente le decisioni dell’ONU, che chiama terrorista chiunque si opponga alla sue persecuzioni e imposizioni, ci ha dato una sensibilità diversa, che va poi confrontata e raffinata nella discussione. In questo contesto di grande cambio della società e delle sue dinamiche (ricordiamo le indicazioni fondamentali del libro “I limiti dello sviluppo” nel 1972, limiti che ora maturano; e le parole di Zanotelli: abbiamo tempo fino al 2017 per la crisi climatica), quale solidarietà è ancora possibile ? come riflettere ed agire di conseguenza, nella linea che da sempre ci muove, e cioè indignarsi per le ingiustizie, cercare soluzioni per i luoghi dove si verificano queste ingiustizie, e cercare insieme soluzioni in casa nostra perché i meccanismi internazionali possano almeno non peggiorare certe situazioni? Il nostro impegno come Associazione è molto limitato, siamo pochi, molti sono anziani, siamo spesso slegati dai luoghi istituzionali del dibattito e riflessione, ma tutti ci teniamo informati e ci interessiamo di cosa avviene nel mondo. E nella lista postale della rete trova spazio ogni possibile riflessione che si riferisce a questi temi, che i vari amici interessati, giovani e meno (anche a 90 anni!), inviano subito a tutti, in base alle varie sensibilità e alla partecipazione emotiva, e così tutti possiamo sapere cosa avviene, la discussione rimane viva e rimane viva la sensibilità, la capacità di indignarsi e di mobilitarsi, riconoscendo le ingiustizie e condannandole. Da sempre nella RRR crediamo che un risposta possibile sia ascoltare gli altri, i lontani, coloro che subiscono le ingiustizie, e fornire loro un aiuto e un assistenza, per quanto limitata, imparare da loro. Il loro punto di vista è diverso, la loro sensibilità è meno condizionata dai nostri interessi di parte, le loro proposte e le nostre operazioni (nostre perché ci uniscono, creano ponti) ci permettono di avere un modo inconsueto di vedere e di agire, ci permettono di vedere, di riflettere, di agire per una possibile nuova solidarietà.

Dino, Rete di Verona

Circolare Nazionale Rete Radiè Resch

Giugno 2015

Al coordinamento di Varazze ci eravamo presi l’impegno di scrivere noi, come segreteria, questa circolare di giugno per mantenere una continuità con il lavoro e le analisi sviluppate nei seminari. Ma il percorso di sistemazione e sintesi delle diverse idee e proposte emerse ha preso un cammino diverso da quello previsto che richiede un tempo più lungo e ci porterà al coordinamento di settembre (Quarrata 19 e 20 settembre). Inoltre la migrazione dei profughi e gli sbarchi sulle nostre coste hanno raggiunto dimensioni tali che non possiamo non affrontare questo problema. I fatti hanno dimostrato che la sensibilità e la presa di coscienza, che era emersa già da qualche tempo nella Rete, sullo spostamento dei confini del sud del mondo anche a casa nostra, è diventata una tragica realtà. Lo spirito di solidarietà che ha da sempre motivato il nostro agire non può restare indifferente di fronte alla violazione dei diritti che queste sorelle e fratelli subiscono arrivando da noi, mentre si dimentica che si chiudono le frontiere, ma si continua a sfruttare l’Africa, a depredarla delle sue immense risorse, per assicurare il nostro benessere, producendo la povertà, l’instabilità, le guerre che creano i profughi. L’una per tutte: l’uranio che parte dal Niger alimenta un terzo dell’energia elettrica prodotta in Francia, mentre il 93% degli abitanti di questo Paese (il più povero del mondo …) non ha accesso all’energia elettrica…. Ma chi trasforma i migranti in nemici non si rende anche conto o finge di ignorare che la finanziarizzazione dell’economia mette sotto attacco anche i “nostri” diritti. Amoroso, economista ben noto alla Rete, parla di capitalismo dell’apartheid nel senso che tranne per esigue minoranze, non c’è più nessun interesse da parte della finanza ad occuparsi dei bisogni e del benessere di strati sempre più ampi della popolazione. In questo senso è veramente assurdo o strumentale pretendere di distinguere tra migranti “economici” e rifugiati o richiedenti asilo per motivi umanitari. Quando trionfava ancora il capitalismo della produzione veniva tutelata la capacità di reddito delle classi medie e in una certa misura anche delle classi popolari, perché c’era l’interesse che si consumasse tutto ciò che veniva prodotto. Oggi non è più così. Aumenta lo sfruttamento e l’impoverimento di fette sempre più grandi della popolazione anche nelle nostre società (vedi la vicenda della Grecia), perché lo scopo del mercato è quello di investire in operazioni finanziarie una quantità sempre maggiore di denaro invece di investire in un’economia a servizio del benessere della gente. Sarà interessante, a questo proposito, leggere anche quanto ha scritto papa Francesco nell’enciclica “Laudato si’”. Siamo partiti dai migranti, ma siamo arrivati comunque al nocciolo della questione e cioè al fatto che occuparci di economia e di politica rimane parte integrante del nostro fare solidarietà, se vogliamo riprendere quel cammino profetico che ha caratterizzato la Rete per tanti anni. Gli scogli di Ventimiglia (sappiamo che molti di voi ci sono già stati ed altri ci andranno), che raccolgono le sofferenze e i sogni di tante persone, semplicemente in cerca di una vita più umana, ci costringono a scegliere inequivocabilmente da che parte stare. Perché al di là di tutte le nostre sacrosante analisi e discussioni sulla solidarietà è il volto dell’altro, il suo volto concreto e sofferente che ci motiva e ci spinge ad agire. Come ha detto domenica scorsa, nella sua omelia a s. Nicolò all’arena di Verona, p. Tillo Sanchez, amico e collaboratore di Romero, dobbiamo rimanere o tornare ad essere Resistenti in Resistenza.

Un abbraccio a tutte e tutti, buona estate e programmatevi per il coordinamento di settembre!

Maria, Maria Rita, Gigi

Circolare Nazionale Rete Radiè Resch

Maggio 2015

A cura della rete di Pescara

Con la diminuzione di vari nostri aderenti e con le dimissioni di Silvestro da Tesoriere Nazionale, appare abbastanza presuntuoso ritenere che la Rete di Pescara possa scrivere la circolare del mese…: non basta un contributo finanziario sempre meno consistente e partecipato per “sentirsi Rete”! Soprattutto in questo momento storico di grave crisi globale economica, sociale e politica, le diseguaglianze tra le persone, i gruppi sociali, i popoli, i Paesi di tutto il mondo si sono accentuate in modo gravemente pericoloso. Si verificano due fenomeni apparentemente diversi ma, al contrario, omologhi per fisiologia ed effetti relazionali. L’autismo è considerata una patologia che si manifesta nei primi anni di vita. Da qualche decennio esso è diventato un’antropologia, un modo di pensare e di agire delle persone, incapaci di comunicare tra di loro, anche in gruppi di amici. Ognuno vuole parlare ma non ascoltare, vuole parlare a qualcuno ma non con qualcuno. Lo stesso fenomeno si verifica a livello di popoli e di Stati, ciascuno chiuso a difesa dei propri interessi, preoccupato di conservare – per quanto possibile – i propri strumenti di sopravvivenza economica, sociale e politica. Se questa breve riflessione è corretta, forse possiamo capire le cause di guerre anche in atto, dei conflitti interni a Paesi liberatisi da dittature e regimi antidemocratici e illiberali, del rifiuto razzista dell’accoglienza di milioni di donne e uomini alla ricerca di sicurezza e serenità.

Forse a livello microstorico questo quadro è meno drammatico: la solidarietà è presente in tantissimi gruppi soprattutto di giovani che si dedicano in modo entusiastico e consapevole ad alleviare le sofferenze di persone in difficoltà. La Rete è ancora una piccola goccia che scava nella roccia! Noi amici della Rete di Pescara conosciamo ed ammiriamo progetti di solidarietà ed iniziative di sensibilizzazione culturale e politica di tanti aderenti in molte parti d’Italia. Ora siamo “orfani” di progetti specifici ma siamo stati referenti appassionati di operazioni a Betlemme, a Bagdad, nonché dello splendido rapporto col nostro ora Venerabile Luigi Rocchi, scomodo “consigliere spirituale”. Questo impegno limitato di stilare queste brevi riflessioni, possa essere una speranza di ridare un senso concreto al nostro stare nella Rete. In questo modo, potremo amorevolmente ricordare i nostri indimenticabili Guerino D’Amico (credeva profondamente nella Rete come straordinaria esperienza di solidarietà) e Padre Francesco Carapellucci (ci ha insegnato a parlare di “restituzione” ed ha spalancato tutto il suo cuore anche all’India, coinvolgendo tantissimi giovani).

Renato Guarino

Circolare Nazionale Rete Radiè Resch

Aprile 2015

A cura di Gigi Giorgio (per la commissione finanza)

Carissime, carissimi, con questa circolare la commissione finanza termina il suo contributo in vista dei seminari ormai prossimi. Nella circolare di marzo Ercole ha evidenziato i motivi per cui si è scelto di affrontare il tema della finanza speculativa e ne ha tratteggiato in breve le sue peculiarità. Io mi soffermerò invece sulle possibili modalità di svolgimento del seminario. Diciamo subito che approfondire questo tema in una giornata è già di per sé una sfida, vista la vastità dell’argomento e di tutte le possibili sfaccettature pratiche che ne derivano. Mi pare che si possano distinguere tre “momenti” possibili: l’approfondimento del tema, l’impatto sulle scelte personali, l’analisi delle possibili iniziative per cambiare le cose.

L’approfondimento del tema.

È probabilmente l’aspetto cui molti sono maggiormente interessati, ma francamente credo sia il momento da contenere al massimo come tempi; il rischio è quello di “usare” i relatori per farsi raccontare come stanno le cose, togliendo spazio agli altri due momenti dove la loro conoscenza ed esperienza sarebbe molto meglio impiegata. È indispensabile aver letto prima del seminario il materiale messo a disposizione sul sito, in particolare i rapporti finanziari Nord/Sud e la speculazione sul cibo; entrambi riguardano i nostri rapporti col Sud del mondo. Le reti locali potrebbero dedicare una riunione prima del seminario stesso a rivederne i contenuti e chiarire eventuali dubbi al loro interno.

Suggerisco alcuni testi di approfondimento per chi avesse voglia e tempo, che ho personalmente letto:

– A cura di Altreconomia i libretti: “Come depredare il sud del mondo” e “Lo speculatore inconsapevole”.

– Di Andrea Baranes l’edizione 2014 di “Finanza per indignati”.

– Di Luciano Gallino il libro “Il colpo di stato di banche e governi”.

Guardate se all’interno della Rete locale qualcuno ha già approfondito alcuni aspetti della finanza e prima del seminario parlatene con lui.

Per chi non ama leggere ecco i links ad alcuni video:

  1. Andrea Baranes – 16 min.: http://tedxtalks.ted.com/video/Come-la-finanza-ha-preso-il-sop
  2. Marco Bersani – 28 min. https://www.youtube.com/watch?v=uwuDE0PCSDM
  3. Gianni Tognoni – 16 min. https://www.youtube.com/watch?v=lCRNwkn0uwU

Le scelte personali.

Su questi temi non ci si può indignare senza fare poi delle scelte finanziarie coerenti a livello personale. Sappiamo che è difficile fare delle scelte controcorrente da soli; credo che l’appartenenza alla Rete possa essere il volano di una maggiore consapevolezza basata anche sull’esperienza di ciascuno.

Le domande da porsi sono scontate, eccone alcune tra le tante:

  1. Chi e cosa finanzio con i miei risparmi?
  2. Sono disposto ad accettare un tasso di interesse poco remunerativo?
  3. Quali informazioni ho sulle realtà cooperative che offrono forme di risparmio per autofinanziamento?
  4. Quale parte delle mie entrate viene usata per la restituzione?

Anche qui prima del seminario ogni rete locale può iniziare a confrontarsi. I relatori potranno sicuramente fornire degli spunti di riflessione e offrire alcune alternative concrete.

Le iniziative per cambiare le cose.

Questa è la parte più difficile da affrontare, su cui i relatori possono dare il contributo maggiore. È importante lasciare loro lo spazio più ampio possibile. Credo sia essenziale capire quali associazioni stanno già operando concretamente, quali sono quelle con cui collaborare, quali sono i punti su cui si può intervenire e quali sono le priorità.

Chiudo ribadendo i due aspetti fondamentali per la buona riuscita del seminario:

  1. Che le singole Reti locali si preparino bene prima.
  2. Che le singole Reti locali dedichino del tempo a rivedere questi temi dopo il seminario.

In particolare sarà importante riflettere su qual è l’impatto della finanza speculativa sulle persone con cui siamo in relazione nei nostri progetti, stabilire una reciprocità di riflessione, definire altre forme di collaborazione.

È un cammino che richiede tempo e passione, come tutte le cose importanti cui la Rete si dedica.

Un caro saluto e buon seminario a tutti!

Gigi Giorgio

(per la commissione finanza)

Circolare Nazionale Rete Radiè Resch

Marzo 2015

A cura di Ercole Ongaro (per la commissione finanza)

Cari amici e amiche ci avviamo a tenere i nostri seminari interregionali finalizzandoli a un approfondimento del ruolo della finanza speculativa nella vita delle persone e dei popoli: “Finanza speculativa contro democrazia”. Ci siamo orientati in questa direzione perché fa parte della nostra storia di Rete non limitarci a cercare rimedio ai mali sociali, ma individuarne le cause e incidere su di esse: non soltanto, ci ammoniva Paul Gauthier, “aiutare i poveri a combattere la loro povertà, ma anche individuare e combattere le cause della povertà”. L’impegno di incidere sulle cause dell’ingiustizia comporta anche essere vigili perché le nostre scelte quotidiane siano coerenti con quell’impegno. Ora la riflessione di diverse reti locali ha fatto prendere coscienza che le trasformazioni avvenute negli ultimi decenni hanno portato la finanza a svolgere un ruolo sempre più determinante nelle dinamiche economiche e sociali. La crisi in cui sono precipitati i Paesi occidentali dal settembre 2008, che ha distrutto circa 60 milioni di posti di lavoro nel mondo, impoverito centinaia di milioni di cittadini del ceto medio, reso ancora più poveri e senza speranza i già poveri, affonda le radici nelle trasformazioni relative alla finanza: nel processo di finanziarizzazione dell’economia. La finanziarizzazione dell’economia è un processo che ha cominciato ad affermarsi negli anni ’80 con le politiche dei governi di Margaret Tatcher e di Ronald Reagan, ispirate alle teorie neoliberiste di Milton Friedman, secondo le quali la molla di ogni attività economica è l’interesse egoistico degli individui e il mercato è in grado di autoregolarsi. Queste stesse teorie hanno ispirato a livello internazionale, a metà anni ’90, la formazione della WTO, l’Organizzazione mondiale del commercio, che ha preteso di scrivere “la Costituzione dell’economia globale” all’insegna del liberismo più sfrenato. Nel dicembre 1997 si è così varata, con un accordo a Ginevra in sede WTO, la liberalizzazione delle banche, delle assicurazioni e delle società di intermediazione dei capitali. Da quel momento la massa finanziaria, svincolata da ogni regola e da ogni rapporto con l’economia reale di produzione di beni e di servizi, ha raggiunto cifre incalcolabili: il valore annuale di tutto il commercio di beni e servizi equivale al valore di pochi giorni di transazioni finanziarie globali. Le transazioni finanziarie sono attuate in gran parte da operatori che puntano a rapidi profitti attraverso contratti e opzioni di acquisto di materie prime, di prodotti alimentari e energetici, di azioni, di valute, e soprattutto attraverso operazioni puramente speculative veicolate da strumenti finanziari sofisticati, sui quali il sistema finanziario lucra consistenti commissioni. Uno dei perni nevralgici di questo processo sono diventate, oltre alle Borse, le maggiori banche, che in Italia nei primi anni ’90 hanno vissuto una trasformazione giuridico-istituzionale, che le ha configurate come società per azioni proiettate innanzitutto alla ricerca del proprio profitto e dell’incremento di valore per gli azionisti. Un noto e stimato esponente del mondo bancario, Giovanni Bazoli, intervenendo nel luglio 2008 a una tavola rotonda su “Banche e interesse nazionale”, dopo aver premesso che l’attività creditizia riguarda anche interessi di carattere generale, la cui tutela deve conciliarsi con l’obiettivo del profitto e dell’incremento di valore per gli azionisti, denunciò che anche in Italia molte banche si erano allontanate sempre più dall’attività tradizionale di erogazione del credito all’economia reale: pressate dalla ricerca esasperata di profitti a breve termine, avevano “sviluppato in misura abnorme operazioni finanziarie non più legate a rapporti diretti con la clientela”, privilegiando una logica “improntata alla sola massimizzazione dell’efficienza e del profitto” (“Il Sole-24Ore”, 14 agosto 2008, p. 3). Nel quadro di questa distorsione dell’attività creditizia diventa molto difficile per il sistema bancario adempiere alle funzioni che la nostra Costituzione (art. 47) gli assegna: tutelare il risparmio, facilitare l’accesso al credito da parte dei cittadini e delle imprese, servire lo sviluppo economico dei territori in cui le banche operano. Molte banche hanno così dato sempre minore importanza all’attività tradizionale di servizio all’economia reale e si sono lanciate nella finanza, sviluppando, con i soldi dei risparmiatori, attività di speculazione in Borsa. Inoltre le banche hanno pilotato i clienti orientandoli a investire i propri risparmi non più in titoli di stato (il nostro debito pubblico) o in buoni postali della Cassa depositi e prestiti (a servizio dei nostri enti pubblici), ma verso nuovi prodotti finanziari con più alto interesse, anche se più rischiosi, perché loro incassavano commissioni più elevate. La finanziarizzazione dell’economia è stata possibile grazie alla deregolamentazione selvaggia del sistema finanziario. Questa deregolamentazione è stata messa in atto dalla politica, che ha fatto scelte ispirate dalle lobby finanziarie, abdicando al proprio compito di governare l’economia per impedire che si instauri la legge del più forte e per fare scelte per il bene della comunità. Dopo quasi sette anni di crisi causata anzitutto dallo smantellamento delle regole, i governi non hanno ancora deciso con quali norme regolare la finanza. Se la finanziarizzazione dell’economia è frutto della deregolamentazione, il porre delle regole è il primo passo per riportare la finanza a servizio dell’economia reale e impedirle di essere predatrice e criminale, speculando sul cibo, sull’acqua e sulla terra, finanziando le armi e la criminalità, trincerandosi nei paradisi fiscali, portando l’assalto ai debiti sovrani. Invertire la rotta è oggi una scelta imprescindibile. Ma invertire la rotta significa scegliere un’economia che, combattendo la finanza predatrice e criminale, assicuri il necessario a tutti i viventi, metta fine al saccheggio del Sud, non dilapidi risorse in armamenti e in guerre, renda il mercato uno spazio di inclusione non di esclusione, faccia della finanza un mezzo non un fine. Un’economia per gli esseri viventi e per la terra. Capire come è cambiata la finanza può darci più consapevolezza per orientare le nostre scelte quotidiane e per aiutare le comunità del Sud nella loro lotta per la sopravvivenza.

Un abbraccio e un augurio per la Pasqua,

Ercole Ongaro (per la commissione finanza)

Circolare Nazionale Rete Radiè Resch

Gennaio 2015

A cura della rete di Celle – Varazze

CRONACHE RIFLESSE DALLA CROCE DEL SUD

L’infinito del paesaggio reso deserto dalla totale assenza dell’uomo-

I suoi occhi bevono ghiaccio, vento, erba, animali e cielo, dove a farla da padrona è la Croce del Sud.

Chilometri e chilometri in linea retta, sempre nella medesima direzione, quella che ci porterà alla relazione.

Arrivo a Rio Mayo.

Si incomincia a conoscere le prime persone del luogo.

Soprattutto adulti e anziani.

Trascorriamo tempo con loro, cantando, danzando, mangiando e celebrando insieme la Messa di Natale.

Nulla succede.

Forse non è abbastanza ed io pazientemente aspetto.

Tappa a Pillan Mawiza, Leleque terra ancestrale recuperata dai Mapuche ai Benetton. Condividiamo il pranzo in una semplice casa di campagna. Lei gioca a pallone con i ragazzi del posto.

Più tardi, sul pullman, mi sento dire:” E’ stato bellissimo giocare con persone della mia età ma dell’altra parte del mondo. Mi sono divertita.”

Non è ancora abbastanza e io aspetto.

Frontiera con il Cile. Ad attenderci ci sono Josè e Margot con i loro figli e le loro comunità. Una tre giorni di rituali, di sapori, di cultura mapuche. Lei gioca con Relmu, Arcobaleno dell’Aurora, dorme con noi in una cameretta, a due letti e un piccolo pensile, che normalmente ospita i figli dei nostri amici che ci accolgono.

Arriva il momento del commiato: emozioni che scuotono tutto il gruppo dei viaggiatori. Qualche lacrima.

Ma non è ancora abbastanza. Io aspetto di nuovo.

Rientriamo in Argentina. A Loncoupè ci attende Viviana, la referente locale della Mesa Campesinia.

Con lei Susanna e suo figlio di sei anni.

Volto e mani segnati dalla durezza del lavoro dei campi, dalla lotta per aggrapparsi al diritto di un pezzo di terra necessario per garantire la sopravvivenza a sé stessa e a suo figlio.

Lontana da lei, riesco, comunque a cogliere la sua espressione.

Gli occhi di una adolescente di dodici anni incrociano le due perle nere del bambino. Qualcosa si rompe.

Quel sorriso disegnato sul volto si adombra.

Gli occhi si fanno lucidi e gonfi di lacrime,

Sperduta mi cerca e correndomi incontro mi dice:

“Dobbiamo fare qualcosa”.

L’ attesa ha portato finalmente i suoi frutti.

La relazione ha fatto breccia e colpito la sensibilità di questa ragazzina imprimendo in maniera indelebile il suo essere in divenire. Una possibilità di capire cosa significhi lottare per bisogni e diritti scontati alle nostre latitudini.

L’abbraccio stretta e le sussurro: “Benvenuta nel sud del mondo! “

Immediatamente mi affiorano alla mente le parole di Ettore e Clotilde: “E’ importante che i nostri ragazzi vivano almeno un’esperienza diretta con gli impoveriti, imprescindibile per avere una visione completa di un mondo che riserva all’80% delle persone quelle condizioni di vita.”

A questo proposito voglio ringraziare Fernanda, Simona e Marco e la Rete tutta per aver dato la possibilità ai nostri giovani, facendo gruppo, di vivere una tale esperienza, in maniera giocosa e leggera consona alla loro età.

Simona