Rete Radié Resch

Giornata Internazionale della Donna: la resistenza ispiratrice delle donne palestinesi

8 Marzo 2026 Comitato Nazionale BDS (Boycott Divestment Sanctions) Dichiarazione del BDS National Committee 8 Marzo 2026  Comitato Nazionale BDS (Boycott Divestment Sanctions) Dichiarazione del BDS National Committee L’8 marzo, la realtà delle donne palestinesi non può essere separata dalla loro instancabile resistenza alla violenza coloniale e al genocidio in corso, che demolisce le loro case, minaccia la loro terra e le getta nelle celle delle prigioni. Le donne si fanno carico anche della maggior parte dell’onere di prendersi cura di una comunità in lutto. Da quasi cento anni, le donne palestinesi sono al centro della lotta contro il regime coloniale e di apartheid di Israele in vari campi, rendendole bersagli diretti. I leader israeliani hanno sempre considerato le donne palestinesi una “minaccia demografica” al loro progetto coloniale. Ad esempio, l’ex ministro israeliano Ayelet Shaked ha chiesto direttamente di prendere di mira e uccidere le donne palestinesi, in particolare le madri dei martiri, descrivendole come “allevatrici di piccoli serpenti”. Durante due anni di genocidio, Israele ha ucciso in media sette donne ogni due ore, tra cui due madri. Il numero di donne e ragazze palestinesi uccise da Israele a Gaza è stimato in oltre 28.000, con oltre 78.000 donne e ragazze ferite. Come ha concluso la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite nel suo scioccante rapporto del marzo 2025, la distruzione sistematica da parte di Israele delle strutture sanitarie per la salute riproduttiva e sessuale e il rifiuto di soddisfare i bisogni umanitari di base hanno causato “danni fisici e mentali e sofferenze alle donne e alle ragazze [palestinesi] che avranno effetti irreversibili a lungo termine sulla salute mentale e fisica”. Ogni giorno, decine di donne palestinesi sono costrette a partorire sotto i bombardamenti e il rumore degli spari, senza alcuna assistenza medica durante o dopo il parto. L’occupazione israeliana ha costretto migliaia di donne incinte a spostarsi continuamente sotto la minaccia immediata della morte, molte delle quali hanno abortito a causa di queste condizioni. Le sofferenze di centinaia di migliaia di donne palestinesi sono state aggravate dalle ferite dirette causate dai bombardamenti. Esse corrono anche il rischio di contrarre diverse malattie a causa del genocidio perpetrato da Israele, che impedisce la consegna di aiuti contenenti forniture sanitarie essenziali alla Striscia di Gaza. Anche prima dell’inizio del genocidio israeliano, il prolungato assedio criminale imposto da Israele per più di 17 anni ha aggravato le difficili condizioni di vita delle donne palestinesi a Gaza. Mentre l’apartheid israeliano intensifica la pulizia etnica in Cisgiordania, compresa Gerusalemme occupata, le donne palestinesi sono al centro delle comunità che affrontano e resistono ai continui attacchi delle forze di occupazione israeliane e dei coloni, in particolare nelle zone in cui la terra è essenziale per la sopravvivenza. Nelle prigioni israeliane, Israele impone una realtà ancora più complessa alle detenute palestinesi in generale. L’apartheid israeliana arresta decine di donne dalla Cisgiordania, compresa Gerusalemme, e un numero imprecisato da Gaza. Queste donne sono sottoposte alle forme più atroci di violenza e tortura psicologica, fisica e sessuale. Israele non solo le sottopone a oppressione e violazioni quotidiane, privandole dei diritti umani più elementari e delle necessità sanitarie quotidiane, ma le costringe anche ad affrontare il dolore senza alcuna assistenza sanitaria. In un solo caso, le autorità israeliane hanno costretto la prigioniera Tahani Abu Samhan a partorire senza alcuna assistenza medica, né per lei né per il suo neonato.   La violenza di Israele non colpisce solo le donne palestinesi, ma ha un impatto su tutte le donne dell’Asia occidentale e del Nord Africa. Mentre le guerre di aggressione di Israele contro i popoli della regione si espandono dal Libano alla Siria e dallo Yemen all’Iran, le donne di tutta la regione affrontano il costo umano di guerre e sfollamenti ripetuti, continuando a lottare per la liberazione e la dignità. Nel condurre una guerra di aggressione spietata e criminale contro il popolo iraniano, l’asse genocida Israele-USA sta intensificando il suo tentativo di imporre un ordine basato sulla legge del più forte che minaccia l’umanità intera. Dato lo status senza precedenti di Israele come Stato più canaglia del mondo, a causa del genocidio trasmesso in diretta streaming a Gaza, questa guerra deve essere vista nel contesto dello sforzo disperato di riabilitare il regime di colonialismo, apartheid e genocidio di Israele da parte dell’Occidente coloniale, guidato dall’imperatore autoproclamato degli Stati Uniti. Il massacro di almeno 165 studentesse iraniane e dei loro insegnanti, in gran parte ignorato o edulcorato dai media occidentali genocidi e dal loro tipico razzismo e disumanizzazione nei confronti delle persone di colore, mette a nudo i veri obiettivi di questa aggressione da parte di due potenze nucleari canaglia. Israele, sostenuto dal regime di Trump, vuole dividere l’Iran e distruggere la coesione e la resilienza del suo popolo, come è stato il suo programma in Iraq, Libano e Siria, tra gli altri Stati che ha preso di mira nella regione. Le donne sono spesso in prima linea nell’affrontare le conseguenze. La Palestina è una causa femminista. In onore delle sofferenze, dei sacrifici, della resistenza eroica e del sumud delle donne palestinesi, continueremo ad aumentare la pressione contro il genocidio israeliano, comprese le aziende e le istituzioni israeliane e complici. Il movimento BDS invita i nostri milioni di sostenitori in tutto il mondo ad aumentare la pressione per porre fine al genocidio di Israele e al suo regime decennale di colonialismo, apartheid e illegalità.    

Argentina: le comunità Mapuche si rivolgono all’ONU per denunciare persecuzione, criminalizzazione e impatto estrattivista

COMUNICATO STAMPA CONGIUNTO 24 febbraio 2026 Il Lof Pillañ Mahuiza comunica che, con il supporto tecnico del CETIM (Centro Europa-Terzo Mondo), organizzazione con status consultivo presso l’ECOSOC delle Nazioni Unite, è stata formalmente presentata una denuncia dinanzi a diversi meccanismi di protezione dei diritti umani dell’ONU. La decisione di ricorrere al sistema multilaterale dei diritti umani viene adottata in una congiuntura interna particolarmente complessa per i popoli indigeni in Argentina, caratterizzata da violenza e repressione sistematiche, nonché da un razzismo istituzionale, che limitano le garanzie effettive di protezione dei diritti umani e accentuano la criminalizzazione delle comunità indigene. La comunicazione denuncia le violazioni dei diritti umani commesse contro il Popolo Mapuche in Argentina, in particolare nella provincia di Chubut, nel contesto di perquisizioni di massa effettuate nel 2025 e di un più ampio processo di criminalizzazione, stigmatizzazione e regressione dei diritti. Il rapporto documenta l’uso della forza in operazioni simultanee contro le comunità mapuche, il prelievo forzato di campioni di DNA, la violazione degli spazi cerimoniali, la lesione dei diritti di bambini e bambine, e la criminalizzazione giudiziaria e mediatica di persone difensore e autorità tradizionali, inclusa la persecuzione della medicina ancestrale mapuche esercitata dalle machi. Viene inoltre esposto il contesto di smantellamento delle istituzioni indigene e di espansione di progetti estrattivi portati avanti da imprese transnazionali, senza consultazione previa, libera e informata, in violazione della Costituzione Nazionale, della Convenzione 169 dell’OIL e della Dichiarazione delle Nazioni Unite sui Diritti dei Popoli Indigeni. Con questa iniziativa, il Lof Pillañ Mahuiza e il CETIM ricorrono ai meccanismi dell’ONU per esortare le autorità argentine a rispettare i propri obblighi in materia di diritti umani e a porre fine alla criminalizzazione delle lotte indigene. La comunità mapuche Lof Pillañ Mahuiza e il CETIM riaffermano il proprio impegno nella difesa del territorio, della vita, dell’acqua e della spiritualità mapuche, e lanciano un appello ai meccanismi e agli organi dell’ONU, nonché a tutte le organizzazioni della società civile e ai difensori dei diritti umani, affinché rimangano vigili di fronte alla grave situazione che attraversano i popoli indigeni nella Patagonia argentina. Contatti stampa: Evis Millan – Lof Pillañ Mahuiza direccion.pluriversidad@proton.me +54 9 2945 423609 Raffaele Morgantini – Rappresentante del CETIM presso l’ONU raffaele@cetim.ch +41 79 660 65 14

Perù, nuovo cambio alla presidenza, tra scandali e instabilità

Il Congresso destituisce José Jerí, che aveva assunto l’incarico a ottobre, e sceglierà una nuova figura che eserciterà fino a luglio. Nuovo colpo di scena a meno di due mesi della elezioni generali. Il Congresso ha approvato la mozione di censura contro José Jerí e lo ha rimosso dalla Presidenza che esercitava ad interim dall’ottobre 2025, quando aveva assunto l’incarico dopo l’uscita di Dina Boluarte. Con 75 voti a favore, 24 contrari e 3 astensioni, il Parlamento ha avviato un nuovo avvicendamento in un Paese che accumula un’instabilità cronica dal 2016. La caduta di Jerí è stata preceduta da una serie di denunce che ne hanno eroso il sostegno politico. L’episodio più rilevante è stato il cosiddetto Chifagate, un’inchiesta giornalistica che ha rivelato incontri riservati con imprenditori cinesi legati a contratti statali. La diffusione di immagini di una di queste riunioni — in un ristorante dove Jeri era entrato con il volto coperto — ha portato all’intervento del Ministero Pubblico per presunto traffico di influenze e patrocinio illegale. A questo fronte giudiziario si sono aggiunte accuse su presunte assunzioni di funzionarie che sarebbero entrate in uffici della pubblica amministrazione dopo incontri privati nel Palazzo di Governo. Queste accuse, sempre più incalzanti, hanno finito per rompere le alleanze parlamentari che fino a ieri avevano sostenuto la sua permanenza. Il Congresso peruviano è unicamerale — a differenza del sistema argentino, che divide il potere legislativo tra Camera dei Deputati e Senato — il che consente, con maggioranza semplice, di rimuovere il presidente. Nell’ultimo decennio questo meccanismo è stato utilizzato ripetutamente, rendendo il Paese uno dei più instabili del Sud America dal punto di vista istituzionale. Ora l’attenzione è rivolta alla sessione convocata per mercoledì alle 18 (ora locale), quando l’assemblea plenaria dovrà eleggere il nuovo presidente del Parlamento. In base alla linea di successione, chi verrà eletto assumerà automaticamente la guida dell’Esecutivo fino al 28 luglio, giorno in cui entrerà in carica il vincitore delle elezioni generali, previste per il 12 aprile. Sono quattro i candidati in corsa. Per la destra si candidano María del Carmen Alva, di Acción Popular ed ex presidente del Congresso tra il 2021 e il 2022, e Héctor Acuña, ingegnere civile e fratello dell’attuale candidato presidenziale César Acuña. Dalla sinistra competono il sociologo Edgar Reymundo, del Bloque Democrático Popular, e l’ex magistrato della Corte Suprema José Balcázar, esponente di Perú Libre, il partito che portò Pedro Castillo alla Casa de Pizarro nel 2021 prima della sua stessa destituzione. Il prossimo presidente ad interim avrà il compito di guidare una breve transizione in uno scenario di forte frammentazione partitica e apatia sociale. Ad aprile non si eleggeranno solo presidente e vicepresidente, ma anche i senatori, per la prima volta in trent’anni, dato il Paese tornerà a un sistema bicamerale. Per una parte dell’arco politico, questo cambiamento potrebbe contribuire a stabilizzare un sistema che negli ultimi anni ha mostrato difficoltà nel completare i mandati costituzionali. Da Il Globo notizie

Israele ha appena avviato il processo per legalizzare l’annessione della Cisgiordania. Ecco in cosa consiste

Il governo israeliano ha recentemente adottato misure radicali per modificare lo status quo giuridico in Cisgiordania. Ecco cosa comportano questi cambiamenti e come preparano il terreno per l’annessione. Israele ha appena cancellato per legge l’esistenza palestinese in Cisgiordania, e non è un’esagerazione. Finora era opinione comune affermare che l’annessione della Cisgiordania da parte di Israele fosse di fatto già avvenuta, poiché sul territorio si era instaurato uno stato di annessione de facto, anche se la Cisgiordania era ancora considerata giuridicamente separata. La situazione è cambiata domenica 8 febbraio. Sebbene Israele non abbia annunciato un’annessione de jure della Cisgiordania, ha gettato le basi giuridiche per farlo. Domenica scorsa il gabinetto di sicurezza del governo israeliano ha preso una serie di decisioni che hanno modificato lo status quo giuridico in Cisgiordania, riducendo drasticamente l’autorità già limitata dell’organismo di autogoverno noto come Autorità Palestinese (AP). Ciò segna l’inizio pratico di un’annessione formale della Cisgiordania, a partire da aree specifiche. Il disegno di legge che conferisce tali poteri a Israele è stato approvato dal gabinetto nella sua versione definitiva e sarà sottoposto al voto della Knesset israeliana. Una volta approvato, Israele avrà l’autorità di applicare la propria legislazione nelle aree della Cisgiordania che erano sotto il controllo dell’Autorità Palestinese, in particolare le leggi che regolano i permessi di costruzione. Il disegno di legge, originariamente presentato nel 2023 e noto come “Antiquities Bill”, riguarda decine di siti storici palestinesi in Cisgiordania. Inoltre, domenica il gabinetto israeliano ha deciso di consentire agli israeliani di acquistare immobili in quelle aree, aprendo la strada a futuri insediamenti israeliani nei centri demografici palestinesi. Contesto: come è divisa la Cisgiordania In base agli accordi di Oslo del 1993, la Cisgiordania è stata suddivisa in tre regioni amministrative, ciascuna sotto un regime diverso. Circa il 61% della Cisgiordania, classificata come Area C, è stata posta sotto il controllo militare e civile diretto di Israele, e le comunità palestinesi che vi risiedono sono state sistematicamente sfollate dalle loro case a un ritmo senza precedenti negli ultimi due anni. È nell’Area C che ai palestinesi è vietato costruire — e le demolizioni avvengono regolarmente — mentre gli insediamenti israeliani si espandono da decenni. L’Area B, che costituisce il 22% della Cisgiordania, è sotto il controllo congiunto di Israele e dell’Autorità Palestinese, con l’AP che gestisce gli affari civili senza la presenza della polizia e l’esercito israeliano che controlla la sicurezza. Il restante 18% del territorio della Cisgiordania rientra nell’Area A, che comprende i centri urbani di circa 15 città che fungono da centri di potere dell’Autorità Palestinese. Questa divisione amministrativa della Cisgiordania è di fatto lo status quo dal 1993, ma Israele sta ora adottando misure legali per erodere l’autorità dell’AP nelle aree su cui essa ha il controllo parziale — le aree A e B — e più erode queste autorità, più Israele fa crollare di fatto la distinzione giuridica tra la Cisgiordania e Israele propriamente detto. Cambiamento importante: acquisti israeliani di terreni in Cisgiordania La prima parte della decisione presa domenica dal gabinetto israeliano è quella di abrogare una legge dell’era giordana che vietava ai non residenti di acquistare immobili, salvo in caso di un permesso speciale del governo. Ora gli israeliani possono acquistare direttamente proprietà nelle aree A e B, cosa che era stata possibile in precedenza. I coloni israeliani hanno da tempo acquisito il controllo dei territori palestinesi in Cisgiordania, spesso attraverso metodi non trasparenti. Dal 1967, Israele ha trasferito terreni ai coloni israeliani trasformando i territori palestinesi in “zone militari” e successivamente in insediamenti. Inoltre, gli israeliani hanno anche cercato di acquistare terreni attraverso società registrate con proprietà poco chiare che hanno poi trasferito la proprietà ai coloni. Le organizzazioni dei coloni israeliani hanno anche stabilito la prassi di cercare palestinesi che abbiano il diritto di ereditare proprietà, che vivono fuori dal paese, e di contattarli tramite società per fare offerte di acquisto. Tuttavia, le nuove modifiche comportano che i cittadini israeliani non dovranno più ricorrere a tali misure discutibili per acquisire terreni palestinesi in Cisgiordania. Sebbene la mossa legale del gabinetto non implichi che il governo israeliano possa ora iniziare a costruire insediamenti nel cuore delle città palestinesi, significa che gli israeliani possono contattare direttamente i palestinesi che possiedono proprietà in quelle città e acquistarle. In questo modo, individui o organizzazioni israeliane possono contattare direttamente i palestinesi in Palestina o nella diaspora ed esercitare pressioni affinché vendano i loro titoli di proprietà. Questo è già il caso di Gerusalemme, anche se la comunità palestinese gerosolimitana è rimasta socialmente contraria alla vendita di proprietà agli israeliani, considerandola una forma di confisca da parte dell’insediamento coloniale. Tuttavia, occasionalmente si sono verificate controverse vendite di terreni tra israeliani con passaporto straniero e palestinesi di Gerusalemme, soprattutto quando tali vendite sono state firmate da autorità religiose non palestinesi di Gerusalemme, come il patriarca greco-ortodosso di Gerusalemme, Teofilo III, e il patriarca armeno di Gerusalemme, Nourhan Manougian. Poiché ciò è ora possibile per le proprietà palestinesi nelle aree A e B, si apre la strada ai coloni israeliani per stabilire facilmente avamposti all’interno delle città e dei paesi palestinesi, portando con sé una presenza militare israeliana per motivi di sicurezza. Questo è già il caso della Città Vecchia di Hebron, in un’area conosciuta come H1, dove Israele ha attuato una separazione tra gli abitanti palestinesi della città e i coloni ebrei israeliani, riducendo lo spazio fisico a disposizione dei palestinesi per la loro vita e i loro spostamenti. I palestinesi sono stati inoltre sottoposti a un rigoroso controllo militare israeliano, a perquisizioni domiciliari, arresti e sorveglianza, oltre alle quotidiane vessazioni da parte dei coloni israeliani violenti. Dall’acquisto di terreni all’espansione degli insediamenti Per stabilire un avamposto di coloni in una città palestinese, probabilmente non si inizierebbe con l’acquisto di proprietà. I coloni imporrebbero la loro presenza in quelle zone con altri pretesti. È qui che entra in gioco la seconda parte della decisione presa domenica dal gabinetto israeliano. Con l’approvazione della bozza finale della legge sulle antichità, Israele sta preparando il terreno per assumere il controllo amministrativo dei siti storici nelle

Difesa: Rheinmetall aumenta produzione armi in Sardegna, via libera dal governo

Nel pieno della nuova corsa europea al riarmo, anche la Sardegna entra nella mappa industriale della difesa: il governo italiano ha dato il via libera alla piena operatività del nuovo stabilimento sardo di Rwm Italia, controllata di Rheinmetall, autorizzando l’avvio della produzione di bombe, missili guidati e droni destinati ai Paesi Ue e Nato. La società tedesca, già presente in Italia e partner di Leonardo nello sviluppo di carri armati e sistemi d’arma, ha confermato che l’impianto di Domusnovas, frutto di un investimento di circa 50 milioni di euro, è conforme alle linee guida ambientali fissate da Roma: l’ok arrivato nelle ultime ore, anticipato dal Financial Time, si inserisce così in un quadro di spesa militare in crescita e di crescente integrazione industriale tra Italia e Germania nel settore della difesa. Ora la Rwm di Domusnovas è pienamente operativa Il via libera alla piena operatività dello stabilimento di Domusnovas arriva attraverso l’approvazione, da parte del ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, della valutazione di impatto ambientale (Via) relativa ai lavori di ampliamento dell’impianto già realizzati. Il provvedimento dà attuazione alla sentenza del Tar del 17 ottobre 2025, che aveva accolto il ricorso di Rwm rilevando la mancata conclusione, da parte della Regione Sardegna, dell’iter di regolarizzazione degli impianti. La Via è stata concessa a posteriori per l’allargamento dello stabilimento, sbloccando definitivamente la piena operatività del sito e consentendo un incremento della produzione di bombe e droni. In una nota, il ministero delle Imprese e del Made in Italy ha definito il via libera del Mase “un passaggio decisivo per il rilancio dell’area del Sulcis”, sottolineando che, a regime, la piena operatività dello stabilimento potrà garantire la continuità produttiva e la stabilizzazione di centinaia di lavoratori, oltre alla creazione di nuovi posti di lavoro. Sul fronte occupazionale, il ministro Adolfo Urso ha inoltre ricordato l’avvio del confronto tra azienda e parti sociali sulla stabilizzazione dei posti di lavoro, con un primo incontro già tenutosi il 20 gennaio, e ha definito l’approvazione della Via un segnale di attenzione verso il rilancio economico di un’area considerata strategica. Leonardo–Rheinmetall, il nuovo baricentro corazzato italiano Rwm Italia, controllata di Rheinmetall, gestisce l’impianto sardo che viene inquadrato dal gruppo come tassello fondamentale della propria catena produttiva, in particolare nel segmento dei sistemi senza pilota. L’azienda dichiara di disporre di droni e munizioni per la sorveglianza itinerante (loitering munitions), tra cui il drone da ricognizione LUNA NG, e indica in circa 120 milioni di euro il fatturato generato nel 2024 dai sistemi aerei senza equipaggio prodotti, tra l’altro, a Penzberg. In questo comparto Rheinmetall collabora anche con altri player internazionali, tra cui Lockheed Martin e Anduril. Parallelamente, prosegue il percorso di integrazione industriale con Leonardo. Nel 2024 è stata avviata la joint venture Leonardo Rheinmetall Military Vehicles (LRMV), partecipata al 50% dalle due società, con sede legale a Roma e sede operativa a La Spezia. In questo quadro, a febbraio 2025 Leonardo e Rheinmetall hanno formalizzato un accordo per la produzione di carri armati e mezzi corazzati destinati alla Difesa italiana, che punta a dotarsi di 1.500 nuovi carri in dieci anni. Il contratto assegnato alle due aziende prevede lo sviluppo del nuovo Main Battle Tank italiano e della piattaforma Lynx per il programma Armored Infantry Combat System, oltre a veicoli correlati come mezzi da recupero, da ingegneria e posaponti. Secondo quanto spiegato dall’amministratore delegato di Rheinmetall Italia, Alessandro Ercolani, il progetto risponde a due requisiti: una collaborazione europea con una chiara dimensione nazionale e uno sviluppo tecnologico il cui contenuto rimanga in Italia. La ripartizione industriale del programma assegna a Rheinmetall AG in Germania la realizzazione della struttura di base mobile (40% del progetto), a Leonardo la torretta e i sistemi elettronici (50%) e a Rheinmetall Italia la componente di difesa aerea (10%), configurando un progetto europeo sviluppato per il 60% in Italia e per il 40% in Germania, con prospettive di commercializzazione anche sui mercati internazionali. La nuova corsa alla spesa militare in Europa e in Italia In un’Europa segnata da guerre ai confini e da una nuova corsa globale agli armamenti, l’orizzonte di spesa per la difesa si consolida su livelli sempre più alti, con proiezioni che indicano stanziamenti per 420 miliardi entro il 2028 rispetto ai 350 miliardi previsti per il 2025, mentre anche l’eventuale decisione di Donald Trump di portare il budget militare Usa a 1.500 miliardi nel 2027 potrebbe tradursi in ulteriori opportunità per l’industria bellica del Vecchio continente. Sul fronte italiano, il bilancio del ministero della Difesa per il 2026 ammonta a circa 32,3 miliardi di euro, in aumento di 1,1 miliardi (+3,5%) rispetto al 2025, con un maggior onere triennale per lo Stato superiore ai 3,5 miliardi. Se si depurano le voci non strettamente militari, come l’attività dei Carabinieri sul territorio, e si considerano invece gli interventi del ministero delle Imprese e del Made in Italy – che per la difesa nazionale valgono poco meno di 9,2 miliardi, un impegno paragonabile a quello per l’intera industria “civile” – la spesa militare diretta per il 2026 sale, secondo le elaborazioni di Milex, a 34 miliardi di euro, nuovo massimo storico. Un livello destinato a crescere ancora, alla luce dell’impegno assunto nel Documento programmatico di finanza pubblica ad aumentare tra il 2026 e il 2028 il peso della Difesa dal 2% al 2,5% del Pil, lungo il percorso che dovrebbe portare l’Italia, entro il 2035, verso il 3,5% del Pil per le spese militari più un ulteriore 1,5% per la sicurezza. Da borsaefinanza.it ,18 febbraio 2026 Di Hillary Di Lernia  

In difesa dei ghiacciai in Argentina

La Rete Radié Resch , insieme a “ Iglesia y Mineria “ e a molte organizzazioni argentine, ha aderito al documento in difesa dei Ghiacciai di Argentina che il Governo Miley vorrebbe liberare da qualsiasi vincolo ambientale per sfruttarne le immense riserve fino alla loro distruzione . Abbiamo aderito consapevoli che i Ghiacciai sono un bene non solo del Popolo argentino ma di tutta l’Umanità e delle generazioni future. Argentina, febbraio 2026   “La Chiesa denuncia questi abusi, impegnandosi soprattutto per la conversione di ciascuno dei suoi membri, di noi stessi, alla giustizia e alla verità. In questo senso, lo sviluppo integrale fa appello alla nostra santità: è una vocazione a una vita giusta e felice, per tutti.”   Belgio 2024, Papa Francesco   Come Nodo ARGENTINA della Rete Continentale IGLESIAS Y MINERIA  (Chiese e miniere), e in alleanza con altre organizzazioni religiose, agenti pastorali martirizzati nei territori, comunità indigene e contadine, con cui abbiamo difeso la nostra CASA COMUNE dalla voracità dell’estrattivismo minerario, lanciamo un allarme sulla situazione estremamente grave riguardante il dibattito parlamentare sulla “modifica della Legge sui Ghiacciai”.   Perché la Cordigliera delle Ande, con i suoi ghiacciai, è fonte e creazione di vita che Dio ci ha donato. La pretesa  modifica della Legge sui Ghiacciai rappresenta un passo indietro senza precedenti in materia  di tutela ambientale e di vita delle generazioni future. Ci opponiamo a questa modifica perché l’ambiente glaciale, e in particolare quello periglaciale (una delle componenti più trascurate ma cruciali dell’intero sistema idrico), verrebbe lasciato in balia di un’estrazione vorace di risorse. L’ambiente periglaciale contiene grandi volumi di ghiaccio sotterraneo e svolge un ruolo essenziale nella stabilità dei bacini fluviali che hanno origine in montagna. La modifica della Legge Nazionale sui Ghiacciai dà  alle Province via libera per effettuare calcoli ingannevoli e giustificare così la rimozione forzata dei ghiacciai, prima dall’Inventario Nazionale dei Ghiacciai e poi per giustificarne la distruzione. In questo modo si mette seriamente a repentaglio la preservazione e la conservazione dei ghiacciai come “RISERVE STRATEGICHE”, che forniscono acqua a 12 province argentine. Esistono precedenti giuridici a livello nazionale, così come accordi internazionali che lo Stato argentino ha sottoscritto. La Corte Suprema di Giustizia ha confermato nel 2019 che il Congresso Nazionale è responsabile della definizione di standard minimi per la protezione di tutti i ghiacciai come sistema indivisibile. E l’Accordo di Escazú stabilisce il principio di non regressione nella protezione ambientale. Come organizzazioni religiose che operano su un fondamento spirituale e considerano ogni bene comune un dono di Dio, facciamo appello, in linea con gli insegnamenti di Papa Francesco, alla conversione dei nostri membri e incoraggiamo tutti a prendersi cura del Creato. Consideriamo una responsabilità inalienabile, in quanto credenti, denunciare le azioni che portano alla distruzione della vita in tutte le sue forme. Crediamo nel Dio della Vita, nella vita in abbondanza (che non è un’abbondanza di beni di consumo), una vita piena per le generazioni presenti, ma anche per le generazioni future. Niente di tutto ciò sarà possibile se continuiamo a distruggere la nostra sorella Terra. Argentina 6 Febbraio ENDEPA- Equipo Nacional de Pastoral Aborigen- Argentina Red Continental de Iglesias y Minería Pastoral Laudato Si-Parroquia San José de Jáchal, San Juan Hermanas de Argentina de la Misericordia de las Américas BP- Bienaventurados los Pobres, Catamarca-Argentina Solidaridad y Misión- Misioneros claretianos San José del Sur AVAL- Asamblea Vecinos Autoconvocados Loncopué- Neuquén Comisión por el Agua- Las Rabonas, Traslasierra, Córdoba Orden Franciscana Seglar- Región Cuyo. Asamblea por el Agua y elTerritorio de Huahuel Niyeo- Jacobacci, Río Negro Grupo Ecuménico Viedma y Patagones (Iglesias Católica Viedma, metodista y Evangélica del Rio de la Plata) Curas en Opción por las y los pobres- Argentina Asamblea Jáchal No se toca- San Juan Pastoral Social de la Diócesis de Viedma- Río Negro Foro Ambiental Traslasierra- Córdoba, Argentina Pastoral Laudato Si- Parroquias de Cosquín, Córdoba Fraternidad Franciscana OFS- Merlo, San LuisAsamblea permanente por el Agua – Allen, Río Negro Pastoral Social de Alto Valle- RíoNegro Asamblea de Vecinos Autoconvocados San Carlos- Mendoza Hermanos de la tierra (Buenos Aires, Córdoba, Tucumán) Rete Radie Resch- Asociación de Solidaridad Internacional- Italia Agrupación Juvennat- Valle del Conlara, Noreste de San LuisAsamblea de Vecinos Autoconvocados de Viedma y Patagones APDH Alto Valle- RíoNegro Asamblea por la Tierra y el Agua- Las Grutas, Río Negro Movimiento Alternativa deArgentina. Argentina 6 de febrero de 2026   Equipo Claretiano en ONU- Nueva York, Nairobi Cuidadores de la Casa Común- Argentina Comunidad en diálogo intercultural Ñawi- Salta, Argentina Vivat Argentina Justicia y Paz, Claretianos de Roma CTAA autónoma Viedma- Río Negro Federación argentina de Espeleología- fade.org.ar Programa radial HUMANIDAD ¿ADÓNDE VAS? Asamblea Agüita Pura para San Juan- Argentina Asamblea por el Agua, Valle de Calingasta- San Juan Pre venir ONG Villa Dolores. Córdoba APDH- Bariloche, Rio Negro, Argentina Asociación ecologista Piuké, Bariloche, Río Negro   Adesioni individuali Padre Francisco Oliveira Antonio Gustavo Gómez, ex fiscal federal José Luis Serrano “Doña Jovita” Córdoba Dr. Daniel Emmerich (Docente y Biólogo) Víctor Damián Cuello (poeta, Diócesis de San Luis) Hugo Aranda, Werken del Parlamento Mapuche Tehuelche de Río Negro Padre Antonio Sánchez SVD Padre Carlos Bresciani jesuita de Tirua, Chile y coordinador Red Solidaridad y Apostolado Indígena de los jesuitas en latinoamérica A partire dalla propria cosmovisione ed idendità , ma con la certezza che la difesa della terra e dell’acqua è un cammino condiviso, aderiscono : Parlamento del Pueblo Mapuche de Río Negro Confederación Mapuche de Neuquén (XAWVNKO) Comunidad Waiwen Kurruf- Viedma, Río Negro Comunidad Mapuche El Kimun- Fiske Menuco, Argentina Equipo de Educación Intercultural Bilingüe del Consejo de Desarrollo de Comunidades Indígenas- Río Negro, Argentina Vecinos y Vecinas Autoconvocados en defensa del Agua Valle Fértil- San Juan Lob Hue r ́aquiduam püllü- Loncopué, Neuquén   Argentina, febrero de 2026

“Voci contro” in Israele

Febbraio 2026 REFUSER SOLIDARITY NETWORK Newsletter 25/1/2026 Care persone, sono Shahaf, un attivista israeliano e obiettore di coscienza orgoglioso di trascorrere le mie giornate resistendo all’occupazione come membro del Refuser Solidarity Network. Negli ultimi tre mesi, da quando è stato firmato l’ultimo accordo di cessate il fuoco, abbiamo assistito a numerose violazioni e la situazione umanitaria a Gaza è solo peggiorata. Abbiamo assistito a un aumento dell’intensità degli attacchi contro le comunità rurali palestinesi che vivono in Cisgiordania, nonché alla spaventosa minaccia di sfollamento forzato di centinaia di famiglie palestinesi a Gerusalemme Est. I resistenti alla guerra israeliani sono allo stremo, mettendo il cuore e l’anima nella lotta contro la militarizzazione, il razzismo e il fascismo che stanno dilagando nelle loro comunità. Si rifiutano di rinunciare alla giustizia. Ho parlato con tre attivisti molto impegnati, membri di collettivi e gruppi che fanno parte del più ampio movimento anti-occupazione, i quali hanno generosamente condiviso con noi le loro opinioni personali e le loro esperienze . Vi chiedo di aiutarmi ad amplificare le loro voci inoltrando questa newsletter a chi ha bisogno di ascoltare gli attivisti sul campo, che lavorano dal cuore della bestia. Qual è il ruolo degli attivisti israeliani oggi? «Gli attivisti israeliani contro l’occupazione hanno oggi un doppio ruolo: dobbiamo essere presenti nei territori occupati per garantire protezione e assistere le comunità attaccate dai coloni, e dobbiamo mantenere l’occupazione all’ordine del giorno della società israeliana con ogni mezzo a nostra disposizione». – Anat, Standing Together. «In questo momento buio e desolante, il nostro ruolo è quello di continuare a esprimere apertamente e pubblicamente il nostro dissenso e la nostra umanità. Dobbiamo ricordarci e ricordare a chi ci circonda che coloro che si oppongono all’apartheid NON sono una minoranza in questa terra e, come tali, dobbiamo continuare a costruire, mantenere e far crescere relazioni di resistenza con altri israeliani e palestinesi che credono nella libertà e che la fine dell’apartheid non solo è possibile, ma è l’unica via d’uscita da questa oscurità». – Dee, attivista di Protective Presence, collettivo con sede a Gerusalemme «Noi che viviamo qui abbiamo l’obbligo di alzare una voce forte e chiara di resistenza, nonostante la paura, nonostante le reazioni di chi ci circonda, non dobbiamo rimanere in silenzio e non dobbiamo arrenderci». – Adi, One Climate Cosa ti dà la speranza per continuare la lotta per la giustizia? «Ciò che mi dà speranza è l’azione congiunta ebraico-araba per una realtà migliore in Israele, anche dopo due anni estenuanti di attivismo incessante contro il genocidio a Gaza». – Anat, Standing Together «La speranza deriva dalla consapevolezza che nulla può durare per sempre e che spesso regimi apparentemente indistruttibili cadono improvvisamente dopo molti anni estenuanti e difficili di sacrifici, lavoro ingrato, resistenza e persone che si sostengono le une le altre. La speranza deriva dalla consapevolezza che le nostre menti, le nostre scelte, le nostre amicizie e i nostri amori sono la prova assoluta che una vita diversa è possibile e realizzabile per tutti noi». – Dee, attivista di Protective Presence, collettivo con sede a Gerusalemme  «Non sono sicuro di agire per speranza, ma piuttosto per l’importanza di oppormi al genocidio anche se non riesco a combatterlo, e per solidarietà verso coloro che sono vittime di questa violenza omicida. Agisco perché mi è stato insegnato a non restare mai in disparte quando si verificano atrocità, specialmente quando sono mia responsabilità». – Adi, One Climate Gli attivisti israeliani accompagnano, partecipano con la loro presenza protettiva, protestano e si impegnano per creare alternative alla repressione. Noi di Refuser Solidarity Network (refuser.org) lavoriamo per promuovere la resistenza civile in Israele e Palestina, e vi incoraggiamo vivamente a unirvi a noi nel diffondere le voci degli attivisti israeliani attraverso tutte le piattaforme. Vi preghiamo di inoltrare questa newsletter alle vostre comunità per far conoscere loro il lavoro che stiamo svolgendo qui sul campo. All Posts Controinformazione   Back Segnalazioni “Voci contro” in Israele Febbraio 2026 Difendiamo il Rojava Febbraio 2026 Voci contro in Israele Febbraio 2026

B’Tselem pubblica un nuovo rapporto sulle prigioni israeliane

B’Tselem pubblica un nuovo rapporto sulle prigioni israeliane “Living Hell” fa seguito al rapporto di B’Tselem dell’agosto 2024 “Welcome to Hell”. Basandosi sulle approfondite ricerche e analisi condotte per il rapporto precedente, fornisce dati aggiornati e nuove testimonianze di 21 palestinesi rilasciati dalle prigioni israeliane negli ultimi mesi e si basa su dati di altre organizzazioni israeliane e internazionali per i diritti umani. Le informazioni aggiornate indicano che le prigioni israeliane continuano a funzionare come una rete di campi di tortura per i palestinesi, con abusi sistematici ancora più estesi di prima. Ciò include abusi fisici e psicologici, condizioni disumane, fame deliberata e negazione di cure mediche, tutti fattori che hanno portato a numerose morti. Alcuni testimoni hanno anche descritto di aver subito o assistito a violenze e abusi sessuali. La trasformazione delle prigioni in una rete di campi di tortura fa parte dell’attacco coordinato del regime israeliano alla società palestinese, volto a smantellare la collettività palestinese. Si può consultare il rapporto completo: https://www.btselem.org/publications/202601_living_hell Da Pressenza Link all’articolo originale: https://www.pressenza.com/it/2026/02/btselem-pubblica-un-nuovo-rapporto-sulle-prigioni-israeliane/