Rete Radié Resch

Rep. Democratica Congo: “Noi donne siamo morte, pur respirando”.

Giugno 2025 Non dimenticateli! Pressenza pubblica questa testimonianza di una suora missionaria di Bukavu, nella Rep. Democratica del Congo. La regione è ancora in preda a un caos devastante e la gente fa sempre più fatica a sopravvivere. L’ho incontrata il 9 giugno 2025, fuori da una sala riunioni. Aveva riempito una scatola di bottiglie di plastica vuote. Le chiedo cosa ne farà e qual è la situazione delle donne a Bukavu in questo periodo di occupazione. Accetta prontamente di parlare. “Sono madre di quattro figli che mando a scuola. Raccolgo queste bottiglie di plastica vuote; dopo averle lavate, le riempio di acqua o di succo di frutta fatto con la polvere che compro. Le metto nel congelatore e poi le vendo per 200 FC (meno di 10 centesimi di euro). Ma mentre in passato una madre che mandava il figlio al mercato gli dava degli spiccioli per comprare i miei succhi, ora non è più così e per i bambini è difficile comprare. Da quando è iniziata la guerra con l’M23 (Movimento 23 marzo, un gruppo paramilitare ribelle, N.d.T.), a Bukavu la vita è diventata molto difficile. Tante persone hanno perso il lavoro e molti di noi non commerciano più a causa del saccheggio sistematico dei magazzini dove tenevamo le nostre merci. Coloro che sono venuti a portarci la guerra hanno saccheggiato a modo loro; anche alcuni abitanti del luogo, vedendo che i soldati erano fuggiti e la polizia se n’era andata, hanno derubato i loro concittadini. Inoltre alcuni evasi di prigione hanno fatto saccheggi. A causa della guerra, non possiamo più muoverci per raggiungere i mercati circostanti. Chi cerca ancora di rifornirsi al mercato di Mudaka deve pagare delle tasse per strada. Ad esempio, se hai 30.000 franchi (equivalenti a 10 dollari) per acquistare merci, ti viene chiesto di pagare 20.000 franchi di tasse. Ti tengono in ostaggio. Si cominciano a registrare stupri persino nel centro della città, anche se alcuni genitori cercano di nascondere il crimine per non far perdere l’onore alla propria figlia. È difficile pagare la scuola dei miei figli a causa della mancanza di denaro. Cercano di andare a scuola, ma spesso vengono cacciati. Il loro padre era un dipendente pubblico ma, come tanti altri, ora è disoccupato. Noi donne siamo morte, anche se respiriamo ancora. Private del poco che avevamo, siamo state lasciate a soffrire e non siamo più in grado di sostenere le nostre famiglie, anche se eravamo il pilastro della casa. Non sappiamo più cosa fare. Dormiamo e non sappiamo se ci alzeremo. Non mangiamo, non ci vestiamo, non viaggiamo, non viviamo, moriamo! Siamo vittime di accordi che non conosciamo nemmeno. Vorrei dire al nostro governo nazionale di aiutarci innanzitutto a portare la pace qui nella parte orientale del Paese, coinvolgendoci a tutti i livelli, perché ci sono innumerevoli omicidi. Con la pace, tutto diventerebbe più facile; senza pace, nulla è possibile. All’M23 vorrei dire: chi viene a liberare qualcuno non lo uccide! Il liberatore cerca la pace per il popolo. Gesù ha dato la sua vita, ci ha liberati. Voi siete assassini, saccheggiatori, riscattatori. Andate a dire a chi vi ha mandato di lasciarci in pace. Alla comunità internazionale ripeto le parole di Papa Francesco: “Giù le mani dall’Africa”. Siete il nemico numero 1 della Rep. Dem. Congo: non siete qui per il nostro bene, ma per rubare i nostri minerali. Siete voi a sostenere l’M23. Vi presentate come ricchi, ma i ricchi siamo noi congolesi. Ci ingannate dicendo che ci state aiutando, ma siete dei criminali in cravatta. Non vi interessa la vita del popolo congolese, ma il sottosuolo del Paese. Lasciateci in pace: state a casa vostra e lasciateci stare qui. Dio ci ha dato la nostra ricchezza: se la volete, venite a chiederla in modo normale. Io me ne vado con le mie bottiglie, domani le venderò per pochi spiccioli… e la vita continua”. Traduzione dal francese di Thomas Schmid. All Posts Controinformazione   Back Segnalazioni L’arcivescovo di Torino contro l’immobilità dei capitali Giugno 2025 Le terre rubate, le denunce: come Leone XIV ha difeso le vittime di Sodalicio Giugno 2025 La Coop ritira i prodotti israeliani dai supermercati. E arriva la Gaza Cola Giugno 2025

Laboratorio Ebraico Antirazzista

Giugno 2025 Nell’ultima settimana, l’esercito israeliano ha ucciso centinaia di civili palestinesi a Gaza, in gran parte con proiettili, droni e artiglieria mentre cercavano di raggiungere centri di distribuzione trasformati in trappole per una popolazione stremata. Il genocidio continua cosi in un modo al contempo crudele ed economico, liberando risorse per una nuova guerra di aggressione.L’attacco israeliano all’Iran conferma che l’unico linguaggio riconosciuto dal governo Netanyahu è quello della distruzione e dell’escalation militare, nel disprezzo per la vita umana e il diritto internazionale. Il regime oppressivo iraniano a sua volta non ha remore nel rispondere con missili balistici che colpiscono centri abitati. Il nostro primo pensiero va alle popolazioni civili iraniane, israeliane e palestinesi, vittime di queste nuova guerra. In particolare, nella “unica democrazia del Medio Oriente”, gran parte dei palestinesi all’interno della “linea verde” non ha accesso a rifugi antimissile: una disparità strutturale che rivela il sistema d’apartheid israeliano.Siamo sconcertatɜ dal beneplacito che l’aggressione all’Iran ha ricevuto non solo da Trump, ma anche da molti governi europei, sconfessando in un attimo la scelta della via diplomatica sostenuta per anni. Le voci dellɜ attivistɜ iraniane sono chiare: no ai bombardamenti di potenze straniere nel nome della loro “libertà”. I rischi di un collasso violento dello stato iraniano a seguito di un possibile ingresso in guerra degli Stati Uniti non sono neanche contemplati. La lezione della guerra in Iraq, cui all’epoca molti stati europei si erano opposti, sembra sia stata imparata al contrario.Secondo una trama ormai tristemente familiare, anche la dirigenza dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane si fa organo di propaganda militarista pro-israeliana, abdicando al ruolo di rappresentante della diversità ebraica in Italia, e nutrendo gli stereotipi di un antisemitismo crescente. Ancora una volta diciamo: Not in Our Names!Continuiamo a denunciare il genocidio Gaza e la violenza coloniale in Cisgiordania, che il conflitto fra Israele e Iran non deve far dimenticare. Israele deve essere fermato, la guerra deve finire All Posts Controinformazione   Back Segnalazioni L’arcivescovo di Torino contro l’immobilità dei capitali Giugno 2025 Le terre rubate, le denunce: come Leone XIV ha difeso le vittime di Sodalicio Giugno 2025 La Coop ritira i prodotti israeliani dai supermercati. E arriva la Gaza Cola Giugno 2025

Mosaico dei giorni – Gaza morire inascoltati è la morte finale

Giugno 2025 17 giugno  2025 – Tonio Dell’Olio Vi giro il messaggio affidato a twitter da Ezzideen Shehab (@ezzingaza), giovane medico di Gaza e scrittore. Facciamo girare!  “Non c’è internet, nessun segnale, nessun suono. Nessun mondo fuori da questa gabbia. Ho camminato 30 minuti tra le macerie e la polvere. Non in cerca di una fuga, ma per un frammento di segnale, giusto per sussurrare: “siamo ancora vivi”. Non perché qualcuno stia ascoltando, ma perché morire inascoltati è la morte finale. Gaza è in silenzio ora. Non per pace, ma per annientamento. Non un silenzio di quiete, ma di soffocamento. Hanno tranciato l’ultimo cavo. Nessun messaggio esce, nessuna immagine entra. Anche il lutto è stato vietato. Ho sorpassato cadaveri di edifici, di case, di uomini. Qualcuno respirava, qualcuno no. Tutti cancellati dalla stessa mano che ha cancellato le nostre voci. Questo non è semplicemente un assedio di bombe, è un assedio della memoria. Una guerra contro la nostra capacità di dire “siamo qui”. I bombardamenti non si sono mai fermati, soprattutto a Jabalia. Hanno bombardato le strade dove i bambini supplicavano per del cibo. Hanno bombardato le file dove le mamme aspettavano la farina. Hanno bombardato la fame stessa. Niente cibo. Niente acqua. Niente via di fuga. E quelli che ci provano, quelli che raggiungono gli aiuti, vengono abbattuti. La gente muore qui, e nessuno lo sa. Non perché le uccisioni si sono fermate, ma perché l’uccisione della connessione ha avuto successo. Internet era il nostro ultimo respiro. Non era un lusso, era l’ultima prova della nostra umanità. E ora è andata. E nel buio, massacrano senza conseguenze. Ho trovato questo tenue segnale con la eSIM come un uomo morente trova un bagliore di luce. Sto sotto questo cielo spezzato, rischiando la morte non per salvarmi, ma per mandare questo messaggio. Un singolo messaggio, un’ultima resistenza. Se state leggendo questo, ricordatelo: abbiamo camminato in mezzo al fuoco per dirlo. Non siamo stati in silenzio. Non siamo stati silenziati. E quando la connessione sarà ristabilita, la verità sanguinerà attraverso i cavi, e il mondo saprà quello che ha deciso di non vedere.” All Posts Controinformazione   Back Segnalazioni L’arcivescovo di Torino contro l’immobilità dei capitali Giugno 2025 Le terre rubate, le denunce: come Leone XIV ha difeso le vittime di Sodalicio Giugno 2025 La Coop ritira i prodotti israeliani dai supermercati. E arriva la Gaza Cola Giugno 2025

27 Giugno, Alessandria – Concerto per la Pace promosso da ANPI e FIOM CGIL: solidarietà per Gaza e contro il riarmo

Giugno 2025 Il 27 giugno in Piazza Marconi, ANPI e FIOM CGIL organizzano un concerto per la pace a sostegno dei bambini di Gaza. Iniziativa culturale, civile e umanitaria. Scopri di più su Alessandria today. Il 27 giugno 2025, ad Alessandria, Piazza Marconi diventerà il cuore pulsante di un’iniziativa civile e musicale dal forte impatto simbolico e sociale: alle ore 21.30 si terrà il Concerto per la Pace promosso da ANPI e FIOM CGIL. Un appuntamento che va ben oltre la musica, richiamando i cittadini a una mobilitazione culturale per la convivenza tra i popoli, contro il riarmo e la violenza. “Per la pace – contro il riarmo – per la vita”: questo il messaggio centrale che guiderà l’evento, in aperto dissenso con le politiche di aggressione e militarizzazione in atto, in particolare nei confronti della popolazione palestinese e delle vittime del conflitto nella Striscia di Gaza. Lo slogan risuona come un richiamo alla coscienza collettiva: fermare la guerra, fermare la violenza, dire no alla corsa agli armamenti in Italia e in Europa. Durante la serata sarà attiva anche una raccolta fondi, il cui ricavato sarà totalmente destinato alla ristrutturazione dei locali della parrocchia di Gaza: una sala giochi e una sala musica per i bambini, senza distinzioni di religione, come segno concreto di speranza e solidarietà. La dichiarazione degli organizzatori è chiara: “Ogni euro ricevuto sarà interamente finalizzato a questo progetto umanitario. Garantiamo trasparenza e l’impegno civile che da sempre contraddistingue chi lavora per un mondo più giusto.” L’invito è aperto a tutte e tutti: portiamo la nostra voce, la nostra bandiera della pace, la nostra indignazione civile. La pace non è neutrale. Una riflessione conclusiva:In un tempo in cui i conflitti sembrano moltiplicarsi e la logica della sopraffazione torna a farsi strada nei governi e nei notiziari, iniziative come quella del 27 giugno ad Alessandria non sono solo eventi culturali. Sono atti di resistenza civile, richiami alla memoria storica e affermazioni di un’umanità che rifiuta di essere spettatrice. La musica, in questo caso, diventa uno strumento di unione e denuncia. Perché la pace non è silenzio: è voce, partecipazione e scelta quotidiana. Seguici anche su Facebook!Per restare aggiornato su tutte le novità, eventi e contenuti esclusivi, seguici sulla nostra pagina ufficiale Facebook: Alessandria today – Pier Carlo Lava. Unisciti alla nostra community e condividi con noi passioni, idee e riflessioni! Un ringraziamento speciale ai lettori di Alessandria today.Dal 2018, Alessandria today è un punto di riferimento con oltre 141.000 articoli su Cultura, Interviste, Poesie, Cronaca e molto altro. Grazie a voi, il nostro impegno continua a crescere e a raccontare storie che arricchiscono la nostra comunità. Visitateci su https://alessandria.today/ e italianewsmedia.com per essere parte della nostra avventura. Grazie di cuore per il vostro supporto! All Posts Controinformazione   Back Segnalazioni L’arcivescovo di Torino contro l’immobilità dei capitali Giugno 2025 Le terre rubate, le denunce: come Leone XIV ha difeso le vittime di Sodalicio Giugno 2025 La Coop ritira i prodotti israeliani dai supermercati. E arriva la Gaza Cola Giugno 2025

Mimmo Lucano vs Kaja Kallas e von der Leyen: “Complici del genocidio a Gaza, Ue in silenzio”

Giugno 2025 (Agenzia Vista) Strasburgo, 18 giugno 2025 “Signora Presidente, onorevoli colleghi, chi rimane indifferente davanti a un genocidio è complice. Di fronte alla distruzione sistematica del popolo palestinese, le nostre istituzioni hanno voltato lo sguardo, coperto gli occhi, tappato le orecchie. Qui, in quest’Aula, il silenzio è assordante. Avete legittimato la violenza coloniale con l’alibi della sicurezza di Israele. Ma quale sicurezza può giustificare l’uccisione di oltre 55 000 civili e la fame usata come arma? Israele ha superato ogni linea rossa, ha calpestato ogni principio di umanità. Eppure, le porte dell’Unione europea restano aperte, gli accordi in vigore, le forniture militari continuano. Perché? Perché siete complici? Perché Ursula von der Leyen è complice, Kaya Kallas è complice e questo Parlamento è complice? Allora diciamolo apertamente: l’Unione europea ha fallito, è diventata garante dell’impunità israeliana, complice di un genocidio in diretta. Proprio per questo oggi chiedo ciò che avrebbe dovuto essere fatto da mesi: sanzioni immediate contro lo Stato di Israele, sospensione dell’accordo di associazione, libertà per il popolo palestinese”, lo ha detto Mimmo Lucano in plenaria a Strasburgo. Ebs Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev All Posts Controinformazione   Back Segnalazioni L’arcivescovo di Torino contro l’immobilità dei capitali Giugno 2025 Le terre rubate, le denunce: come Leone XIV ha difeso le vittime di Sodalicio Giugno 2025 La Coop ritira i prodotti israeliani dai supermercati. E arriva la Gaza Cola Giugno 2025

La sanità ad Haiti si fa piccola per sfuggire all’assalto delle gang

Giugno 2025 Grazie a Caritas, Cei e Chiesa valdese, Douleurs Sans Frontiers aiuta i centri di salute comunitari. Come Petite Place Cazeau. Alla guerra ora si aggiungono i tagli di Trump alla cooperazione Alle prime luci dell’alba c’è già una cinquantina di persone in fila. Donne con figli piccoli e piccolissimi, soprattutto. Rannicchiate sulle panche di ferro adagiate sulla ghiaia, attendono in modo disciplinato il proprio turno mentre il tempo, intrappolato nella morsa dell’afa, scorre lento. Qualcuna delle pazienti si appisola per ingannare l’attesa. Il tonfo degli spari dissolve in veglia le notti di Petite Place Cazeau, spartiacque tra i sobborghi di Delmas e Tabarre, nell’affollata cintura urbana di Port-au-Prince. Riunite da un anno e mezzo nella coalizione Viv Ansanm, le gang procedono con passo inesorabile verso la conquista totale della capitale. Per dimostrare il proprio controllo sul territorio, man mano che avanzano, distruggono ogni traccia di Stato o di quel che ne rimane. Non solo commissariati, carceri, tribunali. Anche cliniche e centri di salute sono diventati obiettivi. La violenza dilagante ha “chiuso” ormai sei strutture su dieci. L’Hôpital général, il maggior ospedale pubblico della capitale haitiana, la cui ristrutturazione dopo il terremoto è costata 100 milioni di dollari, è andato in fumo. Nel senso letterale del termine. Le bande l’hanno bruciato, dopo averlo, occupato lo scorso febbraio per impedirne la riapertura. Prima era toccato al Bernard Mevs. La Paix è, in pratica, l’unico grande presidio sanitario statale rimasto. Ed è al collasso come l’intero sistema. Due cittadini su cinque hanno urgente necessità di cure e non riescono a riceverle. Bimbi, donne incinte e disabili sono i più esposti al rischio di morire per disturbi curabili. «Non importa quanto dovrò aspettare, almeno qui mi assisteranno», afferma decisa Marianne, in un angolo del cortile che funge da anticamera della casa coloniale in cui, 43 anni fa, la moglie del dittatore Jean Claude Duvalier inaugurò il Centre médico-social, attualmente gestito dalla Fondazione locale Centre pour le Développement et la Santé. È al sesto mese di una gravidanza complicata: per due volte ha quasi perso il bimbo e lei stessa è sopravvissuta per un soffio. «Ogni giorno ci troviamo di fronte decine di casi come il suo. Vengono da noi, in media, una quarantina di mamme e altrettanti piccoli. Il flusso è continuo», sottolinea il direttore medico, Ernso Charléus. Con un bambino su dodici deceduto prima di compiere cinque anni e 328 partorienti morte su 100mila, Haiti ha i tassi di mortalità materna e infantile più alti dell’Occidente. E i dati sono del 2023: ora va peggio. Con quasi tutte le unità fuori uso e i farmaci introvabili, per la crisi economica e il controllo delle bande dei circuiti di rifornimento abituali, gran parte delle donne sono costrette a partorire da sole. Le più fortunate contano sul sostegno di una levatrice. Ogni normale complicazione si trasforma, così, in un pericolo mortale. Per Marianne e i 45mila abitanti dell’area di Petite Place, dunque, il programma “Manman ak titit” – madri e figli, in creolo – è l’unica speranza. Dall’inizio dell’anno, Douleurs Sans Frontières (Dsf) l’ha avviato a Petit Place Cazeau e a Jalousie grazie al sostegno dei fondi di Caritas italiana, dell’8xmille della Conferenza episcopale italiana (Cei) e dell’8xmille della Chiesa valdese. «Lavoriamo in due centri già esistenti. Non ospedali ma strutture più piccole, forse meno visibili ma profondamente radicate nelle comunità. Port-au-Prince è un enorme campo di battaglia: spostarsi è difficile e pericoloso. Dobbiamo portare l’assistenza il più vicino possibile alle persone se vogliamo aiutarle», sottolinea Giovanna Salome, rappresentante dell’Ong francese impegnata nell’isola dal 2010. In collaborazione con le autorità nazionali, l’organizzazione supporta i presidi in modo da garantire assistenza medica e psicologica a mamme e piccoli. Quello di Petite Place Cazeau, in particolare, dispone di uno dei pochi reparti di maternità tuttora accessibili. «In effetti non abbiamo molta concorrenza – spiega il dottor Charléus –. Le poche cliniche rimaste hanno prezzi improponibili per la gran parte di popolazione. I nostri pacchetti, invece, non superano il dollaro, giusto il minimo possibile per riuscire a coprire i costi».Crescenti, oltretutto, per i tagli dell’Amministrazione Trump all’Agenzia di cooperazione internazionale UsAid a partire da gennaio. Ufficialmente “temporanee” ma di fatto prorogate a data da destinarsi, le sforbiciate hanno privato di colpo il Paese di 400 milioni di dollari l’anno, recidendo le fondamenta del già traballante sistema di salute. Quasi 5mila operatori impegnati nel programma di lotta all’Aids sono stati licenziati, piani vaccinali, per la riduzione della mortalità materno-infantile e il contrasto di malattie croniche sono scomparsi da un giorno all’altro. Anche l’ambulatorio di Petit Place Cazeau ha perso un’importante fonte di approvvigionamento. Ha dovuto, così, lasciare a casa due dei ventuno operatori del centro di salute. Ne avrebbe dovuti mandare via sei. «Il nostro intervento, però, consente di pagare gli stipendi di quattro infermiere che sono, così, potute rimanere. E di integrare, seppure in piccola parte, il salario di altri 31 impiegati tra maternità e pediatria», aggiunge Giovanna Salome. Il progetto, inoltre, “Maman ak titit” non si limita alle cure salvavita per mamme e neonati. «Ci occupiamo della loro salute integrale. Dunque anche di quella mentale, fragilissima nell’attuale contesto e completamente trascurata. Se l’assistenza medica è molto limitata, quella psichica è in pratica inesistente», sottolinea Roudly Lainé, psicologo di Douleurs Sans Frontiers, incaricato di elaborare la metodologia di intervento al centro di Petite Place Cazeau. «Haiti è tragicamente interessante dal punto di vista dell’impatto sulla psiche. La sofferenza che i civili sperimentano non è assimilabile al disturbo post-traumatico perché qui paradossalmente non c’è un “post”. La guerra si protrae così tanto da infliggere ai civili un trauma continuato e infinito – afferma l’esperto –. Pensiamo solo agli sfollamenti: i profughi devono spostarsi da un quartiere all’altro per sfuggire dalle gang, le quali, però, le raggiungono sempre. Nelle persone insorge, dunque, un senso di impotenza e disperazione che rischia di distruggerle se non sono prese in carico». A volte, è sufficiente un appiglio perché l’incredibile resilienza degli haitiani abbia la meglio sullo sconforto generale. Quando sente il proprio nome, Marianne si alza lentamente cingendosi il ventre

Unesco: in Africa solo 13mila librerie, una ogni 116mila persone

Giugno 2025 Un potenziale ancora poco sfruttato in un settore che è motore di sviluppo, con una nuova generazioni di autori che punta sui formati innovativi, dalla graphic novel ai libri digitali L’industria del libro in Africa affronta sfide enormi. Un continente ricco di 54 paesi e circa 2.000 lingue che ospita il 18% della popolazione mondiale, presenta solo il 5,4% dei ricavi editoriali globali, per un valore di quasi 129 miliardi di dollari. E’ quanto rileva un rapporto dell’Unesco sul settore editoriale in Africa che evidenzia anche sviluppi positivi, a partire da una nuova generazione di autori che sta investendo in formati innovativi, dalle graphic novel ai libri digitali e l’ascesa delle donne nell’editoria, un passo importante verso l’uguaglianza di genere. La relazione evidenzia inoltre l’aumento di professionalità nel settore che si battono attivamente per le riforme politiche e una migliore applicazione dei diritti d’autore. Secondo il rapporto, solo 5 dei 54 paesi africani hanno leggi specifiche che regolano il settore del libro. Inoltre l’accesso ai libri rimane limitato: in media, una biblioteca serve 189.000 persone. L’Africa conta infatti circa 13.000 librerie, una sola libreria ogni 116.000 persone, il che limita gravemente l’accesso del pubblico ai materiali di lettura. La distribuzione di queste librerie poi è molto disomogenea nel continente. La Nigeria, il paese più popoloso dell’Africa, ha una sola libreria ogni 50.000abitanti. Le biblioteche pubbliche sono ancora più rare, con solo 8.000 che servono l’intero continente. Il Sudafrica è all’avanguardia, con 1.949 biblioteche; ma anche lì, ogni biblioteca serve circa 40.000 persone. Infine, il rapporto sottolinea come nel 2023, le importazioni di libri in Africa hanno raggiunto i 597 milioni di dollari, rispetto ai soli 81milioni di dollari delle esportazioni. Per sbloccare il potenziale di questo settore ancora poco sfruttato, il rapporto dell’Unesco formula diverse raccomandazioni, che vanno dal rafforzamento dei quadri normativi al consolidamento dei mercati locali. Questi includono la capitalizzazione della crescente domanda di letteratura per bambini e libri pubblicati nelle lingue locali e indigene. “I libri sono oggi più essenziali che mai. Offrono uno spazio per il dialogo, la riflessione critica eil libero scambio di idee, pilastri fondamentali delle società democratiche. L’Unesco ribadisce il suo impegno a sostenere l’industria libraria in Africa, garantendo che questo settore continui a essere una forza di ispirazione, istruzione ed emancipazione” ha dichiarato Audrey Azoulay,  direttrice generale dell’organizzazione Onu con sede a Parigi.  All Posts Controinformazione   Back Segnalazioni L’arcivescovo di Torino contro l’immobilità dei capitali Giugno 2025 Le terre rubate, le denunce: come Leone XIV ha difeso le vittime di Sodalicio Giugno 2025 La Coop ritira i prodotti israeliani dai supermercati. E arriva la Gaza Cola Giugno 2025

Sul nucleare iraniano sterminati branchi di castronerie

Giugno 2025 Dal blog https://contropiano.org/ di Massimo Zucchetti 16/06/2025 Insegno al MIT un corso dal titolo: “Protect yourself at all times. Nuclear proliferation and control strategies through technology“. Nonostante quello che mi hanno fatto, l’anno prossimo lo terrò anche al Politecnico di Torino, in un corso di dottorato. La prima frase del titolo è quello che dicono gli arbitri ai due pugili prima dell’incontro. Succede che il sottoscritto sia il maggior esperto italiano di disarmo nucleare. E’ un fatto, non una vanteria. C’è una classifichina internazionale piena di stranieri, perché in Italia – essendo un paese di servi asservito agli USA – pochi *tecnologi* se ne occupano. Sono, bontà loro, il primo italiano in codesto elenco, se si escludono colleghi che lavorano per la IAEA, ma quando sei lì rinunci naturalmente alla tua “nazionalità”. Ho partecipato ai negoziati per l’accordo JPCOA con l’Iran nel 2015. Leggo in questi giorni – da buoni e cattivi – castronerie a branchi. Sterminati branchi di castronerie. Proviamo a smentirle, non si sa mai che uno su un milione capisca in quale oceano di bullshit lo stanno affogando. 1) L’Iran NON ha la bomba atomica. Non ci è neanche vicino, ad averla. 2) La IAEA ha ultimamente intensificato la frequenza delle sue ispezioni, dati i timori USA sulla non-adempienza dell’Iran ad alcune regolette, soprattutto sull’arricchimento dell’uranio. USA e Iran stavano facendo colloqui bilaterali, Trump al solito giocava sporco, mettendo avanti dei proclami ideologici del direttore della IAEA che purtroppo non è un El Baradei, ma un amico del “carota”. Gli Iraniani facevano notare che nei rapporti ufficiali degli ispettori IAEA non c’erano dati che giustificassero tutto il cancan di Trump, che però quando va in fissa, difficile farlo ragionare. Ma pian piano si sarebbe arrivati a un accordo. 3) La IAEA è fatta apposta per quei controlli: dato che abbiamo “convinto” gli iraniani a firmare il Protocollo Aggiuntivo del TNP, ha potere di intromissione totale nel nucleare iraniano: ispezioni a sorpresa, controlli distruttivi, etc. sappiamo davvero tutto, anche quante volte vanno al bagno. 4) In 80 anni, la tecnologia nucleare bellica ha fatto molti passi avanti, bimbi belli, non si parla più di “bombe atomiche” come ai tempi di Oppenheimer, ma di ordigni come minimo a tre stadi fusione-fissione-fusione termonucleare. La “bomba atomica” vecchio stile è solo più un innesco per le moderne bombe. E per queste, NON SERVE una bomba all’Uranio, ma al Plutonio weapons-grade a implosione: parlando come al tempo dei nonni, qualcosa di simile al Fat Man caduto su Nagasaki. 5) Quindi tutte queste beghe sull’arricchimento dell’uranio sono senza senso, oggi la strada per dotarsi di un’arma termonucleare non passa più attraverso l’Uranio arricchito, ma attraverso il Plutonio: ln Iran in questo momento non c’è un grammo di Plutonio weapons-grade. I controlli sono così stretti che li teniamo letteralmente per le palle. Certamente, uno può in teoria pensare ancora a fabbricare una bomba all’uranio arricchito al 90% come Little Boy: è un vicolo cieco e da 70 anni non le fa più nessuno, però è sempre una atomica. L’Iran è lontanissimo da questo. Piccolo partitolare: 90% è l’arricchimento richiesto, la disputa USA-Iran riguardava se loro avessero superato il limite imposto dal JPCOA, intorno al 3,5%. Si noti che il JPCOA del 2015, per il quale si son sudate sette camicie, è stato denunciato proprio dagli USA. I quali per metterla in caciara hanno addirittura chiesto che l’Iran NON arricchisse più l’Uranio. Al che gli iraniani han chiesto: e i nostri reattori con cosa li facciamo funzionare? A brillantina? 6) Israele, che di punto in bianco si sostituisce alla IAEA e al TNP, al diritto internazionale a suon di bombe, sa bene queste cose. E comunque da che pulpito: Israele non ha mai sottoscritto il TNP (gli altri stati-canaglia come loro si contano sulle dita di una mano) perché “non vuole controlli” per “motivi di sicurezza“. Ed ha circa 150 ordigni termonucleari “mai dichiarati” e pronti all’uso. 7) La Russia, la Cina, la DPRK non aiuteranno mai l’Iran fornendo loro assistenza per sviluppare atomiche o addirittura dandogliele “chiavi in mano”; verrebbero beccate ALL’ISTANTE e sarebbero guai serissimi. 8 ) Anche se le installazioni nucleari iraniane sono state bombardate, non si tratta di esplosioni atomiche, ma di contaminazioni radioattive localizzate che sono davvero un piccolo problema rispetto a questo enorme casino. Mi fermo qui. Qualche volta sogno di aprire la TV e ascoltare un giornalista o un politico fare su questi argomenti un discorso sensato e privo di minchiate da ignoranti. Esempio *per assurdo* di discorso “sionista”: “beh Israele vuole l’egemonia nell’area, è una potenza nucleare bellica, non tollera l’Iran, e ha deciso – vista l’impunità di cui gode, specie ultimamente – di infliggergli un’umiliazione cosmica, colpirlo nel loro punto di orgoglio, il loro programma nucleare. Che non è un pericolo: ma è dove abbiamo potuto dar loro una bella ridimensionata. Questo può portare all’escalation e alla guerra? Eccoci, siamo qua pronti. Siete solo chiacchiere e distintivo: chiunque ci dà un minimo fastidio, lo attacchiamo e lo facciamo a pezzi“. Ecco. Nessun “erano a due settimane dall’aver la bomba“, “ci sentivamo minacciati“, “bombardiamo per la liberazione delle donne“… Basta castronerie! * docente di Radiation Protection, Tecnologie Nucleari, Storia dell’energia, Centrali nucleari al Politecnico di Torino, più volte componente delle missioni Onu di verifica del rispetto dei trattati di non proliferazione nucleare, indicato nella cinquina finale dei candidati al Premio Nobel per la Fisica nel 2015. Un breve video sui rischi del nucleare, spiegati bene https://youtu.be/bojmDvn41no https://youtu.be/bojmDvn41no All Posts Controinformazione   Back Segnalazioni L’arcivescovo di Torino contro l’immobilità dei capitali Giugno 2025 Le terre rubate, le denunce: come Leone XIV ha difeso le vittime di Sodalicio Giugno 2025 La Coop ritira i prodotti israeliani dai supermercati. E arriva la Gaza Cola Giugno 2025

Palestina: “Una guerra contro le donne” ci scrivono le donne palestinesi della PWWSD

Aprile 2025 Le donne palestinesi della PWWSD (Palestinian Working Women Society for Development, l’Associazione che la Rete Radié Resch sostiene) ci hanno scritto pochi giorni PRIMA che Israele rompesse l’accordo di tregua e riprendesse il massacro della popolazione palestinese di Gaza. Riportiamo alcuni estratti della lunga lettera, che fa un bilancio della guerra: “La guerra contro la Striscia di Gaza, che è durata 470 giorni consecutivi, è stata prima di tutto una guerra contro le donne. In numeri: – Circa 50mila palestinesi sono stati uccisi, due terzi delle vittime erano donne e bambini. 12.316 donne uccise. 17.861 bambini, inclusi 214 neonati, uccisi.– 100mila feriti e migliaia ancora dispersi.– 90% della popolazione della Striscia di Gaza è stata sfollata con la forza e raccolta in tende e rifugi inappropriati per la vita umana.– 10.200 massacri; 2.092 famiglie completamente cancellate dal registro civico perché tutti i membri della famiglia sono stati uccisi. Altre 4.899 famiglie distrutte (rimasta in vita una sola persona), considerate che ogni famiglia è mediamente di 8 persone.– 13.361 donne rimaste vedove.– 2.000 donne diventate invalide permanenti. Durante la guerra, la sofferenza delle donne era incredibile: – Le donne erano soggette a violenza di genere, molestie, abusi sessuali e violenza domestica esacerbati dallo sfollamento forzato in ambienti sovraffollati e insicuri. – Partorivano in circostanze disumane in rifugi, tende e case demolite; molte passavano attraverso la chirurgia cesarea senza anestesia; c’erano solo due ospedali funzionanti dei dodici con servizio di maternità e attrezzature mediche non sterilizzate, quindi elevati tassi di complicanze e mortalità. – L’impatto psicologico della guerra su donne e uomini è devastante, molti sperimentano grave stress, ansia e traumi; le donne, tuttavia, riferiscono di sentirsi le più colpite, citando anche la totale perdita di privacy nei rifugi sovraffollati come fattore di stress. Una donna ha riferito che per tre settimane non è mai riuscita a togliersi il velo (Hijab); una ragazza di 16 anni diceva che non sapeva dove andare per trovare un posto sicuro, non solo rispetto al pericolo di morte ma anche di violenze. – Le donne avevano e hanno carichi di lavoro e responsabilità aggiuntive come l’assistenza e la cura dei parenti feriti e lavori fisicamente impegnativi, dal trasporto di pesanti secchi d’acqua alle tende alla cottura su fuochi aperti. – Molte donne erano e sono escluse dall’assistenza sanitaria, perché con l’accesso agli aiuti spesso attraverso la registrazione da parte degli uomini, le famiglie guidate da donne divorziate o separate devono affrontare sproporzionate difficoltà nell’ottenerlo. Le donne possono subire molestie e ricatti quando accedono agli aiuti; un membro dello staff di una ONG ha commentato: “Le donne affrontano il ricatto da parte dei fornitori di servizi per aiutarle ad accedere più velocemente, pagando tariffe o commissioni più elevate”. Nonostante le gravi difficoltà, le donne palestinesi sono emerse come leader nelle loro comunità, gestendo campi per sfollati, fornendo servizi critici e sostenendo le scarse risorse a disposizione. Samira Khalil, che gestisce il campo di Al-Istiqama, ha trasformato il suo dolore in motivazione per aiutare gli altri: “Dopo aver perso i miei figli e la mia casa, ho cercato rifugio nel campo di Al-Istiqama, ho vissuto in tende e ho sofferto con il resto della gente. Mi sono assunta la responsabilità di impegnarmi per aiutare gli sfollati”.” La lettera si avvia alla conclusione con parole che in brevissimo tempo SI SONO AVVERATE: “Nonostante i disastrosi effetti dell’aggressione israeliana guidata dal piano di pulizia etnica, non possiamo ancora dire che sia finita. Le forze israeliane hanno violato il cessate il fuoco più di una volta e hanno continuato a uccidere palestinesi. Inoltre, l’occupazione ha reimposto un assedio ristretto alla Striscia di Gaza e ha negato l’ingresso di aiuti umanitari che era invece previsto dall’accordo firmato attraverso i mediatori. Con la negazione degli aiuti le persone rischiano di continuare a morire anche di fame. Gli interventi di PWWSD: La situazione generale nella Striscia di Gaza ha causato un deterioramento senza precedenti della salute mentale e del benessere delle donne. Per questo, come PWWSD, ricordando l’esperienza accumulata, abbiamo iniziato l’intervento con le donne fin dai primi tempi dell’aggressione. L’intervento ha fornito consulenza psicologica (di gruppo e individuale) e sessioni di debriefing per donne e bambini. Inoltre, in coordinamento con alcune organizzazioni, tra cui UNWOMEN, siamo riuscite a fornire a donne della Striscia di Gaza un’assistenza economica per aiutarle a superare le gravi difficoltà che devono affrontare. PWWSD è anche attivo nell’ambito dei vari, continui sforzi di advocacy presso la comunità internazionale perché contribuisca a porre fine al piano israeliano.” All Posts Controinformazione   Back Segnalazioni L’arcivescovo di Torino contro l’immobilità dei capitali Giugno 2025 Le terre rubate, le denunce: come Leone XIV ha difeso le vittime di Sodalicio Giugno 2025 La Coop ritira i prodotti israeliani dai supermercati. E arriva la Gaza Cola Giugno 2025

RIARMO: falsa idea di sicurezza e dati impressionanti

Aprile 2025 Qui una serie di articoli che includono una riflessione sul perché il piano di riarmo crea una falsa idea di sicurezza che mina la pace, i dati sull’import/export internazionale di armi nell’ultimo quinquennio pubblicati dal SIPRI il 10 marzo, e il Manifesto degli scienziati contro il riarmo. Articolo-intervista a Francesco Vignarca (Rete Italiana Pace e Disarmo) di Duccio Facchini, “Il progetto “ReArm Europe” e quella falsa idea di sicurezza che mina la pace”, pubblicato in ‘Altreconomia’ il 4 marzo: https://altreconomia.it/il-progetto-rearm-europe-e-quella-falsa-idea-di-sicurezza-che-mina-la-pace/?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=NL1232025NANS Articolo di Andrea Siccardo, “L’Europa e gli Stati Uniti hanno guidato la corsa al riarmo degli ultimi cinque anni”, pubblicato in ‘Altreconomia’ il 10 marzo: https://altreconomia.it/leuropa-e-gli-stati-uniti-hanno-guidato-la-corsa-al-riarmo-degli-ultimi-cinque-anni/?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=NL1232025NANS Articolo di Mimmo Cortese, “Un passo avanti verso l’abisso”, pubblicato online in ‘ComuneInfo’ il 12 marzo: https://comune-info.net/un-passo-avanti-verso-labisso/?utm_source=mailpoet&utm_medium=email&utm_source_platform=mailpoet&utm_campaign=Un%20passo%20avanti%20verso%20l’abisso Manifesto degli Scienziati Europei Contro il Riarmo, pubblicato online in ‘WorldBeyondWar.org’ il 13 marzo: https://worldbeyondwar.org/it/Gli-scienziati-europei-contro-il-riarmo%3A-un-manifesto/ All Posts Controinformazione   Back Segnalazioni L’arcivescovo di Torino contro l’immobilità dei capitali Giugno 2025 Le terre rubate, le denunce: come Leone XIV ha difeso le vittime di Sodalicio Giugno 2025 La Coop ritira i prodotti israeliani dai supermercati. E arriva la Gaza Cola Giugno 2025