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VENEZUELA il Bolivarismo e l’Impero – M. Barros

articolo di Marcelo Barros   Gennaio 2026 All Posts Controinformazione   Back Segnalazioni ALGERIA. Una conferenza denuncia i crimini coloniali e chiede verità, giustizia e risarcimenti Dicembre 2025 La crisi della democrazia in Sud America – Il “caso Bolivia” Novembre 2025 Una Corte EU per i Crimini Ambientali Novembre 2025

ALGERIA. Una conferenza denuncia i crimini coloniali e chiede verità, giustizia e risarcimenti

di Marco Santopadre  Tratto da Pagineesteri.it Dicembre 2025 Domenica e lunedì decine di delegazioni hanno partecipato nella capitale algerina ai lavori della “Conferenza internazionale sui crimini del colonialismo in Africa”. La conferenza si è tenuta sulla base di una risoluzione, adottata a febbraio dall’Unione Africana, che chiede giustizia e meccanismi riparatori che consentano ai paesi coinvolti di poter affrontare le durature conseguenze politiche, economiche e sociali del dominio coloniale europeo. Uno degli obiettivi espliciti dell’iniziativa è stato quello di elaborare una posizione africana unitaria sulla questione dei risarcimenti e di inserire il colonialismo nella lista dei “crimini contro l’umanità” riconosciuti dal diritto internazionale. Infatti mentre la schiavitù, la tortura e l’apartheid sono esplicitamente menzionati dalle convenzioni internazionali, neanche la Carta delle Nazioni Unite, che pure condannando l’occupazione di territori altrui, fa alcun riferimento specifico al colonialismo. Molti paesi africani sostengono che questa lacuna giuridica abbia contribuito a proteggere le ex potenze coloniali anche secoli di furto di di risorse, lavoro forzato, espropriazione territoriale e sottomissione politica continuano a condizionare fortemente la condizione economico e sociale del continente africano. Secondo alcuni economisti, il costo complessivo dello sfruttamento coloniale dell’Africa ammonterebbe a varie migliaia di miliardi di dollari. Inoltre le richieste di risarcimento includono anche la restituzione di beni archeologici, culturali e storici confiscati durante l’epoca coloniale e ancora conservati nei musei europei. Il messaggio centrale diffuso dalla Conferenza di Algeri è che l’Africa non intende chiudere il capitolo della dominazione coloniale senza attivare un percorso internazionale fondato su una memoria condivisa, sul riconoscimento dei crimini commessi dalle potenze coloniali e sulla riparazione. La Dichiarazione di Algeri Questi intenti sono stati riassunti nella “Dichiarazione di Algeri” adottata dalla Conferenza al termine dei lavori e che sarà sottoposta all’esame e all’approvazione dell’Assemblea dei Capi di Stato e di Governo dell’Unione Africana convocata nel febbraio 2026. La Dichiarazione ha chiesto la proclamazione del 30 novembre come “Giornata africana di omaggio ai martiri e alle vittime della tratta transatlantica degli schiavi, della colonizzazione e dell’apartheid”, sulla base di una proposta avanzata dal presidente algerino Abdelmadjid Tebboune. Il testo invita esplicitamente le ex potenze coloniali ad «assumersi pienamente le proprie responsabilità storiche attraverso il riconoscimento pubblico ed esplicito delle ingiustizie commesse», raccomandando «la creazione di archivi digitali panafricani, la revisione dei programmi educativi e la creazione di memoriali, musei e giornate commemorative». I partecipanti hanno raccomandato l’istituzione, da parte degli stati membri dell’Unione Africana, di “Commissioni nazionali per la verità e le riparazioni”, oltre a sostenere «l’istituzione e il rafforzamento di meccanismi legali a livello nazionale, regionale, continentale e internazionale volti a istituzionalizzare la criminalizzazione del colonialismo nel diritto internazionale attraverso la documentazione, l’accesso e la restituzione completa degli archivi, e a garantire sia la responsabilità legale per i crimini coloniali sia le loro conseguenze durature». La Dichiarazione sostiene inoltre «la creazione di un Comitato panafricano sulla memoria e la verità storica, che avrà il compito di armonizzare gli approcci storici, supervisionare la raccolta degli archivi, coordinare i centri di ricerca africani e produrre analisi e raccomandazioni per il continente». I firmatari sottolineato da questo punto di vista «l’urgente necessità di riformare i sistemi educativi africani per integrare pienamente la storia precoloniale, coloniale e postcoloniale e per dotare le giovani generazioni di una coscienza storica informata». Risarcimento ambientale Gli estensori del documento hanno anche affermato «la necessità di stabilire una valutazione continentale dell’impatto ecologico e climatico del colonialismo e delle esigenze di riabilitazione dei territori colpiti da test nucleari, chimici e industriali», sostenendo «l’istituzione di una Piattaforma africana per la giustizia ambientale, incaricata di identificare le aree colpite, valutare i danni, supportare gli Stati interessati e formulare raccomandazioni continentali per la riabilitazione e il risarcimento». «Esortiamo gli stati storicamente responsabili dei danni ambientali che hanno causato il cambiamento climatico, in particolare le ex potenze coloniali, ad assumersi la propria responsabilità morale e politica, invitandoli a fornire supporto finanziario, tecnologico e istituzionale agli sforzi di adattamento e mitigazione del continente» recita un passaggio della Dichiarazione. L’Africa nel mondo multipolare Per quanto riguarda le ricadute economiche, la Dichiarazione di Algeri sottolinea «l’importanza di intraprendere un audit continentale degli impatti economici del colonialismo al fine di sviluppare una strategia di riparazione basata sulla giustizia che comprenda, tra le altre cose, il risarcimento per la ricchezza saccheggiata, la cancellazione del debito e un equo finanziamento dello sviluppo». Il documento sottolinea inoltre la necessità di riformare la governance economica globale per smantellare l’eredità coloniale radicata nelle istituzioni finanziarie internazionali e nei regimi commerciali. A tale scopo, i partecipanti hanno chiesto «la revisione dell’architettura finanziaria internazionale, compreso un effettivo riequilibrio del potere decisionale all’interno del FMI, della Banca Mondiale, delle banche regionali di sviluppo e degli organismi di regolamentazione economica globale, consentendo ai paesi africani di definire liberamente le proprie politiche di sviluppo, accedere ai finanziamenti a costi equi e partecipare pienamente alle decisioni che plasmano l’economia globale». La Conferenza e la richiesta di congrui risarcimenti da parte delle ex potenze coloniali europee – Portogallo, Spagna, Francia, Gran Bretagna, Belgio, Italia, Germania – si inseriscono in un contesto geopolitico nel quale i paesi africani tentano di sfruttare le nuove sponde economiche e diplomatiche offerte dalle potenze emergenti attive nel continente – Cina, Russia, Turchia ed Emirati Arabi – per poter rafforzare la propria posizione nelle trattative in corso con l’Unione Europea. All’interno di uno scenario già multipolare segnato da una feroce competizione tra le diverse potenze, la memoria storica e la richiesta di un risarcimento per i saccheggi e le violenze inflitte ai popoli del continente costituiscono un potenziale strumento per riequilibrare rapporti asimmetrici con i paesi europei. Il protagonismo dell’Algeria A fare gli onori di casa è stato il Ministro degli Esteri algerino, Ahmed Attaf, che nel corso del suo intervento nella sessione inaugurale ha spiegato che le sofferenze inflitte dalla Francia al suo paese durante l’occupazione coloniale, mai del tutto riconosciute da Parigi, hanno spinto Algeri ad ospitare la conferenza. Dal 1954 al 1962 l’Algeria affrontò infatti una delle più sanguinose guerre anticoloniali di tutto il continente prima di poter ottenere l’indipendenza; il conflitto

Una Corte EU per i Crimini Ambientali

Novembre 2025 All Posts Controinformazione   Back Segnalazioni L’oro del Sudan: pulizia etnica nel Darfur e guerra per procura degli Emirati Arabi Novembre 2025 Annullato il convegno “La scuola non si arruola” – 2 Novembre 2025 Novembre 2025 L’arcivescovo di Torino contro l’immobilità dei capitali Giugno 2025

L’oro del Sudan: pulizia etnica nel Darfur e guerra per procura degli Emirati Arabi

Novembre 2025 Pulizia etnica nel Darfur e guerra per procura degli Emirati Arabi «E’ una ecatombe che va avanti da 18 mesi: ce lo aspettavamo, i segnali che l’assedio sarebbe continuato fino alla presa della città di el-Fasher c’erano tutti». Eppure nessuno è intervenuto prima. «Il mondo intero sapeva dei civili intrappolati nella città assediata, ma gli appelli sono stati ignorati: i sudanesi si sentono cittadini di terz’ordine. Siamo tutti sconvolti da questa violenza». A parlare sono due fonti interne al Sudan, testimoni che vivono in zone distanti dal Darfur, ma dentro il Paese in balia della guerra tra generali ed eserciti rivali. Raccontano il pregresso della mattanza da parte delle Rapid Support Forces, entrate il 26 ottobre scorso nella città di el-Fasher, nel nord Darfur. «Stanno compiendo violenze di ogni tipo – dicono –  stupri sulle donne, massacri arbitrari sui civili. Chi conosce le RSF sa che questa è la loro modalità: lo fanno da sempre in Darfur». E si accaniscono preferibilmente «sulle persone dal colore della pelle più scuro: si tratta di una pulizia etnica a tutti gli effetti, su popolazioni sempre musulmane, ma dal colore della pelle più nero». L’assedio di el-Fasher è durato oltre 18 mesi: la città è rimasta chiusa nei propri confini, con la popolazione sofferente e affamata stretta tra militari asserragliati nel perimetro interno, e paramilitari all’esterno, a forzare il muro. Per i civili era impossibile fuggire altrove e lasciare la città. Poi lo scorso 26 ottobre le RSF hanno assaltato il quartier generale dei militari sudanesi e da lì in poi non c’è stato un freno alla mattanza: negli ultimi quattro giorni hanno ucciso almeno 1500 persone. Mamme e bambini in fuga presi di mira, popolazione stremata da mesi di fame e stenti, uccisa nei modi più disumani. A denunciarlo è anche il Sudan Doctors Network, la rete di medici del Sudan che parla di «un vero e proprio genocidio». «I massacri cui il mondo assiste oggi, sono una estensione di ciò che è successo ad el-Fasher nel corso di oltre un anno e mezzo di guerra, quando 14mila civili sono stati uccisi tramite bombardamenti, fame ed esecuzioni extragiudiziarie», dicono i medici. Chi alimenta militarmente tutto questo? «Gli Emirati Arabi continuano a fornire armi alle Rapid Support Forces: questa è una guerra per procura», ci spiega una delle nostre fonti. Secondo questa interpretazione molto accreditata, gli Emirati Arabi in cambio delle armi (e della guerra che essi stessi sponsorizzano) ottengono l’oro delle miniere del Darfur.  Il Paese è ricchissimo di giacimenti auriferi che da anni sono saccheggiati. «Gli emiri sostengono un gruppo terrorista che uccide indiscriminatamente le persone, e mostra le violenze tramite i social per aumentare la dinamica dell’orrore». Gli Emirati sono uno dei Paesi “intoccabili” del Medio Oriente. Il timore adesso è che i guerriglieri, sostenuti da truppe di 400 mercenari che arrivano dalla Colombia, possano proseguire andando ad attaccare la città di El Obeid. Cosa si poteva fare e non si è fatto in questi mesi? «Si poteva insistere per far tornare le due parti al tavolo negoziale: le forze armate del Sudan guidate dal generale al-Burhan e i paramilitari del generale Dagalo. A Washington c’erano stati dei colloqui indiretti – dice una delle fonti – Si doveva spingere per un intervento americano, che per quanto imperfetto, per il momento è il meglio che abbiamo». E’ pur vero che nel corso di due anni il conflitto si è sempre più sfilacciato, e da guerra tra due eserciti e due generali è diventato sempre più un conflitto alimentato da diversi centri di potere e combattuto da mercenari pagati da Paesi terzi. Le armi utilizzate sono «sofisticate e si è intensificato l’uso di droni».   All Posts Controinformazione   Back Segnalazioni Annullato il convegno “La scuola non si arruola” – 2 Novembre 2025 Novembre 2025 L’arcivescovo di Torino contro l’immobilità dei capitali Giugno 2025 Le terre rubate, le denunce: come Leone XIV ha difeso le vittime di Sodalicio Giugno 2025

Annullato il convegno “La scuola non si arruola” – 2 Novembre 2025

Novembre 2025 Per il ministero l’educazione alla pace non è pedagogia Il Centro Studi Trasformazioni Economico-Sociali e l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università avevano organizzato il corso di formazione online per sensibilizzare i docenti sull’avanzata del militarismo nel Paese. Ma, nonostante l’alto numero di iscritti, il ministero ha deciso di revocare l’accreditamento Il convegno, a cui fino a poco fa i docenti potevano iscriversi regolarmente dalla piattaforma ministeriale Sofia, pensata per la loro formazione, organizzato nel giorno in cui, dall’anno scorso, in Italia si celebra la Giornata dell’unità nazionale e delle forze armate, aveva l’obiettivo di allargare anche alla scuola il dibattito sulla guerra, per evidenziare come oggi chi si fa portavoce di una cultura improntata sulla risoluzione pacifica dei conflitti si senta marginalizzato.   «Il Mim sta sostanzialmente dicendo che un corso che ha come oggetto un tema estremamente attuale come la guerra e se l’educazione debba essere educazione alla pace e al rifiuto delle armi come soluzione dei conflitti, non è oggetto di dibattito pedagogico, nonostante l’articolo 11 della Costituzione, per cui l’Italia ripudia la guerra», spiega, infatti, il Cestes in un comunicato diffuso subito dopo che l’accreditamento del convegno è stato ritirato. Cosa comporta il ritiro dell’accreditamento Nel testo gli organizzatori avvisano gli insegnanti che i loro legali sono al lavoro per restituire il diritto alla formazione libera e consapevole a ogni docente. Ma invitano anche chi di loro ha fatto richiesta del permesso per la formazione, che la legge prevede, a ritirarlo. Al fine di non incorrere in sanzione disciplinari. Visto che l’annullamento dell’accreditamento da parte del Mim, nella pratica, significa togliere ai docenti la possibilità di usufruire delle ore di permesso a cui avrebbero diritto. Un convegno che, come si legge sul sito dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, aveva già raggiunto più di mille partecipanti costringendo gli organizzatori a chiudere le iscrizioni in anticipo. Tanto che c’è anche chi sospetta che sia proprio l’alto numero di iscritti ad aver attirato l’attenzione del ministero sul corso organizzato invece da settimane per sensibilizzare gli insegnanti sulla militarizzazione del Paese. «Riteniamo urgente questa prima comunicazione ma forniremo maggiori informazioni e approfondimenti successivamente in altre sedi», si legge ancora nel comunicato del Cestes, ente accreditato per la formazione presso il Ministero ma a cui sembra sia stata sospesa anche la possibilità di erogare altri corsi dopo questo annullamento. Anche a Alleanza Verdi e Sinistra fa sapere che intende presentare un’interrogazione parlamentare al ministro Giuseppe Valditara per fare luce sulle ragioni che avrebbero motivato l’annullamento del corso di formazione online “La scuola non si arruola”. All Posts Controinformazione   Back Segnalazioni Le terre rubate, le denunce: come Leone XIV ha difeso le vittime di Sodalicio Giugno 2025 La Coop ritira i prodotti israeliani dai supermercati. E arriva la Gaza Cola Giugno 2025 Rep. Democratica Congo: “Noi donne siamo morte, pur respirando”. Giugno 2025

L’arcivescovo di Torino contro l’immobilità dei capitali

Giugno 2025 Un’omelia quasi rivoluzionaria contro la scarsa propensione a investire nel proprio Paese tipica di una società anziana L’arcivescovo di Torino, Roberto Repole, si è scagliato (e il verbo è evangelicamente corretto) contro i possessori di grandi capitali della sua città, «che preferiscono tenere i soldi in banca anziché investirli nel circuito delle imprese e nello sviluppo dell’economia reale». Un’omelia quasi rivoluzionaria quella pronunciata dal cardinale nel Duomo della sua città. Che però è passata, ingiustamente, inosservata. Dovrebbe invece suscitare un dibattito più ampio. Ovviamente Repole è tutt’altro che un sovversivo. Non ha proposto la patrimoniale, che peraltro sarebbe errata. Non ha negato la libertà di chi ha ampi patrimoni di cercare redditività maggiori in giro per il mondo. Repole ha riproposto, se volete, una versione aggiornata della parabola dei talenti del Vangelo di Matteo.    Contro l’immobilità dei capitali tipica di una società anziana o, più correttamente, contro la scarsa propensione a investire nel proprio Paese cercando occasioni, del tutto legittime, dall’altra parte del mondo. L’Italia pesa per il massimo del 2 per cento nelle allocazioni del risparmio gestito da parte dell’asset management italiano.  Dunque, più che di immobilità bisognerebbe parlare di esoticità, magari da parte di investitori contrari alla globalizzazione e simpatizzanti di partiti sovranisti (piccola contraddizione). L’ultimo rapporto Ubs sulla ricchezza mondiale, vede crescere a 1,3 milioni i milionari (in dollari) italiani – l’equivalente degli abitanti di Milano – che siamo sicuri, anzi sicurissimi, avranno pagato le loro brave tasse.  Ora se vogliamo dare seguito laico all’omelia di Repole dovremmo chiedere loro se sarebbero disposti a fare un po’ di più per le loro città, le comunità nelle quali hanno vissuto, studiato, e operato con successo. E a credere di più nell’Italia. L’esempio conta più dei soldi. All Posts Controinformazione   Back Segnalazioni Le terre rubate, le denunce: come Leone XIV ha difeso le vittime di Sodalicio Giugno 2025 La Coop ritira i prodotti israeliani dai supermercati. E arriva la Gaza Cola Giugno 2025 Rep. Democratica Congo: “Noi donne siamo morte, pur respirando”. Giugno 2025

Le terre rubate, le denunce: come Leone XIV ha difeso le vittime di Sodalicio

Giugno 2025 Tra le varie accuse contro il gruppo fondato da Figari e ora sciolto anche il furto di terreni ai danni della comunità indigena di Catacaos: «Robert Prevost è stato tra i pochi ad ascoltarci» La sabbia è candida. Al fondo, però, non c’è il mare. Solo dune che sembrano rincorrersi all’infinito. Orme di piedi scompaiono e ricompaiono, rivelando la presenza umana. Pian piano, nella luce evanescente del tramonto, spunta una “majada”, rifugio in cui dimorano pastori e contadini Tallán. Sono loro il popolo del “deserto bianco”. Trentamila indigeni divisi in piccoli gruppi sull’altopiano arido della regione di Piura: uno di questi è la comunità di San Juan Bautista di Catacaos, raggiungibile solo in motocarrozzella. Le sue duecento famiglie hanno festeggiato l’8 maggio scorso quando – con un po’ di ritardo a causa delle difficoltà di ricezione del cellulare – hanno sentito risuonare il nome di Robert Prevost in diretta globale. «È arrivata la giustizia divina! Quella umana ci ha abbandonati. Non sa quanti sforzi abbiamo fatto per pagare degli avvocati che poi ci ingannavano…. Ma Dio ci è venuto in soccorso», dice con visibile emozione Paola Sandoval. È stato il Sodalicio de vida cristiana a far incrociare i percorsi di questo frammento remoto e povero di Perù con quelli di due Papi: Francesco e Leone XIV. Entrambi sono stati tra i pochi a rifiutare, dentro e fuori la Chiesa, di volgere lo sguardo dall’altra parte di fronte ai soprusi, sempre più evidenti, della società di vita apostolica ultra-fondamentalista, fondata nel 1971 dal laico Luis Carlos Figari e diventata sempre più potente grazie ai rapporti con l’élite politica ed economica. Lo scandalo è esploso nel 2015 grazie al libro-inchiesta “Mitad monjes, mitad soldatos” (Planeta) della giornalista Paola Ugaz e del collega, nonché ex membro del gruppo, Pedro Salinas. Per il loro lavoro, entrambi hanno subito denunce e vessazioni, come racconta ora “Proyecto Ugaz”, spettacolo teatrale in scena a Lima. Nell’occasione, Leone XIV ha inviato un messaggio in cui ringrazia i giornalisti che cercano la verità. «Ovunque un giornalista venga messo a tacere, si indebolisce la democrazia». E ha sottolineato l’importanza di «Radicare in tutta la Chiesa una cultura della prevenzione che non tolleri alcuna forma di abuso: né di potere o di autorità, né di coscienza o di spiritualità, né di abuso sessuale». «In seguito, ci siamo resi conto che c’era perfino di più degli abusi fisici e psicologici: loschi giri di affari che avevano consentito a Sodalicio di accumulare un patrimonio di oltre un miliardo di dollari», sottolinea la reporter che ha in programma un nuovo saggio sul tema. In questa rete sarebbe rimasta intrappolata anche la comunità di Catacaos. «Nel 1998, con la complicità di alcuni abitanti e evidenti raggiri, i suoi terreni sono stati ceduti a una serie di imprese legate a Sodalicio e a uno dei suoi uomini principali, il precedente vescovo di Piura e Tumbes, José Antonio Eguren. A partire dal 2011, i pastori hanno iniziato a ricevere le ingiunzioni di sgombero», spiega Carlos Rodríguez della Coordinadora nacional de derechos humanos, rete di oltre 70 organizzazioni impegnate nella difesa dei diritti umani. «Chi rifiutava di andarsene – prosegue – subiva vessazioni e minacce: una trentina di contadini è stata denunciata per usurpazione, furto aggravato, perfino terrorismo. Casi montati ad arte per spaventarli, come conferma la successiva archiviazione». Il loro grido, unito a quelle delle decine di sopravvissuti alle violenze, è riuscito ad arrivare in Vaticano anche grazie al sostegno dell’allora vescovo di Chiclayo poi diventato prefetto del Dicastero per i vescovi. Una conferma indiretta sono le false accuse di avere coperto un sacerdote accusato di abusi mosse contro di lui prima del Conclave dalla galassia di media vicini al Sodalicio. Gli interessati non hanno dubbi. «Questo processo ha coinvolto due Pontefici: Francesco, che ha preso decisioni chiave, e Leone XIV che, prima di essere eletto Papa, ci ha appoggiati», si legge nel primo comunicato congiunto tra tutte le vittime dell’organizzazione per chiedere al nuovo Vescovo di Roma di riceverli e di proseguire «sulla strada intrapresa». Snodo centrale del percorso è stata la missione di monsignor Charles Scicluna e di padre Jordi Bertomeu, nell’estate 2023, per fare luce sulla vicenda. «Il 26 luglio, sette rappresentanti della comunità si sono recati nella capitale per incontrarli – racconta Marcelino Ynga, uno dei leader di San Juan Bautista de Catacaos –. Siamo rimasti con loro dalle 9 alle 14. Abbiamo descritto nei dettagli come ci maltrattavano per cacciarci. A sostegno delle nostre accuse, abbiamo portato un pacco pieno di prove e documenti. Alla fine erano commossi». «Per la prima volta qualcuno ci ha davvero ascoltati», dice tra i singhiozzi Fiorela Martínez, moglie di Guadalupe Zapata, ucciso l’8 dicembre 2011 da un commando spedito a espellere i contadini. «Dopo la riunione che ci ha dato fiducia, il 28 febbraio successivo, su consiglio di Paola Ugaz, abbiamo scritto a monsignor Prevost rivolgendogli tre richieste: la rimozione del vescovo di Piura, lo scioglimento di Sodalicio e l’avvio di un processo di riparazione per le vittime – sottolinea Rodríguez -. Come nel suo stile, ha risposto con i fatti. Il 2 aprile 2024, la Santa Sede ha accettato le dimissioni anticipate di Eguren. In realtà era stato il Vaticano a chiedergli di farsi da parte, come ha affermato lui stesso in più occasioni». L’uscita di scena di quest’ultimo ha segnato l’inizio della fine di Sodalicio, dissolto definitivamente il 14 aprile scorso. Uno degli ultimi decreti firmati da papa Francesco il quale, un anno prima, nel giorno dell’anniversario della fondazione, aveva inviato un video-messaggio di saluto alla comunità, esortandola a «non lasciarsi rubare la terra»La minaccia persiste. Per questo, i contadini di Catacaos sperano nel lavoro di padre Bertomeu, commissario pontificio per la liquidazione di Sodalicio, di cui hanno chiesto al Vaticano di sostenere il lavoro. Molti beni dell’organizzazione potrebbero, però, essere stati investiti in società offshore negli Usa. Da qui la richiesta di andare avanti nell’idea, già espressa da Bertomeu, di portare il caso di fronte alla giustizia statunitense. All Posts Controinformazione   Back Segnalazioni L’arcivescovo di Torino contro l’immobilità dei capitali Giugno 2025 La

La Coop ritira i prodotti israeliani dai supermercati. E arriva la Gaza Cola

Giugno 2025 La scelta di Coop Alleanza 3.0, la più grande del sistema, che ha punti vendita in otto regioni: “Non possiamo rimanere indifferenti davanti alle violenze in corso nella Striscia di Gaza” Coop Alleanza 3.0, la più grande tra le cooperative di consumatori del sistema Coop, toglie dai suoi supermercati alcuni prodotti israeliani e vende la Gaza Cola, i cui ricavati servono a raccogliere fondi per la popolazione palestinese. “Non si può rimanere indifferenti – spiegano dalla cooperativa – davanti alle violenze in corso nella Striscia di Gaza” e al blocco degli aiuti umanitari. Dagli scaffali scompaiono arachidi, tahina prodotta in Israele e gli articoli Sodastream. La decisione è stata presa dopo il rapporto presentato al cda della commissione etica e l’intervento di alcuni soci attivisti lo scorso 21 giugno. Da un paio di settimane la Coop Alleanza 3.0 – che ha supermercati in Friuli-Venezia Giulia, Veneto, Lombardia, Emilia-Romagna, Marche, Abruzzo, Puglia e Basilicata – ha aderito alla campagna Coop 4 Refugees e ha messo in vendita la Gaza Cola, progetto palestinese nato a Londra nel 2023. Ora a questo si è aggiunta la scelta simbolica di togliere alcuni prodotti israeliani: “La Cooperativa non può rimanere indifferente – sottolineano da Coop Alleanza 3.0 – davanti alle violenze in corso nella Striscia di Gaza ed è da sempre e senza esitazione al fianco di tutte le forze (enti, istituzioni e associazioni) unite nel chiedere l’immediata cessazione delle operazioni militari. Ed altrettanto ferma è la condanna verso il blocco degli aiuti umanitari destinati alle popolazioni civili della Striscia proclamato dal Governo israeliano”. All Posts Controinformazione   Back Segnalazioni L’arcivescovo di Torino contro l’immobilità dei capitali Giugno 2025 Le terre rubate, le denunce: come Leone XIV ha difeso le vittime di Sodalicio Giugno 2025 Rep. Democratica Congo: “Noi donne siamo morte, pur respirando”. Giugno 2025